Mittelfest, la vera Europa vive sempre in Friuli

È forse il più internazionale dei festival italiani, il più (mittel)europeo degli eventi culturali. È iniziato ieri, a Cividale del Friuli, il Mittelfest, musica, teatro, danza da venti Paesi d’Europa, che quest’anno presenta trentuno progetti artistici, diciotto prime italiane, quattro prime mondiali. Uno choc culturale troppo forte, per il cauto ambiente istituzionale friulano che fatica a capire le proposte che arrivano da Slovenia, Croazia, Ungheria, Bosnia, Serbia, Austria, Polonia, Macedonia, Lituania, oltre che da Germania, Regno Unito, Spagna, Belgio, Svezia, Palestina e Giordania.

Le scelte delle opere da presentare e degli artisti da invitare sono state realizzate, senza alcuna reverenza per appartenenze, cordate e rapporti privilegiati, dal direttore artistico Haris Pasovic, che viene da Sarajevo. Regista teatrale conosciuto in tutto il mondo, fondatore del Sarajevo Film Festival, durante l’assedio della sua città, tenuta sotto scacco dai cecchini serbi, produsse un leggendario Aspettando Godot di Samuel Beckett diretto da Susan Sontag.

Ora ha dato vita a un’edizione del Mittelfest che ha per tema i “Millennials”, i giovani del nuovo millennio, la generazione che viene dopo il Novecento. E, controcorrente, indica come obiettivo l’europeismo: in un’Europa vecchia e stanca, ricca e incattivita, che torna a chiedere confini e a innalzare muri, Pasovic quest’anno si propone di realizzare un Mittelfest che mostri il dna culturale dell’Europa. Mette in scena un’unione europea, felicemente sbilanciata verso i Balcani, che fa circolare arte e cultura, abbatte i confini e parla le lingue del teatro, della musica, della danza, mischiando italiano e friulano, tedesco e serbocroato e tante altre voci ancora.

Questa ventisettesima edizione del Mittelfest si è aperta ieri con l’“Inno all’amore” (Hymn to Love) della regista polacca Marta Gronicka, che fa stridere come unghie sulla lavagna l’amore evangelico per il prossimo a confronto con la chiusura degli egoismi e dei nazionalismi della vecchia Europa. Le migrazioni sono il tema di “Winterreise”, musica, canto e immagini messe in cortocircuito dal regista ungherese Kornél Mundruczó. Chissà come reagirà la politica del Friuli-Venezia Giulia, che dopo le ultime elezioni è svoltata a destra facendo trionfare la Lega.

A Cividale (e per qualche spettacolo a Udine) fino al 15 luglio si sentirà la musica di Bach (le Variazioni Goldberg) e di Haendel, di Brahms e di Béla Bartok. Ma anche il rap. Un rap ibrido. Come quello di Doro Gjat (Doro Gatto, tradotto dal friulano), nome d’arte di Luca Dorotea, ragazzo nato a Tolmezzo, capitale della Carnia, che canta in friulano, inglese e italiano un rap inedito, non urbano, che si nutre di montagne ed è fiero di provenire dalla “provincia esterna dell’impero”.

Si sentirà anche la voce di Mudimbi, che “con il suo mix di reggae, hip hop e video lol sui social, è un caso unico in Italia: un rapper senza gioielli che ama gli scherzi, e non fa finta di essere un gangster”. È passato a Sanremo 2018 e si racconta così: “Sono nato e cresciuto a San Benedetto del Tronto. Sono stato per anni l’unico bambino ‘marrone’ che si fosse mai visto lì, con la tintarella permanente. Poi, quando aprivo bocca, mi usciva un dialetto che nemmeno mia nonna…”.

Il 10 luglio ci sarà “Inzirli” (“Vertigine”), uno spettacolo progettato da Pasovic che inizierà alle 4 del mattino, all’arrivo della luce dell’alba, con attori italiani, serbi e ungheresi che mischieranno più lingue in un friulano simbolico e universale.

Che Assurdità! I veri liberi sono gli specisti

C’è un nuovo nemico che impedisce all’uomo di esercitare il suo istinto primordiale senza fastidiose limitazioni di sorta, facendo come il leone nella foresta che azzanna la gazzella. No, non si tratta dei milioni di tomi di etica e diritto, di centinaia di Costituzioni, di tutta la cultura in senso lato, che da sempre sono intervenuti a frenare la natura per evitare che gli uomini si sbranino tra di loro, che i bambini vengano bolliti e mangiati, che le donne siano stuprate, che lo stesso autore dell’articolo uscito ieri su questo giornale venga trasformato in pietanza da giovani forzuti che vogliono esercitare la loro libertà.

No. Oggi, secondo Massimo Fini, il principale ostacolo all’anarchia antropocentrica, desiderosa in particolare di sbranare una coscia di pollo o liberare o dar sfogo alle proprie pulsioni attraverso una grigliata, è un piccolo manipolo di persone, appena il 7% della popolazione italiana, fanatico e intollerante. I vegani o “specisti”, come scrive Fini (ma in realtà i vegani sono “antispecisti”, perché contrari alla discriminazione delle specie diverse da quella umana). Cosa sostengono questi pericolosi radicali? Anzitutto, che il tema della percezione della sofferenza animale è del tutto – altro che naturale – culturale, visto che altrove si mangiano i cani e venerano le mucche. Inoltre questi estremisti biasimano, tanto per fare qualche esempio, che per fare le uova si tagli il becco ai pulcini senza anestesia mentre i pulcini maschi sono triturati vivi, che per fare il formaggio i cuccioli degli animali da latte vengano letteralmente strappati alle madri dopo il parto per essere nutriti con latte artificiale e poi uccisi, che ai maiali si taglino la coda e i testicoli perché quando si spaventano poco prima della macellazione la produzione di testosterone rende cattiva la carne. Immagini, e insieme argomenti, che attirano sempre più soprattutto ragazzi e giovani, che forse trovano nel veganesimo anche un’identità all’insegna della compassione e dell’empatia, contro la ferocia di chi li butta fuori dal mondo del lavoro. Perché non c’è più assurda argomentazione di quella che obietta a chi non mangia carne di non pensare alla sofferenza degli uomini, come se nello stesso cuore non possa entrare sia la preoccupazione per la sofferenza degli uomini che quella per degli animali. Come se, inoltre, l’essere carnivori fosse garanzia di maggiore interesse nel dolore degli altri.

Che poi il paradosso, lasciando stare la sofferenza animale, è che in fin dei conti proprio chi vuole rivendicare tutto il proprio antropocentrismo dovrebbe smettere di mangiare carne. “Esiste un mucchio di gente che è diventata vegana solo perché ci tiene alla salute e basta”, spiega Silvia Goggi, una delle massime esperte di nutrizione vegana in Italia. “Quella vegana è una dieta con il massimo contenuto possibile di sostanze protettive come fibre, vitamine e antiossidanti, pressoché priva di sostanze dannose, di colesterolo e a bassissimo contenuto di grassi saturi. Insomma si può essere vegani anche solo per ‘egoismo’”.

Proprio chi ci tiene alla pelle, inoltre, dovrebbe ringraziare chi non mangia carne perché è lo stile alimentare che in assoluto ha un minore impatto sull’ambiente (per produrre un chilo di carne ci vogliono 1800 litri d’acqua). “Il mondo sta andando a rotoli”, continua Silvia Goggi, “annega nella plastica, la temperatura aumenta, produciamo più rifiuti di quanti riusciamo a smaltire, ma il problema è la dieta vegana. Poi ovviamente ci sono i vegani che ti vogliono convertire, quelli che inseguono la gente con la pelliccia, ma la maggior parte è gente pacifica. E forse Fini non sa quanti carnivori mi importunano. Tutti, ma proprio tutti i giorni”.

Cari ‘pensiero unico’ siete dei mostri

L’economia nella forma del libero mercato, insieme a tutti i suoi infiniti addentellati, domina interamente la nostra società e la discussione pubblica (lo stesso tema cogente dell’immigrazione vi è strettamente legato).

Il libero mercato è basato sull’iniziativa privata e ha al suo centro la figura dell’imprenditore, tanto più apprezzato se particolarmente abile. A questo proposito va sottolineato un elemento cui si dà, ci pare, pochissima attenzione: l’iniziativa privata non è la stessa cosa della proprietà privata. La proprietà privata sta all’iniziativa privata come la forza fisica sta alla possibilità di farne uso. In nessun tempo si è mai negato a qualcuno il diritto di possedere una forza fisica superiore che dovesse essere in qualche modo ridotta per uguagliarla a quella degli altri. La forza fisica è un dono di natura e chi ce l’ha se la tiene. Ma il problema di mettere dei limiti all’uso indiscriminato di questa forza si è posto fin dall’inizio, appena l’uomo ha cominciato a vivere in comunità sufficientemente organizzate. In origine, il diritto nasce proprio per impedire che individui fisicamente superiori possano usare la loro forza per danneggiare gli altri o per sottometterli. Non si capisce perché lo stesso criterio non debba valere per un altro dono di natura qual è l’abilità economica. Nella società preindustriale, preliberale, predemocratica la proprietà privata non era messa in alcun modo in discussione, era invece messa in discussione la possibilità che l’individuo potesse usare illimitatamente della propria superiore abilità e capacità in campo economico per danneggiare il prossimo o per soggiogarlo. Tutto lo sforzo della Scolastica, con la lotta al profitto e all’interesse (il tempo è di Dio e quindi di tutti e non può essere perciò monetizzato, Duns Scoto), l’elaborazione dei concetti di “giustizia commutativa e distributiva” e dei princìpi cui dovevano essere sottoposti gli atti di scambio “perché fossero conformi a un criterio di giustizia” e non permettessero sopraffazioni illimitate, fu un tentativo, generoso e per molti secoli riuscito, di evitare che alla violenza della forza fisica si sostituisse quella dell’abilità economica, dell’iniziativa privata dispiegata senza limiti ai danni dei più sprovveduti, dei meno capaci o anche dei meno interessati.

La democrazia liberale e liberista, insieme a tutta una serie di altri fattori, precedenti, concomitanti e successivi, fra cui determinanti sono la rivoluzione scientifica, la Riforma e, soprattutto, la Rivoluzione industriale, abbatte questi limiti e contribuisce a porre le premesse dell’attuale modello di sviluppo occidentale, dove al centro c’è l’economia (insieme alla sua ancella, la Tecnologia) e l’uomo è semplicemente una variabile dipendente.

Se la liberaldemocrazia ha avuto molti e insidiosi nemici, l’attuale modello di sviluppo, inteso nella sua essenza, come Modernità, non ne ha nessuno, né a destra né a sinistra. Il presupposto, inamovibile e irrevocabile, comune ai liberali ma anche al marxismo (che all’origine si pone anch’esso come una forma di democrazia: la democrazia comunista), è infatti che il mondo moderno, pur con tutte le sue contraddizioni e lacerazioni, è infinitamente più vivibile di quello di ieri, descritto come un mondo di fame, di miseria, di prepotenze, di illiberalità, di sangue e di morte. La convergenza di destra e di sinistra, di liberali e marxisti, su questo punto fondante, che legittima l’intera Modernità, insieme alle sue dottrine politiche, è del tutto coerente e comprensibile. Figli entrambi della Rivoluzione industriale liberalismo e marxismo, nelle loro varie declinazioni, sono in realtà due facce della stessa medaglia. Sono entrambi modernisti, illuministi, progressisti, ottimisti, razionalisti, materialisti e, su tutto, economicisti, entrambi hanno il mito del lavoro, sono entrambi industrialismi che pensano che l’industria e la tecnica produrranno una tale cornucopia di beni da rendere liberi tutti gli uomini (Marx) o, più realisticamente per i liberal-liberisti, il maggior numero possibile. Questa utopia bifronte è fallita. Prima sul versante marxista che si è rivelato un industrialismo inefficiente e perciò perdente. L’unica faccia della medaglia della Modernità spendibile era quindi rimasta quella liberale, liberista, “democratica” che soprattutto attraverso i processi di globalizzazione che hanno esasperato tutti i vizi del capitalismo si è rivelata a sua volta fallimentare. Ma né i liberal-liberisti, né i marxisti fin che sono esistiti, possono mettere in discussione la Modernità perché significherebbe recidere le proprie radici dato che dalla modernità sono nate e nella modernità si sono affermate. È questo il “pensiero unico” di cui si sente tanto parlare senza peraltro sapere bene, spesso, di che cosa si tratti.

I pochi che osano mettersi di traverso a questo pensiero sono bollati come inguaribili e ridicoli passatisti. In un saggio di qualche tempo fa, una specie di epitome del pensiero e della sicumera modernista, lo storico francese Pierre Milza (ma lo prendiamo solo come esempio degli infiniti laudatores della modernità) scriveva: “È nostro dovere spiegare che il pericolo di morte per le civiltà esiste solo quando queste si irrigidiscono nella sterile contemplazione del proprio passato”. È curioso come gli idolatri della Modernità, liberali o marxisti che siano, di destra o di sinistra, maniaci del cambiamento, perché da un cambiamento, anzi da una rivoluzione, sono nati, non si rendano conto che “irrigiditi nella contemplazione del passato” sono proprio loro, loro i veri passatisti perché sono seduti su categorie di pensiero ottocentesche, vecchie di due secoli, che han fatto il loro tempo e non sono più in grado di capire appieno la realtà e soprattutto le esigenze più profonde dell’uomo occidentale contemporaneo che al di là di ogni apparenza non sono economiche ma esistenziali. Non è il sonno ma il sogno della Ragione che ha partorito mostri.

Burberry, lavoratori contro il questionario discriminatorio

“Un questionario choc, in cui vengono poste domande anche sull’etnia e sull’orientamento sessuale”. Mittente la multinazionale londinese Burberry, griffe dell’alta moda nota soprattutto per il trench, le borse e i foulard. Destinatari i dipendenti di tutto il mondo – in Italia sono circa 500 tra boutique e corner presenti negli outlet – che lo hanno ricevuto nella posta aziendale. La denuncia è dei Cobas. Nessun commento dall’azienda. Oggi i lavoratori manifestano davanti alla Rinascente di Roma, dove sono presenti due corner Burberry. Il questionario, compilato già da più della metà dei dipendenti Burberry, parte da domande sulla valutazione dell’azienda con la possibilità di scegliere tra diversi gradi di giudizio e sulla soddisfazione per il proprio lavoro (luogo di lavoro, orario, compenso). Una volta completate le risposte, vengono richieste informazioni personali: “Si identifica come lesbica, gay, bisessuale, transgender o queer?”. E ancora: “Specifichi la sua etnia”; anche le scelte che offre il menu a tendina per il sindacato “sono aberranti: asiatico/isolano del Pacifico – Nero o afroamericano – Ispanico o latino – Mediorientale – Nativo Americano o indiano d’America – Bianco – Altro”.

Il pacchetto Madia: cosa c’è, cosa si farà

La procedura di allontanamento messa a punto dall’ex ministro della Funzione pubblica, Marianna Madia, è apparentemente implacabile: il lavoratore assenteista, una volta colto sul fatto, deve essere sospeso entro 48 ore e convocato con una comunicazione spedita entro 15 giorni. Entro 20 giorni dall’avvio del procedimento amministrativo, l’ente pubblico deve denunciare il lavoratore alla Procura regionale della Corte dei conti. La mannaia del licenziamento dovrebbe cadere sul collo del “condannato” alla scadenza del trentesimo giorno.Il nuovo ministro della Funzione pubblica, la leghista Giulia Bongiorno, ha annunciato già tra i primi provvedimenti del nuovo governo la “tolleranza zero” per stroncare la piaga dei dipendenti statali infedeli, promettendo di ricorrere agli ultimi ritrovati tecnologici della scienza investigativa, come i tornelli dotati di lettore delle impronte digitali. Un annuncio che ha già fatto gridare alla schedatura di massa per gli oltre 3,2 milioni di dipendenti pubblici presenti in Italia

“Furbetti del cartellino”: tanto rumore per poco

Gli ultimi beccati con i polpastrelli sul cartellino dei colleghi sono dieci impiegati del Comune di Misilmeri, in provincia di Palermo. I carabinieri li hanno inchiodati con telecamere piazzate all’ingresso del personale e pedinamenti fino ai mercatini e al supermercato della zona, dove risultavano clienti affezionati in pieno orario di lavoro. Sarà perché per documentare i loro deprecabili comportamenti sia stata ammessa la prova video che li ha immortalati anche in mutande, sta di fatto che le imprese dei “furbetti del cartellino” sono diventate molto popolari in tv, su Internet e social, incitando l’atavica indignazione contro la scarsa produttività degli impiegati statali e con essa l’attenzione della politica. Dal 2009 a oggi ben due ministri di opposti schieramenti, Renato Brunetta di Forza Italia e poi Marianna Madia del Pd, sono intervenuti per cercare di arginare un fenomeno evidentemente percepito come dilagante, ma dai contorni e dalla dimensione reale ancora abbastanza vaghi.

L’ultima inquilina del dicastero della Funzione Pubblica, Giulia Bongiorno, annuncia già tra i primi provvedimenti la “tolleranza zero” per stroncare la malapianta, promettendo di ricorrere agli ultimi ritrovati tecnologici della scienza investigativa, come i tornelli dotati di lettore delle impronte digitali. Un annuncio che ha fatto gridare già alla schedatura di massa per gli oltre 3,2 milioni di dipendenti pubblici. Per la verità, l’idea non è nuova. L’amministrazione comunale di Rimini, per esempio, ha installato 14 nuovi rilevatori dotati di tecnologia “biometrica”, cioè predisposti per un controllo attraverso il rilevamento delle impronte digitali che potrebbe ricevere il via libera dalla ministra Bongiorno. Alla gogna mediatica corrispondono, secondo le frammentarie e scarse statistiche ufficiose a disposizione, poche decine di provvedimenti disciplinari presi ogni anno dalle amministrazioni pubbliche. I licenziamenti decretati finora ai sensi della riforma Madia, sarebbero una quarantina. Nel 2017 complessivamente nella Pa sono stati licenziate 324 persone. Quasi la metà (154 pari al 48% del totale) per assenze ingiustificate. Rispetto al 2016, quando in totale i licenziati erano stati 344, si registra nel complesso un calo del 5,8%. In forte rialzo, ma tutto è relativo, invece il numero dei dipendenti pubblici allontanati per aver attestato una falsa presenza. Gli impiegati licenziati nel 2017 sono stati 55, l’anno prima solo 31. La procedura di allontanamento messa a punto dall’ex ministra della Funzione pubblica è apparentemente implacabile: l’assenteista colto sul fatto deve essere sospeso entro 48 ore e convocato con una comunicazione spedita entro 15 giorni dopo. Entro 20 giorni dal l’avvio del procedimento, l’ente pubblico deve denunciare il lavoratore alla Procura regionale della Corte dei conti. La mannaia del licenziamento dovrebbe cadere sul collo del condannato alla scadenza del trentesimo giorno. Eppure la serie di dati faticosamente rivelati sui procedimenti di allontanamento dal 2010 a oggi non riporta differenze apprezzabili tra prima e dopo la cura Madia.

Il 2015 è stato il primo anno della guerra, subito dichiarata dal governo Renzi, contro i famigerati “furbetti”. Fu avviata dopo lo scandalo del Capodanno romano, in cui si scoprì che oltre 700 vigili urbani, in piena amministrazione grillina, si erano dati malati, a torto o a ragione, proprio a San Silvestro, per la verità in piena concordanza con abitudini radicate anche in altri comparti pubblici capitolini. In questo clima di generale indignazione i procedimenti disciplinari avviati in tutta la Pa allora furono 8259 (contro i 6935 dell’anno prima) e 280 i licenziamenti di cui 108 in seguito ad assenze ingiustificate. Nel 2014 quando i procedimenti aperti furono quasi 7 mila, si totalizzarono 227 licenziamenti, di cui nel 37% dei casi, causati da assenze “anomale” dal servizio.

Nel 2013 i dati disponibili ci segnalano 219 licenziati a seguito di provvedimenti disciplinari su 6935 procedimenti avviati, 99 per assenteismo e 223 nel 2012 di cui 64 (il 29%) per aver aggirato il tornello. Nel 2011 il numero complessivo di licenziamenti disciplinari risultò più alto, toccando quota 288. Per quanto riguarda l’anno di esordio del decreto Brunetta, il 2010, una relazione al Parlamento sullo stato della Pubblica amministrazione nel marzo del 2011 (molto parziale perché non teneva conto di tutte le Regioni e di molti ministeri), evidenziava 2.265 provvedimenti avviati, di questi 105 conclusi con un licenziamento, di cui 35 per assenze anomale. Come si vede dai numeri, l’andamento dei risultati della faticosa guerra contro i furbetti del cartellino non si discosta molto in questi 9 anni.

I dirigenti tendono a non denunciare i loro dipendenti e quando interviene la magistratura il procedimento amministrativo viene sospeso fino al termine dell’iter giudiziario. Tuttavia è accaduto in diversi casi che gli impiegati infedeli non venissero allontanati anche dopo la condanna definitiva. Ma nonostante gli scarsi risultati del sistema sanzionatorio, sulla testa dei “furbetti” più incalliti continuano a fioccare editti minacciosi. L’ultimo è dell’Aran, l’agenzia che rappresenta gli enti pubblici nelle trattative sindacali, che nella bozza del prossimo contratto prevede il licenziamento dei dirigenti assenteisti seriali o nei periodi in cui va garantita continuità di servizio. Cosa che, sottolineano all’Aran, avverrebbe già anche per i semplici dipendenti. Sarà punita anche la ripetuta “tolleranza di irregolarità in servizio” verso il personale. Viene da pensare che per risolvere questo e molti altri problemi basterebbe fare l’appello ogni mattina e che ci sia un capoufficio che controlli e faccia lavorare gli impiegati che gli sono affidati, come ai tempi di Quintino Sella.

Sindacati contro la Ryanair: sciopero in cinque Paesi

Estate calda per Ryanair che si appresta ad affrontare il più grande scontro della sua storia con i sindacati, dopo la proclamazione di uno sciopero che coinvolgerà i suoi piloti e assistenti di volo in Italia, Belgio, Spagna e Portogallo. Il personale navigante di Ryanair sciopererà in Italia il prossimo 25 luglio per 24 ore mentre in Belgio, Spagna e Portogallo la protesta si estenderà anche a giovedì 26 luglio “contro l’approccio della compagnia irlandese verso i propri lavoratori”, spiegano i sindacati di questi quattro Paesi. E, secondo il sindacato spagnolo Sitcpla, la partecipazione dovrebbe essere massiccia con 4-5mila dipendenti che incroceranno le braccia fermando circa 200 voli. I dipendenti chiedono che la low cost rispetti i diritti dei lavoratori e riconosca i rappresentanti sindacali per trattare un accordo collettivo. Ma chiedono anche di non dover più pagare per l’uniforme e per cibo e acqua quando sono in servizio. Nel frattempo la compagnia di Michael O’Leary dovrà fare i conti con uno sciopero di 24 ore anche in Irlanda per giovedì 12 luglio, giorno che coincide con l’inizio delle vacanze nell’Isola di Smeraldo e che quindi colpirà migliaia di viaggiatori in partenza da Dublino.

L’intreccio dei fondi pubblici ai giornali: come sono e saranno

Vito Crimi è il sottosegretario, in quota Cinque Stelle, all’editoria. In una intervista, ha rilanciato l’intenzione di rivedere il sistema dei contributi all’editoria in Italia: diretti, indiretti e anche quelli che arrivano ai giornali grazie all’obbligo di pubblicazione dei bandi di gara. Ieri, il direttore di Repubblica, Mario Calabresi, ha sottolineato come i maggiori giornali d’Italia non ricevano contributi diretti e ha rilevato che togliere l’obbligo degli avvisi potrebbe essere un colpo alla trasparenza. Ma come funzionano questi finanziamenti e come cambieranno?

Fondi diretti.Sul sito del Dipartimento per l’informazione e l’editoria ci sono alcuni dati, come la rata di anticipo del contributo per il 2017, che ha consentito di erogare il 42,05% del contributo dell’anno prima. In tutto, circa 50 milioni di euro. Tra i maggiori beneficiari del fondo diretto – escludendo quindi i contributi per le realtà non profit –, ci sono Avvenire con (2,5 milioni di euro) Italia Oggi (2 milioni), Libero (2,2 milioni) , il manifesto (1,3 milioni). Gli altri sono soprattutto realtà locali: 889 mila euro al Corriere Romagna, 882 mila a Cronacaqui.it, circa 700 mila a il cittadino, almeno 440 mila al Quotidiano di Sicilia, 600mila per il Dolomiten . Infine, 337 mila per Il Foglio. Il totale fa circa 21 milioni di euro.

A chi?L’anno scorso sono state approvate le nuove regole per la distribuzione dei contributi, dati in parte come rimborso di costi e in parte in base al numero di copie vendute. Sette le categorie dei destinatari, tra cui cooperative giornalistiche, imprese editrici il cui capitale è detenuto in maggioranza o totalmente da enti senza fini di lucro, giornali di minoranze linguistiche o per non vedenti. Di conseguenza, gran parte dei principali quotidiani nazionali (salvo Libero, manifesto, Foglio e Avvenire) non vi rientrano.

Indiretti.Crimi parla di agevolazioni indirette. Dal tax credit sulla carta, che ormai non c’è più, all’iva agevolata (i giornali pagano il 4 per cento e solo sul 20 per cento della tiratura), passando per i rimborsi telefonici e agevolazioni sui costi delle spedizioni postali. Numeri di cui, però, non si tiene alcun conto ufficiale.

I bandi.In Italia c’è l’obbligo di pubblicare i bandi o le aggiudicazioni oltre una certa cifra sui quotidiani. Annunci che secondo alcune stime valgono circa 40 milioni di euro. La scelta del quotidiano destinatario dell’annuncio è, però, discrezionale così come il costo che è a carico delle aziende. La richiesta arriva di solito o dalle aziende stesse o dalle agenzie che si occupano di questo tipo di annunci. Il prezzo dipende dalla grandezza dell’annuncio (dai “moduli” che occupa”) ed è fisso, diversamente da quello della pubblicità commerciale, per la quale si può trattare o stringere accordi. Ogni quotidiano applica il suo prezzo ed è legato al numero di copie che vende. Ecco perché è complicato capire a quanto ammonti il totale.

Pubblicità. Il decreto dell’anno scorso, invece, ha introdotto – per la pubblicità commerciale – un’agevolazione fiscale che consiste in un credito d’imposta al 75% sugli investimenti incrementali almeno dell’1% rispetto all’anno precedente sullo stesso mezzo d’informazione.

Fnsi. “Si annuncia – ha detto Raffaele Lorusso, segretario generale del sindacato dei giornalisti – l’abolizione di contributi alla stampa che non esistono più da anni, a meno che non si vogliano cancellare gli aiuti economici riconosciuti a stampa non profit, cooperative, stampa diocesana, altra gamba del pluralismo dell’informazione di questo Paese. In questo caso, si assume la responsabilità di cancellare un migliaio di posti di lavoro”.

Le intenzioni. “Per quanto riguarda i bandi – spiega Crimi – si tratta di sottrarre le imprese a un obbligo che si rifà a un sistema di diffusione non più utilizzato, mentre per quanto riguarda il finanziamento diretto, l’idea è iniziare a finanziare il sistema editoriale e smettere di agevolare i singoli editori che magari fanno anche dividendi tra i soci”. E il pluralismo? “Vanno tutelati i piccoli giornali, le realtà rappresentative delle comunità che altrimenti non potrebbero rimanere in piedi. Soprattutto là dove non arrivano i quotidiani nazionali”. E i finanziamenti diretti? “Confermati ma salvaguardando l’informazione sana e rappresentativa delle realtà locali con la correzione delle storture, ovvero i fondi a tutti quei giornali nazionali che non rientrano nelle categorie che ho appena descritto”.

Copyright, stop alla riforma. Il Parlamento Ue la boccia

Riforma del diritto d’autore: alla fine il Parlamento europeo l’ha bocciata e se ne riparla a settembre. Ieri la plenaria di Strasburgo ha respinto, con 278 voti favorevoli, 318 contrari e 31 astensioni, il mandato negoziale proposto dalla commissione giuridica il 20 giugno. Di conseguenza, la posizione del Parlamento sarà discussa, emendata e votata durante la prossima sessione plenaria di settembre.

“Mi dispiace che la maggioranza dei deputati non abbia sostenuto la posizione che io e la commissione giuridica abbiamo preparato – ha detto il relatore Axel Voss (Ppe, De) – ma fa parte del processo democratico. Torneremo sul tema a settembre con un ulteriore valutazione per cercare di rispondere alle preoccupazioni dei cittadini, aggiornando nel contempo le norme sul diritto d’autore per il moderno ambiente digitale”.

Un Europarlamento diviso a metà che ha esaudito i desideri dei big del digitale come Google e Facebook ma anche quelli di chi, di solito, li osteggia come i piccoli provider e i teorizzatori di un web senza interessi economici. Dalla Commissione Ue, ora si parla di fake news e slogan che starebbero deviando l’opinione pubblica e denunciando rischi inesistenti. A essere contestati, nelle ultime settimane e soprattutto da esperti e associazioni che lottano per Internet completamente libera da interessi e limitazioni (da Mozilla a Wikipedia), sono due articoli della direttiva. Il primo prevede il pagamento – da parte delle piattaforme come appunto Google o Facebook – di un corrispettivo economico all’editore ogni volta che mostrano agli utenti un link, un titolo o un estratto del contenuto di cui gli editori sono proprietari (con l’idea di contrastare il fatto che i lettori ormai leggono solo i titoli).

Il secondo prevede l’obbligo per tutte le piattaforme di dotarsi di un software che sia in grado di filtrare i contenuti prima della loro pubblicazione per riconoscere se siano protetti o meno da copyright. Si tratta di filtri che i grandi come Youtube già hanno e che invece spaventano le attività più piccole. La misura, nelle intenzioni dell’Ue, dovrebbe favorire i creativi minori e gli indipendenti che non possono permettersi di scovare da soli eventuali abusi sui loro contenuti. Ma il controllo preventivo è un tema delicato che, secondo i più critici, potrebbe fornire una copertura formale per eventuali censure, oltre a limitare la libera espressione come nel caso della satira che ricorre alle foto (i meme) o della critica legata a contenuti attuali e di cronaca. Così, per la complessità del tema e per l’eterogeneità degli interessi coinvolti, ieri quasi tutti i gruppi politici si sono trovati spaccati. Tra gli italiani, il Pd – che ha votato a favore – ha comunque registrato sette no. Compatta invece FI per il sì, mentre Lega e M5S lo sono stati per il no. Se ne riparlerà a settembre, nella speranza che poi si possa chiudere l’iter entro la fine della legislatura.

‘Ndrine e bagarini, il procuratore: “Rapporto che dura da almeno 10 anni”

Le mani della ‘ndrangheta si sono allungate sui biglietti della Juventus da tempo. Almeno dieci anni. E forse di più. Lo afferma Marcello Tatangelo, sostituto procuratore generale in Piemonte, pubblica accusa al processo d’appello dell’inchiesta Alto Piemonte sulle infiltrazioni delle cosche nel Nord-Ovest. Il magistrato ha chiesto quattordici condanne – la più alta delle quali a 15 anni e 6 mesi di carcere – per un campionario di reati che vanno dall’associazione di stampo mafioso alle armi e alle richieste di “pizzo”. Ma un capitolo delle sue 470 pagine di requisitoria riguarda i rapporti fra i boss e il mondo del tifo bianconero.