Per i suoi sostenitori Andrés López Obrador, 64 anni, conosciuto come Amlo – già sindaco di Città del Messico quando era ancora un deputato del partito di centrosinistra Prd – è un politico onesto che lotterà per estirpare la corruzione endemica del Paese e la contiguità tra i narcos e le forze dell’ordine. Per i suoi detrattori invece Obrador è un populista sovranista e isolazionista, tanto quanto il potente vicino, il presidente americano Donald Trump che ha fatto del Messico uno dei capri espiatori preferiti. L’unica differenza tra i due presidenti, secondo i critici, è che Trump non ha come obiettivo il miglioramento delle sorti delle classi più disagiate mentre per Amlo questo è una priorità assieme alla lotta alla corruzione. Per il resto, entrambi sono contrari alla globalizzazione.
A pesare sul risultato di questa storica vittoria è stato soprattutto il voto dei giovani e del ceto medio impoverito che comprende anche gli insegnanti. Furono proprio questi ultimi, lo scorso anno, nello Stato di Oaxaca a mettere in atto un lungo sciopero represso in modo violento per ordine del presidente conservatore uscente Pena Nieto. “Amlo lavorerà per rendere dignitosi i nostri salari e impedire che le scuole pubbliche e quelle rurali vegano chiuse”. Anche i genitori dei 43 studenti della scuola marxista rurale di Ayotzinapa, scomparsi 3 anni fa dopo una violenta sparatoria con la polizia municipale di Iguala, hanno scelto Amlo. “Nell’attesa di conoscere la verità, sia i genitori dei nostri compagni scomparsi sia noi studenti abbiamo votato per Amlo, perché lui vuole risolvere i problemi dei più deboli e poveri”, dice al Fatto Oscar Razo.
López Obrador, che è molto amico del leader labourista inglese Jeremy Corbyn, non parla inglese e non ha il cellulare. Inoltre non ama viaggiare e ritiene che il compito di un presidente sia quello di impedire che i propri cittadini vengano sfruttati dalle multinazionali americane che, grazie al Nafta, hanno delocalizzato le fabbriche sul suolo messicano. L’accordo di libero scambio tra Messico, Stati Uniti e Canada, siglato nel 1994, è avversato anche da The Donald, per fini diversi.
A dividere il nuovo presidente (che entrerà in carica a dicembre) da Trump sembra esserci, paradossalmente, solo l’ipotesi del “muro” al confine, che Amlo ha dichiarato più volte non verrà pagato dal Messico qualora dovesse essere allungato, dato che una parte è già stata realizzata negli anni scorsi.
Gli imprenditori messicani, tra i quali i più ricchi del mondo come Carlos Slim, hanno tentato in tutti i modi di convincere i propri dipendenti a non votare per Amlo. Ma questa volta l’establishment ha perso.