Arrestato Onofrio Fratello: condannato per mafia, gestiva coop di accoglienza

È stato il primo politico del Trapanese a subire una condanna definitiva per mafia, ma nonostante ciò era tornato a gestire il ricco business dell’accoglienza senza aver mai fatto un giorno di carcere.

Fino a ieri, quando i carabinieri del nucleo operativo di Trapani hanno trasferito in una cella di San Giuliano, Onofrio Fratello, cuffariano della prima ora nell’Udc, ex deputato regionale eletto con i voti della mafia nel 2001 cresciuto nel ventre molle e lucroso della cooperazione assistita, che in provincia di Trapani si traduce nel ricco business dell’accoglienza ai migranti. La Procura lo accusa di intermediazione fittizia di beni e bancarotta fraudolenta per avere gestito, tra Alcamo e Castellammare, quattro cooperative attraverso prestanome, uno dei quali, Lorenzo La Rocca, presidente della coop Letizia, ha collaborato con gli inquirenti. Con l’ex deputato sono finiti in carcere due collaboratori, Gaetano Calvaruso e Davide Amodeo, e per il fratello Salvatore è stato disposto l’obbligo di dimora. L’inchiesta è una costola dell’indagine più vasta sul business dell’accoglienza che coinvolge l’ex direttore della Caritas Sergio Librizzi, condannato a 9 anni per violenza sessuale nei confronti di minori extracomunitari, ospitati nei centri: in cambio del visto per lo status di rifugiato avrebbe preteso dai ragazzi prestazioni sessuali accertati in otto casi.

Intercettando Librizzi sono emersi i contatti con Fratello, già conosciuto agli investigatori per la condanna a 18 mesi per concorso in associazione mafiosa per i suoi rapporti con il boss di Marsala Natale Bonafede, da lui stesso ammessi, pena confermata dalla Cassazione.

Ma l’ex deputato non demorde e nel 2010 chiede la riabilitazione, concessa dal Tribunale di Sorveglianza grazie anche al parere positivo della Dda di Palermo e della Questura di Trapani, che ne attesta la buona condotta dal giorno della condanna. E quando un’intercettazione, nel ’95, aveva sorpreso due mafiosi discutere del pizzo da chiedere a una delle coop di Fratello, che gestiva l’assistenza domiciliare agli anziani, confermando il dato emerso in un pizzino, nessuno indaga, come segnala il questore di Trapani, Giuseppe Gualtieri: “Nessun provvedimento, anche solo di carattere cautelare, è stato adottato dall’autorità giudiziaria procedente nei confronti della ditta di che trattasi e dei suoi amministratori”. Il resto è storia recente, con i due centri per migranti gestiti dalla coop Letizia, che ha avuto in organico anche 120 dipendenti, a Balata di Baida e all’Ipab Vittorio Emanuele di Castellammare per i quali il Movimento 5 Stelle segnalò la cointeressenza di Fratello, già condannato per mafia, e poi la Consess, la Benessere di Alcamo (con tre sedi a Alcamo e Valderice che ospita 32 minori migranti non accompagnati), e la Dimensione Uomo utilizzate dal deputato, secondo l’accusa, per le sue acrobazie contabili. Nell’operazione ‘’Brother’’ i carabinieri hanno analizzato infatti i flussi finanziari giunti alle coop e gestiti dai vari prestanome con cui Fratello si garantiva il duplice vantaggio di nascondere i proventi delle sue (di fatto) cooperative evitando nel contempo di comunicare le variazioni patrimoniali conseguenti come invece impone dalla legge ai soggetti condannati per mafia.

Tra le accuse, infine, c’è anche la bancarotta fraudolenta legata alla palestra Wellness sport center, anche questa gestita dall’ex deputato e fallita nel 2015: dopo il fallimento sarebbe stata svuotata da Fratello che avrebbe distratto beni e servizi in favore di un’altra società, a lui riconducibile, la Sport-E srl.

Libia al flop: il cavallo perdente scelto da Italia ed Europa

Fayez al-Sarraj, capo del governo libico della Tripolitania, riconosciuto da Italia ed Ue, ha scelto una residenza sulla spiaggia della capitale come base operativa. Siamo lontani dal lusso della famiglia Gheddafi. Sempre più ai margini di una città-stato, dalle sue stanze Sarraj può ammirare il porto di Tripoli, fermo da anni, e, ai fianchi, lo splendido lungomare. Improbabili spacconi sfrecciano tra le onde con le moto d’acqua mentre, oltre le mura fortificate della base, il nostro alleato pianifica strategie destinate a sbattere contro il muro di un paese frazionato come un diagramma a torta. E lui, di quella sfera, controlla una fetta sottile.

All’interno delle stesse mura della capitale, il presidente della Libia occidentale non ha potere decisionale assoluto, deve confrontarsi con i capi di milizie, piccole e grandi, a lui fedeli certo, ma non disposte a cedere i privilegi acquisiti. Basta uno sgarbo per scatenare reazioni improvvise, attacchi armati, cambi di casacca. Amici piuttosto scomodi. La delega per il controllo del territorio libico ad ovest costa caro e, per ora, consente ad al-Sarraj di essere credibile agli occhi dell’Europa.

Sempre e solo grazie a milizie amiche, al-Sarraj sa di avere in pugno la Libia nord-occidentale fino a Misurata, a est, e fino alla frontiera tunisina ad ovest, ma non in maniera permanente. Lungo la costa sotto la Sicilia non partono soltanto barconi di migranti, si consuma anche una piccola guerra di posizione, un risiko reale.

Il presidente rassicura tutti e fa sondaggi con la sua controparte principale, il generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica, senza risultati per ora. Haftar, tra gli altri, può vantare sull’appoggio di Russia ed Egitto. I viaggi dell’ex Ministro degli Interno Minniti, al Cairo per incontrare al-Sisi solo in minima parte avevano come obiettivo chiedere verità sulla morte di Giulio Regeni. Haftar non molla e da Tobruk si dimostra molto attivo, al punto da strappare la città di Derna, ricco bacino petrolifero dalle mani di gruppi islamisti.

A Roma e a Bruxelles si staranno ponendo una domanda chiave: “Abbiamo puntato sul cavallo vincente?”. Per affrontare l’emergenza-migranti non avevamo scelta, dalle sponde orientali del Mediterraneo le partenze sono limitate, ma su tutto il resto? Risolto l’enigma del doppio governo, reciprocamente ostile, bisognerà fare i conti con la terza fetta di Libia: il Fezzan, la parte meridionale infestata di tribù e clan, con annessi gruppi armati. In parte gli stessi con cui Minniti e l’Italia hanno cercato e firmato deboli accordi per fermare i disperati sub sahariani. Insomma, risolvere la crisi libica appare una missione impossibile. In questo scenario il presidente francese Macron ha messo, tra i punti operativi dell’operazione Libia le elezioni il prossimo 10 dicembre: “Non scherziamo – dice Samir, che lavora nel settore della sicurezza e accompagna uomini d’affari, politici e diplomatici nei loro spostamenti – basta uscire dalla periferia di Tripoli per rischiare rapimenti o conflitti a fuoco. Di quali elezioni stiamo parlando? Quelle del 2012 e del 2014 hanno solo peggiorato le cose. Abbiamo bisogno di altro. Volevo che Gheddafi se ne andasse, adesso lo rimpiango” aggiunge. Tripoli pullula di soldati armati fino ai denti, spie, agenti di sicurezza, contractors. Ce ne sono a dozzine all’aeroporto ‘Mitiga’.

L’autostrada panoramica sul golfo della capitale è rallentata da posti di blocco e ingorghi. Basta un incidente e si sta in coda per ore, a meno di scorciatoie nel dedalo di viuzze e strade secondarie. Code che a volte si formano per motivi ben precisi: “Quel forno, la sera, vende pane appena fatto ed è molto rinomato – precisa Abou, un cooperante libico – . A Tripoli non badiamo alla forma, la gente parcheggia in mezzo alla strada per fare la fila del pane. Poi ci sono le code per l’uscita dalla preghiera o per fare benzina”. Con la moneta libica e il prezzo del petrolio in picchiata, fare il pieno conviene. È incredibile, la Libia nuota nell’oro nero e a Tripoli ogni giorno l’energia elettrica manca per ore e i sente solo il frastuono dei gruppi elettrogeni accesi.

Nei quartieri bene vive l’èlite e trovano spazio gli uffici di rappresentanza delle compagnie. Ad Hai Alandalus c’è ancora la villa fortificata di Saadi Gheddafi, uno degli otto figli del raìs, requisita e trasformata in base militare. Al netto dei problemi, degli edifici distrutti, dei grandi hotel abbandonati e di alcune strade impraticabili, Tripoli rimane di una bellezza commovente. Lo stile italiano impera, i bar hanno nomi italiani, il caffè viene preparato con le nostre macchine. Pure il cibo ha influenze nostrane: “Trentacinque anni fa ho sposato un libico, fino al 2012 siamo stati a Foggia, la mia città, poi mio marito non ce la faceva più e ci siamo trasferiti a Tripoli. Da allora gestisco la cucina del nostro ristorante”. Elena oltre al marito ha sposato le tradizioni nordafricane e indossa il velo: “Non è facile stare qui. A fine luglio torno in Italia per due mesi. È la prima volta dopo sei anni, ne ho bisogno”.

Salvini: “Meno permessi umanitari, sono troppi”

Una circolare di Matteo Salvini invita i prefetti e la Commissione centrale per il diritto d’asilo a stringere le maglie sui permessi di soggiorno per motivi umanitari. Sono i permessi che si danno a malati gravi, donne incinte, persone che sono passate per i campi e le torture in Libia o altrove e a volte anche a stranieri che sono già qui e lavorano ma non riescono regolarizzarsi come semplici immigrati perché ci sono solo 30 mila posti l’anno. La direttiva è datata 4 luglio, fa parte della campagna che passa per la chiusura dei porti alle Ong (con l’avvio di una nuova fase nel confronto all’interno dell’Ue ma anche l’aumento dei morti in mare) e il pugno di ferro contro gli ambulanti sulle spiagge, su cui oggi il ministro dell’Interno farà una conferenza stampa.

Salvini osserva che “sono in trattazione circa 136 mila richieste di protezione internazionale” e che “lo scorso anno sono state presentate oltre 130.000 istanze di asilo, di gran lunga superiori ai 119.000 migranti sbarcati sulle nostre coste”, che nel 2018 fino a ieri sono stati solo 16.707. Salvini assicura altri 250 addetti alle Commissioni e chiede di accelerare le procedure che durano oggi tra i 10 mesi e i due anni, nonostante il suo predecessore Marco Minniti abbia già eliminato un grado di giudizio.

“La percentuale di riconoscimento dello status di rifugiato – scrive il ministro dell’Interno – è stata pari al 7%, quella della protezione sussidiaria al 15%; sono stati inoltre concessi permessi di soggiorno per motivi umanitari nella misura del 25%, aumentata al 28% nell’anno in corso”. Secondo Salvini, “si arriva al 40% con i ricorsi”. L’asilo politico, ai sensi della Convenzione di Ginevra del 1951, è concesso a chi teme di “essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche”; la protezione sussidiaria “qualora il soggetto non dimostri di aver subito una persecuzione personale ai sensi della Convenzione di Ginevra, ma tuttavia dimostri il rischio di subire un danno grave”. Il permesso di soggiorno per motivi umanitari, invece, è previsto dal Testo unico sull’immigrazione (decreto legislativo 286 del 1998 modificato dalla legge Bossi-Fini) per “seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano”.

L’istituto, rileva il ministro, non ha basi nel diritto comunitario, non esiste in altri Paesi Ue, tuttavia “rappresenta il beneficio maggiormente concesso” dal nostro sistema e “ha di fatto legittimato la presenza sul territorio nazionale di richiedenti asilo non aventi i presupposti per il riconoscimento della protezione internazionale il cui numero, nel tempo, si è sempre più ampliato, anche per effetto di una copiosa giurisprudenza (…). Una varia gamma di situazioni collegate allo stato di salute, alla maternità, alla minore età, al tragico vissuto personale, alle traversie affrontate nel viaggio verso l’Italia, alla permanenza prolungata in Libia, per arrivare anche a essere uno strumento premiale dell’integrazione”. Salvini ieri ha spiegato che “donne incinte e bambini rimarranno”, il provvedimento però potrà colpire persone che hanno vissuto situazioni drammatiche ritenute occasionali, i malati e chi chiede la protezione sulla sola base dell’inserimento lavorativo.

Previsto per due anni, sottolinea il ministro, il permesso umanitario viene di fatto generalmente rinnovato “senza il pur previsto riesame dei presupposti”. Ne ha beneficiato “un gran numero di persone che (…) ora permangono sul territorio con difficoltà di inserimento e con consequenziali problematiche sociali che, nel quotidiano, involgono anche motivi di sicurezza”.

Salvini richiama la sentenza della Cassazione del 23 febbraio scorso che richiede l’accertamento delle “condizioni di partenza di privazione o violazione dei diritti umani nel Paese di origine” e raccomanda alle commissioni la “massima attenzione” e il “più assoluto rigore e scrupolosità”. Al Viminale spiegano che l’intenzione è mettere ordine di fronte a una giurisprudenza oggi profondamente diversificata: “Ci sono casi in cui un fratello ha avuto la protezione umanitaria e l’altro no”. Ma se non cambia la legge è difficile che i giudici di merito si adeguino, bisognerà vedere come si orienterà la Cassazione.

In realtà la stretta è già in atto: negli ultimi cinque anni la percentuale di rigetto totale delle domande di protezione internazionale è passata dal 39% del 2013 e del 2014 (su rispettivamente 23 mila e 36 mila domande esaminate) al 58 del 2015 (su 71 mila: è l’anno in cui i Paesi confinanti chiusero le frontiere a Nord dell’Italia), al 60 del 2016 (su 81 mila), al 58 del 2017 (su 91 mila), mentre la protezione umanitaria si aggira tra il 20 e il 28 per cento, ovviamente al netto delle sentenze che ribaltano le decisioni delle Commissioni.

Il diniego trasforma i richiedenti asilo in irregolari o “clandestini”, ma come è noto, per rimpatriarli c’è bisogno del consenso dei Paesi d’origine che in genere non c’è (gli accordi funzionano solo con Tunisia, Egitto, Nigeria, Sudan e Gambia). E così sempre ieri i Salvini ha fatto sapere di aver trasferito 42 milioni di euro dall’accoglienza ai rimpatri volontari. Per quelli coatti servirebbero molti più soldi da destinare ai nuovi Cpr (Centri di permanenza per i rimpatrio) in cui trattenere gli stranieri in attesa dell’identificazione (90 giorni massimo), ai viaggi (poliziotti accompagnatori, biglietti aerei, ecc…) e ai governi riluttanti.

Arriva il bonus bebè alla Lavazza: 250 euro per chi fa un figlio

Arriva il Bonus Bebè alla Lavazza. L’azienda del caffè darà un’una tantum di 250 euro lordi a chi fa un figlio o lo adotta. A introdurre il premio, esteso anche alle coppie di fatto, è il nuovo contratto integrativo per i circa 200 dipendenti dello stabilimento di Settimo Torinese, dove si producono tutti i tipi di cialde. L’accordo raggiunto per il periodo 2018-2021 da azienda e sindacati è stato approvato quasi all’unanimità dai lavoratori nelle assemblee. Non è l’unico provvedimento a sostegno della famiglia: come nel contratto per il centro direzionale Nuvola di Torino della Lavazza, anche nella fabbrica di Settimo è previsto un contributo da 250 euro in caso di matrimonio o di unioni stabili riconosciute dall’ordinamento. Saranno estesi, inoltre, i congedi e i permessi per assistenza familiare. La Lavazza quest’anno darà un premio ai dipendenti di circa 3.100 euro legato a performance di gruppo e di stabilimento. Dal 2019 potrebbero scattare assunzioni legate alle nuove produzioni previste (a Settimo Torinese attualmente lavorano 30 interinali e il sindacato spera che vengano stabilizzati).

Parnasi ai pm: “Soldi a Palozzi (FI), a Civita (Pd) solo un favore”

“Civita… ha sempre fatto gli interessi dell’amministrazione. La conferenza dei servizi era già chiusa e c’erano state le elezioni quando con estremo imbarazzo mi ha chiesto di trovare un lavoro per suo figlio”. Luca Parnasi, l’imprenditore in carcere dal 13 giugno, in uno dei suoi due interrogatori spiega il rapporto con Michele Civita, ex assessore regionale Pd, al quale aveva promesso una mano per il figlio. Civita era finito ai domiciliari (poi subito scarcerato, ora ha l’obbligo di firma) e ai pm ha ammesso che chiedere quell’aiuto per il figlio era stato un “errore”, ma mai ha favorito l’imprenditore. E anche Parnasi – ribadendo di non aver mai finanziato l’ex assessore – su questo punto afferma: “La Regione Lazio (…) ha sempre avuto un’atteggiamento favorevole allo stadio. La promessa di assunzione del figlio di Civita è avvenuta 4 mesi dopo la conferenza dei servizi. Eurnova (di cui Parnasi era presidente del cda, ndr) esce dalla conferenza dei servizi peggio di come era entrata, con un aumento degli oneri”.

L’interrogatorio di Parnasi è stato quasi tutto omissato dai pm, nella parte sui finanziamenti alla politica, ma anche quando parla di Luca Lanzalone, l’ex presidente di Acea, ai domiciliari per corruzione. Su Adriano Palozzi, ex vice presidente del Consiglio Regionale del Lazio di Forza Italia, invece Parnasi ammette: “Nell’ultima campagna elettorale, Palozzi mi chiamava chiedendomi un contributo, e abbiamo concordato un contratto con la Pixie al fine di giustificare la somma di denaro. (…) Non volevo far figurare il mio nome accanto a quello di Palozzi perchè stavo tentando di costruire un rapporto con i 5stelle. La Pixie ha svolto un’attività di consulenza”. E il giorno dopo aggiunge: “Tale erogazione… da un lato essa è intervenuta per evitare di avere un nemico, dall’altro era connessa alla sua funzione pubblica”. Entro sabato il tribunale del Riesame deciderà sulla richiesta di revoca o attenuazione delle misure cautelari dei legali di Civita e Palozzi.

Grillo: “Aspetto un figlio e lo vaccinerò”

Come capitò alla ministra che venne prima di lei, la titolare della Salute aspetta un bambino. Però, diversamente da Beatrice Lorenzin, la gravidanza di Giulia Grillo diventa subito un fatto politico: perché, oltre alla maternità, l’esponente dei Cinque Stelle annuncia anche che suo figlio sarà vaccinato. Una notizia di questi tempi. Che arriva a 24 ore di distanza dalle indiscrezioni sulla nuova circolare ministeriale che disciplina gli obblighi vaccinali e quelli scolastici e che avevano già fatto gridare alla fine delle coperture sanitarie. Ieri, invece, il testo è arrivato. E – seppur con alcune modifiche rispetto alla legge Lorenzin – mantiene l’obbligo dei 10 vaccini previsto dal governo precedente. Quello che cambia – o meglio, che viene messo per iscritto visto che molte scuole lo facevano già – è la modalità di presentazione dei documenti. Per iscriversi a scuola non servirà presentare il certificato vaccinale, ma sarà sufficiente una autocertificazione (come noto, si tratta di una forma di presentazione di documenti alla Pubblica amministrazione la cui eventuale falsità è punita dal codice penale). Sparisce invece la scadenza del 10 luglio 2018 prevista dalla legge attuale per presentare la documentazione: chi non la presenta ora, non rischia la decadenza dell’iscrizione scolastica. Chi non vaccina, però, va incontro alle stesse sanzioni previste dalla legge Lorenzin. “Se ci sono dei genitori che hanno dei dubbi legittimi – ha detto ieri la ministra Grillo – si rivolgano a noi e al ministero per avere chiarimenti. La via da seguire è infatti la corretta informazione, sapendo che i vaccini sono importanti e che le famiglie devono essere tranquille”. La ministra ha sostenuto inoltre che i no vax “duri e puri” siano una percentuale minoritaria nella popolazione e che la maggior parte delle situazioni si può risolvere “con informazioni e con servizi vaccinali non ridotti allo stremo”. La Grillo, comunque, ha spiegato che la maggioranza Lega-M5S sta lavorando ad una nuova proposta di legge che riordinerà la materia nel suo complesso.

Per ora la principale novità in arrivo è la costituzione dell’Anagrafe nazionale vaccini, che si occuperà del monitoraggio dei programmi vaccinali, e la nascita di un Tavolo degli esperti indipendenti, composto da studiosi che non abbiano rapporti finanziari con le case farmaceutiche.

Un laico in Curia: Ruffini “ministro” di Bergoglio

Quattro giorni fa, papa Francesco ha convocato Paolo Ruffini nel palazzo apostolico e – senza preavviso – gli ha domandato: “Vuoi dirigere la comunicazione del Vaticano?”. Jorge Mario Bergoglio ha chiesto al prescelto la classica riservatezza per consultare i cardinali più fidati. Il bollettino vaticano, ieri mattina, ha annunciato la nomina di Ruffini a prefetto del dicastero per la Comunicazione. Per la prima volta, un laico debutta in Curia con la carica più alta.

Siciliano di Palermo, classe ’56, liceo dai gesuiti, giornalista, Ruffini ha gestito per oltre quattro anni la televisione dei vescovi (Tv2000) con l’ambizione di offrire un palinsesto – ecco che torna la parola – più laico e più vicino ai gusti del pubblico. Non soltanto il rosario, ma tematiche e argomenti cattolici. Come il lungo documentario sugli “angeli del mare”, girato anche a bordo delle navi delle Organizzazione non governative, per testimoniare il bisogno dell’accoglienza e la disperazione dei migranti. Ruffini ha anticipato la messa in onda delle puntate per replicare – con un simbolo evidente – alla chiusura dei porti ordinata dal ministro Matteo Salvini.

Francesco ha reclutato all’esterno, e però sempre nei dintorni della Chiesa che predilige, il prefetto per sostituire monsignor Dario Edoardo Viganò, che s’era dimesso dopo la polemica per la parziale diffusione di una lettera di Joseph Ratzinger sul rapporto tra la teologia e Bergoglio in occasione del quinto anniversario del pontificato. Figlio di Attilio, ministro democristiano; fratello di Ernesto Maria, capo dell’Agenzia delle Entrate e pronipote di Ernesto, cardinale e arcivescovo di Palermo, Ruffini ha una carriera che si sviluppa tra la carta stampata e, soprattutto, la televisione. Quella pubblica, la Rai. Ha guidato il giornale radiofonico di Viale Mazzini durante l’Ulivo di Romano Prodi e ha diretto – in contemporanea all’editto bulgaro di Silvio Berlusconi contro Biagi, Santoro e Luttazzi (2002) – il canale Rai3, il rifugio della sinistra. Era la stagione di Ballarò col giovane Giovanni Floris all’esordio, di Che tempo che fa con l’evoluzione di Fabio Fazio, di Parla con me di Serena Dandini, di Report di Milena Gabanelli in prima serata, di Rt Rotocalco per il sofferto ritorno di Enzo Biagi. Ruffini ha resistito a Rai3 per sette anni, poi il Cda di Viale Mazzini su indicazione del direttore generale Mauro Masi (cioè del premier Berlusconi) ha votato per la sua rimozione: consenso unanime, tranne il no di Nino Rizzo Nervo. Ruffini è rientrato a Rai3 su ordine di un giudice dopo il contenzioso con l’azienda. Viale Mazzini ha proseguito l’offensiva legale – quantomeno inopportuna – con il direttore insediato. Finché lo stesso Ruffini – nell’estate del 2011, con il Cavaliere ancora a Chigi – ha ottenuto la risoluzione del contratto per accettare la proposta di Franco Bernabè, presidente di Telecom, per rilanciare La7. Dopo l’avvento di Urbano Cairo, Ruffini è passato a Tv2000 per adeguare l’emittente dei vescovi all’epoca di Francesco.

Il laico in Curia comanda in un dicastero che incorpora la tipografia, la libreria editrice, i servizi fotografi, il centro televisivo, la sala stampa, i siti internet, Radio Vaticana, l’Osservatore Romano: non una buona notizia per i conservatori ostili a Francesco. Chi collabora col pontefice, spiega così la promozione di Ruffini: “È un segnale sui principi della riforma della Curia: il battezzato è partecipe dell’ufficio profetico sacerdotale e regale di Cristo, perciò è abilitato dal battesimo a poter svolgere uffici nella Chiesa”. Vescovi e cardinali sono avvisati.

“Sinistra, i tuoi veri nemici sono Facebook e liberismo”

Il Pd è atteso da una traversata del deserto. Ma se vuole affrontarla deve darsi un’agenda completamente diversa da quella degli avversari, e occuparsi della giustizia sociale, riconoscendo nelle nuove leve del capitalismo i suoi veri nemici”. Il politologo Piero Ignazi, docente di Politica comparata all’Università di Bologna, non è ottimista sul futuro dei dem e della sinistra italiana, e lo dice dritto: “Vedo nero”. Però ha le idee molto chiare sul percorso che andrebbe fatto per uscire dal baratro.

Le Politiche erano state una disfatta, ma le Amministrative sotto certi aspetti sono andate perfino peggio. Sorpreso?

Diciamo che dopo una sconfitta come quella del 4 marzo era improbabile che le Amministrative andassero diversamente per il Pd. Dopodiché il problema è che, in vista dei ballottaggi, avrebbe aiutato avere rapporti non ostili con altre forze. Ovvero con i Cinque Stelle. Ma i dem continuano a ignorare il fatto che ormai siamo in un sistema politico tripolare. E questo è un altro degli errori di Matteo Renzi.

Alla fine si ritorna sempre a lui, all’ex segretario.

Tra i politici del Pd resta quello di qualità superiore. Però le ha sbagliate tutte, per arroganza intellettuale e per lo zelo di fare tutto da solo.

Doveva trattare con il M5S.

Ribadisco quello che dissi già alcune settimane fa, ossia che era impossibile per Pd e Cinque Stelle fare un governo assieme. Ma se i dem avessero parlato per una settimana con Di Maio, poi per Matteo Salvini sarebbe stato impossibile allearsi con il M5S. E avremmo avuto il governo Cottarelli.

Invece è andata diversamente, e ora il Pd va in ordine sparso. Ma c’è già un aspirante nuovo leader, il governatore del Lazio Nicola Zingaretti. Che cosa ne pensa?

Ho letto la sua intervista al Corriere della Sera. E mi è sembrato di leggere posizioni già proposte dalla minoranza del Pd.

L’ipotesi Zingaretti non la scalda…

Onestamente no. Per carità, è un ottimo amministratore e una persona degnissima. Ma non vedo lo scatto, per così dire. Non mi sembra il leader che servirebbe e di fatto, a oggi, non ne vedo nessuno.

Neppure Carlo Calenda, che ha proposto di superare il Pd?

No. Ma nel suo manifesto politico (“per un’alleanza repubblica che vada oltre i partiti”, pubblicato sul Foglio, ndr) c’erano alcune buone idee, anche varie.

Però niente leader: bel guaio, no?

Sì. Però il punto è che bisogna ripartire dai temi e dalle idee. E i nomi vengono dopo. Di questi tempi, dominati dalla comunicazione, i leader nascono e muoiono come i funghi. Qualcuno che tenga la bandiera si troverà.

Lei invoca per i dem un’agenda completamente diversa da quella degli avversari. Ma cosa dovrebbe esserci dentro?

Dovrebbe contenere i princìpi del socialismo e della libertà. In questi anni i governi Renzi e Gentiloni hanno fatto molto sul piano dei diritti civili, e questo va riconosciuto. Non si raggiungevano certe conquiste dagli anni 70, dai tempi della legge suill’aborto e del referendum sul divorzio. Però il Pd è mancato totalmente sul piano della giustizia sociale. Renzi ha sbagliato tutto sulla politica economica, partendo ovviamente con il Jobs Act.

Quindi ora?

La sinistra deve avere il coraggio di riconoscere che il suo vero nemico è il democratico e sorridente Mark Zuckerberg (l’amministratore delegato e co-fondatore di Facebook, ndr). I suoi avversari sono i grandi nomi della gig economy, a cui deve contrapporsi. Per troppi anni si è appiattita sulla linea del neo-liberismo, schiacciandosi sulle esigenze del mercato.

Luigi Di Maio ha appena sfornato un Decreto Dignità per contrastare i contratti a termine e la delocalizzazione, e tratta per migliorare le condizioni dei rider. Fa davvero quello che dovrebbe fare la sinistra?

Di sicuro sono scelte intelligenti. E lo è in particolare quella sui rider, tema su cui si era mosso per primo un assessore a Bologna, Marco Lombardo.

Il Pd e la sinistra devono riprovare a parlare con i Cinque Stelle?

Assolutamente sì. Sarà un lavoro lungo e difficile, ma va fatto. Il Pd ha già sprecato un’occasione d’oro.

Quella di sottrarli a Salvini.

Certamente. Il segretario della Lega si sta divorando i 5Stelle, anche perché ha un’esperienza che loro si sognano. A 19 anni, Salvini era consigliere comunale in una città come Milano. E in questi anni ha trasformato la Lega in un partito nazionale, liquidando tutta la vecchia guardia, quella convinta che il Carroccio dovesse restare un partito regionale.

Salvini è bravo.

Non condivido nulla di quello che dice. Ma è un animale politico.

E va sfidato riportando la barra totalmente a sinistra.

Non c’è altra via. In una fase come questa il Pd deve urlare “viva i neri”, porsi su posizioni del tutto opposte. Bisogna avere il coraggio di smuovere, rivendicando una visione illuminista da contrapporre ai retrogradi, quelli che vogliono la retromarcia sui diritti. E Renzi sarebbe anche capace di farlo.

Però?

Però ormai ha rovinato tutto. E la vicenda della villa che vorrebbe acquistare conferma che ha totalmente smarrito la rotta.

È un peccato?

Decisamente. Ma ormai è andata così.

Unione civile omosex: riconosciuto anche il genitore non biologico

Quasi una rivoluzione per le nuove famiglie: anche il genitore non biologico di una coppia unita civilmente, sia essa composta da persone di sesso opposto oppure dello stesso sesso, è genitore sin dalla nascita se ha accettato e condiviso il progetto della procreazione assistita di un figlio. Lo ha stabilito ieri una sentenza della Corte di Appello di Napoli che ha accolto la richiesta di adozione del figlio della partner presentata da una donna unita civilmente con un’altra donna.

Per la prima volta i giudici, interpretando in maniera innovativa la legge 40, hanno anche sancito che la parola coppia – in un’unione tra due soggetti – oggi va interpreta anche come unione omosessuale.

La sentenza corre in aiuto ai sindaci che potrebbero finire sotto indagine per avere iscritto come genitori due mamme, oppure due papà, negli atti di nascita di bambini nati con la procreazione medicalmente assistita. Il primo caso è accaduto a Torino, con il sindaco Chiara Appendino, lo scorso 23 aprile. Ne seguirono molti altri, da Milano a Bologna, da Firenze a Napoli, da Palermo a Catania.

Talk e volti Rai: adesso Rete 4 sfida La7

La metamorfosi di Rete 4. Con più informazione e attualità. Senza più programmi urlati, quelli con i collegamenti dalle piazze, dove il dibattito finiva spesso in rissa verbale. Come Quinta Colonna e Dalla vostra parte. La rimozione dal video – anche se rimangono sotto contratto – di Paolo Del Debbio, Maurizio Belpietro e Mario Giordano. E l’arrivo di nuovi volti che dovrebbero assicurare sobrietà e approfondimento. Quella che un tempo era l’emblema del berlusconismo spinto, con Emilio Fede che piantava le bandierine azzurre nel 1994, e della tv commerciale fatta di televendite e telenovela, ora cambia pelle puntando, almeno in prima serata, sull’informazione di qualità. Un nuovo profilo – annunciato alla presentazione dei palinsesti Mediaset nel Principato di Monaco da Pier Silvio Berlusconi – che rimanda immediatamente al modello La7. Il restyling tocca anche il logo: un cerchio più stilizzato.

L’uomo su cui Mediaset punta è Gerardo Greco: una vita in Rai, dove negli ultimi anni ha guidato la Radio, sarà il nuovo direttore del Tg4 e condurrà un talk di politica e attualità in prima serata il giovedì. Da Viale Mazzini arriva anche Roberto Giacobbo, che il martedì condurrà un programma di divulgazione scientifica (alla Alberto Angela?). Da Canale 5 (dove continuerà con Matrix) giunge invece in prestito Nicola Porro, con un talk politico (forse il lunedì). Le altre prime serate vedranno impegnati Piero Chiambretti (mercoledì) e Gianluigi Nuzzi con Quarto Grado (venerdì). Ma la sfida comprenderà anche l’arrivo di Barbara Palombelli dopo il telegiornale come anti-Lilli Gruber. “Non sarà un canale pensato contro La7, ma concorrente sì”, evidenzia Berlusconi jr. “Vogliamo andare in controtendenza e scommettere ancora su un canale generalista. La nuova Rete 4 sarà una grande sfida, non facile, per questo chiediamo tempo: i programmi avranno bisogno di un po’ di rodaggio”, osserva Maurizio Crippa, capo dell’informazione Mediaset. Non cambierà, invece, il direttore di Rete 4, Sebastiano Lombardi. “Il day time resterà invariato, ma col nuovo prime time vogliamo allargare il target rivolgendoci a un pubblico più informato, esigente, consapevole”, spiega Lombardi. Un pubblico più elevato dal punto di vista culturale ed economico, “che finora ci ha sempre snobbato”.

Nonostante Pier Silvio tolga il tema dal tavolo (“il pensiero che possa essere stata una scelta politica fa sorridere, Rete 4 cambia per motivi puramente televisivi”, dice), resta il sospetto che tutto accada anche per volontà di Silvio Berlusconi, convinto che l’informazione trash abbia portato voti a 5 Stelle e Lega, togliendoli a FI. La sensazione, però, è che a Cologno si sia voluto sfruttare l’occasione della sconfitta forzista del 4 marzo, e del conseguente malcontento berlusconiano, per avviare un processo cui si pensava da tempo. Altre novità in casa Mediaset, infine, sono un nuovo programma di auto e moto che si muoverà attraverso i palinsesti e l’idea di “Casa Totti”, una sitcom sulla falsariga di Casa Vianello. “Ne ho parlato con Ilary, a me piacerebbe molto”, dice Berlusconi jr.