Altri 63 morti in mare e 12 motovedette per la Libia

Un altro naufragio al largo della Libia, stavolta davanti a Zuara e alle coste occidentali, dimostra che Tripoli è ancora in difficoltà nel controllo delle acque in cui partono gommoni e altre carrette del mare carichi di migranti che prima potevano contare sulle navi delle Ong. Nell’immensa area Sar (Search ad rescue, ricerca e soccorso) non ce n’è più neanche una dopo che Italia e Malta hanno negato l’accesso ai porti anche per rifornimenti e logistica.

È stato l’Unhcr, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, a dare notizia ieri dell’ennesima tragedia in cui si contano 63 “dispersi”, cioè probabili annegati che vanno ad aggiungersi ai 100 di pochi giorni fa, e 41 persone riportate indietro dalla Guardia costiera libica. Anche loro sono finite nei centri governativi gestiti insieme alle agenzie delle Nazioni unite che però, secondo l’ allarme lanciato ieri dall’Oim (l’agenzia per le migrazioni), sono al collasso, con 10 mila stranieri di fatto detenuti tra cui ci sono anche donne e bambini spesso piccolissimi. Dal 21 al 28 giugno, si è infatti registrato un “drammatico aumento” degli interventi in mare da parte dei libici: 2.425 persone soccorse, 800 in un solo giorno. Restano comunque i centri meno invivibili se paragonati ai lager in mano alle milizie e ai trafficanti che sarebbero una settantina in tutto il Paese.

Il pre Consiglio dei ministri in programma oggi a Roma dovrebbe approvare lo schema del decreto con cui l’Italia intende favorire la Marina e la Guardia costiera di Tripoli, la cui competenza si estende ormai su una vasta area Sar oltre che sulle dodici miglia delle acque territoriali in cui si è registrato almeno il naufragio di venerdì scorso. Per il momento il governo dovrebbe disporre la donazione di dieci motovedette della Guardia costiera e due della Guardia di Finanza. Si tratterebbe di natanti “Classe 300” e “Classe 500” e gommoni “Hurricane”. Dovrebbero essere consegnati in tre scaglioni fin dalle prossime settimane. Proprio ieri c’è stata una vivace polemica tra i responsabili della Guardia costiera civile e della Marina di Tripoli: il primo, l’ammiraglio Ayoub Qassem, ha detto che quella italiana è “solo propaganda” e che “i gommoni” forniti non sono adatti allo scopo; il secondo, il capo di Stato maggiore della Marina libica ammiraglio Salem Rahuma, ha dichiarato che la “collaborazione con l’Italia” è “molto forte”, auspicando che le forniture arrivino prima possibile. Allo studio dei diversi ministeri italiani (Difesa, Interni, Infrastrutture e Trasporti) c’è anche la fornitura di tre radar e un programma di addestramento, prima in Italia e poi sul posto, di 300 operatori libici che andrebbero ad aggiungersi ai 216 già formati. Il governo si muove: dopo Matteo Salvini i ministri degli Esteri e della Difesa, Enzo Moavero Milanesi ed Elisabetta Trenta, andranno presto a Tripoli dove vedranno anche il premier Fayez Mustafa al-Sarraj, atteso subito dopo a Roma.

Così l’Italia utilizzerà l’accordo Ue: soldi, Ong e aiuti in Africa

Le decisioni del Consiglio europeo sono come medicine a rilascio graduale del principio attivo, producono effetti nel tempo: dopo una settimana dal vertice di Bruxelles, si capisce che la Germania ha ottenuto meno di quello che pensava e l’Italia forse un po’ di più. Il ministro dell’Interno della Csu Horst Seehofer continua a sfidare la cancelliera Angela Merkel (Cdu) perché il Consiglio europeo non ha avallato i respingimenti di migranti che già hanno presentato richiesta d’asilo in un altro Stato Ue, cioè Grecia o Italia. “Gli Stati membri dovrebbero adottare tutte le misure necessarie per contrastare tali movimenti”, si legge nelle conclusioni. Un condizionale che per Seehofer è “insoddisfacente”.

É proprio sui condizionali che si gioca un pezzo della partita europea: un verbo al condizionale indica un auspicio ma non una certezza o un automatismo. Come nella frase del comunicato del Consiglio che più interessa all’Italia: “Nel territorio dell’Ue coloro che vengono salvati, a norma del diritto internazionale, dovrebbero essere presi in carico sulla base di uno sforzo condiviso e trasferiti in centri sorvegliati istituiti negli Stati membri”. In tanti hanno visto in questo impegno vago una sconfitta dell’Italia, ma non il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, profondo conoscitore delle sottigliezze eurocratiche che nella notte del 28 giugno assisteva il novizio premier Giuseppe Conte nei negoziati sulla bozza con Angela Merkel e Emmanuel Macron, due veterani di quel genere di trattative. Il condizionale indica un auspicio comune allo sforzo condiviso e che non c’è automatismo sui “movimenti secondari”. Tradotto: se la Germania vuole che il condizionale sui respingimenti diventi un verbo all’indicativo, dovrà rendere concreta anche la condivisione degli sforzi sui salvataggi. E poi c’è quel plurale, migranti da trasferire in centri sorvegliati istituiti negli Stati membri”. Non solo in Italia, dunque.

Il Consiglio europeo non può riformare il regolamento di Dublino (richiedenti asilo di competenza del Paese in cui sono identificati), non può riscrivere i trattati che regolano i salvataggi in mare e non può imporre ricollocamenti forzosi dei migranti, perché gli Stati nazionali non hanno mai trasferito a Bruxelles quel tipo di sovranità.

Per questo nel documento finale del Consiglio si parla di costruzione dei centri “unicamente su base volontaria”. Ma questo, come spiega il ministro Moavero ai suoi interlocutori in queste ore, significa che anche gli sforzi dell’Italia dovranno essere intesi come esclusivamente volontari. Non automatici, non obbligati, non dovuti soltanto alla sfortunata collocazione geografica nel Mediterraneo. Il vero significato politico del documento uscito dal Consiglio europeo è che per la prima volta l’Unione ha ammesso di dover avere una strategia comune per gestire l’emergenza migranti. Qualunque azione dell’Italia, dopo quel vertice, può essere inserita sotto l’ombrello di un impegno europeo. Anzi, i partner dovrebbero apprezzare il fatto che “su base volontaria” l’Italia si occupi tanto di migranti per conto dell’Ue tutta.

Possono sembrare sottigliezze diplomatiche, ma questa interpretazione delle conclusioni del Consiglio sarà tenuta molto ferma dal ministro Moavero e dal premier Conte. Con effetti concreti.

Primo: tutti gli sforzi per salvataggio e accoglienza sostenuti dall’Italia (4,7 miliardi di euro nel 2017) saranno considerati dal governo italiano parte di quello europeo, quindi l’Ue o gli altri Stati dovranno contribuire. E questo è un argomento che il ministro del Tesoro Giovanni Tria farà valere nella discussione sul bilancio e sul deficit, in autunno. Secondo: il documento del Consiglio europeo non fa alcun riferimento al fatto che i migranti salvati vadano portati nel porto più vicino all’intervento (l’Italia), resta quindi valido soltanto il principio del porto “sicuro”. Nell’ambito di una strategia europea, dunque, l’Italia avrà tutto il diritto di chiedere che anche i porti di Francia, Spagna e Malta si aprano agli sbarchi, delle Ong e delle navi militari che lottano contro il traffico. E se Macron protesta, Conte e Matteo Salvini possono ora appellarsi ai principi generali sanciti dal documento finale del Consiglio.

E poi c’è l’Africa: mentre l’Italia continua a lavorare per ricostruire la sovranità della Libia, la Farnesina prepara una ambiziosa strategia nei Paesi di transito per convincere i migranti a tornare indietro. Poichè la convinzione si regge su costosi trasporti e altrettanto costosi incentivi monetari, l’Italia non ha alcuna intenzione di rimanere sola a sostenere questo sforzo che viene citato esplicitamente nel documento del Consiglio Ue.

Ma mi faccia il piacere

Boldrivoluzione. “Gli italiani, incluso chi ha votato 5Stelle per disperazione, si renderanno conto che a sinistra c’è fermento, che può nascere qualcosa di nuovo, qualcosa che restituisca speranza, entusiasmo, voglia di impegnarsi” (Laura Boldrini, LeU, l’Espresso, 1.7). In pratica, ha deciso di ritirarsi.

Il profeta. “L’eliminazione dell’Italia dai Mondiali? Il nostro calcio va rinnovato. Una delle cose che ha favorito il rinnovo del calcio tedesco, dopo una crisi molto dura, è stata la legge sulla cittadinanza che Schröder approvò… Lo Ius Soli ha favorito anche nello sport una partecipazione piena e viva di ragazzi con genitori stranieri, ma di fatto tedeschi… Il calcio tedesco ha puntato molto sui vivai e sui giovani. Quella dell’Italia è stata una brutta sconfitta e bisogna voltare pagina. Però non basta cambiare l’allenatore, ma bisogna realizzare che si è consumato un ciclo. E’ necessario aprirne uno tutto nuovo. Vediamo come farlo. E io credo che l’esperienza tedesca possa essere di insegnamento” (Piero Fassino, Pd, Omnibus, La7, 14.11.2017). Lì la povera Nazionale tedesca capì che, per questo Mondiale, non c’era niente da fare.

Faccio l’accento svedese. “Io mi aspetto già da domenica con i ballottaggi un segnale di ripresa del Pd… A Pietrasanta, Massa, Pisa con Paolo Gentiloni, piazze piene per i candidati sindaci del Pd in Toscana. Ho buone sensazioni per i ballottaggi del 24 giugno” (Andrea Marcucci, capogruppo Pd al Senato, alla vigilia dell’ennesimo crollo del Pd, anche in Toscana ed Emilia, 21.6). Fassino, è lei?

Il Giornubblica. “Rai, Grillo lancia l”editto a 5stelle’: ‘Due reti private, una senza spot” (il Giornale, 30.6). “Anche Grillo ha un ‘editto’ per la Rai” (Repubblica, 30.6). Ma perchè non fate un bel giornale unico?

Alè manno! “Raggi, due anni di delibere al ralenti. Al netto degli interventi per emergenze, gli atti approvati dall’assemblea capitolina sono stati in tutto 131. Meno dell’era Marino (138) e praticamente la metà rispetto ad Alemanno (249)” (Repubblica, 11.7). Quindi, per Repubblica, non conta quel che si fa, ma quante cose si fanno. Anche se si favoriscono Mafia Capitale. Forza Buzzi e Carminati!

Colpa di Conte. “La futura casa di Renzi è una villa di un collega di Conte” (Repubblica, 30.6). Ah, mi pareva: ecco chi è il vero colpevole.

Riottoso alla verità. “La Corte suprema russa concede alla polizia di sequestrare i cellulari a chiunque, russo o no, se posta sui social critiche al governo Putin” (Gianni Riotta, Twitter, 22.6). Poi si scopre che la sentenza riguarda sospetti di terrorismo. Sarebbe una fake news se Riotta non fosse membro della task force europea contro le fake news. Invece è solo una balla.

Fate la carità. “Formigoni torturato. Condannato a morire di fame. Gli han sequestrato addirittura la pensione” (Libero, 23.6). “La delibera Fico è un monumento all’illegalità, ci batteremo in tutte le sedi per impedire questo obbrobrio costituzionale che interviene nella vita delle persone in un’età fragile, senza possibilità di fronteggiare una caduta così pesante del reddito” (Antonello Falomi, presidente Associazione ex parlamentari, 27.6). Non so voi, ma io farei una colletta.

Brutti incontri. “I bambini non vengano vaccinati nella stessa stanza dei richiedenti asilo per evitare le malattie contagiose” (Lucio Pizzi, sindaco Pdl di Domodossola, 27.6). Giusto: ora i figli dei migranti rischiano di incontrare il sindaco.

L’arma segreta. “Calenda e Zingaretti sono scorciatoie. Ripartiamo dalla politica! L’unico esempio a cui guardare è quello della Lega” (Gennaro Migliore, ex Sel, ora Pd, Il Dubbio, 27.6). Potrebbe iscriversi alla Lega per distruggere anche quella.

Pizza e fichi. “Serve un fronte nuovo che vada da Sel a Forza Italia” (Federico Pizzarotti, sindaco ex M5S di Parma, Il Foglio, 26.6). “Martina: da Macron a Tsipras. Alle Europee progressisti uniti” (Corriere della sera, 25.6). Esista solo una grande Chiesa che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa.

Il Cazzullo Qualunque. “Grillo come l’Uomo Qualunque che però si fermò al 5%… Era un tempo in cui gli italiani credevano in se stessi e nel futuro, e non pensavano che tutti i politici fossero ladri, tutti gli industriali corruttori, tutti gli imputati colpevoli” (Aldo Cazzullo, Corriere della sera, 30.6). E le grandi firme del Corriere si chiamavano Montanelli.

Il titolo della settimana/1. “Calenda è già in marcia ‘per fermare i populisti’” (Il Dubbio, 28.6). Ha fatto il giro della sua terrazza.

Il titolo della settimana/2. “Dalla Berti alla Pavone: la politica sovranista contagia lo spettacolo” (La Stampa, 30.6). Che facciamo, le arrestiamo?

All’origine di tutto: c’era una volta un Buddha con il volto di Apollo

“Ci facciamo forti di un’espressione di Kant: l’umano è alzare gli occhi e guardare il cielo sopra di sé e insieme guardare dentro di sé. Dalle stelle al cuore: questo è l’umano”, così Quirino Conti introduce il progetto su Il mistero dell’origine, da lui curato e prodotto dalla Fondazione Carla Fendi – oggi diretta da Maria Teresa Venturini Fendi – all’interno del 61° Festival dei 2Mondi di Spoleto.

Per dissipare Il mistero dell’origine sono state imbastite due mostre: una – La Scienza – squisitamente fisico-naturalistica; l’altra – Miti e Trasfigurazioni – di taglio filosofico e artistico. Entrambe saranno inaugurate oggi dopo un prologo al Teatro Caio Melisso (alle 11.30), che ospiterà scienziati come Lucy Hawking, figlia di Stephen (cui è dedicato un omaggio video), artisti come Massimo Popolizio, studiosi come Silvia Ronchey e musicisti come l’Ensemble Hope, inventore di un “organo ad acqua”, già nelle fantasie di Mozart.

L’installazione scientifica vanta la collaborazione con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) e il Centro Europeo di Ricerca Nucleare (Cern), mentre quella storico-mitologica si avvale della consulenza di Marco Galli (La Sapienza) e Laura Giuliano (Museo delle Civiltà) ed è allestita “in una specie di caverna platonica, metafora della conoscenza umana”, spiega Conti. Qui trovano posto ventitré opere, tra sculture e rilievi, Buddha e divinità classiche: quattordici scisti orientali del II-IV secolo, provenienti dalla regione del Gandhara (tra Pakistan e Afghanistan), e nove marmi occidentali di epoca greco-romana (II secolo). “Il confronto è impressionante, e ricorda l’antichissimo incontro tra due mondi, Oriente e Occidente, che ha generato un patrimonio universale, unico e condiviso: il sostrato culturale indoeuropeo. Da una parte, c’è il volto di Apollo impresso su quello di Buddha; dall’altra, c’è il pensiero greco che attinge alla dimensione estatica”, in un cortocircuito fecondo “tra logos e nirvana, dialettica e meditazione”.

Quando Alessandro Magno arrivò al confine con l’India… “non sapeva più a quale dio appellarsi. A volte è quasi impossibile distinguere, tra queste statue millenarie, le divinità orientali dagli dèi dell’Olimpo. Ecco un Buddha dionisiaco, oppure una scultura pakistana dal drappeggio classico, come in Fidia. Ovviamente questo Oriente non ha nulla a che vedere con la melensaggine contemporanea dello yoga o del finto spiritualismo: questo è l’Oriente autentico, consegnatoci da studiosi come Giuseppe Tucci e Fosco Maraini sulla base di ricerche antropologiche, linguistiche, artistiche e religiose”.

“Soprattutto in questo momento storico – conclude Conti – dobbiamo lottare per l’unità dell’umano, e contro ogni frattura o dualismo, tra Oriente e Occidente, arte e scienza, cuore e mente. Questo è lo spirito delle mostre: sono due polmoni, uno scientifico e uno sentimentale, che danno insieme respiro al grande mistero dell’origine”.

 

Nastri, Garrone pigliatutto: otto premi per “Dogman”

Matteo Garrone e il suo film “Dogman” dominano la 72esima edizione dei Nastri d’Argento, il premio assegnato dal Sindacato giornalisti cinematografici. Al regista è andato il riconoscimento per la miglior regia e la sua creazione è stata nominata miglior pellicola mentre gli attori Edoardo Pesce e Marcello Fonte sono stati premiati come migliori protagonisti. Sul fronte femminile, miglior attrice Elena Sofia Ricci per la sua interpretazione in “Loro”: la pellicola di Sorrentino vede, inoltre, premiati in qualità di migliori attori non protagonisti Riccardo Scamarcio e Kasia Smutniak. Per quanto riguarda le commedie successo di “Come un gatto in tangenziale” di Riccardo Milani che vince tutti i premi di genere. Nastro alla carriera infine per gli attori Gigi Proietti e Massimo Ghini.

Non è perché adori il sushi che conosci davvero il Giappone

“Cominciare in piccolo, Dimenticarsi di sé, Armonia e sostenibilità, La gioia per le piccole cose, Stare nel qui e ora”: sono questi i pilastri dell’Ikigai giapponese (lett. “ragione di vita”), che sembra essere – stando alle ultime pubblicazioni dal gusto nippo-chic, da come riparare gli oggetti al riordino degli armadi – l’ultimo derivato del fascino che il Giappone esercita nella nostra cultura già dal secolo precedente, da quando il filosofo francese Alexandre Kojève vaticinò che la Storia era finita.

Ken Mogi, scrittore e neuro-scienziato, in Il piccolo libro dell’Ikigai (Einaudi) ci illumina su come in realtà l’Ikigai non sia un sushi per l’anima, ma si trovi dentro ognuno di noi e per ognuno s’incarni in una diversa natura: la sua acuta esplorazione nel Giappone di oggi e di ieri aiuta ad avvicinarci molto della potenza esotica del Paese del Sol Levante e scosta i manualetti che vendono felicità made in Japan.

Il loro spopolare è tuttavia il culmine di quel “nipponizzarsi dell’Occidente”, scrive Giorgio Amitrano in IroIro (Dea Planeta). Non più tardi di un secolo fa, il Giappone occupava uno spazio piccolo e sfocato nell’immaginario occidentale: la Madama Butterfly di Puccini o le prime mostre sul ukiyoe (mondo fluttuante) testimoniano come mistero e spaesamento fossero le sue sole caratteristiche. Eppure, tenta di chiosare Amitrano – il più autorevole traduttore di scrittori giapponesi – è “questa capacità di spostarsi con disinvoltura dall’alto al basso, dal solenne al giocoso” che rende unico il Giappone tra pop e sublime, come scrive nella sua coltissima e appassionata divagazione, che fa il paio con Kojève stesso per il quale i giapponesi avevano superato la fine della Storia incarnando il ritualismo nella loro vita, ergendo il culto dei piccoli gesti (e dunque eternandoli) a ricerca di senso.

E fu la ricerca di senso a spingere Roland Barthes in Giappone. Nel suo taccuino di viaggio L’impero dei segni (Einaudi) narra l’estetica giapponese in perfetto bilico tra strade e volti, oggetti e pratiche, gesti e riti. La meraviglia e lo spaesamento riverberano dalle pagine di Alla sacra montagna di Nikko di Pierre Loti (Lindau) in cui gli alberi occidentali in confronto agli altissimi cedri “appaiono appena più grandi di cespugli moribondi”. Benché Goffredo Parise nel suo reportage di viaggio in Giappone L’eleganza frigida (Adelphi) avverta sia “inutile analizzare, pasticciare”, sono molti gli scrittori occidentali attratti dal gioco delle differenze come Angela Terzani nel reportage Giorni giapponesi (Longanesi), o Antonietta Pastore che in Leggero il passo sui tatami (Einaudi) narra come all’iniziale fascinazione per l’eleganza, la discrezione e la delicatezza si sostituisca il fastidio per l’apparente ipocrisia, la formalità e la rigidità mentale e denuncia il marginale spazio riservato alle donne nella società nipponica. In ragione di etnocentrismo, Cees Nooteboom si arrende: Cerchi infiniti (Iperborea) è un sublime vagare per il Giappone odierno in cerca delle rovine di un mondo che non c’è più; la sua resa di fronte a “una ragnatela di significati nascosti” suggerisce come un animo netto è il più atto alla scoperta.

L’abbandono di chi esplori un mondo altro è di certo l’attitudine con cui Lafcadio Hearn (irlandese naturalizzato giapponese) nella seconda metà del 1800 prova a cogliere la malìa del Giappone. In Ombre giapponesi (Adelphi) come un rapsodo ricuce le maglie sdrucite di testi classici obliati e racconti orali nello stile libero dello zuihitsu (lett. seguire il pennello), a metà tra frammento, racconto e riflessione. Affascinati dalle tradizioni millenarie sono anche Pam e Thad (aspirante geisha lei, samurai lui), protagonisti de La ragazza che voleva diventare geisha di Isabelle Artus (Baldini&Castoldi). Anche il Giappone moderno attrae gli scrittori occidentali: Muga-muchu (lett. senza coscienza) è “l’espressione che usarono quasi tutti i superstiti per indicare lo stato di prostrazione e la totale perdita di riferimenti cui li aveva ridotti la catastrofe nucleare” scrive Philippe Forest nella raccolta eponima uscita per Nonostante, che accosta due racconti su Hiroshima e Nagasaki in un unico e doloroso piano-sequenza; come pure David Peace in Tokyo anno zero (Saggiatore) inquadra la capitale giapponese come sospesa in un’eterna apocalisse umana dello scontento.

Esotico, spaesante, romantico, millenario, post-apocalittico: questo è il Giappone degli altri, un mondo il cui sconfinato mistero non è stato ancora svelato.

Dai licei italiani sono scomparsi i grandi poeti meridionali del ‘900

Gentile Ministro,
Le scriviamo per segnalare alla Sua attenzione una delle tante “questioni”, forse ritenuta da molti meno rilevante, ma a nostro avviso urgente, che riguarda la nostra Scuola.

Da anni il Centro di Documentazione sulla Poesia del Sud ha sottolineato come all’interno delle “Indicazioni nazionali” per i Licei (DM 211/10), che hanno accompagnato il riordino delle scuole superiori, non compaia, relativamente al Novecento pieno, nessun poeta o scrittore nato a sud di Roma e soltanto una donna, Elsa Morante. Al proposito, dal 2012 si sono susseguite numerose iniziative, Interrogazioni parlamentari, una Risoluzione del 24 febbraio 2015, Delibere di Consigli regionali, interventi di intellettuali e scrittori (tra i tanti Dacia Maraini, Maurizio De Giovanni, Alberto Angela, Antonio La Penna, Gerardo Bianco, Alessandro Quasimodo, Aldo Masullo, Emerico Giachery), che hanno chiesto la modifica di questo documento, che propone un’immagine incompleta e (ci sembra) mortificante per la cultura meridionale e non solo. Di recente, abbiamo pubblicato un volume che racconta tutto questo (Faremo un giorno una Carta poetica del Sud 2. Restituiamo la letteratura meridionale ai Licei).

Noi vorremmo consegnarLe questo libro, che racconta l’iter parlamentare della querelle, per discutere con Lei di una questione a nostro avviso urgente della Scuola italiana. Inoltre, pochi giorni fa, in occasione della Prima prova degli Esami di Stato, il MIUR ha scelto per la Traccia della Tipologia B 1 (Ambito artistico – letterario) anche i versi di una celebre poesia di Salvatore Quasimodo (Ed è subito sera), poeta insignito con il Nobel ma assente nelle “Indicazioni nazionali”, e che anche nel 2014 era stata proposto all’attenzione degli studenti italiani in occasione dell’Esame finale del ciclo di studi superiori. In tal modo, lo stesso MIUR, pur non considerando “decisiva” l’esperienza letteraria del “siculo greco”, lo propone due volte in cinque anni alla ribalta nazionale, cadendo in qualche modo in contraddizione. Insomma, se Quasimodo è così tanto importante, perché non includerlo nelle “Indicazioni nazionali”?

In attesa di una Sua risposta, La salutiamo cordialmente

Direttore scientifico del Centro di Documentazione sulla Poesia del SudPresidente del Centro di Documentazione sulla Poesia del Sud

“Scoprii Augusto in balera. Eravamo Nomadi, ma ogni sera tornavamo a casa”

Primi anni Sessanta. Provincia di Modena. La folgorazione, una sera, dentro una balera: “Ero seduto in platea in attesa della musica. A un certo punto sale sul palco un tipo particolare, un ragazzino magrissimo, con tre peli di barba, gli occhiali spessi, la montatura importante, si muoveva a molla. Quando cantava quasi saltava, con il pubblico non molto persuaso da questi atteggiamenti, direi scocciato; il repertorio musicale non era adatto all’occasione. Io al contrario mi fermo, un po’ per simpatia, un po’ per curiosità, soprattutto per il suo magnetismo. Avevo trovato il cantante giusto, e non solo…”. Beppe Carletti aveva scovato l’amico, il socio, il confidente, il compagno di migliaia di chilometri in macchina o pulmino; l’amico accompagnato fino all’ultimo giorno, fino all’addio; aveva appena conosciuto Augusto Daolio, l’altra metà dei Nomadi, una delle più belle voci italiane, per stile e forma, scomparso nel 1992, protagonista della sua biografia appena pubblicata (Questi sono i Nomadi e io sono Beppe Carletti).

La balera “galeotta”…

Era la serata più attesa, dove tutti si ritrovavano, dove investivi i soldi guadagnati la settimana, dove ti giocavi la gioia o il rammarico dei giorni a seguire, e questo tra una bottiglia di vino, un sorriso e il desiderio di invitare una ragazza a ballare; perché allora si andava solo per trovare l’amore, per sognare: l’abbraccio durante il lento era il massimo del contatto fisico concesso…

Mentre Augusto…

Si presentò con Be Bop a Lula e altri brani simili. Quindi lo sconcerto fu generale. Ma lui, anche da giovanissimo, era così: grande garbo, sempre tranquillo, ma pochi compromessi, aveva chiara la sua direzione.

Più volte nel libro rivendica le sue origini di paese, semplici.

Siamo figli del secondo dopoguerra, cresciuti in una realtà contadina e partigiana, non dico misera, perché il pane c’era per tutti, però l’aria che si respirava non era da benestanti.

Suo padre non era comunista…

No, ma tutte le domeniche mattina apriva le finestre e sparava al massimo volume Bandiera rossa e L’Internazionale, l’intero repertorio dell’orgoglio operaio e contadino. Gli altri dovevano ascoltare. E poi mio padre è stato in un campo di concentramento, su certe storie non si scherzava.

Insomma, lei illuminato da Augusto.

Allora il mio gruppo aveva un cantante di 35 anni da noi considerato vecchio, si chiamava Gastone, una bravissima persona, mi ha insegnato molto: su come si sta sul palco, i segreti per capire il pubblico della balera. Però con Augusto è cambiato ogni lato della mia vita.

Lei racconta: “Ci urlavano finocchi e busoni”.

E anche: “Levatevi dalle palle”. Ma è normale, a quei tempi portare i capelli lunghi era una sfida al costume, quando andavamo in giro per il paese era un continuo, sentivamo i più grandi dirci alle spalle: “Se quello fosse mio figlio, non lo farei neanche sedere a tavola”. L’obiettivo era umiliare.

E a voi…

Non ce ne importava nulla.

Eppure stavate al nord…

Un nord dove la vita era radicata nella terra, le tradizioni e i ruoli delineati, gli uomini rasati e le donne senza tinta. Vedere dei capelloni era una provocazione.

In casa cosa dicevano?

A prescindere dall’estetica eravamo ragazzi tranquilli, e i mie sono stati bravissimi nell’evitare facili pressioni psicologiche, quando sicuramente i vicini, i parenti o gli amici si lamentavano di noi.

Come gruppo avete trovato subito dei riscontri.

A 16 anni eravamo dei piccoli professionisti, ingaggiati per la stagione a Riccione. Però quando l’ho detto a mia madre, lei senza perdere la calma, ha risposto: “Bravo, fai pure, intanto domani mattina vai a lavorare”. Temeva potessi finire tra gli sbandati o i morti di fame. Impossibile.

Qualcosa da mangiare si rimediava sempre.

Pane e salame non mancava mai, era la base dell’alimentazione, ogni famiglia aveva i suoi insaccati, le sue ricette, i suoi ingredienti segreti.

Dicevamo: gavetta breve.

Una sera suoniamo a Modena, il direttore di sala, uno bravo, con ambizioni da produttore, alla fine dello show mi rivela: “Domani ho appuntamento a Milano da un’etichetta discografica”. E io: “Mi porti?”. Vado, strappo un provino, il provino diventa un disco, con il disco finiamo al Cantagiro e con una canzone perfetta per noi: Come potete giudicar (“per i capelli che portiam…”). Un successone.

Sempre senza muovervi dalla provincia.

Un giorno arriva un discografico legato al Clan Celentano, ci voleva con loro. Rifiutiamo. Temevamo di perdere noi stessi, non ci piacevano le realtà metropolitane, non ci sentivamo dentro certi atteggiamenti pratici e attitudini mentali.

Niente sesso droga e rock…

Droga? Per amor del cielo: una volta abbiamo lasciato a casa un tecnico, dopo averlo beccato in bagno mentre si faceva. E l’unico vizio di Augusto era quello di fumare, sempre. Più un po’ di vino rosso.

Altro che ribelli.

Ci ha salvato il paese (e scandisce “paese”): alla fine cercavamo, e cerchiamo ancora, di tornare a casa la sera: tanti anni fa, dopo un concerto, ci siamo messi in macchina da Paola, senza alcun motivo particolare, solo per rientrare. Otto ore e passa di viaggio.

Gli altri artisti vi prendevano in giro?

Capitava, spesso ci hanno dati per superati o spacciati, poi negli anni qualche soddisfazione ce la siamo tolta: noi siamo qui.

Come Maurizio Vandelli…

Negli anni Sessanta doveva entrare nei Nomadi, per ben due volte ha suonato con noi, poi all’improvviso è scomparso, fino a incontrarlo nel 1965 al Piper di Roma. Mi guarda, si scusa: “Sono in debito, quindi vi porto alla RCA, magari ne nasce qualcosa”. Peccato che era sabato, la sede chiusa.

Bello scherzetto…

A lui è sempre piaciuto il ruolo di prima donna, e in fondo eravamo buoni amici, tutti nati nella stessa zona, spesso ci trovavamo al bar Italia di Modena, punto di raccordo di una serie di artisti come Bonvi o Francesco Guccini, e lì ricche chiacchierate, progetti, idee o una partita a briscola.

Non vi sentivate prime donne?

Per quel ruolo ci vuole le physique du rôle, e ci è sempre mancato, così come gli occhi azzurri e capelli biondi.

I Nomadi hanno avuto 23 elementi.

Quasi un record, una tribù, e ognuno ha dato il suo contributo, non con tutti ci siamo lasciati benissimo, è fisiologico, però il risultato è quello di 55 anni di storia di una band (è uscito un cd per celebrare l’anniversario).

Al centro di questa storia c’è “Dio è morto”.

Con quella canzone abbiamo ricoperto l’intero arco degli insulti e dei problemi: quando l’abbiamo cantata a Catania, nessuno dei presenti l’aveva ascoltata, la radio non la trasmetteva, e dal pubblico ci è arrivato qualche sassolino.

Sassaiola?

La censura aveva proibito qualsiasi forma di diffusione, nessuno conosceva il testo, nessuno aveva gli strumenti, anche culturali, per comprenderne il vero significato; al terzo Dio è morto è iniziata la protesta.

Non sono arrivati al “risorto”.

È storia: solo Radio Vaticana capì, solo loro la suonavano senza alcun problema.

Censurati, quindi.

Ed è stata anche un po’ la nostra fortuna, nonostante il pezzo non lo volesse neanche la casa discografica; però noi eravamo così: non belli, senza physique , ma concreti, e quando Augusto cantava, era credibile come pochi. Aveva una capacità interpretativa difficile da ritrovare.

E dopo?

In seguito a Dio è morto la censura ha iniziato a controllare ogni nostro brano; ma allora quando incidevi un pezzo, prima lo dovevi spedire alla Rai, verificavano l’intonazione, poi al ministero.

Intonazione?

Sì, se oggi ci fosse la stessa procedura, quasi nessuno andrebbe in video: oggi per trovare le note si affidano ai marchingegni.

Negli anni Ottanta siete stati allontanati dall’etichetta discografica per estremismo politico: scusa o realtà?

Non credevano più in noi, sul mercato era arrivata la disco music, e tutti i cantanti dati per spacciati: bastava mettere i dischi e arrivederci, i costi crollati a favore del ricavo immediato.

E voi?

Costretti a diventare indipendenti: per dieci anni ci siamo prodotti, solo fortunati nell’individuare un bravo distributore; da lì è partito un tour infinito, e nonostante ce lo sconsigliassero: “Vi inflazionate”. Ma un cavolo!

Voi comunisti.

Nessuno ha mai avuto una tessera di partito, però quella è la nostra storia, ci abbiamo creduto, le feste dell’Unità ci chiamavano e andavamo.

Avete incrociato Berlinguer in un comizio storico.

A Roma nel 1983, l’anno precedente la sua morte. Ci fermò prima di salire sul palco e con dei modi quasi timidi: “Le nostre figlie sono vostre fan, mi potete lasciare un autografo per Bianca?”.

Voi spiazzati…

Berlinguer era un colosso, anche se piccolo di statura aveva un’aura impressionante, incuteva un rispetto particolare, non timore, direi ammirazione. E poi quella fu l’occasione in cui Benigni lo prese in braccio.

“Io vagabondo”.

Pezzo dimenticato per anni e anni, il pubblico non lo chiedeva, e noi avevamo smesso di cantarlo, fino a quando l’ha riscoperto Fiorello con il Karaoke: grazie a lui è di nuovo esploso.

In carriera avete incrociato un giovane Ligabue.

Luciano un giorno arriva, mi porta una cassetta per proporci i suoi pezzi. Torna il giorno dopo, lo ringrazio, “ma sono canzoni perfette per te, le devi cantare tu”. È andata bene così.

Mentre un piccolo fan è stato Zucchero.

Veniva ai concerti accompagnato dal padre; piano piano ci siamo conosciuti, quando ha deciso di diventare musicista l’ho mandato dai responsabili della mia casa discografica spacciandolo per un cugino.

Lei è un talent scout, altro che la Maionchi…

No, è più brava lei, ci conosciamo dagli anni Settanta ed è un vero volpone, sempre con la battuta pronta. Non la becchi mai in contropiede.

Guccini.

A lui sono legato da sempre, molti nostri successi sono nati dalla sua penna. Carismatico dal primo momento in cui ci siamo conosciuti: quando parlava, chi lo ascoltava, restava affascinato, e certe doti non si imparano.

Gli anni Ottanta sono stati quelli più complicati.

Una volta tornavamo da Ravenna, ci fermiamo in un autogrill. Ordino il caffè, mi appoggio al bancone, nel frattempo una radio locale manda Dio è morto. Uno dei baristi si rivolge al collega: “Chissà dove sono andati a finire i Nomadi…”. Io in silenzio sorseggio, poi esco.

Zitto.

E che dovevo dire? Dopo siamo scoppiati a ridere.

È cattolico?

Sì, però mica tanto credente.

Il 1992 lo definisce “l’anno del dolore”.

E dal quale è stato complicato riprendersi. A gennaio muore all’improvviso la mamma di Augusto, e mentre lui è in viaggio in Turchia. Un vero choc. Dopo pochissimo tempo lo stesso Augusto non si sente bene, subito le analisi: scopriamo che ha un tumore al cervello.

Voi non gli dite nulla.

Non c’erano speranze, con la compagna decidiamo di tenerci il segreto, stava bene solo sul palco, il suo vero habitat, così continuiamo. A maggio poi muore in un incidente stradale il nostro Dante (Pergreffi), persona magnifica. E anche in quel caso siamo andati avanti, non potevamo fermarci.

Fino all’ultimo concerto…

Gli ultimi due li ricordo come uno strazio: avevamo organizzato un live acustico, seduti sugli sgabelli in modo da non affaticarlo. Ma non aveva le forze, la voce non era la sua e dal pubblico partirono fischi, proteste, urla. Augusto mortificato. Qualche giorno dopo ne avevamo un altro, ma prima di salire sul palco gli venne una crisi epilettica e finì tutto.

È morto a ottobre.

Nell’ultimo mese siamo stati sempre insieme, tutti gli amici più cari raccolti la sera intorno a lui per bere, parlare, magari canticchiare. Ci ha lasciato all’alba, ero appena andato via da casa, in bicicletta: quel giorno mi ha voluto risparmiare l’ultimo respiro.

(Quando Augusto è morto e purtroppo non è risorto).

Nazionale tifosi: tra canguri, botte, donne, ubriachi e addormentati vince la Russia

Giocatori semiprofessionisti o decisamente improvvisati, nazionali corazzate e addirittura inventate, musica, politici locali impettiti e ragazze pompon: a San Pietroburgo si è giocato pure il Mondiale dei tifosi, come fosse quello vero. Sedici squadre composte da supporter arrivati in Russia per il grande evento, turisti o semplici immigrati si sono sfidate in una specie di Mundialito, organizzato dalla FederCalcio russa e dall’associazione “Russia Unites”, col patrocinio della Fifa. Fra loro anche l’Italia, che grazie agli sforzi del Consolato e di alcuni esponenti della comunità locale almeno a questo Mondiale è riuscita a qualificarsi.

Una due giorni con tanto colore, in cui se ne sono viste di tutti i colori. I camerunensi non si sono svegliati e si sono presentati al campo in quattro ed in ciabatte: c’è chi dice di averli visti festeggiare fino all’alba in un night club il loro mondiale. Gli australiani sono stati gli unici a schierare una ragazza, oltre ad un enorme canguro che è valso il premio simpatia. Gli argentini sono stati esclusi per una rissa in amichevole. Il Senegal sembrava favorito, ma arrivati a metà torneo si è scoperto uno strano traffico di giocatori con altre nazionali africane. Il torneo degli azzurri, integrati da un paio di innesti russi ribattezzati per l’occasione con nomi italiani, è stato altalenante: esordio trionfale con Camerun e Cina nel girone, complice un sorteggio favorevole. Nei quarti, forse distratti dalle bellezze locali, hanno perso contro il Senegal sbagliando un rigore ma sono stati ripescati, per poi arrendersi in semifinale alla forte Algeria per 2-1: nella finale di consolazione grande rimonta contro la sorpresa Cipro e terzo posto. La vittoria, però, non poteva che andare alla squadra di casa: l’orgoglio russo è salvo, anche nel mondiale dei tifosi.