L’America anti-Trump è scesa in 700 piazze in difesa dei migranti

Lo slogan che hanno scelto è “Families belong together”, le famiglie devono stare insieme. Più di 700 manifestazioni, in difesa dei migranti, si sono tenute ieri in tutti gli Stati Uniti. Così oltre oceano si è reagito alla politica di tolleranza zero contro i migranti adottata dall’amministrazione Trump. Dopo le immagini che hanno fatto il giro del mondo, con il pianto disperato dei bambini messicani, sottratti ai loro genitori sul confine con il Texas, le manifestazioni sono state organizzate da alcune associazioni umanitarie, come Amnesty International, l’Anti-Defamation League e l’American Civil Liberties Union.

La manifestazione principale si è svolta a Lafayette Square a Washington. “Un modo – hanno detto gli organizzatori – per far sentire l’indignazione direttamente alla Casa Bianca e a Donald Trump”. In realtà il presidente ieri era con la moglie Melania, nel suo golf club del New Jersey, dove resterà per l’intero weekend.

Un fiume umano si è mosso ieri, dalla mattina, anche nel cuore di New York. E poi in centinaia di altri centri di tutti gli Stati Uniti.

Spagna, quasi mille naufraghi recuperati in cinque giorni

Il servizio di soccorso marittimo spagnolo ha salvato 63 migranti che tentavano di raggiungere la costa meridionale del Paese mentre un’altra imbarcazione risulta dispersa. Secondo quanto riferiscono i soccorsi, 58 persone sono state recuperate a bordo di tre barconi nello Stretto di Gibilterra partito dal Nord Africa, mentre altri 5 migranti sono stati salvati più a est nel Mediterraneo, vicino alla provincia di Murcia. Una nave dei soccorsi e un elicottero sono impegnati alla ricerca di un altro barcone nella zona di cui si sono perse le tracce.

Soltanto pochi giorni fa, il 26 lugliio, oltre 133 persone di origini magrebine, che a bordo di due imbarcazioni tentavano di attraversare lo Stretto di Gibilterra, erano state soccorse dai mezzi del salvataggio marittimo e trasferiti nei porti di Tarifa e Barbate, in provincia di Cadice. Lo si apprende da fonti del pattugliamento marittimo. Gli occupanti, 63 uomini, 7 donne e 17 minori, tutti di origini magrebine, sono stati trasferiti nel porto di Barbate. Il giorno prima erano arrivati sulle coste spagnole altri 683 migranti, dei quali 447 tratti in salvo nelle acque dello Stretto di Gibilterra e 236 nel Mare di Alboran.

“Dal pm Zuccaro parole inopportune”. “Ma il nemico sono i trafficanti, non le navi”

 

Gentile direttore,

il dramma dei migranti è una vicenda complessa: sarebbe bello vivere in una società integrata, ma il fenomeno migratorio ha assunto proporzioni bibliche e bussa alla nostra porta dalle rive del Mediterraneo, percorse da guerre e conflitti. Tenere la “porta chiusa” sembra la soluzione più semplice. Ma è una scelta irrealizzabile, le coste non hanno una “chiave”. E poi che fare se alla porta bussa un ferito e in pericolo di vita?

Le soluzioni vanno trovate componendo esigenze anche antinomiche, accoglienza e sicurezza, rispetto dei diritti umani e dell’incolumità delle persone, rivendicare l’essenziale solidarietà europea.

La materia è resa incandescente da protagonisti istituzionali schiumanti di rabbia e con occhi feroci. È diventata abitudine quotidiana, ascoltare le minacce del ministro degli Interni, tanto che non fanno più meraviglia: uno spettacolo penoso che stancherà.

La prima fila del dibattito è stata conquistata dalle ONG, dedite al salvataggio dei migranti. È diventato un ritornello additarle tra le origini del male nonché complici dei trafficanti, “taxi del mare”, fruitori della “pacchia” dei migranti, protagonisti di oscuri complotti ai danni dell’Italia. Ovviamente il carattere generoso dei volontari che salvano vite tra mille difficoltà, è stato volutamente oscurato.

Su questo il Procuratore di Catania Zuccaro si è distinto con imprudenti esternazioni e iniziative giudiziarie, peraltro sin ad oggi smentite in giudizio. Stupisce che intervenendo pubblicamente a un convegno – riportato da il Fatto il 19 giugno – il procuratore non abbia citato il Tribunale di Ragusa che ha negato il sequestro della nave Open Arms da lui disposto. Il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina è stato ritenuto privo di consistenza. Né viene citata la richiesta di archiviazione della Procura di Palermo sulla vicenda della nave Golfo Azzurro, indicata qualche mese fa come un “covo di malfattori”. Viene confermata l’idea di un ruolo testardamente impermeabile al controllo giurisdizionale, idea pericolosa tanto più oggi quando l’esecutivo minaccia arresti e sequestri di navi. Ma non era di competenza dei magistrati? Non spetterà loro il compito di valutare la presenza di un eventuale stato di necessità?

Come si legge nei provvedimenti citati il richiamo a precise regole da ragione del fatto che le Ong non intendano consegnare i naufraghi a una guardia costiera libica ancora in formazione: hanno l’obbligo giuridico di non farlo per evitare che siano sottoposti nuovamente a trattamenti inumani o degradanti.

La continua citazione di Malta come luogo dove le ONG non sbarcano i migranti dimentica che Malta ha sessantamila abitanti e dunque mille migranti valgono un milione per l’Italia. E se l’attività di soccorso fa capo direttamente alla guardia costiera italiana, negare il porto è una scelta abusiva: su questo semmai la giurisdizione penale dovrebbe porre l’attenzione.

Alessandro Gamberini e Rosa LoFaro, legali Ong Proactiva

 

Cari avvocati,

finora l’Italia è per lo più l’unico paese d’Europa (insieme alla Grecia) che ha tenuto le porte aperte, anzi spalancate. E c’è una sola cosa più inaccettabile del linguaggio di Salvini: l’indifferenza e le lezioncine degli altri governi europei (Francia, Spagna, Malta, ecc.) a quello italiano. Abbiamo pubblicato stralci dell’intervento a un convegno del procuratore Zuccaro perché pensiamo – contrariamente a voi – che le sue osservazioni vadano ascoltate con molta attenzione. Non sono affatto “imprudenti”: sono la fotografia di una realtà troppo a lungo taciuta. Gli aspetti penali non erano oggetto della relazione del magistrato, dunque gli esiti di questa o quell’indagine non c’entrano nulla.

Può darsi che, nella giungla di norme contraddittorie, nazionali e internazionali, nessuna Ong abbia commesso reati (anche se il caso della nave Iuventa della Ong Jugend Rettet sequestrata a Trapani fa pensare il contrario). Ma resta il fatto che associazioni private come le Ong, per quanto benemerite, non possono decidere la politica estera e frontaliera e di sicurezza dei singoli Stati (ai quali fra l’altro non appartengono) né dell’intera Europa.

Molto opportunamente il ministro Minniti impose un codice di auto-regolamentazione in nome del pubblico potere dello Stato: chi rispetta le regole può continuare a operare nel Mediterraneo; chi non ci sta vada altrove. Se le navi delle Ong continueranno a rilevare i carichi di migranti (anche senz’alcun pericolo di vita né esigenza di “salvataggio”) dagli scafisti, in perfetta sincronia presso le coste libiche, oggettivamente favoriranno questi trafficanti di esseri umani, azzerando il loro rischio di (turpe) impresa e anche il loro rischio giudiziario. Cioè sarà impossibile individuarli, incriminarli e arrestarli.

Magari per voi va bene così. Per me, e per chiunque voglia stroncare il traffico di uomini donne e bambini, va malissimo. E – come suggerisce il pm Zuccaro – bisogna cambiare registro. Oppure pensate seriamente che i 700 mila africani pronti a partire dalla Libia possano essere ospitati tutti in Italia?

Marco Travaglio

Mezzo milione nei campi in mano alle milizie libiche

Almeno mezzo milione di immigrati subsahariani si aggirano come fantasmi in Libia. Di questi circa 80 mila sono rinchiusi dentro i centri di detenzione co-gestiti da autorità libiche e organizzazioni umanitarie occidentali, ma soprattutto sono dentro le galere dei campi di prigionia locali che puntellano tutta la Libia. Di questi lager privi di “occhi internazionali” ce ne sarebbero una settantina, da Nord a Sud. Un serbatoio di disperati la cui unica chance è pagare i carcerieri per scappare e tentare la fortuna via mare. Le cento vittime del naufragio di venerdì provenivano in parte da questi buchi neri, gli altri erano cani sciolti, nascosti o costretti a lavori terribili per raggranellare il denaro necessario per pagare gli scafisti. Secondo fonti vicine alle organizzazioni umanitarie, ci sono circa 5-600 mila persone pronte a buttarsi nel Mediterraneo. Tra loro sono una minoranza quelli ad oggi rinchiusi nei centri di detenzione “ufficiali”.

Nell’area tripolitana erano otto fino ad alcune settimane fa, adesso sono ridotti a sei con la chiusura obbligata di Sabratha e Gharyan per motivi di sicurezza. In realtà quelli più utilizzati sono Trik al-Sikka, Trik al-Matar e Tajoura (l’unico dei tre fuori città, a due passi dalla costa e da al-Hmidiya, dove sono stati riportati a terra i pochi superstiti, una ventina). Questi centri sono al collasso, potrebbero ospitare 1.500 migranti, ma, soprattutto nei primi due, ce ne sono il doppio. Le condizioni non sono le stesse dei campi “non ufficiali” e questo grazie alla presenza dell’Unhcr (Onu) e delle organizzazioni internazionali, ma la vita lì dentro è comunque difficile.

Di sicuro durante la visita di lunedì scorso il ministro degli Interni, Matteo Salvini, non ha visitato né i secondi e né tantomeno i primi. Nel suo video postato su Facebook, Salvini ha mostrato un safe shelter, una costruzione securizzata per politici e militari di spicco in caso di pericolo, facendola passare da campo di detenzione. Aria condizionata, frigobar, ambienti tinteggiati di bianco: nessuna di queste dotazioni, assicurano gli addetti ai lavori sul posto, è presente nei centri per migranti. A Salvini però è bastato per liquidare come “retorica” le denunce di violenze e torture sui migranti contenute anche nei rapporti Onu dei mesi scorsi.

Bande di criminali comuni, milizie con arsenali pesanti, organizzazioni di scafisti, gruppi terroristici. Ecco con chi ha a che fare il governo della Tripolitania di Fayez al-Sarraj e con chi, necessariamente, dovrà stringere accordi di convenienza il nuovo governo italiano. Nel passaggio da Gentiloni a Conte e, soprattutto, da Minniti a Salvini, qualcosa andrà ridiscusso. Solo nel distretto di Tripoli ci sono una decina di milizie, alcune dispongono di eserciti fino ad 800 soldati pronti a tutto e armati fino ai denti, come la Brigata Salah al-Marghani, al-Erka Asadisa e la Brigata al-Fany. Quest’ultima ha preso il controllo e stabilito la sua base dentro una prigione. A Tripoli gli accordi di non belligeranza possono saltare per piccole scaramucce o per un torto subìto. Do ut des, io ti lascio controllare quel traffico, tu mi tieni buoni i soldati nervosi di quella milizia a volte ostile. È successo a inizio anno all’aeroporto Mitiga di Tripoli, quando gli uomini del gruppo di al-Bakra hanno propiziato uno scontro a fuoco, con un bilancio di una decina di vittime. Fedeli al governo, non avevano mandato giù uno sgarbo e quella era stata la loro reazione. Martedì scorso uno dei vicepremier di al-Sarraj ha rischiato di essere rapito da un gruppo minore durante il tragitto verso Mitiga.

Le milizie sono una cosa; il loro obiettivo è aumentare la potenza e il controllo del territorio per poi barattare ricchezze e risorse con la controparte di turno. Del traffico di migranti interessa fino ad un certo punto, se non come moneta di scambio. Sopra le barche da buttare tra i flutti del Canale di Sicilia ce li mettono le bande di criminali dedite a questo specifico settore. Chi li deve salvare, in prima battuta, è la Guardia costiera libica, la cui dotazione navale è nettamente migliorata dopo gli sforzi dell’ex ministro Minniti. Motovedette, aiuto logistico, formazione, addirittura nuove divise. Il soccorso ritardato di venerdì ha suscitato perplessità, ma in generale il livello di operatività è aumentato. E l’Italia prepara nuovi aiuti.

Open Arms verso Barcellona. Solo una nave Ong in zona

Malta e Italia hanno fatto la voce grossa con l’ong catalana Proactiva. Porti chiusi. Gli spagnoli hanno “risposto”, ieri mattina hanno soccorso 59 persone e ora navigano verso nord. Destinazione possibile: Barcellona.

“Dall’Open Arms hanno visto un qualcosa in lontananza. Ci siamo avvicinati. Era un gommone con 59 persone a bordo”. A raccontare l’accaduto è Riccardo Gatti, direttore operativo di Proactiva che si trova sul veliero Astral. Sull’imbarcazione, oltre all’equipaggio, ci sono quattro europarlamentari. “Abbiamo chiamato Mrcc (Coordinamento marittimo per la ricerca e soccorso) di Roma e i numeri libici – continua Gatti –. Da Tripoli non hanno risposto. Quindi il comandante ha dato il via alle operazioni di soccorso”. I naufraghi sono stati accolti sulla nave Open Arms: cinque donne, quattro bambini, quattordici nazionalità, tra cui siriani e palestinesi.

Appena reso pubblico il salvataggio Matteo Salvini ha scritto su Twitter: “La nave Open Arms, di Ong spagnola con bandiera spagnola (…) ha in tutta fretta imbarcato una cinquantina di immigrati a bordo. Questa nave si trova in acque Sar della Libia, porto più vicino Malta, associazione e bandiera della Spagna: si scordino di arrivare in un porto italiano”. Con il testo un’immagine della Golfo Azzurro, un’imbarcazione che non fa più parte della flotta di Proactiva da oltre un anno. Gli risponde il suo omologo maltese, Michael Farrugia, sempre via Twitter: “L’intervento di Open Arms è accaduto tra Libia e Lampedusa. La smetta (Salvini) di diffondere notizie scorrette tirando in ballo Malta senza alcuna ragione”. Anche il ministro maltese aggiunge un’immagine al suo tweet, una mappa con il punto dove è avvenuto il salvataggio “così tutti possono constatare. Questi sono fatti non opinioni”.

Concluso il primo intervento, Proactiva riceve una seconda chiamata di soccorso. Dista 60 miglia dalla loro posizione. “Sono arrivati prima i libici – racconta ancora Riccardo Gatti –, noi abbiamo iniziato a navigare verso nord”. Lo scorso fine settimana le autorità maltesi hanno impedito l’attracco per rifornimento alla nave Open Arms. Sembra quindi che l’ong sia intenzionata a cercare un porto dove far rifornimento e sbarcare i 59 naufraghi. Accanto alla Open Arms viaggia il veliero Astral. Quindi dalla scorsa notte non c’è alcuna nave delle ong pronta a intervenire nel Mediterraneo.

L’Aquarius, l’imbarcazione di Sos Méditerranée, è arrivata nel porto di Marsiglia due giorni fa. La nave era partita da Catania lo scorso 8 giugno e dopo una lunga odissea era arrivata a Valencia per sbarcare 630 naufraghi. A Trapani si trova invece la Iuventa, sotto sequestro da quasi un anno. Anche a La Valletta c’è un vascello sotto sequestro: la Lifeline. Sempre a Malta è ormeggiata la Sea-eye, che non è soggetta alcuna procedura giudiziaria, ma non può salpare a causa di un contenzioso sulla sua bandiera, olandese.

L’unica nave che potrebbe prendere il mare nei prossimi giorni è la Seawatch3, bandiera olandese e proprietà tedesca. Questa barca si trova a La Valletta per eseguire una serie di lavori di manutenzione. Giovedì il governo maltese ha diramato una nota che proibirebbe alla Seawatch3 di prendere il largo, ma dalla nave negano di aver ricevuto alcuna notifica. “Non c’è un modo sicuro di entrare in Europa per chiedere asilo politico. L’UE non sa trovare una soluzione a questo problema – dice Pia Klemp, capitano della Seawatch3 –. Quindi i nostri governi stanno concentrando tutti i loro sforzi per bloccare queste persone ancora prima che vengano in Europa e pensano di farlo fermando noi”.

Resta un mistero, però, il provvedimento annunciato venerdì dal ministro dei Trasporti Danilo Toninelli per chiudere, su indicazione del Viminale, il porto di Pozzallo (Ragusa) alla Open Arms. Lo staff del ministro sostiene di non averlo. E non sarebbe mai stato notificato ai diretti interessati. “In ragione della nota formale che mi giunge dal Ministero dell’Interno e che adduce motivi di ordine pubblico, dispongo il divieto di attracco nei porti italiani per la nave Ong Astral (poi corretta in Open Arms, ndr), in piena ottemperanza dell’articolo 83 del Codice della Navigazione”, aveva dichiarato venerdì il ministro in una nota. Dunque un atto formale, almeno secondo la dichiarazione. Sarebbe il primo, visto che per Aquarius e Lifeline non c’erano stati provvedimenti ufficiali. Ma se c’è lo tengono segreto.

Esiste invece la nota del ministero dell’Interno citata da Toninelli. La motivazione di “ordine pubblico” deriverebbe da “pregresse manifestazioni di protesta svoltesi in occasione del precedente attracco della imbarcazione”, si legge nella comunicazione del Viminale, inviata venerdì al ministero dei trasporti. Il riferimento è allo scorso marzo, quando la Open Arms entrò nel porto di Pozzallo, dopo un confronto con la Guardia costiera libica. In quell’occasione l’imbarcazione venne sequestrata su richiesta della Dda di Catania, e poi dissequestrata dal gip di Ragusa con un provvedimento poi confermato dal Riesame. La manifestazione citata dal ministero dell’Interno era un pacifico sit-in di un centinaio di persone per il dissequestro della nave. Le immagini di quell’evento mostrano qualche girotondo, tanti giovani del posto ed uno striscione con la scritta “Salvare migranti non è reato”. Nulla che possa aver turbato l’ordine pubblico.

Meglio di niente

Ma abbiamo vinto o abbiamo perso? In una politica ridotta a derby calcistico, che scambia il vertice europeo per una partita dei mondiali, è impossibile ragionare. Da un lato ci sono i tifosi del Pd&FI, ormai unificate nella squadra degli scapoli, con le loro grancasse di Repubblica, Stampa, Giornale e Libero, che esultano per la tremenda sconfitta di Conte (“un pollo” che si è fatto “prendere per il culo”) e l’isolamento dell’Italia populista”. Dall’altra ci sono grillini e leghisti che spacciano la campagna di Bruxelles come una marcia trionfale del premier (“vittoria al 70” o forse “all’80”) e Macron come il vero “clandestino” respinto al mittente. La verità sta nel mezzo: Conte non ha vinto né al 70 né all’80%, ma non è neppure stato sconfitto, isolato e raggirato. Ha combattuto con stile pragmatico, ha usato bene il potere di veto sulle conclusioni del vertice, che giovedì non contenevano nemmeno un accenno ai migranti per mancanza di accordo, e invece venerdì hanno prodotto sul tema 12 punti di sintesi fra le posizioni molto diverse dei 27 Stati membri. Punti in parte vaghi, in parte contraddittori, in parte precisi. Ma un passo in avanti sia sulle previsioni nere della vigilia (nessun accordo) sia sullo zero assoluto raccolto dai governi precedenti: quelli bravi, competenti, non populisti. Fino all’altroieri i cosiddetti premier, da B. a Letta, da Renzi a Gentiloni, partivano per Bruxelles annunciando fuoco e fiamme, sfracelli e pugni sul tavolo. Poi arrivavano lì e, come Fantozzi davanti all’ufficio del megadirettore galattico, non osavano neppure bussare alla porta (“non ho le mani…”). Non aprivano bocca, firmavano tutto e sorridevano sculettanti nella foto di gruppo finale. Poi tornavano in patria e allargavano le braccia: è andata così, sarà per la prossima volta. Che ora a criticare Conte siano proprio loro – quelli che hanno impiccato l’Italia, allora sì isolata e ignorata, ai patti suicidi di Dublino e all’impegno di fare tutto da soli in cambio di “flessibilità” da sprecare in mance elettorali – è comico (mentre il Pd parla di fallimento, il Partito socialista europeo di cui i dem fanno parte esulta per il successo). Anche perché, rispetto al loro nulla, qualcosa Conte l’ha portato a casa.

1. Nella dichiarazione finale, per la prima volta, anche paesi del Nord Europa riconoscono che il flusso migratorio dall’Africa va affrontato non più dai singoli Stati, ma da tutta l’Ue in modo “globale”, con investimenti per evitare tragedie umanitarie e sociali. Il primo di 500 milioni è ridicolo. Si vedrà se ne seguiranno di più seri e se l’impegno – messo per la prima volta nero su bianco dai 27 – di rivedere Dublino sarà mantenuto.

2. I centri di accoglienza e identificazione per l’esame delle richieste d’asilo (hotspot), finora riservati in esclusiva ai paesi di sbarco (Italia, Spagna e Grecia), potranno essere creati anche negli altri stati Ue. Solo su base “volontaria”, è vero: ma finora non erano proprio previsti. E Macron mente quando dice che non sono contemplati in Francia e negli altri paesi di secondo approdo: l’accordo parla di “territorio dell’Ue”, senza distinzioni. Se poi gli hotspot continueranno a sorgere solo nei paesi di primo approdo e in nessun altro, tipo la Francia del maestrino Macron, cadrà la maschera di chi finora si trincerava dietro gli accordi di Dublino per non fare nulla e darci pure lezioni. Nessuno potrà più fare contemporaneamente il Salvini o l’Orbàn a casa sua e l’accogliente coi porti degli altri.

3. Passa il principio, importantissimo, della “esternalizzazione” degli approdi dei migranti: si dovranno convincere paesi che aspirano a entrare nella Ue (come Albania e Kosovo) o a più aiuti europei (Marocco, Algeria, Tunisia e anche Libia) ad accogliere temporaneamente i naufraghi salvati in mare in strutture necessarie a selezionare le domande di asilo, sotto il controllo dell’Ue e dell’Onu. Impresa complicata, ma decisiva per suddividere il peso delle prossime ondate migratorie ed evitare le chiusure dei porti finora aperti, dall’Italia alla Spagna a Malta.

4. Dopo l’accordo, il governo Conte potrà prendere subito due iniziative d’intesa con l’Ue: stanziare fondi per acquistare nuove motovedette per la Guardia costiera libica, che sarà addestrata da un nuovo, piccolo contingente di militari italiani e non dovrà più essere “ostacolata” né aggirata da navi private (come quelle delle pur benemerite Ong); e incontrare il premier libico al Sarraj per dialogare direttamente con Tripoli senza più le interferenze di Macron, schiacciato sul pericolante generale Haftar che regna su Bengasi. Se Salvini ha sbagliato a chiedere a Tripoli di aprire lì gli hotspot, ora la Farnesina proverà a convincere la Libia ad accettare fondi europei per migliorare la condizione dei campi Onu già esistenti e aprire nuovi uffici sotto la bandiera Ue per gestire le richieste di asilo. Su 10 richiedenti, solo 1 ne ha diritto. E ai migranti “economici”, che non possono entrare in Europa, sarà offerto il rimpatrio “volontario” assistito (un nigeriano che ha speso 5mila dollari per arrivare in Libia, ne avrà 7-8 mila per tornare in Nigeria su aerei pagati dall’Ue). Un principio di difficile applicazione, ma ormai accettato dai partner europei e dunque praticabile, diversamente da prima. Non è poco, viste le iniziali chiusure del gruppo di Visegrad (Ungheria & C.) e di Macron ben nascosto lì dietro.

5. Se qualcuno è stato raggirato, non è l’Italia, ma Spagna e Grecia, che han firmato accordi bilaterali con la Germania per riprendersi i migranti “secondari” senza garanzie sulla ripartizione dei “primari”. Conte, diversamente da Tsipras e Sanchez, l’accordo separato con la Merkel ha rifiutato di siglarlo.

È sempre troppo poco. Ma meglio del niente di prima.

“Caro ministro, venga in finale. Il Campiello sta al passo coi tempi”

“Il ministro Bonisoli sostiene che ‘se abbiamo un sistema di produzione di contenuti che fa riferimento soltanto allo Strega o al Campiello, forse non siamo così contemporanei’. Rispondo: siamo disponibili a metterci in discussione mantenendo gli elementi fondanti del Premio”. Matteo Zoppas, presidente di Confindustria Veneto e della Fondazione Campiello ha letto le dichiarazioni al Fatto del neo ministro dei Beni Culturali, secondo il quale si sono persi di vista i giovani, e ha accettato la sfida. “Il mio vuole essere un intervento costruttivo, ci spiega. Se manteniamo i principi fondanti del Campiello, che si basa proprio sulla tradizione, siamo disposti a metterci in discussione e a valutare le innovazioni: il premio vuole stare al passo con i tempi”. La Fondazione “ha intrecciato gli aspetti culturali e istituzionali nell’organizzazione del Campiello Giovani delegandola alla struttura regionale e nazionale dei giovani imprenditori di Confindustria”. Poi Zoppas lancia un invito: “Bonisoli venga alla premiazione, il 15 settembre alla Fenice di Venezia. Gli racconterò io stesso la nostra filosofia per rincuorarlo”.

Il Premio Satira 2018 a Benigni

Per la prima volta si tiene in estate il “Premio satira” di Forte dei Marmi. Roberto Benigni e Natalino Balasso saranno fra i premiati, il 7 luglio nella suggestiva cornice di Villa Bertelli. Nel frattempo – fra il 4 e il 6 luglio – ci sarà “Aspettando il premio satira”, tre giorni di incontri e spettacoli.

Il premioè nato nel 1973, con l’intento di dare luce a quella particolare arte che ha le sue radici nell’antichità. E che ancora oggi è in grado di accendere un faro su politica e società. Secondo il regolamento, i premiati sono scelti fra coloro che “negli ultimi 12 mesi hanno dato voce e acuta interpretazione ai fatti, attraverso la lente mai banale della comicità”.

Ma c’è anche un premio alla carriera, che quest’anno sarà assegnato a Roberto Benigni, ospite d’eccezione della serata del 7 luglio. Il premio “parodia” sarà assegnato a Paola Minaccioni, per anni imitatrice del “Ruggito del coniglio”, dove ha incarnato Giorgia Meloni e Melania Trump. Il premio “monologhi” sarà assegnato Natalino Balasso, famoso attore di teatro, capace anche di reinventarsi sul web. Il premio “street art” sarà assegnato a Tvboy, il “Bansky italiano”, autore di alcuni murales di tema politico. Come quello del bacio fra Di Maio e Salvini, apparso su un muro di Roma a metà strada fra palazzo Madama e Montecitorio, il giorno dell’elezione dei presidenti di Camera e Senato. Il murales romano è stato cancellato, ma sarà rifatto nei prossimi giorni proprio a Forte dei Marmi.

Gli altri premiati sono Astutillo Smeriglia (animazione), il disegnatore Vincino (libro) e il giovane Andrea Romagna, laureato in Giurisprudenza all’Università di Trento proprio con una tesi sulla satira.

Nelle serate di anticipazione al premio, previsti gli spettacoli di Geppi Cucciari e di Lodo Guenzi – voce de lo Stato Sociale – con Guido Catalano e Dente. Saranno presentati i libri di Martina Dell’Ombra (personaggio del web) e di Serena Dandini. Sarà proiettato il film “Si muore tutti democristiani”, scritto e diretto da “Il terzo segreto di Satira”.

“La religieuse Suzanne c’est moi”. Il restauro alza il velo sulla censura

“Un film condannato a morte dalla censura, dalla Gestapo della mente”. Era il 1966, nella Francia alla vigilia del ’68 tuonava l’accusa di Jean-Luc Godard contro l’allora ministro della cultura André Malraux per aver permesso la censura di Suzanne Simonin, la religieuse de Diderot di Jacques Rivette ispirata al romanzo dello scrittore e filosofo illuminista.

Indignato fino alla rabbia, il padre della Nouvelle Vague ottenne grazie alla lettera di fuoco contro Malraux (con il quale incrinò i rapporti) che il film andasse a Cannes e tornasse nelle sale francesi nel 1967 col divieto ai minori di 18 anni e un’attrazione fatale senza precedenti da tutto il mondo. Godard aveva vinto contro gli integralisti cattolici e con lui la sua bellissima moglie Anna Karina, allora protagonista del film e ieri delle celebrazioni al Cinema Ritrovato, che ha “svelato” in anteprima italiana la versione integrale restaurata di una pellicola che cambiò il clima culturale di quel tempo. “Sono felice di essere qui a presentare un film che ho amato alla follia, che mi ha creato non pochi problemi ma anche immense soddisfazioni. Sono stata identificata con la povera suor Marie Suzanne a lungo, e Jean-Luc mi ha persino portata a teatro nell’omonima pièce prodotta da lui stesso… dedicata a me, chiaramente”.

Dal fascino immutato, la 78enne attrice icona della Nouvelle Vague ha stregato la platea come già era accaduto lo scorso maggio a Cannes. Potente e sintomatico tanto per la Francia pre rivoluzionaria che per quella pre Sessantottina, il racconto della “sciagurata” e ribelle Suzanne offre un ritratto al femminile emblematico, mettendo al centro la vicenda di una giovane costretta dalla famiglia e dalle usanze dell’epoca alla vita monastica. La ragazza diventa soggetto e oggetto di una tragedia degli estremi: dapprima sottoposta a torture disumane da parte di una madre superiora sadica e in seguito corteggiata da un’altra ninfomane. Ma una volta ottenuta la libertà grazie a un prete compiacente, Suzanne si ritrova catapultata in un universo diversamente ma altrettanto ingiusto. Diderot sapeva di precorrere i tempi, tanto che il suo “manifesto” per la libertà di vocazione e – a modo suo – l’emancipazione femminile è in grado di farci riflettere ancora oggi.

“Cantiamo per 4 generazioni. Anche Tarantino si inchinò”

Mancherà solo la Dune Buggy. “Quella di Altrimenti ci arrabbiamo la comprai io a riprese finite”, spiega Guido De Angelis. “Negli anni è passata di mano e oggi è al Polentone, il ristorante di Rocca di Papa. Volevamo esporla all’Auditorium, ma il Campidoglio teme che se la freghino…”. Ipotesi mica remota: la febbre per gli Oliver Onions è risalita altissima. La macchina da spiaggia degli anni Settanta è la memoria a motore di un decennio da sballo. Per il resto, il concerto di domani di Guido e Maurizio al Parco della Musica sarà un evento marca-stagione: una superband, un megacoro, una sorpresa in video con Kabir Bedi. “Mai suonato a Roma, se non quando io e mio fratello eravamo ragazzetti! Debuttiamo ora, dopo la settantina. Un tour? Vedremo”.

Guido, come vi è venuta l’idea di tornare in pista?

Andammo ospiti al Lucca Comics. Tra i molti in fila per farsi firmare i dischi, si fece avanti un ragazzo. Ci raccontò che era stato suo padre a fargli ascoltare i nostri pezzi, da quando aveva tre anni. ‘Papà non c’è più, mi siete rimasti solo voi due’, confidò. Scoppiammo a piangere. Avremmo dovuto fare qualcosa per ricompensare l’amore di quattro generazioni.

Già due anni fa a Budapest omaggiaste Bud Spencer, morto giorni prima.

Vennero in ventimila.

Bud, anzi Carlo, era vostro amico. Voi l’anima musicale dei suoi film.

Sul set era quello burlone, Terence Hill era più concentrato. Carlo andava fiero della sua La pelota redonda: ce la cantava sempre, tra le risate. In studio per Più forte ragazzi combinammo uno scherzo al coproduttore, un tipo precisino. Noi e Carlo suonammo Flying through the air come fosse una lagna e quello impallidì. ‘Cos’è sta roba?’.

Il cinema italiano di quegli anni ha il vostro suono allegro.

Il primo fu Nino Manfredi. Quando Morricone e Bacalov lasciarono la Rca, noi De Angelis lavorammo sugli arrangiamenti dei cantanti. Morandi, i Ricchi e Poveri, Nicola di Bari. Con Nino reinventammo Tanto pe’ canta, che sbancò Sanremo. Lì ci disse: faccio un film, mi scrivete le musiche? Era Per grazia ricevuta.

Viva Sant’Eusebioooo…

Diventò un tormentone grazie ad Arbore e Boncompagni. Trovai un coattone in un bar sulla Flaminia. Gli proposi di cantarlo, si presentò impomatato, con una camicia a fiori. Manfredi ne fu entusiasta.

Anche con Dalla ebbe un colpo di genio.

Lucio stava registrando Itaca: era disperato, gli mancava il coro dei marinai e il tempo stringeva. Andai dal presidente della Rca, gli chiesi di fermare il reparto pressaggio dei dischi per un’ora. Lui obiettò che fosse un costo. Corsi dagli operai, cento uomini e donne in tuta blu. ‘Ve va de fa’ un disco?’. Un attimo dopo erano in sala. Lucio saltò sul divano dalla gioia.

Lavoraste con Gabriella Ferri. Perle come “Sempre” o “Remedios”.

Era una sorella. Abbiamo scritto per ben due volte la sceneggiatura tv della sua vita, ma da anni la Rai non ci dà risposte. Eppure vedo tante biografie: Modugno, De André, ora Mia Martini. Micaela Ramazzotti era pronta per il ruolo di Gabriella. Avevamo anche risolto poeticamente, d’accordo con il vedovo e il figlio della Ferri, l’incaglio della morte tragica, il volo giù dalla casa di Corchiano. Il film inizia con una finestra aperta, le tende mosse dal vento, l’alba che spunta e lei che canta Grazie alla vita….

Con Mal, invece, i rapporti non sono rimasti idilliaci.

Da 40 anni Mal sputa nel piatto dove mangia. Noi avevamo già scritto hit come Sandokan e Orzowei. Gli affidammo Furia, deludendo un altro divo pop. Il pezzo ha venduto un milione e mezzo di copie. Lui si lagna perché lo identificano come un cantante per bambini? Gliel’ho detto: ‘Continui a fare serate e incassi i diritti d’artista. I guadagni li devi a Furia’

Tanti fan vip. Come Tarantino.

Ci omaggiò in Grindhouse. Maurizio andò alla Mostra di Venezia, Quentin gli disse che nei film voleva pezzi alla Oliver Onions. Non sapeva chi avesse davanti. Gli fu detto. Sbarrò gli occhi e fece un inchino.