“La centrale rischi è un colabrodo”. I Pm indagano. Ma Bankitalia no

C’è uno strano, misterioso procedimento penale al tribunale di Torino. E c’è l’ultima relazione dell’Arbitro bancario finanziario contenente una notizia assai curiosa: il 27 per cento dei ricorsi della clientela contro le banche li ha totalizzati la microscopica filiale italiana del Banco Santander. Due storie che si incrociano e che meritano di essere raccontate per gli interrogativi che suscitano. Santander è la quinta banca europea per dimensione degli attivi, ed è nota in Italia soprattutto per due fatti. Il primo è che nel novembre del 2007 fu proprio il Santander a vendere al Monte dei Paschi di Siena la banca Antonveneta a circa il triplo del suo valore, dopo una trattativa di mezz’ora al telefono tra i due boss Emilio Botin e Giuseppe Mussari. La Banca d’Italia era perfettamente al corrente delle condizioni di Antonveneta, avendola appena ispezionata, ma non intralciò Santander autorizzando l’acquisizione scellerata che ha minato per sempre la banca più antica del mondo. Il secondo fatto è che da sempre il plenipotenziario di Santander in Italia è Ettore Gotti Tedeschi, storico pilastro della cosiddetta finanza cattolica. Nel 2009 fu voluto dal Joseph Ratzinger alla guida dello Ior, la banca vaticana dalla quale fu cacciato in circostanze controverse e mai del tutto chiarite il 24 maggio 2012.

Come nel 2007 nessuna sirena d’allarme suonò alla Banca d’Italia, anche dieci anni dopo il Banco Santander in Italia vola basso e non viene intercettato dai radar della vigilanza. Eppure quello che succede davanti all’Arbitro bancario salta agli occhi. Nel 2017 sono stati presentati 30.644 ricorsi, di cui 16.024 contro le banche società per azioni, categoria alla quale appartiene Santander. Che però si è presa 4.354 ricorsi, il 27 per cento del totale. Si consideri che Santander Consumer Bank ha prestiti alla clientela (bilancio 2017) per 5,8 miliardi, meno di un centesimo della massa creditizia totale dei due giganti Unicredit e Intesa Sanpaolo. Secondo logica dovrebbe ricevere meno di un centesimo dei ricorsi dei due colossi, che nel 2017 hanno dovuto rendere conto rispettivamente a 1.971 e 2.344 clienti, in tutto 4.315. Perché Santander invece che una quarantina di ricorsi ne riceve 4.354? E perché ha un tasso di soccombenza nei giudizi dell’arbitro del 92 per cento contro il 51 per cento di Unicredit e il 67 per cento di Intesa? Che cosa gli fa Gotti Tedeschi ai clienti? E perché la vigilanza bancaria non va a vedere che cosa succede? Domande a cui Santander e Bankitalia non hanno risposto.

Forse la vigilanza bancaria non dedica molta attenzione a Santander proprio perché (in Italia) è una realtà piccola. Eppure i fatti di cui si sta occupando la magistratura torinese sono tali da far venire i brividi a qualsiasi imprenditore, grande o piccolo. In discussione c’è nientemeno che la certezza del diritto alla privacy nella delicatissima Centrale rischi.

Tutto inizia il 5 gennaio 2017. Santander Consumer Bank, questo il nome esatto della filiale italiana, ha una causa civile contro un’azienda romana, la Finrama di Angelo Colaneri, uno dei più grossi commercianti d’auto italiani. Quel giorno i suoi avvocati depositano un certificato della Centrale rischi della Banca d’Italia per dimostrare che la Finrama non verserebbe in condizioni floridissime. La Centrale rischi è la banca dati a cui affluiscono tutte le informazioni sui rapporti bancari di tutti gli italiani, persone fisiche e aziende. I dati sono segreti, a cura della Banca d’Italia, che concede l’accesso solo alle banche a cui un soggetto abbia chiesto un prestito. Se un’azienda chiede un prestito o un privato cittadino chiede un mutuo casa, la banca ha il diritto (e il dovere), prima di fargli credito, di verificare alla Centrale rischi se quel cliente non sia già pieno di debiti con altre banche.

Colaneri, non avendo nessun rapporto bancario con Santander, chiede alla Banca d’Italia come mai gli uomini di Gotti Tedeschi abbiano avuto accesso alla sua Centrale rischi. Il 22 febbraio 2017 la Banca d’Italia risponde che Santander ha dichiarato di aver avuto da Finrama una richiesta di fido, notizia che è finita nella Centrale rischi dell’azienda romana, cosicché un’altra banca effettivamente esposta con Colaneri poteva leggere che l’imprenditore aveva chiesto un fido a Santander. Notizia del tutto inventata al solo scopo di entrare nella Centrale rischi.

Colaneri insiste, la Banca d’Italia chiede spiegazioni a Santander. Il 2 maggio 2017, quattro mesi dopo che i dati riservati sono stati depositati in un processo civile, i dirigenti della Banca d’Italia Laura Mellone e Roberto Sabbatini scrivono alla Finrama (in una prosa che merita di essere riportata integralmente perché ciascuno possa valutare come siamo messi) che, poiché le motivazioni addotte da Santander “non risultano congrue con la causale indicata dalla stessa Santander nella richiesta di Prima informazione e che agli intermediari partecipanti al servizio di Centrale rischi non è consentito modificare ex post la causale di richieste già inviate, si è provveduto ad evidenziare nel data base della CR l’annullamento della suddetta richiesta”. Impari l’imprenditore italiano: chiunque può chiedere i suoi dati alla Centrale rischi affermando il falso. La Banca d’Italia, quando mesi dopo decreterà “non congrue” le motivazioni si limiterà a cancellare tutto, mentre i dati sensibili sui debiti del malcapitato sono già stati diffusi per gli ampi spazi aperti.

Non la Banca d’Italia, infatti, ma il cocciuto Colaneri si è rivolto alla procura della Repubblica di Roma, il 14 marzo 2017 attraverso il penalista Luca Petrucci. Qui la giustizia è stata velocissima, a dispetto delle maldicenze. Nel giro di una settimana la pm Margherita Pinto ha girato tutto per competenza alla Procura di Torino (sede legale del Santander), non prima però di aver ristretto l’ipotesi di reato al solo articolo 621 del codice penale (Rivelazione del contenuto di documenti segreti). Il 30 marzo il fascicolo viene assegnato alla pm torinese Monica Supertino che, dopo soli tre giorni lavorativi, chiede l’archiviazione rilevando che la rivelazione di documenti segreti è punibile se c’è “un nocumento” per la parte offesa. A sostegno allega alcune sentenze della Cassazione rilevate dal sito www.giustiziapertutti.it. Colaneri aveva sostenuto che informare le banche creditrici, attraverso la Centrale rischi, che aveva chiesto soldi anche al Santander (non essendo vero) era un “nocumento”. La pm ha replicato che non c’è nocumento “avendo il querelante prospettato unicamente il pericolo di un danno ipotetico, allo stato non concretatosi in nessuna forma di detrimento commerciale”. Il che significherebbe che registrare alla Centrale rischi la notizia falsa che un imprenditore ha chiesto un fido a una banca non è reato fino a quando un’altra banca non gli neghi un credito a causa di quella falsa informazione. Peraltro la pm di Roma aveva indicato il reato di “rivelazione del contenuto di documenti segreti” come “fattispecie speciale” della violazione della legge sulla privacy, indicata come antefatto di un reato più grave e quindi, come dicono i giuristi, “assorbente”.

Si chiederà l’imprenditore (che per definizione non è un avvocato): se non c’è il reato “assorbente” non torna in gioco il reato “antefatto”? A questa domanda ha dato risposta il giudice per le indagini preliminari Ambra Cerabona che il 3 marzo scorso ha rigettato la richiesta di archiviazione ritenendo “che il pm non abbia sufficientemente valutato la possibile configurabilità del reato di truffa o, comunque, non abbia effettuato sufficienti indagini al fine di comprendere se effettivamente vi sia stata una richiesta di fido con falsa rappresentazione da parte della Banca Santander”. Cerabona ha ordinato al pm di “acquisire tutta la documentazione relativa alla richiesta di concessione del fido rivolta dalla Banca Santander – in presunta rappresentanza di Finrama – alla Banca d’Italia”, e ha fissato un termine di sei mesi per le nuove indagini. Vedremo.

Intanto colpisce il fatto che nel pur smilzo fascicolo processuale la Banca d’Italia non abbia dato segno di vita, come se, per la custode del segreto della Centrale rischi, fosse lecito entrare telematicamente nella banca dati adducendo una motivazione falsa e prendersi le notizie riservate sul proprio avversario in una causa civile. C’è da porsi più di un interrogativo da parte delle grandi e soprattutto delle piccole imprese, su come sia gestita la Centrale rischi e se non sia di fatto un colabrodo. Ma per ora i dubbi restano tali: richiesta di un commento sulla vicenda, la Banca d’Italia non ha risposto.

 

Protezionismo fatto a colpi di slogan

In media dall’apertura degli scambi tutti ci guadagnano, dal protezionismo in media tutti ci perdono. Ma, appunto, “in media”. C’è chi subisce i danni e chi coglie le opportunità. Per questo il dibattito sul commercio internazionale, specie in questa epoca di nuovo unilateralismo americano a colpi di dazi, ha bisogno di chiarezza. Mentre in Italia c’è confusione. Il ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio (M5S) dice che “sta riflettendo” sull’opportunità di proteggere i prodotti italiani con i dazi. Aiutiamo la sua riflessione: non si può, dal 2009 la politica commerciale è competenza esclusiva dell’Unione europea. Quando la Gran Bretagna ha avviato le trattative per la Brexit, non aveva più neppure i negoziatori per il commercio visto che non poteva negoziare nulla finché stava dentro l’Ue. Se Di Maio vuole mettere dazi, deve portare l’Italia fuori non solo dall’euro ma pure dal mercato unico europeo.

Il protezionismo può prendere anche altre vie: sanzionare chi delocalizza serve a scoraggiare investimenti in Italia, così come considerare ogni acquisizione straniera uno scippo di italianità è un protezionismo verbale ma efficace. Non sempre sono operazioni auspicabili (vedi i casi Amundi, Bnl e Parlmalat) ma neanche sempre da censurare (ancora incerto il bilancio per Recordati).

Il ministro dell’Agricoltura leghista spiega che l’Italia bloccherà l’accordo commerciale tra Ue e Canada, anche se non sa bene spiegare perché: “Nessuno mi ha ancora convinto a ratificarlo e le spiego perché. Noi abbiamo 400 prodotti tra Dop, Igp e altre denominazioni protette, il Ceta ne prevede solo 40. Cosa dico a chi produce le altre 360? Non posso lasciare qualcuno indietro”. Aiutino: quei 40 prodotti coprono la quasi totalità delle esportazioni italiane del food di qualità in Canada. Bisogna lasciarli senza protezione perché Centinaio non ha studiato il Ceta?

Si può parlare anche di protezionismo, ma facciamolo in modo serio.

Milan, la disastrosa gestione B. Così il cinese ha salvato Fininvest

Per capire al di là della stretta cronaca il disastro Milan e il ginepraio in cui il club si è venuto a trovare tra proprietari inaffidabili e sanzioni Uefa, occorre riavvolgere il nastro e tornare alle origini. C’è un peccato originale infatti che ha messo la società calcistica e il suo enigmatico compratore Yonghong Li su un binario morto segnato fin dall’inizio. Quel vizio capitale è da ricercare nella Fininvest.

Il bilancio 2017, approvato nei giorni scorsi, della holding della famiglia Berlusconi mette in luce i motivi veri della cessione. La Fininvest esce infatti del tutto pulita dall’agonia decennale del Milan. Con l’incasso di 606 milioni dalla vendita al fantomatico cinese, si è messa definitivamente al riparo dalla zavorra che rischiava di affondare l’intero gruppo finanziario. Il Milan non era guaio da poco per Marina Berlusconi. Seconda partecipazione per peso nella finanziaria, subito dopo Mediaset, ma segnata pesantemente dal corollario di perdite plurimilionarie decennali e svalutazioni continue. Solo tra il 2015 e il 2016 il Milan era stato svalutato per 92 milioni dai conti Fininvest. Nel 2016 l’anno della comparsa in scena di Li, il valore di carico del club rossonero nel bilancio della finanziaria di famiglia era di 560 milioni. Se Berlusconi avesse ceduto a un prezzo più basso, una nuova ondata di svalutazioni avrebbe di nuovo macchiato i conti. Occorreva trovare qualcuno disposto, non solo ad accollarsi 220 milioni di debiti, ma a riconoscere un valore del capitale di oltre mezzo miliardo. Solo così si poteva uscire dalla partita ormai persa del Milan senza nuovi scossoni.

Trovare però come si è visto un acquirente disposto a strapagare il Milan non era facile. E la lunga trattativa prima con un altro oscuro personaggio, il thailandese Mr. Bee, poi la lunga e opaca telenovela mai chiarita con Mr. Li, la dicono lunga sulle difficoltà di trovare qualcuno disposto a sacrificarsi e sulla consueta genialità finanziaria del cavaliere capace di trasformare in oro quel che tocca. Già, perché mezzo miliardo di valore del capitale era ed è del tutto irrealistico. Il vero prezzo sta uscendo ora con i nuovi possibili acquirenti, a sostituire quel che appare sempre più una testa di legno pro-Fininvest, disposti a valutare il club tra i 200 e i 250 milioni, la metà del prezzo. Che era quello vero fin da allora, all’atto del contratto firmato con l’enigmatico imprenditore cinese. Come si fa a chiedere oltre 500 milioni per il solo equity per una società che fatturava poco più di 200 milioni? Oltre due volte i ricavi, che è già tanto, ma soprattutto per un gruppo che tra il 2015 e il 2016 ha perso oltre 160 milioni, ha sempre avuto margini negativi, non aveva uno straccio di flussi di cassa e aveva nel 2016, l’anno del contratto firmato con Li, patrimonio netto negativo per 50 milioni? Una follia. Voleva dire valutare, con sfrontatezza assoluta, il Milan, che ha cumulato perdite ininterrotte nell’ultimo decennio per oltre 600 milioni, quasi due volte il valore di Borsa della Juve all’epoca.

Ma c’era e c’è, a maggior ragione oggi, un abisso nei conti tra la Juve vincente che fa ricavi più che doppi rispetto al Milan e soprattutto fa utili e non aveva capitale negativo come il Milan. Un gioco da prestigiatore, da illusionista come solo il Cavaliere sa fare. Occorreva solo trovare l’ingenuo disposto a strapagare il club. Ingenuo o uomo-ponte non lo sappiamo ancora. Certo fin dall’inizio il signor Li non aveva i mezzi finanziari per l’impresa. Basti pensare al prestito da 300 milioni a tassi elevatissimi chiesto a Elliot che di fatto oggi se escute il pegno è il vero padrone del Milan. E che Elliot, che i conti li sa fare, non si sia spinto a finanziare per non più di 300 milioni fa capire qual era il vero valore del Milan.

Un gioco da maestri quello condotto da Berlusconi che ha fatto pari e patta nella partita di cessione della squadra. Che era da tempo l’incubo della figlia Marina, costretta a svalutare ogni anno nei conti Fininvest il peso del Milan. Peso che ora non c’è più e che ha consentito di uscire a valori in linea con i prezzi di carico. Tanto da riequilibrare il bilancio Fininvest che è passato da una perdita a livello consolidato per 120 milioni nel 2016 a un utile per oltre 600 milioni dell’anno scorso. Tutto merito della cessione a prezzi d’affezione del Milan. Vendere un club dissestato, senza più patrimonio, con perdite che valgono un terzo dei ricavi a un valore più che doppio rispetto al valore presumibile di mercato. Non solo. Berlusconi si è fatto valorizzare dal fantomatico Li oltre mezzo miliardo il capitale e ha pure avuto indietro 90 milioni, sempre da Li, come rimborso dei versamenti in conto capitale per ripianare le perdite, fatti da Fininvest tra il 2016 e il 2017.

Ora tutti a inveire contro il cinese che non onorando l’ultima trance di aumento di capitale ha consegnato il Milan all’esclusione dall’Europa League. Ma anche qui a guardar bene Li c’entra poco. I bilanci che sforavano i requisiti finanziari del fair play Uefa sono quelli dal 2014 al 2107. Li ha responsabilità solo per 6 mesi, gli altri sono tutti a carico della gestione Berlusconi. È il Cavaliere che faceva giocare il Milan con bilanci non conformi ai dettati Uefa. In quei 3 anni dal 2014 al 2016 non solo accumula perdite record per 260 milioni, ma il club gioca con capitale netto negativo e si troverà per i successivi anni a contare su un patrimonio talmente esiguo da valere solo pochi punti percentuali sul totale del bilancio pieno solo di debiti. In fuorigioco sul piano finanziario per anni. E Li non c’entra davvero nulla.

Solo chi sa servire può diventare un grande leader

Soltanto la persona moralmente libera, vale a dire la persona che ha senso del dovere, può servire bene la Repubblica. Chi non ha senso del dovere è una persona banale o una persona d’animo servile. Le persone banali possono obbedire con zelo e svolgere le loro mansioni con molta efficienza. Poiché non hanno convinzioni profonde sono però disponibili a servire qualsiasi regime: il terzo reich o la libera repubblica fa poca differenza. Le persone d’animo servile sanno servire bene un uomo o alcuni uomini, non un ideale, e tanto meno la Repubblica. Tanto le persone banali quanto le persone d’animo servile hanno l’animo meschino, spesso miserabile. Possono essere astuti, mai saggi. Sanno pensare soltanto in piccolo; non hanno la finezza intellettuale che nasce dall’impegno a capire qualche cosa che è più importante della vita privata e familiare. Possono essere dunque burocrati di uno stato autoritario o ottimi cortigiani, mai veri servitori della Repubblica.

Per un’altra ragione ancora soltanto le persone moralmente libere sono in grado di servire la Repubblica. Esse sole hanno la forza interiore necessaria per assolvere compiti che comportano fatiche, delusioni e pericoli. Chi invece serve la Repubblica per interesse, cerca di evitare fatiche e pericoli e quindi verrà meno ai suoi doveri. Nei casi peggiori, ma tutt’altro che rari, chi serve per interesse si lascia corrompere dalla promessa di un premio. Se una Repubblica può contare esclusivamente su magistrati, forze di polizia, forze armate e pubblici funzionari che agiscono per interesse, ha fondamenta assai fragili. È destinata presto o tardi a trasformarsi in una tirannide, o in un’oligarchia, o in una democrazia corrotta.

Se l’interesse personale non serve allo scopo, quali sono le giuste motivazioni a servire bene la Repubblica? Una risposta potrebbe essere “il puro senso del dovere che la coscienza addita”. È una risposta ineccepibile ma esposta ad un’obiezione seria. Come sappiamo per esperienza, e come insegna la storia, la maggior parte degli esseri umani non rispetta i principi che pur ritiene giusti. La voce della coscienza che insegna la giustizia nei più è sovrastata dalla voce delle passioni, prime fra tutte la paura o il desiderio sfrenato di superiorità e privilegi. Sono dunque necessarie altre passioni, ma quali?

La prima passione che indico è il sentimento dell’onore. La nostra Costituzione, all’art. 54, addita esplicitamente l’onore, accanto alla disciplina, quali principi fondamentali che devono ispirare l’agire di tutti i cittadini ai quali sono affidate funzioni pubbliche. Nel significato proprio, il termine onore indica una dignità e a un valore. “Ti onoro” vuol dire riconosco il tuo valore: ammiro il tuo valore per quello che hai fatto e fai. Il vero sentimento dell’onore non consiste tanto nel valore che abbiamo per gli altri, ma nel valore che abbiamo ai nostri occhi se assolviamo i nostri doveri. Quanto è grande il valore che una persona ha ai propri occhi quando vive secondo il senso del dovere e agisce rispettando il dettame della propria coscienza? È un valore infinito. Nessuno può corromperla perché non c’è prezzo che valga il sacrificio di non esser più se stessi.

Accanto al sentimento dell’onore colloco, fra le passioni che aiutano a essere dei veri servitori della Repubblica, lo sdegno, il senso di repulsione che proviamo di fronte all’ingiustizia. È la passione degli animi grandi. La persona meschina è incapace di sdegno: resta indifferente di fronte alle ingiustizie, ai soprusi, alle umiliazioni inflitte ad altri. Diverso dalla compassione che proviamo nei confronti della sofferenza immeritata di altri, lo sdegno si rivolge non alle vittime ma contro gli aguzzini. Diverso dall’invidia, cioè la sofferenza per un bene che altri hanno e noi non abbiamo, lo sdegno disprezza la forza o l’astuzia degli oppressori. In senso stretto, lo sdegno è l’ira dei buoni, l’ira per giusti motivi, l’ira nei confronti delle persone contro le quali è giusto provare ira.

Guidato sempre dalla ragione, lo sdegno vive anche nelle persone più miti. Impone di operare anche quando le speranze di vincere sono esigue o nulle, quando bisogna agire nell’indifferenza dei più e quando i pericoli sono gravi. Spinge a difendere la libertà nei tempi bui, mentre i più piegano la schiena e si rassegnano all’oppressione. Norberto Bobbio l’ha definito “l’arma senza la quale non vi è lotta che duri ostinata, senza la quale, vittoriosi, ci si infiacchisce, e, vinti, si cede”. È la virtù dei precursori, degli anticipatori, di quelli che dimostrano che si può lottare e incoraggiano gli altri a seguire il loro esempio anche quando la prudenza consiglia di stare fermi, di tacere, di adeguarsi.

Un’altra passione che deve vivere nell’animo di chi serve la Repubblica è la carità, il valore fondamentale della religione cristiana che ha tuttavia radici nella cultura classica. Per carità intendo la sofferenza che proviamo nei confronti di chi subisce ingiustizia. Nei secoli, e nei più diversi contesti storici, la carità, ha sempre motivato, il servizio e l’impegno. È stata ed è il fondamento dell’amore della patria nel suo significato più nobile. L’amor di patria, ricordiamolo in questi tempi in cui esseri a mio giudizio ripugnanti vaneggiano di amor di patria fascista, è la passione che dà al cittadino la forza di elevare il bene comune al di sopra del bene privato. Servire la Repubblica altro non è che servire il bene comune.

Soltanto chi sa servire può, in una Repubblica degna del nome, comandare. Oltre a volere e sapere servire, chiunque ha l’onere e l’onore del comando deve combattere la vanità che porta a cercare la fama. Chi non sa vincere la vanità non è capace né di vera dedizione alla causa, né di distacco critico. Il comandante vanitoso diventa una sorta d’istrione che prende alla leggera la propria responsabilità. Più che delle conseguenze delle sue decisioni, si preoccupa dell’impressione che riesce a suscitare. Scambia l’apparenza del potere per il potere reale e gode del potere semplicemente per amore della potenza, “senza uno scopo concreto”, come scrive Max Weber. Esercita una forte influenza ma opera di fatto nel vuoto e nell’assurdo; non sa ottenere obbedienza fondata su vera e sincera lealtà; non costruisce una cultura. Non è il leader di cui ha bisogno una repubblica.

C’è posto per l’ambizione, fra le qualità di un leader? Deve esserci. L’ambizione è una passione forte che nasce dal desiderio di emergere, di distinguerci, di essere ammirati. È una passione naturale e lecita, se bene intesa, ovvero se intesa come desiderio di primeggiare per dedizione, per saggezza, per finezza di consiglio, per esempio di vita, non come brama di essere primi con qualsiasi mezzo per avere potere, ricchezza, celebrità. Nel suo significato più nobile, l’ambizione è passione degli animi grandi; nel suo significato corrotto è la passione dei miserabili che pretendono di servire la repubblica e vogliono comandare soltanto per vanità meschina. Se avessimo dei leader politici e dei comandanti consapevoli della dignità del servire il bene comune, e motivati da giusta ambizione, la nostra Repubblica vivrebbe giorni molto migliori.

Del berlusconismo resterà il Berlusconi che è in molti di noi

È certamente vero che con le sentenze non si scrive la storia. Ma chi scrive la storia non può fare a meno di tenere conto di ciò che raccontano le sentenze. Se non altro perché i verbali e i documenti prodotti dai tribunali per gli storici sono fonti primarie, al pari delle testimonianze orali, delle cronache dei giornali o di ogni altro tipo di scritto, video e memoriale. Ecco allora perché, dopo la condanna in appello di Denis Verdini a 6 anni e 10 mesi di reclusione per bancarotta fraudolenta, viene spontaneo chiedersi cosa leggeranno tra 100 anni i nostri bisnipoti nelle pagine dei libri di storia riguardanti il ventennio berlusconiano.

Se ci si limita alle sentenze e alle loro motivazioni oggi l’impressione è quella di trovarsi di fronte solo a una straordinaria epopea criminale. Silvio Berlusconi, il fondatore di Forza Italia, è un pregiudicato per frode fiscale. Come ci ha detto due giorni fa la corte di Cassazione, che si è rifiutata di assolverlo per dichiarare invece prescritto il suo reato, ha pure corrotto un senatore (Sergio De Gregorio) per ragioni politiche. Mentre era in parlamento, ha poi partecipato a una sorta di complotto teso a screditare un suo avversario (Piero Fassino) tramite la pubblicazione di intercettazioni telefoniche non depositate e non trascritte.

Come imprenditore si è invece avvalso di un avvocato, Cesare Previti, nominato nel ‘94 ministro della Difesa, abile a comprarsi a suon di mazzette alcuni giudici di Roma titolari di cause per lui importanti, come quella per il controllo della Mondadori. Uno dei suoi maggiori collaboratori, Salvatore Sciascia, già direttore dei servizi fiscali della Fininvest, ha invece versato tangenti alla Guardia di Finanza, ma nonostante i verdetti sfavorevoli è stato nominato in parlamento.

Sorte analoga, anzi peggiore, ha quindi subito Marcello Dell’Utri, il suo storico braccio destro, ancora in carcere per fatti di mafia. Liberi, ma pregiudicati, sono invece molti ex ministri dei suoi governi. Come gli ex funzionari di Publitalia, Giancarlo Galan e Aldo Brancher. Il primo ha intascato mazzette per garantire la costruzione del Mose di Venezia (un’opera pubblica ideata per evitare l’acqua alta, ma che ancor ora nessuno può definire come effettivamente funzionante). Il secondo stato giudicato responsabile di ricettazione per aver ricevuto molti soldi dal banchiere, Giampiero Fiorani. Attenzione: l’elenco è molto più lungo. E va aggiornato di continuo (la sentenza contro Verdini ad esempio non è definitiva, come non lo è nemmeno quella in primo grado per un suo finanziamento illecito nel processo P4, mentre per un caso di concorso in corruzione in appello è scattata la prescrizione).

Resta però il quadro complessivo: francamente agghiacciante. Eppure, chi scrive, non è sicuro che tra cento anni gli storici descriveranno l’avventura politica di Berlusconi come solo delinquenziale. È verosimile anzi che alzando lo sguardo finiranno per rappresentare anche questo ventennio come l’autobiografia di una nazione. Perché le fonti storiche consultate faranno emergere un’Italia geniale e puttana. Un paese dall’illegalità diffusa, pieno di furbi e di fessi, zeppo di eccellenze, ma abituato a convivere con la violenza e con le mafie, a parole combattute e in realtà assecondate da ampi strati della popolazione e delle classi dirigenti. Per questo noi contemporanei ora che il Fondatore sembra politicamente finito continuiamo a non sentirci tranquilli: perché in fondo c’è sempre un Berlusconi dentro a milioni di noi.

La crepa nel decreto dignità che l’opposizione (sparita) potrebbe aprire

Il “decreto dignità” è un brodino che non curerà la polmonite cronica del mondo del lavoro italiano. Però è un brodino – somministrato tra mille pressioni per diluirlo ancora di più – che segue anni di martellate sugli alluci, quindi un passo avanti, un’inversione di tendenza. Non manca qualche simbologia: tra i primi provvedimenti del governo Renzi (“il più di sinistra degli ultimi trent’anni”, disse lo sventurato) ci fu il decreto Poletti, che era né più né meno uno schiaffone ai lavoratori precari.

Tra i primi provvedimenti del governo SalviMaio – tragicamente a trazione leghista – c’è un attenuamento di quello schiaffone. Non c’è il ripristino dell’articolo 18, non c’è un vero superamento del Jobs Act scritto e diretto nelle stanze di Confindustria. Però qualche ricaduta sulla vita reale sì, perché se ti licenziano da un impiego fisso devono almeno darti più soldi, perché chi assume a tempo indeterminato potrà farlo solo in certi casi, per meno tempo, e spiegando perché, e sono solo piccoli esempi. Non piccolissimi, se pensiamo a una famiglia dove uno perde il lavoro: avere come risarcimento una decina di stipendi invece che quattro e cinque (massino 36 invece di 24) fa una certa differenza, a pranzo e a cena, per qualche mese.

Anche nella comunicazione c’è qualche novità. Abituati da anni al cantar vittoria dei perdenti sui dati Istat dell’occupazione (la mia collezione sui tweet del Pd che inneggiano alla disoccupazione che scende tacendo del precariato che aumenta è ben fornita), sentiamo cantare i numeri che il poro Poletti cercava in tutti i modi di taroccare. Su 100 nuovi occupati, 1 ha un lavoro stabile, 4 si sono messi in proprio e 95 sono a termine. Insomma, non c’è niente da festeggiare o da sbandierare in quanto miracoloso, come facevano i rottamatori di se stessi.

A parte la piccola ma significativa inversione di tendenza (per cartina di tornasole si possono osservare le reazioni di Confindustria: come se gli avessero incendiato il garage), non resta che osservare l’orizzonte dove già si intuisce la presenza di un iceberg.

Il decreto dignità (mi permetto di suggerire nomi più sobri, ma questo è un dettaglio) va infatti decisamente in rotta di collisione con il pensiero salviniano, e questo sarebbe il minimo perché sappiamo quanto Salvini cambi pensiero come la biancheria (e forse più spesso, da “Padania is not Italy” a “Prima gli italiani”). Se si esce dai dettagli e si guarda ai blocchi sociali, invece il problema c’è: il primo provvedimento del governo è in controtendenza rispetto al pensiero dominante della destra che Salvini si è mangiata in un boccone. La manina del mercato, il liberismo che più che n’è e meglio è, la solita menata del “lacci e lacciuoli”, insomma la sempiterna litania padronale del “lasciateci fare il cazzo che vogliamo”. E non a caso le reazioni del mondo leghista sono gelide e anzi ostili, Salvini non è andato a una riunione sul provvedimento preferendo fare il pupazzo al Palio di Siena, la Meloni ha parlato di “ispirazione marxista” (come no, e gli alieni atterreranno giovedì) e gli industriali (e i loro giornali) hanno messo su il solito mugugno.

Se esistesse un’opposizione, cosa di cui c’è bisogno come del pane, tenterebbe di infilarsi in questa intercapedine che c’è tra le varie propagande (alcune schifose, come quella anti-umanitaria di Salvini) e i fatti. Vedere che nelle nuove norme sul lavoro c’è una crepa, infilarsi in quella crepa, allargarla, rendere le contraddizioni evidenti e poi magari trasformarle in una vera divisione della maggioranza, una divisione di interessi, di blocchi sociali, di appartenenze: chi sta col lavoro, chi sta con il capitale. Tutto questo, appunto, se ci fosse un’opposizione e non mangiatori di pop-corn e twittatori compulsivi del “quando c’eravamo noi, caro lei”.

Origini della razza superiore di Salvini

La furia quotidiana di Matteo Salvini contro gli sbarchi di nuovi disperati provenienti dalle zone più povere del mondo fa pensare che lui si ritenga di “razza superiore” perché lombardo, anzi milanese. Non sa che tutta l’alta Valle del Po fu colonizzata dai Liguri, fino a Brescia fondata dal mitico re ligure Cicno. Ma soprattutto non sa che i Liguri non venivano dalla Liguria bensì, con ogni probabilità, dalla Libia. Pensa te, dalla Libia. Vennero poi spiazzati da altri immigrati dall’estero e si dovettero piegare alla prepotente discesa oltr’Alpe dei Celti. A Brescia c’è un bel museo archeologico dove sono esposte le corazze dei Galli Cenomani, forgiatori di armi e crudeli mozzatori di teste, che esibiscono dischetti di metallo con tante testine quanti erano i nemici vinti e spenti col ferro.

Coi Celti convivono per decenni gli Etruschi, mercanti raffinati, venuti dall’Asia Minore, dall’Anatolia forse. Anzi, dalla convivenza si sta passando ad una vera e propria integrazione fra Etruschi e Galli Boi, comprovata da un villaggio e da una necropoli entrambi misti sul Monte Bibele, a Monterenzio, sull’Appennino bolognese. Finché, un anno, una spaventosa carestia, con ogni probabilità, sospinge al di qua delle Alpi non qualche decina di migliaia di Celti, ma 300.000 in un sol colpo e fu la guerra contro gli Etruschi i quali perdono la battaglia decisiva e si ritirano a sud del Po. Salvo diecimila di loro – così racconta Plinio – i quali marciano all’opposto in direzione nord, verso le Alpi Rezie stanziandosi nella attuale Val Chiavenna (toponimo che difatti suona etrusco) e in altre valli. Diventano meno raffinati, meno colti e però sopravvivono fermandosi lì. Un altro melting pot.

E poi, via, Salvini forse ignora che Sant’Ambrogio, sì Sant’Ambreus, è nato, come Karl Marx (il che è già grave), a Treviri, Augusta Treverorum, dove il padre, senatore romano, romanissimo, è prefetto, e lui, Ambrogio, a Roma ha studiato teologia, quindi un Santo romano mica lombardo. Lombardo da Longobardo? E allora bisogna aggiungerci subito un’altra immigrazione e poi integrazione di massa, durata secoli, coi Longobardi dalle origini un po’ misteriose e che comunque con le loro mandrie di bufali e coi loro grassi, sudici maiali arrivano probabilmente dalla Pannonia, più o meno dall’Ungheria. Portando una loro cultura, una loro arte, una loro agricoltura e zootecnia, un loro modo di vita, spaccando in due l’Italia: da una parte l’area longobarda del maiale, del latte, del burro e dall’altra l’area greco-bizantina della pecora, della capra e dell’olio d’oliva.

Insomma, un continuo rimescolarsi di razze, o di etnie, un gigantesco mischione, altro che razza pura lombarda. Più tardi ci penseranno veneti e terùn ad aumentare il cocktail di etnie in terra lombarda, a Milano, bisogna dire accogliente, a differenza di altre città italiane.

Ma poi lo sa Salvini che tanti termini delle odiate navi di salvataggio dei migranti sono di origine araba? Cassero da alkàzar, dogana da diwan, coffa da qoffa, per non parlare dei venti, dal garbino (garbi) a scirocco (silòq), e così via. Insomma, si rassegni il respingente Salvini, il mondo è sempre andato così, fra immigrazioni, migrazioni e integrazioni, specie in Italia – ponte fra Europa e Africa nel Mediterraneo – dove le ricerche dal grande Luigi Luca Cavalli-Sforza hanno rinvenuto in Piemonte il genoma dei Liguri, in Toscana quello degli Etruschi e in Puglia quello dei Greci. E i Romani? Niente. A saperlo Mussolini, che si considerava erede diretto dell’Impero Romano (e non un umbro-celtico-etrusco-romano di Predappio antica Petra o Praeda Appii), avrebbe mandato il grande genetista per lo meno al confino di polizia. Visto che l’illustre scienziato è ancora fra noi (classe di ferro 1922), chissà quali provvedimenti prenderà nei suoi confronti l’attuale minaccioso ministro dell’Interno?

Mail Box

 

La triste parabola del Pd dalle banche alle ville

Erano i tempi della sinistra di governo, in ascesa e ambiziosa, di Prodi, Veltroni e D’Alema. E, all’epoca “felix”, Piero Fassino poteva chiedere, esultante, al Presidente di Unipol, Consorte, riferendosi a Bnl: “Gianni, allora, finalmente, abbiamo una banca ?”.

Adesso siamo in una fase di crisi e di incertezza, per i progressisti, ripiegati su se stessi e relegati all’opposizione del governo Lega-5 Stelle. Dunque, all’ex ministro, Luca Lotti, non resta che chiedere all’ex leader del Pd e del “giglio toscano!, Renzi: “Oh, Matteo, è vero ? Abbiamo un villone, a Firenze ?…”.

Un acquisto, il cui costo sarebbe di 1,3 milioni di euro, che ha fatto molto discutere. E non rende i militanti del PD sereni, né li stimola a impegnarsi in una difficile “remuntada” politica nei confronti di Salvini, in ascesa, a vedere come i big antepongano il miglioramento delle posizioni personali a quelle della “ditta” di bersaniana memoria.

Pietro Mancini

 

Gli africani devono lottare non inseguire l’Europa

Per aiutare l’Africa servono gli africani, ha scritto sul Fatto Pino Corrias. Finalmente una voce diversa! Sono milioni gli africani in fuga dalle guerre e dalla fame. Un esodo inarrestabile, ma anche una nemesi storica che continuerà ad abbattersi sull’Europa. A meno che gli africani, per un “miracolo” della storia, non decideranno di prendere in mano il proprio destino. “Se l’Africa andrà sempre di più in malora – scrive Corrias – dipende certamente da noi che scateniamo guerre, preleviamo risorse e pretendiamo di non subirne le conseguenze. Ma dipende anche da loro…”. L’articolo di Corrias mi ha riportato alla lettura giovanile de I dannati della terra dello lo studioso africano Frantz Fanon, teorico militante anticolonialista, che oggi si starà rivoltando nella tomba, sentendosi “tradito” dalla fuga dei suoi conterranei dalla sua Africa verso l’Europa. “Allora, compagni, – scriveva 60 anni fa Fanon – possiamo fare tutto, oggi, a condizione di non essere ossessionati dal desiderio di raggiungere l’Europa. Per noi stessi e per l’umanità bisogna rinnovarsi, sviluppare un pensiero nuovo, tentare di mettere su un uomo nuovo.” Parole che oggi risuonano in quelle di Corrias: “ Che fine toccherà all’Africa che cresce a dismisura? Se non saranno loro a contrastare le loro classi dirigenti corrotte, i loro generali, i loro dittatori…chi lo farà al posto loro?” Il traffico di esseri umani, i 35mila africani annegati negli ultimi 15 anni nel Mediterraneo ed altri condannati alla stessa sorte nei prossimi anni, con i telegiornali che c’informeranno ripetutamente di una nuova strage nel Mediterraneo, continueranno a infastidire le nostre coscienze. E l’Europa? “Decidiamo di non imitare l’Europa – invocava Frantz Fanon – tendiamo i nostri muscoli e i nostri cervelli, fratelli, in una direzione nuova. Cerchiamo d’inventare l’uomo totale che l’Europa è stata incapace di far trionfare.”

Che direbbe oggi Fanon vedendo i suoi conterranei elemosinare all’entrata dei supermercati, e ascoltando Salvini che esulta per la fine della pacchia di questi disgraziati ironizzando crudelmente sulle loro crociere nel Mediterraneo? Oppure leggendo un intellettuale progressista di Repubblica tessere le lodi dell’immigrazione come bene di tutti per i servizi che gli immigrati ci forniscono “all’insegna dell’amicizia e della familiarità?”

Salvatore Giannetti

 

Il governo non sia prevenuto sui voucher, ma trovi soluzioni

Nel testo del cosiddetto “Decreto Dignità” presentato dal ministro Di Maio non c’è traccia dei nuovi

voucher chiesti dalla Lega, in particolare per il settore dell’agricoltura. Aboliti da Gentiloni, potrebbero tornare in auge, ma il solo annuncio di una eventuale reintroduzione ha rianimato vecchie polemiche. Le organizzazioni degli agricoltori si dichiarano favorevoli mentre sul fronte opposto i sindacati manifestano preoccupazione: invece di una faida, la capacità di sintesi fra la parti permetterebbe una soluzione alla questione. Il mondo del lavoro va ripensato su basi differenti tenendo fermi i diritti e la dignità dei lavoratori, in questo contesto i voucher non sono certamente la soluzione ideale. Ma tale strumento non va criminalizzato: i voucher sono stati una vergogna quando se ne è abusato, ma se usati in modo proprio sono utili a contrastare il lavoro nero. Non si tratta di essere accomodanti con la politica in corso, bensì si è stanchi di troppa demagogia e di perenne inconcludenza.

Silvano Lorenzon

 

Perché il M5S non va oltre il problema dell’immigrazione?

In un paese come l’Italia dove il numero dei decessi supera quello delle nascite, non si può far credere che il problema principale sia l’immigrazione. Anche l’INPS ha dimostrato, numeri alla mano, che senza immigrati sono a rischio le pensioni. I veri problemi sono altri: un debito pubblico fuori controllo e una corruzione endemica che penalizza qualsiasi investimento. I cinque stelle sono stati votati per le loro promesse di onestà, non basta avere bloccato il decreto Orlando sulle intercettazioni: ci aspettiamo qualcosa di più incisivo.

Vincenzo Bruno

Il riconoscimento dell’Unesco al sogno intelligente di Olivetti

La città dell’Olivetti è stata dichiarata patrimonio mondiale dall’Unesco. Esempio di una realtà che ha funzionato alla perfezione per decenni portando progresso e benessere. Ma quella Ivrea da anni non esiste più, quello che era il modello imprenditoriale messo in piedi da un industriale lungimirante che è stato anche capace ad insegnare agli americani cosa fosse un personal computer (la cosiddetta Perottina) è stato devastato dalla finanza e da politici incapaci, convinti che l’impresa privata fosse una tigre feroce da uccidere subito oppure una mucca da mungere, per dirla alla Winston Churchill. Da capire quindi per quale ragione sia stato scelto di dare un riconoscimento a un qualcosa che non esiste più ed è stato distrutto e che in quanto tale non tornerà. Il tributo a una realtà estinta dovrebbe rappresentare un severo monito alle generazioni di imprenditori che potrebbero avere idee altrettanto brillanti. Tenete fuori dalla porta coloro che un giorno dovessero distrarvi dall’obiettivo primario della vostra impresa, convincendovi che i soldi non si facciano lavorando ma con oscure manovre e con mezzi altamente speculativi, nelle borse mondiali dove i colpi bassi sono all’ordine del giorno e sono in grado non solo di far saltare per aria una azienda modello, ma una intera comunità.

Andrea Bucci – Torino

Gentile Andrea, la sua lettera ci agevola perché pone un problema e suggerisce anche la risposta, alla quale vale solo la pena di aggiungere una considerazione. L’Unesco indica beni architettonici e artistici e non strategie industriali, però con la salvaguardia di oggetti del passato aiuta l’umanità ad avere memoria di sè. È dunque vero, come lei dice, che quella Ivrea di Adriano Olivetti non esiste più, ma è anche vero che la città custodisce, attraverso numerosi edifici industriali e non solo, alcuni dei quali autentici capolavori, la memoria di un modo illuminato di concepire la nostra società industriale. La memoria di Adriano Olivetti fa parte del nostro presente. Una parte che si crede vincente della nostra classe imprenditoriale e dei suoi intellettuali a gettone ce lo indica come il modello del “perdente”: illuso sognatore, utopista tutt’al più, nel linguaggio da bar ormai sdoganato “un coglione”, incapace di obbedire all’imperativo capitalista, il profitto. A lui vengono contrapposti i vincenti, i sanamente cinici. Solo che l’Olivetti è stata rasa al suolo da un vincente per antonomasia, l’ingegner Carlo De Benedetti. E così tutto il resto dell’industria italiana. Resta solo chiederci quanto dovremmo diventare poveri per capire che il sognatore Olivetti era soprattutto il più intelligente.

Giorgio Meletti

Nega la pillola del giorno dopo: farmacista assolta

L’altro ieri, dopo una lunga camera di consiglio, la Corte d’appello di Trieste ha confermato l’assoluzione per la farmacista di Monfalcone (Gorizia) che aveva dichiarato la propria obiezione di coscienza rifiutandosi di vendere la pillola del giorno dopo. Il Tribunale di Gorizia aveva già assolto la farmacista, ma la Procura aveva appellato la sentenza e ha chiesto quattro mesi per omissione d’atti d’ufficio e interruzione di pubblico servizio. “Ora finalmente la Corte d’appello del capoluogo giuliano ha confermato l’assoluzione, riconoscendo la particolare tenuità del fatto e l’infondatezza delle pretese accusatorie”, scrivono Simone Pillon, capogruppo leghista in commissione Giustizia al Senato, e Marzio Calacione, avvocato, che hanno difeso la farmacista, esprimendo “felicità” per la sentenza. “Speriamo che nessuno sia più costretto a subire un processo penale per aver semplicemente messo in pratica i principi etici dettati dalla propria coscienza. Il nostro ordinamento giuridico prevede la libertà di coscienza, come dimostrato da questa assoluzione, ma forse uno specifico chiarimento normativo potrebbe evitare infondati ma faticosi ricorsi allo strumento penale”.