“Per lui ho perso un torneo: lo guardavo e ridevo sempre”

È morto Lucio Dalla. La voce correva lungo la banchina a Roma Termini e tutte le persone si avvicinavano a Paolo per parlare con lui. Parlavano di Dalla, di come era morto e Paolo con perizia e cura cercava di essere molto preciso nelle risposte, aveva una parola di conforto per tutti quelli che sembravano disperati per quella morte improvvisa del suo amico Lucio. Ma insieme era raggiante nel ricordarlo.

Era chiaro che la morte degli altri gli dava un piacere intimo: era toccato ancora unavolta a qualcun altro.

Stavo per salire sul treno insieme a Paolo Villaggio per andare a Pietrasanta a trovare Adriano Panatta, e tutte le persone che incontravamo giovani o vecchie, lo salutavano e si fermavano per abbracciarlo come fosse un sopravvissuto dei bei tempi. Era uno di loro, era chiaro.

Una volta sul treno mi disse lapidario e incazzato: “La morte è una gran seccatura” . Ecco la tipica battuta di Paolo, non potevi non ridere, insieme cinico e glaciale. “La sua comicità che metteva insieme il cinismo romano e l’aplomb anglosassone – mi dice ora Adriano– era il modo di Paolo di stare al mondo”. Oggi, a un anno dalla sua morte ci ritroviamo con Panatta a parlare del suo amico di tennis e di vita.

Ma eravate amici per via del tennis, gli domando. Adriano mi ricorda la scena del film, il tentativo di battuta, il continuo mancato impatto tra racchetta e pallina del ragionier Fantozzi, e poi la batosta micidiale in testa, tutto in un campo di periferia, tra la nebbia, l’alba. “No ci eravamo incontrati a Cortina, e poi ogni tanto veniva a vedere le partite. Ma io speravo che non venisse, mi distraeva: una volta lui e Tognazzi mi hanno fatto perdere il torneo di Montecarlo, io in campo e loro sugli spalti, irresistibili con le loro smorfie, non riuscivo a stare in partita. Paolo era bello sentirlo parlare, cultura immensa mai esibita, solo una messa in scena continua inarrestabile”.

Adriano mi racconta anche del periodo in cui Paolo era sempre in giro tutta la notte, non trovava pace, sempre a caccia di umanità varia. “Era un cultore dell’essere umano, curioso della vita degli altri, voleva conoscere per poter dire la sua, prima sintetizzare il senso della vita con la sua battuta cinica secca e tagliente e mai scontata”. Adriano e Paolo erano, così amici senza cerimonie e fronzoli. Si cercavano, si parlavano e si ammiravano.

“Villaggio era un provocatore intelligente, non sapevi mai se diceva la verità o semplicemente ti stava prendendo in giro”, spiega l’amico. “Probabilmente tutte e due le cose insieme. Viaggiava su parabole tutte sue che raramente toccavano gli altri”. Un esempio? “Quella notte a Pietrasanta dopo essere stato sul palco, con il suo spettacolo rutilante di dritti e rovesci precisi a delimitare il campo del racconto, Paolo venne ricoperto di applausi. Un racconto su tutti, il colpo perfetto per finire il game da vincente. O il giorno che a Genova, negli anni 70, nel cinemino d’essai, il proiezionista in lacrime confessava al pubblico ormai arrovellato nel dibattito, che aveva fatto partire il film all’incontrario, dalla parola fine. Il pubblico attonito e il critico militante che aveva difeso l’ardire di Pudovkin di far partire La madre dalla fine, la poesia di quell’atto e la triste realtà di un errore”.

Aveva creato un’angoscia pazzesca sul pubblico. Inizio della fine di un epoca che arrivata fino ad oggi. Ecco quei dibattiti inutili e dannosi alla psiche umana gli avevano fatto gridare “corazzata Potemkin è una cagata pazzesca”.

Poi nella serata di bevute e cibo, tutti insieme Paolo cominciò ad occuparsi del nostro amico Piero, malato, bipolare, triste e perso nei meandri dei suoi pensieri. Cominciò a parlare di analisi e medicine con perizia e conoscenza del problema. Infine uno scarto improvviso, volle sapere dove era l’origine di quel malessere, si fece raccontare la vita di Piero e partecipò al dolore di quest’ultimo che soffriva per un amore mai veramente ricambiato. Davanti all’impossibilità di dare una risposta, senza farsene accorgere sparì nella notte. Il giorno dopo tornammo a Roma, Adriano alla guida, Paolo continuò ad occuparsi della storia d’amore del nostro amico, poi semplicemente cambiò discorso e ci fece una lezione dotta sulla recitazione: meglio Chaplin o Buster Keaton? Impossibile la risposta. Poi un pomeriggio a casa sua nel suo studio, mi disse che non riusciva più a dormire, allora si alzava e leggeva sempre lo stesso libro: La metamorfosi. E parlava di libri, dei suoi libri, e lì capii la sua ossessione: la scrittura. Paolo era un grande scrittore ma nessuno lo riconosceva. Allora glielo dissi: “I tuoi libri sono capolavori”. Sorrise e se ne andò.

Ginestra: l’isola del noir. Lo Scerbanenco ritrovato

Pubblichiamo di seguito un estratto dal “primo noir” inedito di Giorgio Scerbanenco, perso nel 1943, ritrovato nell’archivio di famiglia, ora in libreria per La nave di Teseo. Il libro verrà presentato domani in una giornata dedicata allo scrittore alla Iulm, nell’ambito della Milanesiana, ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi.

Molti anni fa, in una minuscola isola di un lago d’Italia, vivevano alcune persone delle quali s’interessa la presente storia. Per avere un’idea della piccolezza di quest’isola bisogna dire che essa conteneva, diciamo così, soltanto la villa dei padroni, i Reffi, e la casetta del custode, Giovanni Marengadi. […]
Con una barca si compie il giro dell’isola in quattro minuti; a piedi, lungo un esilissimo marciapiede sommerso dall’acqua la maggior parte dell’anno, in due minuti.
L’isola della Ginestra, o Ginestrin, com’è chiamata, era in vendita nel secolo scorso a duecento lire, naturalmente senza alcuna costruzione. Antonio Reffi, il vecchio, la comprò appunto a questo prezzo quando aveva venticinque anni, con il proposito di vivervi solitario tutta la vita. Poi si sposò, dopo avervi fatto costruire la villa, e con sua moglie vi passò regolarmente l’estate, ogni anno. Nel millenovecentotrenta e qualche cosa egli vi si stabilì definitivamente, insieme con i suoi due figli, Carla e Celestino. Carla Reffi aveva quarant’anni, non si era sposata ed era scrittrice. […] Il padre, il vecchio Antonio Reffi, diceva che ella non sapeva scrivere; […] e quando la figlia gli dava da leggere il manoscritto del suo ultimo lavoro, sfogava il suo malessere costellandolo di note e correzioni. […] Celestino Reffi aveva undici anni meno della sorella. Anche lui non riscuoteva l’approvazione del padre. Intanto il vecchio Antonio gli rimproverava di essere troppo alto e grosso e forte. […] Poi gli rimproverava la sua intelligenza. […] E Celestino spingeva la sua intelligenza fino al punto di riconoscere che il padre aveva ragione. Aveva preso una laurea in medicina, aderendo al desiderio del padre, medico anche lui; come il padre, si era specializzato in otorinolaringoiatria, ma non aveva esercitato che un anno solo. Ora teneva compagnia al babbo e alla sorella e si dedicava allo studio che più lo appassionava, la matematica.

Durante i primi anni i Reffi avevano abitato da soli la villa al Ginestrin. Poi avevano preso con loro un cugino e sua moglie, Jole e Vittorio Bras. Erano parenti poveri e giovani. […] Per sdebitarsi, Vittorio era divenuto una specie di segretario della scrittrice Carla Reffi […]. Sua moglie, Jole, sovrintendeva alla casa e guidava le due domestiche, Beatrice e Marì. […] Solo Giovanni Marengadi, il custode, andava e veniva ogni giorno con la barca dall’isola a Caltone, che era il paese sulla riva occidentale del lago; faceva le compere, andava a prendere la posta e pareva si trattenesse anche con una certa Rosilda, che sempre aveva voluto sposare, secondo quanto si diceva, e mai aveva potuto. […] Tutti gli altri stavano anche per mesi senza muoversi dall’isola, escluse le due domestiche che ogni domenica mattina si recavano a messa a Caltone. Vi erano al Ginestrin una biblioteca, la radio, una collezione di dischi, e soprattutto vi era una terrazza, metà coperta a veranda e metà scoperta, dalla quale poter vedere d’estate e d’inverno il dolce vasto panorama attorno; […] Non accadeva mai nulla, al Ginestrin. […] Di solito il primo a svegliarsi, in quell’isola, era Marengadi, d’estate alle quattro del mattino, d’inverno alle cinque, e subito slegava Pangloss, del quale ora occorre far cenno, perché era un abitante non disprezzabile del Ginestrin. Si trattava di un cane alano di razza purissima che possedeva in grado massimo i due requisiti fondamentali degli alani, la ferocia e l’incomprensione assoluta per chiunque non fosse il padrone. Era stato battezzato Pangloss da Celestino solo con l’intento di prendere in giro Voltaire e l’Illuminismo. Pangloss non lo sapeva; ciò che questo animale sapeva era che per ragioni contingenti non poteva sbranare gli abitanti dell’isola, ma qualunque altro vivente avesse posto piede su quella terra era alla sua mercé. […] Di notte bisognava tenerlo legato, perché al buio egli non si sottometteva più ad alcuna legge e nessuno avrebbe potuto circolare per l’isola, se non Celestino, e forse neppure lui. Ma al mattino, appena desto, Marengadi lo slegava. […] Dopo Marengadi, si alzavano le due domestiche e svogliatamente cominciavano a preparare la colazione per i padroni; e dopo di loro si levava Jole Bras. Si vedevano tutti a colazione, verso le nove e mezza. Il vecchio Antonio Reffi svegliava ognuno, spiritualmente, prendendo in giro ora questo e ora quella, chiedendo ironiche notizie delle ultime poesie di Vittorio Bras, dei sogni matematici del figlio Celestino. […] Nulla accadeva, come già è stato detto, e Antonio Reffi poneva tutta la sua cura perché nulla accadesse; ma questa storia non esisterebbe se un certo fatto non fosse accaduto, cominciando una certa sera di maggio di quell’anno. Il sole era già calato dietro le montagne, ma il cielo ne era ancora tutto luminoso. La cena era stata consumata in veranda. Celestino, che la sera si chiudeva subito nella sua stanza, era già scomparso. Jole e Vittorio stavano nella sala a pianterreno e tormentavano la radio. Solo Antonio e sua figlia Carla erano rimasti sulla veranda, e dai vetri aperti guardavano il limpido cielo diventare lentamente buio e punteggiarsi di stelle; guardavano il lago, molto mosso dal vento, tutto ricamarsi di creste spumose; guardavano le rive del lago già cosparse di lumi e tacevano. Antonio aveva smesso di celiare sulle cose del mondo e sul prossimo, fumava sereno una sigaretta, perché, pur avendo quasi settant’anni, non aveva mai optato per il sigaro o la pipa. […] Carla aveva un libro sulle ginocchia, ma non leggeva. […] “Giovanni avrà legato il cane?” domandò Antonio quella certa sera, e così cominciò ad accadere quello strano fatto. Carla scese dal suo olimpo. “Come? Ah, sì, credo, sono le otto e mezza,” fece, guardando l’orologio. Parve che volesse tornare lassù da dove era venuta, ma poi si riprese e domandò: “Perché?” “Perché sta venendo qualcuno,” rispose Antonio, “e non vorrei fosse sbranato.” Quando in una casa, come dire, sul continente, si dice che sta venendo qualcuno, l’affermazione non ha nulla di drammatico o di meraviglioso; ma al Ginestrin era un accadimento quasi sconcertante. […]

Tempi lunghi per salvare i 12 bloccati in grotta dalle piogge

Potrebbero passare settimane prima di tirare fuori dalla grotta Tham Luang i dodici ragazzi – fra 11 e 16 anni – e il loro allenatore. In Thailandia dopo la felicità per la notizia di aver ritrovato il gruppo, bloccato dalle piogge monsoniche da 9 giorni, ora si pone il problema di come tirare fuori i sopravvissuti. Una delle possibilità è che ogni componente del team sia dotato di attrezzatura da sub e sia in grado di usarla senza problemi fisici. Ed è proprio questo il dubbio dei soccorritori, perché sia i minorenni che l’adulto non mangiano da più di una settimana. “Li tireremo fuori quando saranno tornati al cento per cento delle forze – dicono i responsabili delle squadre di soccorso all’esterno della grotta, senza dare indicazioni precise sui tempi – potrebbe passare anche un mese”. La squadra giovanile è assistita da sette persone, a turno, tra cui un medico e un infermiere che hanno provveduto a fornire cibo, fra cui un gel ipercalorico, e medicine; si lavora anche per allestire una linea telefonica via cavo con cui i bambini possano parlare con le famiglie. Le grotte di Tham Luang sono tra le più lunghe della Thailandia, con un’estensione di 10 chilometri, e sono molto difficili da percorrere, soprattutto durante i mesi delle piogge.

L’intellettuale pro Trump che denuncia il maccartismo liberal

Due settimane fa il magazine Politico aveva dedicato ad Alan Dershowitz, 79 anni, docente di Harvard e commentatore della Fox, un articolo dal titolo: What Happened to Alan Dershowitz?. Ovvero, “come un professore liberale di Harvard è diventato il difensore più agguerrito di Trump in televisione, spaventando i suoi amici”. La maggior parte degli intellettuali condanna la politica del presidente repubblicano, invece Dershowitz sta dalla sua parte e in qualità di sostenitore del pensiero del tycoon – come ricorda Politico – è stato anche a un dibattito pubblico a New York nel club Village Underground; ad opporsi al professore c’erano un ex agente dell’Fbi e un redattore del National Review; argomento, il Russiagate che il docente ritiene una inchiesta pericolosa per il sistema americano. Ora Dershowitz si sente abbandonato tanto da denunciare una forma di maccartismo – la caccia negli anni cinquanta al ‘comunista’ da mettere all’indice – anche nei luoghi esclusivi come Marthàs Vineyard, al largo di Cape Cod (Massachusetts) che ogni estate è fra i luoghi preferiti di magnati e radical chic.

Dershowitz ha detto che i suoi vecchi amici “lo hanno messo al bando”. In un articolo pubblicato da The Hill ha scritto: “Non avrei mai pensato di vedere il maccartismo arrivare a Marthàs Vineyard, ma è successo”. Dershowitz ha citato il caso di un altro docente di una università prestigiosa che ha giurato di non accettare inviti a cene che prevedano la sua presenza: “Lui e altri hanno chiesto di essere avvertiti, in modo da non incontrare né me, né le mie idee”. A proposito di caccia alle streghe, è proprio questo che il docente pensa del Russiagate, anche se ritiene che Trump non dovrebbe licenziare il procuratore Mueller. In questo, forse, resta qualche traccia del vecchio prof liberale.

L’orgoglio russo torna ai tempi della Cccp

I russi per la Russia non avevano mai festeggiato così tanto. La loro nazionale è giovane, ha storia ma non un passato, come San Pietroburgo: architetture e monumenti sono antichi, ma la Perestrojka ha trasformato tutto, locali, negozi, anche il pallone. I quarti di finale nel Mondiale di casa sono il miglior risultato di sempre di una nazionale che ha alle spalle appena 6 edizioni. Prima esisteva un’altra squadra, in un’altra epoca, di cui non sopravvive quasi nulla: impianti demoliti, tradizioni abbandonate, club rifondati. Restano solo cimeli, ricordi di un calcio diverso, più popolare e sociale, anzi, socialista.

L’Urss non è molto rimpianta, se un pizzico di nostalgia esiste è solo nei dettagli. Lo sport, ad esempio: domenica per i festeggiamenti della vittoria con la Spagna c’erano anche magliette della vecchia Cccp. Quella era una grande squadra, che ha vinto Europeo e Olimpiadi, quarta ai Mondiali ‘66, mentre l’exploit odierno è un episodio, come il 3° posto a Euro 2008, in mezzo nulla. C’era una scuola che sfornava campioni, da Jascin a Blochin, e maestri della panchina come il colonnello Lobanovsky. La tradizione si è persa quando è stato smantellato il sistema del calcio sovietico, che manca forse più dei risultati.

Prima i giocatori non erano professionisti e i club avevano la loro organizzazione statale: il Cska era la squadra dell’esercito, la Lokomotiv delle ferrovie, lo Spartak del sindacato, e così via, il pallone faceva parte della vita quotidiana. “Oggi è comunque sport nazionale, ha una diffusione maggiore tra i giovani, ma allora era diverso”, spiega Eduard Lapitov, presidente dell’associazione di tifosi Russia Unites. “Ognuno si identificava nella propria squadra, i calciatori erano eroi ma anche persone comuni”.

San Pietroburgo, nonostante l’egemonia moscovita sulla vecchia Vysšaja Liga, rivendica il titolo di capitale del calcio: qui fu disputata la prima partita, nel 1897 in una caserma sull’isola di Vasil’evskij. Lo Zenit ha anche disegnato degli itinerari, una sorta di pellegrinaggio del tifo, ma proprio la squadra cittadina è la prima a non essere più la stessa: un tempo come la città si chiamava Leningrado, nome che rimane nei vecchi cori della curva. Soprattutto non era proprietà del colosso petrolifero Gazprom, ma la squadra della fabbrica di acciaio, dove ha giocato il suo primo incontro ufficiale nel ’36: di quell’impianto resta solo una tribuna (inclusa tra i 100 capolavori dell’avanguardia sovietica), ma inglobata in un magazzino, non visibile. Nell’Skk intitolato a Lenin, teatro dell’unico scudetto in epoca sovietica nell’84, non si gioca più a pallone: sarà ristrutturato per diventare un’arena di hockey ultramoderna. Lo storico Kirov Stadium è stato raso al suolo per costruire il nuovo Krestovsky, costato alla città un miliardo di sprechi, spesso mezzo vuoto. Mentre la Dinamo, la squadra più antica, è fallita tante di quelle volte da non avere più nulla a che fare con le origini.

Nella smania di voltare pagina, il pallone non ha fatto eccezione. Il Paese però aveva altre priorità e al posto del vecchio sistema non è stato costruito quasi nulla: le giovanili non producono talenti (l’ultimo Arshavin, carattere difficile, poco amato), i club finiscono in mano a potenti magnati o sull’orlo del fallimento, i tifosi non condividono valori e si sono allontanati. “Semplicemente ormai il pallone è diventato proprietà privata”, conlcude Lapitov. Adesso i Mondiali sono l’ultima follia, o speranza, per rilanciare il calcio russo, oltre che far fare bella figura a Putin. E magari il grande risultato della nazionale riavvicinerà i tifosi, mai così fieri della Russia del pallone. Ma comunque non sarà come una volta.

Insoddisfatti, precari e tartassati: l’esercito dei (finti) autonomi

Istruiti e spesso soddisfatti della propria attività, tuttavia poco gratificati a causa di scarsi guadagni e tasse alte, oltre che del tutto invisibili al sistema di welfare pubblico. I lavoratori autonomi italiani si sono auto-scattati una foto, rispondendo a un questionario lanciato, in un progetto europeo, dall’associazione Acta, che rappresenta i freelance. I quasi mille intervistati svolgono prevalentemente professioni senza ordine di categoria, ma ci sono anche tanti giornalisti (che l’albo ce l’hanno). Viene fuori un mondo tutto sommato felice di essere indipendente e poter organizzare la propria vita senza vincoli; libertà che però è controbilanciata da tante difficoltà.

Non mancano gli autonomi involontari: cercavano un impiego da dipendente, ma non lo hanno trovato e hanno ripiegato sulla libera professione. Sono più di tre su dieci, mentre circa il 13% si sente a tutti gli effetti un finto autonomo, cioè vittima di un abuso da parte del committente. Mettendo da parte questo aspetto, sono tanti i problemi segnalati anche da chi è freelance per scelta. Per primo, disagio manifestato da quasi tutti gli intervistati, le tasse e i contributi: “La pressione fiscale per il lavoro autonomo – si legge nell’indagine – è effettivamente molto elevata in Italia ed è aggravata dal fatto che chi lavora in autonomia ha piena consapevolezza di quanto versa”. Si sentono tartassati anche molti che godono dei regimi agevolati, con aliquote inferiori al 15%.

Nella gara per accaparrarsi clienti, non tutti riescono a raggiungerne abbastanza per sopravvivere: solo metà degli intervistati ha dichiarato di lavorare con continuità, mentre gli altri riescono a farlo per poche ore al giorno o pochi mesi all’anno (l’11,5% è impegnato per meno di sei mesi). La precarietà colpisce soprattutto le donne e i giovani che iniziano ad affacciarsi alla professione. Commesse a singhiozzo si traducono in introiti a singhiozzo, anche perché non tutti pagano con puntualità. Considerando i guadagni, emerge un mondo spaccato: il 23,4% dichiara meno di 10 mila euro lordi annui; poi c’è un 51,5% di fascia medio-bassa che incassa tra i 10 mila e i 30 mila euro e un altro 17,9%, di fascia medio-alta, che viaggia tra i 30 e i 60 mila euro. Molto pochi quelli che contano su volumi d’affari più alti. Meno del 10% si sente tutelato dal welfare pubblico per quanto riguarda la pensione, la malattia e la maternità. Inesistenti i sostegni al reddito, perciò chi ha guadagni vicini alla soglia di povertà è costretto a barcamenarsi come può: svolgendo un secondo lavoro in nero, dando in affitto una stanza della propria casa e, immancabilmente, chiedendo aiuto alla famiglia.

Silicolonizzazione del mondo: ovvero asfissiante espansione del liberismo digitale

“Un sensodi infinita espansione” è la frase che racchiude ciò che questo libro vuole comunicare: la Silicon Valley, come concetto e non più solo come luogo fisico, trasmette un “senso di infinita espansione” che non sembra poter essere arginato e che porta Èric Sadin, scrittore e filosofo che si occupa di temi digitali, a battezzare il termine “silicolonizzazione del mondo”. La Silicon Valley incarna un successo industriale “insolente”, la patria di una “frenesia innovatrice” che vuole ridefinire ogni aspetto dell’esistenza per fini privati dichiarando però di voler agire per il bene dell’umanità. Il capitolo più interessante si intitola “Psicopatologia della Silicon Valley”: scelte di abbigliamento casual anche nelle fasi post-startup, nevrosi del “tempo reale”, imprenditori supereroi e senso di onnipotenza, al tempo stesso geniali inventori malaticci e decisamente in controtendenza rispetto alle vette di perfezione che intendono raggiungere. A un certo punto, Sadin parla di “tecnolibertarismo” spinto: “Si tratta di persone divorate dalla pleonessia (una sorta di potente desiderio di avere sempre di più, ndr) e di un nichilismo estremo, – spiega nel paragrafo “Furia transumanista e delirio di singolarità” – pronte a sottomettere il mondo ai loro schemi chiusi e a gestire la nostra esistenza così da assicurarci ‘ogni bene’”. Non c’è diritto di critica, replica o discussione. Solo il raggiungimento dell’innovazione a tutti i costi, del perfetto digitale. “I nazisti ambivano a creare una nuova ‘razza di uomini’ – spiega Sadin – ‘superuomini‘ nati da manipolazioni biologiche”. E il tecnolibertarismo vuole fare lo stesso “ridefinire da cima a fondo quanto finora è stato definito ‘natura umana’”.

 

Energia, così l’Authority tutela i colossi e non i consumatori

L’Autorità per l’Energia (Arera) ha deliberato un aumento del costo dell’energia elettrica del 6,5% per il consumatore tipo in regime di “maggior tutela”, che è ancora la condizione della gran maggioranza delle famiglie. L’aumento potrebbe incentivare il passaggio dalla maggior tutela al mercato libero (che per legge dovrebbe essere completato entro giugno 2019). In teoria la concorrenza sul mercato libero dovrebbe portare vantaggi per i consumatori ma sembra che in molti casi avvenga il contrario perché le bollette nascondono insidie che sfuggono ad un normale utente. Il caso più rilevante è quello dei costi fissi di commercializzazione, addebitati sui contratti “liberi” per importi che possono variare da 10 sino anche a 30 euro al mese (più imposte), che non sono quasi mai menzionati nelle proposte telefoniche fatte dagli agenti delle società elettriche a caccia di nuovi clienti.

Questi costi vengono poi nascosti tra le righe dei lunghissimi testi di contratto e nascosti anche nella bolletta perché inclusi nella voce “spese per la materia energia”, termine che all’utente ignaro sembra evocare il costo diretto dei kilowattora (KWh) consumati. Chi non è un esperto non si accorgerà mai degli oneri di commercializzazione nascosti in bolletta, oltre ad altri balzelli addebitati per allacciamenti o cambiamenti di contratto. L’Arera sembra poco sensibile alla necessità di assicurare trasparenza su questo e altri aspetti della bolletta. C’è il rischio quindi che il passaggio al mercato libero determini un ulteriore aumento della bolletta media per le famiglie italiane.

Mentre la tutela del consumatore non è perfetta, le società elettriche sono super tutelate dall’Autorità, con incrementi di tariffe calcolati in modo da assicurare loro profitti stabili ed elevati se rapportati ai modesti rischi che ne conseguono. E infatti tutte le società di produzione elettrica hanno ottimi bilanci e buone quotazioni in borsa.

Il costo dell’energia elettrica per una famiglia media è in Italia il più elevato in Europa, dopo la sola eccezione della Germania. L’elevato costo dell’energia dipende in buona misura anche dal peso degli Oneri generali di sistema (Ogs), che sono soprattutto incentivi alle energie “rinnovabili”, con un costo annuo di oltre 14 miliardi di euro.

Per l’utenza domestica tipica (potenza 3kw, consumo annuo 2700 KWh) gli Ogs gravano per il 23% sul costo totale (prima delle imposte), ma se escludiamo i costi fissi (gestione del contatore, trasmissione etc) vediamo che gli accrescono il costo di ogni KWh consumato del 45% circa sino ad un consumo annuo di 1800 KWh, e del 100% per consumi maggiori. Se poi l’utenza domestica è non residente, per coprire gli Ogs l’Autorità, oltre a raddoppiare il costo del KWh consumato, ha introdotto anche una quota fissa annua di 127,4 euro (più imposte) che non ha alcuna giustificazione col principio che “chi inquina paga”, ma è una misura tipicamente fiscale e come tale dovrebbe essere introdotta per legge e non annacquata in bolletta. Se confrontato con la Francia, il costo della bolletta elettrica per un’utenza domestica non residente è da noi il doppio! Anche chi consuma pochissimo deve pagare come minimo circa 60 euro al mese per il solo privilegio di essere allacciato alla linea.

Anche sulle utenze non domestiche c’è una quota fissa (anche a zero consumo) da pagare per gli Ogs che varia a seconda della potenza, da 107 euro per 3 Kw a 518 per 16 Kw (più imposte): anche in questo caso una tassa occulta sulle piccole imprese commerciali o artigiane, che si somma al raddoppio del costo dell’energia consumata.

I politici che raccolgono voti proponendo il ricorso sempre maggiore alle energie rinnovabili si guardano bene dall’informare i cittadini sui costi conseguenti. Forse la facile demagogia potrebbe essere contenuta se i costi per sussidi alle rinnovabili ed altri Ogs dovessero essere quantificati e approvati per legge dal Parlamento. Il fatto che l’onere di coprire i costi venga invece delegato all’Autorità e annacquato nelle bollette in varie voci che sfuggono alla percezione degli utenti spiega forse perché l’Italia offra gli incentivi alle rinnovabili più alti in Europa.

Agcom, la bolletta a 28 giorni va rimborsata. Con traffico gratuito

Non è un sogno di mezza estate: il rimborso per chi ha subito la fatturazione a 28 giorni da parte di Tim, Fastweb, Vodafone e Wind Tre dovrà avvenire entro il 31 dicembre 2018. L’Agcom (l’Autorità garante delle comunicazioni) ha imposto ai gestori – per le sole bollette residenziali (vale a dire le linee fisse) e per le offerte convergenti (i contratti fisso-mobile) – di riconoscere i giorni erosi dal 23 giugno 2017 fino alla data in cui hanno ripristinato la fatturazione mensile. Si tratta, secondo l’ultimo Osservatorio Agcom, di 20,7 milioni di linee telefoniche fisse, di cui 11,5 milioni della Tim. Ma quanti si aspettano soldi in bolletta rimarranno delusi: il compromesso raggiunto tra il garante e i gestori è che vengano restituiti – su una o più fatture – solo i giorni illegittimamente persi: tre nei mesi con 31 giorni e due in quelli da 30. Che si trasformano, quindi, in traffico gratis sulle linee fisse. Gli utenti che sono rimasti con lo stesso operatore dal 23 giugno 2017 non devono presentare nessuna richiesta; saranno gli operatori a provvedere. Mentre i clienti che nel frattempo hanno cambiato operatore dovranno aspettare ancora qualche mese per avere i dettagli del rimborso. Si attende, infatti, l’esito dei contenziosi ancora pendenti al Tar Lazio (la cui discussione è prevista a novembre), promossi dai big telefonici per opporsi a un diverso tipo di rimborso che Agcom aveva deciso in precedenza, di tipo economico anziché in forma di giorni.

La storia del più grande inganno nel mercato della telefonia inizia tra la fine del 2016 e il 2017 quando i principali operatori hanno deciso in rapida successione di modificare la periodicità nell’invio delle bollette: da mensile a settimanale, facendo pagare ai clienti non più 12 mensilità ma 13, con un aggravio dell’8,6%. Per mettere fine alla pratica sono serviti diversi interventi dell’Agcom (che ha stoppato solo i 28 giorni sulla telefonia fissa e lo scorso aprile ha imposto il dietrofront sugli aumenti in massa comunicati dai gestori) e della politica (il decreto Fiscale dello scorso novembre ha messo fine alla fatturazione ogni 28 giorni tanto nella telefonia quanto nella pay-tv).

Authority energia, a Bortoni la carriera costruita “a ritroso”

Nel mondo dei grand commis che guidano le Authority di garanzia se ne vedono di tutti i colori. Ma una storia così ancora mancava. Il collegio dei commissari dell’Autorità per l’Energia (Arera), scaduto da febbraio scorso e oggi in prorogatio, ha pensato di dare al suo presidente Guido Bortoni un avanzamento di carriera a ritroso che di fatto lo porterà ad avere, una volta tornato semplice dirigente, uno stipendio vicino a quello che prende ora, fissato a 240mila euro annui, cioè il massimo che dal 2014 può prendere un dirigente pubblico. La scelta e le modalità con cui è stata presa hanno fatto infuriare le organizzazioni sindacali. Il 20 giugno scorso Falbi, First Cisl e Fisac Cgil hanno scritto una formale diffida al direttore per gli Affari generali e Risorse (Dagr), Giovanni Colombo, dall’adempiere con un atto “unilaterale” all’indicazione del collegio, considerata illegittima e in conflitto d’interessi.

L’iter della decisione è quantomai curioso. L’11 aprile scorso il collegio – che essendo in prorogatio (in attesa che il governo indichi i nuovi vertici) dovrebbe in teoria limitarsi agli atti indifferibili e urgenti – ha dato “indirizzo” a Colombo di attribuire al presidente una “valorizzazione dell’anzianità maturata, anche alla luce della disciplina vigente in Antitrust, con l’attribuzione di due livelli per ogni anno fuori ruolo”. Bortoni è un dirigente dell’Autorità, al cui vertice è stato nominato nel 2011 dal governo Berlusconi. Negli ultimi sette anni è perciò stato “fuori ruolo” per incarico di alta amministrazione, a cui vanno aggiunti altri due anni (dal gennaio 2009 a gennaio 2011) trascorsi al ministero dello Sviluppo come capo dipartimento dell’Energia. A conti fatti, quindi, è “fuori ruolo” da 9 anni. In questo modo gli vengono attribuiti in un colpo 18 livelli di avanzamento di carriera. Ognuno equivale a circa duemila euro lordi annui in più di stipendio; tirate le somme si arriverebbe a circa 40 mila euro lordi annui in più, che dovrebbero portare lo stipendio che Bortoni riceverà una volta tornato dirigente non lontano dai 240mila attuali. Al momento del voto, Bortoni è uscito dalla riunione per non doversi esprimere su una norma che lo riguardava.

Si badi bene: la decisione non è stata presa con un atto amministrativo, ma con un “indirizzo”, che non è stato reso pubblico. I sindacati se ne sono accorti facendo richiesta di accesso agli atti che è stata soddisfatta, dopo un iniziale rifiuto, solo ricorrendo all’Autorità anticorruzione. La notizia sta creando molto malumore all’interno di Arera. Secondo i sindacati l’indirizzo è illegittimo e non solo perché non è un atto normativo. Il protocollo d’intesa che regola gli avanzamenti di carriera nell’Autorità prevede che tutti gli atti contrattuali che riguardano il personale devono essere oggetto di contrattazione con i sindacati. Gli avanzamenti devono essere frutto di una valutazione, di norma con delibera del collegio, e peraltro per i “fuori ruolo” non sono previsti.

Dall’Authority fanno sapere che l’indirizzo non è esecutivo, e la valutazione verrà fatta solo quando Bortoni tornerà dirigente; e che “in diversi casi” il rapporto di lavoro è regolato da un indirizzo del collegio a cui segue un atto amministrativo del direttore delle risorse (difficile, però, trovare dei precedenti). Spiegano poi che, come prevede il protocollo d’intesa, anche per la valorizzazione dei fuori ruolo si rifà “alle norme vigenti in Antitrust”, che la consentono. Ma queste, spiegano i sindacati, vanno prima negoziate, non possono essere recepite in automatico. Riguardo allo stipendio che Bortoni arriverà ad avere, da Arera si limitano a chiarire che “sarà allineato a quello dei dirigenti di pari inquadramento e pari anzianità di servizio dell’Autorità e naturalmente sotto il tetto” dei 240 mila euro. In generale la decisione è stata fatta “per rivalutare i tre componenti del Collegio che a fine mandato torneranno nelle amministrazioni di origine”. Insomma, Bortoni non sarebbe l’unico beneficiario.