Orchestra sinfonica nazionale, gioiello (impolverato) della Rai

Malumori fuori scena: cosa bolle in pentola a Torino, nell’Orchestra sinfonica nazionale della Rai, che ha appena cambiato Sovrintendente, dopo nemmeno due anni, e che vive “momenti delicati”? Davvero si profila il rischio di chiusura? Lo abbiamo chiesto sia agli artisti sia ai dirigenti, e tutti smentiscono, ricordando che il peggio è passato, ovvero “i tempi di Mauro Masi” (Dg Rai dal 2009 al 2011), quando l’esistenza dell’Osn era in discussione. Cosa non funziona allora?

Programmi déjà-vu. Della ripetitività si lamentano in primis i musicisti: “Nella stagione 18/19 ricompaiono brani vecchi: quattro sono stati eseguiti già l’anno scorso e ben dieci risalgono al cartellone 16/17”, puntualizza, tra i sindacalisti, Mauro Monguzzi. “Spesso, poi, si prediligono giovani direttori non sempre all’altezza”. Tra i meno amati c’è Min Chung, figlio diMyung-whun: “Mai letto una riga contro di lui”, ribatte Ernesto Schiavi, direttore artistico dell’Osn. “In stagione, invece, avremo maestri come Luisi e Petrenko”.

Concorsi fermi. Altro musicista del sindacato è Ermanno Franco: “Alla parola ‘malumori’ preferisco ‘preoccupazione’, su tre fattori: il ricambio generazionale; la programmazione; le risorse. Se non ci sono finanziamenti adeguati è impossibile parlare d’altro. Al momento, su 115 elementi, il 10% rischia di andarsene, tra pensioni, prepensioni, incentivi. Siamo in sofferenza, anche in ruoli nevralgici, eppure i concorsi restano bloccati”. L’ultimo, indetto qualche mese fa, riguardava il primo contrabbasso, ma l’azienda l’ha subito stoppato, non appena si è accorta che partecipava anche il figlio di Schiavi; quanto ai nuovi bandi, il Sovrintendente Pasquale D’Alessandro garantisce che “saranno indetti dopo l’estate: per contrabbasso e violini c’è già l’ok dai vertici. Abbiamo chiesto poi che a esodo corrisponda integrazione, e c’è l’impegno da parte dell’azienda”.

Conflitto d’interessi. In tanti hanno storto il naso per il doppio incarico di Schiavi in Rai e in Scala, per cui è stato direttore artistico di entrambi gli ensemble da novembre 2016 a giugno 2017 (data in cui è entrato nel Cda scaligero). Non le sembra un conflitto d’interessi? “Mi viene da sorridere”, replica Schiavi. “Se lei confronta i programmi di Vienna, Praga, Berlino, sa quante cose in conflitto d’interessi leggerà? Le musiche spesso si sovrappongono e i programmi si fanno con largo anticipo: quando sono uscito dalla Filarmonica avevo già iniziato a lavorare alla stagione 19/20. Inoltre, la mia storia con Milano ha fatto sì che in 40 anni io abbia stretto amicizia con Chung, Harding, Luisi, e grazie a questo legame sono venuti poi a Torino”.

Mini-tour. “La programmazione deve essere all’altezza di un’orchestra nazionale: deve avere la missione di servizio pubblico e garantire la copertura del territorio, anche all’estero. Invece le uscite sono limitate”, spiega Franco, cui risponde Schiavi: “Alcune date della tournée non le abbiamo annunciate in conferenza stampa perché non è simpatico anticipare chi ci ospita”.

Fuori onda. Altra nota dolente è la scarsa visibilità dell’Orchestra Rai proprio sulla Rai: “Perché l’azienda non ci riserva lo stesso spazio della Scala e Santa Cecilia?”, chiede Monguzzi. “Quanti contribuenti sanno che esistiamo? A volte viene il sospetto che alla Rai interessi solo Sanremo”. Non è d’accordo D’Alessandro: “L’orchestra di un’azienda pubblica non è paragonabile ad altre, il cui core business è solo la musica. In Rai l’orchestra è un fiore all’occhiello, ma non l’unico. Da tre anni, l’Osn dipende da Rai Cultura e i suoi concerti vanno su Rai5 e Radio3, oltre a documentari e servizi che finiscono sulle reti generaliste”.

Restauri. “L’Auditorium è obsoleto: l’acustica mediocre, la visuale pessima, l’impianto di condizionamento inefficiente e via così”, conclude Monguzzi. A quando l’inizio dei lavori? Sulla carta almeno “la ristrutturazione è avviata”, rassicura D’Alessandro. “I bozzetti dell’intero progetto ci sono già, con tanto di indicazioni sui colori dei camerini”.

Erano giovani, erano poeti e “cantarono” la Guerra

Non si spaventi il lettore di fronte alla mole (790 pp.) di Le notti chiare erano tutte un’alba. Antologia dei poeti italiani nella Prima guerra mondiale curata con passione e scrupolo erudito da Andrea Cortellessa. Non si spaventi davvero, perché ha di fronte due strade. La prima, che richiede pazienza, ma che procedendo nella lettura coinvolge sempre più, è quella di un interesse storico. Attento al portato dei documenti poetici per il loro valore di testimonianze, di prese di posizione all’inizio del conflitto (tutti, o quasi, interventisti, i poeti, chi per convinzione, chi per rassegnazione e chi, per contro per maniacale esaltazione o per esibizionismo), e per il radicale rovesciamento di molte opinioni (il dolore della guerra, lo schifo, l’obbrobrio, la morte e la tragica vanità della stessa) mentre il conflitto proseguiva. In questo senso è indispensabile l’ausilio dato dal curatore nelle sue 87 pagine di introduzione, e nei lunghi cappelli alle singole sezioni (l’antologia è strutturata per temi), che occorre qui dettagliare nei titoli: “Antefatto”, “La guerra-festa”, “La guerra-cerimonia”, “La guerra-comunione”, “La guerra-percezione”, “La guerra-riflessione”, “La guerra lontana”, “La guerra-follia”, “La guerra-tragedia”, “La guerra-lutto”, “La guerra ricordata”, “La guerra postuma”.

La guerra, insomma, seguita passo dopo passo analizzando il punto di vista, i pensieri, le emozioni, di chi, poeta o aspirante tale, andato in guerra, ha sentito il bisogno di mettere in versi un vissuto in cui si riflettono le diverse posizioni, ideologiche o morali, o semplicemente epidermiche ma diffuse, sul genere viva la guerra, dell’epoca. Non bastasse, aggiungono documentazione a documentazione una postfazione: “Il senno di poi”, e le 76 pagine finali intitolate “Foglio matricolare. Schede bibliografiche e indice per autore”, preziose per capire meglio gli slittamenti fisici e mentali dei diversi poeti negli anni del conflitto. La seconda strada, più breve, è quella della semplice lettura dei testi secondo un criterio di carattere estetico: ci sono poesie belle e destinate a restare, e poesie brutte, devastate dall’esaltazione, che compaiono qui per il loro peso di testimonianza, come l’orrenda Canzone d’oltremare di d’Annunzio, di cui regalo tre versi: “Odo nel grido della procellaria/l’aquila marzia, e fiuto il Mare Nostro/nel vento della landa solitaria”. Ma si può? Torniamo però al discorso principale. “In molti sensi la Grande Guerra fu un’epidemia di schizofrenia di massa”, spiega il curatore. Dove i testi che hanno resistito al tempo “sono testi di denuncia, più o meno intenzionale, degli orrori, dei disastri della guerra”. “Sono testi che intendono restituire la sostanza traumatica della guerra al lettore che non sa, che non ha visto”. E in questo senso, ma anche nella loro accezione estetica, il meglio arriva dalla “stagione all’inferno” (così Cortellessa) di un Rebora che dapprima si cala in un violento espressionismo visivo – e si veda Notte a bandoliera – (ma del resto la mescidazione futurismo-espressionismo, l’allineamento di immagini su immagini, la pregnanza dei vocaboli in utilizzo costituiscono, nel bene e nel male, una delle caratteristiche salienti dell’Antologia), per passare poi al rigetto delle parole quasi viscere e sangue di Viatico (una delle sue liriche più sconvolgenti) e alla denuncia (“Colpevoli fummo per non sapere”, in Coro a bocca chiusa). O l’atonia di chi è sconvolto, avendo compreso che è finita per lui, col termine della guerra, a segnare la rottura fra due mondi, la stagione del poetare, come in Sproloquio d’estate di Camillo Sbarbaro (“ormai, davvero dimenticatissimo”, commenta con rammarico Cortellessa). Ma, non potendo render ragione in poche righe di 67 autori e più di 130 poesie occorrerà adesso limitarsi a segnalare il meglio, oltre ai già citati. Rimandando il lettore a quella che è “di gran lunga la maggior testimonianza poetica” (così Cortellessa) “sulla disfatta di Caporetto: la “Sonada quasi ona fantasia” che è il poemetto Caporetto 1917, dell’immenso poeta dialettale milanese Delio Tessa. Rimandandolo altresì alla magnifica lirica di Montale che dà il titolo all’Antologia, ai versi di Dino Campana, di Gadda, di Solmi (e peccato che Palazzeschi sia antologizzato con un solo testo). Mentre il primo Ungaretti ci appare qui, oggi, così scopertamente teatrale! A chiudere, mi piace aggiungere una lirica di Annunzio Cervi, non compresa nell’Antologia, ma fulminante nella dolce e dolorosa lievità di una fantasia di morte: “In un mattino/settembrino/un po’ velato,/ti comprerai/ una splendida agonia/vellutata/come una custodia di violini/ e vi coricherai/ la tua anima bambina”. Morì sul Grappa il 28 ottobre 1918, a pochi giorni dall’armistizio. Aveva solo 26 anni.

Il campione, il Barcellona e il traffico di organi

Un grande club. Un campione malato e a rischio di morte se non viene operato. Un fegato che non si trova e il presidente della società che le tenta tutte, persino di trovare l’organo da trapiantare al mercato nero. Sono queste le premesse per un caso eclatante, come ha raccontato il portale spagnolo El Confidencial: il club è il Barcellona, il campione si chiama Eric Abidal, il fegato che sei anni fa gli salvò la vita – secondo il sito – era stato comprato in modo illegale dall’ex presidente Sandro Rosell. C’è un ‘però’. Il tribunale di Barcellona ha indagato per un anno su un possibile reato di traffico di organi prima di archiviare il caso per mancanza di prove.

“Nessun indizio, per sostenere l’accusa contro chiunque, è stata trovata”, ha dichiarato un portavoce. Non solo: l’organizzazione spagnola per la donazione di organi (ONT) ha divulgato una nota nella quale sostiene che “il processo di donazione e trapianto di Eric Abidal era in linea con la legislazione in vigore e i consueti protocolli medici” e anche il Clinic Hospital di Barcellona ha assicurato di aver rispettato le regole per il trapianto.

Tuttavia la ONT ha fatto sapere che aprirà una indagine dopo le rivelazioni dell’articolo di El Confidencial.

Le tribolazioni per il calciatore, terzino della Nazionale francese, iniziarono nel 2011: cancro al fegato. La storia commuove il mondo sportivo e non solo. Un anno dopo il trapianto. Nella ricostruzione del sito spagnolo l’organo vitale non arriva dal cugino di Abidal, Gerard – come era stato sostenuto – ma per vie poco chiare e cita quattro intercettazioni telefoniche registrate dalla Guardia Civil e dalla polizia su utenze riconducibili al presidente. In alcune di queste, un collaboratore identificato come Juanio parla con il dirigente e si riferisce all’acquisto del fegato per Abidal, a cui poi riserva epiteti poco felici, accusandolo di ingratitudine verso il Barcellona per una questione di rinnovo del contratto.

“Abbiamo comprato un fegato illegale e lo abbiamo spacciato per quello del cugino… del cugino! Lo abbiamo pagato i due anni di contratto che restavano ad Abidal”. L’ex presidente Sandro Rosell era stato arrestato in Spagna nel maggio 2017 perché coinvolto in una inchiesta di riciclaggio di denaro, associazione a delinquere e appropriazione indebita; 15 milioni di euro sottratti a un fondo appartenente alla Federcalcio brasiliana. A fine giugno è stato rinviato a giudizio con la moglie Marta Pineda e altre quattro persone.

Ora il giudice Carmen Larena dell’Audiencia Nacional di Madrid, che ne segue il procedimento, avrebbe già acquisito le intercettazioni: difficile che Rosell possa tornare ai domiciliari come i suoi legali avevano chiesto. Per i magistrati è concreto il pericolo di una sua fuga all’estero.

Non solo spie: avvelenata coppia insospettabile

Un nuovo presunto avvelenamento, una coppia di quarantenni in condizioni critiche, epicentro Salisbury. Il Regno Unito è di nuovo sotto una cappa di sospetti e paura per la sicurezza nazionale, e ci sono analogie con il caso Skripal, tanto che alle indagini collabora l’Antiterrorismo. È sabato mattina quando Dawn Sturgess si sente male nella sua abitazione di Muggleston Road, a Amesbury, cittadina a 13 chilometri da Salisbury, e viene portata all’ospedale distrettuale.

Alcune ore dopo viene ricoverato il compagno Charlie Rowley, con sintomi simili: i paramedici che lo soccorrono e lo caricano sull’ambulanza indossano già tute protettive.

All’inizio i sanitari pensano a una overdose di crack. Ma nelle prime ore di ieri la polizia comincia a parlare di “sostanza sconosciuta”, le condizioni della coppia vengono definite “critiche” e gli agenti transennano l’abitazione e i luoghi frequentati dalla coppia nelle ore precedenti al ricovero. Intanto tracce della “sostanza” vengono inviate a Porton Down, il laboratorio del governo specializzato in armi chimiche non lontano da Salisbury, e si diffonde il timore che a colpire sia stato, ancora, un agente nervino.

Un nuovo caso Skripal? Le autorità sono caute, ma le coincidenze sono evidenti. Solo quattro mesi fa, l’ex colonnello del servizio segreto militare russo passato agli inglesi era stato trovato, con la figlia Yulia, riverso su una panchina in un centro commerciale di Salisbury. Avvelenati dall’agente nervino Novichok. Allora, il governo inglese aveva accusato direttamente la Russia di Putin di tentato omicidio. Il movente? La vendetta: in patria, il doppio gioco di Skripal era stato scoperto, lui processato e condannato al carcere nel 2006. Graziato dal presidente russo Medvedev, aveva poi trovato protezione nel Regno Unito grazie a uno scambio di spie con l’Occidente, ma Putin aveva promesso pubblicamente che i “traditori della Russia” sarebbero stati raggiunti e puniti. A queste accuse, sempre respinte dalla Russia, era seguita una crisi internazionale, con diversi stati occidentali che avevano espulso i diplomatici della Federazione, e la ritorsione di Mosca. Padre e figlia si sono poi ripresi, sono stati dimessi dall’ospedale e si trovano ora in località protetta mentre l’inchiesta su circostanze, mandanti ed esecutori del tentato omicidio prosegue. Secondo le informazioni disponibili, Sturgess e Rowley sarebbero due tranquilli cittadini britannici senza alcun ruolo internazionale, a Amesbury da pochi mesi.

Avrebbero però trascorso la serata di venerdì in luoghi vicini a quelli dell’avvelenamento degli Skripal. Fra questi, secondo la testimonianza di un amico che era con loro, i Queen Elizabeth Garden sulla riva del fiume, dove hanno bevuto e preso il sole, e una serie di negozi, dove hanno comprato tintura per capelli, alcool, cibo e una coperta da pic-nic. Se i sospetti fossero confermati, si tratterebbe del secondo attacco con un agente nervino in quattro mesi. “È un episodio che stiamo trattando con la massima serietà”, ha dichiarato un portavoce di Theresa May: il premier ha convocato il comitato Cobra che gestisce le emergenze di sicurezza nazionale.

“Lotto per liberare l’Amazzonia dal petrolio”

“Eni ha sfruttato per 28 anni il petrolio in Amazzonia. È arrivato il momento di lasciarci in pace”, dichiara con fermezza Patricia Gualinga Montalvo, leader indigena del popolo kichwa di Sarayaku, comunità dell’Amazzonia ecuadoriana, arrivata in Italia per la conferenza internazionale che si terrà in Vaticano oggi e domani Saving our common home and the future of life on earth. Nel 2010 il governo ecuadoriano ha rinegoziato il contratto con Eni per lo sfruttamento petrolifero del blocco 10 nella foresta amazzonica. Anche in questo caso, denuncia l’attivista, non è stato rispettato il consenso previo, libero e informato stabilito dalla Convenzione Ilo 169 sui diritti dei popoli indigeni e tribali, adottata dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro delle Nazioni Unite e sancita dalla Costituzione ecuadoriana. “Eni ha deciso di allargare il suo dominio e se lo farà coinvolgerà 5 nazionalità indigene. L’impatto sarà terribile”, denuncia Patricia Gualinga proveniente dal piccolo villaggio di 1350 abitanti di Sarayaku.

Già nel 2012 il suo popolo richiamò l’attenzione internazionale perché vinse un processo durato dieci anni contro lo stato dell’Ecuador. Quella sentenza della Corte Interamericana per i Diritti Umani fece giurisprudenza: uno Stato veniva condannato per aver dato concessioni alle compagnie petrolifere senza aver consultato le comunità. A quel tempo a minacciare il fragile ecosistema amazzonico era la Compagnia Generale di Combustibili argentina (Cgc), in affari con due società statunitensi e una francese. Dopo la sentenza, il governo si è scusato pubblicamente e si è impegnato a detonare uno dei pozzi ancora attivo nella foresta primaria. Resta vivo il ricordo della militarizzazione del territorio con conseguenti scontri, in cui molti esponenti della comunità rimasero feriti.

Con la riperimetrazione del blocco 10 di Eni e di altri blocchi dell’Amazzonia si riaccende la battaglia dei popoli indigeni contro le multinazionali, che dalla loro rivendicano accordi con il governo. Non mancano minacce di morte per gli attivisti. Patricia Gualinga le ha ricevute a inizio anno. Stessa sorte per Salomè Aranda, leader della comunità di Moretecocha ubicata dove opera Eni.

L’azienda, interpellata dal Fatto, ha scelto di non rilasciare dichiarazioni in merito. A seguito di questi episodi di violenza e delle denunce di abusi sessuali che le donne avrebbero subito da parte dei dipendenti delle compagnie petrolifere, l’organizzazione non governativa Amazon Watch ha lanciato una petizione; le comunità indigene dell’Amazzonia ecuadoriana hanno redatto una risoluzione che la onlus A Sud, presieduta dall’italiana Laura Greco, ha provveduto a inviare a Eni, senza però ricevere risposta. A marzo le donne indigene hanno marciato verso la capitale Quito per consegnare al presidente Lenin Moreno un documento in cui chiariscono la loro volontà. Per il 26 luglio è fissato il lancio da parte delle comunità indigene della proposta globale “Selva viviente”, per la preservazione dell’Amazzonia.

“Altro che Isis, per Erdogan il vero nemico sono i curdi”

Quando fu ricevuta all’Eliseo dall’allora presidente Hollande tre anni fa, dopo che i guerriglieri curdi avevano sconfitto l’Isis a Kobane, Nasrin Abdullah si presentò con la mimetica per sottolineare il suo ruolo di comandante delle unità curde femminili di protezione del popolo (Ypj) del Rojava. Per la sua visita agli esponenti del nuovo Parlamento italiano, la guerrigliera curda ha scelto invece di vestire abiti civili. Ma non significa che il suo ruolo sia diventato meno importante.

Signora Abdullah, dopo che l’esercito turco ha sconfitto la sua unità e quella maschile dell’Ypg nel cantone di Afrin e vi ha imposto di lasciare la zona di Manbij, non vi sentite sconfitti?

Non ci sentiamo né scoraggiati né sconfitti. Siamo ben consci del fatto che avremmo dovuto continuare a combattere perché non ci siamo mai illusi che il presidente turco Erdogan avrebbe permesso al nostro partito di governare il Rojava. Prima ha tentato di annichilirci attraverso il suo appoggio sotto banco all’Isis e all’ex al Nusra, ora lo sta facendo direttamente con le sue truppe.

Il presidente Erdogan ritiene il partito Pyd, di cui voi siete il braccio armato, l’estensione in Siria di quella che considera un’organizzazione terroristica alla stregua dell’Isis, il Pkk. Lo siete?

Ritengo che non sia così.

Qual è la vostra idea di Stato?

Premesso che non vogliamo separarci dalla Siria, auspichiamo che, quando la guerra finirà, il Paese diventi una federazione di Stati, tra cui il Rojava. Se accadrà, noi curdi del Pyd vogliamo instaurare una democrazia che tuteli anche la popolazione araba minoritaria.

La Turchia non vuole uno Stato curdo ai suoi confini perché teme l’emulazione del Kurdistan turco?

La Turchia di Erdogan vuole sovvertire l’ordine demografico del Rojava a maggioranza curda e fare diventare gli arabi etnia predominante. Come se lui fosse il padrone della Siria.

Numerosi osservatori sostengono che il suo partito ad Afrin e Manbij ha arrestato molti residenti arabi, confiscato le case, attività e terreni, e che, in generale, governiate anche i curdi che non sostengono il Pyd, in modo autoritario. Cosa risponde?

Che non è vero. Che tutti i giornalisti finora venuti hanno potuto intervistare chiunque, arabi e curdi, fare loro qualsiasi tipo di domanda e muoversi senza la nostra presenza durante gli incontri.

Che rapporti avete con il regime di Assad?

Abbiamo contatti, ma combattiamo autonomamente la nostra battaglia.

Siete la spina dorsale del Syrian Democratic Forces ( Sdf), la milizia sostenuta finora dagli Usa, che ha sconfitto l’Isis a Raqqa. Sia il regime siriano sia la Turchia hanno cercato di impedirvi di combattere lì per timore che voi curdi vi allargaste a una zona cruciale a maggioranza araba. Siete ancora lì ?

L’amministrazione della città è gestita dai rappresentanti delle varie comunità. Per quanto riguarda la difesa militare della città, questa è sotto il controllo dell’Sdf di cui facciamo parte.

L’Isis è stata sconfitta definitivamente?

Nel Rojava sì, nelle altre zone al confine con l’Iraq vi sono ancora focolai. Noi continueremo a cercare di spegnerli.

Tank e porchetta, la curva acchiappa-voti

Carri armati e aerei da guerra. Nessuno batte la coreografia dell’Atalanta. Ormai è una tradizione: alla presentazione della squadra ecco un tank che sfila e schiaccia un’auto. Ma le cronache ricordano che nel 2014 il presidente Antonio Percassi sfilò a bordo di un Mig sovietico: “Bombardiamo la Serie A”, era lo slogan per la Festa della Dea. Cioè l’Atalanta. Uno squadrone: quest’anno ha centrato ancora l’Europa League. Ma i bergamaschi sono famosi anche per la tifoseria. E non sempre in positivo. Ultras finiti spesso sulle prime pagine. Come il ‘Bocia’, al secolo Claudio Galimberti, ultrà “vecchio stile” e leader della Curva Nord che in città è famoso più del sindaco: nel 2016 i tifosi hanno cancellato la festa della squadra perché il Bocia non poteva esserci. Per lui pochi giorni fa si sono mobilitati in centinaia, hanno sfilato davanti alla Questura dietro a uno striscione: “Siamo tutti con Claudio”. Il motivo? Il nuovo Daspo notificato al Bocia. Galimberti già aveva un divieto di presenziare a manifestazioni sportive fino al 2020. A provocare la sanzione era stata quella che a Bergamo chiamano la storia della ‘testa di porchetta’ che il Bocia e altri tifosi avrebbero consegnato anni fa alle forze dell’ordine. Ci sono state anche inchieste per associazione a delinquere legata al tifo nelle quali il Bocia è stato assolto. Ma oggi arriva un’altra stangata: divieto prolungato al 2022. Al capo ultras vengono contestati tre episodi: “La partecipazione alla trasferta di Dortmund al seguito dell’Atalanta nonostante il Daspo; la sua presenza per la partita di Coppa Italia della Primavera contro il Milan dello scorso febbraio e presunte minacce rivolte a un agente in borghese per strada”, ha raccontato Andrea Pezzotta, il suo avvocato.

Bergamo si mobilita per il Bocia. Segno di una tifoseria forte che conta anche alle elezioni. Prendete Daniele Belotti, leghista e ultrà. Popolarissimo. Due inchieste – con due assoluzioni – per rimborsi elettorali e per associazione a delinquere legata al tifo non hanno lasciato segni: alle elezioni ha preso 105 mila preferenze, record italiano.

Intanto sulla tifoseria dell’Atalanta resta cucita una fama non proprio buona: “A Dortmund non è successo niente, anche la polizia tedesca ci ha fatto i complimenti”, giurano i tifosi. Problemi di ordine pubblico? “Da due anni non succede”, diceva Percassi a Repubblica, definendo gli ultras “bravi ragazzi, gran lavoratori, vanno in trasferta, anche all’estero, e la mattina dopo sono nei cantieri”. Al di là dei tanti episodi del passato, restano quelli recenti: gli incidenti alle partite contro il Lione o il Borussia. Ma anche i cori contro il giocatore di colore del Napoli Kalidou Koulibaly che costarono alla curva una giornata di squalifica con la condizionale. Oppure l’esposizione, sempre contro il Napoli, di un’immagine di Cesare Lombroso (il teorico della “criminalità per nascita”). Gli ultras giurano: “Nessun razzismo, solo campanilismo”.

Ubi, che scandalo. Il processo fa tremare gli dei della finanza

Città di soldi, banche e chiese, Bergamo. Gli scandali, quando emergono, sono ovattati, i circoli dei potenti difendono bene la loro reputazione. Ogni tanto scoppia il caso, come quello della “Panda nera”: un gruppo di carabinieri e vigili urbani giravano per la Bassa bergamasca, nel fine settimana, picchiando e derubando spacciatori extracomunitari. Qualche volta a restare impigliato nelle reti della giustizia è un pesce grosso. Tipo il questore della città, Dino Finolli, condannato in primo grado per storie di corruzione: accompagnava un imprenditore, Giovanni Cottone, ex marito di Valeria Marini e in passato in affari con la famiglia Berlusconi, a chiedere favori che non si devono chiedere. Anche il predecessore di Finolli, il questore Vincenzo Ricciardi, è stato indagato, ma per storie che vengono da lontano: la Procura di Caltanissetta lo ha tirato dentro l’inchiesta sul depistaggio della strage di via D’Amelio (ma senza alcun risultato).

C’erano un vescovo e tre magistrati di Bergamo, invece, a tavola, in una bella festa organizzata in provincia, a Bonate. Peccato che i padroni di casa, secondo quegli impiccioni degli investigatori, fossero i figli del boss Pasquale Locatelli, narcos alla bergamasca, per anni latitante in Costa Azzurra e in Spagna, ricercato per i suoi fiorenti commerci di cocaina con i cartelli colombiani. Storie vecchie, dimenticate in fretta. Oggi però un processo sta per portare alla sbarra la crema della città, i più eccellenti banchieri bergamaschi, convocati in aula insieme con i loro colleghi-alleati-avversari di Brescia. Prima udienza, 25 luglio. Trenta imputati, tra cui l’amministratore delegato di Ubi Banca Victor Massiah, il presidente Andrea Moltrasio, i vicepresidenti Mario Cera, Flavio Pizzini e Armando Santus, oltre al presidente emerito di Intesa Giovanni Bazoli e a sua figlia Francesca.

Sono stati quei guastafeste di Fabio Pelosi, pubblico ministero a Bergamo, e del suo capo, il procuratore Walter Mapelli, a guastare il clima sereno che si respira in città. Hanno mandato a processo i vertici della banca, accusati di ostacolo agli organismi di vigilanza e di indebite influenze sulla formazione dell’assemblea. Sarà il primo processo che si celebra in Italia non a ex banchieri ormai caduti in disgrazia, ma all’intero gruppo dirigente in carica della terza banca italiana. Tutto iniziò proprio qui, a Bergamo, nel 2007, quando si celebrano le nozze tra l’istituto di credito locale, la Banca Popolare di Bergamo, e la bresciana Banca Lombarda. È così che nasce Ubi Banca, sotto lo sguardo attento dei due gruppi fondatori: i bergamaschi di Emilio Zanetti e i bresciani di Bazoli. Il matrimonio s’aveva da fare, per non cadere preda degli stranieri.

Ma s’avevano da conservare anche gli equilibri tra le due “famiglie”, gelose dei loro campanili, ma soprattutto del loro potere. Ecco allora che Zanetti e Bazoli costruiscono una macchina perfetta per controllare nel tempo la banca, stipulano un patto raffinatissimo che permette ai due gruppi fondatori di decidere tutte le cariche sociali e di spartirsele, alternandosi al comando e tenendo fuori gli altri azionisti. A decidere i vertici, secondo l’accusa, non sono gli organi sociali dell’istituto e il comitato nomine, ma la geometrica e simmetrica potenza delle due associazioni di azionisti che riuniscono i soci fondatori: i bergamaschi “Amici di Ubi” guidati da Zanetti; e i bresciani dell’“Associazione Banca lombarda e piemontese” presieduta da Bazoli.

“Abbiamo fatto tutto per il bene della banca”, ripetono gli imputati. E il patto funziona senza intoppi fino al 2013, quando all’assemblea dei soci si presentano due liste alternative, quella di Andrea Resti e quella di Giorgio Jannone, ex parlamentare di Forza Italia. Di fronte al pericolo, il patto stretto da Bazoli e Zanetti mette il turbo e fa scattare un piano d’emergenza per vincere a tutti i costi l’assemblea – sostiene l’accusa – con presentazione di firme false, deleghe in bianco, voti raccolti impiegando militarmente i dipendenti e le agenzie, oltre alla potentissima Compagnia delle Opere di Bergamo e all’associazione degli artigiani Confiab.

Gli “estranei” sono respinti, ma scattano le proteste dell’Adusbef, le denunce di Jannone. Alla fine, Pelosi ritiene di aver trovato le prove del patto occulto, nascosto al mercato, a Bankitalia e alla Consob, per mantenere il controllo di Ubi ed escludere “dalla gestione della banca soggetti estranei alle due associazioni”.

I giudici decideranno se gli eccellentissimi imputati sono colpevoli. Certo che un processo così a Bergamo non si era mai visto.

Bruno Bozzetto: “I bergamaschi, gente schietta con una sola faccia”

“Prendo la bici e vado a scoprire Bergamo. Anche di notte. Faccio foto, guardo. Non avete idea di quanto siano belli certi vicoli, certi angoli quando non c’è nessuno. Ho sempre esplorato la mia città: in moto e in bicicletta. E adesso che ho compiuto ottant’anni… con la bici elettrica”.

Bruno Bozzetto è tra i padri del disegno animato. Non soltanto in Italia. Nella sua cassetta della posta arrivano da mezza Europa (soprattutto dalla Germania) lettere per il signor Rossi che inventò negli anni 60. Da pochi giorni è stata pubblicata la sua ultima fatica: MiniVip & SuperVip, il mistero del viavai (Edizioni Bao).

Bozzetto, quali sono i tesori di Bergamo?

I luoghi più belli per ciascuno di noi non sono quelli sulle guide, ma quelli che amiamo. Certo, c’è la Città Alta, un gioiello perfetto. Poi San Vigilio. Ma io amo soprattutto il silenzio. Se penso a Bergamo la associo all’idea di natura, non a quella di città.

E i bergamaschi?

Amo questa gente perché ha una faccia sola: è schietta, rude, aperta, semplice anche. Ovvio, poi hanno anche difetti: urlano sempre, parlano tutti insieme.

Il suo signor Rossi è nato a Bergamo…

Sì. Avevo presentato un film al festival cittadino. Non fu ammesso. Davvero non era granché. Ma allora decisi di raccontare una seconda storia: quella di un uomo che per fare un film diventa quasi matto. Quel film viene respinto, allora lui in segno di protesta stracciona la pellicola e lo rimanda al festival che stavolta, però, glielo prende. Un po’ come accadde a me. Il signor Rossi era la caricatura del direttore del festival.

Rossi è un bergamasco doc?

No, è l’uomo qualunque. Non è di Bergamo o di Roma, non è italiano o francese.

E lei, perché ama tanto Bergamo?

Io sono nato a Milano, poi sono venuto qui. Questa è la città dove ho passato l’infanzia. Dagli otto ai dieci anni, non c’è un tempo uguale nella vita. È la stagione dei ricordi indelebili e della meraviglia.

La città è uguale ad allora?

No, è diversa. Molto. Non posso dire che sia peggiorata, ma è cambiata molto. Sono diversi i colori, le luci e i silenzi. E anche la gente: una volta uscivi e andavi a casa dei tuoi amici. Così. Oggi devi telefonare prima per avvertire. Ma i bergamaschi restano un po’ come la gente di montagna, persone vere.

Bergamo vola. Rinascere con una pista e 12 milioni di passeggeri

Prendi un volo low cost per Milano e, dopo aver sorvolato campi e capannoni, atterri a due passi da Bergamo Alta, città antica racchiusa nelle mura venete diventate patrimonio Unesco un anno fa. Sei chilometri separano la città dall’aeroporto “il Caravaggio” di Orio al Serio, terzo scalo milanese che ha superato Linate e incalza Malpensa senza neanche avere avuto il sostegno politico della Lega di Umberto Bossi e Roberto Maroni. Nel 2017 sono atterrati 12.336.137 passeggeri (+10,54%), sedicesimo anno di crescita consecutivo. Cifre straordinarie per una città di 120 mila abitanti. Così, da terzo scalo milanese, Orio al Serio è diventato il terzo aeroporto italiano per passeggeri dietro Fiumicino (40 milioni) e Malpensa (22) e davanti a Venezia (10).

E dire che a Bergamo l’aeroporto, voluto negli anni 70 da alcuni imprenditori locali, serviva soprattutto per i corrieri. La svolta è arrivata nel 2002 con Ryanair che ha scelto Orio come hub dell’Europa del Sud. Il fiuto degli affari dei bergamaschi ha fatto il resto: appena fuori dall’aeroporto sorge l’Oriocenter, enorme centro commerciale realizzato nel 1998 da Antonio Percassi, imprenditore e presidente della “Dea”, cioè l’Atalanta. Nei paraggi, alcuni proprietari di capannoni hanno trasformato le strutture in parcheggi in cui lasciare l’auto prima di partire. In città, dove si fermano almeno per una notte 400 mila dei passeggeri atterrati a Orio, sono aumentate le strutture ricettive, soprattutto a Bergamo Alta, dove proliferano i venditori di cibo d’asporto: dalle pizze al trancio alla polenta take away del Polentone, un franchising che rilancia il piatto locale.

Molti pensano che qualcosa stia cambiando dentro le mura della cittadella antica. L’impressione è di un borgo per ricchi (abitano da queste parti Tomaso Trussardi e Michelle Hunziker, l’ex vicepresidente di Confindustria e presidente della Brembo Alberto Bombassei e il sindaco Giorgio Gori con la moglie Cristina Parodi) assaltato dai visitatori e dove il ceto medio rimane con difficoltà. Da alcuni anni l’Associazione per Città Alta e i colli denuncia “il preoccupante processo di trasformazione in atto in Città Alta a tutto vantaggio di un turismo sempre più invasivo”. Conferma l’impressione Aldo Ghilardi, presidente della Cooperativa Città Alta che dal 1981 gestisce il “Circolino”, ritrovo per anziani e studenti: “È in atto un processo di spopolamento perché i privati, anziché affittare, creano bed and breakfast”. Dal 1971, la popolazione è dimezzata, ora si aggira sui 2.700 abitanti, ma le percentuali degli abitanti per fasce d’età è affine a quella di altri quartieri, con una grande presenza di anziani.

Una delle soluzioni su cui punta l’amministrazione Gori per tenere in vita Città Alta è la creazione di alloggi per studenti dell’Università di Bergamo. Nell’anno accademico 2015-16 l’ateneo aveva 17 mila iscritti dei quali il 39% proveniente da altre province e il 5,7 dall’estero. “L’università intende arrivare ad avere 20 mila studenti entro il 2020. Sta assumendo un ruolo importante”, evidenzia l’assessore all’Urbanistica, Francesco Valesini.

Così il Comune e la Cassa Depositi e Prestiti hanno destinato parte della ex caserma “Montelungo”, a Bergamo Bassa, a residenza: “Ci saranno 300 appartamenti e anche alcune attività del Cus”. È soltanto una delle tante opere di riqualificazione avviate. Un altro grande progetto pubblico trasformerà gli ex Ospedali uniti, sempre di Cdp, nella sede unica della scuola allievi ufficiali della Guardia di Finanza. Molte altre aree abbandonate dalla chiusura di aziende manifatturiere saranno riconvertite dai costruttori privati, la forza trainante di questa stagione dopo la crisi manifatturiera. “Una volta eravamo famosi per la laboriosità e la cocciutaggine”, ricorda Paolo Agnelli, imprenditore nel settore dell’alluminio e fondatore di Confimi Industria, organizzazione alternativa a Confindustria. Operosa Bergamo lo è rimasta, è uno dei principali poli produttivi del Nord, con un tasso di disoccupazione molto basso, anche tra i giovani. Tuttavia la manifattura ha perso terreno, mentre resiste lo stereotipo del bergamasco in canottiera, cappellino di carta e cazzuola in mano. A Bergamo i muratori avranno ancora molto da lavorare con centinaia di milioni che verranno investiti.

Nella zona della stazione, dove si concentra lo spaccio e il consumo di eroina, sono previsti molti interventi di riqualificazione. Il più grande è quello di “Porta Sud”, 450 mila metri quadrati nell’ex scalo merci dismesso dalla Ferrovie, dove la Vitali Spa prevede opere con costi stimati intorno al miliardo di euro. È già avviato uno dei progetti più ambiziosi e costosi (120 milioni), il progetto “Chorus Life” sull’area dell’ex Officine Trasformatori Elettrici. Lo costruirà l’Immobiliare Percassi (fino ad alcuni anni fa guidata da Antonio Percassi e ora dal nipote Francesco) per conto della Grupedil del cavaliere Domenico Bosatelli, proprietario della Gewiss. Su un’area di 150 mila metri quadrati, in gran parte da bonificare, sorgeranno residenze, un albergo e il nuovo palazzetto dello Sport. Il vecchio palasport diventerà la nuova sede della Galleria d’arte moderna e contemporanea, la quale a sua volta lascerà gli spazi alla Pinacoteca Carrara. A poche centinaia di metri c’è uno dei progetti più attesi: il restauro dello stadio “Atleti azzurri d’Italia”, che il patron dell’Atalanta Percassi ha rilevato dal Comune per 8,6 milioni (ma ne recupererà 2,26 per i lavori di manutenzione già svolti). “L’Atalanta voleva costruire lo stadio nuovo in un parco agricolo – spiega l’assessore Valesini –. Doveva estendersi su un’area di 250 mila metri quadri e avere 180 mila metri di superficie commerciale”. Un’enormità. Poi le cose sono cambiate: “La nostra amministrazione ha deciso di alienare lo stadio, che aveva bisogno di manutenzioni e adeguamenti continui”, continua. Il Comune fa un bando e arrivano due buste: una è quella di Percassi, l’altra è quella di Gianfranco Andreoletti, presidente dell’Albinoleffe, che viene esclusa. Così l’8 agosto 2017 lo stadio è passato all’Atalanta, che però anche nella prossima stagione dovrà disputare le partite di Europa League in trasferta al Mapei Stadium di Reggio Emilia perché l’impianto orobico non risponde ai requisiti della Uefa. I lavori (per 35 milioni) dovrebbero cominciare al termine della prossima stagione e potrebbero durare tre anni.

Non è l’unico progetto di riqualificazione portato avanti da Percassi. Nel 2014, dopo un investimento di 25 milioni, ha riportato le terme di San Pellegrino, dove progetta di aprire outlet. Nel 2013, invece, aveva rilevato a Crespi d’Adda (frazione di Capriate San Gervasio) il villaggio operaio patrimonio Unesco dove trasferire gli uffici delle sue tante attività, un progetto rallentato dall’ex amministrazione locale. Chissà che prima o poi non recuperi Zingonia, dove l’Atalanta ha il suo centro sportivo: sorto negli anni 60 come progetto di “edilizia totale” dell’imprenditore Renato Zingone, il quartiere utopistico è diventato un ghetto da incubo e centrale di spaccio.