“Giusto vietare la pubblicità, distorce la realtà”

“Maledetti e subito ma senza contabilizzare i costi sociali, clinici e finanziari di questa scelta. Insomma lo Stato ha legato il proprio guadagno al danno sociale e sanitario dei propri cittadini”. Parola del professor Maurzio Fiasco, tra i più importanti analisti italiani del fenomeno dell’azzardo di massa.

Professore, partiamo dal fondo: divieto di pubblicità di giochi e scommesse? Una priorità?

Ma certo che lo è. Gli italiani nel 2017 hanno speso 102 miliardi nell’acquisto di gioco d’azzardo. E come sappiamo, l’azzardo non è una mutua, e se anche il volume delle vincite ammonta a circa 80 milioni, la maggior parte dei giocatori resta a mani vuote. E le dipendenze patologiche sono in crescita costante.

Colpa della pubblicità?

Anche. Pubblicità e sponsorizzazioni agiscono in tre direzioni. La prima, ovviamente, è quella di incrementare il consumo. La seconda, assai più insidiosa, è offrire uno scambio di alea con agon, ossia trasformare un gioco di fortuna in uno di abilità. Ed è il caso delle scommesse sportive: si associa un pronostico su un evento agonistico (frutto di abilità) a un elemento di azzardo (frutto del caso). La percezione del giocatore (specie nelle fasce più giovani) è quella della messa alla prova. Poi c’è il terzo elemento, il più dannoso: la pubblicità influisce sulla rappresentazione del fenomeno e produce la dipendenza.

In che senso?

Le faccio un esempio. Normalizzare il gioco d’azzardo è come dire che i danni del fumo dipendono dalle caratteristiche del fumatore e non dal fatto che fumare fa male. Giocare è normale ed è bello, chi si fa male, lo fa per colpa sua. Il problema è nel soggetto, non nelle caratteristiche della struttura industriale dell’apparato.

Lo Stato però guadagna molto dal gioco d’azzardo, come la mettiamo?

È un guadagno viziato. Altri avvengono a conclusione di un ciclo: produzione lavoro e consumo. Non usciremo mai dalla crisi se non con un approccio sistemico: il gioco d’azzardo ha una filiera molto corta, per l’online bastano un server e un call center e in un anno se ne vanno 19 miliardi di euro. Più lunga è la filiera, maggiore è l’incasso per lo Stato. Qui si sono scelti soldi maledetti ma subito, senza contabilizzare i costi finanziari, sociali e infine clinici di questa operazione.

Passiamo all’annosa questione delle multe non pagate dai concessionari…

Il giudizio di responsabilità contabile è stata una clamorosa dimostrazione dello scarto irrecuperabile tra l’ampiezza del volume d’affari e la capacità regolativa dello Stato. Si è dato l’avvio a un percorso salvo poi certificarne l’ingovernabilità. E le cose non possono che peggiorare dal momento che tutto è intermediato dalla tecnologia, ci vuole solo un po’ più di know-how. Lo Stato ha lanciato un pessimo segnale.

Anche un favore alla criminalità?

C’è un vuoto normativo, si confonde concessione e gestione, che a volte coincidono ma nella maggior parte dei casi il concessionario affida stock delle quote a un soggetto giuridico diverso e lì entra in gioco la criminalità. Il controllo dei Monopòli è fermo al concessionario.

Opporsi al gioco d’azzardo, o quantomeno alla sua sregolata diffusione, è una cosa di sinistra?

Se per sinistra si intende una cultura politica che si occupa degli umili e punta a diminuire le disparità sociali, allora questo dovrebbe essere un tema di elezione per la sinistra. Un po’ come nel XIX secolo. Chi erano gli alcolisti nelle zone industriali della Gran Bretagna, ma anche del Nord Italia? Gli operai, i minatori. Quello fu un tema di sinistra.

Soldi, crimine e dipendenze. L’arcipelago del gioco di Stato

E anche quota 100 miliardi è stata superata. Gli ultimi dati disponibili, quelli del 2017, certificano che la spesa di acquisto degli italiani per il gioco d’azzardo – nelle sue 47 forme disponibili – ha superato la fatidica soglia. Le vincite redistribuite ai (pochissimi) vincitori sono al di sotto degli 80 miliardi; dei 22-23 rimanenti la metà circa finisce nelle casse dello Stato. Una cifra non trascurabile. Ma l’incasso dell’erario vale il prezzo delle ludopatie? Il punto è centrale, come confermano le polemiche intorno al “decreto Dignità” che prevede, tra le altre cose, il divieto di pubblicità per giochi e scommesse.

L’Italia ha un livello di tassazione tra i più alti d’Europa, il doppio di Francia e Gran Bretagna, il quadruplo di Spagna e Germania. Ma se pure le entrate del 2016 hanno superato i 10 miliardi (su una base di 96 miliardi di giocate) il sistema fa acqua da tutte le parti. Attualmente, dopo la liberalizzazione del 2008 (governo Berlusconi) esistono dieci concessionarie private autorizzate dai Monopoli di Stato, ma l’arcipelago delle gestioni appaltate all’esterno è un fertile terreno per la criminalità organizzata, come la recente storia giudiziaria dimostra. E certo non è conclusa la vicenda delle multe miliardarie causa evasione fiscale non pagate dalle concessionarie stesse. Anzi.

La storia, che il Fatto ha raccontato più volte, inizia nel 2006, quando la Guardia di Finanza scopre che migliaia e migliaia di slot machine sparse per l’Italia non erano – come da obbligo di legge – collegate alla rete SoGei, società pubblica incaricata della regolarità della taratura degli apparecchi. Bastava staccare un collegamento e gli incassi, che avrebbero dovuto essere ripartiti tra vincite e imposte, finivano tutti nelle tasche degli operatori di filiera. La Procura Generale della Corte dei Conti stimò – sulla base dei contratti stipulati tra Monopoli e concessionari – in 89 miliardi il danno subito dalle casse dello Stato. Ma nel 2012 la Corte inflisse alle concessionarie sanzioni pari a “soli” 2,5 miliardi di euro, poi ridotti a poco meno di 700 milioni nel 2013 grazie alla “definizione agevolata del pagamento” introdotta dal governo Letta. Tra le concessionarie multate anche la Atlantis World, fino al 2008 rappresentata in Italia da Amedeo Laboccetta, ex deputato Pdl. Secondo gli inquirenti che indagarono l’ex presidente della Banca Popolare di Milano Massimo Ponzellini (condannato in primo grado a un anno e sei mesi) per un finanziamento di 148 milioni alla Atlantis, la società faceva capo al catanese Francesco Corallo. Il padre, Gaetano Corallo era considerato vicino al boss Nitto Santapaola ed è stato condannato per associazione a delinquere.

La vicenda delle multe non è ancora conclusa. Quel che è certo è che tra il 2005 e il 2007, come stabilì la Corte dei Conti, ci furono “gravissime carenze nel sistema”. Assai meno certo è che oggi le cose siano cambiate, soprattutto alla luce della moltiplicazione delle tecnologie disponibili rispetti a dieci-dodici anni fa.

C’è poi, ovviamente, oltre alla convenienza economica il fattore sociale. Gli italiani giocano sempre di più. Secondo una ricerca del Cnr nel 2017 hanno tentato la fortuna almeno una volta oltre 17 milioni di persone (il 42,8% della popolazione) contro i 10 milioni del 2014 (27,9%). La quota di “problematici”, in costante aumento, è del 2,4% (circa 400 mila persone). Giocano più gli uomini delle donne (51,1% e 34,4%), il 74% predilige il Gratta&Vinci, al secondo posto (nonostante una flessione dal 72,7% al 50,5%) Lotto e SuperEnalotto. Infine, al terzo posto, le scommesse sportive, salite dal 18,3% del 2010 al 28% del 2017. Un aumento dovuto principalmente alla sempre maggiore offerta di app per smatphone e tablet e – e qui torniamo al “decreto Dignità” – di insistente pubblicità.

Se da questi dati totali ci spostiamo al sottoinsieme dei giocatori “problematici”, scopriamo che la percentuale delle scommesse sportive si impenna al 72,8%. Insomma, un punto a favore per i sostenitori del divieto di pubblicità a giochi e scommesse.

Puglia, parte l’iniziativa contro il caporalato

Partirà domani”In campo! Senza caporale”, un nuovo progetto di inclusione sociale attraverso l’agricoltura avviato dall’associazione Terra! in una zona della Puglia, la Capitanata, esposta a fenomeni di caporalato e sfruttamento del lavoro bracciantile. L’obiettivo è creare una rete di aziende capaci di accogliere i lavoratori migranti finora confinati nei ghetti, e sviluppare insieme filiere trasparenti di produzione. Attraverso lo stanziamento di borse lavoro retribuite, i lavoratori stranieri saranno inseriti per 10 mesi all’interno di alcune aziende biologiche selezionate nella zona di Cerignola: tra queste, le cooperative sociali Altereco e Pietra di Scarto, che operano su beni confiscati alla mafia. Durante il tirocinio, i partecipanti saranno supportati da un gruppo di docenti che offriranno loro un percorso di formazione professionale in ambito agricolo, nonché approfondimenti sulla legislazione vigente in termini di contratti di lavoro e permessi di soggiorno. Al fine di garantire un ulteriore sostegno nel percorso di integrazione, i lavoratori alloggeranno a Cerignola. Un’iniziativa importante in un momento in cui la Lega vuole modificare la legge contro il caporalato perché “non ha funzionato”.

Da Confindustria al Pd: tutti contro il dl dignità Solo Cgil e Cisl aprono

Il decreto dignità guarda a sinistra anche se la sinistra, o quel che ne resta, si volta dall’altra parte. Segnali positivi invece dalla Cgil mentre insorge Confindustria. Ieri il governo ha presentato il provvedimento, nella prima vera conferenza stampa da quando si è insediato, alla presenza del premier Giuseppe Conte, del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti e del ministro Luigi Di Maio. Soddisfazione evidente di quest’ultimo che segna il primo punto da quando è in carica mentre il numero due della Lega, Giorgetti, ha tenuto un atteggiamento più defilato limitandosi a sottolineare le modifiche che il suo partito ha chiesto e ottenuto. Non proprio un entusiasmo incontenibile.

Il decreto, del resto, non è che modifichi drasticamente le condizioni di vita dei precari limitandosi a ridurre il numero dei rinnovi possibili e limitando a 12 mesi il periodo massimo per i contratti a tempo determinato estendibile di altri 12 mesi qualora la causale sia chiara. Non molto, ma nemmeno poco, sicuramente un’inversione di tendenza rispetto a quanto fatto negli ultimi venti o trent’anni.

E infatti la Confindustria reagisce furiosamente accorgendosi del “primo segnale negativo per le imprese” da diverso tempo. Il presidente di Confindustria Veneto, Matteo Zoppas, paventa addirittura “la chiusura delle aziende” mentre la Confindustria nazionale parla di rischio per la vocazione manifatturiera dell’industria italiana che rischia di essere disincentivata e lamenta anche “l’interminabile corsa elettorale” che dividerebbe il mondo del lavoro e penalizzerebbe le imprese. Anche per questo, in conferenza stampa, Conte ribadisce la vocazione “sociale” del governo improntata al patto tra imprese e lavoro mentre Di Maio osserva che “chi non compie abusi non ha nulla da temere” e cerca di rassicurare gli industriali preannunciando una misura di riduzione del costo del lavoro sia pure solo per le categorie “del Made in Italy e tecnologiche”.

A fianco di Confindustria, oltre a Forza Italia, c’è ovviamente il Pd, artefice del Jobs Act. Paolo Gentiloni invita a lasciare stare “la dignità” e accusa il decreto di essere un “ostacolo al lavoro”. Carlo Calenda prevede che l’occupazione diminuirà, mentre il reggente Maurizio Martina si limita alla battuta: “Nel decreto c’è poca dignità”. Come se nel Jobs Act ce ne fossa in quantità. Anche Giorgia Meloni attacca paragonando Di Maio “al Pci degli anni 80”, alimentando così una girandola di dichiarazioni ad effetto, tipicamente da Twitter, ma anche svincolate dal merito dei problemi. Basterebbe notare semplicemente i fatti: si inverte una tendenza alla liberalizzazione dei rapporti di lavoro anche se, su input della Lega, non c’è un vero cambiamento.

Nel resto della sinistra che si era battuta contro il Jobs Act, Liberi e Uguali e Potere al popolo, la parola d’ordine è che il decreto è “insufficiente” ma la predisposizione al dialogo è annunciata da Roberto Speranza coordinatore di Articolo 1 e deputato di LeU: “Dico la verità, le aspettative erano molto più alte eppure le modifiche alla disciplina dei contratti a tempo determinato e l’aumento dell’indennizzo nel caso di licenziamenti ingiusti vanno nella direzione giusta”.

Le parole sono in sintonia con quanto viene espresso dal sindacato che con Cgil e Cisl si dispone a una timida apertura: per Annamaria Furlan, segretario Cisl, nel decreto ci sono “rilevanti questioni di fondo” e quindi “più certezza per i giovani”. Apre anche Susanna Camusso, segretario della Cgil: “La prima impressione è che ci sono degli argomenti giusti ma poco sviluppati, affrontati in modo parziale”. Ma ricorda: “Noi abbiamo sempre rivendicato il ritorno dell’articolo 18. E se non erro lo stesso ministro durante la campagna elettorale aveva sostenuto questa tesi”. Preoccupa il possibile ritorno dei voucher, chiesto dalla Lega (“Per colf e agricoltura se ne può parlare” ha detto ieri Di Maio).

Apertura anche da uno dei dirigenti sindacali più noti, Maurizio Landini: “Penso che ci siano alcune novità positive che vanno nella direzione giusta”, dice l’ex segretario della Fiom e oggi componente della segreteria confederale della Cgil. Da sindacalista avvertito Landini coglie l’importanza di aver reintrodotto le causali sui contratti a termine, lo strumento più concreto per garantire che siano davvero attivati su esigenze temporanee e non come sostitutivo di contratti a tempo indeterminato. “Qui scattano dopo il dodicesimo mese – aggiunge Landini – e io avrei preferito che fossero estese a tutte, ma credo sia un elemento di novità”.

Non tale da modificare il Jobs Act che resta un obiettivo del sindacato, anche tramite quella Carta dei diritti del lavoro, a suo tempo varata anche con il contributo di giuristi come Piergiovanni Alleva, oggi nello staff di Di Maio.

Sui conti niente strappi, solo un po’ meno austerità

Sui conti pubblici il governo gialloverde non cercherà strappi con Bruxelles e depone, almeno per ora, gli intenti bellicosi. Ieri il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha spiegato alle Commissioni bilancio delle Camere la strategia che l’esecutivo intende seguire.

Per prima cosa ha escluso una manovra correttiva nel 2018 e annunciato un confronto con la Commissione europea per rivedere al rialzo il rapporto deficit del 2019, senza però “compromettere i saldi di bilancio”. Secondo il Documento di economia e finanza il Deficit dovrebbe fermarsi nel 2018 all’1,6% del Pil, obiettivo che per Tria è a portata di mano. Nel 2019 è previsto cali allo 0,8%, una stretta fiscale di quasi 13 miliardi, che ingloba gli aumenti automatici dell’Iva (valgono 12,5 miliardi). Una stretta “troppo drastica”, ha spiegato il ministro, specie se dovesse confermarsi il rallentamento dell’economia che si vede dagli ultimi dati e porteranno “una moderata revisione al ribasso per il 2018”, mentre invece il Def del governo Gentiloni prevedeva un Pil a +1,5%. Tria non fornisce dettagli, ma la strategia è chiara. Anche in forza di questi chiari di luna, il governo chiederà più flessibilità sui conti, in sostanza uno sconto sulla dose di austerità da assumere, per portare il deficit nel 2019 dallo 0,8 all’1,5% del Pil, circa 12 miliardi sufficienti a disinnescare gli aumenti Iva e avere spazio per “realizzare le misure del programma di governo”. In ogni caso il deficit non aumenterà rispetto al 2018, e quindi il quadro fiscale rimarrà restrittivo, ma meno di quanto previsto. A grandi linee è la strategia messa in campo dai governi Renzi e Gentiloni, che non ha portato molta fortuna. Per convincere Bruxelles, però, Tria punta a una svolta negli “investimenti pubblici”, mettendo in piedi una task force che velocizzi la spesa visto che “in passato si è chiesta flessibilità per gli investimenti e poi non si sono fatti”.

Nello stesso tempo, però, il governo non farà peggiorare i saldi bilancio “strutturali”, cioè al netto del ciclo economico, cari a Bruxelles. Per il 2018 l’Ue chiede una correzione di 10 miliardi, e a questi si farà fronte “contenendo la spesa corrente”. In pratica, serviranno nuovi tagli di spesa per finanziare parte delle promesse elettorali. Riguardo queste ultime Tria ha spiegato che la “Flat tax” per il momento si tradurrà in un taglio delle tasse per piccole e medie imprese e fasce medio basse, mentre la vera riforma fiscale sarà parte di un “cronoprogramma di legislatura” con un’applicazione graduale. Il “reddito di cittadinanza” verrà studiato da una task force che passerà al vaglio le spese sociali, ma sulle date Tria non si è pronunciato (di sicuro non partirà subito). Per il resto il discorso del ministro è stato all’insegna delle rassicurazioni: non si possono “far saltare i conti” e il debito pubblico continuerà a calare. Discorso subito apprezzato dal premier Conte e da Luigi Di Maio. Salvini non si è pronunciato.

Il testamento di Tito Boeri

Un tuffo in piscina e uno schiaffo a Boeri. Ieri la comunicazione del leghista è ruotata attorno alla visita a un agriturismo confiscato alla mafia. Il ministro annuncia sobriamente la sua battaglia alla criminalità (“Bastardi mafiosi, vi tolgo anche le mutande”) e la celebra con una nuotata (“Fa un caldo qui, sarebbe bello farsi un bagno nella piscina alla faccia del boss…”). Poi apre l’ennesima polemica con Tito Boeri, presidente dell’Inps. In pratica ne annuncia lo sfratto via Facebook: “Il mio problema – scrive – sono i (migranti) delinquenti, come quello che ha ammazzato un italiano a Sessa Aurunca, preso a pugni da una di queste ‘risorse’ che ci dovrebbero pagare le pensioni. Perché c’è ancora qualche fenomeno, penso anche al presidente dell’Inps, che dice che senza immigrati è un disastro. Ma ci sarà tanto da cambiare anche in questi apparati pubblici”.

Ministeri, il primo round finisce 2 a 1

Insieme alle deleghe, arrivano i primi spostamenti di poteri dei ministeri (e i primi soldi). Il Consiglio dei ministri di lunedì ha rafforzato tre ministeri: quello delle Politiche Agricole di Gian Marco Centinaio, quello della Famiglia e della disabilità di Lorenzo Fontana e quello dell’Ambiente di Sergio Costa. Il primo round finisce (quasi) 2 a 1 per la Lega. Al leghista Centinaio arriva la delega al Turismo (il ministro di mestiere è direttore commerciale di un tour operator). La strappa al dicastero dei Beni culturali di Alberto Bonisoli (indicato dai Cinque Stelle). La delega ovviamente significa anche “trasferimento delle risorse umane, strumentali e finanziarie”.

Si è sbloccata anche la questione Fontana, previo accordo con il ministero del Lavoro di Luigi Di Maio: nel Cdm precedente c’era in ballo un passaggio di competenze, in particolare Fontana avrebbe voluto gestire anche i soldi per il diritto al lavoro delle persone disabili (gli incentivi alle assunzioni) che Di Maio distribuisce attraverso un fondo dell’Inps. Ci sarà, invece, una co-gestione. A Fontana, vengono attribuite una serie di competenze in materia di adozioni, infanzia e adolescenza e disabilità. Quella sulle droghe deve essere solo formalizzata dalla pubblicazione in Gazzetta ufficiale.

Curiosità: Fontana va ad ereditare alcune delle cose che Maria Elena Boschi gestiva come sottosegretaria alla presidenza del Consiglio (a partire dalla Commissione per le adozioni internazionali). E per questo averne ereditato il capo di gabinetto, Cristiano Ceresani, può avere una sua utilità.

Tanto per cominciare c’è il tema soldi: la struttura (ancora in costruzione, a livello anche di componenti) che dovrà occuparsi di disabilità parte con una dotazione iniziale di 800mila euro (la stessa attesa anche da ognuno dei ministeri senza portafoglio). E poi, c’è un tema politico. Centinaio fa parte del cerchio magico di Matteo Salvini, ma Fontana tra i ministri è forse il più vicino a lui in assoluto: non è casuale che sia stata affidata a lui la partita dei “temi etici”, anche a livello di propaganda: ha esordito con una crociata nel nome delle famiglie “sancite dalla Costituzione”, ha stoppato il grillino Vincenzo Spadafora (che ha la delega per le Pari opportunità) sui diritti omosessuali, ha dichiarato il suo impegno per potenziare i consultori, con l’intento di dissuadere le donne dall’aborto.

L’altra novità uscita dal Consiglio dei ministri di lunedì, riguarda l’Ambiente e il titolare del dicastero, Sergio Costa. Passa a lui – ex ufficiale della Forestale, diventato generale dei Carabinieri – la competenza sulla Terra dei Fuochi, che fino ad ora era stata del ministero dell’Agricoltura e viene affidata quella sull’economia circolare. Ma, soprattutto, all’Ambiente arrivano le competenze sul dissesto idrogeologico che nel 2014 andarono alla struttura di missione di Palazzo Chigi, Italiasicura, con una dotazione economica di oltre un miliardo di euro. Ieri, ne è stata annunciata la chiusura e il ritorno dei lavoratori distaccati alle amministrazioni di provenienza.

La Cassazione contro la Lega: “Confiscare i soldi ovunque”

La prima vera mina per Matteo Salvini e i suoi la piazza la Corte di Cassazione: i soldi che circolano sui conti della Lega dovranno essere sequestrati anche in futuro, “ovunque e presso chiunque siano custoditi”, scrivono i giudici della suprema corte. Si riferiscono agli ormai famigerati 49 milioni di euro del Carroccio finiti sotto confisca: una scoria velenosa del processo di Genova, che ha portato alla condanna in primo grado di Umberto Bossi (2 anni e 2 mesi) e dell’ex tesoriere Francesco Belsito (4 anni e 10 mesi) per una maxi truffa sui rimborsi elettorali. La procura di Genova finora ha messo le mani su poco meno di 2 milioni e ha chiesto di poter confiscare anche i soldi che arriveranno in futuro sui conti della Lega Nord. Ad aprile la Cassazione ha dato ragione ai pm e ieri ha pubblicato le motivazioni: “L’oggetto della misura cautelare – scrivono gli ermellini – è l’esistenza di disponibilità monetarie della percipiente Lega Nord che si sono accresciute del profitto del reato, legittimando così la confisca diretta del relativo importo, ovunque e presso chiunque custodito e quindi anche di quello pervenuto sui conti e/o depositi in data successiva all’esecuzione del provvedimento genetico”. Traduzione: qualsiasi somma che circoli sui conti della Lega Nord anche dopo il 4 settembre 2017 (data in cui fu stabilita la confisca) dovrà essere sequestrata. Soldi che vanno requisiti ovunque siano, fino a raggiungere la somma dovuta: 48 milioni e 969mila euro.

Per Salvini quel denaro nelle casse del Carroccio semplicemente non c’è più: sono stati spesi per l’attività politica del partito. “Sono fatti di dieci anni fa su soldi che io non ho mai visto”, ha detto a In Onda. Poi il grande classico (dal sapore berlusconiano): “È una sentenza politica, vogliono metterci fuori causa per via giudiziaria”.

La replica ufficiale è affidata a un comunicato dell’amministratore Giulio Centemero, non privo di ironia: “Non avendo conti segreti all’estero ma solo poche lire in cassa visti i sequestri già effettuati, sarà nostra premura portare in monetine da 10 centesimi al tribunale di Genova tutto quello che abbiamo raccolto come offerte da pensionati, studenti e operai durante il raduno di Pontida”. Centemero sottolinea che tutti i bilanci leghisti sono certificati da società esterne. E allude pure lui a un intervento “contro l’azione di governo della Lega”. Ma la verità è che la exit strategy leghista dalle grane giudiziarie genovesi è iniziata molti mesi fa. E coinvolge l’intera struttura del partito.

Da dicembre infatti esistono due Leghe parallele: la Lega Nord per l’indipendenza della Padania, la formazione storica fondata da Bossi, e la Lega per Salvini Premier, quella del nuovo logo bianco e blu, con il nome del leader in primo piano.

Se a Pontida i vecchi simboli e i vecchi colori sono stati sostituti (niente più verde sul palco, nelle bandiere distribuite dagli organizzatori, nei gazebo) non è solo una questione ideologica o politica. La Lega per Salvini premier è una struttura distinta da quella precedente: ha un suo statuto, un suo tesseramento, un suo codice per la raccolta del 2×1000 (D43 – mentre quello della Lega Nord è D13), un suo bilancio (il primo sarà pubblicato alla fine del 2018) e suoi gruppi parlamentari. Lo statuto è stato introdotto alla fine della passata legislatura grazie all’escamotage di una vecchia volpe dei regolamenti, il senatore Roberto Calderoli. Lo scorso novembre – a poche settimane dallo scioglimento delle Camere – l’ex ministro aveva lasciato i banchi della Lega Nord per iscriversi a quelli del Misto. E da lì ha fondato un nuovo gruppo: la “Lega per Salvini premier”, appunto.

La nascita del nuovo partito è una soluzione tagliata su misura per tutte le esigenze del nuovo capo del Carroccio.

Prima di tutto ha sancito la svolta nazionalista. Nello statuto della vecchia Lega Nord si legge ancora che “la finalità è il conseguimento dell’indipendenza della Padania”. E che la Lega “è una confederazione” di “Nazioni costituite a livello regionale”, ma che contempla solo le Regioni settentrionali, dall’Alto Adige fino alle Marche.

Lo statuto della Lega per Salvini invece elimina ogni riferimento alla secessione e apre il partito a ogni territorio del paese: la parola “nord” è cancellata dal testo 139 volte, la parola “Padania” 12.

La struttura parallela dovrebbe risolvere soprattutto la questione dei soldi: il sequestro dei 48 milioni riguarda i conti della Lega Nord, non la Lega per Salvini. Che è un altro partito, un partito nuovo. Entro dicembre – ovvero a dodici mesi dall’approvazione dello statuto – il capo del Carroccio deve celebrare il congresso federale che darà definitivamente i natali alla nuova formazione politica (anche se la convocazione, fanno sapere, “non è all’ordine del giorno”). A quel punto la Lega Nord – quella di via Bellerio, del sogno padano, delle camicie verdi e di Umberto Bossi – rimarrà un guscio vuoto. E i magistrati i soldi dovranno cercarli lì. Nel partito nessuno lo dice apertamente, per ovvi motivi. Ma ne sono convinti tutti.

É saltato il tappo

In due mesi e mezzo, due sentenze di Corte d’Assise – Palermo sulla Trattativa e Caltanissetta nel Borsellino-quater – hanno clamorosamente riaperto un capitolo che qualcuno temeva e qualcun altro sperava definitivamente chiuso: quello dei mandanti esterni delle stragi del 1992 che costarono la vita fra Capaci e via d’Amelio a Falcone, a Borsellino e ai loro angeli custodi. Forse è un caso che queste due sentenze (la prima è solo il dispositivo, la seconda sono le motivazioni di un verdetto del 2017) giungano proprio all’indomani delle elezioni che hanno scacciato dall’area di governo i partiti-cardine della Seconda Repubblica, nata sul sangue delle stragi: FI e Pd. Ma non c’è dubbio che il governo giallo-verde, in gran parte estraneo all’establishment che avviò la prima trattativa con la mafia nel 1992 e si riciclò al seguito di B. fino a chiuderla nel 1994, abbia fatto saltare il grande tappo che per 25 anni ha coperto tante verità indicibili. Quando avremo anche le motivazioni sulla Trattativa, potremo leggere insieme i due verdetti (di primo grado) per unire i puntini rimasti finora isolati e intravedere il disegno complessivo di quella stagione terribile. Ma molte cose sono già chiare oggi, anzi lo erano anche prima del timbro di autenticità delle due Corti.

Il 30 gennaio 1992 la Cassazione (collegio non presieduto, per la prima volta, dal giudice Carnevale detto ”l’Ammazzasentenze”) conferma le condanne del maxiprocesso a Cosa Nostra istruito da Falcone e Borsellino. E scatta la campagna terroristica pianificata mesi prima dalla Cupola corleonese e dai suoi consulenti istituzionali, con due obiettivi: punire i politici che non hanno mantenuto le promesse e rimpiazzarli con una classe dirigente più affidabile per Cosa Nostra. Viene ucciso Salvo Lima, proconsole mafioso di Andreotti in Sicilia e primo di una lista di “traditori” veri o presunti da eliminare. Gli altri sono i dc Andreotti, Mannino e Ignazio Salvo e i socialisti Martelli e Andò. Che però, dopo pedinamenti e appostamenti, verranno risparmiati (Salvo a parte) proprio grazie alla trattativa, che li renderà più utili da vivi. Andreotti viene colpito politicamente con l’assassinio di Falcone (dirigente del suo governo) proprio mentre sta per essere eletto presidente della Repubblica (al suo posto, passa Scalfaro). All’indomani di Capaci, il Ros di Subranni e Mori chiede a Ciancimino di fare da tramite con Riina per una trattativa basata su un do ut des: fine delle stragi in cambio della linea morbida dello Stato. Ma Borsellino si mette di traverso. Indaga in segreto sui retroscena della strage.

Riapre vecchi fascicoli (intervistato alla vigilia di Capaci, mostra le carte di un dossier sui rapporti fra Mangano, Dell’Utri e B.). Scopre la trattativa e si prepara a farla saltare. Bisogna eliminarlo subito: qualcuno, dalle istituzioni, avverte i corleonesi e quelli, con un’accelerazione imprevista e suicida (basta aspettare altri 15 giorni e il decreto sul 41-bis, varato dopo l’omicidio Falcone, sarà affossato in Parlamento), rimuovono l’ostacolo in via D’Amelio. Alla preparazione dell’autobomba, in un garage del quartiere Brancaccio dominato dai Graviano, il killer pentito Spatuzza dirà di aver visto assistere un personaggio molto elegante, sconosciuto a lui e agli altri. E un altro pentito mai smentito, Nino Giuffrè, fedelissimo di Provenzano, racconterà che prima di agire Riina aveva “sondato persone importanti del mondo economico e politico”. Ma eliminare Borsellino non basta: se gli inquirenti trovano nell’auto semicarbonizzata l’agenda rossa su cui segnava gli esiti delle ultime indagini di quei 57 giorni, i suoi colleghi le seguiranno e bisognerà eliminarli tutti. Così viene architettato quello che la Corte di Caltanissetta definisce “il più grande depistaggio della storia” d’Italia. In due mosse: prima un uomo dello Stato, ammesso al perimetro ancora fumante della strage, trafuga l’agenda e la fa sparire; poi gli agenti della Mobile di Palermo guidata da Arnaldo La Barbera imbeccano un piccolo spacciatore travestito da boss, Enzo Scarantino, e due scassapagghiari come lui convincendoli o costringendoli ad autoaccusarsi della strage, a tirare in ballo qualche colpevole e qualche innocente, a mescolare mezze bugie e mezze verità, tenendo basso il livello delle responsabilità perché non si arrivi ai Graviano e ai loro suggeritori.

Missione compiuta: i dubbi su Scarantino – che nel frattempo alterna ritrattazioni a ritrattazioni delle ritrattazioni – dei pm Boccassini (a Caltanissetta) e Ingroia (a Palermo) vengono ignorati dalla Procura nissena, ma soprattutto da decine di giudici di primo, secondo e terzo grado, che consacrano irrevocabilmente la verità farlocca su via D’Amelio. Buona o cattiva fede? Difficile accertarlo un quarto di secolo dopo: certo era difficile, allora, dubitare di tre rei confessi e soprattutto del pluridecorato La Barbera, che ora i giudici definiscono “fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni” e “intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda”. Idem per il colonnello Mori, già allievo di Dalla Chiesa ai tempi delle Br, che intanto proseguiva la trattativa e, arrestato Riina, ordinava di non perquisirne il covo, a tutto vantaggio di Provenzano, nuovo terminale del turpe negoziato. Oggi, al 41-bis, ci sono decine di mafiosi che sanno tutto – movente e mandanti esterni – delle stragi e dei depistaggi. E, fuori, diversi pentiti che non hanno detto tutto perché convinti – come già Buscetta con Falcone su Andreotti – che negli anni del centrodestra e del centrosinistra le “condizioni politiche” fossero le più sfavorevoli per farlo. Ora si spera che, saltato il tappo, si faccia avanti qualcuno. Se aspettiamo un pentito di Stato, facciamo notte.

Dazi, dopo l’Ue anche il Giappone s’indigna

La Casa Bianca ha fatto arrabbiare tutti con questa storia dei dazi sulle auto importate negli Usa. L’indignazione è trasversale, alimentata dai grandi gruppi come General Motors, Toyota, Daimler e Harley Davidson, che minacciamo minori investimenti e dunque diminuzioni dell’occupazione. Una levata di scudi definita “fumo e specchietti per le allodole” da Peter Navarro, super consulente di Trump, il quale non si darà pace fin quando non riuscirà a equilibrare il deficit commerciale dell’auto Usa col resto del mondo, che ammonta a circa 200 miliardi di dollari.

Ma anche Cina ed Europa sono in allerta. La Commissione Ue ha sottolineato come i dazi “danneggino il commercio, la crescita e l’occupazione negli Usa”, con un “impatto negativo di 13-14 miliardi di dollari sul Pil americano” e sui “legami con gli alleati”. A proposito di “alleati”: anche il Giappone, di solito cauto nelle relazioni con gli Usa, non le ha certo mandate a dire. In una lettera spedita al Dipartimento per il Commercio Usa ha ricordato che le minacciate barriere tariffarie violano le regole della Wto. E che, se confermate, provocheranno misure di ritorsione sulle merci importate dagli Usa, per un valore di 50 miliardi di yen (385 milioni di euro) all’anno. Nella missiva si specifica anche che il Giappone è un Paese alleato, dunque non una minaccia, e i suoi costruttori di auto hanno creato nel tempo un milione e mezzo di posti di lavoro negli Usa. Basterà a fermare The Donald? Parecchio improbabile.