“La situazione è molto seria”. Usa queste lapidarie parole Angela Merkel ieri a tarda sera davanti allo stato maggiore del suo partito, la Cdu, per esprimere quanto sta accadendo in Germania: per la prima volta dal 2005 sente scricchiolare davvero la poltrona della cancelleria. E la rottura non avviene con l’alleato socialdemocratico della Grande coalizione, ma con il partito “fratello” della Baviera, la Csu, spinto su toni sempre più estremisti sulla questione migranti, con le elezioni regionali del 14 ottobre ormai alle porte e l’estrema destra che sembra sempre più in partita.
Ventiquattrore prima, in cancelleria, Horst Seehofer, ministro dell’Interno e leader della Csu, sempre più una sorta di Salvini tedesco, ha provato a convincere la Merkel per spostare la Germania su una nuova linea di chiusura ai migranti, ma lei “non si è mossa di un centimetro”, ha sussurrato ai suoi lo stesso ministro. Per il falco bavarese, infatti, l’esito del vertice europeo sui migranti è “insufficiente”: la Csu insiste sui respingimenti immediati al confine, ma su questo la Merkel non può contraddire se stessa. Ieri pomeriggio la cancelliera è intervenuta in tv, alla Zdf, spiegando che un accordo con Roma “per ora non era possibile, il primo ministro italiano Giuseppe Conte ha detto che l’Italia si è sentita piantata in asso da molti, per anni”. Ma il dialogo Berlino-Roma resta aperto e la Merkel ribadisce: “È chiaro che l’Ue è lenta, il problema non è certamente risolto c’è ancora molto lavoro, ma io voglio che l’Europa sia tenuta insieme”, ha chiarito una volta per tutte. Perché la posta in gioco sembra proprio questa, l’unità europea e la disgregazione perseguita dalle destre, da Orban a Salvini.
Alle 22,30 di ieri, vertici dei partiti Cdu e Csu ancora in corso a Berlino, tutto sembra volgere al peggio ma ogni previsione sembra ancora un terno al lotto: Seehofer potrebbe annunciare le sue dimissioni, o l’ostinazione sui respingimenti, sui quali potrebbe decidere di procedere comunque da ministro dell’Interno. Costringendo la cancelliera Merkel a chiedere le sue dimissioni e aprendo di fatto la crisi di governo e la rottura dell’architrave della poltica tedesca, cioè l’alleanza un tempo indissolubile tra cristiano democratici e cristiano sociali bavaresi. “Farò ogni sforzo per evitare la rottura tra Cdu e Csu”, ripeteva ancora ieri la Merkel, mai apparsa così fragile prima d’ora. Ma per la Germania sull’orlo di una crisi di nervi è la notte più lunga.
Angela Merkel, cancelliera dal 2005, sembrava averli tenuti saldi al vertice di Bruxelles sui migranti giorni prima portando a casa un compromesso. Il suo destino si incrocia con quello di un altro che ha deluso il Paese ed il cui futuro è forse ancora più incerto. Cioè Joachim Löw, che siede sulla panchina della nazionale tedesca di calcio dal 2004 (i primi due anni come vice) e che dopo aver riportato il titolo mondiale in patria dal Brasile nel 2014 è rientrato dalla Russia con una amarissima eliminazione al primo turno.
Entrambi sembrano non aver capito che i tempi erano cambiati. Merkel era riuscita a far digerire ai tedeschi il (contestato) salvataggio della Grecia, a far passare l’improvvisa uscita dal nucleare (dopo Fukushima) e, inizialmente, perfino a far accogliere alla Germania un milione di profughi che scappavano dalle guerre, nel 2015.
La AfD, la Alternative für Deutschland, era nata con la crisi economica e si era schierata contro la moneta unica e il soccorso al governo ellenico, e l’estrema destra ha prosperato cavalcando la paura per il terrorismo collegata strumentalmente all’immigrazione e la protesta verso la politica paludata, beneficiando dell’incrementato tasso di litigiosità della precedente Grosse Koalition tra democristiani e Spd. Cercando di sfilare gli argomenti cari alla AfD, la Csu, il partito bavarese gemello della Cdu della Merkel, ha invece tenuto costantemente il tema dell’immigrazione in prima pagina.
Adesso, ad un centinaio di giorni dalla costituzione del nuovo esecutivo, un’altra GroKo, l’implosione dell’alleanza più salda che la Germania abbia mai avuto – quella tra la Cdu e la Csu, Unione al Bundestag – non è mai stata così vicina. Ma nemmeno queste lacerazioni tra i partiti d’ispirazione cristiana sembrano in grado di rilanciare a sinistra, almeno per ora, i socialdemocratici della Spd, che pure hanno trovato modo di far sapere di “non voler essere la stampella dell’esecutivo”. L’ultimo mandato di Angela Merkel (64 anni il prossimo 17 luglio) è un calvario cominciato sei mesi dopo il voto. Per parecchi giorni sembrava addirittura destinato a finire a meno di un quarto della legislatura. La Csu era sembrata propensa fin da subito a scaricare la cancelliera, ma la rottura dell’accordo interno all’Unione avrebbe comportato l’immediata presentazione di una lista della Cdu in Baviera.
Perché i cristiano sociali che regnano con la maggioranza assoluta nel Land più ricco del Paese non devono mai fare i conti con una lista dei cristiano democratici. L’assedio alla cancelliera sull’immigrazione aveva portato consensi alla Csu, che è poi tornata a precipitare nei sondaggi. E, soprattutto, la maggioranza assoluta in Baviera, che è il vero obiettivo di questo durissimo scontro (il voto locale è in calendario il 14 ottobre), continua a restare lontana, almeno nei sondaggi.
Le radici della spaccatura attuale risalgono all’apertura delle frontiere voluta dalla Merkel nell’estate del 2015 appunto. All’epoca la cancelliera era forte: in patria ed all’estero. Rimasta sola nella sua coraggiosa politica dell’accoglienza volontaria, la Merkel ha pagato il crescente successo della AfD, gli xenofobi di destra il cui candidato di punta non si era fatto scrupoli nel sollecitare lo “smaltimento in Anatolia” di una politica socialdemocratica. L’imbarbarimento del linguaggio è stato uno degli elementi dell’ultima campagna elettorale. Il movimento è entrato trionfalmente in quasi tutti i parlamenti regionali con percentuali più o meno importanti fino ad arrivare a diventare il primo partito nella ex Ddr. E nella Germania occidentale ha ottenuto, proprio nella prospera Baviera della Csu, i maggiori consensi. La scadenza elettorale in Baviera è vicina e l’ex governatore Horst Seehofer, sostituito da Markus Söder (che almeno finora non sembra in grado di risollevare le sorti del partito), è stato dirottato a Berlino, al ministero degli Interni, per mandare segnali chiari in tema di immigrazione. Uno come il premier ungherese Viktor Orban è stato già due volte ospite alle convention della Csu, più interessata alla sua intransigenza sui migranti che ai suoi giri di vite sui diritti civili nel Paese.
Nella scorsa legislatura il partito bavarese si era impuntato sul pedaggio per i soli automobilisti stranieri, poi avallato perfino dall’Ue che aveva inizialmente avviato una procedura d’infrazione. Adesso la bandiera del partito è l’immigrazione. L’intesa di Bruxelles, con la maggior difesa delle frontiere ed i centri di fuori dall’Europa, è un segnale che il falco Alexander Dobrindt (il ministro del “pedaggio”) ha interpretato positivamente: “Sono cose che noi chiedevamo da tempo”. L’accordo minimo potrebbe bastare alla Csu, almeno in linea di principio, per far proseguire la Merkel. Ma non è detto che sia sufficiente per vincere le elezioni in Baviera ed è questo il dato che pesa a Monaco.
Il paese ha un problema di leadership. Il fascino umile e crepuscolare della cancelliera non fa più breccia e malgrado la Germania si confermi come locomotiva economica, politicamente è più isolata. Il capolinea sembra vicino e qualcuno ha già ipotizzato una possibile staffetta con la Spd alla cancelleria prima del prossimo voto federale.