Carlo Calenda, ennesimo candidato al premio estivo “Giuliano Pisapia – Leader purchessia”, ha scritto un ambizioso Manifesto – compiutamente analizzato sul Fatto di giovedì scorso da Daniela Ranieri – solo un po’ più breve e affrettato di un precedente tentativo di Karl Marx. Preme però qui notare poche, decisive parole della proposta calendiana: “Rivedere il codice degli appalti per velocizzare le procedure di gara”. Il codice degli appalti è stato riformato (per velocizzare) nel 2016 e ri-riformato (per ulteriormente velocizzare) nel 2017, e Calenda infatti chiedeva di velocizzare “mandando a regime il nuovo codice appalti”. Si dirà che la distinzione tra “mandare a regime” e “rivedere” è da pedanti, insensibili al bisogno di fare politica con idee e finanche ideologie à la carte. Infatti il punto è un altro: la classe dirigente italiana non ha il senso del tempo. Gli anziani progettano sempre nuove mani di poker per non ammettere che la loro partita è finita. I più giovani restano asserragliati in un presente di 24 ore pur di non riconoscere che la loro ideona era stata già pensata. Calenda sembra ignorare che “velocizzare gli appalti” è l’antico ditirambo con cui fin dal secolo scorso si propiziava la circolazione delle tangenti. Il denaro pubblico – per far correre l’economia e anche per essere meglio rubato – doveva girare, esattamente come la “patonza” nello schema egualitarista di Silvio Berlusconi.
L’idea di velocizzare fu già cara a Franco Nicolazzi, ministro dei Lavori pubblici per otto anni di seguito in cinque diversi governi. Quando Calenda era alle medie, fece una legge che avrebbe “accelerato le procedure di scelta del contraente”, poi si prese una condanna per concussione. Altro ministro della fretta fu il suo successore Gianni Prandini che, alla vigilia dell’inchiesta Mani pulite (Calenda era già al liceo), chiedeva di “velocizzare la definizione delle pratiche”, ma ottenne solo l’accelerazione del suo arresto. Anche Luigi Grillo, poeta del cemento per Forza Italia, chiedeva “di velocizzare l’iter degli appalti, con conseguenze positive anche per l’occupazione” (questa dei posti di lavoro è sempre stata apprezzata sia a destra sia a sinistra, e infatti piace molto anche al governo del cambiamento). Grillo è stato arrestato per gli appalti dell’Expo, un’opera che bisognava assolutamente accelerare, come il Mose (arresti a raffica) e il Terzo Valico (raffica di arresti).
Franco Bassanini, da appena un mese al governo con Romano Prodi, nel 1996 non si trattenne: “L’obiettivo di velocizzare e snellire le procedure verrà recepito nel disegno legge del ministero dei Lavori pubblici”. A Porta Pia c’era Antonio Di Pietro, scelto perché sapeva come velocizzassero costruttori e politici. Ma fece suo lo slogan “snellire le procedure”. E vennero le Olimpiadi invernali di Torino e il ministro degli Esteri Franco Frattini ci rassicurò: “Il governo adotterà una direttiva interpretativa per velocizzare i tempi”. Anche il governatore siciliano Totò Cuffaro, prima di finire in galera per mafia, si dichiarò impegnato a “velocizzare gli appalti”. E Berlusconi voleva velocizzare (la patonza ma anche gli appalti), e Matteo Renzi voleva sbloccare.
Adesso Luigi Di Maio ci spiega che “bisogna semplificare il codice degli appalti, che è complicato e illeggibile”, lasciando un dubbio: quanto va semplificato perché gli risulti leggibile? “Velocizzare gli appalti” è uno dei giochi di parole con cui una classe dirigente in malafede ha scavato la fossa all’economia italiana. Calenda, che pure di quella classe dirigente è il prodotto, ha capacità e talento. Se vuole contribuire a qualcosa di più serio del rituale cazzeggio estivo sui leader immaginari della sinistra, deve impegnarsi di più nello studio.