Omicidio Vassallo, indagato il carabiniere

Da anni la famiglia di Angelo Vassallo sostiene che bisogna battere la pista dei carabinieri per trovare la verità sull’omicidio del sindaco di Pollica. I fratelli di Angelo, Dario e Massimo Vassallo, e il figlio Antonio Vassallo, l’hanno ripetuto durante la marcia del 10 febbraio per sollecitare la riapertura delle indagini.

E qualche giorno fa la Dda di Salerno ha impresso una svolta all’inchiesta che pare andare verso quella direzione. Il pm Leonardo Colamonici ha notificato un avviso di garanzia con invito a comparire per rendere interrogatorio da indagato per l’omicidio Vassallo a Lazzaro Cioffi, il carabiniere di Castello di Cisterna finito in carcere ad aprile su richiesta del pm anticamorra di Napoli Mariella Di Mauro perché accusato di collusioni con il clan di Caivano (Napoli), e di averne protetto le attività di narcotraffico. Dal 1991 e fino a pochi mesi fa Cioffi ha lavorato nel nucleo investigativo di Castello di Cisterna. Quindi ne faceva parte anche il 5 settembre 2009, il giorno dell’omicidio, per il quale fu indagato (e poi archiviato) l’ex comandante, attualmente titolare di un altro importante incarico nell’Arma. Cioffi apparteneva alla sua squadra di investigatori.

Nel 2011 un teste delle indagini, R. R., collocò Cioffi tra i carabinieri presenti a Pollica nel periodo del delitto. Fu sentito un paio di volte dal pm di Salerno Rosa Volpe e dal procuratore capo Franco Roberti. R. R. riferiva ‘de relato’, ovvero fece i nomi di chi gli fornì notizia e le circostanze in cui le apprese, ma non aveva una conoscenza diretta del fatto. Le successive indagini non trovarono riscontri e la presenza di Cioffi a Pollica fu esclusa dal quadro investigativo. Ora torna prepotentemente in ballo in un avviso di garanzia notificatogli nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere, frutto delle dichiarazioni di alcuni nuovi pentiti e di un recente verbale di R. R., stavolta ascoltato dal pm di Napoli che ha aperto un canale di scambio di carte con il collega di Salerno. La contestazione contro Cioffi è stringatissima, scrive giustizianews24.it che ieri ha anticipato la storia. Poche righe senza il movente e il ruolo del carabiniere, indagato in concorso con un ignoto. Cioffi, difeso dall’avvocato Saverio Campana, ha così preferito avvalersi della facoltà di non rispondere. “Se fossero acclarate sue eventuali responsabilità nell’omicidio di mio fratello, dovrebbe essere condannato al doppio della pena perché avrebbe anche tradito i valori dell’Arma”, commenta Dario Vassallo, il presidente della Fondazione che tramanda il ricordo del “sindaco pescatore”.

Angelo Vassallo si batteva contro lo spaccio di droga nei locali del porto, partecipava alle ronde di vigili urbani per stanare i pusher, e qualche giorno prima di morire confidò ad alcuni amici di aver scoperto qualcosa che non avrebbe mai voluto sapere. Forse è lì che si annida il movente di un delitto irrisolto.

Incendio nel deposito di rifiuti: paura-inquinamento

Rifiuti in fiamme nel Napoletano. Colonne di fumo altissime, visibili anche a chilometri di distanza. E la paura dei cittadini che possa trattarsi dell’ennesimo caso di disastro ambientale. Un maxi incendio ha devastato un sito di stoccaggio di ecoballe, a San Vitaliano, vicino Nola. E per ore i circa 50 vigili del fuoco che sono sul posto continueranno a lavorare. In tanti hanno lanciato l’allarme, che possa trattarsi di un incendio doloso. E a seguire la vicenda è anche il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, che sulla vicenda ha assicurato sarà fatta chiarezza. La Regione ha assicurato che il rogo non ha interessato il deposito di ecoballe, ma solo quello dei rifiuti urbani.

L’indagine condotta da carabinieri e vigili del fuoco, è in corso. Il consigliere regionale dei Verdi, Francesco Emilio Borrelli, ha parlato ieri pomeriggio di testimoni che avrebbero notato movimenti sospetti all’interno dell’azienda, la Ecologia Bruscino, prima dello scoppio dell’incendio. Il ministro avverte: “Abbiamo attivato i Noe. Siamo consapevoli che questo è l’ennesimo rogo che riguarda gli impianti di stoccaggio e riciclo dei rifiuti. Quasi 300 in due anni in tutta Italia”.

Regioni rosse, l’incapacità del Pd di ascoltare il disagio

Qualche osservatore dopo il primo turno delle recenti elezioni comunali si era improvvidamente spinto fino al punto di parlare di un recupero del Pd e del centrosinistra rispetto al disastro delle politiche del 4 marzo scorso. I risultati del secondo turno, invece, hanno restituito – in particolare nei Comuni capoluogo di provincia – la fotografia di uno dei punti più bassi nella storia elettorale della sinistra italiana. A cadere, come noto, sono state alcune delle roccaforti storiche come Pisa, Massa e Siena e città simbolo come Imola, la città di Andrea Costa e più in piccolo, Sarzana in provincia di La Spezia, rossa da sempre. Come risvegliatisi da un lungo torpore, in molti hanno scoperto che stavano scomparendo dalla geografia politica italiana le cosiddette regioni rosse, le aree di insediamento storico della sinistra che avevano resistito a tutti gli attacchi, Berlusconi dei tempi d’oro compreso. Emilia Romagna, Toscana e Umbria (con l’aggiunta delle Marche) sono state nel secondo dopoguerra il “cuore rosso” dell’Italia, un feudo prima di comunisti e socialisti e poi di tutte le successive trasformazioni del Partito comunista per giungere fino all’odierno Partito democratico.

La serie storica dei dati elettorali dal 1946 ci aiuta a capire la profondità di queste radici. Nelle elezioni del 1948, ad esempio, il Fronte Popolare (Pci e Psi) si fermò a livello nazionale al 31% dei voti, mentre nella circoscrizione di Bologna-Ferrara-Ravenna e Forli arrivò al 52%, in quella di Parma, Modena, Piacenza e Reggio Emilia al 50,4%. Analogamente in Toscana, i frontisti ottennero il 49,2% a Firenze-Pistoia, il 43,1% a Pisa-Livorno-Lucca e Mass Carrara e il 55,2% a Siena-Grosseto-Arezzo. In Umbria, invece, il dato del Fronte Popolare fu del 43,9% e nelle Marche il 34,2%. A dimostrazione della persistenza di questo radicamento nelle regione rosse della sinistra, nelle ultime elezioni della cosiddetta Prima Repubblica (anno 1992), se il Partito della Sinistra (Pds) si fermava al 16,1%, i risultati delle circoscrizioni di Emilia e Toscana erano mediamente il doppio: Bologna (34,2%), Parma (30,2%), Firenze (32,5%), Pisa (25,0%) e Siena (32,1%). Stesso andamento anche con l’Ulivo di Prodi, che nel 2006 otteneva a livello nazionale il 31,3%, in Emilia Romagna il 44,8%, in Toscana il 43,3%, in Umbria il 39,2% e Marche 39,1%. Lo stesso Pd di Bersani, nel 2013, confermava il suo radicamento in quei territori: Italia 25,4%, Emilia Romagna 37,0%, Toscana 37,5%, Umbria 32,8% e Marche 27,7%.

Il primo vero campanello di allarme per il centrosinistra suonò forte e chiaro nelle elezioni regionali del 23 novembre 2014, quando Stefano Bonaccini divenne presidente con il 49,1% dei consensi, ma con soltanto il 37,7% dei votanti. E a chi sottolineava con grande preoccupazione quel dato di astensionismo record, il segretario-presidente del Consiglio, Matteo Renzi, rispose, considerando anche la vittoria in Calabria con uno dei suo tweet sprezzanti: “2-0 per noi”.

Una clamorosa incapacità di ascoltare il segnale di disagio che arrivava dalla regione che più di altre si era caratterizzata per una straordinaria propensione alla partecipazione politica e al voto. Con le sole eccezioni del 1953 e del 1963, infatti l’Emilia Romagna era stata la regione italiana con la più alta percentuale di votanti: fino al 1996 superiore al 90% con punte nel 1972 e 1976 del 97,4%. Che in una regione con questa storia, un modello di partecipazione, cultura civica e coesione sociale studiato anche negli Stati Uniti, potessero non recarsi alle urne circa due elettori su tre fu vissuto da Renzi quasi come un fattore di modernità: l’unica cosa che contava, in fondo, era aver vinto. Anche il 48,2% di votanti alle regionali in Toscana l’anno dopo, il 31 maggio 2015, non preoccuparono i vertici dem anche in ragione della vittoria del governatore Enrico Rossi con il 48,2%. Da allora, però, sono arrivate sconfitte in serie e oggi, nella Toscana renzizzata, il Pd governa più solo Lucca (vinta lo scorso al ballottaggio con il 50,5%), Prato e Firenze che votano l’anno prossimo. Se è innegabile che il modello economico-sociale emiliano, costruito su un patto tra produttori (sistema di piccole e medie imprese, cooperative, sindacati dei lavoratori) e su di un welfare di stampo scandinavo, stava declinando da tempo, è altrettanto evidente che la svolta renziana ha impresso una accelerazione nefasta.

Se poi i primi segnali verranno confermati e Lega e M5S si metteranno d’accordo su di un contratto di governo ad hoc per le elezioni regionali dell’Emilia Romagna del 2019 e della Toscana e dell’Umbria del 2020, il lavoro di distruzione di un patrimonio politico, culturale e sociale rischia di essere completato per mano dell’alleanza giallo-verde. D’altronde il 4 marzo 2018 la prima coalizione in Emilia Romagna è già stata il centrodestra (33,1%) con la Lega al 19,2% e il M5S al 27,5%, mentre in Toscana il centrosinistra ha vinti di una incollatura (33,7% contro il 32,1% del centrodestra), con la Lega al 17,4% e il M5S al 24,7%.

 

“Sono stata richiedente asilo. Respinta, finii a Auschwitz”

“Sono entrata in Senato in punta di piedi”, racconta Liliana Segre. “Io sono vecchissima, compio 88 anni a settembre. Non avrei mai pensato di diventare uno dei cinque senatori a vita. Quando mi hanno telefonato dal Quirinale, pensavo che volessero consegnarmi un certificato, una targa, una medaglia. Invece poi mi ha chiamato il presidente Sergio Mattarella e mi ha detto: ‘Cara signora, questa mattina l’ho nominata senatrice a vita’. Sono rimasta sbalordita. Quando mi ha ricevuto nel suo studio, gli ho detto: ‘Grazie presidente! Ma chi le ha fatto il mio nome?’. E lui mi ha risposto con queste parole: ‘Sono io che l’ho scelta. Chiunque dovesse dirle che mi ha suggerito il suo nome farebbe millantato credito’”.

La nomina è avvenuta nell’ottantesimo anniversario dell’introduzione in Italia delle leggi razziali fasciste. Quando lei scoprì di non potere più andare a scuola.

Avevo otto anni. Fu in quell’occasione che scoprii di essere ebrea. La mia era una famiglia ebraica atea, non avevo mai seguito forme religiose di alcun tipo. Mi sono trovata a essere ebrea con le leggi razziali, quando non sono più potuta andare in terza elementare. Oggi bisognerebbe avere la pazienza di leggere tutti gli articoli di quelle leggi, che ai cittadini italiani di religione ebraica proibivano non solo di andare a scuola, o di far parte dell’esercito o dell’amministrazione pubblica, ma anche tante altre cose: tenere cavalli, o tracce di lana (per gli stracciai di Roma)… Per farti sentire diverso, inferiore.

Lei ha fatto l’esperienza, da bambina, di essere una richiedente asilo respinta, arrestata, detenuta.

Non posso dimenticare che, quando mio padre nel 1943 decise – troppo tardi, purtroppo – la fuga dall’Italia, siamo stati dei richiedenti asilo respinti dalla Svizzera al confine. Eravamo io, mio papà e due cugini. Di noi quattro, solo io alla fine sono sopravvissuta. Poi siamo stati arrestati – io avevo 13 anni – e detenuti nei carceri di Varese, Como e Milano San Vittore. E infine deportati ad Auschwitz. A 14 anni ho fatto per un anno lavoro-schiavo in una fabbrica di munizioni della Siemens. Sono stata liberata nel maggio del 1945, dopo essere stata bambina in una situazione che neppure Primo Levi riesce a descrivere fino in fondo, tanto che scrive: “Auschwitz è indicibile”.

Che cosa pensa quando passa davanti alla Stazione Centrale di Milano? Dal binario 21 partì per Auschwitz.

La Stazione Centrale allora era doppia. Sotto i binari che conosciamo, ce n’erano altri sotterranei da cui partivano le merci e gli animali. Da lì – dove ora è stato realizzato il museo della Shoah – siamo partiti, mentre attorno la città era silente, indifferente. Lì sotto entrammo in centinaia, nell’indifferenza della città.

Lei ama Milano?

La amo moltissimo. Sono nata a Milano, come i miei genitori e uno dei miei nonni, milanese tra i fondatori della Croce verde. Un mio zio era un fascista della prima ora e poi si è disperato per tutta la vita.

Una città indifferente, ha detto. Anche oggi?

La amo nonostante tutto, come amo l’Italia. Oggi ci sono spiriti che tentano di non essere indifferenti. Ma, come sempre, sono pochi a fare scelte. La massa non sceglie, è indifferente. Non solo a Milano, ma in Italia e nel mondo.

Tornata da Auschwitz, aveva più voglia di dimenticare o di raccontare?

Ha sempre vinto il desiderio di vivere, quando tutto attorno era morte. Ma al ritorno la delusione è stata grande, perché tornavamo, ma non trovavamo più niente, né la casa, né la famiglia. E nessuno aveva voglia di ascoltarci. Tutti avevano vissuto storie dolorose, nessuno aveva voglia di ascoltarne di ancor più dolorose. La maggior parte di noi sopravvissuti ha taciuto. Io ho taciuto per 45 anni. Dai miei 15, compiuti pochi giorni dopo il mio ritorno, fino a quando, a 60 anni, sono diventata nonna. Allora qualcosa mi ha spinto a parlare. Senza odio. Cercando di parlare non troppo di morte, ma il più possibile di vita. Mi ha spinto il fatto che avevo vinto su Hitler, perché io era viva, ero diventata mamma, e perfino nonna: aveva vinto la vita. Così ho deciso di non restare più chiusa in casa, ma di testimoniare ciò che avevo vissuto perché restasse memoria. Ho capito che mi era uscita la voce.

Oggi per lei è più difficile parlare?

Il clima è peggiorato. Oggi c’è una cosa diversa dall’indifferenza di allora. Sono passati 80 anni dalle leggi razziste e il razzismo è minimizzato, è tollerato, “ma i fascisti hanno fatto anche cose buone”. Sì, facevano arrivare i treni in orario: soprattutto quelli per la deportazione. C’è una rivalutazione di quegli anni.

Vede il pericolo di un ritorno a nuove forme di razzismo? Verso gli ebrei, o magari verso gli immigrati, gli arabi, i neri, i rom. O, più in generale, verso i poveri?

Sì, c’è il pericolo di tornare a forme pesanti di discriminazione. Non credo ci sia pericolo immediato per gli ebrei, anche se ritengo che l’antisemitismo non sia mai morto. Subito dopo la guerra era “osceno” mostrarsi razzisti e antisemiti; adesso, dopo tanti anni, vale tutto. Prevale lo hate speech, il discorso dell’odio: dappertutto, dalla riunione condominiale alla politica. All’indifferenza oggi si somma il discorso dell’odio. E questo mi fa paura.

Su cosa s’impegnerà in Senato?

M’impegnerò contro i “discorsi dell’odio” e per introdurre l’insegnamento dell’educazione civica fin dalla prima elementare. Poi vorrei che fosse reso obbligatorio l’insegnamento del 900 nell’ultimo anno di ogni ciclo scolastico.

In Senato ha deciso di iscriversi al gruppo misto. E al momento di votare la fiducia al governo Cinquestelle-Lega ha scelto l’astensione.

Io nella mia vita non ho mai fatto politica attiva. Ma la mia storia è quella che è. È chiaro che non mi posso mettere con i fascisti. Ma sono entrata in Senato in punta di piedi. Ho deciso di non schierarmi. Ho grande rispetto per la democrazia, le istituzioni e per la nostra Costituzione che è bellissima. Dopo l’astensione alla fiducia, valuterò i provvedimenti del governo volta per volta. Una parte di questo governo mi è misteriosa, dunque cercherò di capire. Senza pregiudizi.

La figlia del giudice chiama Mattarella: “Ora tocca al Csm”

Fiammetta Borsellino non ha ancora letto le motivazioni della sentenza ma una cosa vuole dirla: “Oggi (ieri per chi legge) ho cercato al telefono il presidente Mattarella per rivolgergli un appello in qualità di presidente del Consiglio superiore della Magistratura. Non sono riuscita a trovarlo ma spero di potergli parlare e gli farò un appello perché intervenga sul Csm”.

Cosa potrebbe fare Mattarella nella sua veste di presidente del Csm?

Alla luce della pubblicazione delle motivazioni della sentenza, gli chiederò che sia fatta luce sulle responsabilità dei magistrati nelle indagini e nei processi sulla morte di mio padre. A noi e alla mia famiglia il Consiglio ha sempre risposto picche.

Cosa potrebbe fare il Csm?

Noi riteniamo che, anche se non si configurano reati dei magistrati, ci sono state delle evidenti lacune investigative e procedurali fino al 2008. Sono solo responsabilità dei poliziotti o anche dei magistrati? Noi familiari avvertiamo l’urgenza di questi accertamenti e pensiamo che non sia un problema personale ma dello Stato.

Finora i depistaggi sono stati contestati ai poliziotti e probabilmente ci sarà un processo. Ma i magistrati sono in una posizione diversa, sono vittime del depistaggio degli investigatori di cui si fidavano.

Certo ma ci sono dei passaggi da verificare. Io vorrei si approfondisse per esempio se sia stata una scelta corretta da parte dei magistrati dell’accusa quella di non depositare subito il confronto tra il falso pentito Vincenzo Scarantino e il collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi che lo sbugiardava. Io vorrei che fosse chiarito meglio anche l’episodio di San Bartolomeo a Mare. Quando il falso pentito Scarantino disse finalmente la verità e ritrattò le false accuse, i pm rilasciarono in tutta fretta addirittura una dichiarazione per dire che era tutto a posto.

Sono questioni di cui si è discusso, anche in dibattimento, a lungo. Perché dopo la sentenza lei torna a chiedere addirittura a Mattarella l’intervento del Csm?

Perché ora c’è una sentenza che accerta il depistaggio. Questa è la novità. Io ho scritto a settembre al Csm. C’era stata il 19 luglio del 2017 una grande manifestazione in occasione della desegretazione degli atti. A me queste manifestazioni non sono mai piaciute, mi sembrano di facciata. Dopo tre mesi chiesi al Csm se avrebbe preso iniziative concrete per accertare eventuali responsabilità. Inizialmente non ho avuto nessuna risposta. Poi, dopo una mia intervista alla Rai a La Radio ne parla, il Csm ci rispose che bisognava attendere il deposito delle motivazioni della sentenza. Ora la sentenza c’è.

Nelle motivazioni però non si parla di responsabilità dei magistrati

Certo finora si ipotizza solo la responsabilità dei poliziotti ma la legge impone ai pm di coordinare la Polizia giudiziaria e io vorrei che il Csm verificasse se il coordinamento fu fatto bene.

Questo Csm scade tra poche settimane, ci sono le elezioni per rinnovarlo.

Non è un problema della mia famiglia. La questione resta e spero che il presidente Mattarella possa farsene carico anche con il nuovo Csm.

Lei ha chiesto di incontrare di nuovo il boss condannato per l’uccisione di suo padre e della scorta, Filippo Graviano. Dopo un primo incontro a dicembre in carcere con lui e con il fratello Giuseppe. Le Procure hanno dato parere negativo e il ministero le ha detto di no. La questione per lei è chiusa o insisterà?

La figlia di Aldo Moro e tante altre vittime del terrorismo hanno potuto fare questo percorso. A me non hanno concesso nemmeno questo.

Ma non pensa che ci sia una differenza sostanziale tra un brigatista rosso dissociato e boss che non si sono mai pentiti come Filippo e Giuseppe Graviano?

Ovvio che il terrorista ha un background diverso ma ciò non vuol dire che il bisogno delle vittime di mafia di fare un percorso spirituale debba essere impedito. Chi, come me sente che sia giusto, non dovrebbe vedersi negato questo percorso.

Pensa che il ministro Bonafede potrebbe cambiare la posizione dell’ex ministro?

Io ci proverò.

“Sulla strage Borsellino un depistaggio di Stato”

Scarantino? Fu indotto a mentire con “particolare pervicacia e continuità con l’elaborazione di una trama complessa che riuscì a trarre in inganno i giudici dei primi due processi’’ e poiché ciò ha prodotto “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”, è lecito “interrogarsi sulle finalità realmente perseguite dai soggetti, inseriti negli apparati dello Stato, che si resero protagonisti di questo disegno criminoso’’.

La Corte d’assise di Caltanissetta ha depositato le motivazioni della sentenza del Borsellino quater che il 20 aprile del 2017 condannò all’ergastolo per strage Salvino Madonia e Vittorio Tutino e a 10 anni per calunnia i falsi collaboratori di giustizia Francesco Andriotta e Calogero Pulci. Le parole sono pesate con il bilancino, in bilico tra la certezza acquisita (il depistaggio) e i motivi per cui è stato predisposto, ma a distanza di 26 anni dal botto di via D’Amelio nelle 1867 pagine di motivazioni i giudici di Caltanissetta tracciano un sentiero che punta al cuore nero dello Stato trasmettendo in Procura i verbali di tutte le udienze dibattimentali che “possono contenere elementi rilevanti per la difficile ma fondamentale opera di ricerca della verità’’. Che adesso riparte dai suggeritori di Scarantino in divisa sul banco degli imputati in un nuovo processo: sono il funzionario Mario Bo e gli ispettori Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, tutti in forza al gruppo investigativo Falcone-Borsellino, per i quali da qualche giorno la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio con l’accusa di avere partecipato, con ruoli diversi, all’“indottrinamento” del falso pentito, forzandolo ad accusare alcuni innocenti e costringendolo a confermare le bugie anche nelle aule giudiziarie. Con quale scopo?

Nelle motivazioni il presidente Antonio Balsamo e il coestensore Janos Barlotti insistono in particolare su tre punti sui quali “è lecito interrogarsi”: la copertura delle “fonti occulte’’ delle notizie trasmesse a Scarantino sulla dinamica del furto e del caricamento della 126 (totalmente estraneo alla strage, Scarantino rivelò agli inquirenti “un insieme di circostanze del tutto corrispondenti al vero”, dalla rottura del bloccasterzo per rubare la 126 alle targhe false applicate nella carrozzeria di Orofino. Chi gliele trasmise?), la sparizione dell’agenda rossa e “l’eventuale finalità di occultamento della responsabilità di altri soggetti per la strage, nel quadro di una convergenza di interessi tra Cosa Nostra e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l’opera del magistrato’’. In quest’ultimo caso citano le dichiarazioni del pentito Nino Giuffrè, che parlò di “sondaggi’’ compiuti da Cosa Nostra prima della stagione stragista con “persone importanti del mondo politico ed economico’’, e le stesse preoccupazioni di Paolo Borsellino confidate alla moglie Agnese “che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, (…) ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò potesse accadere”, con la sua “drammatica percezione’’ dell’esistenza di un “colloquio tra la mafia e parti infedeli dello Stato’’.

La sentenza cita come inspiegabile l’informativa del Centro Sisde di Palermo che già il 13 agosto ’92, assai prima della comparsa sulla scena di Candura e Scarantino (ufficialmente le prime fonti di accusa che portavano in direzione della Guadagna), comunicò alla direzione di Roma che la polizia aveva acquisito “significativi elementi informativi in merito all’autobomba di via D’Amelio”, tra cui “valide indicazioni per l’identificazione degli autori del furto dell’auto, nonché del luogo in cui la stessa era stata custodita prima di essere utilizzata nell’attentato”. E i giudici sottolineano anche la “particolare attenzione rivolta a Scarantino dai servizi di informazione, nei mesi immediatamente successivi alla strage”, ricordando l’irrituale collaborazione richiesta già la sera del 20 luglio ‘92 dall’allora procuratore nisseno Gianni Tinebra allo 007 Bruno Contrada, così come la nota trasmessa il 10 ottobre ’92 dal centro Sisde di Palermo alla Squadra mobile di Caltanissetta, “redatta su richiesta dello stesso Tinebra, benché non fosse possibile per legge instaurare un rapporto diretto tra i Servizi e la Procura”.

La sentenza del quater, infine, stabilisce anche “un collegamento tra il depistaggio e l’occultamento dell’agenda rossa”, fatto sicuramente desumibile “dall’identità di un protagonista di entrambe le vicende”: Arnaldo La Barbera, tra l’86 e l’88 al soldo del Sisde con il nome di Rutilius. Regista della “costruzione delle false collaborazioni”, l’ex superpoliziotto risulta infatti “intensamente coinvolto” anche “nella sparizione dell’agenda rossa, come è evidenziato dalla sua reazione – connotata da una inaudita aggressività –nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre”.

Tra le righe della motivazione c’è spazio anche per una bacchettata per i magistrati dei processi precedenti, ai quali “le numerose oscillazioni e ritrattazioni” di Scarantino avrebbero dovuto consigliare “un atteggiamento di particolare cautela e rigore nella valutazione delle sue dichiarazioni, e una minuziosa ricerca di tutti gli elementi di riscontro, positivi o negativi che fossero, secondo le migliori esperienza maturate nel contrasto alla criminalità organizzata, e incentrate su quello che veniva giustamente definito il metodo Falcone”.

I giudici ricordano come la sentenza del Borsellino ter avesse già sostenuto che non si doveva “tenere alcun conto delle dichiarazioni di Scarantino per la valutazione delle responsabilità sulla strage di via D’Amelio” e sottolineano come invece “prevalse nell’attività investigativa e in quella giudiziaria una tendenza ben diversa”, al punto che le propalazioni del falso pentito costituirono il fondamento per la condanna all’ergastolo di sette innocenti: Salvatore Profeta, Gaetano Scotto, Cosimo Vernengo, Natale Gambino, Giuseppe La Mattina, Gaetano Murana, e Giuseppe Urso, assolti solo dalla recente sentenza del processo catanese di revisione.

Cairo e le critiche mirate di Grasso

Gentile Urbano Cairo, mi permetta di spezzare una lancia a favore di un suo dipendente di nome Aldo Grasso che da molti anni scrive per il Corriere della Sera un’apprezzata rubrica quotidiana di critica tv. Non sono certo il solo ad aver notato che da quando lei è diventato il proprietario della gloriosa testata di via Solferino l’ottimo Grasso ha di colpo cessato qualsiasi intervento critico.
Come diceva Totò la serva serve e dunque il critico critica, sulle numerose trasmissioni prodotte da La7: emittente anch’essa, dottor Cairo, di sua proprietà come tutti sanno. Ben conoscendo la visione liberale (e rispettosa dell’autonomia dei giornalisti) che ha sempre contraddistinto la sua attività editoriale mai mi permetterei di pensare che la prudenza di Grasso sia conseguente a un qualche intervento pervenuto, diciamo così, dall’alto. O magari equivocato. Pur tuttavia mi duole constatare che un passaggio della rubrica sul Corriere di sabato scorso che mi riguarda (“poi intervengono anche i soliti opinionisti, Antonio Padellaro, Alessandro Sallusti, Antonio Caprarica , a staccare il loro gettone di presenzialismo”) si riferisca alla trasmissione Stasera Italia in onda su Rete4 di Mediaset. Quasi che Grasso si sentisse autorizzato a svolgere il compito per cui è pagato ( mi auguro in misura adeguata) solo lontano dal perimetro de La7. Rete di cui peraltro non perde occasione di tessere le lodi, estasiato perfino dalla centesima replica dell’ispettore Barnaby. E dunque con questa mia le chiedo di sciogliere il critico dal suo voto di castità aziendale. Lo autorizzi, la prego, a occuparsi della mia modesta persona anche quando sono ospite di Otto e mezzo, di Piazza Pulita, o a DiMartedi, Omnibus, Coffee Break, Tagada, Bersaglio Mobile, Maratona Mentana, e in tutte le altre occasioni nelle quali i gentili conduttori de La7 alimentano il mio presenzialismo (ma senza gettoni di qualsivoglia natura, e con ascolti non disprezzabili come lei ben sa). Il mestiere di Grasso può diventare davvero ingrato dopo una vita trascorsa davanti alla tv, soprattutto quando il settimo tasto del telecomando comincia a scottare. Grasso merita comprensione. Aiutiamolo a casa sua. Cordialmente

Salvini celebra se stesso: “Governeremo per 30 anni”

Pontida 2018 è culto della personalità: il leader è ovunque. Salvini indossa una maglietta con la faccia di Salvini (“La pacchia è strafinita”). Salvini fa il selfie con il cartonato di Salvini. Salvini abbraccia un suo ritratto, regalo di un pittore militante. Salvini scavalca le transenne che separano il palco dalla folla e si butta in mezzo alla gente come una rockstar. Un’adorazione di questo livello per un capo di partito in Italia non si vedeva dagli anni d’oro di Berlusconi. Forse nemmeno allora.

Lui, “il capitano”, è in trance agonistica. Batte il ferro come un forsennato: la sua prima Pontida da vicepremier non è la fine della lunghissima capagna elettorale ma l’inizio di una nuova. I ballottaggi delle Amministrative sono un ricordo, una maglietta celebrativa (“Una mattina… mi son svegliato… Pisa ciao, Massa ciao, Siena ciao ciao ciao”). Il capo della Lega punta già le Europee di maggio 2019. La battaglia finale, dice: “Saranno un referendum fra l’Europa delle élite, delle banche, dell’immigrazione, e l’Europa dei popoli e del lavoro”. Salvini le vuole vincere con una “Superlega”, una “Lega delle Leghe”. Ovvero un’alleanza continentale dei partiti nazionalisti (Austria, Orbàn e il resto di Visegrad) da trasformare in una nuova famiglia politica a Strasburgo e Bruxelles.

Campagna elettorale permanente, dunque. A scapito degli alleati. Con i Cinque Stelle si apre un fronte al giorno. Sabato le polemiche con Roberto Fico sui migranti e con Vincenzo Spadafora sui diritti civili. Dal palco di Pontida Salvini prima loda i grillini (“Sono onesti e affidabili) ma poi dà un altro buffetto (eufemismo) al ministro Danilo Toninelli: “Oggi una terza nave delle Ong – gli ‘aiutoscafisti’ – è stata tenuta lontana dai porti italiani. Se i porti si chiudono o si aprono lo decide il ministro dell’Interno”. Non è così: avrebbe voce in capitolo, in teoria, anche il ministro dei Trasporti (Toninelli, appunto). Che puntualizza timidamente, con un messaggio alle agenzie di stampa: “Le prerogative sono congiunte tra Mit e Ministero dell’Interno, visto che ai Trasporti fanno capo Capitanerie e Guardia Costiera”. Cosa pensa la Lega del rapporto con M5S lo dice chiaramente Riccardo Molinari, delfino di Salvini e capogruppo alla Camera: “Siamo noi gli azionisti di maggioranza del governo”.

Non se la passano bene nemmeno gli altri alleati, il centrodestra con cui amministra Regioni e città. Sul palco salgono i governatori non leghisti: il siciliano Nello Musumeci, il ligure Giovanni Toti, il molisano Donato Toma. Per Forza Italia, malgrado le parole di circostanza, tira aria di smobilitazione (e annessione). E gli unici fischi si sentono quando Toma pronuncia il nome di Silvio Berlusconi.

Prima del gran finale parlano i ministri del Carroccio (Giulia Bongiorno, Lorenzo Fontana, Marco Bussetti, Erika Stefani, Gianmarco Centinaio) e parla soprattutto Giancarlo Giorgetti, il numero due, “il Gianni Letta di Matteo”. È l’intervento più ambizioso: “Saremo matti, come quelli che si sono inventati la festa di Pontida 30 anni fa, ma oggi la Lega e Salvini sono in grado di cambiare la storia d’Europa”. Anche perché “in Italia oggi l’opposizione non esiste”.

Poi tocca al capo. È una fabbrica di slogan: “Così come è caduto il muro di Berlino – e sembrava impossibile – abbatteremo il muro di Bruxelles”.

E poi: “Governemo per i prossimi 30 anni”. Prima di chiudere sgrana un rosario verde, e si rivolge alla folla in adorazione: “Giurate di non mollare fino a che non avremo liberato i popoli europei?”. Domanda retorica. Non somiglia granché al giuramento leggendario della Lega Lombarda contro Federico Barbarsossa, quello da cui nasce il mito di Pontida e l’epica di Bossi. Ma non se ne duole nessuno. Umberto, per la prima volta in 30 anni, non si è fatto nemmeno vedere. Né lui, né Maroni. Del vecchio folklore resta una scritta sulla collina (“secessione”) e un singolo manifestante col cappello con le corna.

Eppure la festa non è mai stata così grande. La Lega conta 75mila persone. Cifra ottimistica: il pratone può contenere le ambizioni sfrenate di Salvini e dei suoi, ma non così tanta gente. Però c’è tutto il sud, un banchetto per ogni Regione: la ‘nduja calabrese è approdata a Pontida. Ed è un popolo in completa simbiosi con il leader. Lo chiamano (“Teo! Teo!”), lo toccano, lo baciano, gli puntano i telefoni in faccia e gli fanno toccare i bambini neanche fosse il Papa. “C’è solo un capitano” cantano. In epoche migliori – almeno per i romanisti – era il coro per Francesco Totti. Qui siamo a una forma di venerazione simile.

“Una Netflix italiana: così Rai e Mediaset si devono rinnovare”

Luigi Di Maio torna sul tema delle telecomunicazioni e rilancia una visione “casaleggiana” del sistema televisivo. Per Rai e Mediaset “sarà fondamentale riuscire a rinnovarsi con nuove persone e nuove idee, e inserendosi in una logica completamente diversa da quella seguita fino ad oggi”, scrive il vice premier in un post sul blog lanciando l’idea di una “Netflix italiana” e sottolineando come, da qui a pochi anni, vi sarà un “crollo” del consumo della tv tradizionale. Parole che Davide Casaleggio rilancia su Facebook: “Se aspettiamo di vedere il futuro arrivare, arriverà dall’estero. Dobbiamo iniziare a costruirlo noi”. Nel suo post, Di Maio torna anche sulla tv pubblica: “in Rai deve iniziare a trionfare il merito e a entrare aria nuova. Il primo passo è la fine della lottizzazione e la pretesa di avere editori”, scrive il leader del M5S. Il primo banco di prova, anche per la partita tra M5S e Lega, si avrà l’11 luglio, quando Camera e Senato dovranno nominare 4 membri del Cda mentre al governo toccherà nominarne due, ai dipendenti dell’azienda uno. E, a rendere ancor più complessa la partita, c’è il ruolo di Fico, che da ex presidente della Vigilanza non potrà non portare la “voce” degli ortodossi.