“Pompei e Venezia, così il turismo non paga”

È tra le mete più visitate in Italia, in una regione, la Campania su cui sono passati 18,8 milioni di persone provenienti da tutto il mondo. Pompei, uno dei siti archeologici più importanti e più tristemente noti alle cronache del nostro paese, continua a mantenere anche un altro primato. Proprio quest’ossimoro tra attrazioni e danni. Da un lato, ieri, la scoperta della testa dell’uomo zoppo che cercando di mettersi in salvo dalla lava e dai lapilli era stato “eternamente fissato” mentre guardando il Vesuvio, veniva schiacciato da un masso di trecento chili. Ma la testa, no. La testa ora ci racconta che zoppicando a bocca aperta, è finito più atrocemente: riempito dalla bocca proprio dalla lava e i lapilli da cui cercava scampo. Straordinaria prova di ricerca archeologica. Dall’altro, il direttore del Museo di Pompei, Massimo Osanna, che, stanco di dover raccogliere reperti deteriorati dal tempo o staccati dai turisti e per difendere entrambi dagli attacchi terroristici mette in campo la proposta di dotare il sito di metal detector e guardie armate. “È un po’ come pensare di raddoppiare la sorveglianza per dare l’impressione che le strade siano più sicure. Non si può mettere un agente a guardia di ogni cittadino. È una proposta inattuabile”. Corrado Del Bò insegna Etica del Turismo e sul tema dei viaggi di massa ha scritto per Carocci editore Etica del turismo. Responsabilità, sostenibilità, equità.

Professore, non è a rischio solo Pompei. Come è vigilato il turismo in Italia?

Pensare a un controllo pervasivo è sostanzialmente impossibile soprattutto quando riguarda spazi aperti. Dovresti avere un sorvegliante a persona e non è possibile né per i costi né per l’organizzazione. Meglio presupporre una ragionevolezza di fondo dei visitatori. Anche nel caso del turista americano che ha fatto crollare la colonna di Pompei, pare che ci fosse colpa, ma non dolo.

Ma è anche una questione di numeri.

In linea generale quante più persone passano in un luogo, tante più probabilità ci sono che qualcuno di loro provochi dei danni. Ma è vero che l’atteggiamento del turista, soprattutto quello di massa è: sono in vacanza, non mi rompete le scatole con le regole.

Quanti danni provoca la massa al patrimonio?

Quello che ci colpisce è un danno puntuale. Ma forse bisogna iniziare a riflettere sui danni del turismo in quanto turismo. Il saldo non sempre è positivo. Questo è il punto

Un esempio?

Una ricerca su Bologna in quanto città turistica ha scoperto che l’arrivo della massa ha fatto alzare i prezzi degli affitti, aumentando la concorrenza con le case destinate agli abitanti locali, che si sono dovuti spostare in periferia. Ed è solo una delle città in cui questo accade. È successo a Dos Santos (Gran Canaria) già decine di anni fa con l’arrivo dei pensionati svedesi.

Che succede in questi casi?

Si verifica una vera e propria sostituzione di una comunità con una ‘non comunità’.

Cosa pensa dell’esperimento dei tornelli a Venezia?

Non si possono inserire le barriere e poi far arrivare le grandi navi. Sembra più un’operazione cosmetica, perché chi arriva in nave deve poi passare per i tornelli. Una qualche forma di regolamentazione ci vuole, ma dipende da come si concretizza.

Per quanto riguarda gli scavi, come si fa?

Bisogna trovare un equilibrio per contemperare le esigenze degli archeologi con l’attività turistica. Quest’ultima non deve pregiudicare lo scavo. Da professore tendo a pensare a privilegiare gli scavi rispetto al turismo. In astratto è una scelta molto facile, in concreto le due cose confliggono.

Nel caso dei Musei Vaticani?

La Cappella Sistina è l’esempio di un luogo chiuso dove si potrebbe regolamentare l’accesso e non lo si fa. Mentre al Cenacolo Vinciano sì. Il punto che si fa fatica a capire che un limite negli accessi contemporanei, quindi un differimento dei flussi va a vantaggio del visitatore. Non si può visitare l’opera di Michelangelo con le maschere che battono le mani urlando silent please.

Il bilancio tra il guadagno per il turismo e i danni che questo provoca qual è?

Non so se ci siano dei numeri reali al riguardo. Ma esiste la prospettiva per cui il turismo è necessariamente a saldo positivo. Magari è vero. Ma dobbiamo anche considerare le esternalità negative. Ad Amsterdam si sono posti il problema, valutando anche l’aumento delle spese per la sicurezza e quelle sanitarie, ad esempio. Non voglio essere apocalittico, il turismo è una bella cosa. Ma se dobbiamo fare un bilancio va fatto più ad ampio spettro.

Beveroni e minestrine, il telemarketing è social

Qualche settimana fa mi sono imbattuta in un post su fb di una ragazza di Ravenna, tale Cristina, che a corredo di un suo selfie con tre signore visibilmente in carne sullo sfondo, aveva scritto “Festa di fine anno della scuola di mia figlia. Mamme, iniziate Slim and F., altrimenti i vostri mariti si girano a guardare altre mamme più curate!”. Seguiva uno scambio di battute con un’altra ragazza che confermava come durante la festa della scuola, i mariti delle altre guardassero loro due belle e magre e non le proprie mogli. La storia è finita in tragedia, con la scuola che l’ha convocata, minacce di denunce, lei che si è detta distrutta, un oscuro “ho perso il lavoro, sono disperata”. La faccenda mi era parsa surreale.

È vero che ormai, se sei scemo, grazie ai social hai il privilegio di farlo sapere rapidamente a tutti, ma in questo caso non capivo come fosse possibile che una madre si fosse esposta in maniera così fessa, dileggiando docenti e madri della scuola della sua bambina. Poi, in un’intervista successiva, Cristina, alla domanda “che lavoro facevi?” ha dichiarato: “Non voglio dirlo. Chi mi dava lavoro non è un’azienda ma una sorta di stile di vita! Le mie clienti mi ringraziavano, mi dicevano ‘Tu sei tutte noi!’”. A quel punto, ho capito che c’era qualcosa di strano. E ho scoperto il magico mondo Juice plus, di cui Cristina faceva parte e sul cui nome ha deciso di sorvolare (forse) perché il marito lavora nella Guardia di finanza (e di questo parlerò più avanti). Vi ricordate Herbalife, la faccenda del marketing piramidale e l’esercito di invasati che giravano con adesivi sul cofano dell’auto, spillette e opuscoli motivazionali che al confronto i venditori ambulanti di Bombay sono persone schive? Ecco, oggi la storia si è evoluta ed è nata Juice Plus, che usa i social per espandersi, rincretinire le Cristine sparse per il mondo e, ovviamente, guadagnare un sacco di soldi spillandoli a chi vuole dimagrire. La Juice Plus è una azienda americana che vende sia sostitutivi dei pasti a base proteica che multivitaminici. Naturalmente, a prezzi imperdibili. E tramite network marketing. Sette barattoli di capsule denominate Miscela bacche o Miscela verdure, per dire, costano 319 euro, ma ci sono anche i soliti beveroni al cioccolato, alla vaniglia e le minestrine chiamate vegetable soup che fa più figo. Fin qui, la solita solfa. Ne compri un paio e dopo due mesi sono ancora nell’armadietto della cucina con le farfalle da dispensa che gli girano intorno. La novità sta nel fatto che Juice plus non si limita a vendere prodotti ma recluta venditori col classico sistema di marketing multilivello (prendi provvigioni anche dalla rete dei tuoi sottodistributori) indicando come bisogna comportarsi sui social. I profili dei venditori Juice plus sembrano un inquietante esperimento di lavaggio del cervello ai danni di studentesse, mamme, casalinghe a cui viene data una lista di cose da pubblicare per sembrare magre, felici, vincenti e soprattutto benestanti grazie al lavoro dei sogni: vendere beveroni. Le bacheche cloni prevedono pubblicazione di tot post al giorno con frasi motivazionali alla Osho del Tufello, di foto sorridenti con i figli perché vendere beveroni ti permette di lavorare da casa, ritratti di cibi sani e colorati, foto di scambi su Whatsapp con le clienti che ti ringraziano perché erano grasse e infelici e ora grazie a te hanno il culo di Belén e la pace interiore del Dalai Lama.

E poi consigli dietetici, foto fuffa del prima e del dopo, mamme che lodano le altre mammine. C’è perfino quella che scrive “Lavoro online e grazie a Juice plus posso fare i lavori di casa con le mie manine senza delegare! La mia casa voglio tirarla a lucido io stessa!”. C’è la tizia che pubblica le foto in perizoma della figlia 13enne per far vedere quanto è dimagrita. E poi bisogna lasciar intendere che a vendere capsule ai mirtilli si guadagna bene, benissimo, quindi foto con nuovi acquisti e borse firmate. Il fatto che nessuna di queste tizie sia una nutrizionista o dietologa naturalmente è un particolare non trascurabile. Eppure, a leggere forum, bacheche e scambi tra consumatrici e rivenditrici, i consigli dietetici e alimentari sono una costante, pure se fino al giorno prima facevano le commesse alla Upim. Nel loro curriculum, del resto, alla voce lavoro c’è “Trasforma la tua vita adesso” , “Volere è potere”. Ognuna delle venditrici possiede un codice. Se ti convincono a comprare qualcosa online, tu utilizzi il loro codice. Loro guadagnano il 10%. Dai mille euro in su di venduto, la loro provvigione aumenta. Ci sono ingegneri, commesse e dipendenti comunali che si sono licenziati per inseguire il sogno Juice plus. Quelli che vendono molto creano il loro team di distributori e diventano “president”. La caratteristica dei president è ostentare. Far sapere che sono i king dei beveroni e che grazie alle minestrine liofilizzate rischiano di finire sulla copertina di Forbes. Il team Unstoppable è quello dei più esaltati, la frangia più delirante. Dentro c’è Claudio Capozza che pubblica le foto della sua Porsche fiammante con scritte tipo “Sei già dentro al miracolo!”. Ci sono anche i due fondatori ex camerieri e informatici di Unstoppable, i fratelli Orrù, che pubblicano le foto della casa con la piscina che si sono comprati grazie a Juice Plus ricordando che ce l’hanno fatta grazie alla “scintilla di libertà” che hanno intravisto nei beveroni. Se sei nel team Unstoppable sui social devi fare quello che ti dicono loro. Se non lo fai, sei espulso.

Chiedo a M., una rivenditrice, come avvengano i pagamenti. “Ci paga una filiale svizzera (ma guarda il caso), ogni 10 del mese sono puntualissimi con il bonifico”. Domando se l’azienda richieda la fattura o la ritenuta d’acconto prima di fare un bonifico. Mi risponde che no, sta alla correttezza del singolo dichiarare i soldi al fisco. “E comunque chi guadagna davvero sono quelli tipo gli Orrù, chi sta al vertice, visto che chi compra Juice plus sono migliaia e migliaia di persone…”, aggiunge. Insomma, un’orda di casalinghe che si improvvisano nutrizioniste, un esercito di invasati che si fomentano reciprocamente a meeting motivazionali con finti premi e celebrazioni da notte degli Oscar, un sistema di marketing piramidale che in teoria sarebbe anche vietato dalla legge e guadagni che finiscono dritti sul conto con una percentuale di nero tutta da verificare. Del resto, si parla di diete e si sa, il nero sfina.

Mail Box

 

Persino la cura dei boschi può contribuire all’integrazione

Sono completamente d’accordo col professor Luca Ricolfi, intervistato sul Fatto di ieri: le politiche per l’integrazione degli immigrati sono state, in questi anni, inadeguate rispetto all’ampiezza dei problemi e dei bisogni.

La risposta avrebbe dovuto essere quella di una strategia rivolta all’orientamento e alla formazione professionale degli ospiti giunti dall’Africa e dall’Asia, soprattutto verso quei lavori che i giovani italiani disdegnano per mille motivi. Non a caso le stalle dei bovini, in provincia di Cremona, sono affidate da anni nelle capaci mani di pachistani ed indiani, giunti qui senza dover sfidare la morte.

In un altro versante, frequentando l’alta val Trebbia, mi sono accorto dell’abbandono dei boschi, fonti un tempo di cure e di reddito. E nel contempo ho incontrato giovani immigrati africani e asiatici, ospitati in agriturismi della zona, in attesa di non si sa bene che cosa.

Mi chiedo allora perché non si possano utilizzare i finanziamenti del Fondo sociale europeo per formare, con queste persone arrivate da lontano, delle figure di operatori in selvicoltura per ridare dignità alle terre collinari boscate, premessa per un rilancio economico e turistico di ampie zone montane d’Italia.

Agostino Melega

 

Pratichiamo “vacanze solidali” scegliendo Paesi accoglienti

Rispettiamo i loro sacri confini.

Quest’estate non disturbiamoli inserendoli tra le mete dei nostri viaggi: Malta, Gran Bretagna, Austria, Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Estonia, Lettonia, Lituania, ecc…

Lasciamoli nel loro egoistico isolamento, emarginiamoli nella loro solitudine, nella stolta convinzione di bastare a se stessi e di non aver bisogno del resto del mondo. Lasciamoli sperimentare la pericolosa tentazione all’autarchia, di cui la storia ha già registrato il fallimento, insieme ai “sovranisti” nostrani. Hanno cercato l’Europa e ora le voltano le spalle.

In attesa che vengano assunti provvedimenti da parte dell’Unione europea, facciamo sentire la nostra opinione di cittadini: cancelliamo questi Paesi dalle possibili mete delle nostre vacanze. Facciamole altrove, dove l’accoglienza è autentico desiderio di incontro e non solo occasione economica per sfruttare i turisti. Pratichiamo vacanze solidali.

Melquiades

 

La lotta contro i mulini a vento per riuscire a eliminare i vitalizi

La normativa per abolire i vitalizi non è ancora in vigore perché deve essere ancora approvata la delibera attuativa che già i parlamentari della vecchia politica che godono di vitalizi da tempo per aver “lavorato” pochi anni, insorgono e minacciano il governo di fare ricorso.

In un paese dove i politici i privilegi se li pensano, se li inventano, se li approvano, se li applicano e se li godono senza nessuna vergogna nei confronti dei cittadini che li pagano profumatamente spesso solo per fare danni, è praticamente impossibile toglierli.

È come lottare contro i mulini a vento, si sbatte contro un muro di gomma e, solitamente, pure contro la Corte costituzionale che salva sempre i privilegi della casta (facendone ovviamente parte) perché toglierli sarebbe incostituzionale.

E invece non è mai altrettanto incostituzionale togliere i diritti acquisiti ai cittadini, come nel caso delle loro pensioni o del lavoro, ecc.

Monica Stanghellini

 

Il rischio di non differenziarsi dalla grancassa della Lega

Anche il Movimento 5 Stelle, come prima la sinistra, può cadere in un errore molto grave: soggiacere all’attuale alleanza quasi obbligata.

E non rimarcare nettamente le differenze sostanziali che ci sono tra una sana volontà di recupero dei valori etici fondamentali e la consueta grancassa che cerca di aumentare il consenso.

Non a caso, in questi giorni, c’è un’enorme crescita soltanto per il partito di Salvini.

Giampiero Buccianti

 

I Comuni costretti a risarcire per le confische degli ecomostri

Salvini dichiara guerra alla Corte di Giustizia europea se continuerà a difendere le proprietà fondiarie degli ecomostri dalle confische disposte dai Comuni.

Intanto il suo governo potrebbe da subito ordinare agli organismi ministeriali di smettere di richiedere ai Comuni (come fatto dai Governi precedenti) di accollarsi il risarcimento alle proprietà fondiarie (decine di milioni di euro) stabilito dalla Corte a carico dell’Italia, trattandosi per lo più di violazione di vincoli paesaggistico-ambientali nazionali.

Sarebbe un incentivo concreto ai Comuni a proseguire sulla strada virtuosa della lotta all’abusivismo, anziché l’ammaestramento a lasciar correre e non impicciarsi oltre l’ordinaria amministrazione

Sergio Brenna

Nell’edizione del Fatto Quotidiano di ieri, 29 giugno, a pagina 3, nell’articolo “Porto di Malta chiuso per le Ong”, la foto non è del vicepremier Chris Fearne ma di Louis Grech, che quella carica ha ricoperto fino al 5 giugno 2017.

fq

Bari. Ministero della Giustizia e Comune rendano presto agibile il Tribunale

 

A qualcuno potrebbe venire il dubbio che le tende installate nel Tribunale di Bari in sostituzione delle aule di udienza siano state un’operazione di drammatizzazione un po’ eccessiva vista la conoscenza datata del problema statico dell’edificio. Al dubbio si accompagna il timore o il sospetto che tutto servirà a favorire soluzioni di emergenza, come per il terremoto che le tende ricordano tanto. L’emergenza si sa è la madre di tutti gli affari, quella che copre i difetti di procedura. Ora i privati (costruttori) saranno ben felici di monetizzare a proprio vantaggio i problemi presentandosi come salvatori delle istituzioni patrie. Per dirla in breve occorre vigilare perché le pur legittime doglianze (espresse al meglio in tv da noti avvocati baresi) non aprano una corsia preferenziale a interventi frettolosi prima e grossi interventi urbanistici poi. Che tutto non diventi l’ennesimo grosso affare realizzato, come nei peggiori condomini, in nome dell’urgenza e della tutela dell’incolumità comune.

Franco Prisciandaro

 

Gentile Franco, l’emergenza c’è, esiste almeno da quindici anni, tutti lo sanno e nessuno ha risolto il problema. La dichiarazione di inagibilità del Tribunale di Bari non è la prima: come nel caso di altri edifici pubblici e privati la prima indicazione del “rischio crollo” non era bastata. Le tende “da terremotati” montate per amministrare la giustizia costituiscono indubbiamente una drammatizzazione ma troppo spesso in Italia sono necessari gesti eclatanti perché si metta mano a interventi indispensabili e “normali”. Non c’è dubbio che a Bari, come accadrebbe altrove, siano in agguato interessi privati che nell’emergenza possono trovare corsie preferenziali per interventi urbanistici frettolosi o speculativi, in danno delle finanze pubbliche e della collettività. Nella stessa Avvocatura sono emersi punti di vista diversi, se non antitetici, sull’emergenza e sulle corrette modalità per trattarla. Il decreto del ministro Alfonso Bonafede che ha sospeso i processi è stato criticato dall’Anm perché i gruppi criminali saranno favoriti dalla prescrizione. È necessario che il ministero della Giustizia e il Comune agiscano in fretta per affrontare una questione che, a detta di molti, non era più rimandabile. E che l’informazione e l’opinione pubblica vigilino attentamente sugli interventi che saranno realizzati.

Alessandro Mantovani

Almirante & c. Le strade che indicano l’oblio

“I parafulmini devono essere saldamente infissi nel terreno. Anche le idee più astratte e più speculative devono essere ancorate nella realtà, nella materia delle cose. Che dire allora dell’idea di Europa?”. Con queste parole si apre una pagina specialmente intensa del saggio Una certa idea di Europa di George Steiner (2004).

Steiner definisce la sua idea di Europa, per opposizione all’America, secondo cinque parametri, esposti con grande forza metaforica. Per citarne uno solo, l’Europa di Steiner è un luogo di memoria dominato dalla sovranità del ricordo. Perciò non ci sono né 5th Avenue come a New York né F Street come a Washington. Le nostre strade sono intitolate a personaggi storici, “prova di una fortissima volontà di ricordare”.

Non sono passati vent’anni, ed è già ora di chiederci se è ancora così. Se i nomi delle strade servono a ricordare, o non piuttosto a dimenticare. Che cosa, infatti, dovrebbe ricordarci l’iniziativa di intitolare a Giorgio Almirante una via di Roma? Non ripercorriamo, per carità di patria, la delibera del Consiglio comunale, la prima reazione del sindaco (“l’aula è sovrana”), seguita da un veloce dietrofront, le dichiarazioni del ministro dell’Interno “Ci sono via Marx, via Togliatti e via Stalingrado, non vedo quale sarebbe il problema – la storia non si processa ma si ricorda”. Chiediamoci: che cosa ricorderebbe una “via Almirante” agli smemorati consiglieri che dicono di averla votata perché non sapevano chi Almirante mai fosse? Per loro, i nomi delle strade servono per ricordare, o per legittimare l’oblio?

“Quale sarebbe il problema”? dice il baldanzoso ministro. Rispondiamo con le parole dello stesso Almirante, scelte fra tante, troppe, del tutto simili: “Il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia, e sia viva in tutti, la coscienza della razza. Il razzismo nostro deve essere quello del sangue, che scorre nelle mie vene, che io sento rifluire in me, e posso vedere, analizzare e confrontare col sangue degli altri. Il razzismo nostro deve essere quello della carne e dei muscoli; e dello spirito, sì, ma in quanto alberga in questi determinati corpi, i quali vivono in questo determinato Paese; non di uno spirito vagolante tra le ombre incerte d’una tradizione molteplice o di un universalismo fittizio e ingannatore. Altrimenti finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei; degli ebrei che, come hanno potuto in troppi casi cambiar nome e confondersi con noi, così potranno, ancor più facilmente e senza neppure il bisogno di pratiche dispendiose e laboriose, fingere un mutamento di spirito e dirsi più italiani di noi, e simulare di esserlo, e riuscire a passare per tali. Non c’è che un attestato col quale si possa imporre l’altolà al meticciato e all’ebraismo: l’attestato del sangue”. La citazione (15.3.1942) è dalla famigerata rivista La difesa della razza, di cui Giorgio Almirante fu segretario di redazione. Dietro ogni sillaba ci sono famiglie distrutte, ebrei deportati, case e patrimoni saccheggiati, vecchi e bambini in carri bestiame, camere a gas, delitti infami. In nome della “purezza” del “sangue italiano”. Se Salvini “non vede il problema”, sarà perché gli consta che Almirante si è pentito della sua complicità con gli assassini? Da parte di un Ministro dell’Interno, sarebbe il minimo.

Steiner non poteva immaginare nulla di questo, scrivendo la pagina da cui siamo partiti. Ma non poteva trovare metafora più adatta dei parafulmini che “devono essere saldamente infissi nel terreno”. Oggi più che mai abbiamo bisogno di parafulmini, perché oggi più di ieri si addensano sulle nostre teste nubi nerissime, e i fulmini del razzismo tornano a imperversare. Forse ci sono già addosso, e non ce ne siamo accorti abbastanza. I fulmini, dico, non del passato che abbiamo ereditato dal fascismo, ma del futuro che ci minaccia. “Il gioco dei meticci e degli ebrei” era il bersaglio della Difesa della razza, e delle leggi razziali di cui ricorre quest’anno l’80° anniversario. La purezza della “razza italiana”, “della carne e dei muscoli” secondo Almirante, doveva essere l’ideale supremo. Ma se c’è un vanto che gli italiani dovrebbero rivendicare, è di essere meticci quanto nessun altro. Greci, romani, etruschi, italici, fenici, ebrei nell’antichità. Longobardi, arabi, catalani, francesi, slavi, albanesi nel medioevo. Turchi, spagnoli, austriaci, tedeschi, e altri ancora da allora in poi. È da questo straordinario, intrecciatissimo meticciato che nasce la civiltà italiana come la conosciamo. Per non dire di un altro e sempre vivo meticciato, il continuo innesto di migranti italiani in tutta Europa e in ogni altro continente. Perciò la lotta contro il “meticcio” è un progetto funesto e suicida.

Secondo la propaganda di cui Almirante fu paladino, gli ebrei vorrebbero astutamente “dirsi più italiani di noi, e simulare di esserlo, e riuscire a passare per tali”. A parole forsennate come queste, il MEIS (Museo dell’Ebraismo Italiano e della Shoah) aperto da pochi mesi a Ferrara offre una risposta forte e pacata. La mostra di prefigurazione con cui ha aperto (catalogo Electa) ha un titolo eloquente: Ebrei, una storia italiana. I primi mille anni. Per ricordare agli italiani (anche a quelli che delle leggi razziali non sanno nulla) che una comunità ebraica esiste sul suolo italiano da oltre duemila anni. E ricordarlo con la piana efficacia degli oggetti d’uso comune, dei poveri resti di esseri umani come noi. Oggetti, nomi di umili donne e uomini che percorsero le strade della Roma imperiale, e i cui discendenti abitano fino a oggi la stessa città. Poche volte, come al MEIS, l’archeologia ha saputo dimostrare la silenziosa potenza di quella che potremmo chiamare la memoria delle cose.

Memoria e oblio sono, entrambi, attori centrali del grande dramma della storia. Sta a noi scegliere. Sta a noi sapere, o ignorare, che la cultura e le tradizioni ebraiche sono una componente essenziale della storia nazionale italiana, e non una volgare furbizia di infiltrati. Che l’Italia, anzi, ha una responsabilità speciale nel coltivare la memoria della storia ebraica: perché da Roma partirono, con Tito e con Adriano, eserciti che distrussero Gerusalemme e il Tempio (nulla lo ricorda con tanta arte e tanta violenza come l’arco di Tito). Nell’Europa multiculturale che si va formando (e che nessun respingimento potrà fermare), inveire contro i meticci o celebrare chi lo ha fatto 80 anni fa è prova di dannosa cecità. Lo è anche quando venga cinicamente sbandierata per i micro-calcoli di una politica da quattro soldi, pronta a tutto pur di raccattare voti, alleanze, consensi effimeri.

I migranti e la trappola degli Hotspot

All’alba di ieri il Consiglio europeo ha adottato alcune conclusioni sulle migrazioni. Proviamo a capire se offrono spunti interessanti. Il documento finale è alquanto articolato e qui mi limiterò a parlare di luogo di sbarco per le persone soccorse in mare e dei cosiddetti hotspot. Le conclusioni indicano che, per eliminare gli incentivi a intraprendere viaggi pericolosi, occorrono due azioni complementari per lo sbarco delle persone soccorse in mare. In primis, istituire piattaforme di sbarco “regionali” presso gli Stati terzi disposti ad accoglierle e con il sostegno di Unhcr e Oim.

Lì verrebbero distinti i richiedenti asilo genuini dagli altri. In secondo luogo, coloro che non fossero smistati nei centri extra-Ue sarebbero trasferiti in centri collocati in Stati membri che abbiano dato il consenso. Anche qui verrebbe operato uno screening, con pieno sostegno logistico e finanziario dell’Ue. Le persone bisognose di protezione sarebbero poi ricollocate verso altri Stati membri in omaggio al principio di solidarietà, ma solo verso Stati membri che acconsentano a ciò: una solidarietà à la carte, cioè. Tutto quanto detto è configurato come una soluzione tampone, che lascia impregiudicata la riforma di Dublino (rimasta purtroppo sullo sfondo).

Che dire sugli hotspot esterni? L’esperienza dei centri di transito lungo le rotte migratorie (ad esempio in Mali o in Niger) o dei campi co-gestiti dall’Unhcr in Paesi di primo asilo insegna che questa via è irta di ostacoli politici e giuridici. Innanzitutto serve il consenso del paese di sbarco e poi quello di Unhcr e Oim. Per i primi, i potenziali candidati (Algeria, Egitto, Libia o Tunisia) hanno già negato un loro interesse. Si tratta di Paesi con problemi di vario ordine, che legittimamente possono dire di no. Del resto, è reale il rischio che le persone sbarcate restino a loro carico, vista la riluttanza degli Stati europei ad assumere impegni vincolanti e preventivi su tempi e numeri dei successivi reinsediamenti di rifugiati. Le promesse vaghe non bastano, come dimostrato nel caso del centro in Niger per le persone evacuate dalla Libia. Ma anche ove i paesi terzi acconsentissero, restano difficoltà giuridiche e pratiche di non poco conto. Unhcr e Oim hanno chiarito all’Ue che non si impegneranno in centri ove non sia garantito ai migranti il rispetto dei diritti fondamentali. L’Ue e i suoi Stati membri dovrebbero stare ben attenti al riguardo, per evitare di incorrere in responsabilità giuridiche (a proprio carico, come paesi, e a carico dei propri funzionari). E poi, chi gestirebbe le strutture o chi deciderebbe sui migranti? Come sarebbe tutelato l’accesso alla giustizia in caso di diniego? Infine, anche ammesso che questi centri fossero costituiti con adeguate garanzie (il che include il divieto di detenzione a tempo indeterminato), le persone non ammesse alla protezione internazionale dovrebbero essere rimpatriate. Ma dove? Gli stessi ostacoli pratici al rimpatrio che hanno gli Stati europei sussistono – e in misura anche maggiore – per quelli africani.

I migranti esclusi ricadrebbero probabilmente nel circuito dei trafficanti, pronti ad attenderli nei paraggi dei centri per offrire i loro “servizi”. Un vero e proprio corto circuito, insomma. Va meglio con gli hotspot in territorio Ue? Difficile dirlo. In teoria, con un preventivo accordo quadro tra una massa critica di Stati di ricollocazione e per numeri congrui di persone, potrebbero porsi le basi per alleviare il fardello degli Stati di prima linea. Ma pare che nessuno (o quasi) voglia accettare tali hotspot sul proprio territorio, così come nessuno (o quasi) sia disposto ad assumere in anticipo obblighi stringenti sui successivi ricollocamenti. Ottenere di volta in volta il consenso dei partner, del resto, non pare un’alternativa praticabile. In sintesi, delle conclusioni che sul tema qui affrontato non concludono un granché.

Professore di Diritto internazionale

Quando i magistrati e i giornalisti entrano in politica

 

“E così non siamo né quelli che eravamo un tempo né quelli che dovremmo essere ora”

(da “Giustizia” di Friedrich Dürrenmatt – Adelphi, 2011 – pag. 40)

 

Per motivi di spazio e d’impaginazione, mancano due righe al titolo di questa rubrica. Quando i magistrati e i giornalisti entrano in politica… non possono più tornare indietro, aggiungiamo dunque per completarlo. Vale per entrambe le categorie, sia per chi fa giustizia sia per chi fa informazione.

Chi lo ha stabilito? Al momento, nessuno. Ma per i magistrati lo stabilirà – speriamo presto – una nuova legge appena annunciata dal Guardasigilli, Alfonso Bonafede, nel suo primo incontro ufficiale con il Csm. E per i giornalisti, in verità, dovrebbe bastare già la deontologia, cioè il senso della propria autonomia e indipendenza, l’obbligo di salvaguardare l’una e l’altra rispetto a ogni potere costituito.

Naturalmente, il problema si pone in modo diverso per i due ordini professionali. Un magistrato che smette la toga per indossare una casacca politica perde automaticamente l’aura dell’imparzialità, requisito fondamentale per esercitare la propria funzione, tanto in sede giudicante quanto in sede requirente. Diventa uomo di parte, si schiera, dichiara un’appartenenza di cui non potrà più disfarsi.

Facciamo l’esempio della corruzione. O di qualsiasi altro delitto contro la pubblica amministrazione. Come può un magistrato che ha fatto politica indagare su un ex compagno di partito o peggio ancora giudicarlo serenamente? E soprattutto, quanto può risultare legittima e credibile la sua attività giudiziaria, in un’ipotesi o nell’altra, agli occhi della pubblica opinione?

Anche il più onesto e integerrimo magistrato rischierebbe di non apparire imparziale nei confronti della propria “famiglia” politica. Perfino quando si trovasse a inquisire o condannare i suoi ex colleghi sarebbe sospettabile di rancore, risentimento o spirito di vendetta. Di essere, insomma, “partigiano” al contrario.

Farà bene, perciò, il ministro Bonafede a portare avanti la sua proposta e il Parlamento ad approvarla. Auspichiamo questa riforma, e non da oggi, nell’interesse dei cittadini e anche della magistratura, della sua autorevolezza e della sua rispettabilità. La toga non è compatibile con una tessera o un distintivo di partito.

Analogo, seppure con tutte le differenze del caso, è il ragionamento per i giornalisti. Quando il direttore di una testata, l’editorialista o l’inviato, il conduttore o la conduttrice di un talk-show entra in politica, di fatto rinuncia alla propria imparzialità; abdica al proprio ruolo e alla propria funzione; sceglie di schierarsi. E se poi torna scrivere o a condurre un programma televisivo, rimane uomo o donna di parte per tutta la vita, anche se dovesse rinnegare in futuro quell’appartenenza.

Parliamo, ovviamente, di giornalisti a tempo pieno, professionisti integrati in una redazione o in una rete. Non degli opinionisti e dei commentatori esterni che, in quanto tali, continuano ad avere – come tutti gli altri cittadini – il diritto costituzionale di esprimere liberamente le proprie idee, attraverso qualsiasi mezzo di comunicazione, pur restando ex politici a tutti gli effetti, senza via di ritorno.

La giustizia e l’informazione sono “poteri” troppo forti per essere confusi con quello legislativo, esecutivo o amministrativo, a livello nazionale o locale. E rispondono a compiti e responsabilità troppo delicati per sovrapporsi alla politica. Chi decide di indossare una “maglia”, non può più fare l’arbitro.

Il riposo domenicale salverà la civiltà

La proposta del ministro del Lavoro Di Maio di chiudere i negozi la domenica s’inserisce in quello che è forse il progetto più ambizioso del programma a Cinque Stelle e che Grillo ha chiamato “il tempo liberato”: privilegiare il valore-tempo sul valore-lavoro. Progetto ambizioso perché va contro uno dei totem del nostro modello di sviluppo: la produttività. Noi non possiamo sacrificare tutto alla produttività, cioè all’equazione produzione-consumo, per cui il consumo, anche quello domenicale, fa da supporto alla produzione e viceversa. In fondo anche Dio “il settimo giorno si riposò”.

Questo lo aveva capito un Papa, Wojtyla, che parecchi anni fa invitò a rispettare il riposo domenicale. Ma rimase inascoltato. Ora i Cinque Stelle riprendono quel progetto ma in chiave laica. Il riposo domenicale significa più tempo per la contemplazione, la riflessione e anche la famiglia. Se in Italia, e in tutto l’Occidente, si fanno così pochi figli è perché siamo stritolati fra il lavoro nei giorni feriali e il consumo compulsivo durante il weekend. Insomma non abbiamo mai un vero tempo per noi stessi. Il progetto di Di Maio è avversato dalle associazioni dei consumatori, persone che non si vergognano di essersi fatte degradare da uomini a consumatori, cioè gente che deve ingurgitare, nel più breve tempo possibile ciò che altrettanto velocemente produce. Ed è avversato dalla Federdistribuzione spaventata dall’idea di perdere 12 milioni di italiani che fanno acquisti la domenica. Ma è stato capito, a quanto pare, dai sindacati: “Non esiste un diritto allo shopping” ha dichiarato il segretario della Cisl Anna Maria Furlan. E non è un caso che la Cisl rappresenti i lavoratori di cultura cattolica. E questo è un grosso salto nella storia del sindacato. Ai primordi della Rivoluzione industriale il sindacato è stato decisivo nell’arginare il massacro che le imprese stavano compiendo sui lavoratori. Si facevano lavorare anche i bambini di 6 o 7 anni, si imponevano ritmi di lavoro tali che alla fine uccidevano il lavoratore. Poi la situazione è apparentemente migliorata perché gli stessi imprenditori hanno rinunciato a spremere oltre ogni limite il lavoratore sul luogo del lavoro ma solo in funzione del fatto che avesse più tempo per il consumo, cioè che ridiventasse schiavo sia pur in un’altra forma. Il sindacato però non si è accorto che oltre ai salari e ai ritmi del lavoro c’era la questione della qualità del lavoro e del mondo che lo circonda. In questa qualità c’è innanzitutto la salute (la vertenza Ilva è emblematica). Ma nella salute rientra anche la qualità di quello che noi chiamiamo il nostro “tempo libero”. Se noi lo passiamo a consumare siamo punto e a capo. Ecco quindi la ragione della fondamentale distinzione fra “tempo libero” e “tempo liberato”.

Quello che noi stentiamo a percepire qui è stato capito nella lontanissima Corea del Sud (non del Nord) dove ci si appresta a ridurre drasticamente gli orari di lavoro dei coreani spaventati dal fenomeno del karoshi (termine non a caso coniato dai giapponesi che, sulla base della loro cultura samurai, non sono secondi a nessuno nello stakanovismo) che indica la “morte per fatica”. Noi occidentali questo punto lo abbiamo superato già da tempo quando gli stessi imprenditori, a cavallo fra Ottocento e Novecento, si accorsero che i ritmi ossessivi uccidevano la manodopera che non era più sostituibile con la massa contadina che aveva dovuto lasciare le campagne in seguito all’introduzione dell’enclosure a sfavore del regime degli open field su cui aveva vissuto per secoli. Questa massa, intruppandosi nelle città, si era alla fine esaurita. Si doveva salvare il lavoratore non per spirito di carità ma per spirito d’impresa. Più interessante per noi, arrivati a un certo livello del nostro modello di sviluppo, è una delle motivazioni che il presidente della Corea del Sud ha fornito per giustificare la nuova legge: “Dare più tempo alle famiglie”. Inutile dire che le grandi corporation stanno cercando di mettere i bastoni fra le ruote. I lavoratori devono sopravvivere sì ma solo a loro uso e, è il caso di dirlo, consumo.

Il concetto sudcoreano di “dare alle famiglie più tempo per sé” si lega anche al tentativo di stoppare il decremento demografico. Ma questo è un problema che riguarda tutto l’Occidente e l’Italia in particolare che nel mondo è in penultima posizione con una fertilità per donna di 1,3. Ecco perché il progetto a Cinque Stelle che a Dario Di Vico appare “ideologico” (Corriere, 21.6) si rivela in realtà anche molto pragmatico se non vogliamo essere sommersi dal mondo musulmano (indice di fertilità 2,5) e da quello africano (indice 5). Se non poniamo un freno alla frenesia della produttività e del consumo non ci saranno cannoni di Salvini, navi da guerra, espulsioni che potranno impedire la scomparsa della nostra civiltà. Fenomeno che si è già ripetuto molte volte nella ormai lunga storia del mondo.

Bracciale elettronico a dipendenti Avr. Accordo a Livorno

I sindacati avevano parlato di “modello Amazon” per i braccialetti elettronici messi al polso ai dipendenti della Avr, l’azienda che si occupa di raccolta di rifiuti a Livorno, e l’amministrazione guidata da Filippo Nogarin era stata fortemente criticata dalle associazioni di categoria che avevano parlato di “misure inaccettabili” lesive “della dignità dei lavoratori”, invitando l’azienda a rimuovere i braccialetti. Oggi si scopre che quegli stessi sindacati l’11 giugno scorso hanno firmato un accordo con l’azienda in cui accettano l’installazione e l’utilizzo di “impianti di rilevamento visivo e sistemi di rilevamento satellitare” per certificare lo svuotamento del cestino. L’accordo prevede che i dati relativi ai lavoratori rimangano nella disposizione unica di Avr e che da metà luglio in poi i braccialetti siano ritirati dal mercato a favore di altri strumenti per la lettura dei cestini, come i palmari. “Il paragone con Amazon era una gigantesca fake news – spiega il sindaco di Livorno Filippo Nogarin – ci hanno voluto dipingere come attentatori dei diritti dei lavoratori, ma l’accordo dimostra che non è così”.

Omicidio dell’agente Agostino, perquisito Contrada

Un album di vecchie foto insieme a Boris Giuliano, il capo della Mobile di Palermo ucciso nel 1979, la deposizione in aula di un collega nel processo in cui fu condannato e l’incipit di una lettera mai spedita al pm Nino Di Matteo, con cui voleva chiarire alcuni passaggi della sua testimonianza sul delitto di Nino Agostino, l’agente di polizia ucciso nel 1989 a Villagrazia di Carini: è il “bottino”, tutto da esaminare, sequestrato a casa di Bruno Contrada dagli uomini della Dia che ieri, a distanza da un anno dalla perquisizione disposta dai pm di Reggio Calabria, sono tornati a casa di Contrada su ordine della Procura generale di Palermo che ha avocato l’inchiesta sul delitto Agostino dopo la richiesta di archiviazione presentata dalla Procura. Contrada non è indagato, precisa il suo legale, l’avvocato Stefano Giordano, secondo cui l’ex 007, cui sono state perquisite altre due case a Palermo e a Carini, è vittima di “una persecuzione giudiziaria che va avanti da anni”.

Intercettato da una microspia, Contrada invitava il figlio a “non mettere in disordine. I fascicoli, le carte e i libri me li sistemo io poco alla volta” e quel dialogo ha insospettito gli investigatori: “Esiste fondato motivo di ritenere – è scritto nel decreto di perquisizione – che Contrada abbia ancora la disponibilità di documenti (appunti, fotografie, atti ufficiali, file) riguardanti i suoi rapporti con Paolilli (poliziotto in passato indagato per il depistaggio delle indagini sul delitto Agostino, ndr), Agostino stesso, Aiello (ex agente dei Servizi detto “Faccia di mostro”, morto un anno fa, ndr), nonché del coinvolgimento di Agostino in attività di ricerca di latitanti e altre attività extraistituzionali”. L’inchiesta Agostino aveva subito un’accelerazione l’11 giugno scorso con l’interrogatorio, tuttora top secret, del collaboratore Franco Di Carlo, tra i più informati sui contatti tra Cosa Nostra e servizi segreti deviati, e un altro step importante è previsto il prossimo 18 luglio, con l’incidente probatorio per verificare la corrispondenza di una calibro 38 sequestrata vent’anni fa in contrada Giambascio, tra l’arsenale del boss Giovanni Brusca, con l’arma del delitto Agostino.

Sullo sfondo dell’inchiesta Agostino in cui sono indagati come presunti killer i boss mafiosi Nino Madonia e Gaetano Scotto ci sono le parole del pentito calabrese Nino Lo Giudice: “Aiello era un agente sotto copertura inserito in una falange dei servizi deviati attiva all’interno del commissariato San Lorenzo. Con lui operavano altri tre o quattro 007, tra cui il poliziotto Paolilli alle dirette dipendenze di Contrada”. Parole simili a quelle di altri tre collaboratori: “C’era il nostro gruppo di fuoco. E poi un altro gruppetto non organico della famiglia – ha detto il catanese Giuseppe Di Giacomo, del clan Laudani – c’eravamo noi, Faccia di mostro. Sapevamo che frequentava un campo di addestramento di Gladio, in Sardegna”. “C’era un gruppo per le operazioni speciali, per il lavoro sporco – ha aggiunto Francesco Elmo – c’era l’agente dei servizi civili e militari a chiamata di De Francesco e per l’alto commissariato”. E il terzo, Vito Lo Forte, ha riconosciuto in foto Aiello: “Era un terrorista di destra ed era amico di Concutelli, ha fatto attentati su treni e caserme”.