Sgomberi, anche Nardella (Pd) si mette a guidare la ruspa

Lo aveva annunciato a metà giugno e così è stato. Lunedì, tramite un video su Facebook, Dario Nardella ha reso pubblico lo smantellamento del campo rom del Poderaccio che ospitava tra le trenta e le quaranta persone. E per farlo ha scomodato nientemeno che la ruspa, proprio quella cara a Matteo Salvini. Il primo cittadino fiorentino ha informato che la distruzione del campo è stata fatta dopo aver allontanato gli ormai ex residenti del campo e che l’area sarà ora messa in sicurezza dal legittimo proprietario. Il sindaco Pd aveva promesso di portare a termine la chiusura dell’accampamento abusivo entro 18 mesi dopo il folle inseguimento fra auto avvenuto nella città toscana che aveva causato la morte del 29enne Duccio Dini. Alla guida di una delle vetture che avevano causato la morte del giovane vi era infatti un residente del campo. Il parallelo fra le ruspe pidine e quelle leghiste è stato notato dallo stesso Nardella, che ha rivendicato il passaggio di testimone: “Ho visto che hanno smesso di mettere le ruspe sulle magliette. Perché le ruspe le usiamo solo noi, come abbiamo fatto ieri per sgomberare il campo abusivo del Poderaccio”.

Adesso Salvini si butta su “vu cumprà” e taser

Taser, lotta agli ambulanti sulle spiagge e legittima difesa: Matteo Salvini accelera. Ieri ha firmato il decreto che avvia la sperimentazione della pistola elettrica che a breve sarà a disposizione delle forze dell’ordine. E intanto passa al secondo atto della campagna anti-migranti. Al Viminale stanno lavorando a una direttiva del ministro dell’Interno ai Prefetti. La chiamano “spiagge sicure”. Il leader della Lega sta ancora mettendo a punto il provvedimento e lo presenterà in una conferenza stampa in pompa magna domani. Lo staff di Salvini ci lavora ormai da giorni. L’idea è quella di replicare il “modello Cervia”: controlli rafforzati ed estesi ai magazzini, le multe anche a chi acquista la merce e il rafforzamento della collaborazione tra forze dell’ordine e le polizie locali delle zone balneari. Inoltre, si parte dalla guerra alla merce contraffatta, sequestrandola dove arriva o nei laboratori. Zone da attenzionare: Napoli e Prato. L’idea è di aumentare risorse e personale sul territorio. E poi recuperare soldi per intensificare davvero i controlli. Al Viminale hanno individuato un fondo da cui attingere. Tra le ipotesi allo studio anche come ricompensare dal punto di vista economico i Comuni che devono partecipare alla battaglia.

Quel che è certo è che Salvini punta ancora una volta sulla forza propagandistica della crociata contro gli ambulanti, per lo più stranieri. Dopo aver alzato i toni sui barconi, adesso passa a occuparsi delle spiagge. D’altra parte, in estate, è lì che si attira l’attenzione dell’opinione pubblica.

Peraltro, nei giorni scorsi si era parlato di un decreto sicurezza più ampio: per adesso, al Viminale non se ne parla.

Ieri poi Salvini ha firmato il decreto che avvia l’ inserimento del taser, la pistola elettrica, nell’arsenale a disposizione delle forze dell’ordine. Si parte inizialmente in 11 città: Milano, Napoli, Torino, Bologna, Firenze, Palermo, Catania, Padova, Caserta, Reggio Emilia e Brindisi.

La sperimentazione coinvolgerà polizia, carabinieri e Finanza. Trenta i dispositivi da acquistare, per ora.

Le linee guida emanate dal Dipartimento della Pubblica sicurezza definiscono il Taser “un’arma propria”, che fa uso di impulsi elettrici per inibire i movimenti del soggetto colpito.

La distanza consigliabile per un tiro efficace è dai 3 ai 7 metri. Il Taser “va mostrato senza esser impugnato per far desistere il soggetto dalla condotta in atto”. Se il tentativo fallisce si spara il colpo, ma occorre “considerare per quanto possibile il contesto dell’intervento ed i rischi associati con la caduta della persona dopo che la stessa è stata attinta”. Bisogna inoltre tener conto della “visibile condizione di vulnerabilità” del soggetto (ad esempio una donna incinta) e fare attenzione all’ambiente circostante per il rischio di incendi, esplosioni, scosse elettriche. Salvini ha sottolineato che “il Taser è un’arma di dissuasione non letale ed il suo utilizzo è un importante deterrente soprattutto per gli operatori della sicurezza che pattugliano le strade e possono trovarsi in situazioni border line laddove una misura di deterrenza può risultare più efficace e soprattutto può ridurre i rischi per l’incolumità personale degli agenti”.

Ma la pistola elettrica, benché utilizzata in molti Paesi, è piuttosto controversa. Amnesty International documenta da anni centinaia di vittime. In particolare può essere molto pericoloso con soggetti affetti da patologie cardiache o portatori di pacemaker.

E poi c’è il capitolo legittima difesa: l’idea del ministro dell’Interno è portarla in aula prima della pausa estiva.

Ora l’Europa della Ragione deve informarli a casa loro

“Rompiamo il silenzio sull’Africa”: è l’appello che padre Alex Zanotelli ha rivolto al “coraggio” di giornali e giornalisti. Troppo spesso – ammonisce – sordi, ciechi e muti dinanzi allo scempio umanitario che dal Sud Sudan alla Somalia, all’Eritrea, ai Paesi del Sahel, al Congo, alla Libia è all’origine dell’esodo biblico di migranti “che rischiano la propria vita per arrivare da noi”. Fuga che alimenta quella “paranoia dell’invasione” cavalcata dai partiti xenofobi. Giusto, ma chiedo a padre Zanotelli: non ritiene che questa offensiva benefica dell’informazione dovrebbe essere reciproca? Diffusa a casa nostra, ma anche e soprattutto a casa loro affinché sappiano con certezza a cosa vanno incontro? È la stessa domanda che rivolgo a Marco Minniti, l’ex ministro degli Interni che, lunedì, sul Foglio ha spiegato, sulla base di conoscenza ed esperienza e non di proclami, perché l’immigrazione non è una “emergenza” (come vorrebbero farci credere l’attuale ministro Matteo ‘selfie’ Salvini e soci) bensì un fenomeno “epocale”, oltreché una “grande questione strutturale e dunque complessa”. Giusto, ma può dirci Minniti cosa è stato fatto di “strutturale” e di “complesso” per informare, sul luogo, quelle masse in fuga riguardo alle altissime probabilità di andare incontro all’inferno in terra e in mare? Proprio ieri, nell’articolo di Federico Fubini sul Corriere della Sera abbiamo letto (fonte Ispi, Oim-migrazioni, Unhcr) che – con la percentuale record del 9% nell’ultimo mese – “per chi s’imbarca in cerca di un futuro in Europa, non era mai stato tanto probabile morire in mare durante la traversata dalla Libia”. Qualche cinico sovranista potrebbe pensare che, dati alla mano, gli “invasori” hanno pur sempre nove probabilità su dieci di giungere vivi sulle nostre coste, e non è un piccolo problema. Si rassicurino costoro poiché in questo atroce gioco dell’oca si può non arrivare mai a imbarcarsi e anche ritornare al via. A scelta, i partenti potranno morire nel deserto o finire i propri giorni torturati e stuprati nelle gabbie degli aguzzini libici (che l’Italia sponsorizza con motovedette e pingui finanziamenti). Oppure possono diventare loro schiavi in cambio della vita. I più “fortunati” saranno rispediti nei luoghi d’origine, a vegetare per il resto dei propri giorni dopo essersi svenati inutilmente, preda dei creditori. Poi ci saranno i vincitori della premiata crociera Salvini-Toninelli che, raccolti da qualche losca nave Ong potranno vagare per il Mediterraneo senza meta, finché l’Europa dei popoli (armati e barricati in casa) si dimenticherà anche di essi. Ripeto la domanda: questa umanità vagante che cognizione ha di tutto ciò? Chi glielo ha spiegato? Chi li ha informati? Quale massiccia campagna di comunicazione è stata intrapresa da chi si riempie la bocca col mantra ipocrita: aiutiamoli a casa loro? Sul Fatto, Andrea Valdambrini ci ha raccontato di come per convincere i più disperati a indebitarsi (un viaggio può costare dagli 8 mila ai 15 mila euro o più) basta la trappola di una promessa di lavoro assicurato. Oppure si agisce attraverso “una ben consolidata narrativa del migrante che ce l’ha fatta, e che invia selfie agli amici – magari vicino a un monumento di una città europea o a una macchina di lusso che finge sia la sua” – postandoli sui social”. Ecco, onorevole Minniti, quale contro-informazione è stata messa in campo dall’Europa della ragione, contrapposta a quella della paura? Ecco, padre Zanotelli, è vero che noi giornalisti (e per primo chi scrive) dovremmo reagire alla pigrizia del cuore e a quella dell’intelletto. Ma di fronte alla strage senza fine cosa è diventato più giusto? Fermare chi parte? O piangere chi muore? Aiutateci a capire.

Un pallottoliere chiamato Gentiloni

Paolo Gentiloni ha deciso di sfilarsi i guanti e non mandarle a dire. Anzi, ci informava ieri La Stampa in una lunga intervista all’ex premier, è “tagliente come mai prima d’ora”. E che sarà mai successo? In sintesi, si è messo a far di conto. Da “un piccolo ufficio, tre metri per quattro ricavati dentro un ex convento di suore, a due passi da Montecitorio”, insomma un “austero contesto”, ha preso la calcolatrice è si è infuriato. Ha scoperto che “questo governo è pericoloso” per l’economia perché sta “incrinando gli sforzi fatti da Monti in poi” e provocando danni “che si possono stimare in miliardi”. Dice infatti Gentiloni che lo spread è passato da 120-130 del 2017 a 230-240 di ora, “questo significa l’1% in più rispetto allo stock dei titoli di Stato che dobbiamo vendere quest’anno”, un “costo di circa 5 miliardi e mezzo in più”. Sorvoliamo sul fatto che l’1% è il rendimento in più da offrire e non lo stock da collocare o che in primavera ed estate 2017 lo spread era salito oltre i 200 punti senza che il nostro si allarmasse. Quel che stupisce è la cifra finale. Secondo l’Ufficio parlamentare di Bilancio, un aumento di 100 punti dello spread (come successo ora) vale – se perdura a lungo – 1,8 miliardi di maggiore spesa nel 2018 (4,5 miliardi nel 2019, se si mantiene il trend). Non proprio “i più di 5 miliardi che ci sono già costati”.

Direttiva copyright, oggi va al voto: Parlamento diviso

Si vota oggial Parlamento europeo il nuovo regolamento sul diritto d’autore online che darebbe il via alle trattative negoziali: il voto è in bilico, non c’è una chiara maggioranza. Se dovesse prevalere il sì, si darebbe il via libera ai negoziati con il Consiglio Ue che ha comunque una posizione abbastanza simile a quella del Parlamento e quindi dovrebbero procedere, in quel caso, in modo spedito. Se dovesse prevalere il no, sostenuto dal Movimento 5 Stelle e – da ieri – anche da due eurodeputati del Pd, tutto slitterebbe alla plenaria di settembre e si potrebbero effettuare emendamenti al testo altrimenti difficilmente modificabile in futuro. L’incognita di un eventuale slittamento a settembre sarebbe inoltre l’imminente fine della legislatura che potrebbe far arenare l’intera norma. E c’è chi sostiene che questa sia una delle strategie appoggiate da chi auspica la bocciatura. Tra questi, i big del digitale stavolta in linea in modo quasi inedito, con chi di solito li osteggia, dai sostenitori di Internet libera ai piccoli provider.

Ecco costi e benefici: bilancio degli stranieri che vivono in Italia

Per il ministero dell’Economia nel 2018 la gestione dei migranti ci costerà 4,6 miliardi, l’Europa ne mette 80 milioni, ma ci “permette” di non contabilizzare le cifre nel deficit. Servono per i soccorsi in mare, accoglienza (compresi i 35 euro al giorno per i profughi), sanità, istruzione. Gli immigrati sono però anche una risorsa, lavorano, contribuiscono al reddito nazionale, pagano tasse e contributi. Se il saldo economico sia o no positivo, se i 5,5 milioni di stranieri facciano crescere l’economia o sottraggano lavoro agli italiani è il tema al centro del dibattito.

Valore aggiunto. Dai circa 2,4 milioni di occupati stranieri, la fondazione Leone Moressa stima un apporto al Pil nel 2015 (ultimi dati disponibili) di 130 miliardi, quasi il 9%; per Confindustria sono 120. Mentre 5,5 miliardi sono le rimesse che mandano in contanti nei paesi d’origine, denaro quindi non speso in Italia. Oltre ai salariati ci sono gli imprenditori. Secondo Unioncamere sono 600 mila e rappresentano il 42% dell’aumento delle imprese registrato in Italia nel 2017. Immigrati regolari, che pagano contributi e tasse: 7,2 miliardi solo di Irpef nel 2016. Gli irregolari, circa 500 mila (ammesso che non abbiano varcato le frontiere), sono per lo più un costo. Unico ricavo per lo Stato: le imposte indirette sui consumi.

Salari e lavoro. Tre quarti di colf e badanti nelle case italiane sono stranieri: filippini, ucraini, peruviani. Per lo più regolari grazie alle sanatorie del 2008 e 2012. Non hanno portato via lavoro agli italiani, perché nonostante l’11% di disoccupazione (il 33% tra i giovani) sono posizioni poco richieste. Come non lo portano via gli stagionali semi-schiavi, in gran parte africani irregolari, che raccolgono pomodori nel Salento o nella Piana di Gioia Tauro, dove la disoccupazione giovanile supera il 50%. Che gli immigrati facciano “lavori che gli italiani non vogliono più fare”, o meglio che nessuno dovrebbe fare in quelle condizioni, è una realtà. “In Italia c’è il maggior numero di giovani Europei che non studia né lavora – spiega Felice Roberto Pizzuti, ordinario di Economia alla Sapienza – Il nostro sistema produttivo ha poca necessità di persone qualificate e così molti disoccupati, non trovando un lavoro all’altezza delle aspettative, non lo cercano più. Così abbiamo un tasso di attività di 10 punti più basso rispetto ai principali Paesi Ue. Con l’invecchiamento della popolazione gli immigrati sono necessari, ma causano un calmieramento dei salari, che è l’altra faccia della globalizzazione”.

Pensioni. Ad avvertire che nei prossimi anni si avranno livelli più alti di spesa pensionistica sul Pil, causati dai previsti minori flussi migratori, è stato l’Ufficio parlamentare di bilancio, confermando quello che all’Inps dicono da tempo. Gli immigrati versano 8 miliardi di contributi annui e ne ricevono 3 in prestazioni: un saldo positivo di 5 miliardi. Per compensare il calo delle nascite, “la minaccia più grave al nostro sistema pensionistico”, per Inps servono i contributi di 140 mila immigrati in più ogni anno. O dovrebbero emigrare meno gli italiani: nel 2016 se ne sono andati in 115 mila. Il problema è che gli arrivi di stranieri sono in forte calo: 16 mila sbarcati nel primo semestre 2018, contro i 76 mila del primo semestre 2017, mentre il trend di emigrazione italiana non diminuisce. Se dovessero azzerarsi gli arrivi dall’estero, l’Inps calcola che nei prossimi 22 anni tra i 73 miliardi in meno di entrate e i 35 in meno di prestazioni, mancherebbero 38 miliardi. Col tempo i vantaggi tendono ad annullarsi: chi versa contributi oggi maturerà il diritto alla pensione, in buona parte dal 2060. E molti immigrati lasciano il Paese senza averlo maturato, regalando all’Inps 300 milioni all’anno.

Carceri. Per il ministro Salvini ha poco senso “tenerli qua, pagandoli 300 euro al giorno”; propone di far scontare loro la pena nei Paesi d’origine. Al 31/05/2018, secondo il ministero della Giustizia, nelle carceri italiane ci sono 19.929 stranieri, il 34% dei detenuti. L’Associazione Antigone calcola un costo giornaliero di 137 euro pro capite, un miliardo l’anno, ma la spesa per l’80% è destinata ai costi del personale. Secondo il ministero (dati del 2013) lo Stato spende 9,26 euro al giorno per il mantenimento in senso stretto di ogni detenuto: fa 67,5 milioni l’anno per gli stranieri.

Sanità. È la voce che fa la differenza. Uno studio di Itinerari Previdenziali la stima in 11 miliardi l’anno, cifra che da sola farebbe virare i conti al passivo. È ottenuta ripartendo il costo della sanità pubblica, 112 miliardi annui, su una quota stimata in 6 milioni di stranieri. Stime più accurate, comprese quelle dell’Istituto superiore di Sanità, dicono però che la percentuale di ricoveri e cure tra gli stranieri è circa la metà rispetto agli italiani. Dato confermato dal centro studi Eupolis della Regione Lombardia, che ha il maggior numero di immigrati. “A fronte di una spesa sanitaria regionale pro capite pari a 1.807 euro l’anno, quella per gli immigrati risulta essere quasi la metà”.

A conti fatti, il saldo meramente economico dell’immigrazione può considerarsi in pareggio, compresi i costi dell’emergenza, a patto che immigrati continuino ad arrivarne. Quello che la contabilità fa più fatica a stimare è l’apporto in termini di forze di lavoro, la nuova imprenditorialità, valore aggiunto, senza la quale l’economia italiana sarebbe in una situazione peggiore.

Salvini contro Boeri. Di Maio lo difende, ma Mr. Inps è isolato

Lo scontro tra immigrazione percepita e quella reale si sposta sulla testa del presidente dell’Inps, Tito Boeri. O meglio sulla sua poltrona, rivendicata dal segretario della Lega. L’attacco di Matteo Salvini era arrivato martedì, con un video su Facebook durante la visita a un’azienda confiscata alla mafia: “C’è ancora qualche fenomeno, penso anche al presidente dell’Inps, che dice che senza immigrati è un disastro, ma ci sarà tanto da cambiare anche in questi apparati pubblici”. E la risposta del “fenomeno” non si è fatta attendere. “I dati sono la risposta migliore, non c’è modo di intimidirli”, ha rintuzzato ieri Boeri, a margine della presentazione della relazione annuale dell’Istituto, dove ha ribadito le sue ragioni.

“Gli italiani sottostimano la quota di popolazione sopra i 65 anni e sovrastimano quella di immigrati e persone sotto i 14 anni, la deviazione fra percezione e realtà è molto più accentuata che altrove, si tratta di vera e propria disinformazione”, dice Boeri, per il quale la stretta sull’immigrazione, con decreti flussi “del tutto irrealistici” alimenta quella clandestina “di chi arriva in aereo o in macchina, non coi barconi”. L’invecchiamento della popolazione, il declino demografico e la fuga dei giovani all’estero può essere compensato solo dagli immigrati, ribadisce il presidente dell’Inps: “Se dimezziamo i flussi migratori in 5 anni perderemmo una popolazione equivalente a quella di Torino” e azzerandoli “perderemmo 700 mila persone con meno di 34 anni”. Insomma, conclude Boeri rientrando per un attimo nei ranghi della materia di competenza, “il sistema pensionistico non regge senza nuovi ingressi”. “Dove vive Boeri, su Marte? – ribatte Salvini a stretto giro – Servono più immigrati per pagare le pensioni, cancellare la Fornero costa troppo, servono più immigrati per fare i lavori che gli italiani non vogliono più fare… il presidente dell’Inps continua a fare politica ignorando la voglia di lavorare (e fare figli) di tantissimi italiani”. Ma proprio quando la poltrona di Boeri sembrava traballante arriva la difesa inaspettata dell’altro vicepremier. “Boeri resta in carica fino al 2019 e, per quanto mi riguarda, è il mio interlocutore per l’Inps” scandisce ai cronisti alla Camera, Luigi Di Maio. “Sulla collaborazione istituzionale per vitalizi e pensioni d’oro – aggiunge ringraziando Boeri – stiamo andando bene, su altro non siamo d’accordo”. Per quanto riguarda l’ordine pubblico “il fenomeno nelle periferie e i problemi di sicurezza non sono solo connessi all’immigrazione” minimizza il leader M5S.

Boeri nella sua relazione non aveva risparmiato critiche neppure al “Decreto dignità” voluto dal grillino, dove però scorge anche “diverse cose positive”. Bene la riduzione della durata e l’aumento dei costi per scoraggiare il ricorso ai contratti a termine, male la reintroduzione delle causali: “Comportano un appesantimento burocratico, scoraggiando la creazione di lavoro”, così come l’aumento degli indennizzi per i licenziamenti ingiusti. Non mancano le solite osservazioni al governo contro l’eliminazione della legge Fornero. Per Boeri “i costi della ‘quota 100’ (tra contributi ed età anagrafica per l’uscita, ndr) possono arrivare a 20 miliardi” avverte, ma “possiamo permetterci più flessibilità con la transizione al contributivo”.

Si vedrà se la Lega andrà fino in fondo per sostituire Boeri. Il grimaldello per rimuoverlo anticipatamente passa per la proposta di riformare la governance dell’Inps, reintroducendo il Cda, peraltro già chiesta nella scorsa legislatura dal Pd, dove l’anima renziana e quella ex Cgil di Cesare Damiano erano concordi nel rimuoverlo. Ieri Cgil e Forza Italia lo hanno attaccato accusandolo di “protagonismo”. “Se l’Inps fa l’Inps non ci saranno problemi…”, ha avvertito Di Maio. Nel frattempo la polemica sui migranti oscura i pessimi dati dell’Istituto. Il risultato economico 2017 è negativo per 6,9 miliardi, peggiore dei 6,2 del 2016.

Mattarella riapre i confini: “Irresponsabile chiuderli”

C’è voglia di chiusura di frontiere in Europa, ma il presidente Sergio Mattarella, in visita ufficiale sul Baltico, ricorda l’importanza della libera circolazione di cittadini e merci nel continente. E lo ricorda in un discorso tenuto al fianco del presidente estone Kersti Kaljulaid: “Vi sono molte cose che contrassegnano l’Unione europea ma, a mio avviso, ce ne sono due che ne esprimono appieno l’anima: Erasmus e Schengen. Ormai i nostri giovani si sentono europei e il poter viaggiare liberamente in Europa è per loro un dato irrinunciabile. Metterlo a rischio è poco responsabile. Parlare di chiusura dei confini, in un momento in cui tutto dovrebbe indurre a una maggiore razionalità nell’analizzare e di conseguenza governare il fenomeno migratorio, è da evitare”. Poi il presidente della Repubblica ha parlato dei flussi migratori dall’Africa: “Dalla metà del 2017 alla metà del 2018, gli arrivi in Italia attraverso il Mediterraneo sono diminuiti dell’85%. La pressione si è abbassata e questo dovrebbe consentire a tutti i governi di affrontare il nodo delle migrazioni con razionalità e senza cedere all’emotività. Parlare di confini da chiudere non è razionale, ma risponde all’emotività subita o suscitata. La responsabilità politica richiede invece razionalità e governo comune del fenomeno. Una cosa possibile che abbiamo il dovere di fare.” L’esito dell’ultimo Consiglio europeo, ha aggiunto Mattarella, “è incoraggiante perché ha assunto la consapevolezza che la responsabilità” sul fenomeno dei migranti “è comune non dei singoli Paesi.”

Sui 26 Paesi che fanno parte dell’area Schengen, sono attualmente sei ad aver reintrodotto i controlli alle frontiere: Danimarca, Francia, Germania, Austria, Norvegia e Svezia. Parigi lo ha fatto a seguito degli attacchi terroristici, gli altri cinque per far fronte al flusso eccezionale di migranti. Il codice Schengen prevede la possibilità di reintrodurre controlli temporanei nel caso di minaccia seria o timori per la sicurezza interna. Ora l’Austria del giovane Kurz intende ripristinare i confini e dunque anche al Brennero con l’Italia. Il ministro dei Trasporti di Vienna dice che “sarebbe un disastro”.

Camicie rosso-nere

Come direbbe il nostro guru preferito, Quelo, c’è grossa crisi nel Giornale Unico dell’Apocalisse. Un mese fa, le mejo penne del bigoncio ci avevano raccontato che stava nascendo un “governo di destra” con “programma di destra”, “atteggiamenti di destra”, “natura dichiaratamente di destra”, “laboratorio pratico della nuova destra sovranista e antieuropea” (Claudio Tito, Repubblica), “un’ideologia sottile di destra” (Massimiliano Panarari, l’Espresso). “Un lepenismo corretto da assistenzialismo al Sud spacciato per facsimile di reddito di cittadinanza… una ‘destra realizzata’… La ‘destra reale’ europea”, cocktail mortale di “ribellismo, velleitarismo, ideologismo, dilettantismo”, in una parola “avventurismo” (Ezio Mauro, Repubblica). Punto, punto e virgola, due punti: massì, abbondiamo, abbondantis abbondandum. E i nuovi fasci mica si sarebbero accontentati di marciare in orbace, radunarsi in piazza Venezia sotto il balcone del Duce Conte, saltare nel cerchio di fuoco e invadere l’Etiopia, eh no. Le loro mire erano ben più ambiziose: “Sottomettere la Costituzione” (La Stampa), “l’uscita dall’euro o l’arrivo della troika… Un suicidio” (Aldo Cazzullo, Corriere), “tagliarci le pensioni”, “l’abolizione del governo”, “uccidere il Sud”, “piazzare ‘Rousseau’ nella Pa” (il Giornale), “far saltare l’Italia”, “la catastrofe” per i “consigli di Bisignani e Mentana” (Giuliano Ferrara, il Foglio), “radere al suolo la democrazia” (Piero Sansonetti, Il Dubbio). Cose così.

Ora il governo di Benito Conte e dei duumviri Galeazzo Di Maio e Romano Salvini partorisce il suo primo decreto che taglia le unghie al precariato e vieta gli spot delle bische. E, sorpresa! Lo elogiano il manifesto, Cgil, Cisl, LeU, Landini, Cofferati, Fassina e altre note camicie nere. Il che fa sospettare che sia un decreto, parlando con pardon, “di sinistra”. Che fare? Il Giornale Unico dell’Apocalisse si disunisce un pochino: l’ala berlusconian-confindustriale urla e strepita contro il ritorno dei comunisti travestiti da grillini, mentre quella confindustrial-pidina dice che le misure di sinistra che piacciono alla sinistra non sono di sinistra. Libero: “Di Maio piace ai compagni perché è un comunistello. Sindacati e vecchi arnesi rossi entusiasti del decreto dignità di Giggino, che invece terrorizza gli imprenditori”. Il Giornale: “Senza dignità. Mazzata all’economia”, “Salvini fermi i nuovi comunisti”, “Di Maio fa saltare 100 mila posti di lavoro. Rivolta degli artigiani”, “Sinistra sotto mentite spoglie”.

Il Foglio (rag. Cerasa): “Salvare le imprese dalla gogna populista. Mobilitarsi” (milioni di lettori del Foglio sono subito scesi in piazza al grido di “A Cera’, mo’ me lo segno”). Messaggero: “Colpo al mercato del lavoro, senza le contromisure”, “Lite sul decreto: contratti a rischio. Scommesse, Lega Calcio contro lo stop agli spot”, “Quel flirt M5S-Cigl”. Corriere della Sera: “Contratti e fisco, salgono le proteste”. La Stampa: “Lavoro, imprese all’attacco”. Repubblica, fu giornale della sinistra, fa storia a sé. Dice l’unica cosa che può dire per non contraddire i vaticinii sull’invasione degli ultrafasci grillini: “Il decreto dignità cambierà poco il mercato del lavoro” (resta da spiegare perché gli industriali e i biscazzieri strillino come ossessi). È tutta una “maschera” per “strizzare l’occhio alla sinistra”. Ma non quella vera, quella Doc, eh no: quella è una specialità della casa, ben custodita sotto chiave nella banca del seme di Largo Fochetti, anche se nelle urne nessuno l’ha notato. Questa a 5Stelle è una “sinistra qualunquista” che si alterna nel “gioco delle parti” con la “destra populista” (Claudio Tito). Cioè con la Lega, a cui peraltro Repubblica si affida speranzosa perché faccia a pezzi il decreto Dignità: “Lega all’attacco: ‘Pronti a cambi in Parlamento’”. E che il decreto non sia di sinistra lo dimostra un dettaglio decisivo, subito sgamato dall’acuto Tito: “Di Maio dimentica di dire che il suo testo non ripristina le garanzie sui licenziamenti fissate dall’articolo 18”. In effetti, siccome nessuno aveva mai annunciato il ripristino dell’art. 18 nel decreto Dignità, Di Maio non aveva precisato di non averlo ripristinato. Ma Tito se l’aspettava, dunque andava avvertito per tempo. Ora, già che c’è, Di Maio dovrebbe pure avvisarlo di non aver riaperto le case chiuse e di non aver reintrodotto il delitto d’onore. Sennò poi non si aspetti la clemenza di Tito, che è merce rara.

Quando Renzi l’articolo 18 lo abolì, diversamente da quando voleva farlo B., Repubblica scrisse che era cosa buona e giusta e moderna, come tutto ciò che faceva Renzi, mentre l’articolo 18 era cattivo e ingiusto e reazionario. Ora che, in ben 30 giorni di governo, Di Maio non l’ha ancora ripristinato, l’articolo 18 torna a essere buono e giusto e moderno, per un motivo semplice e anche coerente: Di Maio è cattivo e ingiusto e reazionario a prescindere, anche quando indossa la “maschera” della sinistra (quella “qualunquista”). Ma alla fine il Giornale Unico dell’Apocalisse ritrova la sua rocciosa coesione esaltando, compatto come falange macedone, il ministro dell’Economia Giovanni Tria. Il quale è sempre dipinto come un saggio d’altri tempi, una personcina ammodo, prudente, competente, attenta ai conti e all’Europa. Come se non fosse l’elemento più importante del governo dopo Conte, Di Maio e Salvini. E quasi che fosse il capo dell’opposizione e non un ministro scelto da Salvini per le sue critiche all’euro, suggerito dal putribondo Savona dopo il gran rifiuto di Mattarella. Qualcuno, pensando di fargli un gran complimento, s’è addirittura spinto ad accostarlo a quel genio di Padoan. Roba da querela.

I 90 anni del calciatore chiamato presidente

I 90 anni che Giampiero Boniperti compie oggi appartengono alla storia del calcio di un Paese, il nostro, che al calcio ha affidato troppo di sé: le gioie più sfrenate, le rabbie più feroci. Boniperti è stato e sempre sarà la Juventus. Lo ha deciso “lei”, quando lo reclutò nel giurassico 1946. Lo ha ribadito “lui”, quando pure venne scaricato per far posto alla “Triade”.

Giocatore, capitano, consigliere, presidente, amministratore delegato, presidente onorario. Un centravanti vero ed elegante, capace di soffiare il titolo di capocannoniere al leggendario Valentino Mazzola. Un dirigente tosto, tutto di un pezzo e molto attento al prezzo, “titolare” tra Giovanni Agnelli e il fratello Umberto: “due mezzali così, sul mercato, non si trovano”. Lo ripeteva spesso, grato e fortunato.

Lo conobbi a Bologna, all’alba della stagione 1974-’75. Inviato di Tuttosport, sapevo che aveva il vezzo di svignarsela dopo il primo tempo. Colleghi anziani gli avevano parlato di me e della mia fede, uguale alla sua. Arriva il fatidico intervallo: risultato 1-1. Gol di Savoldi, pareggio di Anastasi. Boniperti prese su e scappò, letteralmente. Noi cronisti, tutti dietro. Ciao ragazzi, salve presidente. Il solito protocollo. Bisognava sbrigarsi, il devoto Pino lo aspettava al parcheggio pronto a sgommar via. Ha sempre odiato le interviste, Boniperti. Le odiava perché aveva paura di sembrare un altro, perché temeva che la pancia lo tradisse e gli estorcesse quello che davvero pensava. Gli chiedemmo due cose, ci rispose con una. E il fatidico: “Mi raccomando, tanti saluti a casa”.

Per la cronaca, il Bologna vinse poi la partita (2-1, rete di Cresci) e la Juventus lo scudetto. Siamo al giorno dopo. Fu Boniperti a telefonare, non io. Curioso, aveva letto il pezzo e vi aveva trovato un “neh”, classico del gergo piemontese. Giurò di non averlo mai pronunciato. Infatti, non l’aveva detto. Lo avevo aggiunto di mio pugno, pensando che con un “neh” i nudi concetti sarebbero stati un po’ meno nudi.

“Non farlo più”, mi disse. Asciutto. E mi domandò, a mo’ di risarcimento, come stessero mamma e papà. Avevo 23 anni e mezzo, e chissà per quanti campionati ancora avrei dovuto convivere con le sue pause, i suoi scatti. Un reporter più indipendente avrebbe replicato per le rime, o l’avrebbe comunque aspettato al varco per crivellarlo di “neh”. Da acerbo giornalista quale ero, gli risposi con un fiero e sdegnato sì. E non glielo inflissi più.

Trascorsero mesi e, non so come, tornammo sull’argomento. Mi confessò che, quel lunedì là, non mi aveva minacciato. Aveva scherzato. Era stata tutta una finta. Gli anni non passano, restano: se passassero, potremmo sempre millantare di sentirci giovani. Boniperti non ne ha bisogno. Juventus, in latino, vuol dire gioventù.