Pier Silvio B. fa il gialloverde: “Ora lasciamoli lavorare”

Per Mediaset questo governo non è un nemico. Anche se tra i motivi che stanno dietro alla trasformazione di Rete 4 ci può essere pure quello di non incentivare il malcontento che ha gonfiato le urne elettorali di M5S e Lega, l’esecutivo giallo-verde non spaventa troppo il vertice della principale azienda televisiva privata.

Mercoledì sera, all’Hotel Hermitage di Montecarlo si è appena conclusa la cena a seguito della presentazione dei palinsesti Mediaset per la stagione 2018/2019. Pier Silvio Berlusconi, in divisa d’ordinanza (giacca e cravatta blu, camicia bianca, jeans e scarpe inglesi), tra una boccata e l’altra di sigaro toscano, si rilassa con i giornalisti, chiacchierando un po’ di tutto. Anche di politica.

“Sul governo Conte sospendo il giudizio, per ora ha prodotto troppo poco. Avere un governo, però, è sempre meglio che non averlo. E quando Conte ha detto di voler agire sui conflitti d’interessi, non ho pensato che ce l’avesse con noi”, afferma il vicepresidente di Mediaset. Che poi dice la sua sull’anomala alleanza giallo-verde. “Nessuno prima delle elezioni poteva aspettarsi un asse tra Lega e M5S, tanto meno io. Ora però Salvini e Di Maio sono in campo: sono giovani, hanno generato aspettative e vanno messi alla prova. Lasciamoli lavorare e vedremo cosa riusciranno a fare. Quello del leader leghista non è un tradimento al centrodestra, ma una mossa per uscire da una situazione di stallo”, sostiene Pier Silvio. Una posizione ben diversa rispetto a quella di suo padre, Silvio Berlusconi, e di Forza Italia. Posizione che più si addice al suo ruolo: quello di imprenditore che non vuole inimicarsi il nuovo esecutivo e resta in attesa, senza esprimere giudizi avventati. Qualcuno gli chiede dell’immigrazione. “Salvini ha fatto bene a porre la questione al centro dell’agenda politica, perché è un problema che gli italiani sentono molto. Detto questo, trovare una soluzione non è semplice, ma non può arrivare usando toni e metodi che sembrano ancora figli della campagna elettorale”, risponde l’imprenditore.

Ecco, se deve muovere una critica all’esecutivo, Pier Silvio lo fa su un campo in cui lui è esperto: la comunicazione. “A volte si ha la sensazione di una rincorsa: Salvini dice una cosa, Di Maio è costretto a dirne un’altra più forte”, osserva Pier Silvio. Che in realtà una preoccupazione rispetto a ciò che si decide a Palazzo Chigi ce l’ha: il divieto delle pubblicità ai giochi online in tv contenuto nel decreto Dignità. “Vedremo se sarà totale o parziale. Nel caso ci adegueremo”, dice il vicepresidente del Biscione.

Poi sull’esigenza di “avere una Netflix italiana”, come dice Di Maio, osserva: “La prendo come stimolo all’innovazione. Ma che la tv generalista sia morta lo sento dire dal 1998”. Berlusconi jr dedica un passaggio anche a Matteo Renzi, che potrebbe realizzare documentari su Firenze. “Ci hanno contattato e noi siamo interessati”, rivela.

Il vicepresidente Mediaset in questi giorni si sta godendo il successo della scommessa vinta sui Mondiali di calcio in Russia. Che, oltre a far schizzare in alto lo share (tra il 30 e il 40%), hanno prodotto un balzo nella raccolta pubblicitaria: più 2% nei primi sei mesi del 2018, trainati dalla doppia cifra di questi primi giorni di luglio (più 20%).

Tria: “Misure economiche graduali e di pari passo”

Abbandonati almeno per un momento i toni “austeri” delle ultime uscite pubbliche, ieri il ministro dell’Economia Giovanni Tria, intervistato da Bloomberg, è tornato a spiegare il programma del governo Conte senza puntualizzare troppi paletti del Tesoro. Il reddito di cittadinanza e il taglio delle tasse, ha detto, “devono andare di pari passo, in quanto sono” misure “necessarie per cambiare il sistema e sostenere la crescita economica”. Ha poi proseguito il ministro: “Una maggiore crescita economica deve venire dalla graduale attuazione del programma di governo” e “tale percorso ci richiederà di agire sulla composizione delle entrate e delle spese fiscali”. Secondo il ministro, inoltre, la “discontinuità” del neo esecutivo Lega-M5S “con i precedenti governi non riguarderà il livello di disavanzo, ma piuttosto il mix di politiche”. Quanto al rapporto dell’Italia con l’unione monetaria, Tria ha quindi riaffermato che “nessuno voglia uscire dall’euro” e che “non sarebbe giustificabile”, visti i numeri e le stime, un eventuale downgrade del nostro Paese da parte delle agenzie di rating.

Manifesto contro Salvini, ma scoppia la grana “firmatari”

“Noi non stiamo con Salvini. Da adesso chi tace è complice”. Con questa scritta in copertina su uno sfondo arcobaleno ieri la rivista Rolling Stone ha lanciato un manifesto contro il vicepremier: “Dobbiamo opporci a chi ci porta indietro, a chi ci costringe a diventare conservatori. Not in my name, non nel mio nome, nel nostro nome”. In calce compaiono le adesioni di oltre 50 artisti e personalità del mondo della cultura tra cui Caparezza, Michele Serra, Tedua e Zerocalcare. Ma sui nomi di chi ha firmato l’appello si apre un caso: Alessandro Robecchi, giornalista del Fatto ed Enrico Mentana, direttore del Tg di La7, hanno infatti dichiarato sui social di non aver firmato il manifesto, dicendosi stupiti che il loro nome risultasse fra i firmatari. Rolling Stone ha poi risposto al post su Twitter di Robecchi, affermando che quello pubblicato non era un appello e non c’erano firmatari. Robecchi ha risposto: “Sono contro Salvini, ma anche contro i furbetti che si fanno pubblicità usando il mio nome”.

Fico avverte i colleghi: “Se il Movimento non fa il reddito di cittadinanza, è morto”

Il concetto è chiaro, che più chiaro non si può: “Il progetto sul reddito di cittadinanza è una delle prime cose che vanno fatte e si deve lavorare affinché si realizzi. Uno dei motivi per cui hanno votato il M5S è che finora il M5S ha mantenuto tutte le promesse che ha fatto. Dobbiamo realizzarlo il prima possibile o sarà la morte del M5S”. Roberto Fico, presidente della Camera e anima “critica” dei giallo-verdi, non ha dubbi che il provvedimento “bandiera” del Movimento si farà. Ma dal Festival letterario di Polignano a Mare – dove è stato intervistato dal vicedirettore del Fatto Marco Lillo – invita i colleghi parlamentari a non sottovalutare il carico di responsabilità che hanno sulle spalle. Dal canto suo, promette che non mancherà di portare a termine la battaglia per l’abolizione dei vitalizi e annuncia che sta preparando una delibera per eliminare le doppie indennità di funzione per i presidenti di commissione a Montecitorio. Infine, Fico ha chiuso ribadendo la sua posizione sul tema dei migranti, come già ha fatto in svariate occasioni da quando Matteo Salvini è ministro dell’Interno: “Penso che le Ong abbiano fatto un lavoro straordinario nel Mediterraneo: se c’è qualcosa da dire contro una Ong specifica si accusa quella Ong. La mia strada è quella della solidarietà internazionale”.

Bentornati difensori delle toghe assalite (peccato non averli sentiti su Consip&C.)

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini nonché leader della Lega agisce “contro la Costituzione”.

La Giunta dell’Anm reagisce con nettezza alle dichiarazioni di Salvini contro la Cassazione, che ha dato ragione alla Procura di Genova sul sequestro dei soldi alla Lega. “Un attacco alla democrazia”, aveva detto mercoledì Salvini. E ieri l’Anm ha ribadito che “i magistrati non adottano provvedimenti che costituiscono attacco alla democrazia né perseguono fini politici” e invocare “un possibile intervento” del presidente Mattarella “risulta essere fuori dal perimetro costituzionale”.

L’Anm, presieduta da Francesco Minisci, rigetta “ogni tentativo di offuscare l’imparzialità dei magistrati, principio costituzionale a difesa del quale continuerà a svolgere la propria azione, auspicando che chiunque eserciti funzioni pubbliche abbia a cuore gli stessi fondamentali principi”.

Ma per Salvini “è bizzarro che non possa andare a parlare” con Mattarella “garante della Costituzione”.

Al ministro dell’Interno sembra sfuggire il concetto della separazione dei poteri. La sua aggressione ai giudici e la sua pretesa di andare al Quirinale comprensibilmente hanno fatto reagire l’Anm. E pure il Csm che dopo le esternazioni di Salvini, che ricordano Berlusconi (e d’altronde il Carroccio ha votato tutte le leggi “ad personam”) ha fatto filtrare che quelle parole sono “inaccettabili”. Ora al Csm dovrebbe essere aperta una pratica a tutela dei magistrati sotto attacco.

Non sempre la reazione del Consiglio è stata così lineare. Prendiamo l’inchiesta più incandescente degli ultimi tempi: quella su Consip.

I pm napoletani Henry John Woodcock e Celeste Carrano sono stati accusati di indagare a fini politici.

“Lo scandalo Consip è nato per colpire me – disse Renzi – e credo che colpirà chi ha falsificato le prove per colpire il presidente del Consiglio”. E giù con le dichiarazioni di “complotto” di esponenti di punta del Pd, ma non solo. Di fronte a un’accusa gravissima per un magistrato, ovvero di perseguire un fine politico, ci si sarebbe potuti aspettare dal Csm una difesa dell’indipendenza della magistratura. Invece è stata aperta in Prima commissione una pratica (pendente) che potrebbe far rischiare ai pm partenopei un trasferimento per incompatibilità ambientale o funzionale.

Se è comprensibile che non abbiano chiesto un provvedimento a tutela i togati del distretto di Napoli, per opportunità, è meno semplice comprendere il silenzio degli altri, con l’eccezione di Piergiorgio Morosini che ha chiesto l’apertura pratica a tutela per il “carattere gravemente destabilizzante delle aggressioni verbali e della attività di delegittimazione preventiva” dell’inchiesta. Ed è pure agli sgoccioli, com’è noto, il procedimento disciplinare a carico di Woodcock e Carrano. A presiedere il collegio è il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini. L’anno scorso si lasciò andare a un commento sul caso Consip inopportuno per il suo ruolo: “Mi sembra evidente che a Napoli qualcosa non sia andato, tanto che Roma indaga su una presunta falsificazione di un’informativa da parte di un ufficiale di polizia giudiziaria e sulla fuga di notizie coperte da segreto (Woodcock archiviato, ndr)”.

Per non parlare dei tempi del capo dello Stato Napolitano. Nel 2012, i pm dell’inchiesta a Palermo sulla trattativa Stato-mafia vennero definiti “eversivi”. Anche in quel caso non erano legittime opinioni su un’indagine, ma gravissime accuse. Non ci fu, però, una parola di difesa né dell’Anm né del Csm. Ora sembrano tornati i vecchi tempi quando di fronte alle bordate, quelle sì eversive, dei “berluscones”, si alzava uno scudo a tutela dell’autonomia della magistratura. Forse d’ora in avanti la difesa di questo principio sacrosanto varrà sempre e per tutti.

Vitalizi, ancora un intoppo. Casellati si mette di traverso

Il grillino rosso che presiede la Camera corre a perdifiato, per portare a casa da qui a una settimana il taglio dei vitalizi, bandiera indispensabile per lui e il Movimento. E visto che c’è rilancia, promettendo anche l’abolizione delle doppie indennità di chi ha un’altra funzione oltre a quella di deputato. Invece la forzista doc che guida il Senato borbotta, rallenta e senza dirlo punta a scavallare l’estate: perché il taglio dei vitalizi non è certo il suo stendardo, e poi perché il “collega” l’ha lasciato molto dietro con la sua corsa.

Eccola, la partita a corta distanza tra Roberto Fico e Maria Elisabetta Casellati sulle pensioni degli ex parlamentari. Con il presidente della Camera che la sua delibera per ricalcolare tutti i vitalizi con il sistema contributivo l’ha già presentata. Tanto che ieri è scaduto il termine per presentare gli emendamenti al testo, e la buona notizia per Fico è che la Lega non dovrebbe averne depositati. Ergo, la maggioranza tra 5Stelle e Carroccio dovrebbe reggere anche in ufficio di presidenza, permettendo di votare il testo la prossima settimana.

Poi però c’è la presidente del Senato Casellati, che appena tornata dalla visita negli Stati Uniti ieri ha presieduto un Consiglio di presidenza di tre ore proprio sui vitalizi. Conclusosi di fatto con un rinvio, non si sa a quando. Perché i 5Stelle che si erano presentati con la delibera di Fico si sono trovati di fronte un muro di dubbi e obiezioni. E alla fine hanno accettato di “limitare i danni” come dicono dal Movimento. Ossia, hanno deglutito il percorso indicato da Palazzo Madama con una nota: “Il Consiglio ha condiviso la necessità di ulteriori approfondimenti sulle modalità di ricalcolo, anche attraverso l’audizione del presidente dell’Inps Tito Boeri, nonché l’acquisizione di un parere da parte del Consiglio di Stato”. Insomma si dovrà sentire Boeri, il cui apporto è stato essenziale per la delibera scritta da Fico. E l’audizione potrebbe arrivare già la prossima settimana. Ma a Casellati e gli altri partiti vogliono anche nuovi studi sui parametri economici e una relazione dei giudici amministrativi. Quindi i tempi si dilateranno.

Dal M5S hanno provato a chiedere una data entro cui concludere tutto. Ma Casellati non ha preso impegni: “Non posso darvi scadenze, ma faremo prima possibile”. Però è certo che alla presidente non piace il provvedimento. Come è evidente il suo fastidio per l’accelerazione di Fico. “Sarebbe stato meglio che il lavoro sui vitalizi fosse fatto in contemporanea tra le due Camere” ha (in sostanza) detto aprendo il Consiglio di ieri. Mentre diversi partiti, come Pd e Fratelli d’Italia, hanno rilanciato la proposta di ritoccare i vitalizi con una legge ordinaria. E il M5S ovviamente non ne vuole sapere. Poi ci sarebbe anche il ruolo della Lega: formalmente d’accordo sulla misura, tanto che pochi giorni fa Matteo Salvini ha giurato che “prima si tagliano i vitalizi meglio è”.

Ma il Carroccio non si scalda sul tema, anche perché lo vede come un totem grillino. E ieri in Senato non ha spinto per accelerare sulla delibera Fico. Mentre alla Camera i leghisti continuano a confessare timori sulla possibile richiesta di risarcimenti da parte degli ex eletti. Anche se un parere dell’Avvocatura dello Stato avrebbe assicurato che i parlamentari non possono essere oggetto di ricorsi per voti dati nell’ufficio di presidenza. Sospetti, paure, valutazioni. Poi ci sono i dati certi, come gli emendamenti congiunti presentati ieri alla Camera da Fdi e Forza Italia, che rivedono in modo sensibile la delibera di Fico (ce n’è anche uno del Pd). Ma il presidente della Camera vuole andare dritto, e votare tra il 9 e il 13 luglio. “E comunque la presidente Casellati è stata informata preventivamente di tutti i passaggi” precisano da Montecitorio.

Invece in Senato siamo agli auspici, come quello del questore Laura Bottici, del M5S: “L’orizzonte è far partire il provvedimento il prossimo 1° novembre, così come già prevede la delibera presentata da Fico”. Puntando anche sul sì rapido al testo alla Camera. “Se passa a Montecitorio per Casellati sarà più difficile traccheggiare” ragionano nel Movimento. Dove sperano che la Lega resti com’è ora: fredda, ma in linea con l’alleato. Altrimenti, altro che rinvio.

Lega, soldi e sede fantasma. Salvini: “Non so dove sia”

“Via delle Stelline? Non so di cosa stia parlando”. Curioso: Matteo Salvini non conosce il recapito del suo partito. La sede della “Lega per Salvini premier” – creata in parallelo alla storica “Lega Nord per l’indipendenza della Padania” – è in una stradina privata milanese a poche traverse dal Pio Albergo Trivulzio. Ma come dimostra un’inchiesta del fattoquotidiano.it, all’indirizzo della Lega per Salvini non corrisponde alcun ufficio di partito. Non c’è nulla: anche la copiosa corrispondenza inviata al (nuovo) Carroccio viene rimandata indietro. In compenso in via delle Stelline 1 c’è lo studio di un gruppo di commercialisti – la Taaac srl – i cui proprietari sono nascosti dietro una fiduciaria. E il cui atto costitutivo è stato firmato da un notaio – Alberto Maria Ciambella – citato nelle inchieste dell’Espresso sul patrimonio della Lega.

Della sede “fantasma” Salvini non sa nulla. Intercettato in un corridoio del Viminale, il ministro si dice sorpreso. “Cos’è via delle Stelline?”. Più tardi, a un’altra domanda di un cronista risponde: “Approfondirò”.

Non è una questione di toponomastica, ma di sostanza. La Lega per Salvini premier è il partito fotocopia del vecchio Carroccio. È stato fatto nascere a dicembre grazie a un escamotage parlamentare di Roberto Calderoli, grazie al quale la macchina da guerra di Salvini è stata dotata di un nuovo contenitore: altro simbolo, altri colori, altro statuto, altro programma, altri gruppi parlamentari, altro codice per il 2×1000, altro bilancio. Altra sede e stesso segretario, che però ne ignora l’indirizzo.

La nuova Lega per Salvini premier – che entro dicembre dovrà celebrare il congresso fondativo – nelle intenzioni dei suoi promotori è soprattutto lo strumento che può garantire la capacità di raccogliere fondi e quindi la possibilità stessa di fare politica. I soldi della Lega, come noto, sono stati posti sotto sequestro dalla procura di Genova nel processo sulla truffa aggravata di Umberto Bossi e Francesco Belsito: per la Cassazione bisogna confiscare 49 milioni, “ovunque e presso chiunque siano custoditi”. Ma con la nuova Lega, ritengono Salvini e l’uomo macchina del partito Giulio Centemero, i magistrati avrebbero a che fare con un soggetto diverso e non potrebbero intervenire.

Nel frattempo il vicepremier si limita a ripetere che quei soldi sono stati spesi per l’attività politica del Carroccio, e ad accusare i pm genovesi di voler mettere “fuori legge un partito”, “con un atteggiamento che sembra più da regime che non da democrazia”. Poi continua a tirare la giacchetta del presidente della Repubblica: “Sarei felice di incontrare Mattarella. So che già in passato seguì la vicenda ed è sensibile al fatto che ci sia diritto di parola e di espressione in Italia”. Dalla Lega sono convinti di riuscire a fissare un appuntamento non appena il Capo dello Stato tornerà dalla missione in Lituania: “Sono in corso contatti con il Quirinale”.

La circostanza però è smentita seccamente proprio dalla delegazione del Colle: “Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è all’estero ed è all’oscuro di qualunque contatto”. Nessuna comunicazione ufficiale con la Lega.

Poi ci sono i partner di governo. I Cinque Stelle non sembrano eccessivamente addolorati dai primi inciampi degli onnipresenti alleati (ieri, per dire, una giornalista in conferenza stampa ha usato per errore l’espressione “Governo Salvini”. Il diretto interessato ha riso di gusto).

Tra difendere la Lega o la Cassazione, i grillini non hanno dubbi. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha definito “berlusconiane” (tra le righe) le lamentele di Salvini sull’interferenza dei magistrati: “Tutti devono potersi difendere fino all’ultimo grado di giudizio. Poi, però, le sentenze vanno rispettate, senza evocare scenari che sembrano appartenere più alla seconda Repubblica” (controreplica di Salvini: “Bonafede? Ho cose più importanti di cui occuparmi”).

Carlo Sibilia, sottosegretario al Viminale, lo dice ancora più chiaramente: “Urlare alla magistratura politicizzata quando qualcosa non ci sta bene ha un retrogusto berlusconiano che i cittadini vogliono dimenticare”.

Carroccio al cartoccio

Le indagini politiche, i processi politici e le sentenze politiche non esistono, dunque la Lega di Salvini ha torto marcio quando le evoca sull’ordinanza della Cassazione che ha disposto la confisca di tutti i soldi presenti e futuri in tutti i conti riferibili al Carroccio, fino a recuperare i 49,9 milioni di euro rubati o truffati dai vertici passati del partito. Esistono invece indagini, processi e sentenze “sui” politici che commettono reati. E queste hanno conseguenze politiche. Ma paradossalmente le conseguenze politiche di questo scandalo hanno portato bene a Salvini che, senza quel terremoto giudiziario, oggi non sarebbe segretario della Lega, vicepremier e ministro dell’Interno. Dopo le condanne di primo grado nei due processi per truffa allo Stato e appropriazione indebita (Bossi s’è buscato 2 anni e 3 mesi a Milano e altri 2 anni e mezzo a Genova; Belsito 2 anni e 6 mesi a Milano e 4 anni e 10 mesi a Genova), la confisca della refurtiva era inevitabile. Il governo giallo-verde nato un mese fa e il successo elettorale di Salvini il 4 marzo non c’entrano nulla: tutto è partito molti mesi prima. I pm liguri, dopo la sentenza del Tribunale, avevano chiesto di poter svuotare tutti i conti legati alla Lega. Il Riesame aveva dato loro torto. Ma l’altro giorno la Cassazione ha ribaltato quel verdetto dando loro ragione.

Ora, alla luce di quel provvedimento, dovrà ripronunciarsi il Riesame e, siccome i legali leghisti lo impugneranno, ancora una volta la Cassazione. Che però non potrà certo contraddirsi. Dunque il destino delle casse ufficiali e ufficiose della Lega appare segnato: tutte le donazioni dei simpatizzanti fino a 49 milioni andranno al Parlamento, che si è costituito parte civile come vittima del mega-raggiro (cosa che invece non ha fatto la Lega salviniana, con un gesto che voleva essere astuto e invece rischia di rivelarsi un boomerang, perché non avrà diritto a risarcimenti dei danni). E a nulla dovrebbe valere la furbata con cui Salvini&C. hanno cambiato nome, colori e statuto al partito: non più “Lega Nord per l’Indipendenza della Padania”, ma “Lega per Salvini premier”. Per i giudici, c’è continuità fra il primo e il secondo partito. Che dunque è destinato a restare al verde (anche se ora batte bandiera blu) per molti anni. È un problema di democrazia, come strilla Salvini chiedendo un incontro con Mattarella? Sì: gli altri partiti potranno incassare donazioni da privati (i contributi pubblici diretti sono stati aboliti nel 2013, mentre le agevolazioni statali indirette andranno a beneficio di tutti i partiti), mentre la Lega se li vedrà subito confiscare.

Ma, come ricorda il ministro della Giustizia alleato Alfonso Bonafede, le sentenze (specie quelle della Cassazione) si rispettano. E appellarsi al capo dello Stato o al Csm da lui presieduto, come se potessero ribaltare un verdetto (e della Suprema Corte), è roba da analfabeti. O da berlusconiani. O da renziani. In uno Stato di diritto, chi fa le leggi dev’essere il primo a rispettarle. E le sentenze sgradite si appellano. Fra l’altro, quel che sta accadendo alla Lega è già capitato in Germania al partito neonazista Npd, che una decina di anni fa praticamente fallì per una decisione non dei giudici, ma del Bundestag (la Camera bassa), che gli sospese i finanziamenti pubblici (300 mila euro) e gli affibbiò una supermulta di 2,5 milioni (nel 2006 gliene aveva appioppata un’altra da 1,7 milioni) per le gravi irregolarità contabili che avevano pure portato in carcere l’amministratore. Fu così che un partito scomparve dalla scena politica, per le ripercussioni politiche di un processo penale. E nessuno vi trovò nulla di scandaloso: nelle democrazie i finanziamenti pubblici ai partiti, almeno là dove esistono, sono regolati da norme precise contro ogni abuso. E se poi si scopre un abuso, il partito che l’ha commesso ne paga le conseguenze. Il che non vuol dire che debba per forza sparire come i nazi tedeschi.

La Lega ha avuto alle ultime elezioni 5,7 milioni di voti e, stando ai sondaggi, oggi potrebbe financo superare i 10. Quella di una colletta fra gli elettori, o almeno fra i militanti, potrebbe essere una strada. Ma la mazzata della Cassazione potrebbe essere anche l’occasione per fare di necessità virtù e strutturarsi in maniera più snella ed economica sul territorio, dimostrando che anche il partito più antico su piazza (fondato nel lontano 1989) può fare attività politica con pochi soldi. I 5Stelle lo fanno da quando sono nati, non avendo mai ritirato i famosi 49 milioni di finanziamenti pubblici che spettavano loro dopo il voto del 2013 e (salvo una decina di eccezioni scoperte in campagna elettorale) destinando parte degli stipendi dei loro parlamentari e i rimborsi non rendicontati a un fondo per il microcredito alle piccole imprese. Prima però Salvini dovrebbe chiarire nel dettaglio provenienza e destinazione dei fondi raccolti nei quattro anni della sua segreteria e sulla galassia di società (c’è pure una onlus, finanziata da Parnasi e da chissà chi altri) che orbitano attorno alla Lega. E presentare subito con i 5Stelle una legge che renda trasparenti e tracciabili i finanziamenti a partiti e sigle collegate.

Ps. È confortante l’intervento del Csm in difesa dei giudici attaccati da Salvini&C. Ma sarebbe stato molto più credibile ed efficace se negli ultimi anni il Csm avesse difeso anche le toghe attaccate da Napolitano, Renzi & C.. Invece le ha regolarmente processate e/o punite. Autorizzando il sospetto che, per prendersela impunemente con i magistrati, sia richiesta la tessera del Pd. E portando acqua al mulino del chiagni&fotti di B. e Salvini. Complimenti vivissimi.

“La Fondazione dello Strega promuove la lettura a scuola”

“Ancorati a Strega e Campiello ci siamo persi i più giovani”. Così dichiara il neo-ministro ai Beni Culturali Alberto Bonisoli sul quotidiano Il Fatto il 26 giugno 2018.

“Da sempre il Premio Strega affianca la competizione letteraria alla promozione della lettura nelle scuole, con decine di iniziative e incontri con gli autori, consapevoli della importanza che i lettori più giovani rivestono per l’industria editoriale: le ragazze e i ragazzi infatti, leggono più degli adulti e più dei coetanei delle generazioni precedenti”, risponde il Presidente della Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, Giovanni Solimine.

“Ogni anno – aggiunge – cinquecento studenti delle scuole secondarie superiori votano per i concorrenti del Premio, dopo aver letto e discusso i libri in gara.

Si tratta di un pubblico con gusti e interessi propri che trova ogni anno una sintonia importante con i temi, le storie, i personaggi dei libri proposti, alcuni dei quali nel tempo sono entrati stabilmente fra le letture scolastiche”.

*Presidente della Fondazione Maria e Goffredo Bellonci

Nessuna ricerca, nessuno stile: come la narrativa italiana sta per affondare

Ci voleva Lorenzo Tomasin, giurato del Campiello, a ufficializzare l’affondamento della feluca chiamata narrativa italiana. “Sbroccamento” che è diventato una specie di ouverture al prestigioso riconoscimento ospite del Teatro La Fenice. O la lapide su un tempo morto e epocale che pretende il cambiamento, non solo in politica evidentemente. E non lo dice il catastrofista della prima ora, no, lo dicono finanche alcuni scrittori stranieri finalisti al Premio Strega Europeo 2018, o lo lasciano intendere. Nessuno di loro – pensiamo a Fernando Aramburu o Olivier Guez – ci è parso di capire avesse una qualche idea di cosa sia la letteratura italiana coeva. Citavano a caso nomi del neorealismo: Pavese. Qualcuno citava Italo Svevo. Elsa Morante. Moravia. La narrativa italiana di questi giorni? Non pervenuta. Vogliamo sorprenderci? Qualche settimana fa, sulle pagine del Il Fatto, Helena Janeczek replicava all’accusa di Tomasin tutto sommato non replicando, dunque salvo non indicare alcun nome, ne avrebbe così sconfessato l’assunto. Il filologo Tomasin – lo ricordiamo – sui romanzi proposti al Premio Campiello chiosava irrevocabilmente: nessun capolavoro, qualità dei testi dubbia; stile mediocre, assenza di una lingua letteraria, in luogo di una editoriale; nessuna ricerca, nessuno stile. Ovazione liberatoria. Non ci pronunciamo in merito ai romanzi del Campiello. In generale però e (avventatamente?) aggiungeremmo sulla lingua: normalizzata, confusa, anonima. Ci hanno voluto così, dovrebbe concionare orgogliosamente o amaramente la categoria. Ci hanno voluto così: e questo ci meritiamo.

Testimonial delle major pompano per peso i soliti nomi, o nomi nuovi su cui hanno puntato, cavalcano il medesimo cavallo (che non diventasse mai un ronzino), un bel puledro esordiente da mettere su in classifica. La lingua letteraria è diventata un’anatema. “Il linguaggio il linguaggio”, tuonano preoccupati gli editor professionisti nella normalizzazione. Il linguaggio deve essere medio, medio basso. Utile per chi? L’editor pensa con la testa di un pasdaran della lettura: utile perché lo legga la signora del piano di sopra. Metafora disonesta e classista per rendere l’eccezionalità un fardello se non ricollocata dentro un’ordinarietà su cui campare, spacciarla per qualcos’altro, premiarla, farla diventare norma. Ci sono molti se e molti ma che hanno ingenerato la letteratura al livello dei barboncini. Un labirinto di stradine uguali e anonime che non indicano la via, solo una trama, ingannevole, anonima, uguale.

Gli scrittori non raccontano più il loro tempo, devono pubblicare. Se vuoi pubblicare, segui il pasdaran. I lettori hanno di fatto abiurato tesi curiose e previdenti. L’arte è la non risposta alla domanda: ma cos’è questa roba? E mentre ce lo si chiede, l’arte o il talento dovrebbe procurare perlomeno un brivido, un terrore, uno stupore da far tremare i polsi. Non la rivoluzione letteraria, piuttosto l’involuzione ha partorito aborti che, se erano pargoli, adesso non vogliamo nemmeno riconoscere. Il talento è anarchia. E la letteratura non è democratica. La nostra ha da farsi perdonare questa fola, usata e accettata come una regola. La regola è un crimine applicato alla letteratura. Ora Lorenzo Tomasin l’ha detto e pubblicamente: quel che in molti pensiamo e che per ragioni di convenienza preferiamo tacere.

La letteratura non è un affare di piccole selezionate congreghe. Di salotti e scambi vicendevoli. Di classifiche da scalare, del forte coi deboli, di una grossa menzogna che è diventato sistema, opportunità. Che ha reso romanzoni temini scolastici al seguito dell’una o dell’altra moda. Persino la letteratura può diventare una questione morale. Forse è arrivato il tempo.