La piccola sta bene: lei odia

Scena. Lo studio di una psicologa. Entrano padre madre e una bambina pallida con l’aria impaurita.

Dottoressa – Buongiorno. Mi avete già accennato al telefono del vostro problema. Volete spiegarmelo meglio?

Padre – È presto detto: nostra figlia è subnormale

Madre – Caro, non partire in quarta e lascia parlare me. Mia figlia ha un grosso handicap.

Dottoressa –E cioè?

Madre – Non riesce a odiare. È del tutto priva della necessaria e moderna capacità di rancore e astio, capisce?

Padre – È menomata, Mai uno scatto di rabbia, un insulto, un fake, i suoi compagni di classe la evitano… oppure la bullizzano… e lei? Non reagisce, non li odia, anzi dice che le fanno compassione

Dottoressa – Fatemi capire. L’odio è un sentimento umano spesso inevitabile, ciò che è grave è lo spreco dell’odio, il rancore verso chi non vi ha fatto nulla di male. Forse la piccola non ha veri motivi per odiare

Madre – Dottoressa, ma le sembra normale di questi tempi non odiare a tempo pieno? Noi le facciamo vedere la televisione, i discorsi dei politici, la spingiamo a leggere i giornali, la incitiamo a usare internet… Niente, lei non odia nessuno… e non solo i migranti, i rom, i negri, i maltesi, i messicani, i centri sociali, quelli sono capaci tutti…

Padre – Non odia il portinaio che è juventino, il suo compagno di banco che è frocio, suo cugino che è vaccinato…

Madre – Non odia le sue compagne di scuola che la prendono in giro perché sono più eleganti di lei, non odia il suo ex-ragazzo che la mena perché non vuole fare i video porno sul cellulare, non odia il professore di matematica che la vuole bocciare e quando il padre è venuto a difenderla e ha cercato di strangolarlo, lei si è messa a piangere e poco mancava che difendesse il docente…

Padre – Quel professore, fa propaganda islamica per una setta chiamata al-gebra. E la piccola subisce. Dove andrà a finire una così? Che strada può fare nella vita?

Madre – Pensi che gioca con le bambole e non con la carabina a aria compressa che le abbiamo regalato a Natale

Padre – Entra nel mio account dove insulto persone di sedici paesi e ci mette faccine e gattini… va curata, dottoressa.

Madre – Speravo che diventasse rappresentante di classe per chiedere di armare i bidelli, macché, non ha avuto un solo voto

Dottoressa – Posso far parlare la bambina?

Padre –Va bene ma niente domande buoniste, ipocrite, e sostituzioniste.

Madre – Noi vogliamo solo una figlia al passo coi tempi, piena del rancore necessario per fare strada nella vita…

Dottoressa – Bene piccola. Allora come ti chiami?

Bambina – Eris

Dottoressa – Che bel nome… dunque, ti riconosci in quel che hanno detto i tuoi genitori

Eris – Non saprei

Dottoressa – Insomma, è vero che non odi nessuno? Neanche un rancorino, un’inimicizia, qualcuno a cui vorresti fare del male?

Eris – Beh, c’è il mio compagno di banco che mi tira le orecchie

Dottoressa – E avresti voglia di reagire?

Eris – Sì, qualche volta mi succede

Il padre e la madre la guardano interessati

Dottoressa – E cosa fai?

Eris – Io le tiro a lui e poi ci mettiamo a ridere

Dottoressa – Quindi non lo odi?

Eris –Perché dovrei? Siamo pari…

Padre – Come perché dovresti… è un maledetto marocchino

Eris – Papà, è di Barletta

Madre – E la professoressa di geografia che ti ha appena dato cinque?

Eris – Ma ha detto che posso rimediare

Padre – Che figlia di merda… altroché rimediare, quella la butto dalla finestra. E quello che ti tira le orecchie, lo rimanderei a casa sua, in Africa

Eris – Papà, Barletta non è in Africa

Madre – lo vedi che la geografia la sai?

Padre – lo vedi che sei malata?

La bambina si accartoccia su sé stessa e inizia a tremare

Dottoressa – Calma calma. Certo, è un caso raro in questi tempi, un blocco emozionale a-misico, con difficoltà della produzione di endorancorina e buonismo cronico… la chiamano anche sindrome di Dumbo… ma ne usciremo facilmente. Eris, rispondimi con sincerità. Che sentimenti provi nei confronti dei tuoi genitori?

Eris – Posso dire?

Dottoressa – Prego

Eris – Li odio con tutte le mie forze. Mi stanno rovinando la vita. Spero che la professoressa di geografia accoltelli papà e che mamma venga scippata da un nano rumeno

La dottoressa sorride e spalanca le braccia

– Lo vedete? Vostra figlia è del tutto normale… diventerà una stimata carogna e avrà grandi successi

Padre – Non sono proprio convinto…

Madre – Lei crede che possiamo sperare?

Dottoressa – Se vi va bene, potrebbe anche ammazzarvi entro pochi anni. E adesso pagatemi. Sono trecento euro in nero

I genitori escono sbattendo la porta. Eris li segue, con uno strano sorriso sulle labbra

Anche in appello 30 anni alla madre, che urla al suocero

La Corte d’assise d’appello di Catania ha confermato la condanna a 30 anni di carcere a carico di Veronica Panarello, accusata dell’omicidio e dell’occultamento del cadavere del figlio Loris Stival, di 8 anni, ucciso a Santa Croce Camerina, nel Ragusano, il 29 novembre 2014. Il collegio, presieduto da Rosario Cuteri, giudice a latere Stefania Scarlata, si è pronunciato dopo una camera di consiglio iniziata poco prima delle 13 e durata circa quattro ore e mezza. La richiesta di pena era stata formulata dall’accusa rappresentata dal sostituto procuratore generale Maria Aschettino. Era presente l’imputata. Il suo difensore, Francesco Villardita, aveva chiesto, invece, l’assoluzione per non avere commesso il fatto “anche per la contraddittorietà e insufficienza della prova”. Alla pronuncia della sentenza la donna ha urlato diretta al suocero: “È colpa tua, ti ammazzo con le mie mani. Sei contento adesso?”. La donna ha sempre sostenuto che ad assassinare il bambino sarebbe stato Andrea Stival perché il bambino aveva scoperto una loro presunta relazione. Gli avvocati difensori della donna aspettano le motivazioni, ma sono pronti a ricorrere in Cassazione.

“È entrato il diavolo!”, e il palazzo crollò

“In 20 giorni è entrato il diavolo nel Palazzo”. Il diavolo è una doppia metafora. Allude ai lavori abusivi che secondo una perizia dell’accusa causarono il crollo della palazzina di cinque piani di Rampa Nunziante a Torre Annunziata (Napoli). Ed al proprietario dell’appartamento al secondo piano dove furono eseguiti, Gerardo Velotto. Quel crollo ha provocato 8 morti. L’amministratore del condominio, l’avvocato Roberto Cuomo, si lascia sfuggire lo sfogo davanti ai pm Andreana Ambrosino e Silvio Pavia. È il 10 luglio 2017. Sono trascorsi solo tre giorni dalla sciagura. I magistrati non lo mettono a verbale. Ma il 30 ottobre insieme all’aggiunto Pierpaolo Filippelli risentono Cuomo da indagato e ne chiedono spiegazioni. “Mi riferivo alla circostanza che dall’entrata di Velotto nel palazzo, dopo un mese e mezzo è successo il crollo. E fino al 6 luglio 2017 non avevo contezza dei lavori abusivi che stava svolgendo”. Fino al giorno prima del disastro. Il 6 luglio Cuomo, quando le crepe nell’edificio sono ormai evidenti, fa ingresso nell’appartamento di Velotto con l’architetto progettista Massimiliano Bonzani e l’architetto del Comune Giacomo Cuccurullo. Il funzionario comunale abitava l’attico, morirà con la moglie e il figlio. Cuomo vide “che non c’erano tutti i tramezzi lato nettuno e lato ferrovia, erano crollate una o due file di mattoni lateralmente alle aperture e per effetto di tali interventi le murature si erano ridotte di circa un metro”. Ma non ci furono proteste. “Nessuno di noi contestò l’abusività dei lavori, anche se apparivano ormai evidenti”. Non era preoccupato? Nella chat ‘superstiti palazzo’ definì Velotto “l’animale”. “No, ero tranquillo, lì abitava Cuccurullo e per me lui era il custode del palazzo”.

Domani è il primo anniversario di un lutto che ha sconvolto Torre Annunziata, stordita all’alba di un giorno d’estate dal rumore della palazzina fronte mare e ferrovia sbriciolata su se stessa. La strage fu annunciata da numerosi segnali che avrebbero suggerito lo sgombero: lesioni visibili, infissi che non chiudevano, balconi inclinati. La Procura torrese ha chiuso l’inchiesta in tempi rapidi e ai primi di luglio ha ottenuto il rinvio a giudizio di Cuomo (che ha scelto il rito immediato), Velotto, Bonzani e altri 12 imputati. Sono i tecnici e gli operai che eseguirono gli interventi, i professionisti che firmarono le pratiche, i titolari di altri appartamenti interessati dalla riqualificazione del vecchio edificio (licenza del giugno 1957), acquistato ad un’asta fallimentare da una cordata di cui facevano parte pure Cuomo e Cuccurullo. Alcune case furono poi rimesse sul mercato. Velotto è uno dei subentrati: prese possesso del suo appartamento a maggio 2017 con una scrittura privata. In cinque rispondono di crollo e omicidio colposo, altri di falso. Il processo inizierà a febbraio 2019.

Secondo la perizia dei professori Nicola Augenti e Andrea Prota, il crollo è la conseguenza dei lavori abusivi al secondo piano che “con la demolizione dei tramezzi divisori finirono per determinare l’indebolimento di un maschio murario in corrispondenza del quale ha avuto origine il collasso”. Quel piano fu scarnificato con un uso forsennato del martello pneumatico, ricordato nelle testimonianze. E alle 9 della mattina del crollo, con i corpi ancora sotto le macerie, Velotto corse dal notaio insieme al venditore per ridurre la cifra della compravendita da 275 mila a 210 mila euro. I pm non si spiegano il perché.

Il porno della porta accanto, dai giganti del web a Snapchat

Viviamo nell’era del porno di massa. Tramontati i tempi dei “giornaletti”, dismessi i cinema a luci rosse (e poi le videocassette, e poi i dvd), grazie al web il “proibito” non è mai stato così a portata di mano. Anche di chi, per legge e per buon senso, dovrebbe starne lontano: bambini e ragazzini. In Italia il 73% di loro, tra gli 8 e i 16 anni, ha visitato almeno un sito porno (dati Telefono azzurro/DoxaKids), surrogato poco raccomandabile di un’educazione sessuale carente fra i banchi di scuola. Pornhub (controllato da Mindgeek, sede a Montreal, casa madre anche di RedTube, YouPorn e tanti altri) nel 2017 ha registrato 28,5 miliardi di visite (l’anno precedente furono 23 miliardi). Offre online talmente tanti video che per vederli tutti ci vorrebbero settant’anni filati. La politica del (quasi) tutto gratis, però, ha asfaltato un settore un tempo fiorente e a suo modo glorioso. Produttori, registi, pornostar e aspiranti tali sono costretti a reinventarsi per monetizzare le loro doti. Si aprono nuove nicchie: come il porno “di qualità”, filone nel quale si iscrive la rivoluzione del porno al femminile, pensato e girato da donne per piacere alle donne. Le quali sempre di più invadono un territorio un tempo “per soli uomini”. In Italia, nel 2017 le utenti di Pornhub sono aumentate del 22% sull’anno precedente, lasciando tracce nitide nel motore di ricerca del sito: mentre i maschietti puntano sempre più decisamente sulle mature “Milf”, l’altra metà del porno clicca massimamente la categoria “lesbian”. Fuori dai portali “istituzionali”, emerge il fenomeno del porno blasfemo: roba forte e, a quanto raccontano le operatrici specializzate, ben retribuita.

Sono solo alcune delle storie, dei numeri, delle inchieste che troverete su Fq Millennium, il mensile diretto da Peter Gomez, in edicola da domani con il titolo di copertina “Tutto quello che avreste voluto sapere sul porno, ma nessuno ha mai osato raccontarvi”. Perché se è vero che il sesso virtuale è sempre più presente nelle nostre vite – basti pensare all’uso corrente di termini come “Milf”, “threesome”, “gangbang”… – resta comunque ammantato da un’ipocrita indifferenza, e nessuno si prende la briga di raccontare il mondo che sta dietro quei miliardi di frementi clic.

“È come se oggi il porno avesse raggiunto il limite dell’esprimibile. Ciò che circola in Rete soddisfa ogni fantasia o esigenza”, spiega per esempio Pietro Adamo, storico dell’Università di Torino e studioso del settore. Oggi la frontiera è la sezione “model” di Pornhub, che riserva ai partecipanti – amateur o pornstar – premi mensili di mille euro e annuali fino a 10 mila per i video più visti. Tra i più seguiti nella categoria “coppie”, con 44 milioni di visualizzazioni in pochi anni, figurano i non professionisti Kim e Paolo. Lei 22 anni, lui 27, italo-argentini, da tre anni girano il mondo vivendo di questo. Quando vogliono accendono la webcam e si mostrano in diretta mentre fanno sesso. “È tutto autoprodotto. Quello che vedete nei nostri video è reale”, spiegano a Fq Millennium. La webcam, con abbonamenti proposti a qualche decina di dollari al mese, permette a molti professionisti di guadagnare quello che è sempre più difficile ricavare dai film. “Chi guarda il mio Snapchat pubblico vede la persona che c’è dietro lo schermo, come passo le mie giornate, non sono solo il mio culo e le tette. Chi si abbona apprezza ancora di più il fatto che condivido una parte di me ogni giorno”, spiega la pornostar Francesca Di Caprio.

Rigorosamente a pagamento anche la produzione di Erika Lust, una delle più note registe di porno al femminile. Svedese trapiantata a Barcellona, 41 anni, 100 cortometraggi e quattro “lunghi” all’attivo, Lust (“lussuria” in inglese, ndr) prova a sovvertire l’estetica rozza del porno che vuole attrici a gambe all’aria, attori in modalità martello pneumatico, primi piani ginecologici e totale assenza di trama. Il suo manifesto, che racconta in un lungo ritratto, parte da qui: “Più spazio ai baci, ai preliminari e alla comunicazione tra le persone”.

Il porno di massa, però, può diventare una malattia, una dipendenza del tutto simile alla ludopatia. Fq Millennium è andato in due centri della SiiPaC (Società italiana intervento patologie compulsive), a Roma e a Milano. A farsi raccontare le storie di chi ci è caduto. E fa molta fatica a uscirne.

Torna a casa l’orologio di Elie Cohen, incredibile spia

Il Mossad ha annunciato di aver recuperato (comprato e portato in patria) l’orologio da polso di Elie Cohen, l’agente israeliano catturato e impiccato a Damasco nel 1965. Cohen – considerato una delle più grandi spie israeliane – che aveva assunto la copertura di uomo d’affari, riuscì a salire rapidamente nelle gerarchie siriane fino a diventare il numero tre del regime Baath. Tra le informazioni più importanti trasmesse al Mossad ci fu la disposizione completa delle forze di Damasco e delle relative fortificazioni sul Golan. Scoperto a causa della radio che usava per trasmettere, Cohen fu condannato a morte. II suo corpo non è mai stato restituito.

“Oil for food fu la madre di tutti gli scandali. Ma adesso c’è Internet…”

La corruzione come peccato originale. Insita in noi, onnipresente, infiltrata come un cancro pervasivo ma affrontabile. Michael Soussan la conosce bene. Giovane funzionario Onu sul programma Oil For Food ne denunciò abusi e tangenti: migliaia di società coinvolte da tutto il mondo (inclusa l’Italia) per un giro di miliardi di dollari. Era il 2003, la soffiata distrugge il castello di sabbia delle Nazioni Unite, nel 2008 ne esce il “saggio” autobiografico (“la mia terapia”) ironicamente titolato Backstabbing for Beginners: My Crash Course in International Diplomacy che oggi è un film, Giochi di potere, in uscita italiana l’11 luglio. Danese ma di famiglia e formazione diplomatica, vive fra Hollywood e l’Europa dove lavora come scrittore, giornalista d’inchiesta, public speaker, consulente di strategie mediatiche e docente. Senza mai dimenticare la sua missione “umanitaria”: combattere la corruzione su ogni fronte.

Esiste un antidoto contro corruttori e corrotti?

Nessuna magia ma vietare di finanziare privatamente la politica sarebbe una buona partenza. E poi ripristinare – e non solo a parole – onestà e trasparenza, non quelle “travestite” ma quelle che ci fanno guardare allo specchio senza vergogna. La corruzione è il più grande paradosso dell’essere umano: nasce e cresce dentro di noi ma è il nostro primo nemico. Rivoluzioni e mutazioni politiche dall’antichità a oggi sono avvenute con l’obiettivo di sconfiggerla. Persino forme di terrore come l’Isis usano la lotta alla corruzione occidentale per convincere i giovani arabi. Il punto sta nel contesto dove agisce e nelle bugie che la sostengono: la peggiore è quella per cui i ricchi rubano dai poveri con la scusa di aiutarli. Si tratta della più grande ipocrisia, quella che purtroppo ho incontrato lavorando all’Onu.

Onu che sta perdendo credibilità di anno in anno. E ora con Trump che esce dal consiglio dei Diritti Umani definendolo “pozzo marcio di parzialità”.

Mi spiace sia stato proprio lui a fare un gesto che non è del tutto insensato: le Nazioni Unite operano di per sé con un paradosso perché applicano il sistema democratico come fossero una repubblica ma sbagliano totalmente il tiro. Intendiamoci: non si può far ragionare di pace fra loro Paesi che sono i massimi produttori ed esportatori di armi. La forma di pace da loro contemplata è di tipo egemonico, uno status quo di potere spartito sul mondo auto-legittimato dalla parvenza di bene collettivo. Questo non significa che io sostenga Trump, anzi, la sua democrazia fatta di campagne finanziate e intimamente corrotte, e di leggi comprate ovunque non è più democrazia, è cleptocrazia.

Nuovi e social media con infinito accesso a ogni informazione possono realmente aprirci alla consapevolezza sugli abusi di potere?

La rivoluzione mediatica e informativa ha due risvolti: quello positivo è un amplificato e “democratico” accesso avvalorato dalla mobilità, quello negativo è la trasformazione delle persone in prodotti. Mentre pensiamo di essere noi i consumatori avviene il contrario, sono i media a “consumarci”. Il più pericoloso gioco di potere? Da utilizzatori dovremmo chiedere di più allo spazio digitale, esigere più diritti e non solo cliccare continuamente “I Agree”: stiamo scavando la fossa alla nostra libertà con un click.

Intrighi chimici: Mosca avvelena di nuovo Londra

A due giorni dall’uscita della notizia, l’avvelenamento di una coppia di quarantenni cittadini britannici a Amesbury, nella stessa zona e quattro mesi dopo quello di Sergei e Yulia Skripal, apre l’inevitabile nuovo fronte nella guerra di propaganda fra Russia e Occidente.

Ieri il ministro degli Interni britannico Sajid Javid ha riferito gli ultimi sviluppi in Parlamento, puntando il dito sulla Russia e annunciando “consultazioni in corso con alleati e partner internazionali”. Come Donald Trump, che la prossima settimana sarà in visita ufficiale nel Regno Unito ma poi dovrebbe volare a Helsinki a incontrare Vladimir Putin.

“È giunto il momento che lo Stato Russo si faccia avanti per spiegare esattamente cosa è successo” ha tuonato Javid, aggiungendo: ‘Non c’è nessuna spiegazione alternativa plausibile al fatto che la Russia sia responsabile”. E però non ci sono prove certe.

Per il momento Mosca, negando ogni responsabilità, ha ribadito la sua disponibilità ad una indagine congiunta, ma ha anche accusato i britannici di inquinare le acque e rifiutare senza ragione ogni cooperazione. È la linea avviata all’indomani del ritrovamento degli Skripal, quando la versione ufficiale era: sono stati colpiti nostri concittadini, noi siamo parte lesa ma le autorità britanniche ci tengono all’oscuro di informazioni vitali in violazione dei trattati di cooperazione internazionale.

Intanto ieri, dopo aver ottenuto i risultati dei test condotti nel sito governativo di Porton Down – che si trova proprio a metà fra Amesbury e Salisbury – la polizia ha reso noto che Charles Rowley e Dawn Sturgess, fra venerdì e sabato, sarebbero venuti in contatto con un oggetto contaminato dal Novichok.

Non ci sono ancora conferme che il lotto sia lo stesso degli Skripal, e cioè se siano state vittime di un nuovo attacco o se siano entrati in contatto accidentale con tracce dello stesso nervino usato quattro mesi fa, che avrebbe tempi lenti di degradazione.

Gli investigatori sembrano propendere per questo secondo scenario, imbarazzante per governo e antiterrorismo britannici: se il “contatto” è avvenuto a Salisbury, significherebbe che mesi di decontaminazione di ampie aree della città non sono stati sufficienti. E suonano un po’ ridondanti le parole del portavoce di Theresa May, che ha rassicurato la popolazione:“Le autorità sanitarie hanno chiarito che il rischio di contaminazione è basso, e che i luoghi coinvolti nel caso Skripal sono stati decontaminati”. E gli altri, quelli frequentanti dagli attentatori?

Ora sembra inevitabile una nuova escalation diplomatica, con la differenza che il Regno Unito non può minacciare, come 4 mesi fa, ritorsioni sulla Coppa del Mondo di calcio, che per il momento è il grande successo d’immagine su cui Putin puntava.

E il governo britannico si trova nella difficile posizione di gestire uno scontro ai massimi livelli, mentre tutto il paese sogna il momento in cui il capitano della nazionale solleverà la coppa del Mondo. Ricevuta dal Presidente della Fifa, con a fianco Vladimir Putin.

Mail Box

 

A Mediaset non serve Pardo, ma maggiore spettacolo

Nella cronaca dei Mondiali, come scrive Davide Turrini sul Fatto, Pardo c’è. Anche troppo forse. Quella che manca è Mediaset, specie nel dopo partita quando gli spettatori vorrebbero dello spettacolo vero e non il suo ripetitivo racconto, fatto da ex calciatori non sempre brillanti che finiscono per prendersi troppo sul serio. Una cosa è, infatti, fare il commento a una partita (del quale ai tifosi importa poco, molto meno delle immagini) altra cosa è fare uno spettacolo. È questo è il motivo del crollo di ascolti dei dopo partita (Balalaika e Tiki Taka). Che ci sia o no Pardo in studio. Comunque è poca roba il flop Mediaset nel dopo partita se paragonato all’harakiri della Rai con la rinuncia ai Mondiali: ascolti serali azzerati in questo periodo.

Franco Prisciandaro

 

La reale invasione è quella dei truffatori

Quando parla di “invasione”, Salvini ha ragione. Ma siamo invasi da ladri, truffatori, evasori, corrotti. Ed è vero anche che bisogna chiudere i porti dove questi invasori sbarcano più numerosi, cioè i grandi partiti. La Lega non fa eccezione. Anche se il capo chiede udienza al presidente Mattarella per invocare il complotto. Lui che neanche si è costituito parte civile nel processo contro i truffatori che hanno spolpato di quasi 50 milioni le casse del suo partito, quando era chiaro che la truffa era riconducibile a Bossi. Sì, proprio quello che gridava in piazza contro “Roma ladrona”. Salvini la butta sulla persecuzione, prova col vittimismo, le sentenze a orologeria, scomoda addirittura l’oppressione turca dei partiti. Ci manca solo il parallelo con Tortora e poi il repertorio della politica ladrona è completo. Questi invasori dobbiamo aiutarli a casa loro, cioè in cella. Altrimenti fa bene la Lega a invocare la legittima difesa: quando un cittadino scopre un politico mentre ruba, deve potergli sparare. Giusto Salvini?

Massimo Marnetto

 

La politica italiana crea diritti di serie A e di serie B

Non so se scrivere da cittadino o da omosessuale. Da poco si è conclusa la settimana dell’orgoglio gay in tutto il mondo. Ho letto di folle oceaniche a Milano, di sottosegretari sfilando fuori ai santuari e soprattutto di ministri che parlano e molte volte lo fanno a sproposito. Non ci giro molto intorno. L’Italia è un paese omofobo. Semplice. Si cerca di vendere le leggi Pd della scorsa legislatura come passi da gigante nel tema diritti. Ma è tutto fumo negli occhi. Ero al pride di Barcellona e non ho potuto non notare che tra i patrocinatori non c’erano solo i tipici partiti sinistroidi come Psoe e Podemos. C’era Ciudadanos, tipico partito di centrodestra. Ognuno può avere le proprie idee sia chiaro. Però se sei un partito che aspira a governare, non puoi calpestare i diritti acquisiti, la dignità delle persone e nemmeno trattarle come una barzelletta. Il Pd che toglie i patrocini ai pride etichettando tutto ciò come folklore non è migliore della Lega che ha fatto del bigottismo provinciale italiano la sua filosofia. E il Movimento 5 Stelle latita colpevolmente. Bel panorama per l’Italia tutta. Si dice spesso che la gente ha fame di diritti. Però poi non capisco perché ci debbano essere diritti di serie A e diritti di serie B. Non possiamo più continuare con la storia di “prima gli italiani” eccetto se sei lesbica, nero, trans o rom. Di Giovanardi e Buttiglione ne abbiamo avuti già abbastanza.

Domenico Donniacono

 

Il linguaggio giuridico sia comprensibile per i cittadini

L’attuale governo sta compiendo i primi passi. Da cittadino vorrei che si occupasse anche del linguaggio giuridico: di come sono scritte le leggi, sia sul piano semantico, sia su quello testuale. Una norma giuridica deve essere compresa dai destinatari, i cittadini. Il linguaggio, pertanto, deve essere comprensibile, senza rimandi ad altre norme. Qualora questi si rendano necessari, il rimando deve esser contenuto per intero nel nuovo testo, con i riferimenti di legge in calce. Così, almeno, il cittadino non è costretto a saltellare da un testo all’altro, cosa che rende la comprensione del linguaggio giuridico ulteriormente difficoltosa. Potrà forse sembrare un’inezia, ma in realtà la questione è fondamentale per far percepire lo Stato come casa dei cittadini e non come un rigido collegio.

Paride Antoniazzi

 

DIRITTO DI REPLICA

Spett. Fatto Quotidiano, scrivo in nome e per conto del signor Giuseppe Focà in merito all’articolo pubblicato in data 16 luglio 2017 dal titolo “Clan e parcheggi, il nuovo business calabro-lombardo”. La notizia relativa alla segnalazione amministrativa per sospetto riciclaggio è priva di fondamento tant’è che a distanza di un anno nessun processo è iniziato a carico dei signori Focà. Così come privo di fondamento è qualsiasi presunto legame con i clan. Focà è incensurato. Nessun legame esiste tra l’attività economica dei Focà e l’attività economica degli Alati.
Fin dal 1970 gli zii di Giuseppe Focà gestivano delle autorimesse a Milano, per cui il mio cliente non ha fatto altro che portare avanti l’attività. Non da ultimo il signor. Focà ha visto sfumare un appalto in quanto la controparte aveva letto l’articolo pubblicato il 16 luglio 2017 su internet.

Avvocato Amedeo Rizza

Pensioni. Il non caso dei privilegi degli sloveni che hanno lavorato in Italia

 

Sono titolare di una pensione di reversibilità che non arriva a 600 euro e ho 70 anni. Sul Fatto seguo in particolare gli articoli relativi alle pensioni e ai privilegi creati dalla nostra classe politica. Io abito in provincia di Gorizia e ritengo che solo il Fatto possa rendere pubblico quello che è stato fatto nella mia Regione a proposito di privilegi pensionistici. L’Inps di Gorizia eroga da diversi anni a cittadini sloveni una pensione, ma il requisito richiesto era dimostrare di aver lavorato in Italia almeno una settimana. Il giornale locale Il Piccolo aveva pubblicato qualche articolo, poi silenzio assoluto. Ritengo che si debba fare chiarezza anche su questo.

G. A.

 

Gentile lettore, che il tema delle pensioni sia più che mai caldo è fuor di dubbio. Non solo per lo scontro innescato dal dossier del governo Lega-Cinque Stelle sull’introduzione della “quota 100” (64 anni di età con 36 anni di contribuzione) per eliminare la legge Fornero – tra i timori sulla sostenibilità dell’operazione espressi dal presidente dell’Inps, Tito Boeri – ma anche per l’altra operazione che si sta portando avanti sul fronte dei vitalizi e delle pensioni d’oro. Privilegi reali e concreti di cui si conoscono entità e destinatari. E di cui ne scriviamo in maniera approfondita. Mentre il caso che solleva lei non è “un caso”, nel senso che non rientra in nessuno scoop da approfondire. Fino all’agosto 2002, infatti, è rimasta in vigore la Convenzione tra Italia e Repubblica Popolare Federale di Jugoslavia del 1957 che consentiva ai cittadini sloveni di poter riscattare anche una sola settimana di lavoro in Italia al fine della totalizzazione delle settimane necessarie per andare in pensione. Da quando, però, è entrata in vigore la Convenzione di sicurezza sociale tra Italia e Slovenia (sono ormai passati 16 anni), è stato previsto che i periodi assicurativi italiani non sufficienti al raggiungimento del diritto alla pensione possano essere totalizzati con quelli sloveni non sovrapposti. Ma la Convenzione italo-slovena, rispetto alla precedente Convenzione italo-jugoslava, ha modificato da 1 a 52 settimane il periodo di contribuzione minimo per procedere alla totalizzazione. Un principio ribadito nel maggio 2014, quando la Slovenia è entrata nell’Unione europea. Con un’importante precisazione: i cittadini sloveni che sono andati in pensione prima del 2002 con una sola settimana riscattata hanno comunque percepito dall’Inps i soli contributi maturati in Italia (il cosiddetto criterio del pro rata).

Patrizia De Rubertis

Il pallone, il caso e l’arte di Archimede

Il teorico Osvaldo Soriano, che scrisse una raccolta di racconti intitolata Fútbol. Storie di calcio (Einaudi, 1998), parafrasò una volta Pascal dicendo che “il calcio ha ragioni misteriose, che la ragione non conosce”. Il pratico Lionel Messi, che ha vinto per 5 volte il Pallone d’Oro negli ultimi dieci anni, ha detto a sua volta che “il calcio è come l’orologeria, in cui il talento e l’eleganza non significano nulla, senza il rigore e la precisione”.

La matematica può fornire un assist a entrambi gli argentini, rendendo meno misteriose le ragioni del calcio, che la ragione conosce benissimo, e confermando la presenza sul campo anche del rigore matematico e della precisione scientifica. A partire da quel bistrattato oggetto che è il pallone, che in ogni partita i 22 calciatori prendono insistentemente a calci per 90 minuti, senza mai fermarsi a guardarlo un attimo da vicino per capirne e carpirne i segreti.

Il pallone non è sempre stato lo stesso che conosciamo oggi. I maya, gli aztechi e gli altri popoli centroamericani precolombiani giocarono alla palla per migliaia di anni, nelle centinaia di campi che si possono ancor oggi ammirare in vari siti archeologici, con una palla solida di gomma, di dimensioni analoghe a quelle regolamentari odierne, ma del peso di 3 o 4 chili, circa 10 volte più pesante delle nostre.

La presenza dell’albero della gomma rendeva facile costruire palloni nel Nuovo mondo, ma nel Vecchio mondo bisognava ingegnarsi in qualche altro modo. Il più semplice era costruire un involucro quasi sferico costituito di pezze cucite, che si poteva poi riempire di stoffa o di foglie. Ma il problema era definire il pallone regolamentare: la geometria euclidea insegna, infatti, che ci sono solo 5 modi per approssimare la sfera mediante pezze tutte uguali, aventi ciascuna i lati e gli angoli tutti uguali.

Nel Fedone Platone racconta che i greci giocavano con palloni dodecaedrici: costruiti, cioè, con un involucro ottenuto cucendo insieme 12 pezze pentagonali regolari di cuoio. Ma le facce del dodecaedro formano angoli solidi abbastanza acuti, e una palla dodecaedrica ha almeno due svantaggi: rotola malamente sul terreno, e fa male se la si calcia a piedi nudi.

Per arrivare al pallone da calcio ci volle un colpo di testa di un genio come Archimede. Egli osservò, anzitutto, che sarebbe stato già meglio un pallone icosaedrico, ottenuto cucendo insieme 20 pezze triangolari regolari, perché gli angoli solidi formati dalle facce sarebbero stati meno acuti. Ma ancor meglio sarebbe stato smussare questi angoli, tagliandoli: facendolo in maniera accurata, i 12 angoli dell’icosaedro vengono sostituiti da pezze pentagonali regolari, e le 20 facce dell’icosaedro da pezze esagonali regolari.

Osservando un pallone da calcio classico, si vedono appunto le 12 pezze nere pentagonali, e le venti pezze bianche esagonali, cucite assieme. Il solido così ottenuto non ha tutte le facce regolari di un solo tipo, come piaceva a Platone, ma ha tutte le facce regolari di due soli tipi, e soddisfaceva Archimede. Ha 60 vertici, e in natura esistono molecole costituite da 60 atomi di carbonio, disposti appunto nei vertici del pallone da calcio: furono scoperte nel 1991 da Harold Kroto, Robert Curl e Richard Smalley, che vinsero per questo il premio Nobel per la Chimica nel 1996.

Una volta trovato il pallone da calcio, bisogna inventare le regole del gioco. Molte di esse sono ovviamente convenzionali, ma almeno una usa una terminologia matematica: il calcio d’angolo, chiamato semplicemente “angolo” (corner) in inglese, che viene appunto tirato da uno dei 4 angoli del campo rettangolare da gioco, quando la palla è uscita da uno dei lati corti senza essere entrata in porta. L’area in cui bisogna porre il pallone è un quarto di cerchio di raggio pari a un metro, e per un teorema di Archimede misura esattamente un quarto di “pi greco”: cioè, circa 0,785 metri quadri.

A proposito di angoli, una tecnica di gioco è la triangolazione, che individua appunto un triangolo formato da 3 vertici: nel primo sta un giocatore che passa la palla, nel secondo un giocatore che la riceve, e nel terzo il primo giocatore a cui essa ritorna. Nel calcio la si usa per aggirare un ostacolo, che nella fattispecie è un giocatore avversario, ma in geodesia e in topografia è comunemente usata allo stesso scopo per le rilevazioni geografiche e cartografiche.

Più astrattamente, ogni volta che un giocatore passa la palla a un altro crea un collegamento con lui, e si può costruire un grafo orientato pesato che misura il cosiddetto gioco di squadra: i vertici sono i giocatori, i collegamenti indicano i passaggi avvenuti nei due sensi, e i pesi il numero dei passaggi. Grafi di questo genere permettono di valutare la coesione di una squadra: gli avversari, ad esempio, possono usarli per rendere scientifica l’individuazione intuitiva delle connessioni deboli della squadra contro cui devono giocare, in modo da poterne spezzare l’unità nel modo più efficiente.

Queste tecniche sono ormai regolarmente usate nel calcio, e non solo per quantificare i passaggi effettuati. Si possono classificare i giocatori mediante vari parametri, dai falli compiuti ai rigori segnati, in modo da individuare esattamente come, dai comportamenti individuali dei vari giocatori, emerga il comportamento collettivo della squadra. Esiste ormai un intero settore che si dedica allo studio dei big data nel campo del calcio, divulgato da David Sumpter nel recente libro La matematica del gol (Codice, 2017).

Ovviamente, il problema fondamentale di qualunque gioco è individuare il vincitore. Nel caso del calcio, le regole determinano facilmente chi vince una partita fra due squadre: quella che segna più gol. Il problema è determinare chi vince quando le squadre sono più di due, e ci sono due soluzioni comunemente adottate: il torneo a squadre, come nei campionati nazionali, in cui ciascuna squadra gioca contro ciascun’altra, e il torneo a eliminazione, come nei campionati mondiali, in cui le squadre vengono gradualmente eliminate, fino ad arrivare ai quarti di finale, alle semifinali e alla finale.

Purtroppo, entrambi i metodi hanno i loro problemi, scoperti alla fine del Settecento dal cavaliere di Borda e dal marchese di Condorcet. Precisamente, nel torneo a squadre il vincitore dipende da come si assegnano i punteggi a chi vince, chi pareggia e chi perde. Nel torneo a eliminazione, invece, il vincitore dipende da come si assegnano gli accoppiamenti per le successive eliminazioni: ad esempio, quando ci sono tre squadre e la prima vince contro la seconda, la seconda contro la terza e la terza contro la prima, qualunque delle tre squadre vince il torneo a eliminazione in cui prima giocano le altre due, e poi la vincitrice contro di essa.

I campionati non determinano dunque la squadra migliore, perché la vincitrice dipende non solo dalla sua bravura, ma anche dalle regole del gioco. Purtroppo, la stessa cosa vale per le elezioni, e infatti Borda e Condorcet si preoccupavano di quelle, più che del calcio o della pallacorda. Quando ci appassioniamo ai campionati o alle elezioni, ricordiamoci dunque che non dobbiamo prendere gli uni o le altre troppo seriamente, perché in fondo non riflettono altro che le regole arbitrarie che qualcuno ha stabilito in precedenza.