Borsellino, primi passi di Bonafede e del Csm

“Ho chiesto un incontro al ministro Bonafede e mi è stato risposto che non erano previste trasferte a Palermo. Quindi dovevo andare io al ministero, ma non posso muovermi dalla Sicilia e visto anche la richiesta di un incontro telefonico mi è sembrato poco elegante richiedermi di andare a Roma”, si era lamentata Fiammetta Borsellino nel primo pomeriggio. A stretto giro è arrivata una “lunga telefonata’’ del ministro che ha parlato di “un grosso equivoco”. La sua richiesta a Fiammetta, spiegano in via Arenula, era in realtà una dimostrazione di “vicinanza” a lei come a tutti i familiari delle vittime, un modo per dimostrare che il ministero della Giustizia “spalancava le porte”.

Il botta e risposta tra il Guardasigilli e la figlia del giudice ucciso in via D’Amelio mette fine, almeno per ora, a una polemica in embrione sullo sfondo delle richieste della Borsellino, che da un anno chiede che vengano accertate le responsabilità di chi, poliziotti e magistrati, depistò le indagini sull’attentato del 19 luglio di 26 anni fa. Lo ha ribadito ieri a Bonafede, titolare dell’azione disciplinare nei confronti dei magistrati, che però prima di assumere una decisione, ci risulta, attende di conoscere le valutazioni del procuratore generale della Cassazione, Riccardo Fuzio, titolare anch’egli dell’azione disciplinare, e del Csm.

A Palazzo dei Marescialli ieri si è riunita la Prima commissione che ha acquisito le motivazioni del Borsellino quater. Era presente, pur non facendo parte della commissione, anche il consigliere Piergiorgio Morosini, gip a Palermo del processo sulla trattativa Stato mafia, che ha proposto l’apertura di un’istruttoria per sentire “chi ha promosso il processo di revisione a Caltanissetta” che ha portato alla luce il depistaggio attraverso il falso pentito Scarantino. E cioè l’ex procuratore generale di Caltanissetta Roberto Scarpinato. I componenti della commissione, che in questo caso potrebbero procedere solo per incompatibilità funzionale nei confronti di toghe che esercitano ancora le funzioni di pm, decideranno dopo la lettura della sentenza.

Sul fronte delle indagini, intanto, il funzionario di polizia Gioacchino Genchi, che nell’estate del ’92 lavorò nel gruppo Falcone-Borsellino a fianco di Arnaldo La Barbera, intervistato dal Tg3 rivela: “Venni sospeso dalla polizia, nel 2009, cinque giorni dopo avere deposto in gran segreto a Caltanissetta’’ sul valore delle dichiarazioni di Mutolo. A Borsellino, Mutolo aveva parlato di “magistrati e investigatori di Palermo’’, dice oggi Genchi, ed il giudice poi ucciso in via D’Amelio era “impegnato nella ricerca dei riscontri’’. Non ebbe il tempo, perché un’autobomba lo spazzò via insieme a cinque agenti della scorta. Le parole del funzionario che Berlusconi definì “il più grande scandalo della Repubblica’’, sostenendo che nel suo archivio segreto avesse 350 mila intercettazioni pur non avendo mai intercettato nessuno, rilanciano l’ipotesi di una “talpa’’ alla Procura di Caltanissetta allora impegnata nelle nuove indagini sulla strage dopo che Spatuzza aveva smentito Scarantino.

Ingroia sfida il Parlamento: inchiesta sulle stragi mafiose

“Se davvero questa vuole essere la legislatura del cambiamento, si faccia piena luce sui rapporti tra mafia, politica e apparati dello Stato”. Spiega così Antonio Ingroia, la proposta che ha fatto al Presidente della Camera Roberto Fico nell’incontro di ieri. “Bisogna istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta per chiarire le responsabilità politiche e storiche sulla trattativa Stato-mafia e sulla strage di via D’Amelio”.

Per l’ex pm, Fico si sarebbe mostrato molto disponibile alla proposta. I due hanno parlato della scorta tolta a Ingroia dopo 27 anni: “È stato la prima e finora unica autorità istituzionale che si è interessata alla mia sicurezza”. “La sentenza del processo sulla trattativa Stato-mafia – ha detto l’ex magistrato – è stata per noi un clamoroso successo, epocale, ma è rimasta un’opera incompiuta. Come epocale è stata anche la sentenza Borsellino quater di Caltanissetta, perché ha rilevato il più grande depistaggio della storia da parte di uomini dello Stato. Cosa potrebbe aver indotto tale depistaggio se non una responsabilità diretta nella strage di via D’Amelio? Borsellino sapeva della trattativa tra pezzi dello Stato e uomini di Cosa Nostra, per questo doveva essere eliminato”. E allora se Terza repubblica deve essere il Parlamento deve indagare con “una commissione parlamentare d’inchiesta seria, che abbia spazio per accertare responsabilità. Non come la commissioni antimafia delle ultime legislature che di tutto si sono occupate tranne che di trattativa”. Per fare pressione sul Parlamento, Ingroia non esclude una raccolta di firme. Idea che l’ex pm lancia nel corso della presentazione del libro “Le trattative”, scritto con Pietro Orsatti e edito da “Imprimatur”. Ad affiancarlo Vauro e Antonio Padellaro, in prima fila Nino Di Matteo, pm di punta del processo.

Padellaro si assume il compito di mettere a nudo la realtà quando ricorda uno dei momenti epici del processo, il conflitto di attribuzione sollevato dal Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, contro la Procura di Palermo. “Nel 2012 come giornale – ricorda l’ex direttore e fondatore de Il Fatto Quotidiano – decidemmo di costruire una sorta di scudo protettivo per i magistrati palermitani. Lanciammo una petizione e raccogliemmo centinaia di migliaia di firme. Ma se oggi lanciassimo una iniziativa simile, non avremmo lo stesso risultato”. “La società è cambiata, non c’è più la stessa coscienza civile. È certamente il frutto di una disinformazione voluta sul processo trattativa, ma anche dell’irrompere nell’immaginario collettivo di nuove emergenze. Oggi l’opinione pubblica è tutta concentrata sull’immigrazione”.

Stato e mafia hanno molti punti in comune. Vauro ne mette in evidenza uno, la paura. “Anche su questo si fonda il potere e la forza di Cosa Nostra, e sulla paura oggi forze politiche che sono al governo del Paese costruiscono consenso”. Ma qual è il rapporto dell’Italia con la mafia? Per Nino Di Matteo “l’Italia è il Paese dove il condizionamento della democrazia da parte della mafia è altissimo”. Siamo una comunità senza memoria, “che ancora parla di un Andreotti assolto, che non sa dei rapporti tra Cosa Nostra e Berlusconi scritti nero su bianco nella sentenza di condanna di Dell’Utri”. Paese dalla memoria corta, eppure la trattativa Stato-mafia attraversò “tre governi, Amato, Ciampi e Berlusconi. Le minacce furono percepite, ma nessuno all’epoca denunciò”.

La Regione approva la mozione di Fi: via al censimento rom

Via libera dal Consiglio regionale della Lombardia a una mozione che impegna la Giunta ad attuare un censimento dei residenti e degli insediamenti rom presenti sul territorio della Regione e la chiusura dei campi irregolari.

Il documento, presentato dal consigliere Silvia Sardone (unica firmataria) di Forza Italia, è stato approvato con 39 voti favorevoli, 31 contrari e un astenuto (i consiglieri del gruppo Civici europei non hanno partecipato al voto).

Il voto, su richiesta della consigliera Carmela Rozza del Pd e di altri consiglieri di minoranza, si è svolto con modalità segreta. La mozione prevede anche di monitorare la frequenza scolastica obbligatoria dei minori presenti nei campi e di avviare un’indagine per capire l’entità delle risorse economiche impiegate per la gestione dei campi regolari. La mozione che chiede di attuare un censimento regionale dei campi rom, dei suoi residenti e la chiusura dei campi irregolari è stata approvata con il parere favorevole dell’assessore regionale alla Sicurezza, Riccardo De Corato. Toccherà poi a Prefetture e Comuni procedere ad eventuali sgomberi.

Le atlete italiane che fanno notizia solo perché di colore

Mentre in Spagna, ai Giochi del Mediterraneo, le ormai note quattro atlete italiane vincevano la staffetta, qui in Italia ci si passava il testimone della boiata più retorica e strumentale da confezionare per un tweet o un titolo di giornale. Del resto, circolava una foto che per potenza evocativa faceva impallidire Abebe Bikila scalzo mentre tagliava esausto il traguardo alla maratona del 1960. Una foto che raccontava una cosa pazzesca, rivoluzionaria, stupefacente: quattro italiane avevano appena vinto l’oro alla staffetta 4×400.

E pensate, ben quattro italiane con la pelle scura! Contemporaneamente! Una roba traumatizzante. Non raccoglievano pomodori, non bivaccavano sulle panchine alla stazione, non erano neppure in fila per il pocket money, ma correvano in rappresentanza del nostro paese. E la cosa era così eccezionale che delle altre 156 medaglie vinte, non è fregato una cippa a nessuno. Eppure abbiamo portato a casa ori nel pugilato, canottaggio, ginnastica ritmica, mezza maratona e pure bocce, ma evidentemente gli altri atleti erano tutti troppo pallidi per attirare l’attenzione, per diventare notizia, per rappresentare qualcosa. La staffetta 4×400, per dire, è stata vinta pure da 4 atleti maschi ma sono stati trattati come figli della schifosa. Saviano non gli ha regalato neanche un like. Non solo. L’altra staffetta, quella 4×100, è stata vinta da altri quattro, poveri italiani di cui uno si chiama pure Eseosa Desalu ed è più nero di Usain Bolt, ma siccome la composizione fotografica 3 bianchi + 1 nero perdeva di efficacia simbolica, sono stati ignorati come un discorso di Martina all’assemblea nazionale del Pd. Sono dunque fioriti editoriali, post e pensierini su questa faccenda eccezionale, simbolo di un’Italia multiculturale e senza pregiudizi, che nel giorno della Pontida leghista, Maria Benedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso, Raphaela Lukudo e Libania Grenot hanno vinto e mostrato la bandiera italiana. Non il permesso di soggiorno, il soprammobile a zanna d’elefante o un cesto di vimini fatto a mano, no, la b-a-n-d-i-e- r-a i-t-a-l-i-a-n-a. “La notizia più bella di ieri, intanto, arriva dai Giochi del Mediterraneo, non da Pontida. Vince l’Italia che non ha paura”, ha twittato Renzi, che quando si tratta di celebrare con enfasi un atleta corre più veloce dell’atleta stesso. “Orgoglio social” hanno scritto alcuni siti. #Primaleitaliane è stato l’hashtag più utilizzato. È stato perfino chiesto a Salvini cosa pensasse di questa vittoria, come se Salvini ora dovesse essere invitato a dire la sua su qualsiasi impresa compiuta in Italia da italiani di colore o mulatti o anche solo molto abbronzati. Un pizzaiolo con origini egiziane ma nato a Nicolosi ha battuto il record della pizza più grande del mondo? Chiediamo a Salvini cosa ne pensa! Una commessa abruzzese con una nonna portoricana ha vinto Miss Arrosticino 2018? Chiediamo a Salvini cosa ne pensa! E così via, finché non gli si chiederà pure un parere sull’ultimo disco di Bello Figo. Ed è così che mentre facevamo quelli aperti, multiculturali e senza pregiudizi, celebravamo 4 atlete brave come gli altri 100 atleti che hanno vinto ori agli stessi Giochi del Mediterraneo con un’attenzione particolare perché erano nere. Come se essere atleta nera e italiana contemporaneamente fosse ancora qualcosa di bizzarro, di eccezionale, di sovversivo. Come se Fiona May o Andrew Howe non fossero mai esistiti, tra l’altro. Come se queste ragazze fossero un fenomeno curioso, quasi circense. E allora ho pensato che non lo so se preferisco Salvini che fotografa “una risorsa” di nascosto seduto su una panchina per twittare che i profughi vengono qui ad oziare o un Renzi che twitta la foto di 4 normali cittadine e atlete italiane per raccontarci che quelle quattro sono il simbolo di qualcosa. “Io italiana nata in Italia, andata a scuola in Italia, non mi sento la risposta a nulla. È stata una strumentalizzazione, nel 2018 la mia dovrebbe essere una storia normale, ho una madre italiana e mio padre nigeriano è venuto qui 30 anni fa. Noi neanche ce ne eravamo rese conto che eravamo 4 nere, è sembrata una cosa strana a voi” ha dichiarato (grazie al cielo) una delle quattro atlete dell’oro, la Chigbolu.

E l’altra staffetta, quella del buonsenso, la vince ancora una volta lei. Perché no, queste quattro meravigliose ragazze non sono la risposta a nulla. Casomai, sono una grande domanda: ma davvero in un paese evoluto e multiculturale, un oro diventa una notizia perché è conquistato da quattro italiane con la pelle scura?

Accolti a Parigi 52 richiedenti asilo della “Lifeline”

Cinquantaduemigranti con diritto d’asilo o di protezione internazionale della nave Lifeline che verranno accolti in Francia nel piano di ripartizione d’urgenza messo in campo da nove Paesi Ue: è quanto riferisce il ministero degli Esteri di Parigi precisando che questa “risposta dimostra l’importanza del coordinamento tra partner europei nel rispetto del diritto internazionale”. E ancora, per la Francia, si tratta di “organizzare la solidarietà tra Stati membri per identificare le persone che possono beneficiare della protezione e organizzare il ritorno di chi invece non può pretenderla”.

Nei giorni scorsi, il portavoce del governo francese, Benjamin Griveaux, aveva detto che la Francia avrebbe accolto una “cinquantina” di migranti sui 234 a bordo della nave Lifeline sbarcata a Malta a fine giugno. Inoltre, oltre ai 52 della Lifeline, Parigi accoglierà “circa 80” richiedenti asilo della nave Aquarius di Sos Méditerranée sbarcata a Valencia, in Spagna, dopo la chiusura dei porti italiani decisa dal ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Curdi e iracheni, in 71 su una barca di 8 metri Scafisti arrestati

Al largodi Punta Alice, nel Crotonese, sono stati intercettati a bordo di una barca a vela di appena otto metri: 71 migranti tra cui 8 donne e 15 bambini, curdi e iracheni, erano partiti dalla Turchia cinque giorni fa utilizzando indisturbati l’altra rotta dell’immigrazione verso l’Europa. Arrivati a Crotone ieri mattina, sono stati giudicati tutti in condizioni buone, e scortati da una motovedetta della sezione del Reparto aeronavale della Guardia di finanza. A bordo dell’imbarcazione anche due uomini, ritenuti gli scafisti, con in tasca passaporti ucraini che sono stati sottoposti a fermo. E proprio l’utilizzo di barche a vela, assieme alla presenza ormai costante di cittadini esteuropei come ‘skipper’, modalità che si ripetono da mesi se non da anni sulla direttrice alternativa a quella del Canale di Sicilia, rappresenta uno degli elementi che inducono gli inquirenti a ritenere che, dietro il traffico di esseri umani, ci sia un’organizzazione internazionale con ramificazioni in Paesi dell’Est. Un vero e proprio “business” alimentato dalla disperazione di interi nuclei familiari provenienti da zone di guerra e pronti a mettere nelle mani di organizzazioni senza scrupoli somme considerevoli per poter arrivare in Occidente.

“I selfie degli amici e il sogno del lavoro”. Così si convincono che è meglio partire

Il viaggio può durare anni, costare cifre da capogiro, interrompersi e riprendersi come in un sadico gioco dell’oca sulla pelle del migrante, prima dell’incerto approdo. Può portare nel peggiore dei casi alla morte, magari nel deserto o nella traversata del Mediterraneo, nel migliore dei casi a sofferenze e torture nelle prigioni libiche. Eppure, tutto questo non ferma i migranti – che scappino da guerra, da povertà o da disastri climatici, la distinzione è a volte sottile.

Ma cosa sanno davvero i migranti dell’Europa che vedono come un miraggio prima di partire? E perché non cambiano idea durante il loro percorso, quando constatano le atroci difficoltà che devono affrontare? E ancora, esiste un sistema efficace di contro-informazione da parte proprio dei Paesi che vogliono raggiungere, per evitare che si gettino nelle mani dei trafficanti di uomini? E se non c’è, per quale motivo?

“Non ho pensato io di lasciare la Nigeria”, scandisce in inglese Joy, 21 anni, incinta di 3 mesi e da oltre un anno in Italia, che incontriamo nel centro di accoglienza della Comunità di Sant’Egidio a Roma. “Una signora mi è venuta cercare, promettendomi che sarei andata a lavorare, facendo le pulizie. Così ha fatto con altre mie amiche”. Come molte altre sue connazionali, Joy è invece una vittima di tratta finalizzata alla prostituzione. Alla domanda sul perché abbia intrapreso il viaggio e se sapeva quanto sarebbe stato difficile, la risposta della ragazza è laconica: “La mia famiglia non aveva nulla”.

Molto spesso, come nel caso di Joy, è il sistema sociale che fa pressione sui singoli perché lascino il Paese, mentre la molla che li spinge a partire è il non avere niente da perdere. I trafficanti nel Paese d’origine chiedono cifre che oscillano tra gli 8.000 e i 15.000 euro o più. Un vero capitale, che viene pagato in più tappe, a volte attraverso prestiti o fasi di lavoro nei Paesi che vengono attraversati nella rotta verso la Libia, tanto che gli spostamenti durano anni.

“Il viaggio a tappe non è affidato a un solo trafficante”, spiega Simone Andreotti, presidente della cooperativa sociale “In Migrazione”: “Il trafficante del Paese d’origine è spesso in contatto con il suo omologo dello Stato confinante, che ricatta la famiglia del migrante. E così fino alla Libia, dove tra l’altro i migranti vengono consegnati alla polizia, prima di finire nelle mani di altri trafficanti che proveranno a far loro passare il mare”. Un secondo elemento rilevante è che il percorso del migrante è concepito in modo da essere senza ritorno. “Hai pagato, ti sei indebitato. Il meccanismo è questo: puoi solo andare avanti o morire”.

Inoltre, l’attrattiva rappresentata dall’Europa e l’Occidente è ormai veicolata in modo diretto attraverso internet. Esiste una ben consolidata narrativa del migrante che ce l’ha fatta, e che invia selfie agli amici – magari vicino a un monumento di una città europea, o a una macchina di lusso che finge sia la sua – postandoli sui social. Raccontare alle famiglie d’origine di aver subito un’odissea, porta con sé anche vergogna, quindi è meglio non farlo. Questo non significa, tuttavia, che non vi siano piani di informazione, anche da parte delle organizzazioni internazionali (Oim o Unhcr) sui rischi dei viaggi migratori.

Federico Bonadonna, antropologo, che ha vissuto e lavorato molti anni per diverse associazioni umanitarie tra Senegal ed Etiopia, illustra così la situazione: “Mentre in Eritrea o Sudan, non c’è conoscenza del mondo esterno e la fuga è quasi una necessità, le Ong locali, soprattutto nei Paesi dell’Africa ex francese, indicano con precisione perfino spietata le contrarietà del mettersi in viaggio”.

Ma come i rischi del fumo per la salute non portano la gente a smettere, allo stesso modo la scarsa e male organizzata contro-informazione non riesce a bloccare le partenze. “Partire corrisponde a un disegno razionale, al contrario di quanto pensiamo noi in Europa”, ragiona ancora Bonadonna. “Spesso è tutta la comunità locale che si indebita per sostenere i migranti e poi attende le rimesse, dall’Europa, di cui molte comunità subsahariane basano la loro sopravvivenza economica”. In altre parole: c’è un vero e proprio sistema, ben oliato – anche se sostanza criminale, perché gestito da trafficanti di esseri umani – dietro il viaggio del migrante. Una trappola, sì, ma perfetta.

Lo “scaricabarile” Germania-Austria inguaia l’Italia

La dottrina Trump applicata alla Germania è la seguente: minacciare una crisi di governo per affrontare un problema, quello dell’arrivo dei migranti, che è ormai stato ridotto a proporzioni trascurabili (solo 17 mila le persone individuate nei primi 5 mesi dell’anno già registrate in altri paesi) mettere all’angolo gli alleati e scaricare le responsabilità su altri. La politica tedesca che ha contestato l’imprevedibilità e la non affidabilità all’inquilino della Casa Bianca è rimasta “vittima” della (rischiosissima) partita a scacchi di Horst Seehofer, il ministro degli Interni e della patria del quarto governo guidata da Angela Merkel.

Il braccio di ferro tra la cancelliera ed il leader del partito bavarese si era chiuso domenica notte con l’intesa sui centri di transizione dove la Csu ha preteso (e ottenuto) di ospitare i migranti registrati inizialmente in altri paesi. Cioè una misura considerata “equivalente” da Seehofer rispetto agli auspicati respingimenti immediati alle frontiere tedesche. La Spd, il terzo alleato della Grande Coalizione, è almeno scettica su questa soluzione, visto che aveva già respinto ipotesi simili in passato. I socialdemocratici vogliono capire se queste strutture saranno aperte o meno, se saranno cioè più simili a centri di “detenzione”. Con l’avallo della cancelliera, la Csu istituisce una categoria di persone dai diritti sospesi. Perché questi centri saranno sostanzialmente delle aree sovranazionali, visto che la Germania questi migranti non li vuole sul proprio territorio.

La reazione austriaca, peraltro da parte di un governo conservatore influenzato dalla destra estrema, non è si fatta attendere. Vienna ha già fatto sapere di volersi cautelare proteggendo le proprie frontiere meridionali, quindi con l’Italia. La Csu, con la complicità del partito europeista della Merkel, ha spostato il problema su altri paesi. E per la Spd è rischioso sfilarsi per difendere i migranti senza perdere (ulteriormente) consensi.

“Il Consiglio europeo ha affermato che l’immigrazione è una questione europea, che serve uno sforzo condiviso. Se questo è lo spirito dovremmo entrare in una fase di cooperazione, ma la decisione dell’Austria di chiudere il Brennero sarebbe contro questo spirito. Chi la mettesse in atto se ne dovrebbe assumere la responsabilità”, ha dichiarato il ministro degli Affari Esteri, Enzo Moavero Milanesi a margine della visita di Stato del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella in Lettonia. Seehofer ha lottato soprattutto in vista delle elezioni locali bavaresi: il 14 ottobre la Csu punta a confermare la maggioranza assoluta nel Land. Nel suo approccio non c’è una logica europea né una visione comune o solidale. Né c’è il riconoscimento della stessa Merkel e del suo ex ministro della Finanze Schäuble che paesi come l’Italia sono stati lasciati soli in passato. Seehofer ha imposto la propria linea ed ha dichiarato che continuerà a restare ministro. Una politica, la sua, che piace ai paesi dell’Est, quelli criticati per via delle crescenti limitazioni ai diritti costituzionali e quelli dai quali la stessa Csu non voleva più accettare “migranti del welfare”, ovvero cittadini comunitari accusati di voler approfittare del sistema tedesco di protezione.

“L’Europa si impegni di più sul fronte degli aiuti economici e di sostegno alla pace nei paesi di origini – ha aggiunto Moavero Milanesi – Bisogna poi agire lungo le rotte di transito, creando centri di aiuto lungo il tragitto. Poi ci sono le area di imbarco, ma qui serve una collaborazione con i paesi costieri. Non è facile ma bisogna mettersi a lavorare”. I colleghi di Italia e Germania, Matteo Salvini e Seehofer, si incontreranno l’11 luglio. Si tratta di un incontro bilaterale concordato dai due ministri in una “cordiale e costruttiva telefonata”.

Nell’inferno di Tripoli “Non ne entrano più”

Quasi duemila uomini in gabbia, benvenuti nel girone infernale di Trik al-Sikka, uno dei centri di detenzione co-gestiti dal governo di al-Sarraj e dalle organizzazioni umanitarie. Siamo nell’anticamera della morte, all’ultimo stadio, tra promiscuità, infezioni, risse sanguinose, cibo da vomitare e i volti increduli di uomini e ragazzi traditi pure dall’ultima speranza: “Non possiamo più accogliere migranti qui dentro, abbiamo superato la soglia base del doppio. La gente muore. Altri centri vengono chiusi per vari motivi e non sappiamo più dove mettere queste persone. Presto saremo costretti a non accoglierli più”.

Il dubbio è ormai concreto e Adel Aktasi, direttore del campo più popolato e al centro di Tripoli, aperto nel 2015, lo fa capire senza mezzi termini: “Continuiamo a ricevere telefonate dal ministero per nuovi migranti da mettere a Trik al-Sikka, ma non entra più uno spillo – aggiunge il direttore del campo –. Un’ora fa circa l’ultima richiesta, quando la Guardia costiera ha annunciato di aver recuperato circa 400 persone in mezzo al mare”.

Lunedì 25 giugno Aktasi ha accompagnato il ministro dell’Interno italiano, Matteo Salvini, nella sua visita-lampo nella capitale libica. Dopo aver incontrato il suo omologo del governo al-Sarraj, riconosciuto da Italia e Unione Europea, ma non considerato dal capo della Cirenaica, Khalifa Haftar, dalla Russia e dall’Egitto, Salvini ha fatto un salto in “un centro di detenzione”. Così Salvini l’ha raccontata: “Ho chiesto di visitare un centro di accoglienza e protezione che entro un mese sarà pronto per 1000 persone con l’Unhcr per smontare tutta la retorica nella quale in Libia si tortura e si ledono i diritti civili”. Il leader della Lega presentava quello spazio, quasi un albergo a cinque stelle, come lo standard della strategia vincente del governo italiano. Forse a sua insaputa, i libici lo hanno portato dentro un safe shelter, proprio davanti all’inferno di Trik al-Sikka, in pratica una sua dépendance. Basta attraversare la strada e si passa dai frigoriferi, dai letti a castello certificati e dall’aria condizionata, al buco nero dove realmente marciscono gli esseri umani arrestati in terra perché clandestini o soccorsi in mare e riportati indietro: “No, il ministro Salvini a Trik al-Sikka non è venuto, ha visitato il safe shelter davanti a noi” conferma Aktasi.

Ma cos’è questo rifugio sicuro? Fino a ieri era una delle tante strutture militari del regime di Gheddafi, preso in prestito dal governo di transizione prima e dagli uomini di Fayez al-Sarraj poi. Qui dentro trovavano riparo politici, militari e uomini d’affari di rango in caso di rischio per la propria sicurezza. Adesso, o meglio tra un mese, forse da settembre, più propriamente alla moda libica, bukhra munchen inshallah, ossia domani, forse, a dio piacendo – tradotto, aspetta e spera –, finirà con l’accogliere solo una minima parte di stranieri: “Potrà ospitare circa 500 persone alla volta, non di più – spiega un funzionario della sicurezza nazionale di Tripoli operativo tra i campi –. Lì dentro finiranno le persone fragili, ammalati, donne con bambini, ma soltanto delle sette nazionalità a cui la Libia riconosce la richiesta di asilo politico: Eritrea, Etiopia, Palestina, Somalia, Siria, Yemen e Darfour (Sudan). Gli altri? Resteranno al loro posto”.

Oltre diecimila, al massimo verranno spostati come birilli da un centro all’altro, a seconda della disponibilità. Con quelli di Gharyan e Sabratha inutilizzabili e quelli di Khoms e Trik al-Matar o difficili da raggiungere o in pesante sovraffollamento, il Dipartimento dell’immigrazione libico deve fare in fretta per reperire un nuovo centro e lo deve fare subito. Vista la deriva imminente, da alcune settimane Tripoli ha lavorato su un impianto a el-Djdeida, un altro ex compound militare inutilizzato e trasformato in prigione. Gli spazi ci sono, acqua e luce sono collegate, mancano solo i bagni: “Ci attiveremo all’istante per risolvere questo problema – rassicura Valeria Fabbroni, project manager di Helpcode, una Ong italiana, in questi giorni operativa nei centri di detenzione di Tripoli –. La situazione a Trik al-Sikka e negli altri centri è ormai insostenibile, dobbiamo attivare il nuovo campo nel giro di pochissimi giorni”.

Nella sezione femminile di Trik al-Sikka, stamattina le donne sono tutte fuori, le stanze dove vivono stivate da mesi, molte con figli al seguito, sono state disinfestate. Dalle finestre fuoriesce il fumo denso e acre prodotto dalla sostanza chimica. Giornata di visite importanti, compresi gli ambasciatori della Germania e il nostro, Giuseppe Perrone, presente col suo staff al completo per una partita di calcio tra migranti dentro lo spazio recintato. Uno dei rari momenti ludici in mezzo a giornate piene di disperazione per i migranti.

Olimpiadi 2026: Cortina si candida, Milano lo farà

Cortina è ufficialmente in gara, ma Milano la seguirà presto e Torino pare sulla stessa linea. Tramontata l’ipotesi di una collaborazione incrociata, è ormai corsa tra varie città italiane per ospitare le Olimpiadi invernali del 2026. E il primo a proporsi è il Comune di Cortina d’Ampezzo, ha notificato via pec dal Coni il dossier che accompagna la sua candidatura a sede dei Giochi Olimpici e Paralimpici. “Una proposta – sostiene il governatore veneto Luca Zaia – che nasce dal complesso sciistico più grande al mondo, che comprende Trento e Bolzano”. Ma si rifà sotto anche Milano. Ieri il Consiglio regionale lombardo ha approvato una mozione che impegna la giunta a sostenere la candidatura del capoluogo lombardo. E il sindaco di Milano Giuseppe Sala commenta: “All’inizio avevo offerto una collaborazione a Torino con la disponibilità a lavorare assieme, ma poi c’è stato un blocco da parte del sistema torinese; per cui ora andiamo avanti”. Ma la sindaca di Torino Chiara Appendino non molla. E ieri a Roma ha incontrato il presidente del Coni Giovanni Malagò e il ministro per i Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro proprio per discutere della candidatura della sua città.