Messi le prende da Mbappè. Cavani passeggia su CR-7

Il Mondiale brilla un po’ di meno, o comunque di una luce nuova. Sono cadute le stelle, magari ce ne saranno altre: come Kylian Mbappé, che chissà se riuscirà a raggiungere quel livello, pure nell’immaginario collettivo della gente, ma intanto a 19 anni è già decisivo come solo Pelé ha saputo essere a quell’età. Non Messi e Ronaldo, però, per cui ieri è finito un sogno, quasi un’epoca. Quella del più grande dualismo del calcio moderno, anni di rivalità, dibattiti infiniti, classe o potenza, genio o regolatezza, tifosi divisi come il bianco e il nero, 5 palloni d’oro a testa, Champions League da una parte e dall’altra, scudetti in serie. Ma mai il Mondiale, nessuno dei due: Argentina e Portogallo, che avrebbero potuto incontrarsi nei quarti per una sorta di sfida finale tra i due campioni, sono state eliminate prima da Francia e Uruguay, perdendo rispettivamente 4-3 e 2-1. Loro non sono stati abbastanza grandi per evitarlo.

Valeva la pena aspettare. Se per qualcuno la prima fase del torneo era stata noiosa (ma poi per chi?), l’inizio degli ottavi ha regalato subito la partita più spettacolare di questa edizione, e grandi emozioni. Dieci reti in 180 minuti, due meravigliose di Di Maria e Pavard, altrettante doppiette di Mbappé e Cavani, la freschezza della Francia che ha tra le mani una delle migliori generazioni di sempre, la gara esaltante dell’Uruguay. E la delusione dei campioni, ciascuno a suo modo: Leo sempre a testa bassa, spento, quasi rassegnato, Cristiano furioso mentre sbatteva contro la muraglia uruguagia. Le telecamere della regia andavano a cercarli impietose dopo ogni rete degli avversari. Non li rivedremo più in Russia, forse nemmeno in una Coppa del Mondo: in Qatar, nel 2022, l’argentino avrà 35 anni, il portoghese addirittura 37. Probabilmente troppi per riprovarci, era l’ultima occasione.

È solo la prima, invece, per Kylian Mbappè, nuova stella del calcio mondiale che il mondiale ha consacrato, protagonista assoluto della vittoria francese. Ieri ha fulminato la difesa dell’Argentina, e pure qualche record di atletica leggera: è stato calcolato che nello scatto dell’azione del rigore procurato ad inizio match, ha corso alla velocità di 38 chilometri all’ora, media superiore persino a quelle di Usain Bolt. Ad alcuni, per una semplice questione di nazionalità, ricorda Thierry Henry, ad altri Ronaldo, il Fenomeno, quello brasiliano. La statistica lo paragona addirittura a Pelè: soltanto O Rei nella storia dei Mondiali ha segnato una doppietta nella fase ad eliminazione diretta prima dei 20 anni (lui fece addirittura una tripletta, in semifinale proprio contro la Francia a Svezia ‘58). Magari è davvero l’inizio di una nuova era e di un ricambio generazionale.

Messi e Ronaldo non escono certo per colpa loro, ma per l’imbarazzante non gioco dell’Argentina, dilaniata dalle scelte del ct Sampaoli (che non si è ancora dimesso, in perfetto stile Ventura) e le tensioni di spogliatoio, o il nulla assoluto del Portogallo, che non ha trovato alcuna alternative alle sue giocate. Ma nella sconfitta entrambi sono scomparsi, vittime e non salvatori della patria. Di questo soprattutto si tratta. Nell’epica dei campionissimi del pallone, c’è sempre stato il mito del personalismo: Pelè giocava nel Brasile più forte della storia, ma ha portato due volte il Santos in cima al mondo della coppa Intercontinentale (quando contava qualcosa), Maradona è stato l’unico a riuscirci sia a livello di club che di nazionale, col Napoli e l’Argentina. Vincere da soli, una sfida impossibile. Ronaldo ce l’ha fatta col Portogallo agli Europei (e con un pizzico di buona sorte, nella finale vista dalla panchina infortunato), ma il Mondiale è troppo anche per lui. Ma forse è giusto così: anche in questo in due eterni rivali resteranno sempre pari.

La mercante inglese e il Giotto da tenere in salotto

Sarà un giudice dell’Alta corte britannica a decidere del destino di un dipinto di Giotto che, secondo il governo italiano, sarebbe stato portato illegalmente nel Regno Unito da una commerciante d’arte inglese. La storia inizia nel 1990: Kathleen Simonis è in Italia, a caccia di opere d’arte. È esperta di opere del primo Rinascimento: a un’asta compra, per 8 milioni di lire, 3.500 sterline, un dipinto attributo ad un imitatore ottocentesco di Giotto.

E invece, come si scopre durante un successivo restauro, le è riuscito il colpaccio sognato da tutti gli antiquari: una volta rimossi strati successivi di pittura, appare chiaro che Simonis ha messo le mani su un originale, un capolavoro del maestro toscano.

L’incantevole Madonna con Bambino è proprio di Giotto di Bondone, o almeno della sua scuola, e secondo il ministero italiano della Cultura è di inestimabile valore storico e culturale. E poi c’è il valore materiale, non trascurabile per nessuno, e a maggiore ragione per una commerciante d’arte: almeno 10 milioni di sterline, circa 11 milioni di euro. Simonis vuole portarlo fuori dall’Italia, e nel 1999 ottiene una licenza di esportazione valida 5 anni.

Senza richiedere una nuova licenza, nel febbraio 2007 l’antiquaria trasferisce però il quadro a Londra, e da lí inizia un lungo contenzioso con il governo Italiano, che la accusa di esportazione illegale. Una prima sentenza dà ragione alla signora: ma la decisione è ribaltata in appello e lo scontro a distanza continua.

Lei non si arrende e, nel 2015, fa domanda all’Art Council inglese per esportare l’opera fuori dall’Unione Europea. L’ACE nega la licenza, sulla base del contenzioso con l’Italia, e ora il caso è finito davanti all’Alta Corte di Londra. Per la legge europea, sostiene l’avvocato dell’ACE Ben Jeffey, a decidere sul destino dell’opera, che ora è valutata 10 milioni di sterline, devono essere le autorità italiane. Davanti ai giudici, l’avvocato ha definito il quadro “uno dei tesori dell’arte italiana” e ha sostenuto che la Simonis avrebbe informato le autorità italiane della sua decisione di esportare l’opera solo a cose fatte, quando il dipinto era già a Londra.

Ma il legale dell’accusata, Aidan O’Neil, ha replicato, in punta di diritto europeo che, licenza o non licenza “la signora Simonis ha il diritto di trasferire la sua proprietà da uno stato membro dell’Unione Europea ad un altro. Un diritto che è nel DNA della legge europea”. Un richiamo a uno dei quattro pilastri dell’UE, quello della libera circolazione delle merci, che il referendum per Brexit vuole fermare.

Linea difensiva ragionevole ma precaria, a nove mesi dalla prevista uscita del Regno Unito dall’Unione. Sarà ancora così dopo Brexit? La decisione dell’Alta corte è attesa molto prima. Possibile che, proprio in nome degli ideali che il Regno Unito ha rigettato, l’antiquaria finisca per tenersi il suo capolavoro.

La sera tutti a cena a casa di Sara: tanto paga il contribuente

Il processo a Sara Netanyahu, la moglie del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, incriminata per aver speso circa 100.000 dollari in pasti a spese del contribuente, si aprirà il prossimo 19 luglio. Giornali e tv israeliani si preparano, sarà certamente un’estate calda e ricca di colpi di scena. La signora Netanyahu è stata incriminata la settimana scorsa per presunta “frode” e “violazione della fiducia” e dovrà rispondere anche di corruzione e abuso di potere. Sarà un tribunale di Gerusalemme a giudicarla per la gestione “allegra” dei conti della residenza ufficiale del premier nella Città Santa, ma anche della loro casa privata di Cesarea.

Nonostante il gossip sulla First Family di Israele sia galoppante e i giornali dell’opposizione non fanno certo sconti, l’impeachment della signora Netanyahu, non sembra avere un effetto politico immediato per suo marito, che non è coinvolto nel caso. Ma la vicenda si somma ai vari casi di corruzione – su cui indaga l’Unità speciale anti-frode 433 – che minacciano il lungo regno del primo ministro.

Lady Netanyahu è sospettata di aver ordinato tra settembre 2010 e marzo 2013, per sé, per i suoi familiari e i suoi ospiti, centinaia di pasti per una spesa di oltre “350.000 shekel” (poco meno di 100.000 euro). La Corte l’accusa di aver mentito, invocando l’assenza di un cuoco nella residenza del premier, per ordinare – fino a decine di volte nello stesso mese – pasti in diversi ristoranti esotici di Gerusalemme, dall’italiano all’asiatico o a quello del Vicino Oriente. Benjamin Netanyahu com’è immaginabile difende a spada tratta la moglie, sostenendo che nell’inchiesta si “è superato ogni record dell’assurdità” e che i tentativi di colpirlo attraverso la sua consorte falliranno.

Questa indagine fu avviata nel luglio 2015 dopo che all’ufficio del Procuratore generale erano giunte diverse denunce sulla gestione della residenza ufficiale di Balfour Street a Gerusalemme, e sulla villa della famiglia a Cesarea. Diverse segnalazioni erano arrivate proprio dallo staff di servizio della residenza ufficiale. L’inchiesta ha esaminato una serie di presunte irregolarità, tra cui le spese per almeno 15 cene riservate a ospiti privati e la falsificazione del numero di persone presenti per aumentare la fattura; un addetto alla manutenzione – pagato dallo Stato – era impiegato invece come badante per il padre di Sara; e il caso di un elettricista, amico di famiglia, incaricato di svolgere un lavoro presso la residenza e la casa della famiglia Netanyahu a Cesarea. La prestazione, costata qualche migliaio di dollari, sarebbe stata eseguita in un giorno di festa nazionale, come recita l’esorbitante fattura incriminata. Altri aspetti dell’inchiesta sono stati archiviati perché non sono stati trovati illeciti: comprendevano mobili da giardino comprati per la residenza ufficiale e finiti invece nella casa privata della coppia a Caesarea, l’acquisto di migliaia di dollari in candele profumate, e il bottlegate: Sara Netanyahu avrebbe scambiato bottiglie vuote, acquistate con fondi pubblici per l’uso della residenza del Primo Ministro, per un importo di oltre 4.000 shekel. Nel settembre 2017, il procuratore generale Avichai Mendelblit annunciò che avrebbe presentato un’accusa contro Sara Netanyahu, oggetto di un’audizione preventiva.

L’udienza si è svolta in gennaio ed è stata poi seguita da negoziati per trovare un patteggiamento ed evitare lo spettacolo della moglie del premier alla sbarra.La difesa di Sara Netanyahu ha respinto però ogni tentativo di raggiungere un accordocon i pubblici ministeri. Accettando di pagare le spese “ingiustificate” e ammettendo i fatti accertati contro di lei, le accuse sarebbero cadute. Ma Sara non ne ha voluto sapere.

È noto a tutti a Gerusalemme che qualsiasi nomina, investitura, candidatura, decisa dal primo ministro passa prima per il vaglio della moglie. Bibi e Sara sono, come scrivono i giornali israeliani, un brand indissolubile, nonostante le disavventure, le gaffe, e gli scandali sulle spese e le questioni legali con il personale di servizio. Inciampi sui quali il gossip impazza sempre. Ma tutti sanno però che alla fine “chi tocca Sara muore”. Ne hanno fatto le spese negli anni diversi parlamentari, diplomatici, membri dello staff, ministri e perfino un capo del Mossad. È stata “intoccabile”, almeno finora.

“C’è un lato positivo in tutta questa faccenda – ha scritto Yedioth Ahronoth nel suo editoriale – nonostante il lungo tempo trascorso, i ritardi e le manovre sottobanco, il procuratore generale Avichai Mandelblit ha dimostrato di non aver paura della famiglia Netanyahu, mandando Sara davanti alla Corte. E questa è certamente una brutta notizia per il primo ministro, con tutte le indagini che lo riguardano”.

Altro che reggae, chi torna a casa muore

Sono per lo più pensionati, di origine giamaicana, che dopo decenni di vita e lavoro nel Regno Unito, Stati Uniti e Canada tornano nell’isola della loro infanzia a godersi gli ultimi anni. E qui, invece di un ritiro dorato, incontrano una morte brutale.

Dal 2012, dicono le statistiche ufficiali, sono almeno 85 i cittadini britannici, statunitensi e canadesi ammazzati nell’isola dei Caraibi. Come Gayle e Charlie Anderson, di 71 e 74 anni, tornati in Giamaica dopo una vita a Manchester e uccisi a coltellate, i cadaveri bruciati nel rogo appiccato alla loro casa sabato scorso. O Delroy Walker, 63 anni di Birmingham, anche lui vittima, ad aprile, di una lunga scia di violenze che prende di mira anziani tornati dall’estero per godersi la pensione ai Caraibi. Una categoria “a estremo rischio” di omicidio, avvertono ufficiali della polizia: la criminalità li considera obiettivi facili, e con un tenore di vita parecchio più elevato della popolazione locale.

“Li ho sempre considerati molto a rischio, perché sono visti come ricchi e ingenui” ha spiegato al Guardian Mark Shields, ex vice capo della polizia giamaicana e oggi titolare di una società di vigilanza privata. “Dovrebbero pensarci bene prima di immergersi nella cultura di una comunità rurale che negli anni non hanno frequentato abbastanza per conoscerla”.

A prenderli di mira sono gang bene organizzate: aspettano che abbiano ritirato la pensione per derubarli, o si fingono autisti privati per accompagnarli a casa dall’aeroporto e svaligiarne le proprietà, con la complicità, come hanno scoperto detective in incognito, del personale dello scalo. Secondo fonti di polizia, prima di essere ammazzati, gli Anderson avevano denunciato una frode da 50 mila sterline sulla carta di credito.

Quanto a Walker, secondo il fratello Steve a condannarlo sarebbe stato un alterco con un imbianchino che gli stava rinnovando la proprietà sulla costa dove viveva: “Credo che avessero concordato un prezzo per il lavoro, ma lí pensano che chi viene dal Regno Unito, gli Stati Uniti o il Canada sia ricco e possa sempre pagare di più”. Malgrado la popolazione sia 20 volte inferiore, il numero annuale di omicidi in Giamaica è il doppio di quello del Regno Unito: 1616 lo scorso anno, 31 alla settimana, con un aumento del 20% rispetto al 2016. Nel 2018 le morti violente sono state già 600. E l’aumento delle vittime nella comunità degli expats che rientrano – sull’isola sono circa 30 mila – starebbe dissuadendo molti dal tornare dall’estero: un trend che rischia di avere un impatto drammatico su una economia già molto fragile, tanto da spingere le autorità a fare della protezione dei neo residenti una priorità. Secondo Leroy Logan, ex poliziotto di Scotland Yard e oggi a capo della task force britannica “c’è bisogno di misure di protezione specifiche per chi torna in patria, non solo quando arrivano ma anche prima della partenza”. Una presa di coscienza tardiva, secondo Percival Latouche, 77 anni, presidente della maggiore associazione giamaicana per l’assistenza ai rimpatri: “Questo è un paese anarchico, dove la legge semplicemente non esiste”.

Il sogno di Trump: la Corte Suprema a sua immagine

Mentre l’America è attraversata da centinaia di manifestazioni, almeno 700, segnate dallo slogan “le famiglie devono restare unite”, il presidente Donald Trump passa il weekend in un campo di golf del New Jersey di sua proprietà. Per una volta, la sua famiglia è unita: c’è Melania, che non è in giro a visitare campi di figli di immigrati separati dai genitori e reclusi al confine tra Texas e Messico – c’è già stata due volte –; e c’è il piccolo Barron.

Tra una buca e l’altra, Trump avrà il tempo – se ne avrà la voglia – di riflettere sulle scadenze e gli appuntamenti che l’aspettano: il vertice a Helsinki il 16 luglio con il presidente russo Vladimir Putin, cui sarebbe pronto ad abbonare l’annessione della Crimea; l’atteggiamento d’assumere con il leader nord-coreano Kim Jong-un che, dopo il Vertice a Singapore, continuerebbe ad arricchire l’uranio; la decisione se uscire o meno dalla Wto, l’Organizzazione del commercio mondiale; soprattutto, la scelta di un nuovo membro della Corte Suprema, adesso che il giudice Anthony Kennedy, 81 anni, gli ultimi trenta passati nella massima istanza giudiziaria Usa, ha annunciato il proprio ritiro.

In settimana, la Corte Suprema ha dato un’importante vittoria al presidente Trump, riconoscendo la legittimità del muslim ban, nel frattempo divenuto travel ban, che limita la possibilità d’ingresso negli Stati Uniti a chi proviene da alcuni Paesi islamici, oltre che dalla Corea del Nord e dal Venezuela. Con un voto serrato, 5 a 4, la Corte ha fatto prevalere le esigenze di sicurezza, invocate dalla Casa Bianca, sui timori di discriminazione – religiosa o etnica – evocati dal decreto, uno dei primi adottati da Trump presidente, ripetutamente contestato dai giudici federali e modificato. Decisivo, nella circostanza, il voto dell’unico giudice finora nominato da Trump, Neil Gorsuch, un conservatore. Nel 2016, per quasi un anno, i repubblicani riuscirono a impedire a Barack Obama di nominare un giudice liberal di sua scelta al posto di Antonin Scalia, deceduto improvvisamente.

Alla Corte Suprema finiranno probabilmente, nei prossimi mesi, le cause intentate da una ventina di Stati e da vari giudici contro la ‘tolleranza zero’ dell’Amministrazione verso i migranti illegali e, soprattutto, contro la decisione di separare i figli dai genitori (il presidente se l’è nel frattempo rimangiata, ma con un atto dalla dubbia efficacia).

Le proteste di ieri fanno seguito ad altre, giovedì, quando, sul Campidoglio di Washington, ci furono 575 arresti. Ieri, i cortei più numerosi erano a New York e a Washington, a Lafayette Square, di fronte alla Casa Bianca: un fiume umano ha percorso tutta l’Unione.

Scegliendo un giudice conservatore al posto di Kennedy – elemento determinante in molte cause, perché votava coi liberal sui diritti umani e con i conservatori sul controllo delle armi, l’accesso al voto, la spesa pubblica – Trump ha la possibilità di orientare per almeno un decennio, e forse per una generazione, l’orientamento della Corte Suprema, i cui membri sono nominati a vita.

A rischio, c’è il diritto di aborto, legato, negli Usa, a una sentenza del 1973 della Corte Suprema, nel caso Roe vs Wade. Trump ha già espresso l’intenzione di scegliere un giudice anti-aborto. E non solo: l’Affirmative action per attenuare l’effetto delle discriminazioni, i diritti di omosessuali e comunità Lgbt, il rapporto tra diritti civili e sicurezza nazionale, il diritto di voto sono tutti temi che potrebbero subire l’impatto di un netto orientamento conservatore della Corte Suprema. I media giocano a individuare chi sarà il prescelto di Trump, che vuole agire in fretta: le elezioni di midterm il 6 novembre potrebbero alterare i rapporti di forza nel Congresso. Ma la short list non è ancora pronta.

Mail Box

 

Gli antropologi sanno bene cosa c’è dietro alle migrazioni

Come antropologa, sto ovviamente seguendo il dibattito sull’immigrazione e le molte banalità udite o lette indicano che in Europa non si è ben capito il fenomeno dell’immigrazione; che vengono proposte soluzioni immaginifiche; che nessun esponente politico ha davvero analizzato la questione “immigrazione”, su cui gli antropologi italiani avrebbero molto da dire, benché colpevolmente tacciano.

Le diverse agenzie hanno infatti sottovalutato il fenomeno ai suoi inizi, sebbene si fosse presentato sin da subito come un evento epocale che sarebbe proseguito per decenni e decenni.

L’Africa, al contrario dell’Asia sudorientale e del Sudamerica, che si sono in parte sottratte al controllo dell’Occidente è rimasta un continente sfruttato, per ragioni che credo qualunque studioso potrebbe spiegare in modo esauriente, ragioni che hanno distrutto l’umanità e il vivere civile in un continente purtroppo ricco di materie prime ma non ancora in grado di emanciparsi totalmente.

Non bastano le dichiarazioni pubbliche degli esponenti politici europei: è necessario, dopo decenni di vane promesse, che si attuino politiche volte davvero all’emancipazione del continente africano e non solo all’interesse economico, in combutta con questa o quella élite africana.

Luisa Faldini

 

Salvini in Libia ha visitato solo i campi gestiti dall’Onu

Nella conferenza stampa del 25 giugno, al suo ritorno dalla missione in Libia, il ministro Matteo Salvini ha descritto come accettabili le condizioni di vita nei campi libici.

Ha aggiunto però che ha visitato quelli gestiti o controllati da Unhcr e Oim, gli unici che il “governo” libico poteva permettergli ovviamente di visitare. Restano nell’ombra per ora le condizioni di vita nei campi gestiti dai clan. Spiace che ai cronisti presenti in sala, preoccupati all’unisono di drammatizzare la vicenda delle navi ong Aquarius e Lifeline, la questione sia del tutto sfuggita.

Franco Prisciandaro

 

L’insuccesso del Pd deriva dalla lontananza dal popolo

L’insuccesso del Pd nasce da lontano, dall’orgogliosa tessera n.1 dell’ing Debenedetti per arrivare al prestigioso ingresso dell’ex ministro Calenda. Se è vero che gli operai sono ahimé scomparsi, avere fra i tesserati personaggi così illuminati è una garanzia di sconfitta.

I governi condotti dalla sinistra non hanno proprio visto i problemi quotidiani, evidenti solo ai poveracci, dimenticati nella sostanza da vuote parolone.

Amedeo Principe

 

DIRITTO DI REPLICA

Caro direttore, l’altro giorno Il Fatto ha pubblicato l’intervento di un generale sulla strage di Ustica che, come bene gli ha risposto Gianni Barbacetto, segna “l’eterno ritorno della falsa bomba”.

Il testo del generale è l’ennesima riproposizione di argomentazioni distorte che non possono più ormai definirsi altro che depistaggio.

Intanto la tesi della bomba è immancabilmente sostenuta a partire da una perizia che però è stata scartata, in fase istruttoria, proprio dai giudici che l’avevano commissionata perché affetta da vizi di carattere logico, da molteplici contraddizioni e distorsioni del materiale probatorio, tanto da renderla inutilizzabile ai fini della ricostruzione della verità processuale.

Poi si fa, ad arte, una gran confusione in campo giudiziario, parlando di una sentenza definitiva che escluderebbe il combattimento aereo. Ci sono stati invece tre diversi procedimenti giudiziari.

Il primo è sfociato nella sentenza-ordinanza del giudice Priore il quale conclude che il Dc-9 è stato abbattuto durante una battaglia aerea. Il secondo è un procedimento per alto tradimento ai vertici dell’Aeronautica militare, per aver sostenuto il cedimento strutturale e si conclude con l’assoluzione.

Il terzo è costituito da sentenze civili che riconoscono danni alle vittime.

Il secondo procedimento ha riguardato non le responsabilità per la caduta dell’aereo, ma il comportamento tenuto dai generali posti ai vertici dell’Aeronautica militare dopo l’evento. Essi sono stati imputati di altro tradimento per aver fornito al governo informazioni non corrispondenti al vero, ma parziali e devianti, in due occasioni ben specificate: all’inizio di luglio 1980, quando si comunicò al ministro della Difesa l’inesistenza di situazioni d’allarme (mentre esistevano informazioni su un possibile attacco aereo); e alla fine del 1980, quando una lettera dell’Aeronautica allo Stato maggiore della Difesa, al ministero e alle Autorità giudiziaria si insisteva ancora per la tesi del cedimento strutturale.

Nessun accenno a una eventuale esplosione di un ordigno a bordo, che ora viene invece sostenuta.

I procedimenti civili hanno invece portato a condanne definitive dei ministeri dei Trasporti e della Difesa perché si riconosce che il volo poteva essere più tutelato, che gli allarmi quella sera iniziarono ben prima della tragedia (come si evince facilmente dall’ascolto delle telefonate degli avieri) e che ogni cosa è stata tentata per distruggere prove e cancellare la possibilità di arrivare alla verità.

Daria Bonfietti Presidente Associazione Parenti Vittime Strage di Ustica

Antichi culti: Cottarelli, Monti e il nonno che era un flipper

È bella questa iniziativa dei maggiori giornali italiani di dare spazio a religioni quasi dimenticate, culti arcaici che rischiavamo di dimenticare. Ieri, ad esempio, s’è parlato di una famiglia dei “Taglia-oggi-che-cresci-domani”, tribù di cui abbiamo già avuto modo di occuparci: il gruppo di lavoro di Carlo Cottarelli alla Cattolica ci ha infatti fatto sapere – basandosi sui moltiplicatori fiscali del Tesoro, altro falansterio in cui sopravvivono alcuni “tagliacrescisti” – che senza la manovra di tasse e tagli di Monti nel 2011 “il rapporto fra debito e Pil sarebbe aumentato ancor più rapidamente e oggi sarebbe fra il 142 e il 145%” anziché al 130. E qui l’esperto può riconoscere una delle due abitudini comunicative preferite dalla tribù: non la correlazione spuria (in Germania rispettano la fila e quindi esportano), ma il classico “trepallismo”, una forma di periodo ipotetico dell’irrealtà che prende il suo nome dall’assioma “se mio nonno avesse avuto tre palle, sarebbe stato un flipper”. Ora, uno potrebbe obiettare che lo stesso Tesoro nel Def 2017, applicando un modello più raffinato di quello base e che tiene conto delle tensioni finanziarie innescate dalla stretta fiscale, ha calcolato in 300 miliardi il minor Pil causato in quattro anni dalla manovra “Salva-Italia” o che lo stesso Monti si difende in modo meno naïf sostenendo che la sua manovra servì in realtà ad autorizzare politicamente la Bce di Draghi a intervenire nel 2012. Farlo, però, sarebbe scorretto: parafrasando Pascal, le religioni hanno le loro ragioni che la ragione non capisce.

Per parlare di mafia basta il racconto rigoroso del reale

 

“In ginocchio ve lo prego, un piccolo frammento, perché io dirò quello che è successo perché io lo so”.

Angela Donato implora i killer del figlio di restituirgli qualcosa su cui possa piangere e pregare.
Cose Nostre. 28 giugno. Raiuno

 

Chi frequenta le redazioni dei giornali conosce gli sbuffi di malcelata sopportazione che, in genere, accompagnano le proposte sulle inchieste di mafia. È una materia che, purtroppo, viene considerata datata come se ogni articolo fosse la ripetizione, uffa, di altri già scritti e già letti in epoche lontane.

Una specie di litania impastata di devozione (qualche volta neppure autentica) verso chi ha versato il sangue per lo Stato: uomini delle istituzioni, magistrati, poliziotti, giornalisti. Però non è bello dire che è acqua passata e allora chi dirige un giornale può rifugiarsi in un biascicato ‘non c’è spazio vediamo domani’. Che equivale al pollice verso. Né può servire l’obiezione che, per dire, anche il campionato di calcio ripropone sempre la stessa minestra, eppure nessuno si sognerebbe di dire: che noia è tutta roba che abbiamo già visto. La scontata contro obiezione è che il calcio conserva un seguito imponente mentre i lettori alla parola mafia voltano pagina. O cambiano canale. Almeno così si dice. Non certo al “Fatto Quotidiano” che non ha mai interrotto il discorso pubblico sulle cose di Cosa nostra. Battendo per anni in totale solitudine sul tema della trattativa Stato-mafia, finché una sentenza ci ha dato ragione.

Anche a Raiuno si è voluto, lodevolmente, scommettere sul programma “difficile”. Infatti giovedì scorso accade che “Cose Nostre”, il programma di Emilia Brandi con la regia di Matteo Lena giunto alla terza stagione, registri un ascolto del nove per cento (quasi un milione di persone) che nella fascia notturna (siamo tra la mezzanotte e l’una) significa molto.

Tutta gente che soffre d’insonnia? Oppure ha vinto la vicenda di Angela Donato, la mater dolorosa calabrese che come un samurai implacabile ha dedicato l’esistenza a ritrovare le spoglie del figliolo Santo. Vittima della lupara bianca a 29 anni per aver osato diventare l’amante della donna del boss. Se, purtroppo, la guerra dello Stato contro le mafie non è ancora vinta (e probabilmente per molto tempo ancora) si può dire che Cosa nostra, camorra, ‘ndrangheta e Mafia Capitale da tempo hanno stravinto la guerra delle fiction. Da “Gomorra”, a “Suburra”, a “Romanzo Criminale”, alle tante produzioni che campano di padrini sanguinari e famiglie maledette è un genere di straordinario successo che tuttavia di anno in anno, di serie in serie attinge con crescente difficoltà ai giacimenti dell’immaginazione, costretta a progressivi virtuosismi narrativi.

E se invece il pubblico tornasse a gradire il racconto rigoroso e affascinante della realtà? Sulla strada tracciata dal maestro del realismo televisivo Sergio Zavoli e lungo la quale programmi come “Cose Nostre” vogliono camminare.

Architettura, tutte le ipocrisie della Biennale

A valle dello scandalo sullo stadio della Roma, l’urbanista Paolo Berdini, già assessore della giunta Raggi, invoca sconsolato il ritorno di regole chiare che disciplinino il consumo di suolo, i criteri di edificabilità dei terreni pubblici, e la tutela del paesaggio e dei beni storici, così da prevenire dinamiche corruttive. Nel frattempo, il ministro degli Interni Salvini evoca ogni giorno la necessità di “proteggere i confini” e di chiudere i Paesi europei alle contaminazioni allotrie.

In questo contesto (non solo italiano), la XVI Biennale di Architettura di Venezia, dal titolo Freespace e dedicata allo spazio libero e democratico, alla generosità e alla trasparente condivisione, dovrebbe assumere un atteggiamento quasi di guerriglia. Non è così. Le curatrici Yvonne Farrell e Shelley McNamara compiono certo uno sforzo erculeo: ritornare all’essenziale del costruire (molte opere manuali, poca digitalizzazione, pochi effetti speciali: i modellini di Peter Zumthor nel Padiglione Centrale ai Giardini sono un paradigma di cosa significhi costruire conoscendo un contesto); limitare l’aspetto puramente ludico (le prospettive palladiane capovolte di John Wardle, la selva di colonne di Olgiati, le pergole di bambù vietnamite); mettere al centro della selezione internazionale alcune tematiche essenziali, dagli spazi e i processi dell’educazione (asili giapponesi, biblioteche finlandesi, accademie indonesiane, torri della Columbia University, lezioni dell’Accademia di Mendrisio) fino alle esperienze di recupero di edifici abbandonati o in decadenza (la rigenerazione del Corviale di Laura Peretti; un ex circolo di lavoratori a Barcellona trasformato da Flores&Prats; un bunker del Baltico riqualificato da Skälsö Arkitekter; i progetti per le aree rurali della Cina).

Ma anche questa Biennale, come tante precedenti, si muove in un generale understatement, mancando il disegno di quello che è ormai un conflitto patente tra spazio pubblico veramente rivolto (o restituito) alla comunità e spazio privatizzato ed eventualmente octroyé: il faraonico Rolex Center di Sejima a Losanna o la discussa James-Simon-Galerie di Chipperfield a Berlino emergono da una prassi e da una mentalità incompatibili con gli Star Apartments recuperati da Michael Maltzan per i diseredati di Los Angeles o con gli interventi di Anna Heringer a Dacca in favore dei nuovi schiavi delle multinazionali del tessile (l’ultima sala delle Corderie, dove ci sono anche i materiali usati da BC Architects per una biblioteca in Burundi, e un modulo per rifugiati di Francis Kéré per il centro di Tempelhof a Berlino, è la più riuscita).

Sono i padiglioni nazionali a porre certi problemi in modo chiaro: alcuni in modo violento, come le Filippine che denunciano gli effetti del colonialismo e del neoliberismo sulla forma urbis di Manila, o come il Portogallo “radicale” che rivendica la preminenza delle opere pubbliche su quelle private; altri in modo più soft, come la Francia che celebra l’edilizia partecipata e gli spazi fruibili liberamente dai cittadini (tipo il Centquatre di Parigi), o la Germania che rivisita il Muro di Berlino; altri ancora in forma apparentemente autocritica, come l’Olanda che decostruisce il mito della propria efficienza, la Corea che interroga il rapporto fra urbanistica e politica nel secolo breve, il Canada che rimugina sulla mala sorte degli indigeni, l’Arabia Saudita perplessa sullo sprawl delle sue metropoli, o i tre piccoli Stati (Singapore, Libano e Lussemburgo) che, con ripensamento forse tardivo, hanno scelto di insistere sulla necessità di non costruire se non necessario, di preservare spazi vuoti e possibilmente in mano pubblica (in Lussemburgo solo l’8 per cento del suolo non è proprietà privata).

Cantano chiaro, ahimè, anche gli israeliani, che discettano della compresenza religiosa a Gerusalemme, Hebron e Betlemme senza minimamente precisare che si tratta di luoghi occupati militarmente dal 1967 (in una mostra dal titolo Freespace!). Chi resisterà alla loro propaganda, così come alla sconsolante vuotezza dell’Eurotopia immaginata dai belgi, sarà però premiato da due padiglioni mirabili: quello serbo, con le meditazioni tratte dal Cittabolario del grande architetto e poi intellettuale dissidente belgradese Bogdan Bogdanovic; e quello cileno, con la memoria dell’oceanica adunata di folla allo stadio di Santiago (29 settembre 1979), in cui il dittatore Pinochet conquistò migliaia di pobladores assegnando loro degli spazi occupati da abitare.

E l’Italia? Il nostro Padiglione all’Arsenale decanta una serie di piccoli interventi urbanistici in dozzine di borghi e piccole città della Penisola, affiancandovi un più vasto approfondimento su 5 grandi progetti per luoghi sinistrati o sottosviluppati (Belice, Basento, Camerino, Casentino, Barbagia). Partecipazione, condivisione, piccole realtà. Appena usciti dalla mostra ci si trova dinanzi al contrario: non solo sulle pagine dei giornali con le mazzette a Tor di Valle e i fili spinati attorno ai nuovi campi dei migranti, o magari presto dei Rom; non solo nel distante Parlamento romano, dal quale si attende invano da anni una vera legge sullo ius soli o almeno una sul consumo di suolo. Ben più concretamente, c’è qui il maleodorante mastodonte del Mose, opera imposta dall’alto, inesauribile fonte di corruzione e per di più – per via dell’innalzamento degli oceani – destinata a un sicuro insuccesso. Nello spazio Thetis all’Arsenale sono scandalosamente esposti i progetti dello Iuav per “abbellire” l’ecomostro, costati al Consorzio Venezia Nuova – dunque alle nostre tasche – 650mila euro. C’è il bubbone di Porto Marghera tuttora privo di un vero futuro (vari, più o meno futuribili progetti di recupero sono allineati nel Padiglione Venezia ai Giardini); ci sono i canali storici solcati da grandi navi che nessun governo vuole davvero allontanare (anzi, s’imprendono scavi per farle passare meglio). C’è una città intera dove gli spazi pubblici diminuiscono a vista d’occhio, preda della svendita da parte del Comune e degli enti locali, e della speculazione dei più ricchi, in ragione di quella che Edoardo Salzano definisce come “appropriazione privata della rendita urbana”: la mutazione della polis in una macchina per il profitto vuota di relazioni sociali, pregna d’inquinamento, di gentrificazione, di monocultura turistica. Le autorità sabotano e reprimono qui anche le poche iniziative di recupero “dal basso” come l’acquisto collettivo dell’isola di Poveglia o la rinascita grassroots dell’ex teatro anatomico La Vida in campo San Giacomo.

Altro che Freespace, nella Venezia che muore; altro che Freespace, in un mondo che non crede più agli slogan degli architetti d’élite e si rifugia sempre più dietro muri odiosi e anacronistiche enclosures.

Gesù restituisce la vita e la guarigione: basta fidarsi della sua Parola

In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, il quale gli si gettò ai piedi e lo supplicò: “La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva”. Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: “Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata”. E subito le si fermò il flusso di sangue. E subito Gesù si voltò alla folla dicendo: “Chi ha toccato le mie vesti?”. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: “Figlia, la tua fede ti ha salvata”. Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: “Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?”. Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: “Non temere, soltanto abbi fede!”. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: “Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme”. E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: “Fanciulla, io ti dico: àlzati!”. E subito la fanciulla si alzò e camminava (Marco 5,21-43).

La vita è il tema che emerge prepotentemente dall’odierno Vangelo. Gesù entra nella stanza oscura della morte e nell’intimo di ogni disperazione perché sa di trovarvi lì tutti gli uomini e vuole essere in nostra compagnia. Rilevo un dettaglio importante riguardante il comportamento di Gesù che attesta la storicità del racconto. Infatti, se i discepoli volevano accreditare Gesù Maestro, mostrandone l’autorevolezza secondo la Tradizione, non dovevano descriverlo come uno che si occupa di donne e che, per di più, si lascia toccare da un’emorroissa che lo rendeva legalmente impuro, che prende per mano un cadavere, ancora più impuro. La folla che accompagna Gesù con i discepoli verso la casa di Giairo, papà disperato ma pieno di attesa per la sua bimba, non comprende il doppio miracolo, e, irridendo alle parole del Maestro, rimane “cacciata fuori” dall’evento di grazia che i più intimi vivono. Coloro che danno per definitiva la morte, insuperabile la condizione di puro e impuro, del “si è sempre fatto così”, sono chiusi nell’ovvietà, sono mortificati dall’anonimato del proprio esistere, del fare da se stessi. Alla speranza essi tolgono le ali della fede! L’emorroissa, agendo di nascosto, e Giairo, invocando apertamente Gesù, non si rassegnano a restare schiacciati tra la paura dell’inguaribilità e la morte. Gesù non spiega loro il male, ma lo penetra e lo trasforma con la sua Presenza. L’incontro con Lui non ha nulla di magico, anzi fa venire alla luce l’intenzionalità profonda che, con una libertà riacquistata, mette in comunione il desiderio di vita di ognuno e la missione salvifica di Cristo. La donna ha il coraggio di venire alla luce e gli disse tutta la verità. Ma proprio mentre si fa festa per questa guarita, giunge la notizia della morte della figlioletta di Giairo. La discrezione suggerisce di non disturbare più di fronte alla morte. Ma Gesù, all’inconsolabile padre, dice: soltanto abbi fede!, ci sono! Seguirà il gesto semplice di prendere la mano confermato dalla parola forte, inaudita che solo il Risorto può usare: Talità kum! Fanciulla, àlzati!

Marco è attento a farci ascoltare le parole di Gesù. Gli studiosi, infatti, danno credito a codici e documenti che in maniera errata scrivono l’imperativo kum al maschile, e non a quelle tradizioni che correggono al femminile kumî. Le parole e i gesti di Gesù appartengono sicuramente alla storia e il Vangelo ce l’attesta. Ci vengono narrati perché il Signore Risorto è venuto a portare la vita e desidera che l’abbiamo in abbondanza.

*Arcivescovo di Camerino – San Severino Marche