Senza ombra né speranza. Duemila fantasmi a Tajoura

Zakaryia ha meno di tre mesi e sguazza dentro una bacinella rossa riempita per metà. Sua sorella gli getta addosso dell’acqua da un secchiello e lui se la ride. Il peggio per lui deve arrivare. Lo ha capito pure sua madre, pronta a sostenerlo nel bagnetto mattutino: “Ci aiuti” chiede la donna, una giovane ragazza somala. “Siamo arrivate più di sei mesi fa, da qui dentro non usciremo mai”. Eppure il governo di Fayez al-Sarraj non ha cambiato di una virgola la lista dei Paesi con cui la Libia, anche ai tempi pre-rivoluzione, ha mantenuto valida la concessione di protezione internazionale per richiedenti asilo e la Somalia figura tra quelli. È quasi mezzogiorno e dentro il centro di detenzione di Tajoura si muore di caldo: sopra i 40°, neppure una bava di vento, l’afa irrespirabile. Manca una tettoia per proteggersi dal sole rovente.

Benvenuti all’inferno. C’è fermento nel centro: “Stiamo pulendo gli stanzoni per renderli più accoglienti, cambiamo anche i materassi” spiega il responsabile di Tajoura, un solerte funzionario libico. Personale della Staco, una Ong libica, distribuisce assorbenti femminili: “Queste persone hanno bisogno di tutto, viste le condizioni estreme anche di curare l’igiene. Vorremmo fare di più e ci stiamo provando” dice il project manager Abduel Mutaleb Elmeabet. Ad accoglierci decine di migranti a caccia di ombra, attaccati ai muri o rannicchiati sotto un container sollevato. Per rinfrescarsi solo una canna di gomma collegata al rubinetto.

Tajoura è uno degli otto centri gestiti dal governo libico tra Tripoli e dintorni, dove finiscono tra gli altri i migranti recuperati in mare dalla Guardia costiera. In tutto ci sono diecimila persone, ha fatto sapere domenica l’Unhcr. Troppe. Sono 2500 solo quelle riprese in mare tra il 21 e il 28 giugno. Per arrivare a Tajoura si percorre una trentina di chilometri, è un’oretta di traffico disordinato. Si passa sul lungomare est, davanti all’aeroporto Mitiga – un ex scalo prettamente militare – per addentrarsi fino a una zona sperduta. Attorno solo rovine e vegetazione secca pronta a farsi deserto. Arrivati al centro di detenzione, ci accolgono soldati in abiti civili con i fucili in mano. Tajoura è stata una delle strutture militari a disposizione del regime di Gheddafi. Un’enorme area fortificata a padiglioni. Quello principale trasformato nella prigione per migranti, in maggioranza sub sahariani. In mezzo alle oltre duemila persone stivate come bestie nel compound arroventato, ci sono pure i sedici superstiti della tragedia di martedì scorso: cento tra morti e dispersi, compresi i tre bambini le cui immagini hanno fatto il giro del mondo: “Ci hanno fatto partire di notte, verso le 3 – racconta Bakari, giovane maliano –. La barca non era sicura, poi sono arrivati gli scafisti, hanno staccato il motore e se lo sono portato via. Abbiamo iniziato a prendere acqua, la gente ha avuto paura e la barca è affondata. Non so come ho fatto a salvarmi”.

Bakari è un miracolato ed è entrato a Tajoura da meno di una settimana. Altri hanno passato storie analoghe e si ritrovano in un buco nero da mesi senza avere un’idea su cosa accadrà loro. I volti stanchi, imploranti aiuto. La maggior parte è rinchiusa nel centro da più di sei mesi e in pochi sono stati registrati. Al momento sono fantasmi, numeri imperfetti di una meccanismo diabolico. Di loro, forse, qualcuno si occuperà, ma a tempo debito. Le opzioni fanno rabbrividire: accettare il rimpatrio nei Paesi di origine oppure restare lì a tempo indeterminato.

Difficile tentare la fuga, per chi ci ha provato non è finita bene. A Ousmane è andata pure peggio. Per stare in piedi si appoggia su una stampella dopo che gli hanno amputato la gamba destra sopra il ginocchio: “I banditi hanno attaccato me ed altri migranti nel deserto mentre stavamo salendo verso la costa. È successo quasi un anno fa. Scappavamo, hanno iniziato a sparare e una pallottola mi ha colpito alla gamba. Costretto a nascondermi, quando non ce la facevo più, mi hanno portato in ospedale. Stavo morendo. Una volta uscito, senza una gamba, sono stato rinchiuso qui a Tajoura. Per fortuna le guardie non ci trattano male, ma da mangiare fa schifo”. Mesi e mesi in uno spazio chiuso senza aver commesso crimini, solo la colpa di essere clandestini. Tutto il giorno a non fare nulla, a parte patire il caldo. I nervi saltano in fretta. Con tante comunità diverse le tensioni sono all’ordine del giorno. Prima di andarcene ci fermiamo a parlare con un ragazzino, ha 16 anni, si chiama Mohammed ed è arrivato a Tripoli dalla Sierra Leone: “I miei genitori sono morti a causa dell’ebola, così a dicembre io e mio fratello più piccolo siamo partiti. Durante il viaggio lui è morto e adesso sono rimasto solo”.

Libia, altri 114 morti in mare. L’Ue: “Non li riportiamo lì”

“Un altro triste giorno in mare: oggi 276 rifugiati e migranti sono stati fatti sbarcare Tripoli, inclusi 16 sopravvissuti di un’imbarcazione che portava 130 persone, delle quali 114 sono ancora disperse in mare” ha fatto sapere la sezione libica dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr). È il terzo naufragio in una settimana: un centinaio, 63 e ora 114 dispersi, cioè quasi certamente annegati.

Secondo l’Oim, l’agenzia Onu per le migrazioni, i morti in mare sono oltre mille nel 2018, di cui 635 nella cosiddetta rotta centrale tra la Libia e l’Italia. È un dato, per il momento, inferiore a quelli degli anni scorsi (dai 3.283 del 2014, ai 3.785 del 2015 per poi schizzare a 5.413 nel 2016 e ridiscendere a 3.116 nel 2017) ma bisogna tener conto che le navi delle Ong, alle quali Italia e Malta negano i porti anche per il rifornimento, hanno ormai abbandonato l’immensa zona Sar (Search and rescue, ricerca e soccorso).

Le difficoltà della Guardia costiera libica sono evidenti. L’impegno italiano si è tradotto ieri nel decreto che avvia la cessione di 10 tra motovedette e gommoni delle nostre Capitanerie e due imbarcazioni della Guardia di Finanza. Il decreto stanzia un milione e 150 mila euro per gli interventi sulle imbarcazioni in Libia e un milione 370 mila euro per la formazione del personale della Guardia Costiera e della Marina Libica. E il comitato tecnico intergovernativo Italia-Libia ieri a Tripoli ha discusso anche di rimpatri assistiti e monitoraggio delle frontiere sud.

La linea italiana di “lasciar fare ai libici” nelle loro acque territoriali e nella loro zona Sar, è stata accolta dal Consiglio europeo. Tuttavia ieri la portavoce della Commissione europea per le migrazioni, Natasha Bertaud, ha escluso “rimpatri dell’Ue verso la Libia o navi europee che rimandano i migranti in Libia. Questo – ha detto – è contro i nostri valori, il diritto internazionale e quello europeo. Siamo ben al corrente della situazione inumana per molti migranti in Libia”, ha ricordato, con gli stessi argomenti utilizzati con successo dalle Ong per difendersi in sede giudiziaria in Italia. Si ha notizia di un mercantile, di proprietà di una società che ha sede alle Isole Marshall e non nell’Ue, che domenica ha consegnato i migranti sfuggiti a un naufragio alla Marina di Tripoli. Bertaud ha confermato “quando c’è il Centro di coordinamento e di salvataggio libico che coordina, tutte le imbarcazioni devono rispettare gli ordini dei libici”. Più in generale, secondo Bertaud, “negli ultimi tre anni, nonostante un affollamento di navi, il Mediterraneo è più mortale che mai per i migranti, questo perché il modello dei trafficanti è cambiato, si è adattato a questo numero crescente di navi. Per questo vogliamo cambiare il nostro approccio e lavoriamo con i libici. Ma continueremo a fare il nostro lavoro: ci sono sempre tre operazioni europee attive nel Mediterraneo”.

Addio a don Carlo Carlevaris, primo prete operaio a Torino

Si è spento nella sua Torino a 92 anni don Carlo Carlevaris, primo prete operaio italiano. Una storia iniziata nel 1962 quando, dopo essere stato per dieci anni cappellano dello stabilimento FIAT Mirafiori, fu licenziato dall’azienda torinese per l’incompatibilità della sua predicazione con la filosofia aziendale. A seguito di ciò Don Carlevaris iniziò a lavorare come operaio nelle fabbriche della città svolgendo anche il ruolo di attivista della CISL per trent’anni. Convinto della sua scelta nel 1967 lanciò un appello agli studenti del Seminario di Rivoli affinché seguissero il suo esempio e indossassero le tute blu. Le adesioni alla sua proposta furono così tante che il movimento dei preti operai è tuttora considerato come una delle esperienze più importanti di apertura sociale della Chiesa. Decisivo inoltre il suo contributo alla preparazione della lettera del Cardinale di Torino, Michele Pellegrino che invitava credenti e non a “Camminare insieme”. Attivo fino all’ultimo criticò duramente la scelta di costruire la nuova Chiesa del Santo Volto considerandola una spesa inutile in un momento di difficoltà economica.

Tinebra, Palma e gli altri pm. “Buchi” e misteri delle indagini

“Chiedo a Mattarella che sia fatta luce sulle responsabilità dei magistrati ”. È l’appello di Fiammetta Borsellino. Ma chi si è occupato della prima indagine su via D’Amelio? E con quali ruoli?

 

Gianni Tinebra. Procuratore di Caltanissetta dal 15 luglio 1992, è scomparso nel 2017. I giudici del quater sottolineano che il giorno dopo la strage in modo “irrituale” chiede la collaborazione di Bruno Contrada alle indagini. Una rapidità, che fa seguito “alla mancata audizione di Borsellino nei 57 giorni tra Capaci e via D’Amelio”. Al quater, rivela che prima del 19 luglio ebbe contatti con Borsellino: “Dovevamo vederci il venerdì (il 17ndr), ma disse che era impegnato e rinviammo al 20”. Quel giorno, però, il giudice era già stato ucciso. Sul ruolo di Arnaldo La Barbera è stato preciso: “Le indagini furono assunte in maggior proporzione da lui”.

 

Francesco Paolo Giordano. È stato procuratore aggiunto. Ha detto che nei confronti di La Barbera, motore delle indagini, esisteva un “rapporto di affidamento per la conoscenza che mostrava dei fatti. Nonostante ciò ci rendevamo conto che il furto della 126 era stato assunto da persone che non rivestivano un ruolo di eccellenza in Cosa nostra. C’erano quindi molte perplessità. Ma Arnaldo era convintissimo”.

 

Carmelo Petralia. Si occupa fin dall’inizio dell’indagine con Tinebra e Giordano. Il 3 ottobre ’92 a Mantova è presente con La Barbera e il poliziotto Vincenzo Ricciardi all’interrogatorio di Salvatore Candura. Pochi giorni prima, Ricciardi era stato autorizzato a colloqui investigativi con Candura che da quel momento si attribuisce il furto della Fiat 126. Il 26 luglio ’95, lo stesso giorno della ritrattazione di Scarantino, si precipita ad interrogarlo e Scarantino fa dietrofront..

 

Ilda Boccassini. Applicata a Caltanissetta nell’ottobre ’92, poco dopo l’arresto di Scarantino. Il 24 giugno ’94 interroga il balordo appena pentito. “Le perplessità per me – dice al quater – iniziano allora”. Ma dal 4 al 13 luglio ’92 autorizza dieci colloqui investigativi con Scarantino a Pianosa. Il 6 settembre ’94 è di nuovo davanti a Scarantino che indica i collaboratori Di Matteo, Cancemi e La Barbera, come presenti a Villa Calascibetta alla riunione preparatoria per via D’Amelio. La dichiarazione incrina la credibilità dei tre pentiti, pilastri dell’inchiesta su Capaci. Secondo la collega Anna Palma, quel pomeriggio la Boccassini preoccupata telefona a La Barbera. Ma Boccassini nega. Poco dopo scrive due lettere per esternare perplessità su Scarantino. La prima, del 10 ottobre, è indirizzata a Tinebra e a Giordano. Della seconda, scritta il 12 ottobre insieme al collega Roberto Saieva, Boccassini spiega che “era destinata a tutti i colleghi’’. Ma Palma e Nino Di Matteo dicono di non averla mai vista.

 

Anna Palma. Applicata a Caltanissetta il 14 luglio ’94. È il pm del Borsellino Uno con Petralia, e dei processi Bis e Ter con Di Matteo. Sarebbe lei, secondo Scarantino, ad aver portato a San Bartolomeo al Mare i verbali che servivano a preparare il balordo alle udienze, nella fase dell’“indottrinamento” che ha provocato la richiesta di rinvio a giudizio per tre poliziotti (Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei), ma Palma nega risolutamente.

 

Nino Di Matteo. Sostituto dal 16 settembre ’92 fino al ’99. Il primo atto al quale partecipa è l’interrogatorio di Scarantino nel novembre ’94, a Genova, per raccogliere da capo le sue dichiarazioni: “Non ho partecipato alla prima fase delle indagini, condotte da Boccassini, Petralia e altri, in collaborazione con La Barbera”. E spiega: “Le perplessità su Scarantino c’erano. Con la Palma ritenemmo di utilizzarlo per quello che aveva dichiarato prima del 6 settembre ’94 e solo per le parti riscontrate”.

 

Francesco Caruso e Gianluigi Zulian. Presidente e giudice a latere del Borsellino bis di appello, nella sentenza scrivono: “La narrazione di Scarantino è precisa, analitica, motivata in relazione a ciascun passaggio: persino la necessità di entrare nella sala della riunione per prelevare una bottiglia d’acqua è stata accompagnata dal preciso riferimento alla colazione molto saporita che il gruppo degli accompagnatori aveva consumato all’esterno della sala”.

Dopo la collaborazione di Parnasi, i pm: “Sì ai domiciliari”

A seguito delle ammissioni fornite ai magistrati in due interrogatori (durati in totale circa 11 ore), la Procura di Roma ha dato parere favorevole alla richiesta di domiciliari per Luca Parnasi, l’imprenditore romano finito in cella lo scorso 13 giugno. Sono stati i suoi legali, Emilio Ricci e Giorgio Tamburrini, a chiedere la scarcerazione. Oggi stesso il gip potrebbe decidere se concedere i domiciliari. Parnasi è accusato di essere il “capo” di un’associazione a delinquere finalizzata a commettere reati contro la pubblica amministrazione, come le corruzioni contestate. Quando è stato interrogato ha fornito ai magistrati elementi sui quali ora si concentreranno le indagini. E ha parlato anche del ruolo di Luca Lanzalone, l’uomo scelto da Virginia Raggi per seguire in Campidoglio le questioni dello stadio e finito ai domiciliari con l’accusa di corruzione: per i pm avrebbe messo a disposizione la propria funzione di pubblico ufficiale in cambio di consulenze, anche solo promesse, da parte di Parnasi al proprio studio legale. Accusa che Lanzalone ha respinto. Nei prossimi giorni, l’imprenditore romano potrebbe anche essere interrogato di nuovo.

Lo strano silenzio del procuratore su Contrada

Pubblichiamo un estratto da “Le Trattative” (Imprimatur) di Antonio Ingroia e Piero Orsati che sarà presentato oggi alle 15:30 all’Hotel Nazionale a Roma con Antonio Padellaro e Vauro Senesi.

 

Borsellino aveva raccontato anche che a invitarlo ad andare al Ministero dell’Interno era stato l’allora capo della polizia Parisi telefonandogli e interrompendo il colloquio con Mutolo. Pretestuosa la telefonata, pretestuoso l’invito da Mancino, finalizzato a farlo incontrare con Contrada e per mandargli un messaggio chiarissimo: “Sappi che dietro Contrada c’è tutto il Ministero degli Interni, dal vertice politico al vertice della polizia sono dietro di lui, e lo sostengono”. Noi ovviamente non ci occupavamo delle indagini sulle stragi, che erano di competenza della procura di Caltanissetta; cercavamo, però, con indagini collaterali di dare una mano (…). Aggiungo una parentesi personale su Giovanni Tinebra, procuratore a Caltanissetta, che non ho mai raccontato pubblicamente. Quell’episodio di Contrada io lo segnalai subito. Il 20-21 luglio, dopo la strage, Tinebra si era fatto organizzare una stanzetta dentro il palazzo di Giustizia di Palermo (…). Dato che si sapeva che io ero uno dei magistrati più vicini a Paolo mi convocò (…): “Facciamo un incontro informale, poi se ci sono cose utili e interessanti le formalizzeremo più avanti” e io, fidandomi subito del procuratore di Caltanissetta, dell’istituzione perché l’uomo non lo conoscevo, gli raccontai la storia riferita da Paolo. Sono rimasto sempre sbalordito che questa vicenda non venne mai messa a verbale da Tinebra né quel giorno e neppure nelle settimane successive. Da lui, mai. Per capirci, io venni sentito per formalizzare questa dichiarazione solo anni dopo da Ilda Boccassini e Fausto Cardella.

C’è un altro episodio che fa capire quanto pesasse e quante coperture e relazioni si era costruito Contrada nel corso della sua carriera. Contrada, nelle ultime settimane di libertà, fece uno strano blitz in procura, o meglio, arrivò senza far capire a nessuno cosa volesse e da chi intendesse andare, ma poi scoprimmo che entrò nella stanza del magistrato Giusto Sciacchitano, uno dei sostituti più “anziani” della procura, stanza nella quale si trattenne per un po’. In seguito Sciacchitano non ci ha mai raccontato di cosa avessero parlato ed è sempre rimasto un episodio mai chiarito. Certo è che Sciacchitano, pur essendo uno dei titolari del fascicolo su Contrada, era ostile a quelle indagini, e quando decidemmo di arrestarlo chiese di essere sollevato dall’incarico. Contrada arrivava dappertutto. E voleva dimostrarcelo. C’era un clima pesante in quei giorni. Erano stati uccisi in quel modo terribile e a poche settimane l’uno dall’altro, i nostri due punti di riferimento, e c’era preoccupazione. Indagare su Contrada che era sospettato di essere coinvolto nella strage di via D’Amelio creava tensione. Fra i colleghi c’era perfino chi era contrario me ne occupassi io perché ritenuto troppo coinvolto emotivamente per la mia vicinanza a Borsellino in quanto suo allievo. Ma io insistetti e superammo anche questo ostacolo. Quando acquisimmo abbastanza riscontri per arrestarlo la cosa provocò sui media molto clamore.

Fui io a partecipare al primo interrogatorio, con tutti i riflettori puntati addosso. E sicuramente non posso dimenticare che immediatamente dopo l’arresto il capo della polizia, Parisi, prese una posizione a sua difesa. Anche questo fatto senza precedenti, perché non era mai successo che il capo della polizia entrasse così a piedi uniti in un’indagine. Se poi penso che fu proprio Parisi a creare con l’invito a Paolo le condizioni per quell’incontro con Contrada dentro al Ministero dell’Interno…

Il caso Borsellino al Csm. Il fratello attacca i giudici

“È stato un depistaggio di Stato, iniziato subito dopo la strage di Via D’Amelio. Ad organizzarlo è stato qualcuno che sapeva come erano andate le cose e come era stato organizzato l’attentato, qualcuno che avrebbe potuto, quindi, arrivare ai veri autori della strage e che, invece, ha deciso che quella storia fosse raccontata in maniera distorta. E questo è terribile”.

Se Fiammetta Borsellino si concentra sulle responsabilità dei magistrati in questi 25 anni “buttati via’’, il giorno dopo il deposito delle motivazioni l’ingegnere Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso in via D’Amelio, si interroga sull’origine di “uno dei più gravi depistaggi della storia italiana’’ come hanno scritto i giudici nelle motivazioni del Borsellino Quater: “Paolo è stato ucciso perché era un pericolo per i centri di potere, oltre che per Cosa Nostra”, dice, e nel calderone del depistaggio tiene dentro tutti, magistrati, funzionari di polizia, carabinieri e servizi e parte dalle fasi iniziali dell’indagine, nata da notizie vere affidate ad un trio di balordi del quartiere Guadagna: “I funzionari infedeli coinvolti – dice il fondatore delle Agende Rosse ai microfoni di Radio Cusano Campus – o avevano una fonte che li informava di come si stavano preparando le cose, oppure erano direttamente implicati nell’attentato, come peraltro rivela Spatuzza, che sostiene che nel garage dove l’automobile veniva riempita di tritolo era presente una persona che sovrintendeva alle operazioni e che non era un mafioso”. Depistaggio proseguito, secondo Salvatore Borsellino, con la sparizione dell’agenda rossa: “C’era qualcuno, al corrente di quanto sarebbe successo, che attendeva di potersi avvicinare alla macchina di Paolo e prendere la borsa dove era contenuta l’agenda’’. E alla fine il fratello del giudice ucciso punta il dito contro i magistrati impegnati a gestire la fase processuale tra Capaci e via D’Amelio: “Paolo stava indagando sulla strage di Capaci e gli venne impedito di andare a testimoniare, è stato ucciso anche per questo. Con la sentenza sappiamo che quei magistrati che gli impedirono di testimoniare a Caltanissetta erano al corrente del depistaggio, sono colpevoli di averlo avallato: la sua audizione è stata ritardata per dare il tempo di ucciderlo”.

Il riferimento è al procuratore Giovanni Tinebra, oggi defunto, citato nelle motivazioni del quater come autore della richiesta “irrituale” di collaborazione alle indagini dell’ex numero tre del Sisde Bruno Contrada. E mentre sulla strage di via D’Amelio si torna ad invocare la commissione Antimafia (lo chiedono Carmelo Miceli, Pd, e Erasmo Palazzotto, Leu), il Csm in una nota rende noto che oggi il Comitato di presidenza “si occuperà della vicenda (la pratica avviata da mesi sulla base di una nota di Fiammetta Borsellino, ndr) alla luce del deposito della sentenza”. La stessa Fiammetta, poi, in un’intervista al Fatto aveva dichiarato di aver provato domenica a mettersi in contatto con il capo dello Stato Mattarella. Sul punto il Quirinale precisa: “Non è stata trovata alcuna traccia della telefonata, ma se la signora Borsellino chiamerà il presidente sarà lieto di risponderle”.

Intanto il pm Nico Gozzo, già procuratore aggiunto a Caltanissetta, scrive su Fb: “Dopo anni e anni di sottovalutazione del lavoro svolto mi aspetterei che alcune persone facessero autocritica”, riferendosi ad “alcune parti civili” che a quel lavoro “avrebbero dovuto unirsi, e non contrapporsi”. Secondo l’Ansa il riferimento è alla parte civile Borsellino, rappresentata dall’avvocato Fabio Repici, che però nega.

Zingaretti vuole il congresso a marzo, Renzi cerca il rinvio

Nicola Zingaretti chiede il congresso a marzo e Renzi – che non ha né un piano, né un candidato – tenta il modo per rimandarlo a dopo le Europee, cercando alleati negli altri big dem. “Hanno paura di Zingaretti”, dicono i suoi. Congresso subito, congresso prima delle Europee, congresso dopo le Europee: i dem sono ancora una volta divisi sulle strade da percorrere. Renzi continua a prendere tempo ma, in vista di una partita decisiva, avverte di non voler essere usato come “alibi” dai nemici interni: sarebbe una lettura – scrive nella sua e-news tornando a parlare dopo qualche tempo del partito – che suonerebbe come una “barzelletta”.

Nessuno mette in dubbio la possibilità di eleggere Maurizio Martina segretario Pd sabato prossimo (eventualità che però non si consumerebbe nel caso si decidesse di andare a un congresso immediatamente) ma diverse sono le posizioni sulle scelte da compiere nei prossimi dodici mesi: c’è chi come il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, ha proposto una via intermedia immaginando di affidare a Martina il ruolo di traghettatore fino a un congresso che si aprirebbe a quel punto a gennaio per chiudersi poi a marzo.

Dal Fallo Pagano al rosario di Salvini

Ci manca la Lega pagana più che la padana: le teste cornute, la paccottiglia celtico-druidica, le ampolle sacre, le pinte di birra a bagnare il rito orgiastico della secessione a venire, il turpiloquio di Bossi e la glorificazione del Dio Fallo, che la Lega aveva inopinatamente “duro”, per metterlo così colà dove si puote alla Roma mangiona e ladrona governata (e abitata) da nullafacenti crapuloni e viziosi.

Oggi la Lega è nazionale e sincretica e Salvini non esibisce l’avambraccio nella turgida metonimia bossiana ma il rosario, quella collanina di perle, ognuna un’avemaria, che le vecchine portano nelle sottane. Dopo aver giurato sul Vangelo, Salvini lo sgranava durante il giuramento da ministro (manco fosse Nichi Vendola). L’arcivescovo di Milano se n’ebbe a male: “Nei comizi si parli di politica” (al che viene da ribattere: “Nelle omelie si parli di religione”, ma se la sbrighino tra loro).

Utile ricordare il Mussolini che si professava “cattolico e anti-cristiano” per dire come della Chiesa gli interessasse il potere secolare e contrattuale e nulla dei valori del Vangelo, in nome dei quali pure si mandarono a morire milioni di giovani. In mano a Salvini il rosario, svuotato di ogni senso religioso, è un oggetto transizionale per rassicurare subliminalmente la gente che non accogliere gli stranieri (quelli poveri) non è affatto anti-cristiano, anzi: è l’unico modo per interrompere la “sostituzione etnica” e sabotare il progetto di islamizzazione della società con relativa perdita di radici cristiane eccetera. È un gadget para-bellico riempito di pensiero magico, come agitare l’aglio davanti a un vampiro (Salvini tempo fa aveva la fissa del maiale, che brandiva in effigie o in salume in tutta la sua salubre e italianissima porchità per bullizzare gli islamici che non lo mangiano. Possiamo ben dire, e ci riflettano i cattolici della Lega, che il rosario ha preso il posto del porco, o, se preferiscono, del fallo).

Forza Italia “mangiata” dalla Lega. “Se scendiamo sotto il 5% è finita”

In Forza Italia ormai è panico puro. Sul pratone di Pontida domenica scorsa si è visto, anche cromaticamente, quale sarà il futuro partito unico di centrodestra. Un mix di leghisti, ex An, ex forzisti e dirigenti locali in cerca di una nuova casa politica. Perché quella forzista ha le fondamenta marce e il tetto sfondato. L’ultimo sondaggio di Nando Pagnoncelli dà il partito di Silvio Berlusconi all’8,3% e con la Lega al 31,2. La linea Berlusconi l’ha data un paio di settimane fa: questo è il momento magico di Salvini, tutto quello che tocca diventa oro, inutile muoversi adesso, rimandiamo qualsiasi azione all’autunno. In Forza Italia però si teme di non arrivarci proprio, all’autunno. “Se continuiamo così, perdiamo un punto al mese e a novembre saremo al 3%. Ce la batteremo con Fdi. Stare fermi a guardare Salvini mangiarsi il partito è perdente in partenza”, racconta un autorevole esponente azzurro che vuole restare anonimo. Si cammina sull’orlo dell’abisso. “Se scendiamo sotto quota 5% è finita: a quel punto non si tiene più il partito e ci saranno decine di uscite”, continua l’esponente forzista. Quota 5% è considerata una sorta di Rubicone, passato il quale non si torna più indietro. La grande fuga finora non c’è stata perché la Lega ha sollevato il ponte levatoio per un preciso accordo con l’alleato Silvio, ma quanto durerà?

A Pontida Forza Italia non è mai stata citata da Salvini (l’unico che ha nominato Berlusconi è stato fischiato). “Male la totale assenza di un riferimento a Fi. Salvini si ricordi di non essere un uomo solo al comando”, gli ha fatto notare, timidamente, Mara Carfagna. Ma per resistere all’arrembaggio sovranista, lo stato maggiore azzurro non sa che pesci pigliare.

In Parlamento si va avanti alla giornata, senza una linea e lo sbandamento incoraggia e fa deflagrare lo scontro interno. Ognuno guarda al suo orticello, senza fidarsi di nessuno. Per capire il clima è utile leggere un paio di tweet recenti di Laura Ravetto. “In un ambiente di serpi non vince chi ha il veleno più potente, ma chi ha l’antidoto più efficace. Mi sto attrezzando”, il primo. “Incredibile sentir parlare di rinnovamento in Forza Italia da coloro che dovrebbero essere rinnovati”, il secondo. Già, perché poi qualcuno evoca la “svolta”. L’ha fatto Silvio Berlusconi tre settimane fa dalle pagine del Corriere, finora senza esito. L’ha seguito Andrea Ruggieri con una lettera sul Foglio, gelato dalla freddezza del gruppo dirigente. Ma è sul territorio che si soffre di più. “La Lega ha saputo valorizzare i giovani, si è aperta alla società, per questo risulta più attrattiva”, osserva Silvia Sardone, consigliera lombarda portavoce del malcontento al Nord. “Eppure uno spazio politico oltre la Lega nel centrodestra c’è ancora. Va solo coltivato con le persone giuste”, fa notare Alessandro Cattaneo. Ma lo spauracchio di scendere sotto il 5% è lì, dietro l’angolo, a terrorizzare tutti. E alcuni tornano a pensare a un papa straniero. “Se Berlusconi non è più in grado o non ha più voglia, ci vuole qualcuno da fuori…”. Sì, ma chi?