“Caro Beppe, le buche non fanno ridere”. Su Facebook la capogruppo in Regione Lazio dei Cinque Stelle, Roberta Lombardi, prende le distanze da Grillo, che pochi giorni fa aveva girato un video a Roma sostenendo di non aver incontrato buche sulla strada. Ma il filmato non era stato girato dentro la città, bensì su un tratto dell’autostrada A24. Però Lombardi va oltre: “Sono rimasta stupita, ed è per me la prima volta, di aver visto un tuo video e aver reagito, alla fine, non con un sorriso ma con un fondo di tristezza”. Una critica che l’ex deputata spiega così: “Quando hai chiuso il tuo minitour romano dicendo ‘non ci sono buche, nessuna buca, nessuna buca’, non ho più riso, e mi è sceso un velo di tristezza. Perché purtroppo il problema delle buche a Roma non fa ridere. Perché purtroppo ci sono persone che hanno subito gravi infortuni, e famiglie che hanno subito lutti, a causa del pessimo stato del manto stradale”. Insomma, un netto distinguo. Con questa chiosa: “Capisco lo sforzo che Virginia Raggi e la sua giunta stanno facendo per sistemare quanto più possibile quel disastro. Però noi non possiamo dire ‘non ci sono buche caro Beppe. Sarebbe da incoscienti, e noi non lo siamo. Dobbiamo dire la verità“.
La banda dei (dis)onesti in trasferta: milioni di euro falsi a regola d’arte
Tre napoletani ma in trasferta a Taranto, dove se n’erano andati portandosi dietro i macchinari per stampare centinaia di migliaia di banconote false, di quella che il Nucleo Valutario della Guardia di Finanza definisce “ottima fattura”: gli ideatori di questa zecca clandestina sono stati arrestati in flagranza, mentre ne stampavano 164 mila da 50 euro per un valore di circa 8 milioni di euro.
Ai fogli sequestrati mancano diversi strati di colore: “Non hanno fatto in tempo a concludere”, spiega Calogero Scibetta, tenente colonnello del Nucleo speciale di Polizia valutaria della Guardia di Finanza che ha coordinato l’operazione insieme al nucleo di Polizia Economico Finanziario a di Napoli. “Avevano molta più carta, potenzialmente per stampare 400 mila banconote: 20 milioni di euro falsi che sarebbero finiti in circolazione”. Il laboratorio clandestino era in una villetta abusiva, in mezzo agli uliveti della provincia di Taranto, che apparteneva ai figli di uno degli arrestati. I tre, di cui uno già conosciuto dalle forze dell’ordine sempre per il reato di falsificazione di banconote, erano stati molto attenti: avevano lasciato a casa i cellulari, noleggiato le auto da un noleggiatore che, conoscendoli, non li aveva identificati, non avevano detto a nessuno dove fossero diretti e per quanto tempo si sarebbero assentati. Le indagini hanno avuto una svolta quando ci si è accorti che iniziava ad esserci un certo fermento. Inoltre è stato chiesto l’intervento del reparto aeronavale che con gli elicotteri ha monitorato il passaggio e lo scarico dei macchinari. In una casa, inoltre, solitamente non utilizzata.
I soldi falsi sarebbero finiti in un circuito di compravendita di banconote, fatto di grossisti e di piccoli acquirenti che le acquistano a una percentuale del loro valore e le diffondono in tutta Europa o le scambiano con altri prodotti illegali.
Una filiera di cui la stamperia è la sorgente. “È un lavoro artigianale a Napoli sono specializzati nel ricreare gli euro a livello industriale”. Il timore di essere scoperti in Campania, poi, era tale che si sono anche fatti carico del il costo dello spostamento dei macchinari con un camion gru.
I tre avevanoseguito tutte le fasi: la creazione del negativo, la creazione della lastra metallica che poi va nella macchina da stampa che imprime i colori sul foglio.
E ancora, l’applicazione della striscia olografica con una macchina speciale che si erano creati da soli per risparmiare, invece di comprarla. E infine un ulteriore macchinario a pressione per creare la finestra di controllo. Dei veri e propri “maestri” della contraffazione: in Italia se ne contano almeno una cinquantina
Quella sequestrata è un tipo di banconota iniziata a circolare a novembre 2017, di cui non si riusciva a trovare l’origine, la cosiddetta “linea di produzione”: il picco della diffusione si era registrato a febbraio, quando ne erano stati sequestrati 90 mila pezzi. E con l’arrivo dell’estate, il rischio era che queste banconote andassero in “trasferta”. E non solo singolarmente. Qualche anno fa era c’era stata una delocalizzazione addirittura in Romania. La partenza, sempre da Napoli.
Gabrielli dai giudici di Genova per chiudere il G8 di 17 anni fa
Il sanguinoso G8 del luglio del 2001, almeno “formalmente”, non c’entra. Certo però stamattina, quando il capo della polizia Franco Gabrielli andrà in visita agli uffici giudiziari di Genova, tutti penseranno agli orrori di 17 anni fa, alle feroci cariche su gente pacifica, alla morte inaccettabile del 23enne Carlo Giuliani per mano di un carabiniere più giovane di lui, alle violenze e alle torture della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto. E al conflitto che ne seguì tra i vertici delle forze dell’ordine e i magistrati genovesi, che chiesero e comminarono pene fino a 14 anni per un pugno di cosiddetti black bloc (tre sono ancora detenuti) ma processarono e condannarono, per la Diaz, anche responsabili di primissimo piano della polizia. “Franco Gabrielli incontrerà i responsabili degli uffici giudiziari di Genova, dal presidente del Tribunale al presidente della Corte d’appello. Passando per il procuratore e anche il procuratore generale”, racconta Valeria Fazio che a Genova è, appunto, procuratore generale.
È qui la chiave della visita di Gabrielli, la Procura. Quella che nel 2007 non fece sconti ai superpoliziotti e indagò il suo predecessore Gianni De Gennaro per induzione alla falsa testimonianza del questore di Genova (dopo la condanna in appello finì con l’assoluzione in Cassazione). E Fazio non lo nasconde: “È un incontro istituzionale per affrontare temi concreti. Ma certo tutti noi abbiamo letto con attenzione le parole di Gabrielli quando un anno fa (in un’intervista a Carlo Bonini su Repubblica, ndr) disse di voler voltare pagina dopo i fatti del G8”. I due, Fazio e Gabrielli, si sono incontrati a giugno a un convegno del Silp, il sindacato Cgil della polizia. E la visita, per il capo della polizia, è un’occasione per dimostrare che polizia e magistratura stanno dalla stessa parte, a Genova come in qualunque altro angolo del Paese. Ma Gabrielli vedrà anche Enrico Zucca, il pm che più di tutti si è impegnato nel processo Diaz fino a diventarne il simbolo? “Non credo sia previsto. La visita formalmente non riguarda il G8”, racconta Fazio, che è il suo capo, perché Zucca è passato dalla Procura alla Procura generale.
Nell’intervista del 19 luglio 2017, Gabrielli disse cose indigeribili per chi, nella polizia e fuori, pensa ancora che una divisa autorizzi abusi quando la situazione lo richiede: “È falso, e sottolineo falso, che nell’accertamento della verità giudiziaria sui fatti di Genova abbia influito una magistratura ideologizzata. La polizia italiana – dichiarò il suo capo – non è stata perseguitata dal procuratore Enrico Zucca per motivi ideologici. Non solo perché non è vero. Ma perché i magistrati che si sono occupati nella fase delle indagini e in quella del giudizio di merito di quanto accaduto in quei giorni sono stati decine. E hanno lavorato con imparzialità. Del resto, cosa avrebbe dovuto pensare un pm che, di fronte a un verbale firmato da 14 poliziotti, scopriva che a essere identificabili erano solo in 13? Non poteva che pensare che non avesse di fronte funzionari dello Stato, ma una consorteria”. Successe anche questo, nessuno riuscì mai a identificare il quattordicesimo firmatario di quel verbale pieno di bugie: dalla “resistenza” dei no global che avrebbe giustificato le violenze alle famigerate bottiglie molotov portate dai poliziotti e utilizzate per arrestare 93 innocenti per detenzione di armi da guerra.
Di recente, però, tra Zucca e Gabrielli c’è stata polemica. È successo quando il capo della polizia, nei mesi scorsi, ha dato il via libera alla nomina di Gilberto Caldarozzi, condannato per falso a 3 anni e otto mesi nel processo Diaz e rientrato in polizia dopo l’interdizione ordinata dalla sentenza, a vicedirettore della Direzione investigativa antimafia. “Quelli che hanno coperto i torturatori erano e sono i vertici, o ai vertici, delle forze di polizia”, ha detto Zucca in un convegno su Giulio Regeni, torturato e ucciso in Egitto. L’ha detto perché la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per tortura per i fatti della Diaz (e ovviamente per quelli di Bolzaneto) e la sua giurisprudenza richiede la destituzione dalle forze dell’ordine dei responsabili di fatti qualificati come tortura. In Italia, invece, i procedimenti disciplinari ai condannati della Diaz sono stati una barzelletta. Gabrielli però l’ha presa male, anche perché in questi anni ha dimostrato più volte fermezza nei confronti dei dirigenti che sbagliano. E la Procura generale della Cassazione sta indagando su Zucca e forse lo sottoporrà a un procedimento disciplinare, per quanto al Csm ci sia anche una “pratica a tutela” chiesta dai consiglieri di Area, la corrente di sinistra delle toghe. Vedremo oggi se i due, entrambi uomini di carattere che però è davvero difficile immaginare su fronti contrapposti, si incontreranno.
Consulta: “Illegittima in Campania la legge sugli abusi edilizi”
“La sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato l’illegittimità delle norme campane che consentivano ai comuni di non procedere alle demolizioni e di affittare o addirittura alienare l’immobile abusivo allo stesso costruttore abusivo, non solo rappresenta un successo per tutti coloro che si battono contro l’abusivismo edilizio e per curare le ferite del territorio, ma è una vittoria della legalità e del buon senso”. Questo il commento del Wwf Italia che aveva contestato la legge regionale 22 giugno 2017 n.19 ritenuta “un pericolosissimo passo indietro sul cemento illegale”. La sentenza della Consulta per il Wwf “conferma e rafforza un elemento di chiarezza sull’abusivismo edilizio che, in quanto reato, riguarda tutti i cittadini di tutte le regioni, senza alcuna distinzione. Ne consegue, quindi, che la competenza sull’abusivismo edilizio non può che essere statale, come il Wwf aveva segnalato. Le norme dichiarate incostituzionali – conclude il Wwf – rischiavano di essere un pericolosissimo precedente dando un possibile avvio a sanatorie regionali “fai da te”, incentivando nuovi abusi”.
No al risarcimento per Passamani. Negata l’ingiusta detenzione
Dallo Stato che combatte voleva un risarcimento per l’ingiusta detenzione, ma per due volte la Corte d’appello di Trento prima e poi la Cassazione hanno respinto la domanda di Massimo Passamani, esponente di spicco dell’anarco-insurrezionalismo italiano.
Il 27 agosto 2012 Passamani e altri sette anarchici di Rovereto erano stati arrestati. La procura di Trento, nell’inchiesta denominata “Ixodidae” (nome latino della zecca), li accusava di associazione eversiva. Dopo un periodo in carcere e uno ai domiciliari, il 27 febbraio 2013 tutti gli imputati venivano assolti (perché il fatto non sussiste) e liberati. Diventata definitiva l’assoluzione, Passamani ha chiesto l’indennizzo e la Cassazione, prima a novembre e poi a marzo, ha confermato il “No” dei giudici di Trento: d’altronde – ricorda – a Passamani sono stati sequestrati “proclami, materiale propagandistico e manualistico; le sue pubblicazioni propugnanti un metodo di lotta tutt’altro che pacifico, contenenti anche precise istruzioni per atti di sabotaggio, di guerriglia urbana e per confezionare ordigni incendiari” e i 28 “episodi” contestati erano “riferibili al gruppo anarchico trentino cui appartiene il Passamani”. La sua presenza “emerge con adeguato grado di certezza in ordine ad alcuni episodi di violenza” come “attentati incendiari a mezzi dell’esercito e ai danni di un ripetitore telefonico” e le “partecipazione alle violente proteste No Tav in Val di Susa dell’estate 2011”. Si tratta di “condotte illecite o ai limiti della legalità, che il ricorrente non risulta aver mai smentito o negato, fortemente emblematiche della volontà di contrasto nei confronti del potere costituito e che hanno contribuito in maniera determinante ad orientare il gip nell’emissione della misura cautelare”. Come dire: l’arresto era motivato, nessuna ingiusta detenzione.
Palizzi, voucher per lavori inesistenti: arrestati il sindaco e due consiglieri comunali
Per venerdì mattina 1.000 euro contanti e domani gli assegni x favore e poi fammi le fatture prima che vengono a chiedermele”. Come i boss della ‘ndrangheta anche gli amministratori di Palizzi utilizzavano i pizzini per programmare i prelievi dalle casse del piccolo Comune in provincia di Reggio Calabria. I carabinieri li hanno trovati nel 2016 a casa dell’ex assessore al bilancio Davide Plutino. Dopo essere stato indagato per i soldi dell’ente utilizzati per giocare al videopoker, Plutino ha spiegato ai pm cosa succedeva nel Comune di Palizzi dove ieri il sindaco Arturo Walter Scerbo è finito ai domiciliari assieme ad altri due consiglieri di maggioranza, uno dei quali ancora irreperibile. È stato accompagnato in carcere, invece, il titolare di una tabaccheria Luigi Palumbo. Nell’inchiesta “Affare comune”, inoltre, sono indagate altre 21 persone. Le accuse contestate dalla Procura di Locri vanno dall’abuso d’ufficio al peculato, dalla concussione alla corruzione fino alla tentata truffa ai danni dello Stato. Il Comune di Palizzi era diventato una sorta di bancomat dal quale sono scomparsi 340 mila euro: “Voucher lavoro” per prestazioni fantasma, missioni e trasferte inesistenti ma regolarmente pagate agli amministratori comunali che, secondo il gip, hanno tenuto un “comportamento oltremodo spregiudicato” e finalizzato ad un “arricchimento personale”.
Sindaco, ex assessori e consiglieri. Tutti facevano business e così, per esempio, sono spariti oltre 83 mila euro di fondi europei destinati al progetto “Life Caretta” per il soccorso e il recupero delle tartarughe marine. All’“Ostello della gioventù”, dove erano ospitati 100 migranti, invece, il servizio mensa era stato affidato al ristorante di uno dei consiglieri arrestati mentre le fatture gonfiate e il personale non pagato servivano a chiedere alla prefettura un contributo di 105 mila euro.
Gup vs pm: “Assurdo accusare di sequestro chi trattiene migranti in attesa di espulsione”
L’autorità di polizia può legittimamente trattenere gli extracomunitari nei cui confronti sia in corso una procedura di espulsione. Non è sequestro di persona, come invece sosteneva la Procura di Trieste, una tesi paragonata alle “chiacchiere da bar sport”, che non può essere accolta in sede giudiziaria. Il gup Giorgio Nicoli spiega, in 48 pagine, perché il 4 giugno, assolvendo 7 poliziotti, ha spazzato via sei anni di indagini, 170 presunti sequestri di persona ai danni di altrettanti extracomunitari e un’istruttoria di 20 mila pagine. L’inchiesta aveva preso il via dal suicidio di una cittadina straniera nel posto di polizia di Villa Opicina. Sul banco degli imputati erano finiti, tra gli altri, i dirigenti dell’Ufficio immigrazione. Sono stati tutti assolti: “Accuse manifestamente infondate” scrive il gup, che censura “una attività delegata del pm di frenetica acquisizione di documenti cartacei, video e informatici che ha impegnato mezzi, risorse umane e logistiche e tempo di dimensioni gigantesche”.
Secondo il gup, la Procura avrebbe dovuto dare più credito alle norme di legge e alle prove delle difese, che dimostravano la legittimità dei trattenimenti a fine di espulsione, magari con accompagnamento coatto alla frontiera. Definisce l’accusa “una teoria peregrina e velleitaria, e ciò secondo un giudizio – si stima – raggiungibile dall’uomo medio, senza particolari difficoltà”. Perché la tesi del pm sarebbe stata insostenibile, negando il diritto delle autorità italiane “di trattenere, per nessun motivo, qualsiasi cittadino straniero che risulti illegalmente presente sul territorio nazionale, perché lo vieta la Costituzione”. Per il gup ciò avrebbe significato “ritenere che gli agenti non possono fare i trattenimenti, neppure in vista del solo fine di assicurare nelle forme di legge e nel rispetto dei diritti degli interessati, l’allontanamento, mediante rimpatrio sempre obbligato, ma all’occorrenza anche forzato”.
Posto in caldo all’università: bando su misura per l’ex direttore (deputato)
Dopo l’elezione a deputato regionale nel Pd siciliano aveva salutato docenti e allievi dell’Università di Messina citando Paolo Coelho: ‘”Se sei così coraggioso da dire ‘addio’, la vita ti ricompenserà con un nuovo ‘ciao’”. In questo caso più che di un ciao, bisogna parlare di “arrivederci”’: per Francesco De Domenico, potente ex direttore generale dell’Ateneo finito anni fa nelle carte dell’Antimafia che lo definì un ‘’verminaio’’, fedelissimo del rettore Pietro Navarra, nipote dello storico boss corleonese ucciso negli anni 50 da Luciano Liggio e oggi neo parlamentare siciliano del Pd, i nuovi vertici dell’ateneo hanno predisposto un salva condotto blindato: nel bando del nuovo concorso (con riserva) il vincitore lo sostituirà fino a fino a quando il direttore non smetterà di rappresentare i messinesi all’Ars.
Eventualità che potrebbe verificarsi anche a breve, appesa com’è alla decisione, prevista per stamane, del Tribunale di Palermo sul ricorso di iniziativa popolare contro la sua elezione presentato da un gruppo di cittadini che sostengono che a settembre scorso non avrebbe potuto candidarsi. Citano una legge regionale che impedisce la candidatura dei dipendenti di enti destinatari di finanziamenti regionali, qual è, appunto, l’Università di Messina, oggi dotata di forza elettorale autonoma, sponsor non solo di De Domenico alle regionali siciliane ma anche del rettore Pietro Navarra, che ha corso con successo nelle scorse politiche di marzo nel collegio plurinominale messinese. Di Domenico, insomma, avrebbe dovuto dimettersi dall’incarico sei mesi prima del voto e non lo ha fatto, e se il giudice ha anticipato una interpretazione, finora unica, secondo cui l’azione popolare ammessa in tutta Italia per sollevare questioni di incandidabilità in Sicilia non è attivabile convocando le parti per oggi per conoscere la loro opinione, come prevede la procedura, è probabile che la decisione arrivi a breve. Nel giudizio civile, a sostegno dei cittadini ricorrenti, è intervenuto anche il primo dei non eletti, Giuseppe Laccoto, deputato regionale uscente, che, in caso di decadenza, subentrerebbe al posto di De Domenico mutando gli scenari dell’assemblea regionale e gli equilibri dentro il Pd, non solo messinese, per ora a chiara “trazione universitaria”.
In quel caso, per Di Domenico non ci sarebbero preoccupazioni, il suo posto è tenuto “in caldo” da una sorta di feudalesimo di ritorno che imprigiona il bando nella “restituzione dell’incarico”: chi concorre sa in anticipo che dovrà riconsegnargli la poltrona, come pronosticava lo stesso direttore generale nelle sue parole di commiato dall’ateneo: “Io non vivo questo momento come un addio – ha detto – perché l’Università degli Studi di Messina è stata e continuerà a essere la mia famiglia. È innegabile, tuttavia, come oggi io avverta una malinconica sensazione di distacco, seppur temporaneo”.
La Merkel fa pace con Spd e Csu: “No campi di transito ”
I leader dei tre partiti che compongono la coalizione di governo tedesca guidata da Angela Merkel hanno raggiunto ieri sera un accordo su un pacchetto contro l’immigrazione illegale e l’inasprimento della politica di asilo. I “centri-transito” voluti dal ministro dell’Interno Horst Seehofer della Csu, sono diventati “centri-trasferimento”, per volere dell’SPD: è quello che ha spiegato alla stampa lo stesso Seehofer. I centri di trasferimento, stando al ministro, si troveranno nelle stazioni di polizia già esistenti. “Niente fili spinati o cose simili”, ha aggiunto. “Qui arriverebbero ogni giorno fra i 3 e i 5 migranti, che al massimo entro 48 ore potrebbero muoversi in completa libertà. Ma non potranno entrare in Germania”. Seehofer ha voluto sottolineare che “non ci saranno campi di massa”. “Non ci sarà alcuna fuga in avanti nazionale, non ci saranno respingimenti diretti unilaterali alle frontiere e non ci saranno campi per migranti: ci sarà un regime accelerato dei procedimenti di asilo alla frontiera, che non prevede il cambiamento delle regole vigenti”, ha affermato la presidente dell’Spd tedesca, Andrea Nahles
Strasburbo in difesa delle Ong: “Non vanno criminalizzate”
Va assicurato che qualsiasi approccio si adotti sui flussi migratori nel Mediterraneo garantisca un sistema per salvare vite umane ben finanziato e pienamente operativo. Le tragedie recenti che provocano centinaia di morti dovrebbero ricordarci l’urgenza di agire. Le Ong dovrebbero essere libere di usare i porti e altre strutture per le operazioni di salvataggio e per aiutare i migranti”. Lo ha dichiarato la commissaria ai diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatovic, criticando l’operato di alcuni Paesi Ue che stanno “ostacolando il loro lavoro mettendo così a rischio la vita di numerose persone”.
lle sue parole ha fatto eco l’Europarlamento riunito in Plenaria a Strasburgo che ha votato a favore di una risoluzione non legislativa che chiede di non criminalizzare l’assistenza umanitaria. Nel testo approvato per alzata di mano i deputati hanno espresso preoccupazione per le “conseguenza indesiderate” della legislazione Ue sull’aiuto ai migranti irregolari per i cittadini che forniscono assistenza umanitaria ai migranti. Gli eurodeputati chiedono che l’attività di operatori e ong coinvolti nell’assistenza umanitaria si svolga “sotto il controllo degli Stati membri”.