“Ho chiesto un incontro al ministro Bonafede e mi è stato risposto che non erano previste trasferte a Palermo. Quindi dovevo andare io al ministero, ma non posso muovermi dalla Sicilia e visto anche la richiesta di un incontro telefonico mi è sembrato poco elegante richiedermi di andare a Roma”, si era lamentata Fiammetta Borsellino nel primo pomeriggio. A stretto giro è arrivata una “lunga telefonata’’ del ministro che ha parlato di “un grosso equivoco”. La sua richiesta a Fiammetta, spiegano in via Arenula, era in realtà una dimostrazione di “vicinanza” a lei come a tutti i familiari delle vittime, un modo per dimostrare che il ministero della Giustizia “spalancava le porte”.
Il botta e risposta tra il Guardasigilli e la figlia del giudice ucciso in via D’Amelio mette fine, almeno per ora, a una polemica in embrione sullo sfondo delle richieste della Borsellino, che da un anno chiede che vengano accertate le responsabilità di chi, poliziotti e magistrati, depistò le indagini sull’attentato del 19 luglio di 26 anni fa. Lo ha ribadito ieri a Bonafede, titolare dell’azione disciplinare nei confronti dei magistrati, che però prima di assumere una decisione, ci risulta, attende di conoscere le valutazioni del procuratore generale della Cassazione, Riccardo Fuzio, titolare anch’egli dell’azione disciplinare, e del Csm.
A Palazzo dei Marescialli ieri si è riunita la Prima commissione che ha acquisito le motivazioni del Borsellino quater. Era presente, pur non facendo parte della commissione, anche il consigliere Piergiorgio Morosini, gip a Palermo del processo sulla trattativa Stato mafia, che ha proposto l’apertura di un’istruttoria per sentire “chi ha promosso il processo di revisione a Caltanissetta” che ha portato alla luce il depistaggio attraverso il falso pentito Scarantino. E cioè l’ex procuratore generale di Caltanissetta Roberto Scarpinato. I componenti della commissione, che in questo caso potrebbero procedere solo per incompatibilità funzionale nei confronti di toghe che esercitano ancora le funzioni di pm, decideranno dopo la lettura della sentenza.
Sul fronte delle indagini, intanto, il funzionario di polizia Gioacchino Genchi, che nell’estate del ’92 lavorò nel gruppo Falcone-Borsellino a fianco di Arnaldo La Barbera, intervistato dal Tg3 rivela: “Venni sospeso dalla polizia, nel 2009, cinque giorni dopo avere deposto in gran segreto a Caltanissetta’’ sul valore delle dichiarazioni di Mutolo. A Borsellino, Mutolo aveva parlato di “magistrati e investigatori di Palermo’’, dice oggi Genchi, ed il giudice poi ucciso in via D’Amelio era “impegnato nella ricerca dei riscontri’’. Non ebbe il tempo, perché un’autobomba lo spazzò via insieme a cinque agenti della scorta. Le parole del funzionario che Berlusconi definì “il più grande scandalo della Repubblica’’, sostenendo che nel suo archivio segreto avesse 350 mila intercettazioni pur non avendo mai intercettato nessuno, rilanciano l’ipotesi di una “talpa’’ alla Procura di Caltanissetta allora impegnata nelle nuove indagini sulla strage dopo che Spatuzza aveva smentito Scarantino.