Calenda, un altro che vuol velocizzare gli appalti pubblici

Carlo Calenda, ennesimo candidato al premio estivo “Giuliano Pisapia – Leader purchessia”, ha scritto un ambizioso Manifesto – compiutamente analizzato sul Fatto di giovedì scorso da Daniela Ranieri – solo un po’ più breve e affrettato di un precedente tentativo di Karl Marx. Preme però qui notare poche, decisive parole della proposta calendiana: “Rivedere il codice degli appalti per velocizzare le procedure di gara”. Il codice degli appalti è stato riformato (per velocizzare) nel 2016 e ri-riformato (per ulteriormente velocizzare) nel 2017, e Calenda infatti chiedeva di velocizzare “mandando a regime il nuovo codice appalti”. Si dirà che la distinzione tra “mandare a regime” e “rivedere” è da pedanti, insensibili al bisogno di fare politica con idee e finanche ideologie à la carte. Infatti il punto è un altro: la classe dirigente italiana non ha il senso del tempo. Gli anziani progettano sempre nuove mani di poker per non ammettere che la loro partita è finita. I più giovani restano asserragliati in un presente di 24 ore pur di non riconoscere che la loro ideona era stata già pensata. Calenda sembra ignorare che “velocizzare gli appalti” è l’antico ditirambo con cui fin dal secolo scorso si propiziava la circolazione delle tangenti. Il denaro pubblico – per far correre l’economia e anche per essere meglio rubato – doveva girare, esattamente come la “patonza” nello schema egualitarista di Silvio Berlusconi.

L’idea di velocizzare fu già cara a Franco Nicolazzi, ministro dei Lavori pubblici per otto anni di seguito in cinque diversi governi. Quando Calenda era alle medie, fece una legge che avrebbe “accelerato le procedure di scelta del contraente”, poi si prese una condanna per concussione. Altro ministro della fretta fu il suo successore Gianni Prandini che, alla vigilia dell’inchiesta Mani pulite (Calenda era già al liceo), chiedeva di “velocizzare la definizione delle pratiche”, ma ottenne solo l’accelerazione del suo arresto. Anche Luigi Grillo, poeta del cemento per Forza Italia, chiedeva “di velocizzare l’iter degli appalti, con conseguenze positive anche per l’occupazione” (questa dei posti di lavoro è sempre stata apprezzata sia a destra sia a sinistra, e infatti piace molto anche al governo del cambiamento). Grillo è stato arrestato per gli appalti dell’Expo, un’opera che bisognava assolutamente accelerare, come il Mose (arresti a raffica) e il Terzo Valico (raffica di arresti).

Franco Bassanini, da appena un mese al governo con Romano Prodi, nel 1996 non si trattenne: “L’obiettivo di velocizzare e snellire le procedure verrà recepito nel disegno legge del ministero dei Lavori pubblici”. A Porta Pia c’era Antonio Di Pietro, scelto perché sapeva come velocizzassero costruttori e politici. Ma fece suo lo slogan “snellire le procedure”. E vennero le Olimpiadi invernali di Torino e il ministro degli Esteri Franco Frattini ci rassicurò: “Il governo adotterà una direttiva interpretativa per velocizzare i tempi”. Anche il governatore siciliano Totò Cuffaro, prima di finire in galera per mafia, si dichiarò impegnato a “velocizzare gli appalti”. E Berlusconi voleva velocizzare (la patonza ma anche gli appalti), e Matteo Renzi voleva sbloccare.

Adesso Luigi Di Maio ci spiega che “bisogna semplificare il codice degli appalti, che è complicato e illeggibile”, lasciando un dubbio: quanto va semplificato perché gli risulti leggibile? “Velocizzare gli appalti” è uno dei giochi di parole con cui una classe dirigente in malafede ha scavato la fossa all’economia italiana. Calenda, che pure di quella classe dirigente è il prodotto, ha capacità e talento. Se vuole contribuire a qualcosa di più serio del rituale cazzeggio estivo sui leader immaginari della sinistra, deve impegnarsi di più nello studio.

Essere cattivi è facile se ti aiuta il diavolo

Venerdì all’Angelus il Papa ha detto che il Maligno è sempre al lavoro. Era la mattina dopo la squallida notte del summit europeo e aveva tutte le ragioni di dirlo. In quella notte l’Italia, che aveva sempre salvato i profughi, tentava un patto di ferro con coloro che li hanno sempre lasciati morire. L’Italia è stata respinta perché non ha ancora chiuso davvero le frontiere come invocano da tempo le migliori figure italiane ed europee della storia contemporanea.

L’Italia dunque ha miseramente fallito, la notte del 28 giugno, nel fare “la voce grossa” e nel battere il pugno sul tavolo del summit europeo, perché tutti gli altri lo avevano già fatto e lo stavano facendo. Attivissimo il Maligno, giustamente citato dal Papa come il vero autore della nostra vita di questi giorni, si è impegnato a chiudere ogni via d’uscita dalla morte in mare, come dire: credono di essere i più cattivi, questi europei del gruppo di Visegrád o il leader cristiano bavarese che tormenta la Merkel. Ma devono ancora vedere che cosa è la cattiveria quando finalmente sale al governo. Il Maligno è agilissimo nel cambiare cultura. Appena pochi giorni prima aveva realizzato in America uno dei suoi capolavori di cattiveria: non solo catturi chi tenta di entrare per fame, senza permesso, un passo oltre il confine degli Stati Uniti, ma gli togli i bambini. Glieli togli per sempre. Poiché il diavolo, però, fa le pentole ma non i coperchi, persino il Maligno non ha messo in conto l’urlo del bambino di tre anni rimasto solo sulla strada dopo che lo hanno staccato a forza dalla madre. Il diavolo non aveva calcolato la presenza di una telecamera con audio che ha fatto risuonare l’urlo di quel bambino per tutta l’America. E ha risvegliato tutta l’America, ha scosso un popolo, ha creato rivolta. E allora si è visto il famoso uomo più potente del mondo arrendersi all’urlo del bambino e presentare un suo foglio con firma gigante in cui negava e cancellava il suo capolavoro di cattiveria. Sanno tutti che la storia non finisce qui. La vignetta del New York Times del 29 giugno è una fotografia-caricatura della Corte Suprema degli Usa, e uno dei giudici dice (dopo la sentenza che autorizza Trump a vietare i viaggi di chiunque sia di religione islamica, eccetto i partner d’affari): “Il peggior razzismo va bene. Attenzione però a chiamarlo sicurezza nazionale”. La vignetta, naturalmente, raggiunge le élite, i frequentatori di salotti. Ma non tutti.

Per esempio qualcuno ha già cominciano a dirti che non puoi sempre parlare di “fascista dietro la porta” persino se ti viene in casa uno di Forza Nuova con altri diciassette ceffi e ti legge un messaggio non proprio amichevole per indurti a lasciar perdere con la difesa degli immigrati (è successo a Como), persino se deputati e senatori eletti nella Repubblica italiana nata dalla Resistenza si recano a rapporto dal camerata Orbán di Ungheria, uno che governa con il sostegno del partito Obik (nazista per dichiarazione degli interessati) che è considerato un pericolo per il Suo Paese e per l’Europa dalla grande filosofa ungherese Agnes Heller, uno che ha abolito nel suo Paese magistratura e stampa libera. L’altro grande amico dei fascisti nostrani che non dovremmo notare dietro la porta, il presidente polacco Kaczinsky, firma una legge che vieta di parlare della Shoah come delitto polacco (una legge della cancellazione della memoria). Kaczinsky è, allo stesso tempo, l’amico più stretto (perché fascista) e il nemico più duro (perché ha chiuso per primo i sacri confini nazionali e non vuole vedere un nero in giro), dei nostri suprematisti nazional-gialloverdi. Ma l’opera del Maligno, come insiste ad insegnare il Papa, convincendo, su questo punto, anche i non credenti, non si limita al risultato ovvio della cattiveria fascista.

È anche abile nel farti apparire ridicolo se insisti a denunciare il pericolo fascista. Esempio: ti spiegano che se dici a Trump ciò che pensi di Trump (per esempio dopo che ha rubato i bambini degli immigrati, facendo impazzire di stupore e dolore le madri e spingendo all’indignazione persino la moglie Melania) fai il gioco di Trump, perché ingigantisci la sua figura. Lo senti dire con stupore da persone che non si chiedono perché Thomas Mann sia stato così poco gentile con Hitler, perché Gobetti si sia fatto uccidere a bastonate piuttosto che tacere, perché Matteotti abbia pronunciato, con quelle parole, quel discorso alla Camera che gli è costato la vita, perché i fratelli Rosselli non sono mai stati tormentati dalla domanda: se parli troppo di Mussolini fa il gioco di Mussolini? Ora aspettiamo il prossimo messaggio del Papa. Ora che tace anche il presidente della Repubblica (mentre scrivo, altri cento morti in mare, nonostante l’occhio vigile della guardia costiera libica), non c’è altra fonte.

Prima la cassa, poi all’estero: 314 lavoratori a rischio

Sono 314 i lavoratori che rischiano di perdere il posto perché la multinazionale Usa ha deciso la chiusura degli stabilimenti del Bresciano, per trasferire la produzione in paesi dove la manodopera costa meno. “La chiusura delle due aziende Invatec-Medtronic di Torbole Casaglia e Roncadelle, in provincia di Brescia, è inaccettabile. Non si possono trattare i lavoratori solo come un costo. È in gioco il destino di centinania di famiglie. L’azienda ha il dovere di confrontarsi con il sindacato per trovare una soluzione”, afferma Annamaria Furlan, segretaria della Cisl, esprimendo la sua vicinanza ai lavoratori che sono in presidio permanente davanti ai cancelli delle due aziende da 15 giorni. Ieri anche il ministro del Lavoro e dello Sviluppo, Luigi Di Maio, ha incontrato gli operai: “Lunedì variamo un decreto che impegni tutte le aziende a rimanere sul territorio nazionale se hanno preso soldi dallo Stato”, ha detto il ministro. “Speriamo di poter fermare questa assurdità con le aziende che vanno bene, il loro business continua ma i lavoratori perdono il posto. Ci sono aziende che vengono qui, prendono i soldi della cassa integrazione per ristrutturare le aziende e poi se ne vanno. Questa storia deve finire” ha detto Di Maio.

Le campagne: gli spot dell’era Contri

 

2017 “Ci riesco Squad: Combattere i comportamenti scorretti. Con l’efficacia di un sorriso”.

2016“Sostenibilità, Sobrietà, Solidarietà Basta poco per far crescere il tuo futuro”.

2014 -2015 “Punto su di te”. Campagna per la parità di genere. Incentrata su gender pay gap e le discriminazioni (criticata perché rischiava di rivoltarsi contro le donne).

2012 Donazione Organi e Tessuti.

2011 Campagna Istituzionale 40 anni di Pubblicità Progresso.

2008 Consapevolezza dei rischi sul lavoro.

2007 Prevenzione del tumore del colon retto e pirateria Informatica.

2006 “Un po’ di moto al giorno leva il medico di torno”.

2003 “E allora”. Contro i pregiudizi sulla disabilità.

2001 “Il valore dell’ascolto”.

1999 Alfabetizzazione informatica.

Pubblicità progresso, cosa c’è dietro gli spot e le gaffe “omofobe”

Quando si pensa alla pubblicità progresso, la si associa alla difesa dei deboli, dei diritti, dell’uguaglianza, dei principi etici, morali e civili della società. Insomma, alle campagne sociali. In realtà Pubblicità Progresso è una fondazione privata con soci di peso, dalla Rai a Sky, da Mediaset a Discovery passando per Facebook, Roche e Uda (Unione pubblicità associati) e con un presidente che qualche settimana fa ha definito “checche” due giurati del programma Rai Ballando con le stelle e che ha parlato di una “lobby rumorosa” riferendosi al mondo dei diritti Lgbt.

L’origine. Lo spunto è il commento alle dichiarazioni del neo ministro della Famiglia, Fontana (“Le famiglie gay non esistono”). Il presidente Alberto Contri scrive: “La stragrande maggioranza di pediatri e psicologi sostengono la necessità della figura materna e di quella paterna per una buona formazione della personalità, a fronte di una lobby assai rumorosa capace di occupare sempre la scena e di far risuonare un’altra verità. Il che non toglie nulla al dovere di dare rispetto e riconoscere diritti a chi decide per la famiglia omosessuale. Però vorrei che qualcuno mi dimostrasse che la razza umana non si riproduce dall’incontro di un maschio e di una femmina”. Si apre una forte polemica, per la scelta lessicale (“lobby rumorosa”, “razza umana”) e per i contenuti ritenuti omofobi. Contri si difende, fa notare che Pubblicità progresso lancerà nel 2019 una campagna sul tema della diversità, orientamento sessuale incluso. Ma scivola di nuovo: “Appena ci siamo rapportati con l’associazione Diversity, che ti scopriamo? Che di tutti questi temi, si privilegia l’LGBT. Guarda caso”.

Polemiche. A rilanciare è Massimo Guastini, noto pubblicitario. Sarà lui a recuperare il post, poi cancellato, in cui Contri definisce “checche” i giurati: “È evidente – scriveva – che non c’è trasmissione…che vada ben oltre al reclamare diritti per le famiglie omosessuali: evidenti effetti di una lobby rumorosa, capace di far passare sotto silenzio che in Italia le famiglie non omosessuali sono il 95,5%”. Contri aggiunge poi quella che definisce “Notazione di colore”: nella giuria di Ballando con le stelle, “almeno due giurati su cinque erano gay. Non è un problema anche se non rispetta i dati Istat. Non mi pare bello che almeno due giudici erano visibilmente checche, il che è una squallida caricatura dell’essere gay.

Quanto alla ‘lobby’ un conto è reclamare pari diritti mentre un conto è non capire la differenza tra una famiglia cosiddetta naturale (che ha come scopo la diffusione della specie umana) […] e una organizzazione famigliare che per farlo rischia di dover ricorrere anche a pratiche obbrobriose come l’utero in affitto”. È stato il punto di non ritorno. “Sono posizioni che fanno male – spiega Guastini – soprattutto perché arrivano dal presidente di Pubblicità progresso, da chi rappresenta nell’immaginario collettivo la comunicazione sociale per eccellenza”.

Cos’è. Ma cos’è e cosa fa Pubblicità progresso oggi? Le informazioni pubbliche sono poche perché la fondazione è una privata non profit ed è tenuta a comunicare i bilanci solo alla Prefettura. Contri ne è presidente dal 1999 dopo una carriera iniziata in Mondadori e passaggi in importanti multinazionali come D’Arcy ed Erickson Worldwide. Dal 1998 e per quattro anni è stato consigliere in Rai. L’impronta cattolica che gli viene contestata si rintraccia nella sua vicinanza al mondo di Comunione e liberazione, nell’esperienza di Radio Supermilano con Roberto Fontolan, Renato Farina e Roberto Formigoni.

Bilanci. Contattiamo Contri per chiedergli spiegazioni. Risponde che questa è l’unica dichiarazione: “La Fondazione ritiene di non sentirsi coinvolta in alcun modo nelle polemiche apparse sui social media negli ultimi tempi”. Chiediamo allora di poter consultare i bilanci, ma nulla. Sappiamo però che nel 2017 sono entrati 340mila euro versati dai soci promotori. Alcuni offrono spazi pubblicitari gratuiti. Tra i sostenitori c’è (anche da quest’anno con minor peso economico) la Fondazione Cariplo. Vi lavorano tre persone e uno stagista. Il presidente, a suo dire, non riceve emolumenti.

Chi. La Rai – che ha due consiglieri in Pubblicità Progresso – concede la trasmissione gratuita delle campagne sui suoi canali. “Questa polemica – spiega il direttore della comunicazione Giovanni Parapino – per noi rappresenta una posizione personale del presidente, non certo della fondazione”. È la linea di tutti. Contri, in Cda, si è scusato pubblicamente. Tra gli altri soci, Sky, Discovery, Publitalia 80 (quindi Mediaset). C’è anche Facebook che con Pubblicità progresso ha promosso nell’ultimo anno una iniziativa per insegnare alle Ong a raccogliere fondi tramite il social. Google, invece, dice di aver lasciato la fondazione a inizio 2018. L’azienda farmaceutica Roche è la più trasparente: ci fa sapere che versa da due anni 50mila euro all’anno a fronte di iniziative di tipo sociale (l’ultima riguardava un contest per la realizzazione di video da parte di aspiranti registi). “Nel 2011 – spiega Guastini – ero presidente dell’Art director club italiano. Venivano versati 6mila euro all’anno a Pubblicità progresso. Chiesi ai soci se fosse utile. Decidemmo di smettere di darli”. Dal 1971 sono stati dati spazi gratuiti alle campagne di Pubblicità Progresso per circa 1,5 miliardi di euro, senza contare i milioni di valore delle prestazioni gratuite.

Le critiche. Eppure piovono critiche anche sulle campagne. Di quelle televisive ce ne sono in media, una all’anno e su temi considerati poco attuali. Nel 2017, ad esempio, quella dal titolo “Ci riesco Squad: Combattere i comportamenti scorretti. Con l’efficacia di un sorriso”. L’anno prima, “Sostenibilità, Sobrietà, Solidarietà. Basta poco per far crescere il tuo futuro”. Assenti, invece, nella produzione (ci sono nei seminari e nelle inziative extra tv) tra gli altri proprio i temi dei diritti Lgbt.

“La sinistra torni se stessa, deve criticare il capitalismo”

“La crisi della sinistra italiana è iniziata oltre un paio di decenni fa, quando ha rinunciato alla critica del capitalismo, ossia a esercitare quello che era il suo ruolo naturale, la funzione per cui era nata. E così negli ultimi anni ne hanno approfittato i populisti, esprimendo un anticapitalismo di destra”. Il politologo Giorgio Galli, classe 1928, a lungo docente di Storia delle dottrine politiche presso l’università degli Studi di Milano, studia e analizza da decenni la sinistra. E sulla sua storia ha scritto diversi libri. Oggi ne vede ancora possibile la resurrezione, “a patto che si ridia un pensiero politico, per organizzare gli sconfitti dalla globalizzazione”.

Professore, perché il Pd è stato travolto alle Politiche del 4 marzo e poi nelle Amministrative?

In generale ha pagato l’incapacità di dire qualcosa contro questo capitalismo e quindi sul problema del lavoro, lasciando spazio ai populisti, che invece hanno detto e dicono qualcosa, da destra. Penso anche al Luigi Di Maio che in questi giorni parla dei diritti dei riders. Ha visto un argomento abbandonato dalla sinistra, e sta sfruttando quel vuoto.

L’ex segretario dem Matteo Renzi al lavoro ha dedicato la più rilevante delle sue riforme, il Jobs Act.

Già l’uso del termine job, che nello slang americano e inglese indica i mestieri meno pregiati, diceva tutto. Il Jobs Act ha reso ancora più precario il lavoro, e ha completato l’involuzione liberaloide del Pd.

I dem hanno perso nelle roccaforti rosse, in Toscana. Pare un’apocalisse.

C’erano stati segnali molto chiari anche prima del referendum costituzionale del dicembre 2016, ed erano state le manifestazioni dei tanti truffati dalle banche. Queste sconfitte vengono anche da lì. Però il problema è più profondo.

Cioè è l’abiura della critica al capitalismo?

Dopo il crollo del muro di Berlino, la sinistra ha dato per assunto che il capitalismo avesse ormai vinto. E non ha capito e non ha contrastato il nuovo capitalismo, imperniato su 500 multinazionali che decidono tutto, a partire dal prezzo del petrolio e quindi della luce e del gas. Il lavoro ormai si basa su algoritmi che il sindacato neppure comprende e che, invece, andrebbero studiati.

Non c’è questo lavoro di comprensione?

No, la sinistra non parla più di questi argomenti. Si è arresa, ha abbandonato la sua funzione storica. E questo vale anche per il Pd della “Ditta”, quello di Bersani e D’Alema. Renzi ha completato solo la trasformazione dei democratici in un partito liberal progressista.

E adesso cosa si dovrebbe fare?

Bisogna ripartire da questioni concrete, come le condizioni dei lavoratori. E nel dettaglio dall’orario di lavoro. All’inizio dell’anno in Germania il sindacato più importante, quello dei metalmeccanici, aveva avviato una lunga trattativa sul tema a fronte dell’immobilismo dei socialdemocratici, in pieno disfacimento. Certo, alla fine ha accettato un compromesso al ribasso. Ma sono quelle le battaglie da cui ripartire.

Battaglie di retroguardia, molto vecchio stile, potrebbero obiettarle.

Bisogna recuperare quelle lotte e la critica al capitalismo. Si ricorda quel vecchio canto, “Se otto ore vi sembran poche”? (un canto popolare delle mondine, che risale ai primi anni del 900, ndr). È attuale.

Ora però il tema dei migranti sembra predominante. Matteo Salvini ci ha costruito la sua ascesa, non crede?

Ma anche su quello è decisivo il nodo del lavoro. Spesso si dice: “Aiutiamoli a casa loro”. Ma per aiutarli bisogna occuparsi di come vivono nei loro Paesi in Africa e di come le multinazionali stanno condizionando le economie locali, in molti casi di pura sussistenza.

Si può ancora adoperare la parola solidarietà in Italia e in Europa?

Sì, a patto di saperla legare al contesto sociale, di spiegarla con discorsi più convincenti di quelli della destra.

E chi può farlo? Per rinascere servono anche leader nuovi: lei ne vede qualcuno all’orizzonte?

Al momento no.

Si parla molto della possibile candidatura a segretario del Pd di Nicola Zingaretti, l’attuale governatore del Lazio.

Non so come stia amministrando, però non mi pare che il partito vada granché neanche nella sua Regione, nonostante i risultati mediocri della sindaca Virginia Raggi a Roma.

Nel Lazio Zingaretti ha rivinto, seppure a fatica.

È un uomo che proviene dalla vecchia nomenclatura del Pci e onestamente non ho capito cosa intenda fare per tornare a far vivere una vera sinistra. Mentre si comprende perfettamente cosa voglia fare del Pd l’ex ministro Carlo Calenda, un partito liberale a tutti gli effetti (sorride, ndr).

Lei è alquanto pessimista, in definitiva.

Il tema è anche che tutto il Paese sconta la sua fragilità. Come ha scritto Romano Prodi, noi abbiamo multinazionali tascabili. Le uniche due di dimensione continentale sono l’Eni e l’Enel. E i problemi delle nostre banche sono sotto gli occhi di tutti.

Sono tascabili anche loro?

Di fatto sì.

Insomma, come se ne esce?

Glielo ripeto, ridandosi un pensiero politico e una rotta. Le condizioni oggettive ci sono. C’è tanta gente che ha pagato il prezzo della globalizzazione e della precarizzazione a cui va data tutela.

Ma la gente ha ancora tempo e voglia di pensare di politica?

(Sorride, ndr) Questa domanda richiederebbe una riflessione molto lunga. Ma io credo proprio di sì.

 

Spadafora al Gay pride. Fontana: “Non parla a nome del governo”

I diritti civili per le coppie omosessuali dividono il governo, il sottosegretario con delega alle pari opportunità, Vincenzo Spadafora (M5S) e il ministro per la famiglia, Lorenzo Fontana (Lega). Ieri Spadafora era al gay pride di Pompei: “Sono qui per testimoniare il mio sostegno e quello del governo. So che in una parte del governo non c’è la stessa sensibilità ma l’Italia non tornerà indietro, non si perderanno i diritti conquistati. Nel contratto di governo – ha aggiunto – non ci sono questioni riguardanti il mondo Lgbt, ma convocherò prestissimo le associazioni di settore per avviare un percorso di ascolto e confronto”. Poi il riferimento al collega di governo della Lega: “Nei prossimi giorni parlerò con il ministro Fontana. Sono sicuro che non ci sono pregiudizi e non c’è prevenzione sull’argomento”. Fontana non ha aspettato e ha smentito Spadafora con un post su Facebook: “Con tutto il rispetto, il sottosegretario Spadafora parla a titolo personale, e non a nome del governo, né tantomeno della Lega. Per quanto ci riguarda, la famiglia che riconosciamo e sosterremo, anche economicamente, è quella sancita e tutelata dalla Costituzione”. Tanta gente con Spadafora ieri a Pompei. Parla di “successo senza precedenti” Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, commentando la manifestazione che si è conclusa dinanzi all’area archeologica della città vesuviana. Migliaia i partecipanti al corteo le cui fila si sono ingrossate lungo il percorso: difficile stimarne il numero, c’è chi parla anche di diecimila persone. In ogni caso un pomeriggio sereno, lontano dalle polemiche della vigilia legate al passaggio davanti al santuario della Vergine del Rosario, tra i luoghi più noti della cattolicità italiana (su questo aveva tentato la polemica l’ex senatore forzista Scilipoti). Un passaggio che si è svolto senza tensioni, con i fedeli usciti dalla basilica che, dietro le transenne, salutavano i manifestanti. “Esiste e si fa sentire il pezzo importante del paese che dice no ai censimenti per i rom, che dice sì all’accoglienza per le persone che scappano dalla guerra dalla fame e dalla povertà e che dice sì all’uguaglianza, un corteo colorato e giovane contro l’omotransfobia, contro l’odio e l’intolleranza”, ha commentato Sannino.

La tentazione di Scafarto: diventare assessore

Il maggiore dei carabinieri del Noe Gianpaolo Scafarto ha una tentazione, un’offerta per ribaltare la sua vita: accettare l’invito del neosindaco di Forza Italia Gaetano Cimmino e diventare assessore alle Politiche per la sicurezza della sua città di origine e di residenza. A Castellammare di Stabia, popoloso centro in provincia di Napoli che prima di soffrire una deindustrializzazione galoppante era soprannominata la Stalingrado del sud ed era un laboratorio politico del Pci nazionale.

Cimmino, che proviene dal Pd – ne era il segretario cittadino quando nel 2009 la camorra uccise il consigliere comunale dem Gino Tommasino – ha incontrato ieri sera in Municipio l’investigatore di punta del caso Consip per formalizzargli la proposta. Tra i due c’era stato un primo contatto, riservato e informale, durante la campagna elettorale. Cimmino gli aveva accennato l’idea, Scafarto ha così avuto il tempo per meditarci su, per valutare i pro e i contro di un eventuale ingresso in giunta, che potrebbe essere accompagnato da un’aspettativa dall’Arma.

Curiosamente, l’ufficiale del Noe non era a Castellammare il giorno del ballottaggio. È stato una settimana all’estero, per impegni familiari. È tornato in Italia solo ieri pomeriggio. Il tempo di cambiarsi al volo la camicia e alle 20 circa ha varcato la soglia di Palazzo Farnese: nei giorni scorsi il sindaco aveva insistito per vederlo al più presto. L’arrivo di Scafarto non è passato inosservato: a Castellammare di Stabia è un volto noto e qui ha mantenuto la sua cerchia di amicizie e di relazioni, anche quando la sua carriera lo ha portato a Roma al comando generale del Noe al fianco del Capitano Ultimo, a condurre alcune delle più rumorose e controverse inchieste di corruzione, Cpl Concordia e Consip su tutte.

Scafarto ci sta riflettendo. Dalle persone a lui vicine filtra la sua delusione e disillusione per il demansionamento di fatto che sta soffrendo nell’Arma dopo essere stato travolto dall’inchiesta della Procura di Roma per falso, depistaggio e rivelazione di segreto.

Il pm Mario Palazzi gli contesta gravi errori durante le indagini su Consip. Il maggiore ha rischiato la sospensione per un anno, Riesame e Cassazione lo hanno riabilitato e gli hanno restituito la divisa, le motivazioni hanno smontato in mille pezzi l’ipotesi di un complotto del Noe per trascinare Tiziano Renzi nelle indagini. Ma nel frattempo Scafarto ha dovuto rinunciare alle deleghe di polizia giudiziaria ed è stato trasferito al comando regionale dei carabinieri dove è stato messo ad annegare tra le scartoffie di una burocrazia che fa a cazzotti con il suo spirito di investigatore d’assalto.

Gli hanno pure aperto un procedimento disciplinare per le dichiarazioni sul vice comandante generale Maruccia e sull’ex comandante generale Del Sette in un colloquio col Foglio.

Scafarto da assessore potrebbe parlare più liberamente. Forse sa già da quali nuove “accuse” dovrà difendersi: se accetta un incarico da un sindaco di Forza Italia, i renziani insinueranno che le sue indagini erano mosse da fini politici.

Discorsi, libri e tv: i conti di Renzi però non tornano

C’era una volta la rottamazione e la politica. Oggi c’è la ricerca di occupazioni prestigiose e ben retribuite. E la voglia, non più repressa, di godersi la vita. È la “second life” di Matteo Renzi quella dopo il 4 marzo. Che genera una domanda: dove prende i soldi per pagare la villa da 1,3 milioni che sta acquistando a Firenze? La risposta – per adesso – non è chiara. Come scriveva ieri La Verità è stato registrato il preliminare che attesta la trattativa di acquisto con anticipo (con 4 assegni circolari) di 400mila euro. Dove ha trovato Renzi quei soldi? E dove troverà gli altri? Sta vendendo la casa di Pontassieve, specifica il suo portavoce. E poi, farà un mutuo. La vendita, per ora, non risulta. Senza contare che il senatore di Scandicci pagherebbe già due mutui (per la casa di Pontassieve e per quella di Rignano sull’Arno dei genitori, di cui è comproprietario, insieme ai fratelli).

Nel gennaio 2018, Renzi annunciava in tv di avere in banca non più di 15mila euro. Secondo la sua dichiarazione dei redditi ha percepito – nel 2017 – 107.100 euro. D’altra parte, da premier, Renzi guadagnava circa 114mila euro lordi l’anno. Poco più di 5.000 netti al mese. E dalle sue dimissioni, il 4 dicembre del 2016 al 4 marzo del 2017, quando è entrato in Senato, è stato tecnicamente senza stipendio. Certo ha preso un anticipo di 100mila euro circa dalla Feltrinelli per il libro Avanti, uscito la scorsa estate. Ora si capisce meglio il motivo di quell’operazione, di dubbia riuscita politica: i soldi. Ad oggi, ha venduto 50mila copie. Comunque, non abbastanza per arricchirsi con i diritti d’autore.

Adesso, come parlamentare, il senatore di Scandicci guadagna 14.634,89 al mese (tra indennità, diaria e rimborsi).

Sul resto, risposte ufficiali è impossibile averne. Ma uomini molto vicini all’ex segretario elencano le sue fonti di reddito extra-Senato: ha firmato contratti in esclusiva per il suo programma Tv, per discorsi in giro per il mondo, per un nuovo libro. Ignoti i compensi, anche se, come tutti i parlamentari, Renzi l’anno prossimo dovrà presentare il rendiconto dei suoi guadagni.

Qualche indizio c’è. Per i documentari sulle bellezze di Firenze (di questo si tratta) le riprese sono già iniziate e Renzi ha chiuso un contratto “non esattamente modesto” con il produttore, Lucio Presta. Anche se quest’ultimo, non ha chiuso l’accordo con un network televisivo.

Capitolo conferenze in giro per il mondo: dal 4 marzo ad oggi, Renzi ne ha tenute una decina. E ne ha in programma altrettante. Oltre a una serie di discorsi “in esclusiva”. È stato in Qatar, in Kazakistan, a Pechino (dove ha parlato della via della Seta), a Londra, a Arlington, al cimitero degli eroi Usa per le celebrazioni dei 50 anni dall’assassinio di Bob Kennedy. Tra le altre cose, il 18 luglio, sarà in Sudafrica per i 100 anni dalla nascita di Nelson Mandela. Ora, il “conferenziere” è diventata ormai una professione per ex premier, ex statisti e via dicendo. Il tariffario varia molto a seconda del personaggio, della sua qualità oratoria, ma anche dall’agente che lo sponsorizza. Per esempio, Henry Kissinger prende più di 500mila euro, Obama sui 400mila, Clinton intorno ai 250mila. Cifre alle quali Renzi non può aspirare, anche per una questione linguistica: il suo inglese è ben lontano dall’essere perfetto. Chi conosce questo tipo di mercato stima che 15-20mila euro a conferenza sono un compenso ragionevole. Peraltro, nella commemorazione di Kennedy, l’ex segretario è intervenuto a titolo gratuito.

E poi c’è il libro: anche stavolta in ballo un anticipo a 5 zeri.

In questi mesi, poi, va registrato un attivismo prima inedito di Renzi: frequenta il circolo Aniene per introdursi nella Roma bene, in particolare in alcuni salotti dell’avvocatura di alto livello della Capitale. Cicerone, Giovanni Malagò. Obiettivo, entrare in ambienti dove girano soldi e consulenze. Tutto questo basterà? Il punto interrogativo resta.

Mediaset vs. Europa 7: ultimo atto (con aiutino)

Tra pareri, ricorsi e lungaggini varie, una dozzina d’anni dopo, in settembre Francesco Di Stefano (Europa 7) assisterà all’ultimo atto della sua battaglia legale per sottrarre frequenze televisive a Mediaset, occupate – dice l’imprenditore di Europa Way col supporto di alcune sentenze – in maniera indebita. Il Consiglio di Stato deve recepire un dispositivo della Corte di Giustizia europea che può rimettere in discussione l’assegnazione dei multiplex (pacchetti di frequenze) durante il passaggio di tecnologia dall’analogico al digitale. Aspettando la decisione di palazzo Spada, interviene l’Autorità di garanzia per le telecomunicazioni con una memoria di trenta pagine – inviata al Consiglio di Stato – in cui difende la situazione esistente e anche se stessa, poiché Agcom è coinvolta nella vicenda sin dal 2009. È proprio allora l’Autorità che sceglie il criterio del beauty contest – una valutazione qualitativa e non una competizione per offerte economiche – per distribuire le frequenze ai nuovi entranti del mercato. Un paio di anni di confusione, poi il governo di Mario Monti organizza l’asta al rialzo, ma partecipa soltanto Urbano Cairo.

Per la Corte di Giustizia, il beauty contest era legittimo, ma il servizio pubblico Rai e la privata Mediaset col digitale terrestre hanno ottenuto molta più banda. Di Stefano chiede al Consiglio di Stato di annullare la vendita delle frequenze di troppo a Viale Mazzini e Cologno Monzese e di bloccare pure quella a Cairo, l’editore di La7. Scrive l’Autorità, che ricorda l’imminente gara per la banda 700 con le televisioni lasciano “spazio” all’internet mobile: “Una ipotetica pronuncia delle appellate sentenze, rischierebbe di travolgere l’intero sistema attuale di attribuzione delle frequenze, con tutte le conseguenze che ne deriverebbero anche in ordine alla successiva attività di ulteriore ri-pianificazione in corso di svolgimento; nonché di incidere sulle procedure per l’assegnazione delle frequenze nella cosiddetta banda 700 mhz agli operatori di comunicazioni elettroniche, le cui regole sono state definite all’Autortià con la delibera n.231 in attuazione della legge di bilancio 2018”.

Agcom si rivolge al Consiglio di Stato che si ritrova a esaminare le richieste di Europa Way e anche di Persideria. Ormai settembre è vicino.