Insegnanti e studenti: “Amlo salverà le scuole rurali e darà stipendi dignitosi”

Per i suoi sostenitori Andrés López Obrador, 64 anni, conosciuto come Amlo – già sindaco di Città del Messico quando era ancora un deputato del partito di centrosinistra Prd – è un politico onesto che lotterà per estirpare la corruzione endemica del Paese e la contiguità tra i narcos e le forze dell’ordine. Per i suoi detrattori invece Obrador è un populista sovranista e isolazionista, tanto quanto il potente vicino, il presidente americano Donald Trump che ha fatto del Messico uno dei capri espiatori preferiti. L’unica differenza tra i due presidenti, secondo i critici, è che Trump non ha come obiettivo il miglioramento delle sorti delle classi più disagiate mentre per Amlo questo è una priorità assieme alla lotta alla corruzione. Per il resto, entrambi sono contrari alla globalizzazione.

A pesare sul risultato di questa storica vittoria è stato soprattutto il voto dei giovani e del ceto medio impoverito che comprende anche gli insegnanti. Furono proprio questi ultimi, lo scorso anno, nello Stato di Oaxaca a mettere in atto un lungo sciopero represso in modo violento per ordine del presidente conservatore uscente Pena Nieto. “Amlo lavorerà per rendere dignitosi i nostri salari e impedire che le scuole pubbliche e quelle rurali vegano chiuse”. Anche i genitori dei 43 studenti della scuola marxista rurale di Ayotzinapa, scomparsi 3 anni fa dopo una violenta sparatoria con la polizia municipale di Iguala, hanno scelto Amlo. “Nell’attesa di conoscere la verità, sia i genitori dei nostri compagni scomparsi sia noi studenti abbiamo votato per Amlo, perché lui vuole risolvere i problemi dei più deboli e poveri”, dice al Fatto Oscar Razo.

López Obrador, che è molto amico del leader labourista inglese Jeremy Corbyn, non parla inglese e non ha il cellulare. Inoltre non ama viaggiare e ritiene che il compito di un presidente sia quello di impedire che i propri cittadini vengano sfruttati dalle multinazionali americane che, grazie al Nafta, hanno delocalizzato le fabbriche sul suolo messicano. L’accordo di libero scambio tra Messico, Stati Uniti e Canada, siglato nel 1994, è avversato anche da The Donald, per fini diversi.

A dividere il nuovo presidente (che entrerà in carica a dicembre) da Trump sembra esserci, paradossalmente, solo l’ipotesi del “muro” al confine, che Amlo ha dichiarato più volte non verrà pagato dal Messico qualora dovesse essere allungato, dato che una parte è già stata realizzata negli anni scorsi.

Gli imprenditori messicani, tra i quali i più ricchi del mondo come Carlos Slim, hanno tentato in tutti i modi di convincere i propri dipendenti a non votare per Amlo. Ma questa volta l’establishment ha perso.

Il Messico di Andrés: non si mente nè si ruba

Di manifestazioni e festeggiamenti, lo Zócalo di Città del Messico ne ha visti migliaia. Ma non sono tante le occasioni in cui l’immensa piazza centrale della metropoli latinoamericana si è riempita come domenica sera, quando i primi exit poll hanno confermato una tendenza che lo spoglio delle urne ha poi confermato: Andrés Manuel López Obrador, della coalizione di centro-sinistra Juntos Haremos Historia, ha vinto le presidenziali.

Juntos Haremos Historia ha ottenuto anche 5 delle 9 amministrazioni degli Stati (il Messico è una federazione) al voto, e rappresenterà la prima forza politica all’interno del Congresso, permettendo a López Obrador una maggiore fluidità di mandato.

Questa volta il candidato che per tre volte ha sfidato il monopolio conservatore è riuscito a ottenere la preferenza di più del 50% degli oltre 60 milioni di votanti, il consenso più alto ottenuto da un politico nella storia del Messico, e ad aggirare il fantasma della frode elettorale che aleggia sul paese.

López Obrador sarà il primo presidente di centro-sinistra della storia messicana. Ha superato di ben 31 punti il suo principale avversario, Ricardo Anaya del Partido de Acción Nacional (Pan), e ha relegato a un 15% José Antonio Meade del Partido Revolucionario Institucional (Pri), il “partito dinosauro” che per più di 70 anni ha governato trasformandolo in un cocktail esplosivo di corruzione e violenza.

Un’elezione storica, che potrebbe portare il Messico a intraprendere alcuni cambiamenti importanti, come abbassare gli indici di impunità e violenza in un paese in cui ogni giorno vengono assassinate 88 persone. Difficilmente però verrà messa completamente da parte la vecchia classe dirigente, stanca e corrotta, visto che la coalizione di López Obrador conta vari politici dal passato oscuro usciti all’ultima ora da quella che lui stesso definisce “mafia al potere”. “Viva il Messico senza il Pri”, cantava la gente, sventolando il tricolore nazionale o la bandiera di Morena (Movimiento de Regeneración Nacional), il partito del nuovo presidente.

“Oggi si è conclusa una tappa e ne inizierà una nuova”, ha detto López Obrador alla folla nella piazza, in cui prima i mariachi avevano suonato Cielito Lindo. “Non vi deluderò. Sono cosciente della mia responsabilità storica e non voglio passare alla storia come un cattivo presidente. Applicheremo i principi basici: non mentire, non rubare e non tradire il popolo. Viva il Messico!”.

Il presidente eletto, che inizierà a governare a dicembre, ha mandato un messaggio di fiducia ai mercati, promettendo di non attuare in modo arbitrario e non espropriare beni, tranquillizzando anche chi teme sia un chavista che vuole trasformare il Messico in una “Venezuela del nord”.

“I contratti del settore energetico saranno rivisti per prevenire atti di corruzione e illegalità”, ha affermato López Obrador, mettendo anche le cose in chiaro con chi sperava in una marcia indietro rispetto alle riforme strutturali neoliberiste intraprese dalle precedenti amministrazioni, che hanno portato alla privatizzazione e svendita delle ricchezze del sottosuolo messicano a imprese transnazionali in cambio di pochi soldi.

López Obrador non è un Hugo Chávez né un Evo Morales, è lontano dalla visione socialista latinoamericana che tanta fortuna ha avuto nei decenni scorsi, e che affronta ora una forte crisi. È piuttosto il rappresentante di un progressismo tiepido e privo di proposte concrete, che vuole promuovere programmi sociali assistenzialisti per aiutare le famiglie più povere, e un processo di riconciliazione nazionale senza dubbio necessario ad una società frammentata e addolorata, che vive una guerra di fatto non riconosciuta dalla comunità internazionale.

Rafeeq, il terrorista della porta accanto e il botto del 4 luglio

Siamo musulmani, dobbiamo addestrarci e farlo ogni giorno: dobbiamo imparare a sparare, a lanciare granate, a combattere a mani nude”.

Questa frase non è stata trovata dal Site – la piattaforma web americana che si è specializzata nel rilanciare ogni sorta di comunicato e minaccia, anche improbabile, raccogliendola dai siti di propaganda jihadista – ma dagli investigatori dell’Fbi sul profilo social di un americano di provincia. Il terrorista della porta accanto si chiama Demetrius Nathaniel Pitts, ha 48 anni ed ha cambiato, da radicalizzato, la sua identità in Abdur Raheem Rafeeq; era questa la persona che sui social lanciava invettive. L’obiettivo di Pitts era un bel botto in occasione della festa del 4 luglio, giorno dell’Indipendenza; ma il bombarolo ha confidato il suo progetto ad un agente federale sotto copertura, e ora rischia 20 anni di carcere. Pitts immaginava di piazzare un furgone carico di esplosivo accanto alla parata del 4 luglio a Cleveland, ma aveva ispezionato anche altri possibili obiettivi come il parco Voinovich e la caserma della guardia costiera.

L’intento dell’aspirante jihadista era quello di arruolarsi in Al Qaeda. Quello che Pitts non sapeva era l’interesse che l’Fbi provava dal 2017 nei suoi confronti dopo aver letto alcuni suoi interventi sui social, nei quali aspirava ad attaccare i soldati americani e mutilarli. Originario di Philadelphia, Pitts si era trasferito in Ohio a maggio, ma aveva in programma anche attentati nella città natale. Pitts era stato denunciato in precedenza per porto d’arma illegale, violenza domestica e rapina aggravata: quando l’agente dell’Fbi che aveva guadagnato la sua fiducia gli aveva chiesto se fosse sicuro di voler ammazzare la gente, la risposta era stata: “Non avrò alcun rimorso”.

Accordicchio alla bavarese. Seehofer in frigo, Merkel salva

Le dimissioni posticipate – peraltro respinte da Alexander Dobrindt, il capogruppo della Csu al Bundestag – potrebbero averlo indebolito. Horst Seehofer, il leader della Csu nonché ex governatore della Baviera e forse anche futuro non più ministro federale degli Interni e della patria, tiene la Germania in scacco. E con essa anche l’Europa. La sua prova di forza sembra essergli costata una parte del sostegno del suo partito.

Al quale, fino a domenica sera, aveva perfino tenuto nascosto il suo Masterplan (piano guida) sui migranti. E che ignorava anche il suo azzardato passo indietro. La sua permanenza nel governo appare praticamente impossibile: o se ne va spontaneamente oppure viene allontanato. “Non posso venire allontanato da una cancelliera che è cancelliera solamente grazie a me”, ha detto il leader bavarese.

Nella serata di ieri si è tenuto un vertice a 16 tra esponenti della Cdu di Angela Merkel e della Csu, incluso l’anziano ex governatore bavarese Edmund Stoiber. Per Merkel e Seehofer si tratta del nuovo “ultimo tentativo” di trovare un compromesso. Tranne che da Seehofer, da tutti gli altri politici coinvolti sono arrivati segnali distensivi: l’Unione, cioè l’alleanza tra Cdu e Csu, non “salta”.

“Vogliamo percorrere la stessa strada dell’Italia? Senza più un partito popolare e con i populisti al governo?”, ha sintetizzato il 40enne Carsten Linnemann, esponente della Cdu.

Per Gerd Müller (Csu), ministro per lo Sviluppo internazionale, “il partito resterà al governo”. che non ci sarà alcuna crisi. Nel frattempo anche la Spd, il terzo partner della Grosse Koalition, ha fatto sapere con la segretaria Andrea Nahles che non esiste alcun automatismo sull’approvazione dell’eventuale accordo da parte dei socialdemocratici. “La mia pazienza è al limite”, ha precisato.

Ieri, dopo che domenica i risultati ottenuti dalla cancelliera a Bruxelles erano stato insoddisfacenti (“non equilaventi” alle misure contenute nel cosiddetto piano guida del ministro), i toni si erano fatti meno incandescenti. Markus Söder, il candidato governatore della Baviera per la Csu che insegue la maggioranza assoluta, è tornato a ripetere che “la stabilità del governo non è in discussione” e che “la risoluzione dell’accordo con la Cdu non è la strada giusta”.

Nel braccio di ferro tra Seehofer e Merkel sembra esserci in ballo molto più che solo il piano attuale sui migranti. Appare una resa dei conti che affonda le radici nell’estate del 2015, come se la Csu pretendesse dalla cancelliera la ricusazione dell’apertura dei confini nazionali di tre anni fa. Seehofer insiste sui respingimenti immediati alle frontiere tedesche dei migranti registrati in altri paesi, cosa alla quale si oppone la cancelliera. Seehfoer è disposto a forzare anche le norme comunitarie per evitare che si ripeta un’ondata di arrivi come quella del 2015. Giusto ieri lo stesso Söder era a Pasau per celebrare l’avvio delle attività della polizia di confine bavarese.

L’opposizione della AfD, quella che la Csu teme di più ed alla quale cerca di sfilare i temi, “gongola”. Perché rileva come i partiti dell’Unione che costituiscono la colonna portante della Grande Coalizione siano troppo impegnati a litigare fra di loro per occuparsi dei problemi del paese.

I Grüne (Verdi), indicati come possibili nuovi alleati nel caso di un’uscita dal governo della Csu, si dicono disponibili a eventuali dialoghi, ma sono estremamente scettici.

Per gli attori di questo psicodramma politico è arrivato il momento di recitare l’ultimo atto. Con la Germania fuori dai Mondiali i tedeschi non sembrano disposti a tollerare ulteriormente questo teatrino.

Mail Box

 

L’oro delle atlete di colore fa vergognare i “sovranisti”

Magnifiche le quattro atlete azzurre che dopo aver vinto la staffetta 4X400 ai Giochi del Mediterraneo, stanno giustamente spopolando: sono brave. Sono tutte e quattro italiane con la pelle scura e hanno sudato e per ottenere quell’oro. Di altro metallo sono le facce dei vari ministri o capi partito “sovranisti” che, pur masticando amaro, le lodano. Se fosse stato per loro, le 4 atlete azzurre non sarebbero mai state italiane. I loro nomi lo dicono senza alcun dubbio, sono originarie di altre terre, fanno parte di quella vasta umanità che ha trovato nel nostro Paese il luogo in cui vivere, hanno avuto quella possibilità di vita che i vari Salvini e le varie Meloni vogliono togliere a chi oggi le cerca scappando da fame e miseria. Mi domando: certa gente ce la fa la mattina a guardare la propria faccia di bronzo riflessa nello specchio senza sentire vergogna?

Mauro Chiostri

 

Perché i dem dovrebbero sostenere i cinquestelle

Vorrei ricollegarmi all’editoriale, lucido e intelligente, di Alfiero Grandi del 23 giugno, nel quale l’esponente del Comitato per la democrazia costituzionale, ricordando il fondamentale contributo dei Cinque Stelle alla vittoria referendaria, sottolinea come la Costituzione possa rappresentare un prezioso riferimento per la loro politica. Questo intervento mi sembra suggerire una prospettiva interessante e molto più costruttiva rispetto all’atteggiamento oggi dominante a sinistra. Chi si dichiara di sinistra, anziché attaccare ogni giorno i Cinque Stelle e inserirli acriticamente nelle stucchevoli invettive di maniera contro il “governo fascista e delle destre”, dovrebbe incoraggiare il Movimento e dargli la forza per far valere i propri punti di vista. Se, dopo tempo immemorabile, “qualcosa di sinistra” fa perlomeno capolino nella politica del Lavoro, è proprio per iniziativa del M5S.

Antonio Maldera

 

DIRITTO DI REPLICA

Gentile Dottore Padellaro, vorrei rassicurarla su alcune questioni sollevate dal suo articolo, apparso su Il Fatto Quotidiano del 2 luglio 2018: “Cairo, ora aiutiamo Grasso a casa sua”.

Capisco la sua suscettibilità (scherzando, Aldo Grasso l’ha accusata di staccare l’ennesimo “gettone di presenzialismo”, non gettone di presenza), ma se contiamo il numero delle volte che lei appare in tv mi sembra quasi una carezza.

Ma veniamo a fatti più concreti. Grasso non è un mio dipendente. È uno stimato professore universitario che da trent’anni collabora con il Corriere della sera.

Né a lui, né ad altri mi permetterei mai di far pervenire “interventi dall’alto”, come lei maliziosamente suggerisce.

Se sbagliano, li lascio sbagliare da soli. Anche se non mi sembra questo il caso. A quanto mi risulta, Grasso negli ultimi mesi ha parlato bene di alcuni programmi de La7: Maratona Mentana, Propaganda live e Atlantide che affrontava il caso Moro e Ustica. Secondo lei, le sue osservazioni su Enrico Mentana, Diego Bianchi e Andrea Purgatori sono frutto di piaggeria? Sono momenti in cui, come lei scrive, “non perde occasione di tessere le lodi”? Non mi sembra proprio. Però su una cosa le do ragione. Visti gli strepitosi ascolti de La7 (l’Auditel l’ha consacrata nello scorso mese di maggio terza rete in prime time dopo Raiuno e Canale5, e nel primo semestre 2018 ha avuto un incremento di ascolti del +33% nel totale giornata e +46% in prime time 20.30 – 22.30) avrei dovuto “ordinare” a Grasso di scrivere recensioni entusiastiche anche su Lilli Gruber, Massimo Giletti, Giovanni Floris, Corrado Formigli, Myrta Merlino e altri ancora. Come può constatare, non l’ho fatto. Cordiali saluti

Urbano Cairo

 

Gentile dottor Cairo. Comprendo la difesa dello “stimato professore universitario” e, mi creda, ha tutta la mia solidarietà. Due piccole precisazioni. Delle “carezze” dello “stimato” farei volentieri a meno: sono affezionato alla mie abitudini. Quanto al numero delle mie apparizioni in tv chieda, se vuole, ai bravissimi conduttori de La 7 (dei cui eccellenti ascolti mi compiaccio) se mai una volta, una volta sola ho chiesto io di essere invitato. Accolgo però il suo rilievo e le assicuro che in futuro cercherò di moderare la mia cortesia. Anche per evitare “carezze” non gradite. Cordiali saluti.

Antonio Padellaro

 

Caro Direttore, lei mi fa troppo onore: leggo anch’io gli articoli della collega Marta Fascina, e li trovo davvero eccellenti. Cosa che non mi stupisce, conoscendo Marta e le sue capacità, ma che consente di escludere che possa esserne io l’autore. Sia perché l’on. Fascina non ne avrebbe alcuna necessità, sia perché certamente non scrivo così bene. Fabrizio d’Esposito, che mi conosce, dovrebbe saperlo.

Andrea Orsini

 

Caro Orsini, prendo atto della sua cortese smentita. Con una sola aggiunta, però: non si sottovaluti. Anche lei scrive bene, proprio come Marta Fascina. Con stima

fd’e

 

I NOSTRI ERRORI

L’omicidio del sindaco di Pollica Angelo Vassallo avvenne il 5 settembre 2010 e non 2009 come erroneamente pubblicato ieri. Chiedo scusa per il refuso.

Vincenzo Iurillo

Uber alles. Insopportabili tedeschi: facile criticarli, difficile essere meglio

 

Giusto per sottolineare che ora la Germania sia in politica che nel calcio non ha più diritto a privilegi particolari, o trattamenti reverenziali, mi preme di far notare come sarebbe il caso di aggiornare il conteggio delle Coppe del Mondo vinte.

La Germania, unificata, che ha come capitale Berlino, ha vinto solo 1 Mondiale. Gli altri 3 se li è aggiudicati la Germania dell’Ovest, capitale Bonn, federale, che non aveva nulla a che vedere con quella che era impropriamente definita democratica. La Germania dell’Ovest non esiste più.

D’accordo che i tornei sono stati vinti dalla Deutscher Fußball-Bund, ma questa prima del 1990 rappresentava una nazione ben diversa da quella attuale. Nazione nuova, federazione nuova. Così come accade quando le nazioni si dividono come Cecoslovacchia e Yugoslavia.

Sarebbe troppo chiedervi di togliere qualche stellina dalla maglia?

Randall Wilkins

 

Gentile Randal, il calcio è un gioco semplice: 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine la Germania vince”, diceva più o meno un suo apparente (visti nome e cognome) conterraneo, 28 anni fa in Italia durante i Mondiali. Gary Lineker ha ben condensato un leitmotiv della fase finale della Coppa del Mondo: la Germania nell’edizione italiana arrivò in semifinale per la nona volte (e poi vinse contro l’Argentina, come nel 2014). Sarebbe stata poi unificata, e la squadra viveva forse anche di quello spirito positivo governato con maestria da Helmut Kohl (di cui la Merkel è delfina e dunque “Bruto”) negli anni tumultuosi ed esaltanti della caduta del Muro, che certificava il fallimento di un’ideologia e il ritorno naturale all’integrità di un paese la cui forza, volontà e capacità di metterla in pratica e realizzarla aveva spaventato l’Europa e il mondo. Gli americani volevano fare della Germania un campo di patate, vietando le industrie; poi stabilirono che sarebbe stato eccessivo e pericolosamente frustrante (e poi c’erano i sovietici…). Gli americani idearono il piano Marshall e aiutarono la ricostruzione dell’Europa occidentale, dunque della Germania, sfregiata e divisa, impegnata nello stesso spirito di risarcire il mondo (e soprattutto se stessa) del male prodotto attraverso la realizzazione di prodotti migliori degli altri, come migliore a lungo i tedeschi hanno voluto dimostrare di essere a costo di immense tragedie.

I tedeschi attuali sono meglio di noi, forse anche di lei.

Stefano Citati

Il tifo sui migranti fa un’altra vittima: Fiorella Mannoia

Il paese sempre più malato di tifoseria che è l’Italia, dove ormai non c’è più spazio per chi non sia ultrà del “Salvini nuovo Goebbels” o esegeta del “Questo è il governo che salverà il mondo”, ha trovato un’altra vittima colpevole di nulla. E dunque perfetta per il dileggio trasversale. Si chiama Fiorella Mannoia. È donna, artista e pure di sinistra, quindi non mancherà mai la mandria ottusa che la chiamerà “radical chic” (o se preferite “radical snob”). Parole a caso, e dunque pure queste perfette in tempi oltremodo biechi. La Mannoia ha osato criticare la politica del ministro dell’Interno con un tweet: “Si raccolgono i primi frutti. Dormite tranquilli”. Alludeva, con tanto di scheletro di gommone galleggiante, al naufragio in Libia. L’artista ha lasciato intendere che la colpa di quella tragedia fosse anche di Salvini: ipotesi spericolata, ma legittima. E assai in voga a sinistra. Apriti cielo, anzi social (su cui Umberto Eco aveva sin troppa ragione).

La Mannoia è stata attaccata da tutti. Dai leghisti, secondo cui Salvini è come noto Geova. Da molti grillini, che fino al 4 marzo non amavano granché la Lega, ma che ora paiono adorarla per osmosi. Gli attacchi più virulenti sono però arrivati dalla parte teoricamente vicina alla Mannoia: la sinistra. Quella dura e pura: e ci sta. E quella del Pd: e non ci sta per niente, perché Salvini sta solo facendo con più convinzione ciò che già faceva Minniti. Ai tanti piddini che cercano di rifarsi una verginità attaccando “i fasciorazzisti del Salvimaio”, andrebbe giusto chiesto dove (cazzo) fossero quando Minniti faceva le stesse identiche cose, ma proprio identiche, e loro accettavano tutto. Magari pure i lager libici.

Al tempo i renzo-piddini stavano zitti, plaudendo al ministro perché “gli sbarchi sono diminuiti dell’83%”: vero, ma com’è che con Minniti andava bene e con Salvini no? È solo questione di toni (e il lessico di Salvini è spesso irricevibile), o è solo tifo? Siam sempre lì: Potere al Popolo può massacrare Salvini, ma il Pd no. Loro, salvo rari casi nobilissimi: zitti e mosca. Massacrata da destra e sinistra, la povera Mannoia ha provato ad argomentare: “Il Mediterraneo è un enorme cimitero. Di quei disgraziati non importa a nessuno, nemmeno a voi che ora mettete in atto la caccia alle streghe, che fate le liste di proscrizione. Che vi mettete dalla parte dei buoni. Anche voi ne fate una questione politica, esattamente come tutti”. Ovviamente non è servito a nulla: la Mannoia è “rea” di avere dato in passato fiducia a M5S, quindi adesso non può parlare perché “è anche colpa sua”. Un ragionamento così imbecille da avere già esondato in ogni dove. Peraltro il mezzo endorsement ai M5S della Mannoia – come Fossati, Gioè e tanti altri tra 2013 e 2015 – fu fatto nel mio programma Reputescion: parlo quindi con cognizione di causa. La Mannoia disse di avere molte perplessità iniziali sui 5 Stelle, ma di averli poi conosciuti in Parlamento e quindi stimati. Li ha votati in passato ma non nel 2018, dopo la disillusione per il mancato appoggio allo Ius Soli. Il Giornale, non senza godimento, le ha consigliato di tornare a cantare “Come si cambia”. Nel frattempo gli insulti continuano. C’è persino chi, applicando un sillogismo granitico come un ragionamento di Nardella sulla teoria quantica, dice che poiché Mengele Salvini è responsabile (come no) della morte di centinaia di innocenti in mare, allora anche la Mannoia è un’assassina. Siamo proprio malati di tifo e demenza. E il “bello” è che neanche ci facciamo caso più. Buona catastrofe.

Andrea Ranieri e la speranza della sinistra

Pubblichiamo un estratto della postfazione di Tomaso Montanari ad Andrea Ranieri, “La memoria e la speranza. Oltre le macerie della sinistra”, Castelvecchi 2018.

 

La politica di Andrea Ranieri si nutre di parole e di pensieri non troppo lontani da quelli del poeta Franco Marcoaldi: il sindacalista e il poeta, “accomunati dalla lingua della medesima tribù”. Una tribù battuta, dispersa, dissanguata dai suoi stessi mille tradimenti: eppure ancora viva per la più elementare delle ragioni. E cioè che, in un mondo sempre più terribilmente ingiusto e diseguale, a qualcuno – a molti – viene “spontaneo, naturale opporsi ad ogni forma” di ingiustizia.

Il libro di Ranieri – un libro forte e vero, a tratti poetico e comunque ardente e inconsuetamente alto per il discorso politico italiano di oggi – è fatto di queste due cose, indissolubilmente intrecciate: le ragioni e i sentimenti di chi, fin da bambino, credeva in “un comunismo dalla parte dei deboli, e della ragione che vinceva sempre sul torto”. […]

Il 4 marzo 2018 gli italiani hanno trovato la forza di gridare “non possiamo continuare a vivere così” (Tony Judt). Ma non c’era una sinistra ad ascoltarli.

E allora, da dove ripartire? Jorge Maria Bergoglio ha scritto: “Non serve un progetto di pochi per pochi”. È vero anche per la sinistra in Italia: serve un progetto di tanti per tanti. Un progetto capace di ricostruire un popolo: un soggetto politico consapevole, l’unico attore possibile di un vero, radicale cambiamento di sistema.

E al centro di questo progetto può esserci una sola cosa: il lavoro. Cioè il tema a cui Andrea Ranieri ha dedicato tutta la sua vita di studio e di militanza.

Perché è drammaticamente evidente che non si tratta di rimettere in piedi una classe dirigente, per quanto rinnovata e consapevole essa riesca ad essere, né è questione di immaginarsi una nuova struttura, o una più efficiente organizzazione (di partito, o di movimento). Di fronte alla desolazione di queste macerie appare invece chiaro che si tratta di ricostruire un popolo: di ricostruirlo socialmente e culturalmente, ancora prima che politicamente.

Ed è qua che i pensieri e le parole di Andrea Ranieri possono giocare un ruolo importante. Nelle pagine programmatiche che restano l’eredità più limpida del Brancaccio – insieme allo spirito nuovo che soffiava in quella sala il 18 giugno 2017 e che poi ho sentito in tante assemblee in tutta Italia – proprio Ranieri ha scritto che “la buona scuola reale è quella che interroga il mondo per cambiarlo, non quella che insegna ad adattarsi al mondo com’è”. È un’idea cruciale, detta in modo perfetto: e vale anche per la sinistra.

Una sinistra che interroga il mondo è una sinistra che vuole innanzitutto studiare, sapere, vedere dentro le cose. Una sinistra che vuole capire. E capendo costruire i presupposti per un’azione rinnovata e incisiva. In modi nuovi: certo più simili al mutualismo profondamente politico praticato da tante nuove realtà che costellano l’Italia, che non a quello dei partiti in cui si è consumato l’ultimo e definitivo tradimento della sinistra italiana.

Scegliendoci i “compagni – scrive Ranieri – tra quelli che quotidianamente si occupano della loro salute e del loro cibo, del loro vivere e del loro abitare, che mettono in piedi mense popolari e occupano case, che insegnano le parole per esprimersi ai migranti e agli zingari, che cercano di costruire organizzazione fra i precari del lavoro cognitivo e fra i disperati della logistica”.

Non un progetto a nome dei poveri, o con la delega dei poveri: ma – è ancora Ranieri – “i poveri, che provano tutti insieme a difendere e a rendere migliore la propria vita, sono gli unici che possono salvare il mondo dallo sfacelo. Dallo sfacelo provocato dai consumi e dalla cultura dei ricchi”.

Maturità, non solo tesine: leggete

Arrivano come sciami di cavallette, per gli orali della maturità, le cosiddette “tesine”. Obbligatorie. Possibilmente multidisciplinari. Il che comporta sforzi di acrobazia non indifferenti per mettere insieme un motivo letterario e uno scientifico evitando tematiche scontate. Ma non importa: nell’era del nominalismo, sta a cuore solo che ci si riempia la bocca con il vocabolo: tesine, cioè quasi tesi, piccole tesi. Come fossero il rituale di ingresso all’università. E peccato che, davanti alla commissione, la discussione della tesina debba mantenersi fra i 10 minuti e il quarto d’ora al massimo. Dieci minuti, che volete che siano? Il tempo di un caffè.

E peccato che in genere gli studenti, anche se coscienziosi, portino una copia della tesina solo il giorno della prima prova. Ma non sempre accade così: a volte la presentano al momento degli orali. Da chiedersi, poi, se e in che momento i commissari le predette tesine le leggano. Nell’intervallo fra scritti e orali? Devono correggere collegialmente gli scritti, diamine! O un tot al giorno, a seconda delle sequenze dei candidati, durante gli orali, nei caldi pomeriggi estivi, al posto della pennichella? O non sarà che tutt’al più le sfoglino? Le leggiucchino qua e là? Non escludo che i più solerti se le leggano con scrupolo sottraendo tempo a un doveroso riposo, ma ho molti dubbi che la percentuale degli zelanti sia alta. E peccato, infine (o fortuna, a seconda dei punti di vista), che, dato l’obbligo delle tesine, sulle bacheche on line si scateni ogni anno il mercato delle stesse.

Ovvio, se si agita il mercato vuole dire che la domanda c’è. Studenti universitari, laureati e professori, o semplicemente cultori di una materia, esperti e pseudo-esperti, offrono tesine a gogò. I prezzi: da 20 euro a 300 euro, a seconda della complessità del lavoro. Pagamento anticipato. E garanzia che il venditore non ceda la tesina anche a un altro studente della stessa classe, o magari della stessa scuola (si sa, le voci circolano). Perciò, la calda raccomandazione rivolta ai maturandi è che nella richiesta specifichino la classe e la scuola di provenienza. Per evitare un disagio ben peggiore di quello di due signore che arrivino a un party o avvenimento mondano o che altro con lo stesso identico vestito. Che obbrobrio, signora mia! Ma non basta: a volte le tesine, come i lasciti, si passano da parente a parente, o dall’amico che ha fatto la maturità l’anno prima all’amico che ora è di turno. Un’inchiesta del 2013 ipotizzava che il 40% degli studenti si servisse di tesine preconfezionate. Bella cifra.

Occorrerà tuttavia dire che, anche per i migliori, per quelli fra gli alunni che fanno da sé, magari con un aiutino o un aiutone da internet, dove, si sa, gli articoli sono sempre mostruosamente precisi e attendibili (magari!), il tempo dedicato alle tesine rischia di essere sprecato. C’è di meglio da fare a scuola per la formazione culturale e umana dello studente? Certo che c’è di meglio. E che sarà mai? Una cosa molto semplice: leggere, leggere, leggere. Il 18,5% dei maturandi di quest’anno ha scelto come tema il brano tratto dal Giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani. Scrittore immenso, a suo tempo stolidamente giudicato dalle neo-avanguardie come la Liala del 1963. Ho esultato vedendo comparire il suo nome a un esame di maturità. Nondimeno, mi chiedo quanto senso abbia scegliere un brano narrativo decontestualizzato dal suo insieme. Certo, il discorso sulle leggi razziali ben si prestava a uno svolgimento. Ma nel Giardino dei Finzi-Contini c’è molto altro: la malinconia di chi, passata la soglia dei quarant’anni, si volta indietro guardando al passato. Lo strazio per un amore non corrisposto. Le ombre dei morti. Una figura femminile affascinante e sfuggente, forse la più bella della letteratura italiana del secondo Novecento.

Quanti di questo 18,5% avevano già letto il romanzo? Non lo si saprà mai. Si sa, invece, che la lettura è la Cenerentola della scuola. Si sa che alla scuola media inferiore da anni è stato soppresso l’obbligo della lettura di un testo narrativo all’anno. E, in contrasto col parere espresso sul Fatto quotidiano del 15 giugno scorso dalla scrittrice Robin Stevens, che “gli adulti dovrebbero consigliare libri divertenti” ai ragazzi, i più gettonati risultavano puntualmente Arrivederci ragazzi, di Louis Malle, e L’amico ritrovato, di Fred Uhlman, magnifici romanzi drammatici che coinvolgevano i giovani studenti. Chi non legge alle medie finirà col non leggere anche al liceo, se non i testi canonici, sempre quelli, I promessi sposi (un capolavoro ma indigeribile prima dell’età adulta) e i soliti Verga e Svevo. Il mio augurio è che i docenti trasmettano ai ragazzi la loro passione, se ce l’hanno, per i libri, e che ne parlino in classe: altro che tesine.

Ventimiglia rifiuta il corteo. Il vescovo: “Fatelo in Francia”

“Se qualcuno vuole manifestare contro l’atteggiamento francese lo faccia in Francia”. Lo ha detto il vescovo della diocesi di Ventimiglia-Sanremo Antonio Suetta in merito alla manifestazione organizzata dal collettivo “Progetto20K” a Ventimiglia per il prossimo 14 luglio, una iniziativa pro migranti – e contro la Francia – che promuove un “permesso di soggiorno europeo”. Il vescovo concorda con il pensiero del sindaco Enrico Ioculano, che chiederà alla prefettura di non autorizzare la manifestazione. Secondo Suetta, “la manifestazione può avere anche le sue buone ragioni, ma dovrebbe essere fatta in Francia per sensibilizzare il governo e le istituzioni francesi”, colpevoli, secondo il vescovo, “di aver chiuso ermeticamente le frontiere, creando un tappo a Ventimiglia”. Duro il commento del vescovo sull’atteggiamento della Francia verso i migranti: “È molto grave e assolutamente disumano l’atteggiamento morale, culturale e intellettuale della Francia in questa ostinata opera di chiusura e di respingimento dei migranti. Ritengo abusive, vessatorie e ciniche alcune azioni commesse, soprattutto quelle nei confronti dei minori”.