Idi di marzo del 44 a.C. Nonostante il clima attorno a lui si facesse sempre più rovente, Cesare da qualche tempo aveva scelto di andare in giro per Roma senza alcuna protezione, aveva infatti già congedato la sua scorta ispanica. Ma la sua imprudenza si rivelò ancor più grave quella mattina del 15 marzo, la cui cronaca è data da Svetonio, che non mancò di annotare i molti prodigi di preannuncio del terribile evento: “In seguito a questi presagi, ma anche per il cattivo stato della sua salute, rimase a lungo indeciso se restare in casa e differire gli affari che si era proposto di trattare davanti al Senato; alla fine, poiché Decimo Bruto lo esortava a non privare della sua presenza i senatori accorsi in gran numero che lo stavano aspettando da un po’, verso la quinta orauscì. Camminando, prese dalle mani di uno che gli era venuto incontro un biglietto che denunciava il complotto, ma lo mise insieme con gli altri, come se volesse leggerlo più tardi. Dopo aver fatto quindi molti sacrifici, senza ottenere presagi favorevoli, entrò in curia, passando sopra ogni scrupolo religioso, e si prese gioco di Spurinna, accusandolo di dire il falso, perché le idi erano arrivate senza danno per lui. Spurinna, però, gli rispose che erano arrivate, ma non erano ancora passate” (Svetonio, vita di Cesare 82). Cesare non solo aveva rinunciato alla scorta, ma quella mattina nel recarsi in senato non volle neppure che fosse accompagnato dai senatori amici e pagò con la vita. Attenzione dunque anche oggi ai facili proclami sulle scorte, attenzione a chi è esposto, cautela, somma cautela, verso chi, come Saviano, Ingroia, Di Matteo e tanti altri, stanno comunque dalla parte della legalità.
Io, malata, di Parkinson. Continuerò a divincolarmi e a correre sempre in avanti
Cara Selvaggia, oggi pensavo di portarti nel mio (nuovo) mondo del Parkinson. L’anno scorso, a 46 anni, dopo un paio d’anni di disturbi neurologici, mi hanno diagnosticato il parkinson. Cazzo è stata la prima cosa che ho pensato. Cazzo… il parkinson ce l’aveva mio nonno Abramo. Ma aveva più di 70 anni e un nome decisamente peggiore del mio. Cazzo. Il parkinson mi toglie d’un colpo l’immagine di me in forma a 70 anni che avevo sempre avuto. Cazzo…. ho appena iniziato una storia d’amore e adesso lui è già autorizzato a darsela a gambe. Cazzo…. io ho paura! Ammetto che poi ho elaborato anche altre parole ma cazzo è e resta la mia preferita. Quella che rende più l’idea. Malattia degenerativa. Mi angoscia solo leggerla. Qui mi hanno rubato il futuro, ho pensato. E ero così arrabbiata… perché a me? Ero così terrorizzata… perchè proprio a me? Allora ho dato un nome al mio stalker: Parker. E, come con tutti i nemici, cerchi di fartelo amico. Di conoscerlo.
Parker è abbastanza tranquillo per adesso. La mano destra ha grosse difficoltà a scrivere; tremori sparsi che aumentano quando sono agitata (e io, come diceva mio padre, mangio pane e ansia per cui…); voce più bassa. E sono terribilmente più lenta in tutto. Ma quello che più mi fa male è che il mio viso ha cambiato espressività. Mi dicono, e lo vedo anche dalle foto, che sono più scavata in viso e che sono meno espressiva, soprattutto gli occhi. Questo mi angoscia, anche più del pensiero della (forse?) sedia a rotelle. Uno sguardo inespressivo. Il viso che si trasforma. Occhi che non parlano. I miei occhi hanno sempre fatto discorsi. E li fanno ancora adesso, ma sempre meno a quanto pare. Questo proprio non lo riesco ad accettare. Ho paura. Tanta. Semplicemente. E gli psicologi che mi hanno consigliato (da cui per altro non ho intenzione di andare) non mi porterebbero mai via la paura che ho del futuro. Allora il futuro vedrò di costruirlo io. E quindi tanto movimento: palestra, camminate, yoga, pilates, tango e qualunque esercizio psicomotorio possa servire a cercare di fregare la dopamina. Quando la distribuivano ero evidentemente distratta ma adesso cerco di rimediare.
La storia che era appena iniziata, inoltre, non è finita. Lui non è per niente scappato. è ancora qui. ed è davvero presente. Lui ha ancora più voglia di me di zittire Parker. E mi godo il presente. Me lo godo tutto. Attimo per attimo. Concentrandomi su ciò che è davvero importante. Posso fare ancora tutto e lo farò assaporando anche i secondi. E quindi sono giunta alla conclusione che, per quanto assurdo, a conti fatti forse forse Parker è pur una risorsa. Ho sempre paura. Tanta. Tantissima. L’avrò sempre. Ma oggettivamente ci sono malattie degenerative ben peggiori della mia. Ho solo meno dopamina di tutti gli altri. E per quanto Parker mi tratterrà per un braccio, io continuerò a divincolarmi e a correre in avanti. E quando riuscirà a farmi lo sgambetto finale io mi guarderò indietro e sarò comunque soddisfatta.
Tu, lo sgambetto gliel’ hai già fatto, cara Paola. Come diceva la grande Francesca Del Rosso (Wondy) prima che il tumore se la portasse via, “io non sono la mia malattia”. E sono certa che tu resterai Paola, non Parker, fino alla fine.
Contro i leoni da tastiera l’unica arma è la denuncia
Ciao Selvaggia, il mio comportamento è stato fortemente influenzato dalle varie denunce virtuali piccole o grandi che fai ogni giorno e dal fatto di non tenere mai la bocca chiusa, di voler sempre dire la tua. Ero in treno con un amico. Siamo entrambi gay. Nella fila davanti a me c’era un ragazzo. Noto che alza il telefono e fa un autoscatto utilizzando la fotocamera di WhatsApp. La foto, dove ci siamo io e il mio amico, viene inoltrata. Mi incuriosisco e allo stesso tempo mi indigno. Il ragazzo inizia a scrivere. Praticamente il telefono era a meno di un metro da me. Leggo tutto: “Alla mia destra ho una tossica, a sinistra due cinesi e dietro due busoni, prova ad immaginare che viaggio sarà. Nella foto ci sono i due busoni”. Busone è un termine bolognese per definire gli omosessuali, nemmeno tanto carino da usare. Ero nervoso, ero triste, ero incazzato, mi stava salendo un malessere che non provavo da anni. Il mio amico cercava di calmarmi, mi diceva di sorvolare. Ma io non ce l’ho fatta e gli ho detto che “sarò anche busone, ma gli occhi per guardare ancora li ho”. Ovviamente si è immobilizzato e non ha risposto. Poco dopo ha iniziato freneticamente a scrivere su WhatsApp. Non so queste parole a cosa siano servite. Sicuramente non avrà cambiato idea, sicuramente ci avrà offesi con ancora più vigore, sicuramente dall’alto della sua presunta mascolinità avrà distorto e raccontato in modo diverso gli avvenimenti. Ma io mi sono sentito meglio. Se non avessi fatto così, avrei tenuto dentro questo malessere. Ho notato che come sfondo del telefono aveva una foto sua e di sua moglie, immagino neo sposini, giovanissimi. Il mio triste pensiero va ai figli che avranno.
Andrea
Caro Andrea, la prossima volta ricambia la gentilezza e fotografa anche tu il leone di turno. Poi mandami la foto. Ho un milione di lettori su Facebook e potrei fargli provare l’ebrezza nel venire fotografati di nascosto e commentati. Vedrai che la prossima volta sul Frecciarossa fotograferà il menù di Cracco.
Inviate le vostre lettere a: il Fatto Quotidiano 00184 Roma, via di Sant’Erasmo,2.n selvaggialucarelli @gmail.com
Italia e Francia, i parenti serpenti. Qualcosa che persiste e preesiste
L’epoca della soggezione preesiste. E persiste. Ecco una scena. Camille Barrère è l’ambasciatore di Francia a Roma. Interpellato dal ministro degli Esteri, Théophile Delcassé, Barrère – oltretutto considerato tra i più filo-italiani nella storia della diplomazia francese – chiude il suo dispaccio così: “Ogni espansione nel Mediterraneo deve mettere l’Italia in una situazione tributaria verso di noi’. Sembra una frase carpita oggi in un corridoio dell’Eliseo, ma invece la citazione è del 1901.
A quel tempo si lavorava al segreto riavvicinamento tra Italia e Francia dopo le frizioni di fine Ottocento, ma l’atteggiamento degli inizi Novecento riflette e anticipa la fastidiosa supponenza espressa dal presidente francese Emmanuel Macron nei confronti del governo Conte. Al netto della cena segreta alla Casina Valadier tra i due, va da sé. Un parente serpente la Francia per l’Italia, e viceversa. Qualcosa che persiste. E preesiste. Ed è una storia di sempre.
Filippo Sallusto con Nazionalismo italiano, nazionalismo francese (Aracne Editrice, 2018) ripercorre la nascita delle varie forme di nazionalismo italiano come reazione all’atteggiamento denigratorio che Francia, Gran Bretagna – ma anche gli alleati della Triplice, l’impero austroungarico e la Germania – avevano verso l’Italia, e all’eccessiva dipendenza della nostra cultura dai modelli esteri.
È un’analisi storica, letteraria e diplomatica, costruita attraverso l’edizione dell’archivio inedito di Roberto Forges Davanzati, giornalista e alto funzionario con un passato da intellettuale socialista radicale e formatosi poi nel nazionalismo. Ogni nazionalismo, si sa, è “autocefalo”. L’acqua della sovranità volge per tanti – e per contrapposti mulini – e tra gli interessanti documenti pubblicati in questo lavoro c’è un testo di Maurice Barrès, il più rappresentativo tra i nazionalisti francesi, redatto dopo aver ascoltato il magnate statunitense filo-europeo Whitney Warren, grande fautore della causa legionaria, al seguito di Gabriele D’Annunzio nella presa di Fiume. Ogni attore, sulla scena del continente, gioca una delicata partita geopolitica e Barrès, forte della propria identità culturale, s’adopera nel linguaggio per ribaltare l’epoca della soggezione: “Sappiamo, o lettori, quel che ci può costare l’essere il popolo delle Crociate, il popolo della Rivoluzione e dell’Impero… ma è vero, siamo sempre questo popolo magnanimo che vuole compiere ‘le gesta di Dio’, e oggi, mentre combattiamo per liberare i nostri fratelli d’Alsazia e di Lorena, si trova che siamo una volta di più i campioni della cristianità e della vecchia civiltà generosa contro i dèmoni dell’inumanità”.
Ieri come oggi, quindi: l’Italia tributaria s’è mossa, e la Francia – con Emmanuel Macron – sta guardinga.
Terni, il sindaco clerico-sovranista che va alla messa tradizionalista
È un piccolo segnale, circoscritto al perimetro urbano di Terni, ex gloriosa città operaia e rossa, ma registra comunque un salto di qualità della destra sovranista e xenofoba all’ultimo turno delle Amministrative: l’elezione a sindaco del centro umbro di un esponente clericale che frequenta ambienti tradizionalisti e anti-bergogliani e va alla messa in latino, quella preconciliare.
Parliamo del leghista Leonardo Latini, con un passato nerissimo da camerata missino e rautiano. Il giorno del ballottaggio, il 24 giugno scorso, ecco cosa ha scritto la Brigata Ratzinger sulla propria pagina Facebook: “Vogliamo fare un grande ‘in bocca al lupo’ al brigatista Leonardo Latini in lizza per la carica di sindaco a Terni. La Brigata è con te!”. Premessa: sono tantissimi sul web i gruppo cattolici contro papa Francesco che si richiamano al suo predecessore e attuale papa emerito.
Detto questo, sulla pagina della Brigata a colpire sono gli annunci di preghiere, processioni e veglie in tutta Italia per riparare allo svolgimento degli odiati Gay Pride. C’è anche una frase di Santa Caterina di Siena, patrona d’Italia e d’Europa: “Commettendo il maledetto peccato contro natura, quali ciechi e stolti, essendo offuscato il lume del loro intelletto, non conoscono il fetore e la miseria in cui sono”.
L’omofobia è un tratto dominante di questa destra farisea che nega la misericordia di Francesco e ha come punto di riferimento il cardinale Burke, nemico principale del pontefice. L’elezione di Latini è stato salutata con giubilo anche da un noto sito conservatore: messainlatino.it, che ha ricordato la partecipazione del neosindaco a un pellegrinaggio del 2016 a Norcia del Coordinamento nazionale del Summorum Pontificum, che aggrega enti e comunità ecclesiali anti-conciliari.
Fede e politica, dunque, come nella Polonia dell’ex premier Beata Szydlo, che ha un figlio sacerdote tradizionalista, o peggio ancora dell’Ungheria di Orbán, che recentemente ha ricevuto una delegazione del “Sacro Cuore” di Tolentino, enclave orbaniana nel nostro Paese.
La Brexit delle multinazionali: pronte a delocalizzare contro il rischio dogana
Mentre il processo che dovrà condurre alla Brexit è sempre più avvolto dalle nebbie, al punto che la Commissione Ue invita a considerare l’eventualità di un vero e proprio crash, cioè di una fuoriuscita traumatica del Regno Unito dall’Unione, cresce il numero di grandi imprese multinazionali che segnalano in modo molto vocale a governo e opinione pubblica britannici il rischio di dover delocalizzare. Gli ultimi pesi massimi, in realtà i primi di quella che sarà una lunga serie, sono Airbus e Bmw, che in quattro impianti in Regno Unito assembla, tra gli altri modelli, la Mini e le Rolls Royce. Alla base di tutto, l’incertezza elevata e crescente sul futuro regime tariffario e il rischio di colli di bottiglia nei tempi di transito doganale, che minerebbero l’architettura produttiva just-in-time. Nei giorni scorsi la principale associazione britannica di costruttori di veicoli a motore, Smmt, ha diffuso i dati dell’investimento nell’industria dell’auto: nei primi sei mesi di quest’anno solo 347 milioni di sterline, contro i 647 milioni dello stesso periodo dello scorso anno. Il referendum sulla Brexit ha coinciso con una vera gelata di questi investimenti, legati a scelte di assegnazione locale di modelli e componenti da parte dei costruttori globali: nel 2015 l’investimento era stato di 2,5 miliardi di sterline; nel 2017 la somma era scesa a 1,1 miliardi. A fronte di crescente incertezza in Regno Unito, i nuovi modelli vengono dirottati su altri impianti, europei e globali. Il governo May, lacerato al suo interno tra sostenitori di un’uscita netta e quanti vorrebbero una Soft Brexit, è paralizzato anche dall’intrattabile vincolo di non avere barriere doganali tra Irlanda e Irlanda del Nord, “dettaglio” colpevolmente omesso dai Leavers in campagna referendaria. Per gestirla, si fa per dire, May propone (o forse mendica) un “limitato” periodo di permanenza nell’unione doganale anche dopo la fine del periodo di transizione, il 31 dicembre 2020 (quello che dovrebbe servire a negoziare un trattato di libero scambio con la Ue, e le cui modalità sono ancora tutte da negoziare), in attesa di un futuribile sistema di controlli doganali senza attriti né code, una sorta di telepass. Dopo la fase dei proclami iniziali, con il mantra vagamente demenziale “Brexit means Brexit”, e quella successiva, in cui lo slogan era “meglio nessun accordo che un cattivo accordo”, quindi meglio finire con le regole e i dazi (spesso molto elevati) dell’Organizzazione mondiale del commercio, May è sopravvissuta (per ora) alla fronda che mirava a dare al parlamento “un voto significativo” sull’esito dei negoziati con Bruxelles, che sarebbe di fatto in grado di bloccare l’uscita in conseguenza di un nulla di fatto. La parola d’ordine che viene da Downing Street è “non legate le mani al governo durante il negoziato”. Se solo ci fosse un’idea di fondo, dietro a questo cosiddetto negoziato, su quale dovrebbe essere l’approdo del Regno Unito ad anni di distanza dal referendum.
Inquinamento, i bimbi sono i più a rischio
L’ambiente condiziona la salute dei più piccoli. Tanto che le patologie infantili possono essere considerate delle sentinelle ambientali. Manca però una consapevolezza politica su questo rapporto. Si fa cioè ancora poco per contrastare i rischi di malattia nei bambini causati dall’inquinamento. Lo studio Sentieri dell’Istituto superiore di sanità, aggiornato da poco, per la prima volta contiene un’indagine epidemiologica sui bambini. Un dato passato sotto silenzio è quello sulle malformazioni alla nascita, in particolare degli organi genitali e del cuore. I ricercatori del Cnr hanno analizzato 13 dei 45 siti contaminati inclusi nel progetto. Nella maggior parte (10 su 13) le malformazioni congenite sono fino al doppio o il triplo rispetto alle medie regionali. I casi peggiori: Gela e Mantova. “Non si può andare avanti con piccoli progetti di indagine, il ministero della Salute dovrebbe finanziare un sistema di sorveglianza epidemiologica permanente”, ci sottolinea il ricercatore dell’Iss Ivano Iavarone. In autunno, ci fanno sapere dall’Iss, intanto partirà il primo progetto di ricerca condivisa sulla salute dell’infanzia che coinvolgerà otto dipartimenti.
Canone Rai, cedolare secca e stipendi: scadenze e novità
Anche se la giornata di oggi rappresenta per i più l’inizio dell’estate e delle vacanze, agli occhi del Fisco i contribuenti non possono ancora rilassarsi: mancano infatti ancora poche ore per tre appuntamenti che riguardano la stragrande maggioranza degli italiani: le scadenze per richiedere l’esenzione del canone Rai e per pagare la cedolare secca sugli affitti. Mentre da oggi i datori di lavoro non potranno più pagare in contanti le retribuzioni ai lavoratori dipendenti e ai collaboratori. Andiamo con ordine.
Canone Rai. Per richiedere l’esonero per il secondo semestre dell’anno della tassa più odiata dagli italiani, che dal 2016 viene corrisposta con la bolletta dell’energia elettrica, si deve inviare entro oggi un modello per comunicare di non possedere il televisore in casa. Il canone che, secondo i dati diffusi a inizio anno dal Mef ha portato nel 2017 un gettito di 1,81 miliardi di euro con un incremento dell’0,8% rispetto al 2016 – mentre per viale Mazzini si è registrata una perdita di introiti di 133 milioni di euro a causa della riduzione dell’importo da 100 euro a 90 euro –, può non essere pagato da chi ha cambiato casa da poco o comunque ha attivato un’utenza elettrica di tipo residenziale ma non possiede la tv e dagli eredi che devono chiedere l’esonero per l’abitazione in cui l’utenza elettrica è ancora intestata al deceduto. Nel primo caso va compilata la sezione A del modello, che si trova sul sito dell’Agenzia delle Entrate, barrando la casella con la quale si autocertifica di non avere il televisore. Mentre gli eredi devono compilare la sezione B. La dichiarazione va inviata online dal sito delle Entrate oppure tramite i Caf. In alternativa è prevista la presentazione per raccomandata senza busta, ma non è affatto facile. Chi ha provato a farlo, l’ha definito un incrocio tra un origami e un’esercitazione di educazione tecnica, visto che il plico va fabbricato con le proprie mani piegando tutti i fogli a soffietto in tre parti, in modo da simulare la forma di una busta. In questo modo la piega lascerà il testo stampato all’interno (non visibile) e la parte bianca all’esterno, su cui scrivere il mittente e il destinatario. Se si salta la scadenza del 2 luglio il canone per il secondo semestre è dovuto. Si potrà però evitare l’addebito del canone in bolletta per il prossimo anno, perché la dichiarazione presentata dal 3 luglio in poi ha valore per l’intero 2019. Anche i cittadini che hanno compiuto 75 anni, con un reddito annuo non superiore a 8.000 euro, possono richiedere l’esenzione.
Cedolare secca. I contribuenti titolari di redditi da locazione che hanno aderito al regime della cedolare secca al 21% ovvero al 10% sugli affitti devono effettuare entro oggi il versamento di saldo 2017 e acconto 2018, un’accoppiata che l’anno scorso ha portato nelle casse dell’Erario circa un miliardo di euro. L’acconto è pari al 95% dell’imposta dovuta per l’anno precedente. Se non supera 51,65 euro, non va versato e si paga tutto a saldo. Se, invece, è pari o superiore a 257,52 euro, va versato in due rate: la prima, pari al 40%, si paga con il codice tributo 1840 entro il 2 luglio; la seconda, pari al restante 60%, entro il 30 novembre. Il saldo del 5% va invece pagato entro il 30 giugno dell’anno successivo. La cedolare secca, scelta da tre proprietari su 4, è in genere più conveniente perché l’aliquota è più bassa di quelle Irpef, non si versano le addizionali locali e si risparmia l’imposta di registro annua del 2%. Solo chi ha elevati importi di oneri detraibili o deducibili, deve verificare bene se, escludendo dal reddito complessivo l’affitto soggetto alla cedolare, non perda in tutto o in parte il diritto a detrarre gli oneri. Anche per i contratti di locazione brevi a scopo abitativo, di durata non superiore a 30 giorni, stipulati dal 1° giugno 2017, i proprietari possono scegliere — in alternativa all’Irpef — di applicare la cedolare secca con aliquota del 21%.
Stipendi. Da oggi, come previsto dalla legge di Stabilità, per le retribuzioni dovranno essere usati solo mezzi di pagamento in grado di assicurare la tracciabilità del movimento di denaro, come bonifico o assegno) sia per i lavoratori dipendente che per quelli che hanno rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, pena una sanzione da 1.000 a 5mila euro. Mentre fino a ora era possibile trasferire somme in contanti di importo fino a 2.999,99 euro. Sono escluse, invece, le prestazioni di tipo occasionale, ma anche i collaboratori domestici potranno ancora essere pagati in contanti. Sul fronte dei pensionati, invece, le poste potranno ancora pagare in contanti gli assegni inferiori a mille euro, come previsto già dall’aprile 2012. Tutte le altre vanno accreditate sul conto corrente bancario o postale, sul libretto postale o sulla carta prepagata.
Lo straordinario vivere insieme di Garboli e Loy
Passa come un galoppo la vita insieme di Cesare Garboli e Rosetta Loy e lei così la ricorda. E non bisogna lasciarsi ingannare dal sottovoce lieve con cui la Loy racconta. Perchè riesce a darci, integro, l’impeto espressivo e savonaroliano di Garboli, un torrente impetuoso che riusciva a trasportare sotto i nostri occhi stupiti, ammirati, disorientati, in acque fangose e pericolose, le cose belle e grandi della cultura che vivevamo in quell’Italia mezza grande e mezza corrotta (Pasolini e Gelli sono i protagonisti ), in cui un orgoglio tenace e carico di cose da mettere in salvo, sbatteva contro mafia e regime (Cesare di Rosetta Loy, Einaudi). La Loy parla di una vita facendoti riascoltare una voce. Quella voce è stata l’ultima testimonianza di un Paese grande e misero, nobile e volgare, che sta per spezzarsi ma può ancora illudere se l’uomo colto e creativo che ha la sensibilità estrema di un cieco, tocca il passato, che non è più orgoglio. E resterebbe un reperto di cultura, se Garboli non lo facesse vivere con efficacia e chiarezza. Garboli ha fatto luce su un Paese intero (una sorta di clinico con straordinarie bed manners, ovvero il tipo di medico che porta conforto senza nascondere la diagnosi), mentre l’Italia si stava avviando, avida e spensierata, verso il basso in cui stiamo vivendo adesso. È stata brava, Rosetta Loy, a coinvolgere i suoi lettori nella grande avventura intellettuale e morale che è stato Garboli per l’Italia, fecendo in modo di non abbandonarsi al racconto della grande felicità che è stata la loro vita insieme. La vitalità creativa, inventiva, sorprendente , dolce e durissima di Garboli incontra qui la sua grande testimone fidata (amorevolmente fidata) che trova sempre lo sbocco pubblico, la parte che ci riguarda , di qualcosa che avrebbe potuto e restare solo patrimonio privato. Come allora, nel libro compaiono personaggi, arrivano voci, giudizi d’arte, di vita, di politica, e la testardaggine del mirare preciso mentre si stava intravedendo l’inizio di cose che stiamo vivendo adesso. Questo avventuroso rapporto di Rosetta Loy non è un diario, è la narrazione di frammenti di una straordinario vivere insieme. Cesare Garboli è stato il protagonista di un’epoca e la Loy è riuscita a stargli accanto nonostante improvvisi scatti in avanti che cambiavano la visione e producevano meraviglia. Garboli vede e scrive, con la consueta fermezza e una apparente mitezza, la sua spietata interpretazione dei fatti. Ma la Loy è scrittrice troppo complessa per essere solo testimone. E ciò induce a considerare questo libro un fatto raro, che ci ricorda il non dimenticabile Addio a Berlino di Isherwood e Auden.
“Commissario Ricciardi, c’è il cadavere di un prete”
Certo il tram non era il massimo per raggiungere il luogo in cui era stato rinvenuto un cadavere, ma, come aveva detto serafico al commissario Ricciardi (…) si trattava appunto di un cadavere che, per sua natura, non aveva fretta.
“Io poi mi domando e dico, commissa’. ma queste due macchine mi spiegate che le teniamo a fare? Meglio sarebbe che ci dessero, che so tre o quattro biciclette. O qualche carrozzella coi cavalli, sapete, come ci stavano una volta. Invece abbiamo questi due catorci, uno sempre scassato e l’altro a disposizione del signor questore e della famiglia sua. E ci chiamano pure squadra mobile, ci chiamano”.
Ricciardi, accomodandosi sul sedile di legno del tram, scosse il capo e sorrise tra sé. L’aria della primavera ormai inoltrata gli rallegrava l’umore solitamente cupo e, anche se brontolava, lo stesso Maione gli sembrava euforico, contento. Con loro c’erano due guardie (…), Camarda e Vaccaro (…). Ricciardi si mise a osservare le strade che scorrevano di fianco al tram. In quella primavera del 1933, o anno XI come dicevano i fascisti, la città andava rapidamente cambiando pelle. C’erano cantieri ovunque, e anche prima dell’inizio ufficiale della bella stagione flussi imponenti di turisti scendevano dalle navi ormeggiate nel porto e si addentravano curiosi per vedere le famose bellezze del luogo. (…) Poi il tram si fermò sferragliando e Maione disse: “Commissa’, prego, dobbiamo scendere”.
Quando il tram fu ripartito Maione si guardò attorno, allargo le braccia, e disse: “Respirate profondamente, commissa’: questa è aria buona. Ci sta la campagna e ci sta il mare. Posillipo, il posto degli innamorati e della verdura, di contadini e pescatori! (…) Vaccaro si tolse il cappello e se lo sventolò davanti al naso. “Non per contraddirvi, brigadie’, ma io sento solo la puzza dei maiali e delle galline. È inutile, sono proprio un cittadino: non sono fatto per la campagna”. (…) Il cammino, seppur agevolato dalla discesa, non fu breve. Ci vollero più di venti minuti per arrivare a destinazione, e a tratti si doveva attraversare una sterpaglia pungente in cui si impigliavano i vestiti. Lanciando un’imprecazione, Maione si lamentò: “Ecco qua, mo’ chi la convince a Lucia che mi sono strappato i pantaloni per lavoro?”.
Alla fine della stradina i ragazzi che li precedevano lungo il tragitto, e che non avevano smesso di cantare e prendersi in giro tra loro, si fermarono di botto come di fronte a uno spettacolo improvviso. I poliziotti si fecero largo e videro una stretta rampa di gradini scavati nel tufo, e una lingua della stessa roccia che si protendeva nel mare color azzurro profondo, fermo come un lago. Il sole era ormai alto, e l’aria era calda. Il ragazzo più grande, portavoce del gruppo, si avvicinò a Maione e disse, solenne: “Brigadie’, noi qua facciamo i ranci e le cozze. Ma mo’ che ci è morto ’o prevete non ci possiamo scendere più?”.
Maione guardò in fondo alla scala, scorgendo una piccola folla di adulti disposti a cerchio attorno a qualcosa che giaceva a terra. Allungò la mano per una ruvida carezza sulla testa del bambino e lo rassicurò: “Non ti preoccupare. Tornerà tutto a posto e potrete pescare di nuovo i granchi”. Poi si avviò, seguendo Ricciardi e precedendo Camarda e Vaccaro. C’erano quattro donne e due uomini.
(…) Il commissario teneva gli occhi fissi sul corpo. Il viso del morto era rivolto al suolo e non si vedeva, i radi capelli bianchissimi e sottili si muovevano appena per la brezza che saliva dal mare.
Sul cranio era evidente una larga depressione insanguinata, e sulla pietra si distingueva una macchia scura, ormai secca. Il vestito era la tunica nera, inconfondibile, di un prete.
Maione chiese: “Chi è che l’ha trovato?”.
Uno dei due uomini si fece avanti. Era giovane, bruno, la pelle cotta dal sole e gli occhi circondati da un reticolo di rughe. Indicò con un secco gesto della testa una barca da pesca ormeggiata nei pressi della spiaggia, a una ventina di metri. “Io, brigadie’. Renzullo Tommaso. Pescatore”.
Ricciardi sospirò piano. Era arrivato il momento. Maione comprese la volontà del superiore e si rivolse agli altri: “Va bene, venite tutti con me”.
Un Tutankhamon per il pallone italico
Lunedì 2 luglio 2018, notizie dal fronte. L’Armata del pallone italico, ultimamente in grave disarmo, sta cercando di riorganizzarsi sia sul fronte interno sia sul fronte europeo. Dopo la disfatta contro l’esercito svedese nella guerra per il mondiale, disfatta che ha lasciato sul campo il generale Tavecchio e il suo sottoposto marmittone Ventura, è quasi fatta per la nomina del nuovo comandante in capo. A succedere a Carlo Tavecchio, 75 anni, potrebbe essere Giancarlo Abete, 68 anni: da una recluta all’altra, insomma.
Piccolo particolare che allo Stato Generale è sfuggito: Abete, detto Tutankhamon per la ritrosia a uscire dal sarcofago mostrata nelle precedenti reggenze, ha già all’attivo tre mandati, ergo non può essere rieletto. Quisquilie, comunque. Sul fronte esterno nel frattempo non mancano le soddisfazioni: come quella di avere respinto con perdite l’invasore Mediapro che dopo aver mostrato una particolare bravura nel raccontare, confezionare e distribuire in tv il calcio spagnolo (leggi la Liga del Real Madrid di Cr7, del Barcellona di Messi e dell’Atletico di Griezmann), a dispetto dei 1150 milioni offerti per la serie A è stato messo alla porta e spinto a versare i 1150 milioni (+ 3) alla Ligue1 francese, che a noi ha sempre fatto ridere e che di colpo ha aumentato il valore del suo calcio del 60%. Erano pochi per la serie A 1150 milioni? Sì. Infatti la Lega ha subito chiuso con Sky e Perform per 973 milioni: quasi 200 in meno, e anche se gli appassionati ora dovranno sottoscrivere due abbonamenti per vedere quello che hanno sempre visto con uno, l’importante è non formalizzarsi. A proposito di teleutenti: Sky, preoccupata per la montante disaffezione di una parte dei suoi abbonati, pare stia pensando di attenuare la cascata di melassa juventina dispensata a piene mani nelle ultime stagioni intervenendo almeno sui casi più eclatanti come quelli di Ilaria D’Amico in Buffon (sostituita da Diletta Leotta?) e del soldato Massimo Mauro, nei secoli fedele, che potrebbe tornare a darsi al golf al Royal Park “I Roveri” di Andrea Agnelli.
Ancora dal fronte europeo: il Milan è stato cacciato con ignominia da ogni competizione perchè – sostiene l’Uefa – dopo averlo fatto grande Berlusconi se ne è sbarazzato mettendolo nelle mani di personaggi di totale inaffidabilità. E mentre in Serie A, con Inter e Roma incatenate al Fair Play finanziario dell’Uefa, quindi obbligate a fare di conto, la noia regna sovrana con la Juventus che da sette anni vince senza poi troppi avversari e in Serie B fallisce il Cesena e altri tre club, Bari, Palermo e Foggia, sono col cappio alla gola, in Lega Pro siamo allo sfacelo con almeno dieci club in bancarotta, senza nemmeno i soldi per iscriversi al campionato e quindi destinati a scomparire.
Ciliegina sulla torta: il “Decreto Dignità” del nuovo governo sta per proibire ogni forma di pubblicità del gioco d’azzardo, scommesse sul calcio comprese. Meritorio diremmo. Ma andate a raccontarlo ai presidenti di Serie A, quelli che con i soldi dei marchi di scommesse in questi anni hanno messo assieme il pranzo con la cena; ora sono tutti lì con la pistola puntata alla tempia. E comunque tranquilli: come diceva quello, l’intervento è riuscito ma il paziente è morto.