Corruzione di senatori: B. colpevole e prescritto

Berlusconi resta “corruttore privato”. La Sesta sezione penale della Cassazione, presieduta da Giacomo Paoloni, ha confermato la prescrizione per il leader di Forza Italia al processo per la compravendita dei senatori. Fece avere all’ex senatore Idv Sergio De Gregorio 3 milioni di euro per passare, nel 2008, dal centrosinistra al centrodestra, votando la sfiducia a Prodi nel 2008 e segnando così la caduta di quel governo.

La Suprema Corte, dunque, ha respinto la richiesta di Berlusconi di assoluzione nel merito e ha accolto, invece, la riqualificazione del reato da corruzione “propria” a “corruzione impropria” avanzata dal sostituto Pg Lugi Orsi durante un’ approfondita requisitoria che ha smontato ogni istanza della difesa in punto di diritto.

Ma anche se il reato è stato, per così dire, leggermente attenuato, la Cassazione- è questo il fatto più importante- sembra aver confermato( le motivazioni diranno di più) che il voto è certamente libero ma se un parlamentare, come in questo caso De Gregorio, prende soldi per un certo voto, non può esserci lo scudo dell’articolo 68 della Costituzione a cui si era appellato l’avvocato Coppi : “L’attività parlamentare è insindacabile e non si può stabilire se un voto è frutto di dazione di denaro: il voto è coperto dall’immunità e non può essere oggetto di indagini”.

Invece, sembra essere stata accolta in pieno la tesi dell’accusa. Era stato il pg Orsi a chiedere la conferma della prescrizione dando ragione ai giudici di Napoli sui fatti anche se li ha inquadrati tecnicamente in maniera diversa: “Corruzione impropria”. Per spiegare con parole semplici possiamo dire che Orsi aveva ribadito la qualifica di pubblico ufficiale per i parlamentari ma poiché nel caso specifico, De Gregorio prese soldi da Berlusconi per votare contro il governo Prodi, l’allora senatore non li incassò per fare un atto contrario ai doveri d’ufficio (il voto è un atto che di per sé non si può censurare) ma li prese per fare un atto d’ufficio, votare. Quindi , è stato il ragionamento di Orsi, se si prendono soldi per un atto di ufficio la corruzione, secondo la normativa vigente “è impropria”.

Ma è pur sempre rato e i fatti, come dicevamo, non cambiano: c’è un corrotto, De Gregorio ( ha patteggiato una pena di 20 mesi) e c’è “ un corruttore privato”, Silvio Berlusconi, che anche stavolta se la cava con la prescrizione. Così come il mediatore Valter Lavitola ( che non ha fatto ricorso). In primo grado erano stati condannati a 3 anni.

Cosa avevano scritto i giudici d’appello di Napoli sul leader di FI, confermato ora dalla Cassazione? “Berlusconi ha agito, pacificamente, come privato corruttore e non come parlamentare nell’esercizio delle sue funzioni”. Avvicinò il senatore approfittandosi della “disastrosa situazione economica di De Gregorio (riferita da quest’ultimo a Berlusconi) per promettere di risolvergli ogni tipo di problema economico”. Respinta anche un’altra tesi della difesa, rappresentata dall’avvocato Niccolò Gheidni, che il Senato non aveva i titoli per costituirsi parte civile. Una “doglianza infondata” per il pg Orsi così come tutte le altre respinte dalla Cassazione. Pertanto rimane salva la costituzione di parte civile del Senato che potrà ottenere, in separato giudizio, il risarcimento dei danni. Ironia della sorte il presidente del Senato ora è Elisabetta Casellati, fedelissima di Berlusconi. Ma oltre al processo penale, conclusosi ieri, c’è anche un procedimento aperto dalla procura della Corte dei Conti del Lazio per danno di immagine subito dallo Stato e per la progressiva crescita dello spread innescata dalla fine del governo Prodi.

Intanto a Milano sono stati riuniti due filoni del processo Ruby ter, a carico di Berlusconi e di altri 27 imputati accusati di corruzione in atti giudiziari e/ o falsa testimonianza. Altri filoni, della stessa vicenda, sono finiti, per competenza territoriale, a Roma, Siena e Torino.

“La macchina è tutto: la sinistra non ha mai cambiato motore”

“Facciamo una premessa. L’Italia è stata negli ultimi 25 anni il più importante laboratorio di elaborazione partitica in Occidente. Sono nati tre partiti diversi, tutti vincenti. Prima quello di Berlusconi, poi i Cinque Stelle, poi la Lega di Salvini”. Mauro Calise, docente di Scienza politica all’Università di Napoli Federico II, ha studiato negli ultimi anni soprattutto la democrazia leaderistica, spesso osservandola a partire dall’esperienza del centrosinistra. Oggi riconosce quasi tutti i meriti agli altri.

Che cosa hanno in comune?

Sono degli “eserciti di nuovo modello” e fondono tre variabili: comunicazione, personalizzazione e organizzazione, innovandole profondamente tutte e tre. Berlusconi aveva una sua leadership personale, ma, al tempo stesso, grande capacità comunicativa e efficientissima struttura organizzativa. Mediolanum e Publitalia erano l’ossatura del nuovo partito. I Cinque Stelle hanno una straordinaria comunicazione con Grillo che per 5 anni è leader assoluto e utilizzano la rete per un controllo verticistico di tutta la struttura: la selezione del ceto politico, gli strumenti di partecipazione, tutto avviene attraverso il server. È il centralismo cybercratico. La Lega ha una struttura organizzativa territoriale solida, ma era al 4%. Poi è arrivato un leader forte e un nuovo uso dei social media, che si è innestato su un’impalcatura centralizzata, con un ceto parlamentare collaudato e amministratori locali di qualità. Mettendo il turbo di Facebook.

E il Pd?

Il Pd sta in un altro secolo, ibernato. Per 20 anni, non ha fatto niente di tutto questo. Non ha cambiato l’organizzazione, ha tentato di innovare un po’ la leadership, prima con Veltroni, poi con Renzi, che però sono stati fagocitati dalle vecchie oligarchie. Sulla comunicazione, rispetto a quello che hanno fatto Berlusconi, Salvini e Grillo, nemmeno un balbettio.

Sta dicendo che il fallimento di Renzi non dipende da lui, ma dall’oligarchia del Pd?

Ha ereditato un partito disastrato, non ha toccato nulla dell’organizzazione e dunque ha finito di sfasciarlo. Non lo ha innovato, lo ha solo conquistato. E questa è una colpa: il partito è prima di tutto organizzazione, non solo leadership. Se non metti mano al motore, è tutto finito.

Lei in passato ha difeso Renzi. Senza contare che la sua comunicazione per molto tempo è apparsa vincente. Ora come la vede?

In una prima fase lui ha innovato leadership e comunicazione. Ma ha pensato di poter fare a meno dell’organizzazione. C’è un’incultura del partito a sinistra. Hanno vissuto di rendita, fino a quando non si è esaurita.

Non crede ci sia l’assenza di un progetto politico chiaro? Che manchino le parole d’ordine, la base elettorale?

No. Nel senso che il progetto politico è importante, ne possiamo discutere. Ma non credo che sia fallimentare. È indebolito, questo è fuori discussione. Per esempio, va bene riaprire i circoli, ma non serve a niente se non li metti in rete, se non li fai vivere su Facebook, se non ti inventi una infrastruttura telematica che metta insieme sociale e virtuale. Com’è possibile che non ci sia un database dei due milioni di votanti alle primarie? I vari notabili erano troppo occupati a farsi le scarpe l’uno con l’altro. Casaleggio ha iniziato a lavorare sulla Rete 30 anni fa. Possibile che tutti questi soloni del Pd continuino a discutere sul progetto politico un po’ più a destra, un po’ più a sinistra, nel momento in cui i Cinque Stelle hanno detto “noi siamo post ideologici”?

Sta dicendo che la destra e la sinistra non esistono più?

Certo che esistono. Ma l’organizzazione è macchina. Devi mettere insieme una grande infrastruttura che metta in Rete, con la erre maiuscola, circoli, sindacati, associazioni. Vecchie assemblee e vecchie primarie, da sole, non servono a niente. I temi sono importanti se riesci a farli conoscere. Devono nascere da un’organizzazione o da un leader. Oggi nel Pd non c’è nessuna delle due cose.

La politica resta solo leaderistica?

È la realtà in tutto l’Occidente. Con Macron o Trump o Salvini o Grillo e Di Maio. Il periodo migliore per il Pd è stato quando sembrava che Renzi potesse diventare un grande leader. Poi si è scoperto che era un po’ meno grande, quando ha pensato di fare a meno di sporcarsi le mani con l’organizzazione. E così i vecchi notabili e l’oligarchia se lo sono fatto fritto, friggendosi però anche loro.

Il Fronte di Calenda?

Un rassemblement di benpensanti senza un leader. Con un’infrastruttura solida ne riparliamo. Vi ricordate Montezemolo? Passera? Monti? Tutti partiti in embrione che non sono andati da nessuna parte per mancanza di organizzazione. Per me, discutere su “dentro” il Pd o “oltre il Pd” sono parole al vento. Serve un motore nuovo.

Inutile che le chieda di Zingaretti, a questo punto.

Se nel suo progetto associativo, ci mette dentro il turbo della Rete può saldare passato e futuro. Altrimenti si fa un partito del 12%.

Renzi si deve togliere di mezzo?

È l’ultimo dei problemi. Ma se la strada è continuare da solo, si farà un partitino del 5 o 6% per sistemare un po’ di ceto politico e non aiuterà né il Paese né la sinistra.

Che congresso servirebbe?

Un congresso di rifondazione organizzativa. E per farlo, devono iniziare a studiare. Altrimenti si va verso l’estinzione.

In Comune il caso della villa. Renzi: “Ho ottimo stipendio”

Mentre in Comune a Firenze la giunta di Dario Nardella rispondeva a un’interrogazione presentata dal consigliere di Fratelli d’Italia, Francesco Torselli, sui motivi per i quali Palazzo Vecchio ha sanato la richiesta di condono degli abusi edilizi richiesti nel 1986 solamente nel novembre 2017 per la villa che ora è in procinto di acquistare Matteo Renzi a poche curve da piazzale Michelangelo, l’ex premier si impegnava anche lui a rispondere sul come e dove ha trovato i 400 mila euro versati al preliminare. Ma sia in Comune sia sulla e-news di risposte ne sono arrivate poche. Nardella ha inviato in aula l’assessore all’urbanistica Giovanni Bettarini per spiegare che insomma 32 anni non sono molti per rispondere: del resto, ha detto, a Firenze ci sono almeno mille richieste l’anno da gestire. Nella e-news, invece, Renzi ha ricordato di non avere più incarichi governativi e quindi “è più facile fare soldi”. A gennaio disse che aveva solo 15 mila euro. “Ho ulteriori entrate (..) che mi permettono persino di prendere un mutuo”, ha scritto. Sta vendendo la casa di Pontassieve e ha “un ottimo stipendio” da senatore. Del resto ha già tre mutui con rate mensili da 4250 euro, ora si appresta a fare il quarto.

Il Colle vigila sul Copasir: no a Meloni

Qualche giorno fa i presidenti delle Camere, Roberto Fico e Maria Elisabetta Casellati, hanno interloquito con il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Argomento? Le commissioni e le giunte di garanzia destinate all’opposizione. Cinque presidenze tra Montecitorio e Palazzo Madama da dividere tra Pd, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Leu. La materia dell’analisi erano i principi da seguire.

Visto che il Copasir è al centro di un conflitto che ormai va avanti dal giorno dopo le elezioni. Matteo Renzi lo vuole per uno dei suoi, Matteo Salvini non è affatto contento di lasciarlo al Pd (nella figura designata di Lorenzo Guerini) e preferirebbe che a guidarlo fosse Fratelli d’Italia o, al limite, Forza Italia. Nel dialogo con Fico e Casellati, Mattarella ha ricordato che le commissioni vanno per legge e per prassi alle opposizioni. E che c’è anche una proporzionalità delle opposizioni. In casa Pd, questo viene interpretato come un appoggio alla loro istanza. E soprattutto, uno stop al tentativo di mettere in quel posto un esponente del partito della Meloni: non solo ha un numero di parlamentari molto minore rispetto ai Dem e agli azzurri, ma non è neanche chiaro se sia un’opposizione vera. Non solo, il Pd rivendica un diritto di scelta, in quanto primo partito d’opposizione.

L’accordo, però, non è chiuso. Forza Italia non ha ancora deciso che fare. Tanto è vero che rivendica – viceversa – di essere in Senato il primo gruppo parlamentare d’opposizione.

D’istinto punta ancora alla Vigilanza: significa anche poter dare l’ok alle nomine Rai. Tema caldo: la materia di scambio di Salvini per convincere Berlusconi a rinunciarci era la promessa di tenerlo in considerazione per i vertici di viale Mazzini. Però, dentro il partito, i pretendenti sono molti: non solo Maurizio Gasparri, ma anche Paolo Romani. Quindi, alla fine, se non si riescono a mettere d’accordo, potrebbero puntare sul Copasir per tagliare la testa al toro.

Il candidato, in quel caso, sarebbe Romani. Nel frattempo, il partito di Giorgia Meloni punta sulla Giunta delle elezioni e delle Autorizzazioni a Palazzo Madama, Leu vuole la Giunta delle elezioni a Montecitorio e Forza Italia punta anche a quella delle Autorizzazioni alla Camera per Francesco Paolo Sisto.

Quel che è certo è che l’accordo ancora non c’è. Entro stasera il Pd dovrebbe indicare i suoi nomi in tutti i 5 organismi che spettano alle opposizioni: fino ad ora non l’ha fatto, per marcare il fatto che non si fida. E la cosa andrà ancora per le lunghe: in teoria la situazione si potrebbe sbloccare già giovedì, ma le previsioni sono che si vada alla prossima settimana.

I segreti dell’agenda Dagostino. Tre incontri a palazzo Chigi

Era atteso anche Matteo Renzi, con il padre Tiziano e la mamma Laura Bovoli, a pranzo alla masseria “Buca Due” di Fasano, ma l’allora premier all’ultimo minuto cancellò gli incontri pugliesi per volare a New York alla finale Us Open tra Flavia Pennetta e Roberta Vinci. Era il 12 settembre 2015. Il gruppetto di pugliesi amici di famiglia aveva comunque già avuto modo di incontrarlo, seppur rapidamente, pochi mesi prima, il 17 giugno, a Palazzo Chigi, dove era arrivato per essere ricevuto da Luca Lotti, all’epoca sottosegretario. Alla testa l’organizzatore dell’incontro: Luigi Dagostino, amico e socio dei genitori dell’allora premier, arrestato il 13 giugno per fatture false. Con lui si presenta l’ex pm di Trani e oggi giudice civile a Roma, Antonio Savasta, indagato insieme a Dagostino per intralcio alla giustizia e corruzione oltre a precedenti guai giudiziari. C’è poi Roberto Franzè, fiscalista dell’imprenditore pugliese nonché amico a sua volta dei genitori di Renzi ed ex componente del cda della società di gestione del risparmio di Cassa depositi e prestiti che accettò l’offerta d’acquisto presentata da Dagostino e soci per il teatro comunale di Firenze. Infine l’avvocato Ruggiero Sfrecola, all’epoca legale di alcuni imprenditori legati a Dagostino e indagati per fatture false in un fascicolo di cui titolare era Savasta. Ed è attraverso il telefonino di Sfrecola che gli inquirenti fiorentini trovano i maggiori riscontri degli incontri. È lui, infatti, a rendicontare una conoscente, Maria Adelaide Visaggio, sulle sue frequentazioni romane.

Alle 18.02 del 17 giugno 2015, Sfrecola le scrive di trovarsi a Palazzo Chigi e poi di avere “chiaccherato con Lotti (…) e conosciuto velocemente Matteo Renzi”. Sfrecola scatta anche delle foto. Foto che ora sono nel fascicolo a carico di Dagostino. Ieri il Gip del tribunale del riesame di Firenze si è riservato di decidere sulla scarcerazione ma il procuratore Christine von Borries ha depositato nuovi atti che secondo l’accusa dimostrano il pericolo di reiterazione del reato: Dagostino, in concorso con la moglie Ilaria Niccolai, il commercialista e il consulente, lo scorso 28 maggio ha redatto un falso verbale di assemblea della società Nikila Invest finalizzato a trasferire fondi ad altra azienda riconducibile a Dagostino – la Syntagma – per acquisire villa Banti.

Le indagini sull’imprenditore di Barletta hanno portato all’apertura di nuovi fascicoli. Quello che lo vede indagato insieme al magistrato Savasta è stato trasferito alla procura di Lecce. In quelle pagine sono ricostruiti gli incontri romani avuti dal pm con Lotti il 17 giugno 2015 e una cena il 6 dicembre 2016 alla quale ha partecipato, sempre grazie a Dagostino, per conoscere alcuni membri del Csm, tra cui il vicepresidente Giovanni Legnini. Palazzo Marescialli aveva avviato un procedimento disciplinare nei suoi confronti e, secondo quanto ricostruito, Savasta ha tentato di limitare i danni. Prima ha presentato richiesta di trasferimento da Bari per evitare “possibili incompatibilità ambientali”, poi ha tentato di parlare con Legnini. L’esito? Pessimo, come comunica lui stesso, intercettato, spiegando che alla cena il vicepresidente non ha voluto parlargli e lo ha allontanato bruscamente. Così come inutile si sarebbe rivelato il tentativo di far intervenire Lotti, nonostante i buoni uffici di Dagostino.

L’imprenditore, infatti, aveva una consuetudine con l’ex sottosegretario. Una annotazione della Guardia di Finanza allegata agli atti di Firenze ricostruisce tre incontri avuti da Dagostino a Palazzo Chigi. Quello già detto del 17 giugno, poi un secondo il 17 settembre 2015 e questa volta si presenta insieme a Filippo Caracciolo, assessore all’ambiente della Regione Puglia costretto a dimettersi perché indagato per corruzione e turbativa d’asta, infine un terzo il 23 febbraio 2016.

Tutti annotati nelle agende che Dagostino diligentemente aggiornava. Il 12 settembre 2015, giorno in cui Tiziano Renzi e Laura Bovoli, raggiungono la Puglia perché ospiti dell’ex socio nella sua masseria (poi venduta), Dagostino annota: “10.30 arrivo Tiziano e Laura”, “12.30 Filippo Caracciolo Barletta”, “15 dott Savasta caffè bar Igloo”, “16.50 Sfrecola Ruggiero Savelletri”, “21 cena Tiziano e Laura da Tuccino Polignano”. O il 19 settembre 2015, giorno in cui va a Palazzo Chigi. Scrive Dagostino: “14 partenza per Roma; 16.30 senatore Nicola Latorre piazza Eustachio; 17.15 Andrea Bacci Luigi Carraro Franco Carraro, 18 Luca Lotti Caracciolo Filippo Palazzo Chigi; 20 Andrea Bacci cena Roma e part per Firenze”.

Fassino battezza anche Salvini

No, Piero, no! Fassino c’è ricascato. Il deputato Pd è l’uomo delle profezie: nel tempo ha battezzato Beppe Grillo (“Si faccia un partito suo e vediamo quanti voti prende”), Chiara Appendino (“Un giorno provi a sedersi sulla sedia del sindaco e vediamo se ci riesce”), Antonio Padellaro e Marco Travaglio (“Se volete fare di testa vostra, fatevi un nuovo giornale e poi vediamo quante copie vendete”). L’improvvido Fassino di recente è riuscito ad affossare anche la nazionale tedesca, uscita ignominiosamente dalla Coppa del Mondo di cui era dententrice (“La Germania dopo una crisi è tornata tra le migliori squadre del mondo, grazie anche allo ius soli”, ha sancito Piero pochi mesi fa). Ora, non pago, ha deciso di dispensare le facoltà benefiche dei suoi micidiali pronostici all’uomo che in questo momento ne avrebbe meno bisogno di tutti: Matteo Salvini. L’ultima delle profezie di Fassino – ormai un marchio, con pagina Facebook da migliaia di like – riguarda proprio il segretario della Lega, che a Pontida ha detto: “Governeremo per i prossimi trent’anni”. Sostiene Piero: “Nulla gli impedisce di sperare, poi bisognerà vedere se gli elettori gli daranno i voti”. Questa da qualche parte l’avevamo già sentita.

Rider, non c’è ancora un accordo: ipotesi emendamento

Distanze ancora marcate tra i fattorini e le app del food delivery dopo il primo incontro, ieri, con il ministro Luigi Di Maio. L’intenzione di tutti è arrivare al “primo contratto collettivo dei lavoratori delle piattaforme digitali”, ma la riunione non ha prodotto risultati. Si riproverà tra qualche giorno. I comitati dei rider hanno ribadito le loro rivendicazioni, in primis la subordinazione pur da adeguare alle peculiarità del settore, è la sintesi del pensiero di Deliverance Milano e Riders Union Bologna e Roma. Foodora, invece, insiste sulla flessibilità: “Con la nostra carta dei valori (che rilancia la formula dei co.co.co., contestata dai fattorini, ndr) stiamo cercando di agevolare la concertazione”. “Compenso equo e sicurezza restano i punti centrali”, dicono da JustEat, evitando riferimenti alla subordinazione. Ora Di Maio spera di chiudere la partita in fretta, ma vuole lasciare alla fine il tema cruciale della forma contrattuale: in caso di mancato accordo, userà il treno del decreto dignità – approvato ieri dal governo – per far entrare, con un emendamento al testo, il pacchetto di norme già pronte (con subordinazione, salario minimo e abolizione del cottimo).

Deleghe, l’accordo ancora non arriva. La Lega vuole i porti, il M5S resiste

Il decreto dignità sì, le deleghe ancora no. Ed è un altro rinvio. Perché tra gli alleati che non si definiscono tali, Lega e Cinque Stelle, si discute forte e in alcuni casi si litiga sulle competenze da distribuire tra ministri, vice e sottosegretari. Ossia della qualità e della quantità del potere da gestire, e non è affatto un dettaglio. Anzi, è la sostanza. “Sulle deleghe c’è dibattito acceso in tutti i governi” riflette un 5Stelle, sottosegretario. Vero.

Però il governo gialloverde dovrebbe avere fretta di fare, perché tra una sparata al giorno di Salvini e qualche contromossa di Di Maio finora è andato pianissimo. E allora la partita delle deleghe andava risolta in fretta, quindi prima. Tanto è vero che ieri, si sussurra, hanno provato a cercare una quadra per infilarle all’ultimo minuto nel Consiglio dei ministri. E invece niente, o quasi. Solo il riordino del ministero dei Beni e delle Attività culturali con il trasferimento delle competenze sul Turismo al ministero dell’Agricoltura guidato dal leghista Gian Marco Centinaio, per inciso direttore commerciale di un tour operator. Ma tutto il resto va ancora definito. Per esempio al Viminale, il ministero dell’iper-attivo Salvini. E con lui ci sono quattro sottosegretari: i salviniani doc Stefano Candiani e Nicola Molteni assieme a Carlo Sibilia, già nel Direttorio del M5S, e Luigi Gaetti, ex senatore del Movimento ed ex vicepresidente della commissione Antimafia.

E la ripartizione delle competenze non è esattamente semplice. Innanzitutto sulla delega alla pubblic sicurezza, invocata dal M5S. Come non è affatto liscia neanche nel dicastero oggi più incandescente, quello delle Infrastrutture e dei Trasporti, retto dal dimaiano Danilo Toninelli. Perché il sottosegretario del Carroccio Edoardo Rixi rivendica la delega pesante ai porti. Ma Toninelli ha altri piani.

Ossia vuole tenersi la delega sulla guardia costiera e il potere di firma sui porti, quelli di cui Salvini ha annunciato più volte la chiusura. Però conteranno, eccome, anche le deleghe da dividere nel ministero dell’Economia, su cui nelle prossime ore Giovanni Tria farà il punto. E la più incisiva di questi tempi è quella al Fisco, che dovrebbe spettare a Massimo Garavaglia, vicino a Roberto Maroni. Nodi da risolvere. Anche se Salvini non pare così preoccupato. Tanto che ieri ha disertato il Cdm per assistere al Palio di Siena assieme a Centinaio.

Più occupati, ma è record di precari

Anche per il mese di maggio, la lettura dei dati sull’occupazione pubblicata ieri dall’istituto Nazionale di Statistica è al centro dichiarazioni politiche. La nuova nota mensile della Rilevazione sulle Forze di Lavoro racconta un aumento di 114 mila occupati rispetto ad aprile, con un tasso di occupazione che raggiunge il 58,8%. Si riduce, rispetto al mese precedente, anche il tasso di disoccupazione pari al 10,7%, ma si registra un record di contratti a termine.

Se è vero che la lieve riduzione del tasso di disoccupazione non deriva da un aumento di quanti – pur senza lavoro – decidono di ritirarsi dalla vita attiva, smettendo di cercare un lavoro, la situazione appare tuttavia ancora molto fragile. Nonostante il plauso di alcuni, questi dati continuano a mostrare le debolezze del mercato del lavoro italiano.

L’Italia è ancora sul podio europeo in termini di disoccupazione, dietro solo a Spagna e Grecia, sia sul totale che per la questione giovanile, dove si registra ancora un tasso di disoccupazione del 31,9% contro una media Ue del 16,8%. Inoltre, guardando i dati sulla nuova occupazione a maggio, emerge come l’aumento interessi per il 70% gli uomini e per la restante quota le donne. Più bilanciato l’ampliamento nel confronto con l’anno precedente, quando a fronte di un incremento totale dell’occupazione di 457 mila unità, la quota femminile raggiunge il 45%. La crescita occupazionale continua ad interessare soprattutto gli over 50 (+98 mila unità, pari all’86% del totale dei nuovi occupati) e in parte i lavoratori tra i 25 e 34 anni (+31 mila) rispetto ad aprile. Su base annua invece l’occupazione tra i 15 e i 35 anni cresce di appena un quarto rispetto a quella della coorte anagrafica più anziana (+468 mila).

Emerge una costante: la sempre maggiore precarietà. A maggio, il numero degli occupati a termine raggiunge il suo nuovo record: 3,074 milioni. Valore che aumenta di 62 mila unità in un mese, di 464 mila in un anno, con un tasso di crescita annuale del 16,4%. Di fronte agli ultimi dati dell’Istat, Matteo Renzi a corto di argomenti, ha dichiarato via Twitter che “il Jobs Act ha creato un milione di posti di lavoro in 4 anni”. Da maggio 2014, quando il Pd si apprestava a varare le prime manovre per affrontare le elezioni europee, i nuovi occupati sono in tutto 1 milione e 70 mila, di cui il 64% a tempo determinato. Ma più che il Jobs Act, era stato il Decreto Poletti a liberalizzare in via definitiva i contratti a termine. Ma non si è deteriorata solo la qualità del lavoro: la quantità è nei fatti ben inferiore al periodo di inizio crisi.

Come ricorda il rapporto annuale congiunto sul mercato del lavoro, il monte ore lavorato a fine 2017 è di 1,3 miliardi di ore inferiore al 2008. Una ripresa tanto fragile quanto vulnerabile: le aziende trainanti sono quelle che esportano e che quindi in questi anni hanno beneficiato sia di sgravi sul costo del lavoro (ne esistono ancora varie forme) sia di una ripresa della domanda estera per nulla assicurata nel medio termine. Fattori positivi a fronte dei quali il reinvestimento nel miglioramento delle condizioni lavorative di oltre 20 milioni di lavoratori è stato nullo quando non negativo.

I silenzi della sinistra: “Ma il testo ridà diritti dopo 10 anni di buio”

Un testo frutto del lavoro di un gruppo di “comunisti”, un “giglio rosso” che “sussurra a Luigi Di Maio” (copyright Il Giornale), finanche “copiato pedissequamente” dalla Carta dei diritti della Cgil e dalla “la linea di Maurizio Landini”, come ha scritto sprezzante l’ex deputato Pdl ed ex dirigente della Cgil in Emilia Romagna, Giuliano Cazzola. Il “decreto dignità” non gode, come si suol dire, di buona stampa; Confindustria e le associazioni datoriali sono in rivolta, il Pd lo contesta, ma curiosamente finora neanche a sinistra qualcuno ha trovato il tempo per spendere due parole per un provvedimento che alla sinistra guarda.

Per orala Cgil tace. Da corso d’Italia non vogliono pronunciarsi in attesa di un testo definitivo; lo faranno forse oggi con le norme licenziate dal Consiglio dei ministri. Circola un po’ di malumore per non essere stati ancora coinvolti, ma anche un generale apprezzamento per un testo che recepisce alcune istanze del sindacato, anche se “si poteva fare di più” e preoccupa il possibile ritorno dei voucher durante l’esame parlamentare. “È un buon punto di partenza”, ammette un dirigente di peso della Cgil, “ma poi serve rilanciare”. Ieri Susanna Camusso ha definito “utile” la discussione aperta sui rider dal decreto.

Già nel 2016 la “Carta dei diritti” chiedeva il ripristino delle causali per i contratti a termine. Il testo studiato negli uffici del ministero del Lavoro va oltre, rende più costoso il ricorso al tempo determinato, riduce i rinnovi possibili e la durata massima, da 36 a 24 mesi, estendendo i limiti anche alla somministrazione, il lavoro affittato dalle agenzie interinali. Nasce dalle idee di un gruppo di esperti guidati dal professor Pasquale Tridico, tra cui Marco Barbieri, dirigente di Leu, già assessore in Puglia con Nichi Vendola e oggi ordinario di diritto del Lavoro all’Università di Foggia e Piergiovanni Alleva, 71 anni, giuslavorista e consigliere in Emilia Romagna con la lista “L’altra Europa con Tsipras”. Sono questi ultimi nomi, estranei al Movimento, ad aver fatto gridare al pericolo “rosso”, ma anche, forse, a spiegare l’imbarazzo da sinistra per un provvedimento che ha il marchio pentastellato.

“Le cose buone è bene che siano fatte, a prescindere da chi le fa”, spiega Barbieri (che specifica di non aver fatto da consulente formale). “Conta l’obiettivo. I 5Stelle hanno anche un’anima progressista con un’attenzione importante ai temi sociali – spiega Alleva – Di Maio mi è sembrato sincero nel voler ridare ai lavoratori condizioni di dignità”.

Per entrambi la svolta del testo parte dal ripristino delle causali, che fa infuriare Confindustria & Co.: “Le imprese italiane hanno convissuto con le causali da quando le ha introdotte il governo Fanfani nel ‘62 – spiega Barbieri -. È stata un’invenzione del Pd, col ministro Poletti, eliminare un’esperienza che ha funzionato bene per più di mezzo secolo facendo esplodere i contratti a termine. Sembra che Di Maio abbia proposto i Soviet ma non è così. Se l’esigenza è temporanea, allora le imprese assumano a termine, altrimenti no. La direttiva Ue del ‘99 dice che il lavoro a tempo indeterminato deve essere la ‘forma comune del rapporto di lavoro’”. Per Alleva la portata del provvedimento è evidente. “Tutti sanno qual è la posta in ballo. Il problema dietro le proteste di Confindustria e soci è che i contratti a termine con esigenze vere sono circa il 15%. Il resto è per risparmiare sui costi e tenere sotto ricatto il lavoratore. È una questione di potere sociale. Le pare possibile che oggi il 90% dei contratti è a termine?”. C’è però il rischio che aumentino i contenziosi… “Li chiamano così, ma sono diritti. Le imprese con lavoro di qualità non hanno bisogno di tenere sotto schiaffo i lavoratori. Non va alimentato un capitalismo straccione”. Per entrambi, il jobs act è stato un disastro, “il più grande colpo al lavoro della storia repubblicana” (Barbieri).

Entrambi gli esperti temono il ritorno dei vecchi voucher. Ed è vero che il testo è stato ammorbidito rispetto alle intenzioni iniziali, la causale ritorna per i contratti sopra i 12 mesi o il primo rinnovo, invece che per tutti i contratti. “Avrei voluto fosse più netto – ammette Alleva – ma condivido i piccoli passi. Se ora assumi un lavoratore a tempo è perché hai una ragione per farlo. Siamo tornati alla ragione. È la prima cosa vera di sinistra da dieci anni”. Anche Barbieri condivide: “Se i 5Stelle hanno preso tutti quei voti un motivo ci sarà…”