Lo stadio dell’Ajax s’illumina con le auto elettriche

Mentre proseguono in Russia i Mondiali, in Olanda a illuminare la Johan Cruijff Arena, tra i più importanti stadi al mondo con più di due milioni di visitatori l’anno, ci pensano le batterie di 148 Nissan Leaf. Si tratta del più grande sistema di accumulo di energia d’Europa in un edificio commerciale alimentato da battery-pack provenienti da veicoli elettrici Nissan. E gli accumulatori sono sia di seconda vita che nuovi.

Il progetto nasce dalla collaborazione tra Nissan, Eaton, Bam, The Mobility House e Johan Cruijff Arena, con il sostegno dei fondi Amsterdam Climate and Energy Fund (Akef) e Interreg. Il sistema, da 3 megawatt, offre una fonte energetica efficiente per lo stadio, per ricaricare le auto elettriche dei visitatori e per stabilizzare la rete energetica olandese circostante.

Il tutto sfrutta unità di conversione energetica della Eaton, la multinazionale statunitense che ha messo a punto l’impianto: il riciclo delle batterie garantisce loro una seconda fase di carriera (che può durare anche 12/15 anni) prima che sia necessario lo smaltimento e le introduce in un circuito di economia circolare. E non finisce qui: sul tetto dello stadio, 4.200 pannelli solari producono l’energia che viene immagazzinata e riutilizzata successivamente.

La filosofia di funzionamento riduce da un lato l’uso dei generatori e, dall’altro, offre un valido supporto a tutta la rete elettrica, contrastando i picchi energetici (che si verificano soprattutto durante i concerti) e assicurando una notevole quantità di energia anche durante i black-out.

Venti anni di Smart. La citycar in continua evoluzione

Possiede la freschezza dei suoi 20 anni Smart: in questi giorni il marchio urbano del gruppo Daimler festeggia le due prime decadi di attività. Il suo modello ultracompatto più famoso, la Fortwo, venne presentato ufficialmente al Salone di Francoforte del 1997: tuttavia, la produzione iniziò solo nel luglio del 1998 e da allora ha conquistato oltre 2,2 milioni di clienti.

Così l’utilitaria per eccellenza è arrivata alla sua terza generazione (lanciata nel 2014), conservando i caratteri della versione primigenia: compattezza e originalità in primis. La Fortwo è commercializzata in 46 Paesi del mondo e l’Italia è il suo primo mercato, tanto che Roma è considerata la Smart City europea: anche se negli anni è lievitata (passando da 2,5 a 2,7 metri), la sua lunghezza rimane a misura di ingorgo cittadino e di parcheggio impossibile.

Agli inizi degli anni 2000 Smart provò ad allargare il suo giro d’affari, proponendo modelli come la Roadster, la Roadster-Coupé e la Forfour a 5 porte: fu un fiasco. Nel 2014, però, ha resuscitato la Forfour, che oggi costituisce l’alternativa trendy alla Renault Twingo, con cui condivide la base meccanica e motoristica. A fine 2016 la marca ha poi affiancato alle versioni con motore endotermico quelle Electric Drive, con propulsore a zero emissioni da 81 Cv di potenza, batterie a litio da 17,6 kWh e 160 km di autonomia.

Ma la vera svolta green arriverà nel 2020, quando le Smart prodotte saranno solo elettriche: lo aveva assicurato a settembre 2017 Dieter Zetsche, numero uno del gruppo Daimler, specificando gli ultimi esemplari a benzina saranno consegnati ai concessionari nell’autunno del 2019. Perciò, Smart farà da apripista alla rivoluzione elettrica del colosso tedesco (proprietario di Mercedes): per Annette Winkler, ad uscente, “forse si perderanno alcuni clienti nella prima fase di questa transizione, ma poi Smart avrà più successo perché le città promuoveranno sicuramente le auto elettriche”.

Una sfida lanciata da una donna, la Winkler, e raccolta da un’altra donna, Katrin Adt, che dal prossimo settembre assumerà la guida di Smart. Un avvicendamento tutto al femminile, più unico che raro nella storia dell’auto. Il futuro a lungo termine? Per Smart sarà fatto di car sharing e guida autonoma, come anticipato dal prototipo Vision Eq. “La Smart resterà un brand per la mobilità personale” aveva dichiarato la Winkler, “ma i confini della proprietà saranno sempre più sfumati, liquidi: se lo vorremo, potremo condividere l’auto con altre persone, magari familiari o vicini di casa”. Guadagnandoci soldi, naturalmente.

Esordio indie-rock per i Rolling Blackouts

L’immagine di copertina di Hope Downs, disco d’esordio degli australiani Rolling Blackouts Coastal Fever’s, è altamente esplicativa: mostra una piscina semivuota, con acqua stantia e foglie secche sul fondo, per una metafora visiva perfetta della loro musica. Che richiama la fine della bella stagione piuttosto che l’inizio di una torrida estate. Prodotto dalla Sub Pop Records, celebre etichetta di Seattle che negli anni 90 ha lanciato band come Soundgarden, Nirvana, Screaming Trees e altre della scena Grunge, Hope Downs è un disco indie-rock, composto da 10 brani dall’impatto immediato (segnaliamo An Air Conditioned Man, Cappuccino City e The Hammer), con arrangiamenti definiti e diretti, e testi decadenti, che pongono in evidenza le contraddizioni di una civiltà occidentale in declino e trasudano nostalgia e dolcezza su ritmi veloci e molto pop. Non sono innovativi certo, ma con questo disco conquistano un credito robusto grazie al quale, anche a livello internazionale, non passeranno inosservati.

“Oltremare”, la musica come un incontro

La musica come luogo di incontro, come incoraggiamento al pensiero. Musicista che ama far confluire altri linguaggi nel suo personalissimo jazz, Raffaele Casarano (sax alto e soprano) – e con la complicità di Eric Legnini (pianoforte, Fender Rhodes, organo, Moog) a Lars Danielsson (contrabbasso, violoncello), Manu Katché (batteria) –, invita a spingersi oltre.

A guardare alla realtà facendo propri i suoni di un mondo ogni giorno più piccolo, alla faccia di nuovi e vecchi confini. Oltremare declina le tappe di una cronaca che per non essere inghiottita dalla retorica della tragica fatalità necessita di un cambio di prospettiva, di uno sguardo capace di spingersi oltre e ritrovare dignità umana . Discorso che lungo i 13 brani del disco – Libertà, Partenza, Corale Amen, Tra gli abissi, Finestra sul mare, Rimani qui, Giovanni e i pesci, La traversata, Il sogno, Preghiera in mare – mette sul tavolo altrettanti possibili punti di vista e, grazie alle parole e alla voce di Simone “Danno” Eleuteri (storico rapper dei romani Colle der Fomento), trova completezza nella ruvida immediatezza del rap di Oltremare e Luna del deserto. Vero centro e anima del disco le liriche Eleuteri – “oltre un sogno rubato e pagato col sangue/che ti riga le guance/ ci sta un mare che inghiotte la vita di notte/c’è una bocca ch piange/oltre il filo di spine che segna il confine/oltre un sole di ghiaccio che uccide/c’è la fine del viaggio e/ c’è una bocca che ride… oltre il tempo passato da solo a parlare, con il cielo e le stelle/ oltre i segni che non potrai più cancellare, sopra e sotto la pelle/ oltre un mondo feroce lasciato alle a spalle, da dimenticare/ c’è una terra lontana una lingua straniera, c’è la fine del mare…” – diventano chiave di lettura di questo concept album, così sui generis e riuscito da lasciarti in bocca il sapore del dubbio e in testa la pressante necessità di pensare.

E la voglia di riascoltare un lavoro dove l’incontro fra soul, hip hop, gospel e rap il Casarano compositore e band leader – ne fa un coinvolgente esempio di musica totale.

Addio Mucchio. Il Mucchio è vivo, la musica resta

Era l’autunno del 1977 quando in edicola spuntava una nuova rivista musicale. In copertina, a campeggiare su una foto di Neil Young, un nome scritto in caratteri western: Il Mucchio Selvaggio. Il riferimento era all’omonimo film di Sam Peckinpah ma non pochi giornalai, evidentemente alieni al fascino della cinefilia, agli inizi pare sistemassero per errore la rivista nel settore “porno”.

Una delle tante leggende che fanno parte della mitologia spicciola di una testata che da questo mese, dopo 41 anni di onorato servizio, in edicola non apparirà più. La chiusura del più longevo tra i mensili musicali italiani è stata annunciata la scorsa settimana con un comunicato su Facebook. Tra le ragioni dell’addio, oltre al momento difficile che vive un po’ tutto il settore, c’è anche una ingiunzione di pagamento della precedente direzione che quella attuale non può o non intende soddisfare. Sigillo definitivo a una lunga storia di ripicche e polemiche su cui è meglio sorvolare. D’altra parte la litigiosità e le scissioni hanno fin dall’inizio fatto parte della storia del giornale, dalla cui costola sono nate nel tempo altre riviste.

In morte del Mucchio, più che la sua fine poco gloriosa, è giusto celebrare una vicenda che a suo modo gloriosa lo è stata per tanti anni, almeno nel mare nostrum del giornalismo rock italiano. Qualcosa di più e di diverso di una semplice rivista musicale, Il Mucchio Selvaggio. Piuttosto un amico fidato, anche se spesso caciarone e anarcoide, che ha accompagnato nella gioventù (e oltre) migliaia di baby boomer e figli della generazione X ma anche qualche millennial (pochi, rispetto ai loro omologhi dei decenni precedenti, eppure ugualmente appassionati).

La parola chiave, in questo caso, è “appartenenza”. Il Mucchio, parlando di dischi, libri, film, fumetti e spesso anche di politica e costume, più che una comunità di lettori aveva saputo creare una vera e propria tribù. Che oggi è forse sparsa, disillusa, invecchiata e il cui stesso totem – quella cultura “alternativa” intorno alla quale hanno ballato almeno tre generazioni – è in disarmo o addirittura già crollato. Non per questo il senso di perdita, almeno simbolica, è meno forte. Il Mucchio è stato anche una palestra di scrittura per una grande quantità di firme, magari diventate poi giornalisti politici o di costume, scrittori, speaker radiofonici, autori televisivi, direttori di collane editoriali. Più di una semplice rivista, appunto. L’augurio è che l’attitudine – appassionata, a volte sgangherata ma sempre curiosa e vitale – che per tanta parte della sua storia ha contraddistinto il Mucchio possa essere di ispirazione per qualcosa che verrà. Un “spiritual guidance”, proprio come veniva definito John Belushi nel tamburino del giornale. Perché di grande musica da raccontare ce n’è e ce ne sarà sempre, così come di nazisti dell’Illinois da sbattere giù da un ponte.

Zalone-Virzì non si fa: Medusa a caccia del quinto successo

Mannaggia, la coppia delle meraviglie non si farà, ma ci si è andati vicini: Checco Zalone davanti e Paolo Virzì dietro la macchina da presa. Il campione d’incassi, capace di 173 milioni di euro con quattro film (Cado dalle nubi, Che bella giornata, Sole a catinelle, Quo vado?), e l’autore che meglio ha saputo, da Ferie d’agosto a La pazza gioia, rinverdire la commedia all’italiana: bella idea, no? Eppure, vuoi per non ritrovarsi con due galli nel pollaio, vuoi per le differenze artistiche, l’accordo non è stato perfezionato: ancora manca il nome del sostituto di Gennaro Nunziante, il regista del poker di Checco. Targato Taodue (Pietro Valsecchi) e distribuito da Medusa, ça va sans dire lo Zalone V è il titolo più atteso della stagione che verrà, ma la controllata Mediaset guidata da Giampaolo Letta non sta con le mani in mano: la reunion Boldi-De Sica Amici come prima per santificare il Natale; Edoardo De Angelis in predicato per Venezia con Il vizio della speranza e un listino da ridere.

Non solo cinepanettoni. Il lungo autunno in sala

Non solo Zalone, ma anche Venom con Tom Hardy, Il ritorno di Mary Poppins e del dolce Remi, gli Incredibili e gli Animali fantastici entrambi capitolo 2, i Moschettieri del re in tricolore, la reunion di Boldi-De Sica, il remake di È nata una stella con Lady Gaga e persino la Befana col volto di Paola Cortellesi. Uno squadrone tra fantasy e nazional popolarità con una missione (impossibile?) precisa: risollevare un mercato in caduta libera. Riusciranno i nostri eroi a compensare il fallimento della scorsa stagione? I distributori – da ieri riuniti con l’intera filiera del settore a Riccione per Cinè – Giornate di Cinema – ci provano, presentando agli esercenti i loro coloratissimi listini infarciti da mille scongiuri.

Il mercato versa in una crisi tale per fronteggiare la quale, probabilmente, non basta “il prodotto giusto” ma “serve che esercenti e distributori trovino modi sempre più innovativi per promuovere l’esperienza in sala e – ovviamente – arrivare a una stagione di 12 mesi” commenta Stefano Radice responsabile di redazione del trade magazine Box Office.

E se un po’ si salva il cinema italiano sia sul fronte della commedia che dell’autorialità, a farne le spese è il cosiddetto “prodotto medio”, sempre più scarso a favorire un andamento “polarizzato” fra blockbuster (nel caso italiano le commedie pop) pigliatutto e titoli praticamente invisibili, e difficilmente le tendenze cambieranno anche se percorribili vie di “salvezza” esistono, ad esempio. “Per il prodotto nazionale di proseguire sulla strada dei generi” suggerisce Radice.

Quali dunque i top titoli destinati a salvare il cine-incassi almeno tra fine agosto e gli inizi del 2019? Se su tutti troneggia incontestato re Checco condottiero di un’armata di supereroi galattici o della risata, l’offerta appare amplia e diversificata.

Le punte come ogni anno si concentreranno sul Natale “e dintorni”, ovvero da fine novembre ai primi di gennaio. Il banchetto parlerà sia italiano che “hollywoodiano”: la commedia avventurosa Moschettieri del re (27/12) di Giovanni Veronesi con Favino, Mastandrea, Rubini e Papaleo a ironizzare sui leggendari eroi di Dumas, il nuovo film di Luca Miniero (13/12), La befana vien di notte (1/1) di Michele Soavi con Paola Cortellesi, Amici come prima (13/12) di e con Christian De Sica e Boldi, l’animazione Spider-Man: Un nuovo universo (20/12), Il ritorno di Mary Poppins (25/12) di Rob Marshall con Emily Blunt, l’eccezione transalpina Remi (20/12) con Daniel Auteuil, ed infine Aquaman con Jason Momoa e Alita – Angelo della battaglia di Robert Rodriguez con Christoph Waltz entrambi previsti per il 1° gennaio.

Ma agguerriti saranno anche taluni blockbuster diversamente sparsi. Si parte dai tardo-estivi Mission: Impossible – Fallout (29/8) con Tom Cruise e il sequel di Mamma mia! (6/9) con Meryl Streep, per continuare con gli autunnali Venom (4/10), anti-eroe Marvel, con Tom Hardy, in versione absolute dark, l’atteso nuovo film della Pixar Gli Incredibili 2 (2/9), i fantasy Lo schiaccianoci e i quattro regni (31/10) con cast stellare e regia di Lasse Hallstrom e Animali fantastici: i crimini di Grindelwald (15/11), che ritrova Eddie Redmayne affiancato da Jude Law e (un redivivo) Johnny Depp, un nuovo remake del classico melò A Star is Born (11/10) che segna l’esordio alla regia di Bradley Cooper con Lady Gaga nei panni che già furono di Judy Garland e Barbra Streisand, Il primo uomo (1/11) di Damien “La La Land” Chazelle con Ryan Gosling, l’atteso biopic su Freddie Mercury, Bohemian Rhapsody (19/11). Fra gli italiani “prestati a Hollywood” occhi puntati naturalmente sull’attesissimo remake /omaggio di/a Suspiria (novembre) affidato a Luca Guadagnino e su Soldado (18/10) di Stefano Sollima, mentre fra i rimasti in patria si vedranno le nuove commedie di Paolo Virzì, Notti magiche (8/11) e di Leonardo Pieraccioni, Se son rose, a novembre.

Gianluca, il mio “ex” tirchio che seppellì il papà in saldo

La magagna di Gianluca era la sua tirchieria. Radicata, salda, inamovibile. Gianluca, in questo senso, non somigliava allo stereotipo del milanese in carriera. Lui non voleva fare soldi. Voleva preservarli. Viveva con la preoccupazione costante di dover mettere mano al portafogli, di essere fregato e derubato, di spendere più del dovuto, di non aver approfittato dell’offerta migliore.
A casa sua, per dire, la soglia massima di potenza che aveva pattuito con la compagnia energetica, era, per risparmiare, più o meno questa: se accendevo contemporaneamente l’abajour e una presa antizanzare, si spegneva la Torre Eiffel.

Sotto la doccia c’era un secchio fisso perché lui aveva calcolato che anche quelle poche gocce l’ora che la doccia perdeva, a fine giornata riempivano il secchio di un dito e si poteva usare l’acqua del secchio al posto dello scarico del water per almeno una pipì al giorno. Alla cena fuori (ecco svelato l’arcano del primo appuntamento) preferiva gli apericena, così io mi ingozzavo di pizzette a 9 euro cocktail compreso e poi si saltava la cena, risparmiando. Il suo cellulare era il tripudio delle applicazioni tristi. Con le amiche lo chiamavo “l’IPhone di Scrooge” (l’IPhone ovviamente era un regalo dello studio in cui lavorava). Aveva scaricato solo applicazioni utili a risparmiare, da quella che monitorava tutti i saldi del paese a quella che monitorava i prezzi del carburante nelle varie stazioni di rifornimento della città, per cui spesso per andare in Brera si faceva una deviazione di 80 km per Cremona perché con un pieno fatto alla Shell di Via Roma comunque si andava a risparmiare.

Naturalmente, questo si traduceva in una irriducibile taccagneria pure quando era costretto a farmi un regalo. E la genesi del regalo, andava sempre approfondita perché nascondeva delle sorprese. Il giorno della festa delle donne, per dire, mi regalò 50 rose, cosa che mi parve decisamente sospetta, visto che l’ultima volta che c’era da fare un regalo per il compleanno della madre, mi domandò se quel profumo pieno a metà in bagno, impolverato in fondo alla mensola, mi servisse ancora. Quando capii che voleva riciclarlo come regalo alla madre, nacque la seguente conversazione: Io: “Amore, come fai a regalarlo a tua mamma, è mezzo vuoto, non lo vedi?”. Lui: “Vabbè aggiungo un po’ d’acqua, tanto a mia madre non sono mai piaciuti i profumi troppo intensi, lo diluisco un po’”. Io: “Sì amore, ma è un profumo Sergio Tacchini del 1989, lo conservo solo perché fu il primo regalo di un fidanzato del liceo e mi ricorda i tempi della scuola…”. Lui: “Ma dai, quando è stata l’ultima volta che l’hai aperto e sei stata lì ad annusarlo evocando la tua adolescenza? Dieci anni fa?”. Io: “Ok, non è che sto lì, nostalgica, a svitare il tappo tutte le sere ma non è nemmeno un problema sentimentale, è chimico”. Lui: “Cioè?”. Io: “Cioè negli anni ’80 i profumi già avevano un tasso alcolico che neppure Pete Doherty dopo un addio al celibato, figurati dopo 25 anni che sta lì a fermentare. Secondo me se tua madre si mette una goccia di quel coso sui lobi, il giorno dopo le vengono le orecchie da elfo dei boschi. Lascia, stare, fidati”. Lasciò stare e le regalò un biglietto per la finale di rugby a sette che si sarebbe svolta il giorno dopo a Pomezia perché era la migliore offerta disponibile su Groupon. L’apice però fu il funerale di suo padre, dopo quasi cinque mesi che stavamo insieme. Suo papà era stato il proprietario di una famosa pizzeria della città. Malato da tempo, la sua morte non fu una sorpresa per nessuno in famiglia. Famiglia che comunque era composta da Gianluca (figlio unico) e da una madre che viveva in Francia e che aveva divorziato dal marito anni prima. Gianluca, dunque, doveva occuparsi da solo del funerale e sfortuna volle che mi chiese di accompagnarlo alle pompe funebri “Outlet del funerale”.

La scena fu la seguente. “Buongiorno, dovrei organizzare un funerale semplice per mio papà che è morto stamattina. Vorrei un preventivo”. “Mi spiace, le porgo le mie condoglianze. Dove si trova suo padre, in città o bisogna andare a ritirare la salma in qualche altra località?”. “No, no, è qui al Niguarda”. “Ah, allora in tal caso comincio col dirle che il trasporto fino al cimitero con una delle nostre autovetture costa 200 euro”. “Vabbè ma quello non è un problema, posso portarlo io col furgone del lavoro di papà…”. “Scusi?”. Qui intervenni io: “Amore scusa, vuoi caricare la salma di tuo padre sui furgoni per la farina e arrivare al cimitero con la scritta sulla fiancata “Pizz’amore, la pizza che arriva al cuore?”. “No ok, in effetti… senta e la bara quanto costa?”. “Dipende dal materiale. Ci sono quelle di legno d’abete, di larice, di mogano, quelle in madreperla, quelle dipinte a mano… Con le maniglie in ottone o in acciaio, addirittura d’oro se lo si desidera…”. “Ma no, va bene anche l’apertura a scatto…”.

Io: “Amore non è un ombrello, è una bara…”. “Allora va bene una semplice maniglia d’acciaio… senta invece a proposito del materiale, in magazzino da mio padre ci sono decine di cassette di legno dei pachino che faceva venire dal casertano, se io vi fornisco il legno, voi potete riciclarlo per la realizzazione dell…?”. “Scusi, la interrompo. A parte che il funerale di suo padre va fatto in tempi brevi, immagino, poi mi permetto di dirle che stiamo parlando di un trapassato, non di una passata, troverei inopportuno tumulare qualcuno in una bara realizzata con legna di scarto…”. “Ma era per riciclare del materiale e risparmiare un po’…” “Guardi, se vuole risparmiare, su Amazon trova quelli che noi chiamiamo ‘cofani cinesi’, sono la casse da morto cinesi per gli animali fatte col cartone, magari ne trova una destinata a cani di grosse dimensioni…”. A quel punto volevo sotterrarmi io. Farmi tumulare e avere almeno un metro di strato terroso di distanza tra me e le vergogna. Il tizio dell’outlet del funerale era sempre più nervoso e sarcastico. Tagliò corto. “Facciamo un pino semplice, economico. La corona la vuole?”. “Bah, una cosa molto…”. “Semplice”. “Sì, senza fiori, solo verde, che ne so, con l’alloro…”. Io: “Amore, tuo padre è morto, non si è laureato”.

Il tizio ci guardava incredulo. “Ho capito. Facciamo una corona base. Il cuscino nella bara come lo vuole? Seta? Velluto? Cotone ricamato?”. “No no, mio padre dormiva senza cuscino…”. Io: “Amore, tuo padre non va a fare una pennichella, va al cimitero…”. “D’accordo. Facciamo un cotone semplice. La lapide, come la vuole?”. “Una cosa…”. “Semplice”. “Sì, niente marmo, cose così…”. “Suo padre per che squadra tifava?”. “La Roma”. “Se vuole piantiamo una bella bandierina della Roma sul prato dove è seppellito e tagliamo i costi della lapide, che dice?”. “Davvero si può far…?”. Io: “Amore no che non si può fare, il signore è ironico…”. “Senta. Facciamo una lapide standard con incisione semplice, ok? La foto la vuole? La avviso che la cornice ha un costo aggiuntivo di 70 euro.”. “Ma no guardi, mio padre è sempre stato un tipo schivo, ci teneva alla privacy…”. Io: “Amore, è morto, non è che se una vedova vede la sua foto al cimitero poi gli manda un messaggio su Facebook…”.

I funerali sono tristi per definizione. Ecco. Quello fu il funerale più triste di tutti i funerali tristi della storia. A un certo punto pensai che Gianluca avesse preso all’outlet pure il prete, perché padre Roberto fece un’omelia di due minuti netti e alle dieci del mattino il mio “mancato” suocero era già sotto terra, chiuso e sigillato nella sua bara a 199 euro e 90 fodera-viola-senza-imbottitura-compresa. L’ultimo viaggio, il povero signor Franco, l’aveva fatto in low cost.

È scattata la legge “Yarovaya”, i servizi ora spiano anche sms e chat

Dal primo luglio operatori telefonici e internet sono obbligati in Russia ad archiviare per sei mesi conversazioni, chat e messaggi. Dovranno poi consegnarli ai servizi di sicurezza se questi lo chiederanno. Il provvedimento fa parte del cosiddetto “Pacchetto Yarovaya” (dal nome della deputata a deputata Irina Yarovaya), una serie di norme approvate due anni fa contro il terrorismo ma che i difensori dei diritti umani considerano l’ennesimo giro di vite da parte del Cremlino per il controllo sul web. In caso di mancata risposta alle richieste la multa è di un milione di rubli (pari a circa 14 mila euro).

LeBron James passa ai Lakers per 154 milioni (in quattro anni)

La superstar della Nba LeBron James ha accettato di firmare un accordo quadriennale del valore di 154 milioni di dollari con i Los Angeles Lakers. James lascerà Cleveland per andare in una squadra icona della Nba. Pare sia stato Magic Johnson a convincere “il prescelto” LeBron (9 finali in 15 stagioni Nba, con tre titoli vinti – due a Miami e uno a Cleveland) ad accasarsi a Ovest. Qui troverà Lance Stephenson, storico “nemico” nei play-off e forse anche Kawhi Leonard, dato in uscita dagli Spurs. Ne verrebbe fuori una squadra che potrebbe dar fastidio ai favoriti, i Golden State di Steph Curry, Kevin Durant e Klay Thompson, da quattro anni in vetta all’Nba.