De Luca e Di Maio. C’eravamo tanto insultati

“Con il vice premier Luigi Di Maio e il sottosegretario Giorgetti a Palazzo Chigi. Un grande passo in avanti per le Universiadi 2019”, scrive il governatore Pd della Campania Vincenzo De Luca sulla sua pagina ufficiale Facebook. C’è la foto, bruttina, mezza sfocata, pare scattata di nascosto con un cellulare mediocre. I due, Di Maio e De Luca, sono uno di fronte all’altro con le mani sui fianchi. Come due cow boy pronti ad afferrare la pistola.

La postura dice più delle parole di circostanza. Ora sono obbligati a dialogare. In nome delle istituzioni che rappresentano. Quello dell’altroieri sulle traballanti Universiadi a Napoli è stato il loro primo incontro in pubblico. Ma quelle mani nervose e quei sorrisi forzati sono la spia del quintale di insulti che De Luca e Di Maio si sono scambiati negli ultimi anni. E che nessuno ha dimenticato. “Luigino Di Maio”, lo chiama il governatore dal pulpito dei monologhi del venerdì su Lira Tv. Luigino. Piccolo e birichino. E sfaccendato. “Luigino mi ha disturbato la cena, mi è entrato in casa tramite la televisione parlando come se fosse un premio Nobel, come fa uno che prende 13 mila euro netti al mese senza né arte né parte a permettersi di parlare in quel modo”? (Lira Tv, 31 luglio 2017). “I gruppi dirigenti dei Cinque Stelle sono acqua fresca e truffatori, a cominciare da Luigino Di Maio. Il candidato premier che fa nella vita? Il politicante. E parla contro la Casta. Cose da pazzi” (Lira Tv, 13 novembre 2017). “Luigino è un soggettino, un chierichetto miracolato che a 29 anni fa il vicepresidente della Camera a 13.500 euro al mese, neppure un cardiochiururgo o un ingegnere nucleare guadagna quanto questo webmaster” (Lira Tv, 3 novembre 2017). “Nei 5 Stelle è emerso un trio: Di Battista, Di Maio e Fico. Luigino il chierichetto, Fico il moscio, e l’emergente Dibba, il gallo cedrone. E l’Italia dovrebbe essere diretta da questi tre giovanotti? Sono tre mezze pippe, quando si sono candidati con la loro faccia sono stati bocciati tutti quanti… V’ammazzassero tutti” (Lira Tv, 10 settembre 2016).

La stima di De Luca verso Di Maio tracima anche fuori i confini della televisione amica. Il 29 novembre 2016, durante un incontro a Scampia per promuovere il Sì al referendum, il governatore appellò così il futuro vicepremier: “È un noto sfaccendato, uno che chiedeva al papà i soldi per la pizza e la birra”. E quando Di Maio ha ricambiato, l’ha toccata piano. Il 17 febbraio, due settimane prima delle elezioni, ha indicato sul maxischermo di una iniziativa elettorale un passaggio della videoinchiesta di Fanpage sulla Terra dei Fuochi. “Voglio farvi vedere il volto degli assassini politici della mia gente”. Il volto indicato era quello di Roberto De Luca, assessore al Bilancio (poi dimessosi) a Salerno. Il figlio di Vincenzo De Luca. Il governatore ha querelato Di Maio. Quattro volte.

“Vincenzo De Luca mi quereli pure, io non smentisco che sono assassini della nostra gente. Questi signori ricevono i camorristi nei loro uffici, a un camorrista non devi nemmeno aprire la porta”. L’altroieri Vincenzo e Luigino si sono guardati negli occhi. Con lo sguardo di Gary Cooper in Mezzogiorno di fuoco.

Sentenze pilotate: arrestato Mineo, ex pupillo di Renzi

Due anni fa, Matteo Renzi lo voleva al Consiglio di Stato, ma l’età insufficiente (56 anni) e il ritardo con cui depositava le sentenze impedirono la nomina di Giuseppe Mineo, docente universitario assai noto a Catania, allievo del giurista Pietro Barcellona e nominato dalla Regione Siciliana giudice al Consiglio di Giustizia amministrativa (Cga).

Ieri il professore, che un mese fa si è candidato alle Comunali di Catania con la lista di Matteo Salvini, è stato arrestato su ordine della Procura di Messina con l’accusa di corruzione in atti giudiziari e rivelazione del segreto d’ufficio. Un’indagine questa che arriva a un punto di svolta con le rivelazioni dell’avvocato Piero Amara, faccendiere siracusano, ora pentito, tra Eni e palazzi di Giustizia – al centro delle inchieste di tre Procure (Milano, Roma e Messina) – il quale accusa Mineo di avere preso una busta con 115 mila euro per curare l’amico ex governatore della Sicilia malato in cambio di una sentenza “sovvertita”, che doveva essere favorevole a due aziende siracusane, Open Land Srl e Am Group Srl, nel contenzioso con il Comune e la Sovrintedenza.

Non solo. Secondo alcune indiscrezioni, davanti ai magistrati romani e siciliani, Amara avrebbe anche detto di aver parlato della nomina di Mineo al Consiglio di Stato, poi sfumata, con l’ex senatore di Ala Denis Verdini (completamente estraneo alle indagini).

Con l’accusa di corruzione in atti giudiziari ieri è finito invece agli arresti domiciliari con il “braccialetto elettronico” l’avvocato Alessandro Ferraro, già arrestato a febbraio nell’ambito dell’inchiesta Eni e indicato come complice nell’attività di corruzione del giudice.

Ma la sentenza che interessava Amara alla fine non venne alterata, scrive il gip Maria Militello, grazie alla memoria del Presidente del collegio che nonostante il ritardo nel deposito, si era accorto della difformità rispetto alle decisioni adottate in camera di consiglio. È il 3 febbraio 2016, ricostruiscono i giudici, quando il Cga boccia le richieste “sovrastimate” di risarcimento delle due società, dichiarandole “improcedibili”.

Subito dopo, su un conto maltese di Ferraro arrivano otto bonifici trovati dalla Guardia di Finanza (un “anomala emorragia di denaro”, la definisce il gip) per un ammontare complessivo della somma indicata da Amara, e utilizzata dal giudice, secondo l’accusa, per “curare” in Malesia l’ex governatore della Sicilia ed ex sottosegretario agli Esteri Giuseppe Drago, Udc, morto poi nel 2016, già condannato in via definitiva a tre anni per essersi impossessato dei fondi riservati di Palazzo d’Orleans. Stessa sorte subita dal suo predecessore, Giuseppe Provenzano, Forza Italia.

A denunciare la sparizione delle somme fu, in quell’occasione, il governatore eletto nel 1998, Angelo Capodicasa, che disse di non aver trovato in cassa neanche i soldi per comprare le lenzuola del suo alloggio in Presidenza.

Ma questa è un’altra (e ormai molto datata) storia. Per quanto riguarda Mineo, secondo il gip, “ha strumentalizzato la funzione pubblica ricoperta, quale membro laico del Cga, asserendola agli interessi particolari”, arrivando addirittura a “sovvertire il contenuto della decisione deliberata in camera di consiglio, ritenendo, verosimilmente, di poter ingannare la memoria del presidente, stante il ritardo del deposito”.

L’inchiesta che ha condotto in carcere Mineo nasce dalle indagini sulla rete di rapporti corruttivi di Amara, e del suo collega Giuseppe Calafiore, nei palazzi di Giustizia per “ammorbidire” pm e giudici e orientare le inchieste e i processi civili a favore di aziende “amiche” come emerso nel febbraio scorso con l’arresto del pm siracusano Giancarlo Longo, beneficiato dalla cricca, secondo l’accusa, di oltre 80 mila euro e un viaggio a Dubai: “Chiari – scrive il gip – sono anche i rapporti di Amara e Calafiore con Longo: per Amara Longo era disponibile a gettone, in base a singole elargizioni, mentre era totalmente asservito a Calafiore nell’ottica di una funzione ormai comprata”.

Questa seconda inchiesta è in corso a Messina nella fase dell’incidente probatorio nel quale si è concluso l’interrogatorio di Amara e iniziato quello del suo collega Calafiore, la cui conclusione è prevista il 13 luglio.

Oggi, infine, davanti alla quinta sezione della Cassazione, è previsto l’esame dei ricorsi di tutti i protagonisti del presunto “sistema Siracusa” coinvolti nella prima inchiesta.

Renzi attacca il quasi assessore Scafarto (ex Noe)

Per la verità, il probabile incarico di assessore a Castellammare di Stabia (Napoli) per il maggiore dei carabinieri ex Noe Gianpaolo Scafarto è una notizia di domenica scorsa del Fatto Quotidiano, ma l’ex premier Pd Matteo Renzi pare essersene accorto solo ieri. “Oggi (ieri per chi legge, ndr) è sui giornali che il principale accusato di aver fabbricato prove false contro di me, contro la mia famiglia principale, un servitore dello Stato, un uomo che lavora con i carabinieri, ha ricevuto un’offerta politica per diventare assessore in una giunta guidata da Forza Italia in Campania. A pensar male si fa peccato, lo diceva un vecchio senatore”. Renzi ha parlato ‘andreottianamente’ durante una diretta Facebook, facendo riferimento alla vicenda Consip. E, senza farne il nome, a Scafarto, l’investigatore di punta del Noe. Il neo sindaco di Castellammare, Gaetano Cimmino, lo ha ricevuto alle 20 di sabato in Municipio per proporgli l’assessorato alla Sicurezza. L’ufficiale avrebbe accettato e sarebbe pronto a impegnarsi in politica. “All’80% sarò in giunta” ha dichiarato al sito stylo24.it.

“Il divieto d’appello del pm punisce le vittime dei reati”

C’è una riforma, entrata in vigore il 6 marzo 2018, che piace moltissimo agli avvocati ma che sta facendo infuriare le Procure d’Italia. Riguarda il divieto per i pubblici ministeri di proporre appello, per ottenere una pena più severa, se un imputato viene condannato in primo grado. Divieto che vale anche se c’è un’impugnazione del verdetto da parte dell’imputato, che così non rischia proprio nulla a rivolgersi alla Corte d’appello, anzi: male che vada la pena resta identica, bene che vada ottiene uno sconto oppure riesce a guadagnare (spesso) la salvifica prescrizione.

L’Anm, insieme alla riforma della prescrizione e delle intercettazioni, l’ha messa nel “paniere” delle richieste di modifica quando il presidente Francesco Minisci ha incontrato ufficialmente il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede.

Ha colpito un comunicato stampa recente del procuratore di Tivoli (Roma) Francesco Menditto, che rende l’idea di come questa riforma penda a favore unicamente della difesa, senza, per esempio, pensare alle vittime.

L’11 giugno, Menditto faceva sapere che la Cassazione, tre giorni prima, aveva dichiarato inammissibile il ricorso proposto da due imputati che erano stati condannati all’ergastolo dalla Corte d’appello di Roma per l’omicidio del dottor Lucio Giacomini, nel 2015, ed era stata riconosciuta l’aggravante della crudeltà, così come chiesto dalla Procura di Tivoli. In primo grado, erano stati inflitti 30 e 25 anni di pena.

Un comunicato per evidenziare implicitamente che se la sentenza di condanna di primo grado fosse intervenuta dopo la riforma Orlando non sarebbe stata consentita l’impugnazione della procura e la sentenza di primo grado non sarebbe stata modificabile per legge.

Il procuratore Menditto da pm pone l’accento sulle conseguenze di questa riforma: “La riforma delle impugnazioni spunta le armi al pubblico ministero. Mi spiego: se il tribunale condanna un imputato, il pm non può più appellare la sentenza, neanche se ritiene la pena troppo bassa o se sono state concesse attenuanti che fanno ridurre considerevolmente la pena; l’appello è consentito in casi residuali. La nostra esperienza, e quella di tante procure, dimostra che l’appello del pm consente di ottenere una pena maggiore di quella inflitta nel processo di primo grado, perciò considerata dai giudici d’appello giusta. Ancora, se l’imputato è condannato ma il Tribunale non confisca i beni, magari del valore di milioni di euro, il pm non può appellare, e sappiamo che spesso la confisca è più temuta della condanna”.

Ma anche prima, senza il cosiddetto appello incidentale del pm, c’era il divieto di aumentare la pena in appello (divieto di reformatio in peius), che non c’è in altri Paesi…

È vero, ma personalmente per me può anche tornare in vigore il divieto di reformatio in peius nei termini descritti, ma solo se il pm può presentare il ricorso incidentale.

In caso di condanna in primo grado ora cosa può fare il pm?

Con la riforma, ormai, in caso di condanna può appellare solo l’imputato, che conseguentemente, può ottenere esclusivamente uno sconto di pena. Il pm può presentare ricorso per Cassazione per motivi limitati (violazione di legge, difetto di motivazione), ma è impedito un riesame complessivo del caso.

Qualcuno può obiettare che è una riforma giustamente garantista. In fondo si tratta di un divieto per il pm ma solo se l’imputato è condannato…

Le garanzie sono un bene primario che appartengono a tutti e vanno rispettate e incrementate se necessario, ma non si può guardare solo alle garanzie dell’imputato, hanno pari dignità quelle delle persone offese, di cui non si parla molto, e occorre un’effettiva parità delle armi nel processo. Si deve consentire al pm di svolgere fino in fondo il proprio ruolo.

In che senso?

L’appello del pm, come avveniva prima della riforma, consentiva semplicemente il riesame integrale del caso innanzi a un altro giudice, la Corte d’appello, che stabiliva, nel caso di condanna, la pena giusta. Ci tengo a dire che non è in discussione il principio costituzionale della funzione rieducativa della pena, ma questo viene dopo la condanna. Prima bisogna stabilire quale sia la pena giusta, nel caso di una condanna, ma questa riforma crea degli ostacoli che prima non c’erano.

Incentiva ancora di più gli appelli pretestuosi, solo per arrivare alla prescrizione?

Non mi piace parlare di appelli pretestuosi, ma certamente uno dei punti di sofferenza più profondi del processo penale è la prescrizione che interrompe il processo evitando una decisione sulla colpevolezza o l’innocenza dell’imputato. Una sentenza nel merito è un valore per uno stato di diritto perché un giudice decide senza ambiguità se l’imputato deve essere condannato o assolto.

Consulta, Emiliano bocciato “I giudici fuori dai partiti”

Il Parlamento non ha più alibi e il ministro Alfonso Bonafede riceve un aiuto per passare dalle parole ai fatti: promuovere una legge sui paletti, rigidi, per il rientro in magistratura delle toghe che scendono in politica. Da anni un testo è impantanato per colpa dell’eterno rimpallo tra Camera e Senato.

La Corte costituzionale ha stabilito ieri che è legittimo l’illecito disciplinare (ordinamento giudiziario 2006) previsto per chi, magistrato, sia pure in aspettativa, si iscrive a un partito o partecipi in maniera sistematica e attiva alla vita di un partito. Investita del caso di Michele Emiliano (presidente della Regione Puglia, ex sindaco di Bari, ex segretario regionale del Pd magistrato in aspettativa da oltre 13 anni), la Corte tecnicamente ha dichiarato “non fondate le questioni di legittimità costituzionale riguardanti” le questioni appena spiegate.

Alla Consulta si era rivolta la sezione disciplinare del Csm che aveva accolto la richiesta del procuratore di Torino, Armando Spataro, in qualità di difensore di Emiliano che è finito sotto procedimento disciplinare durante la sua corsa alle primarie per la leadership del Pd. La difesa puntava al principio, nella sostanza, che un magistrato in aspettativa è un cittadino come gli altri che può non solo candidarsi al Parlamento o a cariche amministrative, ma può partecipare anche alla vita di un partito.

Non per la Corte costituzionale, evidentemente, che ha confermato la legittimità dell’illecito disciplinare. Le motivazioni della sentenza chiariranno meglio il pensiero della Consulta, già comunque comprensibile dalla sola decisione. Ma secondo i legali di Emiliano, Aldo e Isabella Loiodice e Vincenzo Tondi, solo in presenza di un comunicato “non è possibile dedurre contenuti e conseguenze processuali e sostanziali della sentenza”. Verdetto prevedibile, in verità, dato che la Corte si era pronunciata allo stesso modo nel 2009, su Luigi Bobbio che aveva accettato, da toga fuori ruolo, la presidenza provinciale di An a Napoli.

Proprio quella pronuncia chiarì quel limite per i magistrati in politica, previsto dall’ordinamento e il giorno stesso Gianrico Carofiglio, allora magistrato in aspettativa e senatore del Pd, senza pubblicizzare la decisione, restituì la tessera del partito, mai più ripresa, neppure adesso che è scrittore a tempo pieno.

Nel suo primo discorso al Csm, il ministro Bonafede ha parlato proprio di normativa sui magistrati in politica. Vuole “impedire, per legge, che un magistrato che abbia svolto incarichi politici ed elettivi possa tornare a svolgere il ruolo di magistrato requirente o giudicante… È evidente che l’assunzione di un ruolo politico compromette irrimediabilmente la sua immagine di giudice terzo”.

Già il Csm, nel 2016, aveva approvato una risoluzione in questo senso.

Il passo assai prudente di “Zinga” che vuole (forse) la segreteria Pd

La prima riga di tutte le sue biografie contiene il suo destino: “È il fratello minore di Luca, l’attore”. Volendo Nicola Zingaretti, detto Zinga, ex molte cose, ma sempre in procinto (forse) di farne altrettante, compresa la più rischiosa nei panni (forse) del futuro segretario del Partito democratico, è anche il fratello minore di Walter Veltroni, il cugino giovane di Francesco Rutelli, il nipotino prediletto di Goffredo Bettini, mangiafuoco di Botteghe Oscure che da mezzo secolo fabbrica dirigenti, usando le macerie dell’antica roccaforte rossa.

Per la seconda (o terza) volta, forse farà il grande salto e si candida. Anzi lo annuncia al Corriere della Sera: “Io ci sono”. Che sembra un indicativo perentorio, salvo l’immediato slittamento al condizionale: “Anche se sono il primo a dire che il problema fondamentale non è il segretario”. Ah, no? Niente male per un partito rimasto senza né testa, né coda, imballato tra le correnti dei capicorrente che si fanno la guerra dei dispetti e quelle del Mediterraneo che la guerra, con morti e profughi, ce la portano in casa. Nel frattempo, dice che la priorità è “la sfida collettiva”. L’imperativo è quello di “riaggregare”. La strategia: “Sostituire la rabbia con la passione”. L’obiettivo: “Saper includere, valorizzare”. Il tutto per “Immaginare l’Italia del 2050”. Bene, benissimo. Dieci e lode in orale, avrebbe detto il grande Dino Risi, salutando.

L’ultima volta che l’ho incontrato, nel retro di uno studio televisivo, eravamo alla vigilia delle elezioni politiche del 4 marzo e della sua corsa alla presidenza della Regione Lazio. Gentilissimo, sorridente, mi prospettò catastrofi: “Non lo so, io forse ce la farò, lavoriamo pancia a terra, ma per il partito alle elezioni politiche sarà un bagno di sangue. Un bagno di sangue!”. Quando si accesero le luci dello studio, e andammo a sederci, non cambiò faccia, non cambiò sorriso, ma annunciò serenamente il contrario: “Andrà tutto bene. Alle Politiche resteremo il primo partito. E alle Regionali io sarò eletto”. Mentendo tre volte, ne aveva imbroccato una giusta.

Del resto Nicola Zingaretti, anno 1965, mastica le mezze verità e le doppie bugie della politica da quando aveva i capelli lunghi e i calzoni corti. Viene da una famiglia di buona borghesia romana comunista, padre direttore di banca, madre impiegata che se lo portava alle rassegne estive di Massenzio quelle ideate dal grande chef sociale, Renato Nicolini, e sulla spiaggia di Castelporziano, quando andarono in scena i poeti, la luna e l’anno 1979.

La sua prima manifestazione studentesca, Piazza del Popolo, 13 maggio 1981, si scioglie all’improvviso perché in San Pietro un tale Alì Agca ha appena sparato a papa Wojtyla. E sciogliendosi, tra le bandiere e le merende, mette uno accanto all’altra Nicola e Cristina, liceali, amici da quel giorno, poi fidanzati, poi marito e moglie, fino a oggi, trent’anni e due figlie dopo, proprio come in una canzone di Baglioni.

A differenza di quasi tutti i titolari della nuova politica, Zinga non viene dalle chiacchiere dei bar, né dalla lotteria della Rete. Ha fatto lunga e pensosa gavetta da Prima Repubblica. Partendo dal Pci di Enrico Berlinguer, passando per Occhetto, il Muro di Berlino e perfino D’Alema, non s’è fatto mancare niente: Pds, Ds, Ulivo, fino alla cagnara psichiatrica del Partito democratico, nato con in tasca il Paese e demolitosi in proprio, un pezzetto alla volta.

Da ragazzo è stato nel direttivo della Sinistra giovanile, erano i tempi remoti di Pietro Folena, il segretario elegantone. Poi il consigliere comunale in Campidoglio, ma già con attitudine spiccatamente glocal, locale e globale. E dunque scrivania da funzionario al Bottegone con il suo amico Nichi Vendola. Ma anche in Bosnia a portare aiuti umanitari, dopo i bombardamenti. In Israele con i pacifisti, sui confini di guerra. In Birmania con Veltroni a rendere omaggio a Aung San Suu Kyi, sacerdotessa di (quasi) tutti i diritti umani. E poi con il Dalai Lama, esule dal Tibet, personaggio ultra pop, guida spirituale del mondo in generale e di Richard Gere in particolare.

Il salto nel 2004, eurodeputato a 38 anni, dunque Bruxelles, dove si specializza in regolamenti su diritti e legalità, lavora sul serio, senza alzare troppa polvere, senza inventarsi baruffe o polemiche. Assecondando la sua migliore attitudine, quella di essere una risorsa. E il suo migliore difetto, quello di rallentare il tempo davanti al bivio delle decisioni.

Per esempio quando gli chiedono di battersi contro Renata Polverini per la poltrona di governatore del Lazio. È il 2008, destra imperante. Lui dice sì, poi ni. Alla fine si sfila. Sceglie e vince la Provincia. Da Firenze si fa vivo un giovane sindaco, Matteo Renzi, che gli rimprovera di non avere avuto abbastanza coraggio. Zingaretti stringe gli occhi e l’eloquio: “Non mi interessa ridurre la politica al carrierismo”. Prima avvisaglia di una rotta di collisione mai disinnescata negli anni a venire. Uno tormentato dall’impazienza, l’altro dal dubbio.

Nel 2012 annuncia che vuole sfidare il nero Alemanno, candidato sindaco di Roma fatale. Ma poi cambia idea. E quando la stella della Polverini – nata in uno studio televisivo, bruciata dagli scandali di camerati & Batman – si inabissa con dimissioni, Zingaretti si alza addirittura in piedi: “C’è una emergenza democratica. Sarebbe un crimine sottovalutarla”.

Batte l’ex finiano Francesco Storace, che ormai ha l’eloquio politico di un refuso, incassando 1,3 milioni di voti. Governa senza sgovernare. Raddrizza i bilanci. Mette le ruote al trasporto regionale. Investe in cultura. Resta fuori dal fango di Mafia Capitale. E pure da quello del dopo referendum del 4 dicembre 2016, dove ha votato sì, ma senza farne una bandiera. Né un furbo piagnisteo anti-Renzi subito dopo: “Non mi interessa la retorica dei capri espiatori”. E nemmeno quella “contro i gufi”. Non gli piacciono i proclami. Tantomeno i comizi. E d’abitudine non va in televisione.

In compenso va al supermercato con le figlie a fare la spesa. Cucina. Elogia il calore della famiglia. Non frequenta terrazze, salotti, feste private, convegni col buffet, piacendo persino a chi non fa molto altro, da Luca Cordero di Montezemolo a Pier Ferdinando Casini, passando per il sommo cardinale Tarcisio Bertone.

Da governatore vuole “ragionare, non strillare”. Essere, non esibirsi. E ogni tanto gli piace parlare ispirato: “Per indicare una via al tuo popolo, devi essere parte di quel popolo”.

Lo scorso 4 marzo è stata per l’appunto l’incoronazione del suo basso profilo altamente consapevole. Mentre il partito dei fuochi d’artificio crollava sotto il 19 per cento, lui se l’è cavata, rimontando nell’ombra un voto alla volta: “La scommessa è ricostruire la speranza”. Quindi segretario sì o no? Vedremo.

A chi lo chiama Tentenna fa sapere che “siamo di nuovo in emergenza democratica”. Lui non si è defilato, ma lavora nella trincea dell’amministrazione. Parla con il segretario pro tempore Maurizio Martina per rammendare il partito e con Beppe Sala, il sindaco della trionfante Milano per trovare “nuovi stimoli”. Studia dossier con Paolo Gentiloni, il migliore antibiotico a Matteo Renzi. E con Marco Minniti, l’alternativa al Salvini dei naufragi, il Salvini “della Lega autoritaria, razzista, xenofoba”. Non pensa che i 5Stelle “siano un movimento di destra”. Prevede turbolenze nel governo e forse scissioni. Per questo si prepara a ragionare, quando sarà, con il loro cuore democratico.

Nel frattempo chiede il congresso del partito “prima delle prossime Europee”, a marzo. Chiede “ricuciture, non lacerazioni”. Consapevole che potrebbe tutto sfaldarsi in una mediocre guerriglia di narcisismi, ma senza più acqua in cui specchiarsi. Agli intimi dice di essere pronto alla battaglia. A tutti gli altri, per prudenza, dice “Forse”.

Nel Pd si litiga ancora sulla data del congresso

Il reggente Maurizio Martina sabato sarà eletto segretario del Pd dall’Assemblea. Ma sulla data del congresso nel partito ancora si litiga. Ieri c’è stata una riunione della maggioranza, convocata da Lorenzo Guerini, ma l’accordo non c’è. I renziani doc vorrebbero bloccare tutto. Gli altri sono divisi e incerti: perché Martina segretario significa sostanzialmente una gestione collettiva, portata avanti da un caminetto di big.

Martina, intanto, ha preannunciato la convocazione per ottobre di un forum nazionale, aperto anche alle realtà civiche ed esterne, per definire la nuova Carta costituente del Pd. Prima della riunione dei parlamentari, si sono visti i due capigruppo Andrea Marcucci e Graziano Delrio, con Lorenzo Guerini e Luca Lotti: se i fedelissimi dell’ex segretario, Marcucci e Lotti preferiscono un congresso dopo le regionali dell’Emilia Romagna (autunno 2019), Delrio è favorevole a tenere l’assise prima delle Europee. D’accordo Gentiloni, Orlando e Zingaretti. Dario Franceschini riflette: la sua posizione potrebbe essere determinante. Intanto, per l’Assemblea c’è anche l’allarme numero legale: per eleggere il segretario serve la maggioranza assoluta, 501 voti.

“Flessibilità” contro il “Regime”

Il fascismo eterno e quindi irreversibile. Sostiene con vigore marxista il costituzionalista Mario Dogliani: “È come nel 1912 quando Giolitti ricompattò un Paese frantumato attorno alla guerra colonialista in Libia”. Ieri Tripoli oggi Bruxelles. Non solo: “Nel 1922, Einaudi, Croce e Salvatorelli erano tutti favorevoli all’avvento del fascismo”. Ieri Mussolini, oggi Salvini nuovo duce.

Poi però la spietata analisi di Dogliani – rinforzata da una veemente critica alla prosa dannunziana del povero Manifesto

, il quotidiano – viene interrotta da un grottesco duetto con un altro relatore intervenuto e seduto in platea, Giuseppe De Marzo di Libera. Dogliani: “Tu hai usato un voi universale che non mi piace, io non mi riconosco nella sinistra di governo degli ultimi vent’anni”. De Marzo: “Vieni a spiegarlo con me nelle periferie, vieni a dire ai poveri che ci sono differenze tra Bertinotti e Renzi”. E così via per almeno tre minuti. In realtà, Dogliani e De Marzo hanno entrambi ragione. Il primo perché fa parte della sinistra del Brancaccio che poi si è dispersa tra Liberi e Uguali e Potere al popolo. Il secondo per altre ragioni oggettive: tra il tavolo della presidenza e le prime file ci sono pezzi della classe dirigente che ha fatto morire la sinistra: Vincenzo Vita, Cesare Salvi, finanche il bertinottiano Alfonso Gianni.

Roma pomeriggio, vicino al Senato. La saletta della fondazione Lelio Basso (socialista, non comunista) è angusta. Manca l’aria condizionata e ci sono problemi con i microfoni. Il dibattito, anzi il seminario convocato con urgenza nella caluta africana della Capitale non ammette rinvii: “Il governo gialloverde è un incubo o un regime?”.

L’invito promette la partecipazione di Cuperlo, Fratoianni e Anna Falcone, ma i tre non si vedono. In compenso c’è Arturo Scotto di LeU. Il quale Scotto vuole sì adeguarsi al clima partigiano e semiclandestino della riunione, “opposizione chiara e netta” al nuovo regime, ma al tempo stesso insinua il veleno della flessibilità per “allargare le contraddizioni della maggioranza”. Ma allora è una maggioranza o un regime? In ogni caso l’opposizione flessibile è d’uopo con tutto quello che riguarda il M5S, a partire dal decreto dignità.

Sia chiaro, in nessun intervento emerge che il 45 per cento dell’elettorato grillino viene dall’area un tempo comunista. La sinistra minoritaria, diventata ultraminoritaria alle Politiche del 4 marzo, preferisce attorcigliarsi sui soliti tic antichi e parlarsi addosso. Per ore. Nella saletta ci sono trenta persone e sono quasi tutti relatori, nonostante l’apertura al pubblico del seminario. In ordine sparso: Aldo Tortorella, Massimo Villone, Felice Besostri, Walter Tocci, Maurizio Acerbo.

Ovviamente il che fare leniniano deve poggiare le radici in una solida teoria e così la densa introduzione è di Luigi Ferrajoli, filosofo del diritto. Ferrajoli parte benissimo, puntellando accademicamente la crisi del principio di uguaglianza in Italia e in Europa (la criminale omissione di soccorso dei migranti sull’Aquarius), ma poi si arena sul movimento operaio e la coscienza di classe, come se bastassero a spiegare i milioni di voti (ceto medio, non solo proletari) persi dalla sinistra in questi due decenni.

Che fare, quindi? Opposizione in piazza; fronte unitario ma non repubblicano alla Calenda; opposizione dura ma anche flessibile? Insomma, proposte stantie o senza sbocco, visto l’esito elettorale dei raduni del Brancaccio.

Tra soggettività alternative, agire politico e lotta di classe, l’unico concreto con le idee chiare è Massimo Torelli da Firenze: “Oggi c’è una passione per l’odio. I compagni nelle Case del popolo dicono che i ‘negri’ devono andare via”. Alle 19 e 30, il cronista si arrende dopo 150 minuti di dibattito e va via. Le conclusioni di Tortorella sono pervenute a notte fonda, probabilmente.

“Attacco alla democrazia”. La Lega tira in mezzo il Colle

Non è visionario quanto invocare la secessione di bossiana memoria, ma è decisamente azzardato: Matteo Salvini ha dato incarico al sottosegretario Giancarlo Giorgetti di coinvolgere direttamente il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per tentare di limitare i danni della caccia dei magistrati genovesi ai 49 milioni che la Lega deve restituire alle casse dello Stato. L’incarico è arrivato martedì, il fido e mite ambasciatore s’è subito messo al lavoro per capire come intervenire. Ieri, dopo un consulto con gli avvocati del Carroccio, Giovanni Ponti e Roberto Zingari, c’è stata un’accelerazione: i tempi sono strettissimi. Così Giorgetti oggi salirà al Colle per invocare un incontro già per domani al capo dello Stato al suo rientro dalla Lituania. In mattinata Salvini voleva annunciare l’idea, ma Giorgetti lo ha convinto a desistere ricordandogli che indossa gli abiti da ministro dell’Interno. Così la dichiarazione è stata diffusa in maniera anonima, attribuita genericamente al partito: “Si tratta di un gravissimo attacco alla democrazia per mettere fuori gioco per via giudiziaria il primo partito italiano”.

Immediata la levata di scudi: tentare di coinvolgere il capo dello Stato in un procedimento giudiziario è “grave”, “inaudito”, desta “enorme preoccupazione”, hanno sventagliato le opposizioni. S’è espresso anche il Csm che, seppur informalmente, ha reso nota la “seria preoccupazione” generata da parole e toni leghisti ritenuti “non accettabili”. Mentre Francesco Minisci, presidente dell’Anm, ha dovuto ricordare “che i magistrati non adottano provvedimenti che costituiscono attacco alla democrazia o alla Costituzione, né perseguono fini politici, ma emettono sentenze in nome del popolo italiano”. Reazioni che hanno suggerito ulteriore cautela al già cauto Giorgetti.

Per gli uffici leghisti ieri sono circolate alcune bozze di lettere e ipotesi per non provocare troppi scossoni ma nessuna marcia indietro. La linea è la seguente: Mattarella è garante della Costituzione, la Costituzione tutela la forma repubblicana parlamentare, permettere di sequestrarci i fondi equivale a cancellarci dal Parlamento, quindi è incostituzionale. La richiesta, spiegano i pretoriani salviniani, sarà ovviamente espressa in forma istituzionale rivolgendo al capo dello Stato la preghiera di leggere le sentenze solo a titolo informativo. È evidente, a Giorgetti in primis, che dal Colle non potrà arrivare alcuna reazione. Ma “era necessario tentare di muovere qualcosa”, commenta un parlamentare. Perché ora deve pronunciarsi il Riesame. Il procuratore di Genova, Franco Cozzi, appare giustamente sorpreso dalle polemiche. “Noi eravamo obbligati ad andare in Cassazione.

Era doveroso. Anche perché fossero chiarite le precedenti pronunce e fosse chiarito inoltre se quanto stabilito nei confronti di una società valeva per un’associazione. Tra l’altro ricordiamoci che la parte civile è il Parlamento italiano”. Tutto parte da qui: il Tribunale del Riesame genovese aveva respinto la richiesta della Procura di seguire il denaro della Lega senza limiti di tempo. Fino a oggi. Contro questa decisione i pm hanno chiesto alla Cassazione di pronunciarsi, perché la Suprema Corte in passato ha stabilito due volte che non vi sia un limite temporale per seguire il denaro da sequestrare. L’indirizzo si basava su un ragionamento: in caso di reati dell’amministratore di una società non ha senso sequestrare solo il denaro dell’imputato che magari è una semplice testa di legno nullatenente. I benefici del reato sono in capo alla società.

La Procura ha semplicemente chiesto alla Cassazione se questo principio vada applicato alle associazioni. Anche per non essere tacciata di favoritismi nei confronti di una parte politica: perché nel caso di una società non ci sono limiti di tempo, mentre per un partito sì? Ora, dopo la decisione della Cassazione, la palla passa di nuovo al Riesame che dovrebbe applicare il criterio sancito dalla Suprema Corte. E secondo un indirizzo giurisprudenziale la nuova decisione del Riesame potrebbe essere subito eseguibile. Quindi si potrebbe andare a prendere il denaro alla Lega. Ovunque esso sia. La tesi difensiva che i legali del Carroccio stanno preparando proprio in vista del Riesame è semplice: viene disposta la restituzione di quasi 49 milioni perché ritenuti oggetto di reato, eppure al processo che ha condannato Bossi e Belsito agli imputati sono stati contestati solo due milioni; dei 49 dal 2010 al 2016 circa 20 sono stati spesi per campagne elettorali e 24 per risorse umane, quindi attività politica. In attesa del Riesame gli ex padani salgono al Colle. Senza speranze, come cantava Jannacci, “per vedere l’effetto che fa”.

“Superiamo i campi rom. Zingaretti scala il Pd sulla pelle dei romani”

Assicura che sui rom lei e Salvini hanno lo stesso obiettivo: “Vogliamo entrambi il superamento dei campi nomadi”. Approva la linea del governo sui migranti: “Finalmente l’Italia conta in Europa”. E morde il governatore del Lazio Nicola Zingaretti: “Scala il Pd sulla pelle dei romani”. Pensieri e parole di Virginia Raggi, la sindaca di Roma.

Salvini vuole ispezionare i campi rom di Roma. E lei ha già risposto positivamente. Quando si farà?

Appena possibile: le nostre segreterie sono in contatto.

Cosa gli farete vedere?

Il nostro modello per superare i campi, che unisce fermezza e inclusione. Un percorso per arrivare alla chiusura delle strutture, dando a queste persone diritti e doveri.

Un anno fa avete varato un piano con aiuti economici alle famiglie rom per trasferirsi in affitto in vere case. Ma non li ha usati quasi nessuno, anche perché i locatari non affittano ai nomadi. Tanto che le associazioni parlano di piano fallimentare. E anche Salvini è “scettico” sui fondi ai rom.

Il piano lo abbiamo attivato per due campi, a La Barbuta e Monachina. A febbraio abbiamo aggiudicato il bando per il primo campo, mentre per Monachina è stato assegnato poche settimane fa. E così è partito un percorso che durerà tre anni.

In un altro campo, il Camping River, è caos. I residenti sono senza luce e i bambini non vanno più a scuola.

Un anno fa l’autorità giudiziaria ha detto improvvisamente che chi gestiva il campo non poteva più farlo. E noi abbiamo dovuto applicare quelle misure in un arco temporale ristretto a famiglie che non pensavano per nulla ad adeguarsi, anche perché si aspettavano l’ennesima proroga. Intanto abbiamo stanato tutti i nuclei con patrimoni elevati, comprese ville e case nei Paesi di origine. E comunque, i campi non si possono chiudere all’improvviso: si formerebbero solo nuovi insediamenti.

Avete stanziato anche fondi per i rimpatri, ma nessuno se ne vuole andare.

Proprio oggi 15 persone hanno accettato il rimpatrio in Romania, tramite bus.

E dalle associazioni? Avete trovato resistenze?

Ci aspettavamo maggiore collaborazione.

Ma del censimento proposto da Salvini che ne pensa? Luigi Di Maio lo ha definito incostituzionale. E molti lo accusano di razzismo.

Noi un censimento socio-sanitario lo abbiamo fatto, per capire come sono composte realmente le famiglie.

Si parla moltissimo dei migranti. Ma c’è un’emergenza sul tema a Roma?

C’è una situazione molto impattante.

Ossia?

Scontiamo una politica migratoria che per anni ha visto l’Italia come unico soggetto a farsi carico dell’accoglienza. Ma ora, grazie al governo Conte, anche la Merkel ha dovuto ammettere che siamo stati lasciati soli: un risultato storico.

E Roma?

Chiunque arrivi in Italia cerca fortuna nella Capitale. Ma gli irregolari vivono di espedienti o di attività illecite. Abbiamo un corpo di polizia con meno di 6mila unità, da soli non ce la facciamo: quindi chiediamo aiuto al governo.

Roberto Fico ha detto che lui i porti non li chiuderebbe. E lei?

È una legittima opinione del presidente della Camera. Io sono molto contenta perché il governo si fa sentire in Europa, e ciò consentirà una gestione più equa dei flussi.

Lei chiede un tavolo con nuovi fondi per Roma, e il governo pare d’accordo. Che tempi vi siete dati?

Stiamo incrociando le agende con il ministro dello Sviluppo economico Di Maio. L’importante è lasciar perdere gli slogan lanciati dal precedente ministro (Carlo Calenda, ndr).

Dove bisogna intervenire in via prioritaria?

Su trasporti e infrastrutture. E poi rilanciare le imprese.

Molte scappano da Roma. È l’effetto Raggi?

L’esodo di Sky a Milano era programmato da tempo, e le aziende tornano a investire: Aruba spenderà 300 milioni per una sede a Roma.

Quanti soldi vi servono?

Solo per risistemare le strade servirebbe oltre un miliardo in 5 anni. Il punto però non è solo la quantità, ma la capacità di spesa. Servono regole più snelle per gli appalti: per alcune gare ora servono anni.

Un altro nodo enorme sono i rifiuti, soprattutto d’estate. State lavorando con la Regione per risolverlo?

Noi le discariche non le vogliamo. Ho letto sul Corriere della Sera che l’assessore all’Ambiente regionale Valeriani chiede una discarica di servizio. Eppure nel 2013 è stato il Pd a chiudere quella di Malagrotta, e per anni la Regione non è stata capace di trovare alternative.

Le esigenze cambiano.

Noi un piano rifiuti lo abbiamo fatto, e all’inizio di marzo abbiamo chiesto l’autorizzazione per due impianti di compostaggio. Ma non abbiamo mai ricevuto risposta.

La giunta Zingaretti si regge con l’astensione del M5S.

I nostri fanno le loro battaglie. Ma Zingaretti sta scalando il Pd sulla pelle dei romani. E la Regione non affronta il problema dei rifiuti dal 2013, malgrado due sentenze del Tar che la giudicano inadempiente fino a minacciarne il commissariamento. Idem per i 180 milioni non investiti sulla Roma-Lido.

Intanto il 14 luglio arriverà lo sciopero dell’Ama, la municipalizzata dei rifiuti.

Nasce dall’abrogazione di una norma che non permette di far entrare nelle partecipate nuovi dirigenti e dipendenti. Ma abbiamo già trovato una soluzione.

Lei elenca errori altrui e difficoltà, ma i cittadini vi bocciano. Nelle elezioni municipali il M5S non è arrivato neppure ai ballottaggi.

Ci hanno votato per avere un cambio di passo. E ogni giorno dobbiamo scegliere tra la via semplice, la mano di bianco, e quella difficile, che chiude le crepe ma porta meno consenso. Insisteremo sulla seconda. E i conti si fanno alla fine.

Non ritiene di aver commesso errori su Luca Lanzalone? Di averne valutato con leggerezza l’assunzione?

Lui è stato una grande delusione per tutto il M5S.

Ma c’è il tema della classe dirigente a 5Stelle, no?

Le responsabilità sono personali.