L’aereo giocattolo di Renzi, senatore e rigira-frittate

Noi siamo tra quelli che sperano di rivedere presto in pista il senatore Matteo Renzi, gagliardo come lo conosciamo, ancorché obbligato dalla nota sobrietà a non mostrarsi troppo in giro dopo il sinistro. Per fortuna ieri, restituito alla Nazione dai forum asiatici dove team di esperti internazionali ne hanno studiato il caso, è tornato a parlare, offrendoci il metadone di una diretta Facebook di 10 minuti (i medici gli hanno sconsigliato un #Matteorisponde per non stancarsi) nella quale c’è parso di rivedere il ghepardo di una volta. L’eloquio sapido, la pacata eleganza e la misura che da sempre lo contraddistinguono hanno ridato lustro alla stanza senatoriale di Palazzo Giustiniani invaso dai barbari (ormai Renzi parla solo al chiuso e senza pubblico; è il Glenn Gould della politica). Da capo dell’opposizione “per volontà popolare”, denuncia subito la tendenza di Salvini e Di Maio a parlare per slogan, pratica come si sa a lui sconosciuta (sul Fatto abbiamo raccolto almeno tre pagine, una per ogni anno in cui è stato capo del governo, fitte di slogan, hashtag, calembour prodotti dalla infernale macchina renziana) e il vizio di fare annunci non seguìti dai fatti (sì, proprio lui, l’imbonitore di “una riforma al mese” che ha indotto la Treccani a dedicargli la voce “annuncite”). Poi si dedica alle fake news, la piaga che è molto determinato a combattere da quando non ne detiene più il monopolio, accostando la notizia, palesemente falsa, diffusa in rete circa un suo fratello portaborse di nome Gianni che guadagna 53 mila euro al mese e quella, vera, che riguarda l’acquisto da parte sua di una villa a Firenze da 1,3 milioni di euro. Deve essersi reso conto che la sdegnata smentita seguita da una conferma sgangherata non ha funzionato granché (anche se, di norma, quando lui conferma qualcosa è il momento di dubitarne).

Quando l’utente medio si sta chiedendo che urgenza avesse di fare una diretta (non noi: ai nostri occhi innamorati non è parso manco imbolsito), Renzi si produce in un colpo di scena. Con studiata noncuranza, si piega e da sotto il tavolo, lo spazio da sempre preferito dai bari, tira fuori un modellino di aereo. L’aereo-giocattolo, materializzatosi al fine di deridere l’aereo reale voluto dal Renzi statista, sta lì a significare che tutto quel che si dice sul suo conto è calunnia, illazione, e smontarlo è un gioco da ragazzi. Che colpo da maestro. Chissà se l’ha comprato apposta per il siparietto o lo tiene in un armadio per giocarci tra una votazione e l’altra. Il senatore stracotto, che per arrotondare si offre a nolo come conferenziere e magari un domani anche come intrattenitore ai matrimoni, ha l’asso nella manica (almeno ha avuto il buon gusto di non portare il plastico tipo Porta a Porta della villa di Firenze); eppure non ci sono dubbi che abbia preso in leasing un aereo coi soldi degli italiani (ne ha scritto ieri sul Fatto Daniele Martini). Renzi è un uomo semplice: quello che nega è quel che più gli brucia, e anche se sembra voglia parlare dei 49 milioni che la Lega deve restituire, la sua lingua batte dove il dente duole, cioè sull’inchiesta Consip, che per la verità storica riguarda il presunto traffico di influenze di babbo Tiziano e le soffiate dell’amico Lotti ai vertici Consip intercettati, e non, come vorrebbe far credere Renzi in un guizzo della sua rinomata carriera di rivoltatore di frittate, i destini professionali del carabiniere Scafarto, a quanto pare in odore di chiamata come assessore con Forza Italia. Così il sagace senatore part time lascia intendere che il Pd ha perso 6 milioni di elettori perché il partito con cui ha fatto patti segreti, legge elettorale e riforma della Costituzione in realtà voleva fregare lui e la sua famiglia facendoli passare agli occhi degli italiani come dei mascalzoni (cosa che peraltro, a quanto ci risulta, per quelli di FI è un titolo di merito).

L’occidente è libero ma niente pollo

Adesso abbiamo una nuova categoria di fanatici: gli “specisti”. Sono un ulteriore e più oltranzista specificazione, pardon corrente, dei vegani. L’ideologo, anzi l’ideologa, degli “specisti” è la psicologa americana Melanie Joy che nel suo Manifesto per gli animali sostiene che “tutte le forme di vita diventano tutte di nuovo importanti allo stesso modo”. Chi non si adegua, e mangia poniamo una bistecca, è bollato come un “carnista” da eliminare nel più breve tempo possibile.

L’animalismo è la malattia infantile dell’ecologismo. Nello “specismo” prende le forme di un moralismo grottesco e contronatura. Il leone si meraviglierebbe molto che qualcuno andasse a dirgli che non può sbranare l’antilope e, già che c’è, sbranerebbe anche il coglione. Tutta la storia del mondo animale, di cui noi facciamo parte, è una struggle for life e per la sopravvivenza fra specie diverse e, nel caso degli esseri umani, anche intraspecifica, cioè all’interno della stessa specie. In origine quando le popolazioni erano ancora nomadi se lo spazio vitale era diventato insufficiente, o per mancanza di cibo o per sovrappopolazione, l’alternativa era: aggredire o perire. Il falco zompa su volatili più deboli, il passerotto si nutre anche di zanzare, ogni volta che respiriamo uccidiamo milioni di batteri che sono vita anch’essi. Tutte le volte che ci caliamo uno Zimox, o qualsiasi altro antibiotico, uccidiamo dei microbi che appartengono pur essi al ciclo della vita. Dovremmo rinunciare a curarci in nome dello “specismo” secondo il quale tutte le forme di vita sono ugualmente importanti? Con tutta evidenza non è così. Chi di fronte alla scelta se salvare un bambino o un gatto privilegerebbe il gatto? L’uomo ha diritto di essere antropocentrico come il leone è leonecentrico, il gatto gattocentrico e non si farebbe certo molti scrupoli nell’azzannare un topo. La Natura non è né morale né immorale, è semplicemente amorale. Ma lo “specismo” al di là dei suoi aspetti grotteschi denuncia un vizio assai più grave e ben più esteso dell’era contemporanea: il totalitarismo ideologico. Non c’è quasi corrente di pensiero che, sia in campo laico che religioso, non si creda e non si proclami come l’unica possibile. Questo totalitarismo è particolarmente presente, in modo quasi sempre inconsapevole, cosa che lo rende ancor più grave e pericoloso, nell’Occidente moderno e modernissimo (è quello che ho chiamato, in un libro che ha avuto parecchia fortuna, Il vizio oscuro dell’Occidente). Solo negli ultimi vent’anni abbiamo inanellato, in nome della “cultura superiore”, una serie di guerre contro popoli che avevano, e cercano di conservare, idee e stili di vita diversi dai nostri. Insomma non sono “democratici”. Come siamo andati lontani dalla sapienza greca e latina. Erodoto descrive i Persiani come barbari, feroci, crudeli, ma non si azzarderebbe mai ad appioppar loro i costumi greci. I Greci sono greci, i Persiani persiani. I Romani hanno conquistato tutto il mondo a noi allora conosciuto ma hanno sempre lasciato che i popoli da loro sottomessi conservassero le proprie culture e i propri costumi. Ma torniamo alla più modesta questione degli “specisti”. In una lettera aperta al ministro dell’Interno francese i macellai, molti dei quali sono stati vittime di violenze da parte degli “specisti” o vegani che dir si voglia, hanno scritto fra l’altro: “Siamo profondamente scioccati che una parte della popolazione voglia imporre all’immensa maggioranza il suo stile di vita, per non dire la sua ideologia”.

Nell’Occidente viviamo nell’epoca della massima libertà individuale. Ma è solo apparenza perché questa libertà è continuamente insidiata o compressa da miriadi di minoranze, ma anche da maggioranze, di fanatici per cui non dovremmo più fumare, non dovremmo più bere, non dovremmo più corteggiare senza permesso scritto, non dovremmo fare atti contrari a quella che altri considerano la nostra salute (il terrorismo diagnostico). E adesso non dovremmo nemmeno più addentare una sacrosanta coscia di pollo.

Mafia e prescrizione oltre la propaganda

Il neo ministro di Giustizia Alfonso Bonafede ha preannunciato che la sua priorità è la lotta alla mafia (e alla corruzione); poi, qualche giorno dopo, ha dichiarato che “la riforma della prescrizione è una priorità”. Quanto alla prima delle “priorità”, ben pochi sono i poteri in merito assegnati al Guardasigilli rispetto a quelli che competono al ministro degli Interni che, però, ha tra le sue priorità quella di convincere i cittadini – in una permanente campagna elettorale imperniata sullo slogan “Prima gli italiani” – che la loro sicurezza è posta in pericolo più dagli immigrati che non dalla (italiana) criminalità organizzata che ha occupato, oramai, quasi l’intero territorio italiano.

Regioni come la Sicilia, la Puglia, la Calabria, la Campania sono state, e sono tuttora, “devastate” dalle organizzazioni criminali e, cioè, “mafia”, “sacra corona unita”, “’ndrangheta” e “camorra” che, da anni, hanno sistematicamente assoggettato le popolazioni a estorsioni, intimidazioni, violenza, omicidi nel contesto anche del traffico di droga (apportatrice di morte). In particolare la “’ndrangheta” si è estesa in tutta Italia occupando l’intero territorio lombardo e infiltrandosi pericolosamente nel basso Lazio, in Emilia, nel Veneto e in Piemonte. Quanto alla “camorra”, essa, attraverso decine di “clan” criminali, ha occupato, capillarmente, i territori della provincia di Napoli e Caserta, inquinando anche gravemente la politica.

Qui la situazione è aggravata dalla micro-criminalità che, attraverso “clan” di giovanissimi, tiene giornalmente la città di Napoli sotto scacco, con scippi, rapine e furti. Ora, se questo fenomeno criminale si è esteso, è evidente che nessun governo, a partire dal Dopoguerra, ha mai fatto seriamente la guerra al crimine organizzato e vi è stata, anzi, spesso connivenza e collusione tra politici, anche di alto livello governativo, e i sodalizi criminali. E, allora, un “cambiamento epocale” evocato dal “premier” Conte, deve necessariamente passare per due strade: la prima è una più incisiva azione repressiva con l’invio e la permanenza (non di breve durata, ma per anni) di un massiccio numero di appartenenti alle forze dell’ordine e di militari in quelle zone ad altissima densità criminale (si pensi alle province di Reggio Calabria, Napoli, Caserta, al Lametino) per “riconquistare” il territorio oggi occupato dalla criminalità e per presidiare aziende e imprese i cui titolari sono sottoposti a sistematiche estorsioni o, in caso di rifiuto, a gravi rappresaglie, anche a rischio della vita. La presenza di tali forze dà tranquillità e sicurezza ai cittadini e infonde fiducia verso le istituzioni negli imprenditori motivandoli – sentendosi protetti – alla denuncia e alla collaborazione con le forze dell’ordine e con i magistrati. La loro presenza costante determina una diminuzione, addirittura del 50%, dei reati sicché essa, rendendo difficoltose operazioni di traffico di droga e l’imposizione del “pizzo”, fa venir meno il flusso di denaro che alimenta la vita dei sodalizi mafiosi.

La seconda strada è quella che, contestualmente, bisogna, una volta per tutte, affrontare con determinazione, anche sotto il profilo sociale, culturale ed economico e in sinergia con le regioni e gli enti locali, la “questione meridionale” ove si radica la cultura del favoritismo e del clientelismo ove, in definitiva, il fenomeno mafioso si intreccia con la corruzione. Bisogna, in altri termini, liberare le nuove generazioni dal ricatto del bisogno nelle vaste zone ove la dispersione scolastica è record a livello nazionale, ove i giovani vivono la strada e qui entrano in contatto con realtà criminali di ogni genere e ove le organizzazioni tramandano l’arte del crimine di padre in figlio.

Per quanto riguarda la prescrizione, sembrava che, durante la campagna elettorale del M5S, fosse prevalsa l’intenzione di non farla più decorrere dalla richiesta di rinvio a giudizio. Oggi, il ministro annuncia “stop alla prescrizione dopo la sentenza di I grado”. Si tratta di una errata iniziativa per due ordini di motivi: il primo è che, come dimostra l’esperienza, la lungaggine (oltre che delle indagini preliminari) del dibattimento, che dura mediamente 3-4 anni e oltre per i procedimenti più complessi, ha portato all’estinzione di migliaia di processi anche di grande rilevanza. Il secondo è che la prescrizione costituisce una ipotesi di rinunzia dello Stato alla pretesa punitiva che attiene all’esercizio dell’azione penale. Pertanto, è nel momento in cui il titolare dell’azione penale e, cioè, il pm si rivolge al giudice per ottenere una decisione sulla realizzabilità della pretesa punitiva dello Stato in ordine a un fatto-reato, che la prescrizione non ha più ragione di essere ed è privo di significato giuridico collegare tale evenienza alla sentenza di I grado.

Mail box

 

Il premier Conte si ricordi di modificare la Buona Scuola

Premesso che non ho nessun pregiudizio negativo nei confronti del governo Lega-5 Stelle, mi auguro come ex dirigente scolastico di un liceo sardo e soprattutto come cittadino interessato ai problemi legati all’educazione, che si metta mano alla cosiddetta legge sulla “Buona Scuola”.

Per migliorarla in tanti aspetti e per dare dignità a chi vi lavora (docenti e non), correggendo, tra l’altro, l’impostazione dell’alternanza scuola-lavoro che spesso umilia gli stessi studenti. Mi auguro che il “governo del cambiamento” lavori, in termini di scuola e di educazione, nella prospettiva di una vera comunità educativa, dando alle scuole le risorse necessarie per l’aggiornamento dei docenti e la formazione dei genitori con appositi corsi qualificati. In questo modo aiuteremo i ragazzi a crescere in una scuola più attenta, capace di ascoltare i ragazzi e di dare loro adeguate conoscenze e competenze. Come cittadino, con lunga esperienza di docente e di dirigente scolastico, ho molta fiducia nel presidente del Consiglio Giuseppe Conte e nella sua volontà, espressa nell’aula del Senato in occasione del voto di fiducia, di impegnarsi per il miglioramento della nostra Scuola.

Luigi Rosselli

 

Perché critichiamo Visegrad se la Francia fa lo stesso?

Mi chiedo perché, quando si parla male dei Paesi che non rispettano le quote di immigrati da prendersi, tutti i politici se la prendano con Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia (facenti parte del cosiddetto “Gruppo di Visegrad”) e nessuno se la prenda invece con altri paesi, ben più ricchi e “capienti” dal punto di vista economico. come ad esempio la Danimarca, l’Olanda, la Norvegia, la Finlandia, la Francia, la Spagna e la stessa Germania (che inizialmente si è presa i siriani e poi ha chiuso ermeticamente le porte a tutti gli altri), i quali allo stesso identico modo, e senza aver fatto patti “segreti”, ugualmente si guardano bene dall’accollarsi le quote che pure pare siano state concordate nelle sedi europee? C’è una ragione? O forse è più facile prendersela con paesi che crediamo contino meno di noi italiani sulla scena europea?

Cesare Di Palma

 

Il Pd per paura di cambiare ha consegnato il M5S alla Lega

Prendendo spunto dall’editoriale del 26 giugno di Travaglio, una nitida e perfetta istantanea della storia del Pd recente, vorrei aggiungere alcune considerazioni sulle origini di tutto ciò.

Il Pd, come il resto delle forze politiche ” tradizionali” non avrebbe mai potuto concedere nessun tipo di credito a chi come i 5stelle vuole finanche cambiare il paradigma stesso grazie al quale il “sistema politico” nella sue peggiore accezione, esiste.

Sistema che mette davanti ad ogni cosa arricchimenti e privilegi personali, intrighi e scambi di favori, lobby di interessi, nepotismo, clientelismo e corruzione. Tanto per fare solo alcuni esempi. Poi, alla fine, se avanza qualcosa, magari si può fare anche un pensierino distratto ai bisogni del paese. Ma sempre solo e rigorosamente nell’imminenza elettorale. In natura, quando si nasce, lupi, non è possibile scendere a patti con nessun pastore che voglia far cessare scorrerie.

Per questo penso che per il M5S, il partito di Salvini, per quanto strano, sia l’unico sbocco naturale.

La Lega è il solo partito il cui organismo possa ospitare un corpo estraneo. Altrove e in generale, qualsiasi idea di trapianto giallo, provoca una naturale e darwiniana “crisi di rigetto” scatenata da antichi e radicati anticorpi, evolutisi nel corso degli anni, in un olimpo repubblicano di semidei politici.

Giovanni Marini

 

DIRITTO DI REPLICA

Egregio Direttore

il dossier su Pubblicità Progresso pubblicato il 1° luglio, è stato lanciato in prima pagina con il Titolo: “Pubblicità Progresso: Soldi e gaffe omofobe”.

Passi per una gaffe che può capitare a tutti, ma non può passare la grave allusione a “soldi” abbinata alla definizione della Fondazione come “carrozzone”, il che di questi tempi fa pensare a chissà quali malversazioni.

Ritengo opportuno segnalare ai lettori che i 340.000 euro del bilancio annuo, vengo spesi con molta oculatezza per: costi del personale lordi, oneri vari, ecc (due persone + stagista,). Costi generali per locazione uffici, viaggi per seminari e conferenze, gestione network Athena (100 docenti di 85 Facoltà in 45 Atenei), organizzazione e gestione concorsi per studenti, ricerche sociali, gestione editoriale collana e-book gratuiti, gestione sito internet e social network, amministrazione e relativa consulenza, costi ufficio stampa esterno, costi per la campagna annuale.

Costi organizzativi per iniziative specifiche come il Festival annuale della Comunicazione sociale in più città, Eventi come #Ilsocialecomunica, Mostre itineranti, seminari di formazione per le Onlus, gestione quotidiana della Mediateca on-line). Pur avendone diritto per Statuto, in 18 anni non ho mai percepito alcun emolumento. Più che un carrozzone mi pare quindi un carrozzino, ma davvero molto efficiente. Grazie per l’attenzione.

Alberto Contri, Presidente Fondazione Pubblicità progresso

Prima di votarla bisognerebbe discuterne più a fondo

Sono molto allarmato da quello che leggo sulla riforma Ue del diritto d’autore su Internet, dalle vibranti proteste e petizioni che sta suscitando. Qual è la posta in palio per la democrazia e la libertà? Quali rischi corre una comunità come quella del Fatto Quotidiano, che con la Rete ha un rapporto strettissimo? Condividete la mobilitazione contro le norme che stanno per essere discusse?

Antonio Maldera

 

Gentile Antonio, il regolamento sul diritto d’autore in discussione oggi a Strasburgo ha un doppio volto: da un lato cerca di tutelare i produttori di contenuti, siano essi singoli creativi o realtà editoriali come lo stesso “Fatto Quotidiano”, dall’altro rischia – nonostante le intenzioni – di creare i presupposti per abusi e censure. Al di là della tassa sui link, motivata dal fatto che i lettori e chi naviga sui social raramente legge i contenuti a cui i link rimandano e si limita a titolo ed estratto (il che automaticamente trasforma questi elementi nell’unico prodotto monetizzabile per un giornale online), c’è il grande problema dell’obbligo per tutte le piattaforme di dotarsi di software che siano in grado di riconoscere prima della pubblicazione se quel contenuto sia protetto o meno da diritto d’autore. Oggi si fa al contrario (salvo per i big, come Youtube&C. che hanno già inventato i propri “filtri”) si setaccia il web alla ricerca di violazioni su cui poi rifarsi. Una gran fatica per le piccole realtà. Vorrei poter dire che c’è del bianco e del nero in questa vicenda, ma come sempre nulla è così netto. Cosa accadrebbe se qualcuno decidesse di limitare la diffusione libera (quindi non a scopo di lucro) di un contenuto importante, magari motivato dal diritto di cronaca, con la scusa del diritto d’autore? Come sarebbe tutelata la speciale forma di satira che spopola online – come i meme – e che ricorre, per forza di cose, a foto di altri reperite sempre sul web? D’altro canto, come potrebbe un piccolo creativo indipendente evitare che i suoi contenuti siano rubati e riutilizzati senza un corrispettivo economico? Come potrebbe accorgersene? E come potrebbero sopravvivere la testata online che vede l’informazione spostarsi sui social e che da quei social non riesce neanche più a far arrivare pubblico che alimenti i numeri del sito? Sono domande legittime, alla base delle polemiche (di chi crede in una Rete completamente libera) e delle difese (di chi con Internet ci lavora) su un testo che sarebbe bene fosse ancora discusso a lungo e con attenzione. E può succedere solo se si voterà contro.

Virginia Della Sala  

Alla Consulta il primo ricorso di una coppia omosessuale

Una coppia di donne, lesbiche, residenti in provincia di Pordenone, ha presentato ricorso contro la locale Azienda sanitaria che ha applicato il divieto all’accesso alla procreazione medicalmente assistita nei confronti di persone dello stesso sesso, come disposto dalle legge 40 del 2004. Ma il Tribunale di Pordenone ha deciso che sarà la Consulta ad affrontare, per la prima volta, la questione della fecondazione assistita alle coppie omosessuali. “Siamo fiduciosi. Negare questa procedura alle coppie omosessuali è una discriminazione inaccettabile”, il commento della loro legale Maria Antonia Pili.

Dopo le richieste di Fiammetta, il Csm decide di aprire la pratica

Il comitato di presidenza del Csm dispone l’apertura di una pratica presso la Prima Commissione, competente sulle situazioni di incompatibilità, dopo il deposito della sentenza della Corte d’assise di Caltanissetta nel processo Borsellino quater. La Commissione dovrà svolgere “gli accertamenti necessari”, “valutando le motivazioni della sentenza” di Caltanissetta e “procedendo all’istruttoria”. L’organismo di vertice del Csm ha inoltre disposto la trasmissione della propria delibera al procuratore generale della Cassazione, titolare dell’azione disciplinare.

Assolto Muneretto, il cardiochirurgo accusato di omicidio

Prosciolto da ogni accusa. Il Gup del Tribunale di Brescia ha pronunciato una sentenza di non luogo a procedere nei confronti del professor Claudio Muneretto, ex direttore della cardiochirurgia universitaria degli Spedali civili di Brescia, che era stato accusato di omicidio volontario dalla Procura – contestazione poi derubricata a omicidio colposo nel corso dell’udienza preliminare – per la morte della 57enne Angiola Maestrello, operata per un difetto del setto interatriale nel febbraio 2017. A scagionare il medico una perizia, firmata dal primario della cardiochirurgia dell’Ospedale San Raffaele di Milano, Ottavio Alfieri, e dal dottor Luca Lorini, direttore dell’unità di anestesia e rianimazione dell’Ospedale Giovanni XXIII di Bergamo, secondo la quale nulla avrebbe potuto salvare la donna. Lo stesso pm, su questa base, ha chiesto il proscioglimento. Nell’ambito dello stesso processo Muneretto è stato prosciolto anche dall’accusa di falso in atto pubblico in relazione alla sua presenza in sala operatoria annotata sul diario operatorio e sulla cartella anestesiologica.

Ruby Ter, ci vuole il tom-tom per seguire il bunga-bunga

Se volete capire il processo Ruby 3, dovete armarvi di santa pazienza e di una cartina d’Italia (va bene anche Google Maps). Lunedì 2 luglio sono stati riunificati i due filoni che si stanno celebrando a Milano, ma ce ne sono altri ancora in giro per l’Italia: a Torino, a Siena, a Roma. Altri ce n’erano a Pescara, Treviso, Monza. Tutti con la stessa accusa e lo stesso protagonista: Silvio Berlusconi, che avrebbe pagato decine di testimoni per addomesticare le loro deposizioni davanti ai giudici dei processi Ruby 1 (imputato Berlusconi di concussione e prostituzione minorile) e Ruby 2 (imputati Emilio Fede, Lele Mora e Nicole Minetti di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione).

Sono i processi del bunga-bunga, sulle feste hard del 2010 ad Arcore. “Cene eleganti”, secondo Berlusconi e molti dei suoi testimoni. “Un puttanaio”, secondo invece l’accusa e alcune ragazze che hanno rotto il fronte dell’omertà (Imane Fadil, Ambra Battilana, Chiara Danese).

I due processi si sono conclusi con l’assoluzione di Berlusconi e le condanne di Fede-Mora-Minetti. Ma gli stessi giudici che hanno scritto le sentenze hanno ritenuto che molti testimoni abbiano detto il falso. Così hanno mandato un lungo elenco di (presunti) falsi testi alla Procura di Milano, che ha fatto le indagini e ha contestato non solo la falsa testimonianza, ma anche la corruzione in atti giudiziari: a Berlusconi (che ha pagato un mucchio di soldi e altre utilità) e a trenta testi (che li hanno ricevuti).

Nell’aprile 2016 arriva la svolta. Il giudice dell’udienza preliminare Laura Marchiondelli ha deciso che sì, le accuse sono credibili e il processo va fatto. Ma, accogliendo almeno in parte le richieste delle difese, lo ha “spacchettato”, diviso in sette procedimenti, mandando le carte, per competenza territoriale, a sette diversi Tribunali, nelle sette città dove si sarebbero consumati i reati contestati (cioè i pagamenti di Silvio ai testimoni): Torino, Pescara, Treviso, Roma, Monza e Siena. Oltre Milano, naturalmente, dove restano imputate 16 persone di concorso in corruzione, con altre sette a cui è contestata solo la falsa testimonianza.

Traslocano così a Torino il processo a Roberta Bonasia, una delle ragazze partecipanti alle feste; a Roma quello a Mariano Apicella, il cantante che allietava le cene eleganti (e che ha ricevuto 313 mila euro da Berlusconi, asseritamente per l’acquisto della sua casetta di Albano Laziale che vale ben di meno); e a Siena quello a Danilo Mariani, il fedele e silenzioso pianista delle serate (anche a lui il generoso ex presidente del Consiglio ha comprato a caro prezzo un suo piccolo appartamento nella provincia senese). Trasferiti anche i dibattimenti di Elisa Toti e Aris Espinosa, a Monza; Miriam Loddo, a Pescara; Giovanna Rigato, a Treviso. Per seguire il bunga-bunga ci vuole il tom-tom.

Poi è successo che la Procura di Milano, con quei due pm – Tiziana Siciliano e Luca Gaglio – che non mollano l’osso, ha scoperto che ad alcune ragazze, Elisa Toti, Aris Espinosa, Miriam Loddo, Giovanna Rigato, i pagamenti (oltre 400 mila euro) sono continuati fino al novembre 2016. A pagare, a Milano, l’inappuntabile ragionier Giuseppe Spinelli, il portafoglio vivente di Berlusconi, il bancomat umano delle sue ragazze. Così sono tornati a Milano i processi di Pescara, Treviso e Monza. Mentre restano a Torino, Roma e Siena i dibattimenti per Bonasia, Apicella e Mariani.

A Milano i pm hanno intanto unificato il processo già aperto a Berlusconi e 23 testimoni – tra cui Ruby in persona, ovvero Karima El Mahroug – con i processi a Toti, Espinosa, Loddo e Rigato tornati sotto la Madonnina da altre città. Prossima udienza: 24 settembre.

A Torino invece, sotto la Mole, qualche complicazione in più: un’altra giudice dell’udienza preliminare, Francesca Christillin, ha deciso di rinviare gli atti alla locale Procura, perché sia riformulato il capo di imputazione. Tutta colpa di un appartamento al ventiduesimo piano della Torre Velasca, a Milano, dove Bonasia ha abitato gratis dal 2008 al 2016. Attenzione: fino al 2016. Se nel capo d’imputazione entrerà anche questo appartamento, come chiede la gup, pure questo processo dovrà traslocare a Milano.

Vaccini, a settembre tutti a scuola: basta l’autocertificazione

Tutti i bambini in classe a settembre, senza distinzioni. È l’obiettivo più volte ribadito dal governo e per questo si procederà a una semplificazione delle norme vigenti sull’obbligo vaccinale per l’iscrizione a scuola: potrebbe infatti bastare la semplice autocertificazione di avvenuta vaccinazione da parte dei genitori, invece della presentazione della documentazione ufficiale entro il 10 luglio come previsto dalla legge. Sarebbe questa la svolta indicata in un provvedimento amministrativo dei ministeri della Salute e dell’Istruzione, che sarà presentato domani dai ministri Grillo e Bussetti. A indicare la linea, parlando di necessaria “semplificazione” della norma, è stata la stessa Grillo, rispondendo al Question Time alla Camera. Resta comunque, ha detto la Grillo, la volontà di modificare la legge.

Ieri Ivan Zaytsev, 29enne schiacciatore del Modena Volley e della Nazionale italiana, è stato insultato dopo aver scritto su Facebook di aver vaccinato la figlia piccola: decine di messaggi offensivi, insulti oltre il limite della minaccia.