Il provvedimento: le novità rilevanti

 

Licenziamenti. Fino a 3 anni di indennità per i lavoratori licenziati “ingiustamente”, passando da massimo 24 mesi a massimo 36 mesi.

Contratti a termine. Il limite massimo si riduce da 36 a 24 mesi e ogni rinnovo a partire dal secondo avrà un costo contributivo crescente dello 0,5%. Ridotte da 5 a 4 le possibili proroghe.

Causali. Tornano per i contratti più lunghi di 12 mesi o dal primo rinnovo in poi. Arrivano tre categorie di causali, esigenze temporanee e oggettive, connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili, o relative a picchi di attività stagionali. Le nuove regole valgono anche per i contratti a tempo determinato in somministrazione (non vengono cancellati quelli in somministrazione a tempo indeterminato). Salta invece il conteggio di questa ultima tipologia nei limiti del 20% previsto per contingentare le assunzioni a termine.

Delocalizzazione. Alle aziende che hanno ricevuto aiuti di Stato che delocalizzano le attività prima di 5 anni dalla fine degli investimenti agevolati arriveranno sanzioni da 2 a 4 volte il beneficio ricevuto. Anche il beneficio andrà restituito con interessi maggiorati fino al 5%.

Occupazione. Nel caso la concessione di aiuti di Stato preveda una valutazione dell’impatto occupazionale, i benefici vengono revocati in tutto o in parte a chi taglia lavoro nei successivi 5 anni.

Di Maio si prende la scena: “Licenziamo il Jobs Act”

Alla fine il “decreto dignità” vede la luce. In tarda serata il Consiglio dei ministri ha approvato il provvedimento, il primo concreto in un mese di esecutivo, voluto dal vicepremier e ministro del Lavoro Luigi Di Maio, che per giorni è rimasto impallinato tra gli uffici del dicastero guidati dal pentastellato e quelli del ministero dell’Economia di Giovanni Tria. Problemi di coperture – che fino all’ultimo restano vaghe – ma anche alcuni disaccordi con l’alleato leghista. Poco prima della riunione, Di Maio opta per superare le bozze che circolavano forzando la mano su uno dei temi cardine del racconto pentastellato: sferrare un primo colpo al jobs act. Alla fine il risultato è un compromesso che sorride più al leader dei 5Stelle che a Matteo Salvini, assente perché impegnato al Palio di Siena. Al traguardo il provvedimento applica una stratta più forte sul lavoro precario – “Da oggi licenziamo il josb act” fanno sapere entusiasti da Palazzo Chigi – mentre la parte fiscale si sgonfia quasi del tutto riducendosi ad alcuni ritocchi.

Di fatto, col decreto il M5S prova reagire alla scena mediatica rubata dall’alleato, un provvedimento che guarda spiccatamente a sinistra e prova a ricucire i malumori interni sul tema migranti.

Il testo finale si arricchisce di una modifica al jobs act, portando l’indennizzo massimo per i licenziamenti senza giusta causa da 24 a 36 mensilità (l’articolo 18 non viene ripristinato). Confermata la stretta al ricorso ai contratti temporanei che smonta il “decreto Poletti” del 2014 che ne ha liberalizzato l’uso (facendone esplodere il numero): non potranno essere prorogati per più di 4 volte e durare più di due anni e, dopo i primi 12 mesi o il primo rinnovo, avranno bisogno della “causale”, cioè della giustificazione che l’impresa deve fornire per ricorrere a un contratto a termine, abolita dal governo Renzi. I limiti verrano estesi anche ai rapporti “in somministrazione”, il lavoro affittato dalle agenzie interinali che però non sarà conteggiato nel limite del 20% imposto alle aziende per contingentare i contratti a termine. Salta invece l’abolizione del tempo indeterminato somministrato (se ne riparlerà in Parlamento). Per scoraggiare il ricorso al precariato, il testo aumenta di 0,5 punti il costo contributivo per ogni rinnovo, a partire dal secondo.

Stretta meno forte, invece, per le delocalizzazioni. Le aziende che hanno ricevuto un sostegno pubblico, in qualsiasi forma (contributo, finanziamento agevolato, garanzia, aiuti fiscali, ecc.) che delocalizzano le attività all’estero prima che siano trascorsi cinque anni subiranno sanzioni da 2 a 4 volte il beneficio ricevuto, che andrà restituito con interessi maggiorati del 5%. Se gli aiuti prevedono una valutazione dell’impatto occupazionale, i benefici vengono revocati in tutto o in parte a chi taglia nei successivi cinque anni i posti di lavoro.

È confermato anche lo stop alla pubblicità al gioco di azzardo, in qualsiasi forma (tv, stampa, etc.) ma rispetto alle prime versioni vengono escluse le lotterie “a estrazione differita”, cioè la lotteria Italia (sarebbe stato un autogol per lo Stato). Chi non rispetta il divieto avrà una sanzione del 5% del valore della sponsorizzazione o comunque di “importo minimo di 50 mila euro” (che sale a 100 mila per gli spot durante gli spettacoli dedicati ai minori). Gli incassi andranno al fondo per il contrasto al gioco patologico. Una svolta notevole e una mazzata per il settore. Nel complesso la pubblicità del gioco muove un giro di circa 200 milioni, il 70% verso il mondo dello sport (80 milioni vanno alle tv). Per evitare contenziosi lo stop non si applica ai contratti in essere.

A uscireammaccato dal “giro delle sette chiese” dei ministeri (copyright Di Maio) è il pacchetto fisco, voluto da entrambi gli alleati ma caro soprattutto alla Lega. Lo stop di rilievo a spesometro, redditometro e split payment avrebbe aperto un buco da oltre cinque miliardi. Tria, di sponda con la ragioneria dello Stato ha bloccato le ipotesi più ardite. Per questo il redditometro non viene abolito (ma solo revisionato) così come lo spesometro, per cui è solo prevista la proroga a febbraio 2019 di quello relativo al terzo trimestre 2018. Lo split payment, il meccanismo con cui lo Stato trattiene l’Iva a monte dai fornitori (sottraendo liquidità) viene invece abolito solo per i professionisti (in totale vale circa 60 milioni), resta invece per le imprese.

I fascisti rossi

In attesa di studiare nel dettaglio il primo decreto del governo Conte, battezzato “Dignità” dal vicepremier Di Maio e varato ieri dal Consiglio dei ministri, abbiamo già la netta sensazione che contenga qualcosa di buono. Infatti, prim’ancora di vedere la luce, ha già registrato l’ostilità, nell’ordine, di: Confindustria cioè Pd renziano e calendiano, Mediaset cioè Forza Italia, aziende schiaviste che sfruttano i rider, lobby biscazziera e Giornale Unico Rosicante. Quando hai contro tanta bella gente, sorge il sospetto che tu abbia ragione. Se poi ti vengono addosso anche Giuliano Cazzola, che addita al pubblico ludibrio le pericolose analogie fra alcuni passi del decreto e alcune proposte della Fiom-Cgil (manco fosse Cosa Nostra), e il Giornale di Sallusti, che scova con raccapriccio fra i consiglieri di Di Maio economisti di sinistra come Alleva e Tridico (manco fossero Riina e Provenzano), il sospetto diventa certezza.

Mettetevi nei panni dei tromboni che da un mese ripetono in Italia e in Europa che questo è “il governo più di destra della storia repubblicana”, con evidenti parentele fasciste o forse naziste (invece i tre governi Berlusconi-Fini-Lega, il Monti-Fornero-Passera, il Letta-Berlusconi e il Renzi-Verdini-Alfano erano figli della Terza Internazionale). Ora sarà un’impresa spiegare che il primo decreto del rinato Partito Nazionale Fascista è quanto di più a sinistra si sia visto da decenni. Nessuna rivoluzione, per carità. Ma è tutto relativo, visto chi c’era prima. Qualche esempio. 1) Chi “delocalizza”, cioè prende i soldi dallo Stato, poi licenzia tutti e scappa con l’azienda all’estero, pagherà multe da 2 a 4 volte il beneficio pubblico, che poi restituirà con gl’interessi. 2) Contro la piaga della ludopatia, che prosciuga interi patrimoni, sono vietate le pubblicità e le sponsorizzazioni del gioco d’azzardo, pena multe salatissime. 3) Per i contratti di lavoro iperprecari “di somministrazione” a tempo determinato, valgono le regole degli altri contratti a scadenza: non più di 4 proroghe, per non più di 36 mesi. 4) I contratti a termine potranno durare 12 mesi, poi per rinnovarli (per soli altri 12) bisognerà indicare causali credibili, e con un piccolo costo in più per le imprese. 5) Fuori decreto, si lavora a un contratto collettivo nazionale per i lavoratori senza tutele del “food delivery” (il cibo a domicilio). E, fondi permettendo, al reddito di cittadinanza per chi cerca impiego e fa 8 ore settimanali di lavori socialmente utili.

Scavalcato a sinistra (ci voleva poco) da Di Maio, fra i pop-corn e la mega-villa, il povero (si fa per dire) Renzi schiuma di rabbia.

Ed estrae dal vecchio cilindro il solito coniglio ormai frusto e spelacchiato: il “milione di posti di lavoro” del suo Jobs Act, che in realtà produsse meno nuovi occupati (ammesso e non concesso che siano i governi a produrli) di quando non c’era, sperperando una dozzina di miliardi in incentivi alle imprese. E spaccia per un trionfo gli ultimi penosi dati Istat sull’occupazione, che sembra aumentare perché crescono coloro che un lavoro non lo cercano neppure più e quelli che fanno lavoretti una volta ogni tanto: un’impietosa fotografia di quel che è diventata la cosiddetta “sinistra” in Italia, non a caso morta e sepolta il 4 marzo a vantaggio dei 5 Stelle e della Lega. Prendiamo solo il punto 2) del decreto Dignità, che taglia le gambe alla lobby del gioco d’azzardo: voi l’avete mai sentito proporre da un leader della cosiddetta sinistra? Magari non da Renzi o da Calenda, che stanno alla sinistra come B. alla legalità; ma almeno dalle buonanime di Pisapia e Boldrini? Vado a memoria, ma ricordo tre soli soggetti che da anni battono su quel tasto: uno è il Fatto, che fin dalla fondazione ha dedicato decine di articoli alla mega-evasione da 98 miliardi dei concessionari di slot machine, sempre condonata da tutti i governi di destra e di sinistra, e alla piovra dei biscazzieri che fino all’altroieri faceva il bello e il cattivo tempo in Parlamento sotto ogni maggioranza, ottenendo licenze à go-go, sgravi fiscali e regalini in cambio di finanziamenti e/o mazzette; la Chiesa, che alla ludopatia ha dedicato denunce e campagne su Avvenire; e Beppe Grillo, che combatte su questo fronte da quando aveva solo qualche palco e un blog (al V-Day di Bologna, nel 2007, invitò a parlarne il nostro Ferruccio Sansa).

Ovviamente proibire le pubblicità, gli spot e le sponsorizzazioni di bische, slot machine, grattae(mai)vinci e tutti gli altri buchi neri che inghiottono milioni di disperati in cerca di riscatto, equiparando il gioco d’azzardo ad altre dipendenze tipo fumo, alcol e droga, significa attirarsi addosso una spaventosa potenza di fuoco e di denaro. Non solo Mediaset, che perderà un bel po’ di inserzionisti e infatti lacrima come una vite tagliata con gli occhi di quel che resta di FI e di Sallusti. Ma anche i padroni della serie A di calcio, tutte brave persone che nuotano nei miliardi e piangono miseria per la dipartita dei bookmaker. Al pianto greco si associa, in gramaglie, Il Messaggero: “Calcio senza scommesse, in rivolta i club di serie A”. Così come, per le annunciate misure sociali per i più deboli, dal reddito di cittadinanza al salario minimo, si dispera La Stampa: “Di Maio vira a sinistra. Ora vuole triplicare il reddito di inclusione. E si affida a tre esperti con un solido pedigree ‘rosso’”. Oddio, signora mia, tornano i “rossi”: era dai tempi di Valletta quando la Fiat era “La Feroce” perché maltrattava e spiava i lavoratori e La Stampa “La Busiarda” perché non lo raccontava, che non si leggevano simili Madeleine. Ancora un po’ di pazienza, poi i cosacchi abbevereranno i cavalli alla fontana di San Pietro. E, ad aprirgli le porte, saranno i famosi fascisti del governo Conte.

Vergine: tieniti stretta la tua liaison In amore, Ariete, sii meno dispotico

ARIETE – Hernán H. Mamani ha scritto Il libro dell’amore universale (Piemme), ma vi si leggono pure cosette da niente, tipo tenere al guinzaglio il compagno: “Non ordinare mai se vuoi dirigere i passi di un uomo: limitati a suggerire”. In amore sii meno dispotico e più insinuante.

TORO – I fumettisti Teddei e Angelini riscrivono la storia di Anubi (Coconino): “Lo so che vorrebbe venirmi a cercare, ma non ce la fa. Non vuole scocciarmi quello stupido”. E se lo stupido non va a trovare un dio, sarà difficile che venga a far visita a te.

GEMELLI – Il grande Gualino con la moglie aveva qualche problemino: “Anche se abitavano nella stessa casa, non si vedevano, ognuno preferiva fare la propria vita”, spiffera Giorgio Caponetti (Utet). Opta per la stanza separata almeno finché la gelosia non sarà passata.

CANCRO –La vita non aspetta, tu invece dovresti farlo, evitando di buttarti a capofitto in un torrido flirt: “No! – incalza Yves Bichet (Bompiani) – Non è un vero e proprio bacio, è angoscia allo stato puro. È paura del vuoto”. Meglio soli… eccetera.

LEONE – È stato bellissimo, sostengono gli esilaranti personaggi di Joshua Held (ComicOut). La mia vignetta preferita è di una lei rivolta a un lui: “Se proprio vuoi farti qualcosa, c’è la valigia”. Preparati a ricevere una simile esortazione: ma falla davvero. La valigia.

VERGINE – A Siracusa si fanno e disfanno le coppie di Delia Ephron (Fazi), tranne una: “L’umorismo, ultimo sopravvissuto. La risata, cemento del nostro fragile edificio: ecco perché siamo fatti l’uno per l’altra”. Sospetto che stia parlando della tua liaison: tienila stretta.

BILANCIA – Anna Maria Monteverdi racconta il Teatro di Robert Lepage (Meltemi), che a sua volta cita quello giapponese, in “equilibrio tra luce e ombra: ciò che accade dietro ha la stessa importanza di quello che accade in scena”. In famiglia bada di più al dietro-le-quinte.

SCORPIONE – Nessuno sa decrittare Le voci delle betulle (Sperling & Kupfer), né le sentenze di Eloisa Donadelli. Eppure una è rivolta a te: “Prendo il mio cuore in mano e lo condisco con un po’ di qualità maschili che avevo lasciato in cantina”. Quando risali porta su anche il vino!

SAGITTARIO – Alfonso Zapico disegna la vita di James Joyce (001). Davanti a un ritrattista lo scrittore sbotta: “Poco m’importa dell’anima, accertatevi che venga bene la mia cravatta!”. In ufficio preoccupati dei dettagli apparentemente superficiali, e la sostanza verrà da sé.

CAPRICORNO –“Quel bacio avrebbe bruciato per sempre nel suo cuore. Stranamente pensò: Non dubiterò mai più di lui”. Bravo! Sii meno diffidente! Solo così potrai ufficializzare la tua relazione e smetterla di atteggiarti a Collezionista di bambole come Joyce Carol Oates (il Saggiatore).

ACQUARIO – Quando mi sei accanto, scatta il gioco perverso della vittima e del salvatore. Olivia Crosio (DeA Planeta) ti mette in guardia dal narcisista seriale, uno che afferma di essere “esausto” e intanto reclama “una trasfusione di vita”: la tua. Fai molta attenzione: pericolo, pericolo!

PESCI – Didier Convard, autore de L’ombra dello sciacallo (Il battello a vapore), mi manda a dire: “La domanda riceve una risposta definitiva, che trafigge la gola. È come il morso di un animale”. La domanda la sai solo tu, ma in ogni caso è meno terribile della risposta.

Facce di casta

 

Bocciati

Specchio riflesso
A ridosso della débâcle amministrativa – che ha visto il Pd perdere storiche roccaforti rosse come Pisa, Siena, Massa – Andrea Marcucci, capogruppo del partito democratico al Senato, si cimenta in una delle attività in cui la sinistra ultimamente sta avendo le migliori performance, l’analisi della sconfitta. “Il voto amministrativo, se non altro ha sgombrato il campo dal ruolo e dalle responsabilità di Matteo Renzi.
Il 24 giugno il Pd ha perso anche senza Matteo Renzi”. Quando si dice aver compreso a fondo il senso di una sconfitta.

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La prova costume del discorso
In un’intervista, ad onor del vero, con diversi spunti interessanti, anche Pif inciampa nel luogo comune più di moda dell’estate 2018: “Se sei ricco è facile essere di sinistra perché non hai i problemi dei poveri, non hai il rom o il migrante come vicino”.
Viene da chiedersi se in un momento storico in cui chiunque non urli ‘portateli a casa tua’, ‘non possiamo prenderceli tutti noi’ o in alternativa un classicissimo ‘prima gli italiani’ viene additato come buonista, falso, radical-chic, ci sia davvero bisogno che anche gli artisti contribuiscano ad alimentare lo stereotipo per cui tutti quelli che non manifestano intolleranza si nutrano a caviale e champagne.
Che nei luoghi comuni esista un fondamento di realtà è innegabile, ma alimentare l’approssimazione di giudizio verso coloro che non assecondano l’onda lunga del pensiero salviniano, a maggior ragione in un momento storico in cui ogni complessità è scarnificata fino all’osso e ridotta ad assiomi tanto perentori quanto elementari, non è una grande trovata.
Di questi tempi in cui le parole vengono impanate nella violenza e rosolate nel risentimento collettivo, sarebbe consigliabile rivolgersi ad un nutrizionista verbale che ci aiuti alla moderazione.

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La Repubblica dello stato libero di Parioli
“Autoreferenzialitá autistica: Calenda, il pariolino più amato dai pariolini vuol fare un partito paleo liberista (non liberale) con i pariolini come base elettorale di riferimento”. A questo tweet che lo chiama direttamente in causa, l’ex ministro dello Sviluppo economico, al momento impegnato nel progetto di creare un ‘fronte repubblicano’ con cui sfidare i populisti, convinto che si tratti di un’ipotesi attrattiva come il miele per le api che galvanizzerà gli ormai esangui ex, quasi ex, non ancora ex elettori del partito democratico, ha replicato così: “Andrea premesso che non vivo e non ho mai vissuto ai Parioli. Se volessi fare il partito dei Parioli mi terrei serenamente il partito così com’è”.
Ecco, proporre un Fronte repubblicano a chi desidera rimettere al centro le istanze della sinistra è come pensare di togliere la sete a qualcuno offrendogli l’osso del prosciutto, ma sul fatto che il Pd così com’è potrebbe tranquillamente chiamarsi Pdp, Partito dei Parioli, nulla da obiettare.

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La settimana Incom

 

Bocciati

Non sa, non ricorda Secondo Paola Perego, Naike Rivelli ha scoperto da poco, grazie a un esame del Dna fatto prima in Spagna e poi ripetuto in Italia, che l’uomo che ha sempre chiamato papà (il produttore spagnolo José de Castro, ndr), non è suo padre e ora non sa di chi sia figlia: sua madre, Ornella Muti, non ha saputo darle una risposta: mater semper incerta.

Manco c’è un dentista o Moreno E niente, è il mondiale delle sorprese. Ma del resto qui non ci sono più certezze. Perfino i campioni del Mondo in Russia non hanno fortuna: la Corea, già eliminata, butta fuori la Germania. Anche i ricchi piangono.

Quando c’era lui Sentenza Uefa: Milan fuori dall’Europa League per le violazioni della normativa sul Financial Fair Play commesse da luglio 2014 a giugno 2017. Il club rossonero ha annunciato che si appellerà al tribunale arbitrale dello sport di Losanna. Ai tempi di Berlusconi, esperto di fair play finanziario, non sarebbe mai accaduto.

Post canzonette L’ultimo brano di Giusy Ferreri è destinato a diventare il tormentone dell’estate. Immortali i versi: “Amore e capoeira/Cachaça e luna piena/Come in una favela”. “Scrittura” del brano a parte (Fossati e gli altri cantautori ci scuseranno per l’espressione”, è perfino peggio dell’Esercito del selfie (sic).

Oltre le gambe c’è di più Uno dei prof di Chiara Ferragni all’Università Bocconi rivela di averla sospesa per sei mesi dopo che la futura influencer era stata beccata a copiare: “Si era messa dei bigliettini incollati al polpaccio. Ma avendo il polpaccio lungo c’era l’enciclopedia dell’esame”. Ha certamente imparato a contare a sei zeri.

 

Promossi

La signora in rosso Beatrice Venezi, leggiamo sul Corriere, è la più giovane direttrice d’orchestra del nostro Paese (ha 28 anni) ed è stata indicata dalla prestigiosa rivista Forbes tra gli under 30 più influenti. Ha tenuto il primo concerto in assoluto, come donna sul podio, in Armenia. ma anche nei teatri d’opera in Georgia e a Sofia. “Mi piace dirigere in gonna, ho diversi abiti da sera, amo il rosso. Non dobbiamo imitare gli uomini quando dirigiamo. L’omologazione non porta a nulla di creativo. Noi donne abbiamo una visione diversa”. Bacchetta perfetta.

En Attendant Godot Alla presentazione dei palinsesti Rai, l’unico punto fermo è il cavallo di viale Mazzini. Per il resto è un mood ungarettiano – si sta come d’autunno, etc – tutti sul chi vive, senza grandi entusiasmi. Da segnalare: Franca Leosini uber alles, corteggiatissima e super fotografata. Dal passato: Mara Venier e Antonella Clerici. Dal futuro: Francesca Fialdini, Mia Ceran, Francesca Fagnani. La più fotografata? Ovviamente la first sciura, Elisa Isoardi. Girl power, e poco altro. Aspettando Godot, sembra di capire. In realtà arriverà un tsunami.

Figli chiamati Netflix o Usnavy, che nomi in America Latina…

Quel che è troppo è troppo devono essersi dette le autorità colombiane del Registro civile. L’annuncio, diventato virale in rete, – che a maggio in un piccolo villaggio della cordigliera delle Ande, nella regione di Antioquia, un bambino era stato iscritto col nome di Netflix de Jesús Rodríguez Restrepo – ha sucitato un dibattito sulla necessità di una legge che vieti di imporre ai neonati nomi che li renderanno oggetto di sberleffi, o peggio di bullismo, per il resto della propria vita. Nel paese caraibico i nomi strani non mancano facendo riferimento ad automobili (Mazda Altagracia Ramírez) o a note marche ( Oliver Google Kai, Samsung Maria de los Angeles Gutierrez) o all’ammirazione per gli Stati Uniti: Usnavy (la Marina degli Usa) Muñoz Ledo.

Il dibattito si è esteso al vicino Ecuador, dimostrando che realismo magico, fantasia per non dire il surrealismo e dipendenza culturale dal potente Nord accomunano tutto il subcontinente latinoamericano. Così anche a Quito l’imposizione di nomi come Land Rover García o Burguer King Herrera o – con riferimento a un espettorante – Vick Vaporoup Giler hanno fatto sorgere l’esigenza di proibire che si manchi di rispetto a un indifeso neonato. Di recente hanno perso la pazienza le autorità dello stato di Sonora (Messico). Consapevoli, come aveva affermato un ex presidente, che i problemi del Paese derivano dal fatto di “essere troppo lontani da Dio e troppo vicino agli Usa”, così hanno pubblicato una lista di nomi messi al bando: Twitter, Facebook, Yahoo, Usnavy, Oldnavy e persino James Bond. Il famoso agente britannico “con licenza d’uccidere” ha numerosi ammiratori soprattutto nella Repubblica dominicana, tra i quali Cero Cero Siete (007) Vega Neto.

Panama già da anni, con la Legge 31, autorizza il Registro civile a rifiutare nomi che “pregiudichino l’identità o mettano in ridicolo” i figli di genitori fantasiosi. Così non potranno ripetersi i casi di Amor McDonald o Apple Guadalupe imposti a infelici bambine. Piena libertà di far danno invece caratterizza il Costa Rica, dove vanno forte le marche di auto: si registrano infatti quest’anno 30 Audi, due Hyundai e altrettante Mazda. Sempre riferendosi al trasporto, è stato segnalato un Uber Jiménez. Perú, Paraguay, Uruguay e anche Argentina non fanno eccezione (in quest’ultima non mancano i fanatici dell’automobilismo): le rispettive leggi sono tolleranti, purché non si pregiudichi “l’onore” del neonato.

A Cuba non manca certo la fantasia dei genitori. Anche se la morale rivoluzionaria non ha – almeno fino a oggi – lasciato spazio ai brand statunitensi: l’influenza yankee si è fatta sentire con le serie televisive. Così è nata alla fine degli anni ’80 del secolo scorso la famosa generación Y: una valanga di neonati, maschi e femmine senza distinzioni, con nomi che iniziano per Y. Dalla sesta figlia del mio vicino, Yaseis (Già sei) a Yusimi (You see me, mi vedi) a Yutuel (Io, tu, lui), fino a una cascata di Yamile, Yudaisi, Yoito, Yasin, Yanka…

I pedinamenti saranno squallidi, ma non si fa abuso di psicofarmaci

Le luci a gas non si usano da più di un secolo. In compenso nelle coppie va fortissimo il gaslighting: convincere la partner che è matta, esaurita, paranoica e/o soggetta ad allucinazioni, specie quando chiede conto del tanga che spunta dalla tasca del compagno o della ricevuta per una doppia in un albergo dove lei non è mai stata. Nel film Gaslight, in Italia Angoscia, abbassare di nascosto le luci a gas è uno dei trucchetti con cui un diabolico Charles Boyer cerca di far impazzire sua moglie Ingrid Bergman per farla chiudere in manicomio e impadronirsi della sua fortuna. È un detective a rassicurare Ingrid sulla sua sanità mentale, smascherando la macchinazione del coniuge. Ed è per questo che molte donne, o almeno quelle che possono permetterselo, affidano alle agenzie investigative il debunking degli altarini del marito: non perché sono malate di mente, ma perché se lo sono sentite dire così spesso, in una gamma di toni dal mellifluo all’indignato, che ormai non si fidano più neanche di se stesse.

Più che la certezza di essere cornute, vogliono quella di non essere pazze. Poi starà a loro decidere se obbedire al Papa e “aspettare nel silenzio che il marito torni alla fedeltà”, o chiedere il divorzio per colpa (farsi pagare le bollette del gas dal proprio gaslighter è un bel contrappasso). Pedinamenti e baffi finti saranno squallidi, ma sempre meglio che investire cifre folli in psicofarmaci e strizzacervelli per persuaderci che il problema sta nella nostra psiche e non nelle sue mutande. Oddio, qualche problemino nella nostra psiche c’è, se ci accompagniamo a uomini che ci fanno impazzire non quando sono a letto con noi, ma solo quando ci vanno con altre. La soluzione? Mettersi direttamente con un investigatore, possibilmente bono come lo Sherlock di Benedict Cumberbatch. Magari cornifica, ma nasconde così bene le prove che non lo scopriremo mai.

Non servono 007, basta osservare l’altro e sentire le emozioni

È un settore in continua crescita, alla faccia della crisi: quello delle agenzie investigative, utili soprattutto – anche se non solo – per smascherare un partner in flagranza di tradimento. Niente più luridi ufficetti dove in cambio di contanti spiegazzati si sguinzagliava l’unico dipendente, con la terza media e una vecchia reflex, in giro per la città: oggi queste agenzie si vantano di essere luoghi di grande professionalità, dove gente diplomata e persino laureata fa il suo lavoro con tatto, discrezione e competenza. E tuttavia poco cambia, almeno rispetto al cliente che ci mette piede. Alzarsi la mattina e andare a stipulare un contratto per avere foto e dettagli intimi di un possibile tradimento significa toccare il fondo della ragionevolezza e dell’intelligenza.

Quelli (e quelle) che lo fanno saranno pure incolpevoli ma – forse peggio – sono sicuramente malati. Chi infatti è capace di stare dentro un rapporto sentimentale non ha bisogno di prove visibili, perché sa osservare l’altro e soprattutto sa sentire le proprie e le altrui emozioni. E dunque probabilmente è una persona che se ha dei dubbi sull’altro decide di accettarli – magari scegliendo di godere della presenza della persona amata nel momento in cui c’è senza interessarsi a ciò che fa quando è assente – oppure opta per parlarci, con pacatezza e faccia a faccia, senza agire in maniera compulsiva e ansiosa. Qualsiasi persona di buon senso dovrebbe sapere che eventuali prove non faranno che ferire soprattutto chi cerca di scoprire, perché vedere un adulterio nei dettagli, attraverso foto o video, fa molto più male che, magari, intuirlo. Oppure sentirlo ammettere dall’altro, dando però a quest’ultimo la possibilità di accompagnare l’ammissione con emozioni che possono lenire almeno un po’ il dolore di entrambi: pianto, rimorso, oltre che, sicuramente, una spiegazione migliore di inutili scatti.

Tutti allo zoo per studiare il cercopiteco

Attrice! Chissà. Non lo confesso neanche a me stessa, ma sento che il cuore batte soltanto ad immaginarmi tale. Da qualche giorno frequento un laboratorio teatrale nello scantinato di uno stabile vicino casa. Non so cosa pensare! Il maestro, un sedicente attore armeno-brasiliano, misteri del teatro, mi fa rotolare sul pavimento per tre ore la mattina e tre il pomeriggio, alla ricerca dell’animale interiore. Non in senso metaforico, lui vuole proprio che tiriamo fuori la bestia, la nostra, quella in cui ci identifichiamo. E questa sala prove si è trasformata in una specie di arca di Noè. E giù versi strani, chi fa il bradipo, chi la cutrettola, io ho scelto il cercopiteco. E per documentarmi meglio sono andata allo zoo. Dopo Bongo il gorilla, Carlo lo scimpanzé, Martino l’orangotango, ci sono i mandrilli e i macachi, ma quelli, chissà perché, non hanno nome. Trovo la gabbietta del cercopiteco e m’accosto prudente. Fa caldo e la scimmietta è testardamente rintanata, provo a convincerla con qualche nocciolina, niente. Allora mi metto lì e mangio una pesca. La frutta le interessa, esce dal buco e sporge la manina tra le sbarre, io mi sporgo e le do uno spicchio. Soddisfatta, sgranocchia e sorride! Poi mi guarda, e io la guardo. Ecco, adesso si che posso entrare nell’anima del cercopiteco per catturarla e riprodurla sulla scena. Occhi negli occhi, restiamo li a studiarci! Dopo un’ora non capisco più chi guarda chi, lei mi sembra molto umana e io mi sento più scimmia che mai. Uno scambio di ruoli, come se fosse lei a farmi un corso di teatro. Vado in sala prove convinta di essere posseduta dall’animale e nell’improvvisazione mangio uno spicchio di pesca e sorrido. Il maestro è al settimo cielo, mi grida: “Ci credo!”. Tutti mi applaudono. Attrice? Chissà, per ora sono una scimmia felice.

(ha collaborato Massimiliano Giovanetti)