L’Armata Russa butta fuori le Furie Rosse: Putin esulta

Barba bianca, vestito rosso e scettro in mano, San Nicola protegge la porta su cui si perde l’ultimo rigore della Spagna. Non si sa se sia stato lui a fare il miracolo, o la lunga mano di Putin che rinnova la vecchia tradizione di certi Paesi ospitanti che devono fare strada ad ogni costo. È davvero il Mondiale della Russia: la nazionale di casa è nei quarti di finale, tra le grandi potenze del mondo, persino calcistiche.

Eliminata la Spagna (1-1 dopo i supplementari, 5-4 ai rigori), sotto gli occhi di re Felipe VI e del capo della Fifa, Gianni Infantino, non di Putin che rimpiange di non aver presenziato in tribuna. Il presidente però si è subito complimentato con la squadra per la “vittoria impressionante”, e il suo portavoce ha fatto sapere che nel corso della giornata aveva chiamato per ben due volte il ct Cherchesov. Nel trionfo c’è anche il suo zampino.

Un intero popolo si è riversato in piazza, cosa che non è abituato a fare molto di frequente (durante il torneo, a esempio, tutte le manifestazioni pubbliche sono vietate).

“Non abbiamo mai vissuto nulla del genere”, raccontano. Bandiere ovunque, canti popolari, belle ragazze che dipingono le guance dei passanti, vodka, colbacchi, colombe portafortuna, persino qualche costume da orso: tutti i luoghi comuni sulla Russia prendono vita nella festa più russa che il Paese ricordi. E nell’euforia collettiva ci si dimentica di tutto, le critiche alla nazionale, i problemi, la contestatissima riforma delle pensioni.

È l’effetto mondiale in cui sperava Putin, il cui consenso è in calo (dal 72 al 64%) e magari tornerà a salire, grazie alla Russia che nella vulgata ufficiale vince sempre, adesso persino nel calcio.

Un’eco un po’ sinistra risuona anche nelle congratulazioni di Vitaly Mutko, ex ministro dello Sport coinvolto nello scandalo del doping di Stato che però è rimasto a capo del comitato organizzatore, ma il successo storico ha altri segreti.

L’ardore dei calciatori trasformati dal pubblico, il catenaccio di Cherchesov, la pochezza della Spagna arrivata incredibilmente al Mondiale senza allenatore e forse alla fine di un ciclo (Iniesta ha detto addio), un pizzico di fortuna, il favore dei rigori. In tutto questo Putin non c’entra nulla, eppure resta l’impressione è che senza di lui non sarebbe mai successo.

Ludovica Zuccarini come la Figaro di Passaggi Festival

Ride, sorride. Arrossisce dalla fronte al mento, come non ho mai visto nessuno. Ludovica Zuccarini sembra spuntata da un fumetto, di quelli che una volta incantavano i bimbi buoni. Un divertente impasto di modestia e di bravura, che in una 29enne di oggi ti arriva come una folgorazione. “Lei non si meravigli però, io amo stare nelle retrovie, lo sanno tutti che sono una ragazza da seconda fila. Il momento più difficile qui a Fano? Quando una tv mi ha voluto intervistare, un imbarazzo che non le dico”. E giù di nuovo una risata di gusto. Fano. In effetti qui Ludovica è diventata una reginetta a sua insaputa. “Passaggi”, il festival della saggistica di cui si è chiusa ieri sera la sesta edizione con il premio speciale dato (significativamente) a Liliana Segre, è una manifestazione che a Ludovica deve molto.

“Come ci sono arrivata? Mi conosceva il direttore, Giovanni Belfiori. Aveva lavorato con mio padre per la Confesercenti e pensò a me come volontaria quando fu tra gli organizzatori della festa nazionale dell’Unità a Pesaro nel 2006. Mio padre è socialista, l’ultimo rimasto, (ride) vabbé, diciamo uno degli ultimi. Ero una ragazzina, avevo 16 anni. Dopo di allora ho studiato all’università a Bologna, ho preso la specializzazione in Comunicazione politica e pubblica, e ho pure fatto un Erasmus a Parigi.” Pronta per essere richiamata a “Passaggi” nel 2015, poco prima dell’inizio, a metà maggio perché una ragazza se n’era andata via. “Sa, mi schiavizzano sempre”. Nuova risata argentina, un po’ per dire che forse l’ha sparata grossa un po’ perché non si pensi mai che la chiamano perché è brava. Racconta di essere arrivata a Fano, lei che lavora tutto l’anno nell’albergo del padre a Pesaro, “senza pensarci troppo”, finendo in un evento di cui non sapeva nulla, e in cui fu costretta a immergersi senza scampo in un paio di giorni, insieme a una decina di volontari. Una manifestazione con pochi soldi e molte ambizioni in cui anche a ragazzi come lei era chiesto di dare una mano, di aiutarla a crescere. Oggi non è più volontaria. “Passaggi” è un po’ diventato il suo lavoro. Secondo lavoro durante l’anno, perché il primo è comunque quello con suo padre; ma il primo e unico lavoro in maggio e giugno, i mesi di ferro. Sta di fatto che per tutti e dodici i mesi è l’angelo custode di un direttore inquieto e scoppiettante, mai contento di quel che gli cresce tra le mani, che vorrebbe vedere il pubblico arrampicato sui lampioni, anche ottocento sedie in piazza XX settembre gli sembra che vadano “abbastanza bene”.

“Ormai siamo tanti. Una decina di persone seguono l’organizzazione anche di inverno. Poi quando arriva il momento magico ci si moltiplica. Questa volta abbiamo 60 studenti dell’alternanza scuola-lavoro e un’altra ventina di volontari senior, tra autisti, gestori delle piazze e redazione web. “Se li dirigo tutti io? Macché, io non dirigo nessuno”. E invece lo sanno tutti che a far funzionare una macchina complessa c’è lei. Ludovica come Figaro. Telefonate, appuntamenti, relazioni periodiche, sistemazioni, capricci da soddisfare, disdette da rimediare. Intorno a lei ruotano ospiti d’ eccezione: Massimo Cacciari o Marco Minniti, Tiziana Ferrario o Moni Ovadia, Marco Travaglio, Piero Angela, Alan Friedman, Luciano Fontana, Attilio Bolzoni. E Liliana Segre, appunto. “Ma io non riesco a godermeli. Quando l’ospite va sul palco io sono già da un’altra parte a pensare agli imprevisti dell’appuntamento successivo, con i minuti contati. Gli arrivi, a volte le scorte, le cene veloci. I ritardi, le lamentele che non mancano mai. Eppure questo clima mi piace, mi appassiona, sento tutto quel che accade come se fosse una cosa ‘mia’. Lo vuol sapere qual è per me il momento più bello? È quando si spengono le luci l’ultima sera, quando noi volontari o addetti all’organizzazione saliamo tutti insieme sul palco e salutiamo. E la gente contenta ci applaude nel buio. Lì realizzo d’incanto tutto il lavoro che ci siamo addossati, e mi sento felice due volte. Per quello che abbiamo fatto e perché finalmente mi posso riposare”.

L’anno dopo la ritrovate sempre qui. Più brava e con più giovani intorno. Quando ho detto a Giovanni, il suo capo burbero e incontentabile, che mi era venuta voglia di scrivere di lei, gli si sono illuminati gli occhi: “se lo fai la rendi felice, e non immagini quanto”. Perché pure i timidi amano vedersi riconoscere i loro meriti. Anche se poi arrossiscono dalla fronte al mento.

“Papà, vado a vivere da solo”: la palestra per il “dopo di noi”

“Le regole ci stanno un po’ strette, ma spesso sono utili per decidere insieme cosa guardare in tv, oppure per partecipare alle discussioni con gli altri senza il cellulare a tavola”. È uno dei post del blog Casetta 31 in cui Luca, Federica e altri 13 giovani adulti con disabilità cognitiva raccontano, settimana dopo settimana, la loro esperienza di “autonomia abitativa”. Tutto comincia un anno e mezzo fa, quando un gruppo di genitori romani che hanno figli con disabilità diverse decidono di mettersi insieme e prendere in affitto un appartamento a Casetta Mattei, zona Corviale, periferia a Sud-Ovest della Capitale, nel tentativo di distaccare, gradualmente, i ragazzi dalle famiglie di origine e garantire loro un futuro indipendente. Ogni weekend, dal venerdì pomeriggio alla domenica pomeriggio, cinque persone di età tra i 20 e i 40 anni, a turno, si ritrovano in “Casetta”, fuori dalle rispettive famiglie e dalla routine quotidiana.

“È una sorta di palestra per allenarli a vivere da soli: il nostro obiettivo è far maturare questa esperienza affinché ‘il durante noi’ diventi in maniera naturale un ‘dopo di noi’. Anche i nostri figli diventano grandi”, spiega Silvana Giovannini, presidente dell’associazione “Ylenia e gli amici speciali” che sta portando avanti il progetto con finanziamenti ottenuti un po’ dalla Tavola Valdese, un po’ dall’8 mille e un po’ da privati. “Ci aspettiamo che, a questo punto, le istituzioni raccolgano questa esperienza e la possano far crescere. Ora che c’è una legge specificamente finanziata. Ci aspettiamo anche che altre famiglie vogliano impegnarsi nel progettare oggi il futuro dei loro figli”. Da due anni esatti, infatti, è in vigore la legge 112, la cosiddetta “Dopo di noi”, che finanzia la realizzazione di interventi innovativi di residenzialità per le persone con disabilità grave, ovvero soluzioni alloggiative di tipo familiare e di co-housing, come è Casetta 31. Ma soltanto in Lombardia alcuni progetti sono stati redatti, valutati, finanziati con le risorse del Fondo nazionale per il dopo di noi e, finalmente, avviati. Nel Lazio, dove solo per il 2016 sono state stanziate risorse per circa 9 milioni di euro – la cifra più alta dopo la Lombardia –, “ci sono diversi punti di criticità”, riconosce Andrea De Carolis, funzionario della Regione Lazio. “Per metà luglio promuoverò un incontro generale sul ‘dopo di noi’, perché la Regione Lazio possa essere guida per i Comuni”, è l’annuncio dell’assessora regionale alle Politiche Sociali, Alessandra Troncarelli durante il convegno Mamma, vado a vivere da solo dell’associazione “Ylenia e gli amici speciali”.

Intanto, almeno fino a novembre (quando i fondi termineranno), i coinquilini della “Casetta” continueranno, grazie anche al lavoro degli operatori e degli psicologi, a imparare a prendersi cura della propria persona e della casa, a cucinare, ma anche a sperimentare le frustrazioni della vita di tutti i giorni: pochi mesi fa, sono rimasti bloccati per ore nella metropolitana, a causa degli ascensori rotti, ed è saltata così la tanto sognata visita allo zoo.

Ancora assalto al mare: frodi e colate di cemento abusivo

Gazebi in legno, piastre di fondazione, scalette in cemento per la discesa a mare o, addirittura, appartamenti che improvvisamente si allargano direttamente sulla spiaggia, tra garage e verande che sbucano dal nulla. Senza uno straccio di permesso e nel pieno abusivismo edilizio da parte di troppi italiani cresciuti a pane e condoni. Succede a Porto Empedocle (in provincia di Agrigento) a due passi dalla Scala dei Turchi, dove nel 2015 è stato abbattuto un ecomostro dopo 20 anni di battaglie ambientaliste e dopo un balletto giudiziario andato avanti fino al 2013, a Triscina, all’ombra dei templi di Selinunte (Trapani) dove 500 villette, progettate dopo il terremoto del 1968, continuano a rovinare il paesaggio, o a Pizzo Sella (Palermo) – un promontorio brullo, proteso sullo splendido golfo di Mondello – dove, come metastasi di cemento, se ne stanno 170 villette, edificate quarant’anni fa al di fuori di ogni regola e logica. Ma sono tutte i mari italiani (dalla Liguria alla Maddalena in Sardegna) a essere assediati da cemento abusivo, tonnellate di rifiuti, scarichi inquinanti delle tante località che ancora non hanno un depuratore efficiente, pescatori di frodo che fanno razzie, così come dall’invadenza degli stabilimenti balneari che rendono inaccessibile interi tratti di litorale come dimostra il dossier Mare Monstrum 2018 pubblicato da Legambiente.

Un assalto che non conosce tregua: lo scorso anno sono state 17.030 le infrazioni contestate dalle forze dell’ordine, vale a dire oltre 46 al giorno, con un incremento dell’8,5% sul 2016. Le persone denunciate e arrestate arrivano a quasi 20mila, mentre i sequestri sono stati 4.776 (+25,4%). Ma quasi il 50% dei reati si concentra in sole 4 regioni: Campania (il 15,9% del totale), Puglia (12,3%), Sicilia (12%) e Lazio (10,3%). Con il Molise che scalza la Campania dal primo posto se si valuta il numero dei reati per chilometro quadrato: ben 6,1.

La prima grande imputata dello scempio che si abbatte sui mari nostrani è la maladepurazione (i depuratori mal funzionanti e la contaminazione del suolo rappresenta il 35,7% del totale delle infrazioni accertate). Si tratta di un’emergenza irrisolta, che lo scorso maggio ha portato all’Italia una maxi multa da 25 milioni di euro comminata dalla Corte di giustizia europea, a cui si aggiungeranno altri 30 milioni per ogni semestre di ritardo accumulato nell’adeguarsi alle norme. Importo che sarà comunque coperto dall’ammontare delle sanzioni penali e amministrative dei sequestri effettuati nel 2017 nei vari business, visto che secondo Legambiente arriva a poco meno di 970 milioni di euro.

Ma se gli scarichi fognari fuorilegge riguardano un italiano su quattro, non va meglio con la pesca di frodo. Uno dei sequestri più recenti, avvenuto lo scorso mese nelle isole Eolie, a Lipari, ha riguardato 8 km di reti spadare posizionate in mare con intrappolati all’interno 9 alalunga, una specie molto pregiata di tonno. Mentre agli inizi di giugno sono stati sequestrati 400 ricci di mare nel mare di Augusta (Siracusa). Complessivamente nel 2017 sono state intercettate quasi 460 tonnellate di prodotti ittici, tra cui il novellame che viene definito l’oro bianco per il su alto valore economico. A dimostrazione che la mattanza dei mario italiani continua ad attirare ecocriminali soprattutto al Sud. Le bellezze di un mare che, alla prova dei fatti, vengono poi negate ai cittadini a causa dei diritti negati sul fronte dell’informazione e dell’accesso ai tratti di spiaggia liberi.

“I numeri dell’attività delle forze dell’ordine ci dicono che il nostro mare è ancora sotto assedio”, commenta Laura Biffi dell’Osservatorio Ambiente e legalità di Legambiente. Che prosegue: “Ci sono problemi che richiedono l’intervento delle istituzioni, come la cattiva depurazione e la repressione dell’abusivismo. Ma ci sono ambiti in cui occorre pretendere un maggiore senso civico dai cittadini, penso all’inquinamento marino da plastiche, che sta mettendo seriamente a rischio la biodiversità. E penso alla pesca illegale, che prospera grazie alla domanda di prodotti sottoprezzo e sottobanco. Del Mediterraneo dobbiamo avere maggiore cura. È un ecosistema prezioso per tutte le comunità che vivono lungo le sue sponde. Quest’anno, con Goletta Verde, intendiamo mettere al centro anche il suo ruolo centrale nelle politiche di accoglienza e integrazione, perché torni a unire e non a dividere i popoli”.

L’omicidio irrisolto del gerarca fascista che cambiò idea

È morta qualche settimana fa Diana Muti Baldini, unica figlia di Fernanda Mazzotti e del gerarca fascista Ettore Muti, ravennate, legionario fiumano, eroe di guerra e segretario del Partito nazionale fascista fra il 1939 e il 1940. Fu assassinato in circostanze mai chiarite, a Fregene, il 24 agosto del 1943. Nessun organo d’informazione ha dato notizia della scomparsa della signora Diana, nata nel 1929, che per decenni ha cercato di tutelare la memoria del padre e di salvaguardarla dalle strumentalizzazioni politiche neofasciste e pseudostoriche, così come dalle speculazioni commerciali e da quelle di una presunta seconda moglie dell’uomo per il quale Gabriele D’Annunzio aveva coniato l’appellativo di “Gim dagli occhi verdi”.

Nell’agosto del 2008, raccontò allora il quotidiano bolognese Il Resto del Carlino, Diana Muti Baldini aveva rotto il suo riserbo, stanca del fatto che il padre “fosse oggetto delle più becere strumentalizzazioni politiche e private”, dalle “manifestazioni che, ogni fine agosto, animano il cimitero di Ravenna con saluti romani, bandiere e slogan fascisti, alle esternazioni di Araceli Ansaldo, signora spagnola che senza alcuna prova, da anni si presenta come seconda moglie di Ettore Muti”. Insieme alle figlie Caterina e Marina, diede così mandato alle avvocate Francesca Montanari e Silvana Santandrea “di inviare una serie di diffide alla sedicente consorte, all’Associazione nazionale arditi d’Italia, che ogni anno organizza la commemorazione sulla tomba di famiglia a Ravenna”, e “ad alcuni negozi di Predappio che, senza consenso, utilizzano il nome, l’immagine e il ritratto di Muti a fini commerciali”. Diana Muti, spiegarono le sue legali, riferendosi al raduno commemorativo fascista del 24 agosto, “non ha mai preso parte a questo evento che si configura inequivocabilmente come manifestazione politica. Al contrario parla di vera e propria profanazione della tomba del padre, che al temine della cerimonia viene lasciata in condizioni indescrivibili, ricoperta degli oggetti più disparati. Per non parlare delle bandiere e dei vessilli, vietati dal regolamento comunale sui cimiteri, dei saluti romani e degli slogan che rientrano nel reato di apologia del fascismo”.

Un anno fa, poi, dopo una profanazione teppistica, come affermava il giornale online RavennaeDintorni.it, le spoglie di Muti vennero portate via dal cimitero di Ravenna, e “la sua tomba di fatto non è più tale”. I resti del gerarca “sarebbero stati fatti cremare dalla famiglia. Per questo da qualche settimana non c’è più la lapide che lo commemorava sulla tomba dei Muti”. Sebbene all’epoca dell’omicidio di Muti fosse poco più che una bambina, Diana era l’ultima memoria vivente di uno dei grandi misteri della storia italiana del Novecento: l’assassinio di un potente rappresentante del fascismo, avvenuto un mese dopo la caduta del regime e l’arresto di Mussolini, durante la notte fra il 23 e il 24 agosto 1943, quando i carabinieri del maresciallo Pietro Badoglio si recarono ad arrestarlo nella sua villa a Fregene e ne seguì una sparatoria. “Ma erano davvero dei carabinieri, quelli che gli spararono, o della gente travestita con quelle divise?”. A domandarselo ancora oggi è la signora Ines Rossi, 90 anni appena compiuti, storica fan di Lucio Dalla (gli portava una rosa a ogni concerto) e soprattutto buona amica per tanti anni della figlia di Muti. Nella casa di riposo dove soggiorna, a Bologna, Ines ci racconta del silenzio che Diana aveva mantenuto per tanto tempo su quelle vicende, “per impedire che si screditasse la figura di Muti”, ma anche del desiderio che Ines, dopo la sua morte, “rivelasse qualcosa di ciò che le aveva raccontato”, o promesso di raccontare. A cominciare dai legami di amicizia e di affari del gerarca romagnolo con il petroliere Attilio Monti, deceduto nel 1994, proprietario di raffinerie e di giornali, da Il Resto del Carlino a La Nazione di Firenze. Muti fu accusato di avere favorito l’ascesa di Monti attraverso alcuni provvedimenti ministeriali, ma il preteso favoreggiamento non fu provato. Il gerarca, ha scritto Giorgio Meletti nel Dizionario Biografco degli Italiani della Treccani, “si difese dimostrando che la decisione del ministero era stata precedente alla sua nomina a segretario del partito. L’amicizia tra i due, cementata dalla comune adesione al fascismo, fu sincera e solida”. Dopo l’uccisione di Muti, “Monti si fece carico del mantenimento della vedova Fernanda Mazzotti e della figlia Diana con un vitalizio”.

Ines Rossi sostiene che Diana aveva raccolto memorie e documenti su quelle vicende, come un appunto “in cui erano annotati la somma di 60 milioni di lire e il nome di Monti”; ma il destino, o forse un estremo e definitivo riserbo della figlia di Muti, non ne hanno consentito, almeno finora, la divulgazione. Con la morte di Diana, con ogni probabilità, cala per sempre il sipario sulla fine di “Gim dagli occhi verdi”. Non si saprà mai il nome di chi diede l’ordine di ucciderlo, e nemmeno se, in quell’agosto del 43, Muti fosse ormai in rotta con Mussolini oppure se deciso a darsi da fare per riportarlo al potere. Indro Montanelli ha scritto: “Più ci penso, e più mi convinco che Longanesi aveva ragione. Muti non poteva certamente invertire il corso degli eventi, né avrebbe probabilmente mutato le sue opinioni, ormai del tutto negative, su Mussolini. Ma con l’8 settembre, che in quel momento si profilava come inevitabile, non ci sarebbe stato”.

Il piccolo Vietnam in piazza rallenta il gigante cinese

Quando in Vietnam si parla e si discute dell’uso della terra, bisogna essere consapevoli che si toccano nervi scoperti. Nel Paese, la proprietà del suolo è dello Stato e l’unico modo di averla è ottenere una concessione trentennale rinnovabile: vale per i contadini come per i nuovi rampanti palazzinari che stanno trasformando il volto di città e campagne. Se poi la “questione terra” si unisce, anche solo teoricamente, alla possibilità che la cessione a uno straniero possa intaccare la sovranità, può scattare un immediato corto circuito. E se quello straniero è cinese, la protesta è un riflesso condizionato.

Esattamente quello che è accaduto a giugno appena è divenuto di pubblico dominio che l’Assemblea nazionale, il parlamento del Vietnam, era pronto a votare una legge per la creazione di tre zone economiche speciali – nel nord, nel centro e in un’isola del sud – da affittare per 99 anni a compagnie straniere con un regime fiscale molto privilegiato. Il fuoco si è acceso a Nha Trang, città costiera del centro sud, poi a Ho Chi Minh City, quindi nella capitale Hanoi e in altre cittadine: manifestazioni e proteste, cortei e sit in. E la repressione è scattata subito con fermi e arresti.

Chi è sceso in piazza ha denunciato il legame indissolubile della nuova legge con la voglia della Cina di dominare il Paese confinante impadronendosi di pezzi del suo territorio con la complicità delle autorità locali. Sospetto ingigantito dal fatto che due delle tre zone economiche speciali sono una al confine nord del Vietnam con la Cina, per di più lungo la costa e vicina a un porto strategico come quello di Haiphong, l’altra nell’isola di Phu Quoc, mar della Thailandia, di fronte alla costa della Cambogia dove i cinesi sono presenti in forze e si sono impadroniti di tutta l’industria del gioco d’azzardo (con relative infiltrazioni del crimine organizzato delle potenti Triadi).

C’è una parte della popolazione vietnamita che quando sente parlare di Cina si comporta come il toro di fronte al drappo rosso: carica a testa bassa. Saranno le centinaia di anni di dominazione di Pechino, sarà la più recente guerra del 1979, quando Pechino ordinò al suo esercito di marciare (senza riuscirci e con 15 mila morti tra i cinesi) su Hanoi per vendicare l’alleato fantoccio della Cambogia, il sanguinario Pol Pot, rovesciato proprio da un’invasione vietnamita. Saranno le attuali mire espansionistiche della Cina che si è impadronita militarmente degli isolotti Paracel rivendicati come integranti della Repubblica del Vietnam. Resta comunque il fatto che periodicamente il sentimento anti cinese esplode in piazza.

Le proteste sono sfociate in momenti di violenza come quando è stato dato l’assalto alla sede cittadina del Partito comunista a Binh Tuan, sud costiero del Paese, oppure hanno offerto momenti creativi come la marcia verso una pagoda di Nha Trang, frequentata in massa dai turisti cinesi. Ma tutto è rientrato nel giro di cinque giorni per il combinato disposto della repressione immediata e della decisione del primo ministro Nguyen Xuan Phuc di sospendere le procedure parlamentari e rinviare l’esame della legge alla sessione autunnale del Parlamento. Subito dopo è cominciato un tour dei quadri dirigenti del Partito comunista del Vietnam per tastare il polso delle comunità su questo problema e sull’altra legge che ha scatenato molte proteste, quella sulla cybersicurezza, vista subito come un bavaglio ancora più stretto alla possibilità di discutere, dissentire, criticare.

Dibattito parallelo, ma molto più riservato è quello dentro al partito dove la componente filo-cinese ha ripreso potere e forza dopo l’ultimo Congresso del 2016 e poi grazie all’errore di Donald Trump di affondare il Patto transpacifico che avrebbe dato al Vietnam la possibilità di bilanciare il rapporto con la Cina attraverso una relazione più forte con Washington. Nonostante il governo di Hanoi non perda occasione per sottolineare come i cinesi stiano violando le regole con il controllo delle isole Paracel e le attività nel mar della Cina ai limiti delle acque territoriali vietnamite, c’è una parte importante del partito e del governo che vuole privilegiare sempre e in ogni caso i rapporti politici con la Cina attraverso l’economia: mentre il Vietnam ha nella Cina il suo primo fornitore (50 miliardi di dollari di import nel 2016 contro 19 di export), gli investimenti diretti di Pechino in Vietnam (nel 2016 poco meno di 2 miliardi di dollari) sono ben lontani dai 51,6 miliardi di dollari della Corea del Sud, il primo investitore straniero seguito a ruota del Giappone.

Ecco allora che le zone economiche speciali sono l’invito aperto a Pechino a poter avere di fatto il controllo del territorio vietnamita per 99 anni attraverso nuovi investimenti diretti. Bisognerà aspettare ottobre per capire che cosa vogliono fare Partito comunista e governo. Una delle voci apertamente critiche verso la scelta di fare le zone economiche speciali è stata quella di Nguyen Quang Dy, ex diplomatico, oggi saggista e accademico che nel suo blog ha esordito dicendo che le zone economiche speciali “sono un’attrazione per le economie in transizione come quella del Vietnam, ma sono un po’ datate e portano tante storie di fallimenti”.

Per concludere: “Mentre gli interessi economici del Vietnam e la sua sovranità nel mar cinese meridionale sono seriamente minacciati dalla Cina, la scelta di stabilire nuove zone economiche speciali – spiega Nguyen Quang Dy – è inescusabile per tutto quanto riguarda lo sviluppo economico e la sicurezza nazionale vietnamita”.

“Così un partito locale di destra tiene in scacco la Germania: vergogna”

“È uno scandalo che un partito locale di destra tenga in scacco la Germania e l’Europa perché ha paura di perdere la maggioranza assoluta nelle elezioni regionali di ottobre”. Udo Bullmann, 64enne capogruppo dei Socialisti & democratici all’Europarlamento, esponente della Spd tedesca, attacca la Csu: “A loro dei problemi delle persone in Italia o in Grecia non interessa niente. La Csu guarda solo al voto di ottobre”.

L’Europa e la Germania rischiano l’implosione per un voto che riguarda 13 milioni di persone?

Il problema è che temono di perdere la maggioranza assoluta e tra Horst Seehofer (ex governatore della Baviera ed attuale ministro federale degli interni, ndr), Alexander Dobrindt (ex ministro federale dei trasporti ed attuale capogruppo della Csu al Bundestag, ndr) e Markus Söder (il politico che è subentrato a Seehofer come governatore e che sarà il candidato leader alle elezioni di ottobre, ndr) si rimpallano le responsabilità su chi abbia la colpa. Così l’hanno scaricata su Angela Merkel.

Ritiene che la prolungata alleanza con la Merkel possa continuare a far perdere consenso a voi della Spd?

Pensiamo che si possa far bene tanto al governo quanto all’opposizione. Come è noto abbiamo accettato di dare vita ad una nuova Grosse Koalition, ma non era il nostro obiettivo, che era ed è quello di migliorare le condizioni di vita delle persone. E adesso dobbiamo distinguerci, lavorare per cambiare. E, soprattutto, spiegare quello che facciamo.

Pensa che la cancelliera abbia ancora un futuro?

Per le regioni che ho detto prima, dobbiamo riuscire a ottenere il massimo possibile per le persone in questa legislatura. Perché è tempo che la Spd torni a governare da sola.

Dopo il fallimento di Schulz, ritiene che la segretaria Andrea Nahles possa essere la vera alternativa socialdemocratica alla Merkel?

Andrea Nahles è già oggi un leader forte e sono certo che lo diventerà ancora di più.

Quindi sarà lei la candidata della Spd al prossimo voto federale?

Questo non lo possiamo sapere ora, ma ne ha le qualità.

Come giudica l’accordo sui migranti?

È troppo poco. Nell’accordo c’è quello che ogni leader voleva sentirsi dire, per ragioni di politica interna. Invece l’Europa ha bisogno di una profonda e serie revisione del trattato di Dublino che preveda una distribuzione automatica e non su base volontaria dei migranti nei vari Paesi. Personalmente, e lo dimostrano i miei interventi a Bruxelles, auspico questa soluzione da tempo.

L’Italia avrebbe dovuto essere sostenuta prima?

Sì, ma anche la Grecia. Ho trovato straordinario quello che l’Italia ha fatto con Mare Nostrum, come è stato straordinario lo sforzo compiuto dalla società civile per aiutare i profughi. Ho trovato anche ingiusto che i ministri delle finanze europei avessero deciso di non contribuire all’operazione.

Con il nuovo governo la prospettiva è cambiata…

Quello che fa il ministro Salvini è inaccettabile e disumano. Non può e non deve continuare così. Ma occorre distinguere tra l’impegno del governo e quello degli italiani. Che sono sempre stati europeisti ed ai quali va la solidarietà per l’impegno che hanno profuso in questi anni.

Dov’è finita la socialdemocrazia in Europa?

Sono fiducioso. Vedo segnali importanti che arrivano dalla Spagna con Pedro Sanchez e dal Portogallo con Antonio Costa. E rilevo anche che lo stesso Sanchez e Tsipras sono gli unici ad aver accettato in modo volontario di farsi carico dei migranti.

Frau Merkel sotto attacco

“La situazione è molto seria”. Usa queste lapidarie parole Angela Merkel ieri a tarda sera davanti allo stato maggiore del suo partito, la Cdu, per esprimere quanto sta accadendo in Germania: per la prima volta dal 2005 sente scricchiolare davvero la poltrona della cancelleria. E la rottura non avviene con l’alleato socialdemocratico della Grande coalizione, ma con il partito “fratello” della Baviera, la Csu, spinto su toni sempre più estremisti sulla questione migranti, con le elezioni regionali del 14 ottobre ormai alle porte e l’estrema destra che sembra sempre più in partita.

Ventiquattrore prima, in cancelleria, Horst Seehofer, ministro dell’Interno e leader della Csu, sempre più una sorta di Salvini tedesco, ha provato a convincere la Merkel per spostare la Germania su una nuova linea di chiusura ai migranti, ma lei “non si è mossa di un centimetro”, ha sussurrato ai suoi lo stesso ministro. Per il falco bavarese, infatti, l’esito del vertice europeo sui migranti è “insufficiente”: la Csu insiste sui respingimenti immediati al confine, ma su questo la Merkel non può contraddire se stessa. Ieri pomeriggio la cancelliera è intervenuta in tv, alla Zdf, spiegando che un accordo con Roma “per ora non era possibile, il primo ministro italiano Giuseppe Conte ha detto che l’Italia si è sentita piantata in asso da molti, per anni”. Ma il dialogo Berlino-Roma resta aperto e la Merkel ribadisce: “È chiaro che l’Ue è lenta, il problema non è certamente risolto c’è ancora molto lavoro, ma io voglio che l’Europa sia tenuta insieme”, ha chiarito una volta per tutte. Perché la posta in gioco sembra proprio questa, l’unità europea e la disgregazione perseguita dalle destre, da Orban a Salvini.

Alle 22,30 di ieri, vertici dei partiti Cdu e Csu ancora in corso a Berlino, tutto sembra volgere al peggio ma ogni previsione sembra ancora un terno al lotto: Seehofer potrebbe annunciare le sue dimissioni, o l’ostinazione sui respingimenti, sui quali potrebbe decidere di procedere comunque da ministro dell’Interno. Costringendo la cancelliera Merkel a chiedere le sue dimissioni e aprendo di fatto la crisi di governo e la rottura dell’architrave della poltica tedesca, cioè l’alleanza un tempo indissolubile tra cristiano democratici e cristiano sociali bavaresi. “Farò ogni sforzo per evitare la rottura tra Cdu e Csu”, ripeteva ancora ieri la Merkel, mai apparsa così fragile prima d’ora. Ma per la Germania sull’orlo di una crisi di nervi è la notte più lunga.

Angela Merkel, cancelliera dal 2005, sembrava averli tenuti saldi al vertice di Bruxelles sui migranti giorni prima portando a casa un compromesso. Il suo destino si incrocia con quello di un altro che ha deluso il Paese ed il cui futuro è forse ancora più incerto. Cioè Joachim Löw, che siede sulla panchina della nazionale tedesca di calcio dal 2004 (i primi due anni come vice) e che dopo aver riportato il titolo mondiale in patria dal Brasile nel 2014 è rientrato dalla Russia con una amarissima eliminazione al primo turno.

Entrambi sembrano non aver capito che i tempi erano cambiati. Merkel era riuscita a far digerire ai tedeschi il (contestato) salvataggio della Grecia, a far passare l’improvvisa uscita dal nucleare (dopo Fukushima) e, inizialmente, perfino a far accogliere alla Germania un milione di profughi che scappavano dalle guerre, nel 2015.

La AfD, la Alternative für Deutschland, era nata con la crisi economica e si era schierata contro la moneta unica e il soccorso al governo ellenico, e l’estrema destra ha prosperato cavalcando la paura per il terrorismo collegata strumentalmente all’immigrazione e la protesta verso la politica paludata, beneficiando dell’incrementato tasso di litigiosità della precedente Grosse Koalition tra democristiani e Spd. Cercando di sfilare gli argomenti cari alla AfD, la Csu, il partito bavarese gemello della Cdu della Merkel, ha invece tenuto costantemente il tema dell’immigrazione in prima pagina.

Adesso, ad un centinaio di giorni dalla costituzione del nuovo esecutivo, un’altra GroKo, l’implosione dell’alleanza più salda che la Germania abbia mai avuto – quella tra la Cdu e la Csu, Unione al Bundestag – non è mai stata così vicina. Ma nemmeno queste lacerazioni tra i partiti d’ispirazione cristiana sembrano in grado di rilanciare a sinistra, almeno per ora, i socialdemocratici della Spd, che pure hanno trovato modo di far sapere di “non voler essere la stampella dell’esecutivo”. L’ultimo mandato di Angela Merkel (64 anni il prossimo 17 luglio) è un calvario cominciato sei mesi dopo il voto. Per parecchi giorni sembrava addirittura destinato a finire a meno di un quarto della legislatura. La Csu era sembrata propensa fin da subito a scaricare la cancelliera, ma la rottura dell’accordo interno all’Unione avrebbe comportato l’immediata presentazione di una lista della Cdu in Baviera.

Perché i cristiano sociali che regnano con la maggioranza assoluta nel Land più ricco del Paese non devono mai fare i conti con una lista dei cristiano democratici. L’assedio alla cancelliera sull’immigrazione aveva portato consensi alla Csu, che è poi tornata a precipitare nei sondaggi. E, soprattutto, la maggioranza assoluta in Baviera, che è il vero obiettivo di questo durissimo scontro (il voto locale è in calendario il 14 ottobre), continua a restare lontana, almeno nei sondaggi.

Le radici della spaccatura attuale risalgono all’apertura delle frontiere voluta dalla Merkel nell’estate del 2015 appunto. All’epoca la cancelliera era forte: in patria ed all’estero. Rimasta sola nella sua coraggiosa politica dell’accoglienza volontaria, la Merkel ha pagato il crescente successo della AfD, gli xenofobi di destra il cui candidato di punta non si era fatto scrupoli nel sollecitare lo “smaltimento in Anatolia” di una politica socialdemocratica. L’imbarbarimento del linguaggio è stato uno degli elementi dell’ultima campagna elettorale. Il movimento è entrato trionfalmente in quasi tutti i parlamenti regionali con percentuali più o meno importanti fino ad arrivare a diventare il primo partito nella ex Ddr. E nella Germania occidentale ha ottenuto, proprio nella prospera Baviera della Csu, i maggiori consensi. La scadenza elettorale in Baviera è vicina e l’ex governatore Horst Seehofer, sostituito da Markus Söder (che almeno finora non sembra in grado di risollevare le sorti del partito), è stato dirottato a Berlino, al ministero degli Interni, per mandare segnali chiari in tema di immigrazione. Uno come il premier ungherese Viktor Orban è stato già due volte ospite alle convention della Csu, più interessata alla sua intransigenza sui migranti che ai suoi giri di vite sui diritti civili nel Paese.

Nella scorsa legislatura il partito bavarese si era impuntato sul pedaggio per i soli automobilisti stranieri, poi avallato perfino dall’Ue che aveva inizialmente avviato una procedura d’infrazione. Adesso la bandiera del partito è l’immigrazione. L’intesa di Bruxelles, con la maggior difesa delle frontiere ed i centri di fuori dall’Europa, è un segnale che il falco Alexander Dobrindt (il ministro del “pedaggio”) ha interpretato positivamente: “Sono cose che noi chiedevamo da tempo”. L’accordo minimo potrebbe bastare alla Csu, almeno in linea di principio, per far proseguire la Merkel. Ma non è detto che sia sufficiente per vincere le elezioni in Baviera ed è questo il dato che pesa a Monaco.

Il paese ha un problema di leadership. Il fascino umile e crepuscolare della cancelliera non fa più breccia e malgrado la Germania si confermi come locomotiva economica, politicamente è più isolata. Il capolinea sembra vicino e qualcuno ha già ipotizzato una possibile staffetta con la Spd alla cancelleria prima del prossimo voto federale.

 

Il record del Messico

In questi ultimi sei anni con Enrique Peña Nieto del Partito rivoluzionario istituzionale al potere (ieri l’uscita di scena con le elezioni presidenziali), in Messico è raddoppiata la percentuale dei giornalisti uccisi. Un recento rapporto dell’associazione Articolo 19 conta ogni 26,7 ore un’aggressione violenta a un giornalista in Messico. La situazione è addirittura peggiorata rispetto alla presidenza di Felipe Calderón di Azione nazionale (destra): veniva aggredito un giornalista ogni 48,1 ore. Articolo 19 registra 986 mila aggressioni di cui addirittura 41 omicidi. I numeri piú alti degli ultimi 20 anni. Il report “Democrazia simulata, nulla da applaudire” denuncia: “Lo Stato messicano oggi è il principale responsabile degli omicidi e delle aggressioni contro i giornalisti. In Messico la frontiera tra Stato e criminalità organizzata è saltata”. Così Ana Cristina Ruelas, direttrice di Articolo 19: “Lo Stato ha creato molte forme per limitare diritti: restrizioni legislative, controlli per l’accesso all’informazione, persecuzione a giornalisti, impunità. Il Messico oggi non è un Paese libero”.

Non solo Spada, le aggressioni ai giornalisti non finiscono mai

Due settimane fa Roberto Spada, membro dell’omonimo clan malavitoso di Ostia, e il suo sodale Rubèn Nelson Alvarez Del Puerto, detto Rubèn Sosa come un vecchio campione dell’Inter, sono stati condannati dal tribunale di Roma a sei anni di reclusione con l’accusa di lesioni personali e violenza privata aggravate dal metodo mafioso. La sentenza di primo grado è arrivata meno di otto mesi dopo la testata che a novembre scorso Spada ha sferrato contro Daniele Piervincenzi, filmaker allora in forza alla trasmissione Nemo di Rai 2, accompagnata dalle percosse ricevute dal suo cameraman Edoardo Anselmi.

Un gesto violento, con un impatto amplificato dalla ripresa video in primo piano, che l’accusa ha ritenuto “premeditato”, capace di riaccendere l’attenzione sulla sequenza quotidiana di minacce, fisiche o verbali, percosse ed intimidazioni a carico di chi tenta di raccontare la vita quotidiana del nostro Paese.

Se il Tribunale su Spada ha segnato un punto in favore della difesa della libertà di informazione, oltre al caso di Ostia restano insolute una miriade di vicende analoghe. Situazioni in cui le denunce rimangono spesso arenate nei tempi lunghi dei calendari giudiziari. L’osservatorio di Ossigeno per l’informazione ha già censito 120 cronisti minacciati dall’inizio del 2018, un dato in linea con i 423 casi registrati lo scorso anno. I reati più ricorrenti sono le querele, seguite da insulti e aggressioni lievi. E poi abusi di diritto, citazioni in giudizio ritenute strumentali quando non si arriva a striscioni e cartelli intimidatori esposti di fronte alle redazioni. Minacce spesso a carico di free lance, collaboratori o precari, magari attivi su testate locali, che fanno maggiore fatica ad ottenere tutte le tutele che sarebbero necessarie e che, talvolta, devono ripagare di tasca propria i danni subiti alle telecamere e ai microfoni.

Una novità interessante potrebbe arrivare dallo sviluppo giudiziario legato alla violenza subita la scorsa estate a Vieste, sul Gargano, da Nello Trocchia, in quel momento anche lui impegnato in un servizio per Nemo, ma autore di inchieste e reportage anche per L’Espresso e il Fatto Quotidiano. Insieme a un videomaker, il cronista è stato malmenato – riportando un trauma facciale e delle escoriazioni – mentre preparava un lavoro sulla crescita dei gruppi della criminalità organizzata a Foggia e provincia.

Lo scorso aprile il pm, nel disporre una misura cautelare con obbligo di firma nei confronti dell’aggressore, ha contestato anche il reato di “interruzione di servizio pubblico di informazione televisiva”. Un reato punito con pene da uno a cinque anni, che potrebbe funzionare come deterrente viste le sanzioni più elevate rispetto a quelle previste per i capi di imputazione solitamente contestati in questi casi. Gli episodi non si contano, sempre nella “tranquilla” Ostia. Il giornalista di Report (Rai3) Giorgio Mottola lo scorso aprile è stato aggredito dal presidente della Federbalneari Renato Papagni che ha tentanto di infilargli in bocca carte della documentazione dell’inchiesta del cronista. Solo il giorno prima Danilo Lupo di Non è l’Arena (La7) è stato preso a schiaffi per strada dall’ex ministro Mario Landolfi. Lo stesso Giorgio Mottola, nel 2015, si vide rompere la telecamere addirittura dall’amministratore unico della Società italiana elicotteri, Andrea Pardi, capace di trascinare il cronista dentro il suo ufficio stringendolo al collo col braccio. Sara Giudice di Piazzapulita (La7) fu aggredita e minacciata (“Scenni che te spappolo”) mentre documentava il traffico di rifiuti ferrosi a Roma. E non finisce qui, l’elenco è lunghissimo. “Queste intimidazioni sono una interruzione di servizio pubblico. Quando fai informazione che aiuta i cittadini ad orientarsi fai un servizio pubblico”, sottolinea Alberto Spampinato, direttore di Ossigeno per l’informazione. “Per questo motivo – prosegue – noi proponiamo di introdurre il reato di l’ostacolo all’informazione, posizione recentemente assunta anche dal Consiglio d’Europa”.

Pene più severe potrebbero scoraggiare i colletti bianchi, perché se il 38% delle minacce avviene da parte di esponenti o affiliati alla criminalità organizzata, in molti altri casi a passare alle mani sono imprenditori, manager e politici. Ecco allora che nei primi sei mesi di quest’anno si contano proiettili in busta inviati nelle redazioni – per minacciare la collega di Repubblica Federica Angeli, impegnata da anni nel racconto della realtà criminale di Ostia – gruppi Facebook creati al solo scopo di intimidire, auto bruciate e percosse. Ma anche tante querele con delle richieste economiche sproporzionate al reato contestato, avanzate spesso con il chiaro intento di far desistere i cronisti dalle loro campagne di stampa alla ricerca della verità.