Boschi ospite, i giovani dem contrari

Il tema del dibattito è impegnativo: “Presente e futuro del Pd”. Relatrice: Maria Elena Boschi, ovvero il volto più rappresentativo di quella classe dirigente renziana che in soli quattro anni ha portato il Pd al minimo storico. E così succede che i Giovani Democratici, la sezione giovanile del partito, si ribellino e organizzino un contro-dibattito per contestare la scelta degli organizzatori di invitare a parlare l’ex ministro delle Riforme e oggi semplice deputata del Pd eletta nel collegio di Bolzano. Siamo a Montemurlo, piccolo comune di ventimila anime in provincia di Prato, dove domenica si concluderà la tradizionale Festa dell’Unità che una volta in queste zone riusciva a mobilitare migliaia di persone e oggi raccoglie l’adesione di pochi fedelissimi iscritti. Dopo gli incontri con gli esponenti renziani Simona Bonafé e Roberto Giachetti su economia circolare ed Europa, per la chiusura della manifestazione in programma domenica sera alle 21 i dirigenti del Pd locale hanno invitato proprio la Boschi a parlare del futuro del partito, un tema di grande attualità soprattutto dopo la débacle del 4 marzo e le più recenti sconfitte alle amministrative. Ma ai Gd del piccolo comune toscano la presenza dell’ex ministro delle Riforme non è andata giù: “In un momento in cui il partito e la sinistra in generale attraversano una grave crisi – ha scritto la segretaria Chiara Forasterio in un comunicato – riteniamo che sarebbe opportuno favorire lo scambio di contenuti e il confronto interni ed esterni” e per questo la presenza della Boschi è “inappropriata” perché esponente di una sola “visione del partito”, quella che fa capo all’ex segretario Matteo Renzi, a discapito del “pluralismo interno e dell’apertura ad un confronto più ampio, sempre più importante per un Partito che è stato punito per la sua autoreferenzialità”. Così i Gd di Montemurlo hanno organizzato nello spazio dibattiti del Parco della Pace un contro-evento preliminare che si svolgerà alle 18,30: “Stiamo contattando tutte le realtà sociali e culturali del territorio legate alla sinistra, come i sindacati e le associazioni, ma non sappiamo ancora chi verrà – spiega al Fatto Forastiero – l’evento con la Boschi, non affiancata ad esponenti di anime o realtà del centrosinistra, dimostra ancora una volta il fatto che nel Pd ormai non c’è più capacità di confrontarsi e dialogare e questo ha contribuito alla nostra crisi. In questi anni sono stati fatti degli errori e non si può continuare a perpetrarli”. Per adesso dal Pd locale non è arrivata alcuna risposta ai giovani del partito ma il programma non è in discussione: Boschi rimarrà l’unica relatrice del dibattito. Chissà se sarà costretta ad entrare dal retro.

Consulta, oggi primo verdetto sul Rosatellum: l’Osce ci guarda

Se ne occupa pure l’Osce, nel rapporto stilato dai suoi osservatori in merito alle elezioni italiane: il Rosatellum, secondo l’organizzazione per la sicurezza e la cooperazione europea, porta con sé due vulnus: essere stato approvato a colpi di fiducia e a pochi mesi dalle elezioni (nell’ottobre 2017). Ora, di fronte al ricorso presentato da Felice Besostri e altri (tra cui diversi parlamentari M5S), sarà la Corte Costituzionale a esprimersi. Nella giornata di oggi, infatti, la Camera di consiglio della Consulta dovrà decidere sull’ammissibilità del conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato (e per la prima volta tale funzione viene attribuita anche al corpo elettorale). La denuncia riguarda la violazione delle prerogative del corpo elettorale e dei singoli parlamentari in quanto “viene a essere compromesso il diritto di votare liberamente e secondo la Costituzione”. I ricorrenti, infatti, puntano il dito sul fatto che il Rosatellum sia stato approvato con la fiducia, possibilità tra l’altro non prevista dall’articolo 72 della Carta. Il ricorso critica anche altri aspetti, tra cui l’impossibilità di procedere al voto disgiunto. Se il ricorso sarà ammesso, potrebbe essere il primo passo per un giudizio di incostituzionalità della legge elettorale vigente, come accadde in parte anche per l’Italicum. “Non è tanto questo che ci interessa, quanto il fatto che le nostre contestazioni siano accolte”, fa sapere Besostri.

Crac Credito Fiorentino 6 anni e 10 mesi a Verdini

Sei anni e dieci mesi di reclusione. La Corte d’appello ha condannato Denis Verdini per il fallimento del Credito Cooperativo Fiorentino, la banca per venti anni presieduta dall’ex senatore di Ala. La sentenza è arrivata in tempi record: il processo di primo grado si è concluso nel marzo 2017 con una condanna a 9 anni, pena ridotta ieri in appello. Ora toccherà alla Cassazione pronunciarsi e con ogni probabilità lo farà entro dicembre. Per Verdini sarà la prima sentenza definitiva dei ben cinque processi cui è stato imputato e rinviato a giudizio negli ultimi anni.

Uno è finito con un’assoluzione, lo scorso marzo, in merito all’associazione segreta P3 e una condanna a diciotto mesi per finanziamento illecito. Prima, nel 2014, è stato condannato a due anni con pena sospesa per concorso in corruzione nell’appalto per la scuola Marescialli di Firenze, poi il rinvio a giudizio per l’acquisto di una palazzina a Roma in via della Stamperia e un altro per un giro di fatture false. Ma è tutto contorno. Perché la vera “ciccia”, come dicono i fiorentini per indicare le cose concrete, era tutta nell’inchiesta sul Ccf, compreso il filone sui contributi all’editoria elargiti dallo Stato alla Ste, la società editrice del Giornale di Toscana, sempre di Verdini, e per i quali la Corte d’appello ieri ha confermato in parte la condanna per truffa per i fondi ricevuti nel 2010 e 2011 e dichiarando prescritti quelli degli anni precedenti. Confermata, invece, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e soprattutto la bancarotta fraudolenta. Ed è ciò che pesa maggiormente a Verdini.

Potentissimo coordinatore regionale di Forza Italia e nazionale del Pdl, tessitore di alleanze che hanno garantito la sopravvivenza prima dell’ultimo esecutivo di Silvio Berlusconi – inventandosi e reclutando la pattuglia dei Responsabili – poi del governo Renzi, battezzato ideando il patto del Nazareno e in un secondo momento tenuto in vita creando il movimento Ala, Verdini ha sempre ribadito di non aver mai agito per farla fallire. Tutt’altro. All’ultima udienza si è commosso, ripetendolo: “Ho dato tutto per la banca, mai avrei voluto farla fallire”. Rappresentava “la storia di una comunità che ho creato con forza, passione e dedizione”.

Vedere quasi in lacrime questo gigante di quasi due metri, capace di tener testa persino a leader individualisti come Berlusconi e Renzi, in grado di garantire a due governi equilibri seppur precari ma duraturi, deve aver colpito anche i giudici. Che però hanno ribadito la bancarotta fraudolenta. Gli avvocati Franco Coppi ed Ester Molinaro avevano chiesto l’assoluzione piena. A metà c’era la bancarotta semplice. È stato inutile anche ribadire che non un cliente ha perso un euro né che gli ispettori di Banca d’Italia sono intervenuti in più riprese nell’arco di pochi mesi senza dare al cda il tempo di intervenire: il Ccf è stato portato alla bancarotta fraudolenta dall’uomo che l’ha guidato per venti anni e che, secondo i giudici, l’ha svuotato di ingenti risorse finanziare. “Rimaniamo stupiti e attendiamo di leggere gli snodi essenziali della sentenza”, ha commentato ieri l’avvocato Molinaro lasciando il tribunale. Le motivazioni arriveranno entro 90 giorni.

Oltre a Verdini sono stati condannati anche gli imprenditori Riccardo Fusi e Roberto Bartolomei a 5 anni e 10 mesi ciascuno, con un aggravio di pena di tre mesi rispetto al primo grado. Sempre per il dissesto dell’ex Ccf condannati a 3 anni e 4 mesi Monica Manescalchi e Leonardo Rossi. Inoltre la corte ha accolto i patteggiamenti per l’ex direttore generale Pietro Italo Biagini a 3 anni e 10 mesi (in primo grado erano 6 anni per bancarotta fraudolenta), con interdizione temporanea dai pubblici uffici (in primo grado era perpetua), e per numerosi membri del cda e revisori dei conti, tutti a 1 anno e 8 mesi a parte Fabrizio Nucci (21 mesi).

L’unico presente in aula ad ascoltare la sentenza è stato Fusi, assistito dagli avvocati Alessandro Traversi e Sara Gennai. Anche lui ora si prepara alla Cassazione.

Mercato digitale: “Nel 2020 crescita di 3,8 miliardi”

Il fatturato del mercato digitale italiano è previsto in crescita di 3,8 miliardi di euro nei prossimi due anni, con un giro d’affari di 71,4 miliardi di euro. E quanto emerge dal Forum dell’Economia Digitale (Fed) organizzato da Facebook e dai Giovani di Confindustria al MiCo di Milano. Il digitale è una realtà per 6 milioni di imprese nel mondo, presenti su Facebook, come spiega il numero uno della Piattaforma digitale in Italia Luca Colombo e in Italia il 70% delle piccole e medie imprese presenti su Facebook predilige, in fase di assunzione, le competenze digitali rispetto alla scuola frequentata dal candidato. Una tendenza che ha influito anche sulle scelte degli studenti, che negli ultimi due anni hanno puntato più sulle discipline tecnologiche (+6,8%) che su quelle scientifiche (+2,8%). In crescita anche i cosiddetti “professionisti ad alta specializzazione”, cresciuti del 52%, ma non basta, in quanto nei prossimi 5 anni si apriranno 280mila posizioni in ambito tecnologico, che ad oggi rischiano di rimanere scoperte. “In un Paese in cui le Pmi sono il 90% delle imprese – ha detto Colombo – serve uno sforzo di tutti, imprese, istituzioni e mondo della scuola, per investire nelle competenze digitali”.

Maestri senza laurea: il ministero li salva, ma solo per pochi mesi

In sintesi, al ministero dell’Istruzione prendono tempo: è arrivata lunedì sera, nel decreto Dignità, la prima misura per le maestre e i maestri che, dopo una decisione del Consiglio di Stato, rischiavano di perdere la cattedra e il posto in graduatoria. Una misura che si limita a far slittare il problema di quattro mesi, garantendo così il mantenimento dello status quo in attesa di un altro provvedimento che lo risolva definitivamente.

Parliamo dei docenti destinatari della sentenza del Consiglio di stato depositata a dicembre 2017, che ha respinto l’inserimento di 43mila maestri che hanno solo il diploma magistrale – quindi non la laurea, obbligatoria dal 2002 per insegnare – nelle Graduatorie a esaurimento, le cosiddette Gae che danno la precedenza nella conquista di una cattedra a tempo indeterminato e che sono state appunto chiuse. Più di 7 mila, invece, quelli assunti di ruolo. Tutti, però, con riserva visto che non c’erano sentenze passate in giudicato (attese da metà luglio e che dovrebbero modellarsi su quanto stabilito dal Consiglio di stato).

“Il Ministero dovrà procedere con l’esecuzione delle sentenze di merito, che presumibilmente arriveranno fra luglio e agosto – ha scritto ieri il Miur in una nota -. Con il decreto viene esteso al caso dei diplomati magistrali quanto già previsto dal decreto legge 669/1996, che concede alle amministrazioni dello Stato di ottemperare all’esecuzione di provvedimenti giurisdizionali entro 120 giorni dalla data di comunicazione del titolo esecutivo”. Tradotto: possono passare quattro mesi prima di rendere effettive le sentenze e, intanto, per il nuovo anno scolastico i maestri possono continuare a insegnare dov’erano o occupare ancora la loro posizione. “In sede di conversione del decreto in Parlamento – spiegano poi dal ministero – sarà poi completato il quadro normativo disciplinando procedure di reclutamento, nel rispetto della legislazione vigente”. Con la speranza che arrivi per il 2019.

Contrari i sindacati che parlano di una “soluzione poco dignitosa per i tanti docenti che aspettavano una risposta definitiva dal nuovo Governo” e “profondamente inadeguata (…) poiché i diplomati magistrali rimarrebbero in servizio per un breve periodo con l’angoscia di essere licenziati di lì a poco” ha detto ieri la Flc Cgil. “Una sorta di tachipirina che cura i primi sintomi e lascia avanzare la malattia – ha detto il responsabile Scuola della Uil, Pino Turi – . Una non–soluzione”.

Wikipedia si spegne per protesta: “Il Web sia libero da censure”

“Ciao ragazzi, sono una maturanda. Ho letto la discussione sul bar di Wikipedia e per quanto possa capire il problema, mi dispiace dire che secondo me avete fatto un errore grosso. Non per me, perché so come fare per aggirare il problema, ma per chi si ritrova senza Wikipedia nel momento in cui ne ha più bisogno”: Ichichoro è il nickname di una quasi ventenne su Wikipedia, l’enciclopedia gratuita online che da ieri ha oscurato tutte le sue pagine in italiano. Involontariamente, è lo sciopero 2.0 per eccellenza: “si spegne” durante gli esami di maturità. La comunità dei volontari che la anima si è ritrovata in una chat per rispondere alle domande e spiegare il motivo della protesta, che durerà almeno fino a giovedì quando gli europarlamentari dovranno votare per decidere se accelerare sul regolamento che riforma il diritto d’autore online, da cui è nata la protesta.

“Chiediamo a tutti i deputati del Parlamento europeo di respingere l’attuale testo sul copyright – si legge nel comunicato che appare al posto dei risultati – e di riaprire la discussione vagliando le tante proposte a partire dall’abolizione degli articoli 11 e 13”. Ai wikipediani (che in italia sono circa 8mila utenti attivi, di cui circa cento amministratori) la norma in discussione in Ue, licenziata dalla commissione affari giuridici nelle scorse settimane, proprio non piace, dalla tassa sui link, che imporrebbe il pagamento dei diritti d’autore all’editore all’obbligo per le piattaforme di dotarsi di un filtro automatico che capisca se un contenuto sia o meno coperto da copyright nel momento in cui viene messo online. “Filtrare il contenuto in via preventiva consente di operare una vera e propria censura che incentiva il filtraggio con una discrezionalità pressoché segreta – spiega un utente, scusandosi della eccessiva semplificazione – : i filtri, anche ove li si volesse tenere visibili, sarebbero così tecnici e così annidati all’interno di un sito, da consentire ‘manovre’ di censura in discreta tranquillità.

Anche perché poi in caso di incidente c’è sempre la scusa: ‘Uh, pardon, è stato il filtro automatico, figurati se ti censuriamo’”. Inoltre, i contenuti di Wikipedia si basano quasi esclusivamente su link che rimandano a fonti esterne e verificabili. “Tutte le fonti cui rinviamo sarebbero potenzialmente da censurare in quanto ci riferiamo a opere in potenza tutelate – spiegano – . Basta che sia tutelato uno studio in cui si cita un passo di Svetonio ed ecco che il filtro dovrebbe scattare alla cieca ogniqualvolta citassimo quel passo di Svetonio. Inutile dire che fine farebbero le parodie”.

Con un comunicato, l’ufficio stampa dell’Europarlamento ha specificato che Wikipedia e le enciclopedie online sono “automaticamente escluse” dalle nuove regole Ue. Una portavoce della Commissione ha precisato che varrebbe anche per l’utilizzo di contenuti realizzati da altri, come le foto. “Caricare contenuti su enciclopedie online in modo non commerciale, come Wikipedia, o piattaforme di software in open source come GitHub, sarà automaticamente escluso dal requisito di rispettare le regole sul copyright”, ha detto. Il problema è che Wikipedia è sì una non profit, ma concede i suoi contenuti con una licenza libera, permette cioè che siano riutilizzati anche a scopi commerciali. Si tratta quindi di una questione di principio.

La decisione di oscurare le pagine in lingua italiana è arrivata dopo una lunga discussione della community in quello che viene definito “Bar”, un forum di Wikipedia. Venerdì si era deciso di limitarsi a pubblicare un banner, un annuncio, che spiegasse la posizione dei wikipediani sul regolamento Ue. “Dopo un giorno – spiega un utente – ci siamo accorti che l’iniziativa non stava funzionando e che c’era bisogno di un’azione di più forte”. È stata avviato un altro confronto e, per consenso, si è deciso di bloccare le pagine come era già successo per la legge Bavaglio nel 2011. Gli unici a poter reindirizzare gli utenti alla pagina con il comunicato sono gli amministratori che, materialemente, hanno modificato il codice di Wikipedia. “L’edizione italiana di Wikipedia si è oscurata per aumentare il livello di consapevolezza nei confronti della disastrosa direttiva Ue sul copyright: chiamate oggi i parlamentari Ue, il voto è giovedì” ha scritto in un tweet il fondatore di Wikipedia Jimmy Wales riferendosi alla parte dell’iniziativa che prevede si telefoni agli europarlamentari per protestare (“Io l’ho fatto – dice Cristian – ma rispondono le segreterie”).

Oggi dovrebbe aderire anche Wikiquote, in italiano (il progetto che raccoglie citazioni e aforismi) mentre la versione inglese ha già inserito un banner a sostegno della protesta.

Conte: “L’ Italia contribuisce alla Nato anche con missioni”

“Ho già risposto al presidente Trump, spiegando che l’impegno dell’Italia non è solo economico”. Così il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha commentato la lettera ricevuta a giugno dal presidente degli Stati Uniti. Un missiva inviata anche ai leader di molti altri Paesi della Nato, tra cui Germania, Belgio, Norvegia e Canada, nella quale, come ha spiegato il New York Times, il presidente americano li bacchetta perché a suo dire spendono troppo poco per la difesa comune. Per poi metterli in guardia: gli Stati Uniti stanno perdendo la pazienza e potrebbero reagire di conseguenza. Un monito arrivato anche a Conte, che davanti ai microfoni reagisce così: “Ho già risposto al presidente Trump, è un tema all’ordine del giorno. Sarò al vertice Nato dell’11 e 12 luglio a Bruxelles, e a Trump ho risposto appellandomi a un pledge; l’Italia contribuisce ma le forme di contribuzione non sono solo in misura economica ma anche con interventi strategici per la Nato, queste forme di contribuzione vanno considerate assieme”. E comunque “nessuna polemica con il presidente statunitense. Anzi, approfitto dell’occasione per salutarlo”.

L’eredità di Renzi: ecco il contratto dell’Airbus

Per soddisfare i capricci aerei di Matteo Renzi i contribuenti italiani stanno versando un obolo di 81 milioni e 312 mila dollari, poco meno di 70 milioni di euro al cambio attuale. È un tributo che serve per pagare il leasing, cioè l’affitto, di un superjet, il famoso, ingombrante e poco pratico Airbus A340-500 che l’ex presidente del Consiglio volle a tutti i costi perché non gli bastavano la decina di velivoli della flotta di Stato. Quella cifra è parte di un accordo più ampio ed è fissata nel contratto che Il Fatto ha potuto consultare, stipulato tra il Segretariato generale della Difesa e l’Alitalia. Quest’ultima ha di fatto agito come intermediaria rispetto ad Etihad, la compagnia aerea di Abu Dhabi proprietaria del velivolo che tre anni fa il governo guidato da Renzi e la stessa Alitalia presieduta da Luca Cordero di Montezemolo invocarono come salvatrice dell’azienda di Fiumicino. Come è andata a finire lo sanno tutti: Alitalia è fallita e gli arabi di Etihad sono fuggiti. Non a mani vuote, però, anzi, si sono portati via qualche bel ricordino romano.

Il contratto per l’aereo di Renzi è uno di questi, insieme al programma Mille Miglia, per dirne un altro, pagato a prezzo di svendita. I 70 milioni di euro del leasing per il jet di Renzi sono sborsati dallo Stato italiano ad Alitalia che si trattiene una piccola quota e versa il grosso agli emiratini in 96 rate che finiranno nel 2024.

Il valore complessivo del contratto è molto più elevato, oltre 144 milioni di euro suddivisi in 5 lotti: il primo è il leasing, appunto, che è la parte più rilevante dell’affare. Poi ci sono la manutenzione e i servizi Camo di ingegneria per i quali è stata pattuita la cifra di 31 milioni e 751 mila euro. Poi le operazioni di supporto e l’handling, compreso il ricovero del velivolo in un hangar a Fiumicino che prevedono un esborso di 12 milioni e 500 mila euro. Poi c’è il training, l’addestramento specifico (4 milioni di euro in totale) per chi deve pilotare quell’aereo che è molto particolare e non nel senso buono. E infine la riconfigurazione Vip del jet con una previsione di spesa di 20 milioni di dollari per allestire la sala riunioni, la cabina doccia, le camere. La riconfigurazione, però, non è mai partita: la gara per l’affidamento dei lavori è stata chiusa alla fine dell’anno passato, ma nel frattempo ci sono state le elezioni e nessuno sembra ansioso di portare a compimento il progetto di Renzi.

Dotato di 4 motori che consumano l’iradiddio di carburante, l’A340-500 è stato uno dei più clamorosi flop della storia aeronautica dell’Airbus. Dagli stabilimenti di Tolone sono usciti appena 40 esemplari e la produzione è stata interrotta nel 2010; in questo momento in servizio nel mondo ce n’è appena una decina. Quello di Renzi è uno di essi. L’autorevole Air Transport World segnala che l’ultima vendita di un A340-500 è avvenuta nel 2015 per circa 27 milioni di dollari, prezzo che oggi appare teorico e quasi virtuale perché l’A340-500 non ha più mercato e non lo vuole più nessuno. L’aereo che Renzi ha voluto come un giocattolo era stato comprato nel 2006 da Etihad che lo aveva tenuto in esercizio appena 9 anni, fino a ottobre 2015 quando, al termine dell’ultimo volo Tokyo-Abu Dhabi, lo aveva ritirato dal servizio. A quel punto, provvidenziali per la compagnia araba sono arrivati Alitalia e il governo italiano che per prendersi quel “gioiellino” hanno generosamente sborsato una prima rata di leasing di 25 milioni di dollari, cifra quasi uguale al prezzo di vendita segnalato da Air Transport World. Con la piccola differenza che la somma sborsata dallo Stato italiano non è per l’acquisto, ma solo per appena un terzo del leasing totale. Il quale, inoltre, è di tipo solo operativo, così che alla fine l’aereo tornerà al suo legittimo proprietario cioè Etihad. Il contratto prevede anche una clausola rescissoria, che però è tale per modo di dire: nel caso in cui lo Stato decidesse di rifiutare l’aereo di Renzi, dovrebbe comunque pagare per intero l’importo del leasing.

Casellati tour negli Usa col concerto del figlio

Succede. “Una coincidenza”, per dirla con Leonardo Sciascia. Maria Elisabetta Alberti Casellati va negli Stati Uniti per una visita ufficiale, tre giorni a Washington, tre giorni a New York. Il presidente del Senato gira in lungo e largo, stringe mani autorevoli di qua, rende omaggi e saluta con affetto di là. E succede. Il figlio Alvise, ex avvocato negli Usa, direttore d’orchestra, si esibisce al Central Park di New York e la mamma, la seconda carica dello Stato, assiste compiaciuta. Succede. Anzi, è successo lunedì pomeriggio.

Casellati è partita martedì 26 giugno per gli Stati Uniti, prima tappa a Washington per incontri misti: “Alcuni giudici della Corte Suprema, la leadership del Congresso, presidenti delle Commissioni del Senato”, si legge nel comunicato di Palazzo Madama. Poi si trasferisce a New York, venerdì viene ricevuta alle Nazioni Unite da Miroslav Lajcak, presidente dell’assemblea e da Antonio Guterres, segretario generale. Cena dal console Francesco Genuardi, tra i commensali gli italiani all’estero. Il viaggio dagli alleati – parecchio intenso, con “un’agenda fittissima” (cit. Palazzo Madama) – rallenta nel weekend: inaugura il padiglione Italia al “Summer fancy food show” e va al museo Frick Collection per un’esposizione sul “George Washington di Canova”. Lunedì, la mattina è frenetica: un salto a Wall Street per l’apertura della Borsa, corona di fiori al memoriale dell’11 settembre e pranzo da Eataly.

Il programma del pomeriggio è inesistente per l’impegno al Central Park. Il figlio Alvise ha un concerto pagato pure da Brooks Brothers e dalla multinazionale Eni, un evento gratuito per avvicinare le comunità italiane e americane e far risuonare il Rigoletto, la Traviata, il Barbiere di Siviglia nella caotica metropoli. Si chiama “Opera italiana is in the air”, patrocini di prestigio e contribuiti di Banca Intesa. E mamma è in platea. Oggi Casellati rientra in Italia, non digiuna di arte perché ha trascorso il martedì del congedo tra i musei Metropolitan e Guggenheim.

Palazzo Madama ha omesso il concerto di Alvise finché il Fatto non ha chiesto spiegazioni, incuriosito da una bizzarra coincidenza. Così ieri sera, in una nota, il Senato ha informato gli italiani che la “visita di Casellati negli Stati Uniti va verso la conclusione” e, sorpresa, c’è pure il distensivo pomeriggio al Central Park col figlio Alvise: “In forma strettamente privata”. Succede.

Non vale la pena rievocare il passato. La figlia Ludovica assunta al ministero per la Salute con un contratto da capo della segretaria del sottosegretario – non è uno scioglilingua – Elisabetta Alberti Casellati. Robe di una dozzina di anni fa. Oppure la consulenza sempre di Ludovica – ex dipendente di Publitalia, la cassaforte pubblicitaria di Mediaset – per curare i rapporti con i media di Barbara Degani, sottosegretaria all’Ambiente nei governi di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, amica di famiglia. Il giorno dell’elezione al vertice di Palazzo Madama, Casellati ha commosso la stampa con la corsa a Genova – in volo di linea – per vedere il figlio Alvise al teatro “Carlo Felice”. Adesso ha soltanto sfruttato una coincidenza, di quelle talmente perfette che non ammettono retropensieri. Semmai, ossequi.

Italiaonline, accordo raggiunto: salvi (per ora) 400 posti

Accordo raggiunto in extremis per Italiaonline, a mezzanotte sarebbero scattati gli esuberi e le lettere di licenziamento per i 400 dipendenti. Gli esuberi programmati dall’azienda saranno invece trasformati in cassa integrazione per consentire nei prossimi sei mesi la riorganizzazione della società. Questo il telaio dell’intesa raggiunta al ministero del Lavoro. Il percorso non sarà comunque rose e fiori. Entro il 30 ottobre del 2018, circa 250 dipendenti potranno decidere di utilizzare un meccanismo di incentivazione all’esodo volontario mentre altri 150 saranno ricollocati in varie funzioni. “Faremo controlli, perché lo Stato deve garantire su tutto l’accordo”, ha detto il vicepremier Luigi Di Maio. Nell’accordo sul futuro di Italiaonline (ex Seat Pagine Gialle, fusa da due anni nella Italiaonline del magnate egiziano Naguib Sawiris) raggiunto dai sindacati di categoria (Slc Cgil, Uilcom Uil e Fistel Cisl) e dall’azienda restano poi 92 trasferimenti dalla sede di Torino a quella di Milano. È previsto però che l’azienda, per il primo anno, paghi a questi dipendenti l’abbonamento ai trasporti (treno e metro).