Guerra sull’impianto che trasformerà l’immondizia in perle

I sindaci fanno ricorso al Tar, i comitati protestano: “È l’ennesimo inceneritore”. Ma per il resto nessuno ha tanta voglia di parlare dell’impianto che la società Newo costruirà a Bari, nella zona industriale al confine con Modugno e altri Comuni, e che la Regione ha autorizzato. Tratterà rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi con il processo di ossicombustione senza fiamma, che trasformerà l’immondizia in perle vetrose da impiegare nell’edilizia. L’ha brevettato la società Itea del gruppo Sofinter (Ansaldo), che utilizza al posto dell’aria l’ossigeno tecnico a temperature elevate, evitando – dicono gli ideatori – la formazione di inquinanti.

Un impianto pilota Itea lo ha già realizzato in provincia di Bari, a Gioia del Colle, dove vi sono sperimentazioni periodiche al momento solo con rifiuti non pericolosi. L’Arpa ha evidenziato criticità per quanto attiene alle emissioni nell’aria, la Asl ha chiesto uno studio epidemiologico. Ma intanto si va. A gennaio, la Regione ha concesso la Valutazione di impatto ambientale e l’autorizzazione integrata ambientale per la costruzione a Bari dello stesso tipo di impianto, questa volta su scala industriale. Sarà in funzione h24 per 333 giorni l’anno con una capacità di ricezione di 117 mila tonnellate annue. Circa 50 mila tonnellate in più rispetto all’intero fabbisogno regionale. Ne è derivata una battaglia giudiziaria che vede schierati i Comuni contro la Regione. Ma il presidente Michele Emiliano preferisce non esprimersi: “Non è più una questione politica, ma tecnica”, fa sapere la sua portavoce. I dirigenti che hanno dato parere favorevole tacciono. Né vogliono rispondere i responsabili della Newo di Vincenzo Chirò, banchiere e imprenditore foggiano, presidente del consiglio di amministrazione di Banca Apulia e in passato consigliere di Veneto Banca.

Newo è un affare da 19,9 milioni (la metà sono finanziamenti regionali) da qui al 2020. Il capitale sociale di 5 milioni di euro proviene per il 99% dalla Felice Chirò Marmi, di cui Chirò è presidente e per l’1% dalla Afk Srl. Quest’ultima è socia per il 49%, assieme alla cinese Delante limited con sede a Hong Kong che ha il 51%, della Felice Chirò Marmi ed è a sua volta partecipata per l’89% dalla stessa Delante Limited. La società di Hong Kong è quindi il maggiore finanziatore della Newo con sede a Foggia.

L’azienda ha dichiarato nel progetto l’obiettivo di realizzare un fatturato di 6,7 milioni nel 2020. Venderà – ha assicurato in sede di conferenza dei servizi – le perle vetrose a Vetrerie Meridionali della famiglia Vinella, un’azienda della zona che ne farà pannelli fonoassorbenti. I Vinella, autori di una lettera indirizzata alla Newo in cui si mostrano interessati all’acquisto delle perle vetrose, non hanno voluto però chiarire al Fatto se esista o meno un contratto.

L’impianto sorgerà su suolo pubblico, acquistato nel 2016 dal Consorzio Asi per l’area di sviluppo industriale. La società ha già versato circa 800 mila euro e nei documenti ha dichiarato di avere un accordo con Amiu, la municipalizzata che gestisce i rifiuti urbani, da cui si rifornirà. Ma l’accordo non esiste.

Amiu e Ager, l’agenzia territoriale della Regione per il servizio di gestione dei rifiuti, una volta montata la polemica, hanno reso noto che non vi è alcun contratto. Se i rifiuti proverranno da altre Regioni – opzione non prevista nell’iter autorizzativo – allora non sarà possibile accedere ai finanziamenti di Puglia Sviluppo.

Il sindaco di Bari, Antonio De Caro, contrario nonostante gli uffici comunali abbiano dato parere favorevole, si è opposto all’opera ricorrendo al Tar Puglia assieme ai sette Comuni limitrofi. “Quell’impianto – dice – non è autorizzabile, non è previsto nel piano dei rifiuti regionale e non è finanziabile. Non vi sono dati scientifici”. Il legale della Newo sostiene invece che “il sindaco è un politico, non decide lui sulla base delle sue argomentazioni” e che “il Comune risparmierebbe svariati milioni all’anno”. “I lavori – assicura – partiranno a settembre”.

Ma il cavallo di battaglia degli altri sette Comuni firmatari del ricorso resta la raccolta differenziata: a gennaio 2018 hanno raggiunto infatti il 74,07%. “L’obiettivo è la rottamazione di inceneritori e discariche”, fa sapere l’assessore Incoronata Maria Luciano del Comune di Modugno. In attesa della sentenza del Tar e della risposta al ricorso straordinario che il Comune di Bitonto assieme a un’associazione di cittadini ha inviato al presidente della Repubblica, oggi a Bari nei pressi dell’area dove sorgerà l’impianto è prevista una manifestazione.

“Hanno regalato alla destra la loro base sociale: un autogol”

Domenica sul “Fatto”, Antonio Padellaro ha illustrato la strategia del “Ronf ronf” del Pd, un partito dormiente che dimentica i suoi sei milioni di elettori e quelli che potrebbero tornare. Interviene Lucio Baccaro.

 

“I problemi del Pd non sono di leadership: ha perso la sua base sociale”. Come il suo predecessore, Wolfgang Streeck, Lucio Baccaro, 52 anni, può inserirsi nel dibattito sociale da un ottimo punto di osservazione. Docente di Sociologia economica all’Università di Ginevra, dirige il prestigioso Istituto Max Planck per la Ricerca sociale di Colonia, in Germania, Paese che negli ultimi decenni ha segnato il modello di costruzione europea. I risultati elettorali a sinistra non lo sorprendono affatto.

Professore, cosa sta causando la crisi del Pd?

Questa disfatta elettorale è solo l’ultimo di una serie di fallimenti dei partiti della famiglia post-socialdemocratica. Negli ultimi trent’anni hanno tentato di modificare la propria base elettorale, abbandonando il lavoratore semi-qualificato dell’industria, in declino quantitativo, e orientandosi verso la figura dell’operatore socio-culturale dei servizi. Rispetto al primo, quest’ultimo ha preferenze economiche più centriste: è meno favorevole alla redistribuzione della ricchezza coi trasferimenti statali e all’intervento pubblico in economia, ha attitudini progressiste su temi come i diritti civili e il multiculturalismo. Il problema è che questo spostamento da un lato lascia scoperto il fronte a sinistra, verso l’astensione o le incursioni della nuova destra populista; dall’altro il centro dello schieramento è già ampiamente presidiato. Progressivamente, il tratto distintivo di questi partiti è diventato quello dei valori culturali, temi però insufficienti per costruire maggioranze politiche. Il crollo finale è venuto con la crisi: l’elettorato ha giustamente percepito i partiti post-socialdemocratici come corresponsabili delle politiche di austerità, o incapaci di proporre alcunché di diverso.

Perché la leadership di Renzi è durata così poco?

La situazione italiana è in linea col trend internazionale. Renzi aveva ottenuto un successo alle Europee grazie a un equivoco, un’offerta “populista”: un leader nuovo, che avrebbe rottamato i vecchi politici, riportando la crescita. Le sue politiche economiche non sono state all’altezza ed è stato rottamato a sua volta. L’elettorato è sfiancato da vent’anni di stagnazione, il problema non è la leadership: i partiti che non migliorano la performance economica del Paese sono condannati. Vale anche per i 5Stelle, meno per la Lega, che può contare sui temi identitari. Il Pd ha poi fatto errori strategici. Con la Buona Scuola s’è alienato una buona parte degli operatori socio-culturali che dovrebbero essere, nelle intenzioni, la sua base sociale. Un autogol peggiore del Jobs act.

Da dove nasce la “fine” dei partiti socialdemocratici?

Dal fallimento della Terza Via di Blair, che tutti hanno adottato. L’idea che le politiche macroeconomiche dovessero essere sfilate ai politici e affidate a organismi tecnici o regole impersonali, e che le uniche riforme ammissibili fossero quelle di tutela dei meccanismi di mercato. Insomma, l’idea che il solo spazio lasciato alla politica fosse quello di aiutare l’individuo a competere al meglio nel mercato.

Temi come il controllo dell’immigrazione o la tutela dell’interesse nazionale, bollato come “sovranismo”, sono egemonizzati dalla destra conservatrice. La sinistra se lo può permettere?

Il termine “sovranismo” non significa nulla. Tutti i governi perseguono l’interesse nazionale nelle questioni europee, in primis Germania e Francia. Preferisco parlare della ricerca di maggiori gradi di libertà nella politica economica. Sulle migrazioni, la sinistra deve affrontare il tema in maniera meno emotiva. Non esiste un diritto individuale all’immigrazione, fermo restando il dovere all’assistenza ai rifugiati che va condiviso coi partner Ue. Quando uno Stato ammette un migrante – decisione politica, non economica – dev’essere consapevole che ha ammesso un cittadino da formare: gli deve garantire pieni diritti e opportunità. La paura che i migranti possano aumentare la pressione al ribasso sui salari va affrontata rafforzando gli standard di tutela del lavoro.

Esiste un margine d’azione per la sinistra all’interno della Costruzione europea?

La governance dell’Eurozona prevede che la politica monetaria sia affidata a una banca centrale indipendente che si occupa solo di stabilità dei prezzi, che la politica fiscale autonoma sia fortemente ridimensionata, che le riforme strutturali siano esclusivamente di liberalizzazione e privatizzazione e che le politiche dei governi siano sottoposte al controllo dei mercati finanziari. In queste condizioni, non sono possibili politiche di sinistra economica, a meno di non violare le regole, ma solo quelle di Terza Via o “sinistra culturale”. Queste però condannano i partiti post-socialdemocratici all’irrilevanza.

E allora da dove deve ripartire la sinistra in Italia?

Per prima cosa deve decidere se continuare ad assumere la rappresentanza del lavoro dipendente a qualifica medio-bassa o se ha già deciso di abbandonarlo al non-voto o alla destra. Il secondo passo è prendere coscienza che le politiche dei decenni precedenti hanno fallito e rimettere in discussione alcune “vacche sacre”: dalla limitazione dell’intervento pubblico alla depoliticizzazione della politica macroeconomica fino alla garanzia sempre e dovunque della libertà di movimento dei capitali, che consente ai mercati di decidere le politiche dei governi. Nel rapporto con l’Ue deve dismettere l’approccio utopistico e considerare opportunità e vincoli.

Grillo: “Due canali Rai sul mercato, uno senza pubblicità”

Una voce da un megafono ed ecco la provocazione di Beppe Grillo, anzi de “l’Elevato”. Che ieri sera, dalle finestre della sua stanza in un albergo a Roma dove in questi giorni ha ricevuto tutti i big del Movimento, annuncia: “Rai Tre, Rai Due, Rai Uno: due saranno messe sul mercato e una senza pubblicità. Questo dice l’Elevato e accontentatevi di questo, grazie”. Così parlò Grillo, che non si è esposto abbastanza per farsi vedere. “Però la voce era la sua”, assicurano i presenti. Quella del fondatore del M5S, che giovedì aveva pranzato sulla terrazza dell’hotel sui Fori, sua abituale dimora romana, assieme al presidente della Camera Roberto Fico e alla sindaca di Roma Virginia Raggi. Poi, dopo una visita pomeridiana al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, in serata aveva cenato con Luigi Di Maio. Ieri sera invece il colpo di teatro. Che però riprende una vecchia proposta di Grillo, che già nel marzo 2013 invocava “un solo canale Rai senza pubblicità e senza alcun legame con i partiti”. E dell’esigenza di un canale senza spot parla da anni anche l’ex presidente della Vigilanza Rai, Fico. Ora però irrompe di nuovo Grillo. Proprio mentre Lega e M5S trattano sulle nomine in Rai. E non pare un caso.

Consulta, gli alleati votano Antonini

È quasi fatta per l’ultima casella da riempire alla Corte costituzionale, vuota addirittura dal novembre 2016, dopo le dimissioni per motivi di salute di Giuseppe Frigo, eletto dal Parlamento in quota Pdl.

Nella nuova era del governo Lega-M5S, a un soffio dal traguardo – secondo quanto risulta al Fatto – c’è un giurista vicino alla Lega, sostenitore del referendum di Veneto e Lombardia del 22 ottobre scorso.

È Luca Antonini, docente di Diritto costituzionale all’Università di Padova, ex consulente giuridico di Giulio Tremonti e di Roberto Calderoli, considerato il padre del federalismo fiscale.

L’accordo è praticamente fatto tra Lega e 5stelle, che in cambio avrebbero la garanzia che il nuovo vicepresidente del Csm, eletto tra i componenti laici di nomina parlamentare, sarà una persona indicata da loro. Il prossimo 19 luglio il Parlamento si riunirà in seduta comune per votare un giudice della Consulta e otto “laici” del Csm (per i togati i magistrati votano l’8 e il 9).

Classe 1963, Antonini è vicino al Carroccio e a Comunione e Liberazione, ha buoni rapporti non solo con Tremonti e Calderoli, ma anche con Gianni Letta e Maurizio Lupi. Come detto, insegna diritto costituzionale all’università di Padova e ha presieduto la Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale (Copaff). Per il ministro Calderoli ha poi redatto il decreto delegato sul federalismo fiscale. Portano la sua firma anche gli altri provvedimenti in materia di federalismo del governo Berlusconi. “Non è insensato che una regione come il Veneto chieda che le vengano trasferite tutte le competenze indicate dalla Costituzione”, ha detto a Repubblica parlando del referendum dell’autunno 2017 sull’autonomia: “Non è insensato neppure che chieda di trattenere i nove decimi delle tasse e che reclami per sé lo Statuto speciale”.

Il motto del professor Antonini è “meno Stato nelle regioni virtuose, più Stato in quelle incapaci”. Secondo il probabile futuro giudice costituzionale “bisogna partire da un principio basilare: lo Stato dovrebbe lasciare più risorse e dare più autonomia alle regioni che hanno dimostrato di essere più efficienti nel fornire i servizi ai cittadini. È un principio di meritocrazia. Il Veneto, ma anche l’Emilia, la Lombardia e la Toscana, sono ai vertici della sanità mondiale per il rapporto tra qualità e costi. Al contrario, dove come in Sicilia, non si riescono a garantire i diritti sociali, non perché non vi siano soldi ma perché si fa un cattivo uso delle risorse, l’autonomia va ridotta fino a commissariare la Regione”.

Antonini ha pure scritto Federalismo all’italiana, dietro le quinte della grande incompiuta (Marsilio, 2013) dove fa un bilancio della sua esperienza alla Copaff. E torna sul suo cavallo di battaglia, la riforma federalista, necessaria perché “troppo il divario accumulato tra regioni virtuose e regioni sprecone”. In quel libro ha definito “un mostro”, “ un albero storto”, la riforma del 2001 targata centrosinistra, del Tutolo V della Costituzione perché “ha determinato un fortissimo decentramento di competenze legislative senza predisporre gli strumenti necessari a gestire adeguatamente il processo”.

Le tensioni tra Lega e 5 Stelle attorno al decreto sul lavoro

Sarebbe il primo provvedimento di peso che il governo gialloverde mette in campo a un mese dalla partenza. Ma è anche il primo motivo concreto di dissapori tra gli alleati. S’intende il “decreto dignità” voluto da Luigi Di Maio che in questi giorni fa la spola dal dicastero Lavoro-Sviluppo a quello dell’Economia guidato da Giovanni Tria. Mancano le coperture, ma non solo. È stato Matteo Salvini ieri a svelare che qualcosa ancora non va. “Capisco la voglia del collega Di Maio di limitare il lavoro precario, ma faremo attenzione affinché in nome della lotta al precariato, sacrosanta, non si danneggino i lavoratori e le imprese, costringendoli al nero”, ha spiegato al Festival del Lavoro a Milano. Dopo aver auspicato il ripristino dei voucher previsto dal contratto di governo (“è stato ipocrita cancellarli”) ha svelato di aver sentito il collega: “Sulla sbrurocratizzazione, tagliare gli spesometri, i redditometri e gli studi di settore, su quello ci siamo…”. Manca, insomma, l’accordo sul lavoro.

La situazione è questa. Il decreto limita il ricorso ai contratti a termine. I rinnovi massimi entro i 36 mesi calano da 5 a 4 e viene poi reintrodotta la “causale”, cioè la ragione da apporre per giustificare il ricorso al tempo determinato; per scoraggiarne l’uso viene poi aumentato il costo contributivo di 0,5 punti ogni rinnovo. Il testo ha mandato su tutte le furie le associazioni datoriali, da Confindustria a Confesercenti (ieri contentissima dell’uscita di Salvini). Per venire incontro alla Lega, sensibile alle istanze, per così dire, di flessibilità delle imprese, specie del Nord-est, ma anche alle resistenze della burocrazia ministeriale, il testo è stato ammorbidito. La causale dovrebbe partire dopo il primo rinnovo o per contratti superiori a 6-12 mesi (in media il 23% dei contratti creati). L’aumento del costo potrebbe invece partire dal secondo rinnovo. Ma non basta. C’è il nodo della somministrazione, il lavoro affittato dalle agenzie interinali (una giungla di bassi salari e pochi diritti). Il testo applica una stretta notevole: gli impone gli stessi limiti dei normali contratti a termine e abolisce quelli somministrati a tempo indeterminato. Quest’ultima novità pare non piaccia affatto anche alla Lega, già infastidita dall’assenza dei voucher, e potrebbe saltare.

Non sono però gli unici ostacoli. Sotto tiro c’è anche la stretta alle imprese beneficiarie di risorse pubbliche che delocalizzano all’estero (punite con multe da due a quattro volte l’aiuto ricevuto). Potrebbe essere vincolata a chi delocalizza fuori dall’Ue, così come potrebbe ridursi l’arco temporale di 10 anni in cui le imprese sarebbero obbligate a mantenere i livelli occupazionali.

Dissapori con gli alleati a parte, resta il guaio coperture, su cui è in atto un braccio di ferro con il Tesoro, dove le resistenze della Ragioneria e quelle, a tratti “politiche”, di Tria infastidiscono i 5Stelle. L’abolizione dello split payment, con cui lo Stato trattiene l’Iva a monte dai fornitori (e sottrae liquidità alle imprese) costa 2 miliardi e quindi lo stop dovrebbe essere limitato ai soli professionisti (costo: 60 milioni); anche quello allo Spesometro dovrebbe ridursi a un rinvio della scadenza a fine anno. Il buco di 200 milioni per l’abolizione della pubblicità al gioco d’azzardo sarà invece coperto con tasse sul gaming online e risorse del fondo di Ragioneria.

Di Maio ieri si sarebbe sentito nuovamente in serata con Salvini, non vuole che slitti ancora. Il testo per ora compare nell’agenda del pre-Consiglio dei ministri di lunedì, con l’obiettivo di vararlo martedì.

Lunedì invece inizierà il confronto al ministero tra le aziende di food delivery e i rappresentanti dei rider. Le posizioni sono lontanissime. Ieri Foodora ha lanciato una sua proposta (insieme a FoodRacers, Moovenda e PrestoFood): prevede l’applicazione di contratti co.co.co ai rider, (che l’azienda tedesca fa già), una paga minima oraria, un cottimo per ogni consegna e l’abolizione del rating, il meccanismo di valutazione dei fattorini sulla base dei voti dei clienti. Il risultato è stato spaccare il fronte delle imprese: Deliveroo, Glovo e JustEat non si sono espresse, ma – da quanto filtrato – sarebbero contrarie e vedrebbero in questa mossa un tentativo di Foodora di estendere il proprio modello a tutto settore. Anche i fattorini la respingono. “È una non proposta – spiegano da Deliverance Milano e Deliveroo Strike Raiders – un modello che abbiamo già detto di non volere. Non vogliamo i co.co.co, ma la subordinazione; il cottimo misto è pericoloso, va cancellato e sostituito con una paga oraria stabilita dai contratti nazionali. Cioè i contenuti del decreto di Di Maio, per ora congelati, che verranno approvati se non si arriverà a un’intesa.

Volete Fico o casta? L’autogol a 5Stelle

La casta è grande, la casta vince sempre. E ieri ha rivinto, sul profilo Facebook dei Cinque Stelle, costretti a cancellare in tutta fretta un sondaggio sui vitalizi suscitando risate diffuse e battute a valanga. Una nemesi per il M5S, che aveva pubblicato un post con annessa votazione: “Noi pensiamo che i vitalizi siano un privilegio indecente e Roberto Fico si sta impegnando per eliminarli. La casta non è d’accordo e per questo vorrebbe addirittura denunciarlo. Voi da che parte state?”. E la scelta era tra quattro volti da casta, Fausto Bertinotti, Massimo D’Alema, Paolo Cirino Pomicino e Ciriaco De Mita, e il volto sorridente di Fico. Non doveva esserci partita, avranno pensato i social manager del M5S. E invece i quattro della Prima Repubblica ieri stavano stravincendo, con il 63 per cento. Potere dell’umorismo degli internauti, come quelli del profilo Socialisti gaudenti, che hanno invitato tutti a votare la casta. Ma anche un bell’autogol dei 5Stelle che pure mangiano pane e web. Sta di fatto che poco dopo le 17, il Movimento ha cancellato il sondaggio. E il web ha ovviamente infierito. “La casta va agli ottavi di finale” uno dei commenti, azzeccatissimo in tempi di Mondiali. Come un altro, che riporta ai tempi dell’oratorio: “I 5Stelle hanno perso e se ne vanno col pallone”. Sublime.

La manovra correttiva terremota il governo

Un governo che programmaticamente vuole sfidare i vincoli di bilancio europei dovrebbe forse avere sul tema dei conti una comunicazione meno episodica: forse è il prezzo che si paga all’inesperienza, ma rischia di mettere all’angolo la maggioranza.

I fatti. Dopo l’irrituale comunicato in cui parlava di “sinergie” tra governo e Istat dei giorni scorsi, la sottosegretaria grillina all’Economia Laura Castelli ieri s’è presentata in tv e, a domanda sulla necessità di una manovra correttiva per il 2018 vaticinata da Confindustria, ha risposto così: “Non lo so… Perché la verità è che pare di sì, ma ancora non ci sono delle informazioni così chiare”, comunque “se ci sarà la necessità di fare una manovra noi ovviamente saremo in grado di farla”. Parole che, dette da un sottosegretario all’Economia, rischiano di far implodere l’intera struttura del contratto: se si parte con una manovra correttiva sul 2018 (cioè sui presunti squilibri lasciati dal governo Gentiloni) si dovrà continuare verso il pareggio di bilancio a tappe forzate anche negli anni successivi. Tradotto: addio tagli alle tasse, redditi di cittadinanza, riforme della Fornero e quant’altro.

Matteo Salvini, per dire, non è affatto sulla stessa linea dell’alleata Castelli e, alla stessa domanda, ha risposto come segue: “Sono fantasie di Confindustria”. La cosa, su per li rami, è arrivata fino a Giuseppe Conte a Bruxelles: “Vedremo, mi faccia tornare in Italia e mi faccia parlare con i ministri economici, con il ministro dell’Economia e ci confronteremo. Non sarei serio se rispondessi adesso qui”.

Il ministro competente Giovanni Tria per ora non parla e lascia che si scriva più o meno di tutto, persino che avrebbe iniziato una trattativa con Bruxelles per uno sconto di mezzo punto di deficit sugli impegni presi per il 2019. A questo punto è il caso di spiegare di cosa si parla: nel complicato mondo delle regole fiscali dell’Eurozona esiste una cosa chiamata deficit strutturale, cioè al netto del ciclo economico; è soprattutto su quello che si concentrano i tecnici di Bruxelles.

L’Ufficio parlamentare di bilancio, una sorta di autorità sui conti pubblici, lo ha recentemente spiegato così: l’Italia doveva tagliare lo 0,3% di deficit strutturale, ma “le stime del Def 2018 mostrano un miglioramento del saldo strutturale pari a solo 0,1 punti di Pil, con un rischio di deviazione di -0,2 punti”; anzi “secondo le stime più recenti della Commissione europea non vi sarebbe nessun aggiustamento strutturale nel 2018, evidenziando quindi il rischio di una deviazione pari a -0,3 punti percentuali”. In soldi, fa circa cinque miliardi. Un paio di giorni fa, però, è intervenuto pure il Centro studi di Confindustria – le cui previsioni sulla vittoria del No al referendum costituzionale tutti ricordiamo – per dire che, visto che secondo loro c’è un rallentamento del Pil, lo scostamento è di 9 miliardi di euro.

Va ricordato che, arrivando all’Ecofin in Lussemburgo la scorsa settimana, Tria aveva spiegato che “l’intenzione è cercare di rispettare l’impegno dello 0,3%: si stanno facendo dei calcoli che una piccola deviazione dall’impegno, che la Commissione già si aspetta, deriverebbe dal fatto che lo 0,3% dipende da un quadro macroeconomico favorevole”. Insomma, Tria lascia intendere che una manovra correttiva non ci sarà: “Il profilo di finanza pubblica, cioè gli aggregati di finanza pubblica, verranno mantenuti”. Quest’anno è andata così, la discussione semmai è sul 2019 e seguenti.

Queste decisioni d’altronde, al di là del linguaggio tecnico, sono esclusivamente politiche. Ovviamente, chi tifa “manovra correttiva” lo fa per mettere in mora fin da subito il governo sulle direttrici della politica economica. E, come detto, servirebbe una comunicazione meno episodica.

Ecco il prossimo nemico dei gialloverdi: la burocrazia

Ogni tanto questo diario sfoglia le pagine della nostalgia canaglia quando, terminata la scuola, di giorno tra le onde e poi a bruciar le notti, eravamo felici e incoscienti. Tanto per gli esami autunnali che palle c’era tutto il tempo. Sì, anche il governo vivrà la sua estate ruggente di doman non c’è certezza, e già domenica il Salvini di Pontida, vedrete, ancora ci sbalordirà. Sulle spiagge, nella pausa racchettoni e acquagym, le forze dell’ordine scateneranno l’allegra caccia ai vu cumprà (sulle note di Modugno: pigghialu lu vitti lu vitti). Ben accetto il fattivo apporto dei bagnanti. Poi, più legittima difesa (4 italiani su 10 vogliono la pistola in casa, gli altri 6 scappano). Quindi, qualcosa sulla sempre verde riapertura dei bordelli. E tutto a costo zero.

Più secchione il ministro Di Maio studia ogni giorno una riforma nuova: dagli appalti al reddito, alla dignità, all’evasione, a Internet, alla precarietà, alle tariffe, alle vertenze, ai rider il dizionario del cambiamento non conosce sosta. Forse lo vedremo mentre a torso nudo trebbia il grano.

Ma quando appollaiati con i loro pop-corn i gufi canticchieranno che l’estate sta finendo, niente paura. E se anche Tria non sgancerà un euro e se anche il sovranismo avrà raschiato il fondo del rancore (all’occorrenza resta il ripristino della pena di morte) ci sarà sempre un nemico al quale accollare problemi, ritardi, eventuali fallimenti. Il Pd? (risate). Berlusconi? (ma per favore). L’Europa? (come sparare sulla croce rossa). Una tremenda inondazione? Le cavallette? No baby: la perfida burocrazia. La mente criminale. La maschera della morte rossa. Inodore, insapore, incolore, inafferrabile, insensibile, invincibile. Come l’entità degli horror di Stephen King il mostro burocratico è una costante nell’eterna lotta tra il bene e il male. Del resto, non c’è governo che non gli abbia mosso guerra. “Lotta alla burocrazia, spreco di tempo e di ricchezza” (Silvio Berlusconi, 11 aprile 2008). “Troppa burocrazia. La missione è rompere le catene che bloccano il Paese (Enrico Letta, 9 settembre 2013).

“Per la crescita serve lotta violenta alla burocrazia”. Sì, violenta (Matteo Renzi, 11 aprile 2014). Al momento, caricatosi dei pesanti fardelli ministeriali, lo stesso Di Maio ha fatto conoscenza con la perfida idra. Che, intendiamoci, ha il potere di mettere sabbia negli ingranaggi decisionali, spesso bloccandoli. La politica deve farci i conti, così infatti il vicepremier si confida su Facebook “Sto facendo il giro delle sette chiese delle bollinature, tutte cose che non conoscevo e che fanno parte delle procedure non semplici”.

Immaginate per un attimo il capo politico del movimento che ha stravinto le elezioni, costretto a girare per uffici e sportelli con pacchi di documenti e che umilmente chiede: che me lo bollina per favore? E immaginate quegli impiegati malmostosi che (incuranti del cambiamento) gira e rigira, pesa e soppesa quel maledetto timbro se lo tengono ben stretto in pugno come fosse roba loro. Sempre con la stessa scusa: l’articolo 81 della Costituzione secondo il quale ogni legge che comporti nuove e maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte. Pazzesco. Non resta che affidarsi ai colpi di genio di Beppe Grillo. Perché dopo i parlamentari non sorteggiare anche i burocrati? Al grido di: bollinatura senza paura.

Denis Verdini piange in aula: “Per la banca ho dato tutto ”

Piena assoluzione da tutti i fatti contestati per Denis Verdini: è la richiesta avanzata nell’aula del Tribunale di Firenze, dove si svolge il processo di appello per il crac dell’ex Credito cooperativo fiorentino, dagli avvocati Ester Molinaro e Franco Coppi, difensori dell’ex senatore di Ala. L’accusa ha chiesto una condanna a otto anni di reclusione per Verdini, che fu presidente dell’ex Ccf per vent’anni. A Verdini i pg Fabio Origlio e Luciana Singlitico hanno contestato anche il reato di associazione a delinquere, per il quale era stato assolto in primo grado. La Procura generale ha poi contestato il reato di associazione a delinquere anche ad altri due imputati, Riccardo Fusi e Roberto Bartolomei della Btp, per i quali sono stati chiesti rispettivamente 6 anni e 6 anni e tre mesi di reclusione, a fronte di una condanna a 5 anni e sei mesi in primo grado. Tra le altre richieste avanzate, una pena di 3 anni e 6 mesi di reclusione per Monica Manescalchi e Riccardo Rossi. Verdini ieri ha rilasciato dichiarazioni spontanee. Quasi commosso, ha sostenuto che “non è vero che volevo far fallire la banca” per la quale “ho dato tutto”. La prossima udienza, per eventuali repliche, il 3 luglio prossimo. Poi ci sarà la sentenza.

Bruno Binasco, l’ultimo campione di Tangentopoli è uscito di scena

Ora che, dopo Salvatore Ligresti, se n’è andato anche Bruno Binasco, Tangentopoli comincia ad apparire come un fatto storico lontano, come le saghe del Medio Evo o la scomparsa dei dinosauri. Si è tolto la vita a 73 anni, adesso che nessuno gli chiedeva più conto del suo passato. Era forse il più grosso dei dinosauri di Tangentopoli, quello con la latitanza più prolungata, con un infinito numero di inchieste e di arresti: sei, record assoluto di Mani pulite. Trasversale, giocava con disinvoltura su due tavoli, aveva rapporti con i politici di centrodestra, ma il meglio di sé lo dava con quelli di centrosinistra. Sul tavolo della roulette di Tangentopoli, puntava con la stessa disinvoltura sul rosso e sul nero. Era il braccio destro di Marcellino Gavio, il re del cemento e dell’asfalto, il padrone delle autostrade. Il grande pubblico impara a conoscerlo nel 1992, quando il pool di Antonio Di Pietro lo accusa di corruzione per un’interminabile serie di tangenti. Il 18 agosto i carabinieri cercano di arrestare Gavio, il suo capo. Non lo trovano. Un anno e due mesi dopo, il 15 settembre 1993, quando ormai è chiaro che è impossibile resistere alla valanga di Mani pulite, davanti a Di Pietro si presenta Binasco: ammette le accuse, fa scudo al suo capo e racconta di mazzette per miliardi. Pagate al socialista Bettino Craxi, al democristiano Gianstefano Frigerio, al comunista Primo Greganti. Se c’è uomo che dimostra la trasversalità del sistema Tangentopoli, questi è Binasco. È lui a inguaiare il compagno G, raccontando a Di Pietro di aver dato a Greganti 1 miliardo di lire per il Pci-Pds. Poi sono arrivati i processi, conclusi con esiti a volte paradossali. Per il finanziamento a Greganti, per esempio, Binasco è stato condannato insieme al compagno G. Per le tangenti pagate a Craxi e confessate da Binasco, invece, è stata condannata Enza Tomaselli, la mitica segretaria di Bettino: per aver ritirato le buste di cartone marroncino con dentro 250 milioni di lire alla volta. Chi portava quelle buste, Binasco, ha tirato in lungo il processo, ha pagato qualche risarcimento, ha ricevuto le attenuanti generiche e infine la prescrizione.

Ma non è mai andato davvero in pensione, Binasco. Ha mantenuto rapporti fortissimi con uomini potenti prima e dopo Mani pulite: Fabrizio Palenzona, Vito Bonsignore, Luigi Grillo e, a sinistra, Pier Luigi Bersani. Era di casa negli uffici dell’Anas, al ministero dei Lavori pubblici, a quello dei Trasporti. Ha collezionato appalti, ha vinto gare, ha ricevuto incarichi a trattativa privata per centinaia di miliardi, per progetti speciali come le Colombiadi, per lavori d’emergenza come in Valtellina. E poi strade e autostrade, viadotti e gallerie. Fino ai ricchi banchetti dell’Alta velocità e delle Grandi opere. Negli anni 2000, ha conquistato per conto di Gavio l’autostrada Serravalle, prima sotto l’influenza politica di Ombretta Colli (centrodestra), poi di Filippo Penati (centrosinistra), dopo aver sconfitto gli unici che tentavano di opporsi alla sua resistibile ascesa, il sindaco di Milano Gabriele Albertini e il supermanager Bruno Rota.

Non lo hanno fermato i magistrati, i processi, il carcere. Aveva incassato una buonuscita milionaria da Gavio e ora poteva godersi la vita. Invece si è fermato da solo, sconfitto nient’altro che da se stesso.