Renzi “real estate”, le passioni immobiliari di un ex premier

Sta trascorrendo il fine settimana a Roma Imperiale, il quartiere più esclusivo di Forte dei Marmi, in un albergo a pochi passi dall’Augustus, la storica residenza della famiglia Agnelli trasformata in un super hotel. Dicono sia di casa. Da quando non è più a Palazzo Chigi e ha fatto ritorno a Firenze, Matteo Renzi ha un tenore di vita che ha stupito molti tanto da diventare argomento di discussione. Come domenica scorsa in piazza Santa Croce, quando è apparso alla finale del calcio in costume. Pochissimi lo hanno salutato, molti hanno commentato la sua nuova ricca vita. Nella zona lo vedono. Sanno che frequenta il ristorante il Cibreo dell’amico Picchi; che ha abitato un attico in piena isola pedonale per poi trasferirsi a poche centinaia di metri in affitto.

Per questo ieri nessuno si è stupito apprendendo da La Verità che è in procinto di acquistare una villa da 1,3 milioni. In procinto perché al momento ha versato 400 mila euro con quattro assegni circolari da 100 mila euro ciascuno. La smentita diffusa nel pomeriggio da Renzi è più una conferma: “Al momento non ha concluso l’acquisto”. Certo. Come correttamente scritto da Giacomo Amadori su La Verità, infatti, Renzi e la moglie Agnese Landini si sono presentati presso lo studio fiorentino del notaio Michele Santoro e hanno firmato un preliminare d’acquisto da 1.230.000 per la villa più altri 70 mila per un terreno agricolo di 1.580 metri quadrati adiacente al giardino. Ora se il proprietario volesse venderla a qualcun altro dovrebbe restituire a Renzi il doppio dell’anticipo versato.

La villa è nella zona più esclusiva di Firenze: via Tacca, una strada chiusa che va su viale Michelangelo, due curve sotto il piazzale che ospita il David. Il prezzo pattuito appare a numerosi immobiliaristi fiorentini basso. A 1,3 milioni si compra un appartamento in centro. Non una villa. E che villa: 276 metri quadri, 11,5 vani su due livelli, con un salotto triplo, cucina, tre camere con altrettanti bagni, studio e terrazza. Oltre a un parco da 1.580 metri quadri.

Non sarebbe la prima abitazione gentilmente fornita all’ex sindaco. Addirittura Marco Carrai – l’amico storico nonché fundraiser, animatore e fondatore prima delle associazioni (Festina Lente e Link) e poi delle fondazioni (Big Bang e Open) che dal 2007 hanno finanziato Renzi – per tre anni gli ha fornito un appartamento in via degli Alfani, alle spalle del Duomo. Prima ancora, con esattezza dal 2009 al 2011, Renzi viveva in via Malenchini 1 nel palazzo Malenchini del marchese Luigi Malenchini, marito di Livia Frescobaldi, nobili conosciuti grazie alla marchesa Giovanna Folonari Cornaro, nominata assessore in Provincia nel 2004 dal giovane presidente Renzi. La mansarda di 80 mq affacciata sull’Arno tra Ponte Vecchio, Uffizi, Santa Maria alle Grazie, all’allora sindaco costava 900 euro d’affitto. Tutto lecito, ovviamente. Così come il preliminare d’acquisto della villa con parco su viale Michelangelo. Se non fosse però che appena a gennaio scorso Renzi lamentava di avere appena 15.859 euro sul proprio conto corrente. Quindi i 400 mila euro da dove arrivano? Non è dato sapere. Nella nota diffusa dal suo ufficio stampa viene specificato che quando l’acquisto sarà concluso verranno resi noti i dettagli. Ma viene anche specificato che la villa di famiglia a Pontassieve non è stata venduta. Dunque Renzi avrà bisogno di stipulare un mutuo. Che sarebbe il quarto. A fargli i conti in tasta è sempre La Verità. L’ex premier ha già ben tre finanziamenti accessi.

Uno risale al 2004, 300 mila euro dilazionati in 20 anni con una rata mensile da 1.600 euro proprio per l’abitazione di Pontassieve. Un secondo sottoscritto nel 2009 per 160 mila da restituire a 800 ogni 30 giorni. Infine il terzo nel 2012 quando i genitori Tiziano e Laura Bovoli hanno venduto la casa di Rignano sull’Arno ai tre figli (Matteo, Benedetta e Matilde) che hanno stipulato un rateo da 1,3 milioni di cui 325 mila a carico dell’erede politico per 1.850 euro mensili. In tutto, dunque, a oggi 4.250 euro dello stipendio del senatore semplice vanno in mutui.

Ma oltre la sorprendente disponibilità economica, a colpire è la tempistica dell’acquisto: i vecchi proprietari della villa avevano presentato domanda di condono degli abusi nel 1986 e il Comune di Firenze ha accolto la richiesta solamente a fine 2017, dopo 31 anni. Neanche il tempo di ricevere la comunicazione ed ecco Renzi con quattro assegni. Di questo particolare tempismo è stato chiamato a rispondere il sindaco, Dario Nardella, da una interrogazione presentata ieri dal consigliere di FdI, Francesco Torselli. Lunedì sarà in aula.

Susan Sarandon arrestata: protestava contro Trump e Melania

Dove c’è battaglia c’è Susan Sarandon. La star hollywoodiana, storicamente impegnata nelle battaglie liberal, è stata arrestata, insieme a quasi 600 persone a Washington giovedì, a un sit-in in sostegno dei migranti di fronte al Senato. Fra loro anche diverse deputate democratiche. La polizia ha poi precisato che 575 persone sono state incriminate per aver dimostrato senza autorizzazione. È stata l’attrice stessa a dare la notizia: “Sono stata arrestata. Resto forte. Continuo a lottare. Una azione potente, bella con centinaia di donne che chiedono la riunificazione delle famiglie separate dalla politica immorale”.

La manifestazione è stata organizzata da gruppi di attiviste contro le politiche dell’Amministrazione sui migranti, e in particolare per chiedere la riunificazione delle famiglie divise e la chiusura dei centri di detenzione. Con lo slogan we care le attiviste hanno preso di mira anche la first lady Melania Trump – che aveva manifestato pubblicamente la sua opposizione alla decisione del marito, poi ritirata – che si è recata nel centro per migranti al confine con il Messico con indosso un giaccone con la scritta “I really don’t care, do you?”. Sarandon era già stata arrestata nel 1999, nel corso di una protesta contro l’uccisione, da parte della polizia, di un giovane afroamericano a New York.

Teheran, al Gran Bazar del malcontento

Per la prima volta dopo ben mezzo secolo, il Gran Bazar di Teheran è stato in sciopero. Allora però regnava ancora lo Scià. La prima serrata del mercato della Capitale iraniana, dopo la Rivoluzione islamica, è l’incubo che ha agitato il sonno degli ayatollah da quando due mesi fa il presidente americano Donald Trump ha stracciato l’accordo sul nucleare voluto dal suo predecessore Obama con il regime iraniano e imposto nuove sanzioni.

Il Gran Bazar è il cuore pulsante dell’economia iraniana e dunque lo specchio del reale stato di salute della nazione. Non essendo una autarchia, l’Iran risente dei rapporti commerciali con il resto del mondo. Per questo l’ennesimo ultimatum arrivato da Washington ha contribuito a spingere i commercianti del mercato più grande dell’Iran a incrociare le braccia. Dopo che la Casa Bianca aveva annunciato che dal prossimo 4 novembre metterà in atto ritorsioni contro tutti quei Paesi (tra cui l’Italia) che continuano a importare petrolio e gas iraniano, il prezzo del greggio si è impennato, ricadendo direttamente anche sull’economia iraniana. Il Prodotto nazionale lordo del paese mediorientale si basa per l’80 per cento sull’esportazione energetica. Non è però solo colpa degli Stati Uniti, come sostiene il regime, se in Iran il tasso di disoccupazione è salito al 29 per cento tra i giovani, che costituiscono il 60 per cento degli 80 milioni di abitanti, e il tasso di crescita è ormai vicino a zero.

Nei giorni scorsi migliaia di persone sono scese in piazza sfidando la violenza delle forze dell’ordine per protestare contro il continuo aumento dei prezzi dei beni di consumo, e delle bollette. Soprattutto i giovani hanno urlato slogan contro le enormi spese militari sostenute dalla teocrazia iraniana nello Yemen, in Libano e in Siria per consolidare la mezzaluna sciita: “Non interferite negli affari interni di Siria e Yemen, pensate a noi iraniani”. Non sono però solo le spese militari ad aver fatto crollare drammaticamente il valore del rial, bensì il sistema bancario drogato e la rapacità del sistema affaristico che ruota attorno alla Guida Suprema Ali Khamenei, il dominus e uomo più ricco dell’Iran. I soldi che entrano con l’export non vengono impiegati per creare infrastrutture e posti di lavoro, bensì per foraggiare i suoi sodali.

Con una lettera, 187 deputati hanno evidenziato gli “scarsi risultati” ottenuti dal governo in campo economico e hanno chiesto al presidente Rohani di intervenire “urgentemente” per un “cambiamento nella direzione della squadra economica”. Khamenei invece ha evidenziato che tra le “responsabilità della magistratura” c’è quella di garantire la “sicurezza” in campo economico. La magistratura, ha aggiunto, deve “fronteggiare chi intende mettere a repentaglio” l’economia del paese. Tradotto: perseguire chi osa protestare.

Yahya Rahim-Safavi, il comandante dei Guardiani della Rivoluzione, il corpo di élite (che risponde direttamente agli ordini di Khamenei) diventato negli anni una potenza economico-militare nel paese, ha ammonito: “Dobbiamo neutralizzare i piani del nemico per una guerra economica e operazioni psicologiche”. Il nemico sarebbe “il triangolo satanico composto da Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita che stanno provando a indebolire l’Iran”.

Var tutto bene: la rivoluzione aiuta gli arbitri e i Mondiali

“Var is bullshit”, “Il Var è una stronzata”: Nordin Amrabat, sconsolato dopo il pareggio del suo Marocco con la Spagna, ci ha messo tre parole in diretta planetaria per stroncarlo. Il suo giudizio, in realtà un po’ ingeneroso per quanto si è visto in campo, racconta però il debutto mondiale della moviola molto meglio delle cifre autocelebrative della Fifa (secondo cui il 99% delle decisioni prese sono state giuste). Squadre spesso impreparate, arbitri pure, caterve di sospetti, rigori a ripetizione, Federazioni imbufalite: la rivoluzione tecnologica del torneo che ha costruito la sua leggenda sulla mano de Dios e il gol fantasma di Hurst non poteva essere indolore.

Nel giorno di riposo prima dell’inizio degli ottavi, Pierluigi Collina, numero uno dei fischietti mondiali, ha tenuto a Mosca un primo bilancio arbitrale del torneo. Ovviamente positivo, stando ai numeri degli organizzatori: nelle 48 gare sono stati controllati 335 episodi, a partire da tutti i gol segnati, e in 17 casi si è arrivati alla revisione Var; 14 decisioni sono state cambiate e 3 confermate. “Con l’aiuto del Var gli arbitri hanno preso decisioni corrette nel 99,3% dei casi, mentre senza siamo comunque al 95%”, ha detto tutto soddisfatto Collina. Ma corrette secondo cosa? “Secondo il nostro parere”.

Gli arbitri promuovono gli arbitri, insomma. Del rigore molto generoso concesso alla Nigeria che stava per eliminare Messi, oppure sulla manata di Cristiano Ronaldo non punita con l’espulsione, si potrebbe discutere ore. Ma soprattutto nella casistica censita dalla Fifa non rientrano tutti gli episodi in cui il Var non è stato applicato, e avrebbe potuto o dovuto esserlo: il macroscopico fallo su Berg durante Svezia-Germania, le trattenute su Kane in Inghilterra-Tunisia, oppure il rigore non fischiato su Mitrovic in Svizzera-Serbia, tanto per fare degli esempi. La discrezionalità dell’arbitro è più che mai decisiva, anche in questa prima edizione tecnologica. E se il calcio pare ormai pronto per il Var, non è detto che lo fosse anche il Mondiale: tanti giocatori che provengono da campionati minori della periferia del pallone hanno fatto fatica a relazionarsi col nuovo strumento. Il ct dell’Iran, Carlos Queiroz, ha spiegato come la sua nazionale non avesse mai giocato una partita col Var, e lo stesso vale per le altre “Cenerentole”; persino alcuni direttori di gara sono apparsi spaesati. E il numero dei rigori è schizzato alle stelle: già 24 in totale, 14 in più rispetto all’intera edizione 2014, e siamo ancora a metà torneo.

Sembra di rivedere il film già visto quest’anno in Serie A. Il bilancio, però, resta in attivo, se si pensa alle tante decisioni aiutate dalla tecnologia: una su tutte, il gol convalidato alla Corea del Sud che di fatto ha eliminato la Germania (in origine annullato per fuorigioco inesistente). “Senza il Var, ora staremmo parlando degli errori fatti”, è stata la migliore risposta di Massimo Busacca, capo dipartimento Fifa. Per bravura o per fortuna, nessuno sbaglio si è rivelato davvero decisivo ai fini del passaggio del turno. Per questo stupisce che in un’edizione tutto sommato poco controversa e con una qualità degli arbitraggi decente, ci siano state così tante proteste: le lamentele sui social degli inglesi, la furia dei serbi (il ct Krstajic ha paragonato il Var al Tribunale dell’Aia), addirittura due Federazioni hanno scritto alla Fifa una lettera ufficiale, il Brasile per protestare contro presunti torti, il Marocco per denunciare di essere stato “eliminato dagli arbitri”. E non è ancora iniziata la fase finale, dove la posta in palio sarà molto più alta. Il Var ha diminuito gli errori, ma non potrà cancellare le polemiche, anzi, paradossalmente se possibile le amplifica. In Italia lo sapevamo già dopo l’ultimo campionato finito nei veleni, il mondo lo sta scoprendo adesso.

Fra oriundi e cittadini: fiume di emigrati

Tra Brasile e Argentina a seconda di come vengono considerate le origini italiane sarebbero fino a 60 milioni gli oriundi o comunque le persone che possono accampare origini italiane.

Censimento mancante: ufficialmente in Brasile le persone in possesso della cittadinanza italiana sono poco oltre le 300 mila. Ma, così come in Argentina, non è mai stato compiuto un censimento sugli italo-brasiliani. In Argentina sono oltre 800 mila i possessori della cittadinanza italiana e oltre mezzo milione quelli iscritti all’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero, istituita nel 1988: in totale attorno ai 5 milioni secondo i dati del 2017; di cui poco meno della metà nei paesi europei).

San Paolo, lo Stato più popoloso – e anche il più ricco – del Brasile, ha la più grande popolazione di origini italiane e gli oriundi italiani sarebbero attorno al 38% della popolazione.

I più rappresentati in America Latina, come del resto in praticamente ogni altro paese di arrivo dell’emigrazione italiana, sono i veneti (sarebbero oltre 3 milioni gli abitanti del nord-est italiano partiti durante le fasi dell’emigrazione alla fine dell’800 e nei primi decenni del ‘900)

Sudamerica tra “Ius sanguinis” e il milione di italiani “fasulli”

In febbraio, ironia della sorte, si scoprì che il Comune di Ospedaletto, nel Lodigiano, avrebbe potuto tranquillamente organizzare un Carnevale carioca, visto che tra i suoi abitanti erano registrati come residenti ben 1188 brasiliani: che però nessuno aveva mai visto.

Lo stesso dicasi nella provincia di Siracusa, dove lo scorso anno l’operazione “Siracusa meravigliao” ha portato alla scoperta di 500 italo-cariocas. Ancora prima c’erano state le false cittadinanze elargite a calciatori, in maggioranza sudamericani che, anche se in tono minore, continuano essendosi estese al mondo del calcio a 5.

Su Internet si scoprono siti dedicati a spiegare, addirittura organizzando conferenze itineranti (come in Argentina), le pratiche da svolgere per ottenere la nostra cittadinanza: in questo caso però non si parla di truffe, ma di sistemi legalissimi che sfruttando alcune falle del sistema normativo italiano promettono la tanto desiderata italianità.

Le ragioni di questo fenomeno non hanno nulla a che vedere con sentimenti patri, ma bensì sono il frutto di una legge che, a detta di molti diplomatici nostrani che hanno lanciato l’allarme, rischia in pochi anni di creare più di un milione di connazionali fasulli, che non hanno alcun legame con l’Italia.

Il nostro Paese occupa già il 1° posto in Europa per le richieste di cittadinanza mentre, specie in America latina, viene superato solo dagli Stati Uniti: questo perché, a differenza della maggior parte delle altre nazioni, attraverso lo ius sanguinis per diventare italiano basta avere un parente in possesso della cittadinanza italiana al momento della nascita del Regno d’Italia e dal quale risulti possibile dimostrare la discendenza.

Si capisce benissimo come la nostra emigrazione del secolo scorso costituisce un detonatore potentissimo del fenomeno. “Si tratta di diverse generazioni di persone che ormai di italiano non hanno assolutamente nulla, alle quali però il nostro passaporto dà la possibilità, senza perdere la propria cittadinanza natale, di acquisire non solo diritti ma anche di avere accesso ai Paesi Ue e anche agli Usa facilitato”, spiega un gruppo di diplomatici.

“Oltretutto ciò comporta spese ingenti per il mantenimento di strutture consolari che potrebbero funzionare in modo più efficiente ma che si trovano oberate da migliaia di richieste di ‘aspiranti cittadini’”.

Per rendersi conto del fenomeno è sufficiente passeggiare per le strade di Buenos Aires (che Renzi definì una città italiana delle dimensioni di Bologna nel corso della sua visita due anni fa) per imbattersi in striscioni pubblicitari di studi di avvocati che promettono l’italianità. Italianità che può essere facilmente ottenuta durante un soggiorno turistico in Italia organizzato da apposite agenzie che si occupano del pacchetto completo: viaggio, soggiorno, tour e cittadinanza…

Ecco come tra una visita ai monumenti e una gita al mare, moltissimi oriundi riescono a ottenere la tanto agognata “italianità”.

Il fenomeno che inizialmente riguardava poche persone di alto reddito, negli ultimi anni grazie anche ai social media e a pacchetti vacanze low cost, è diventato un business che muove moltissimi soldi e che potrebbe, nel caso di una crisi in Brasile o in Argentina, aumentare ulteriormente interessando decine di migliaia di persone.

Per rendersi conto dell’impatto che ciò potrebbe avere sui nostri conti pubblici, è sufficiente pensare alla possibilità della pensione sociale, dell’assistenza sanitaria, per non parlare poi del ventilato “reddito di cittadinanza” che potrebbe rendere ancor più appetibile l’ottenimento della cittadinanza.

Il problema viene segnalato da tempo, ma la sordità della politica ha una ragione evidente: il diritto di voto per gli “italiani” all’estero.

Ai dubbi sull’opportunità di riconoscere diritto di voto a chi non subisce direttamente le conseguenze delle proprie scelte elettorali, si aggiungono alle numerose denunce di brogli e abusi registrati in passato a ogni tornata elettorale, della poca trasparenza e affidabilità del voto per corrispondenza nonché delle spese che esso comporta per i contribuenti, esiste anche il rischio di rendere indeterminabile il corpo elettorale, attraverso elettori che spesso non solo non parlano una parola di italiano, ma sono anche totalmente a digiuno sulla situazione del Paese e il cui giudizio è quindi particolarmente influenzabile da parte di esponenti o candidati politici locali che promettono in cambio, come accaduto di recente, l’ottenimento del “Passaporto express”.

La troppo generosa normativa sul riconoscimento della cittadinanza italiana, è sicuramente un ostacolo insormontabile anche per l’approvazione, nel nostro Paese, di norme che contemplino lo ius soli (o ius culturae come dovrebbero essere più correttamente considerate le proposte di legge avanzate nella scorsa legislatura).

I carabinieri arrestati al ghanese: “Muori in galera, c’è Salvini”

“Devi morire in galera, la tua ora è venuta, musulmano, adesso che c’è Salvini e non c’è più Renzi ti rompiamo il culo”, urlavano i tre carabinieri di Giugliano (Napoli) arrestati mercoledì scorso e sospesi dall’Arma con l’accusa di aver falsificato le prove della progettazione di un attentato terroristico nel centro commerciale Auchan per incastrare un immigrato ghanese e ottenere un encomio. Lo ha denunciato Osman Kaliu Munkail, la vittima di questa incredibile vicenda avvenuta il 25 giugno, in un incontro con alcune testate organizzato nello studio del suo avvocato, Luciano Santoianni. I tre carabinieri erano intercettati per accuse di concussione in seguito a denunce che li indicavano come gli autori di ricatti a prostitute del litorale. Gli inquirenti della Procura di Napoli Nord li hanno così ascoltati ‘in diretta’ complottare contro il ghanese per perquisirlo e arrestarlo dopo aver portato a casa sua le armi e documenti in arabo. “Questa pistola non è mia, me l’avete messa voi”, ha provato a dire Osman ai tre militari, che poi gli hanno sottratto anche la carta di credito.

Kerkennah, rampa di lancio del Mediterraneo

Marsa Hajar è una località isolata, a una decina di chilometri da Sidi Youssef, il terminal portuale del traghetto che collega Sfax, la seconda città della Tunisia, al corpo principale delle isole Kerkennah. Luogo di viaggi della speranza e di tragedie. Dalle sponde assolate del lembo di terra abitato in prevalenza da pescatori – 160 chilometri quadrati, meno di 15 mila abitanti, 2 metri sul livello del mare – si apre, vasto come un orizzonte, lo specchio di mare più tribolato del Mediterraneo, il canale di Sicilia. I fondali sono stati e saranno la tomba per migliaia di migranti.

Marsa Hajar, “approdo di pietra” in lingua araba: “Quel barcone è partito da qui il 5 giugno. Poche miglia ed è colato a picco. La vita va avanti. Dopo quel naufragio, quindi in meno di un mese, da Kerkennah sono partite almeno altre 6 barche cariche di migranti”. Soufiane è un uomo di mezza età, vive di pesca e conosce ogni angolo di quest’isola lunga 34 chilometri da scalo a finis terrae. L’economia locale non ha molte alternative. Stretta tra Sousse e Djerba, le perle del turismo tunisino, Kerkennah ha perso slancio e oggi vede un progressivo spopolamento.

Molte strutture alberghiere hanno chiuso i battenti, altre vivacchiano puntando su prezzi bassi. Durante l’estate, in assenza di danarosi turisti occidentali, Kerkennah si riempie dei tunisini di ritorno per le vacanze. Sempre d’estate, l’isola diventa la rampa di lancio per i migranti pronti a salpare a bordo di barche insicure. Non si vedono, ma ci sono, nascosti dentro le case della gente del posto. Chi può dà una mano all’organizzazione che si occupa della tratta. Come rifiutare entrate generose, ossigeno puro per chi tira avanti a campare. Compreso Soufiane, disposto a portarci a Marsa Hajar: un molo di pietre in mezzo al deserto puntellato di palme da dattero e ulivi: “Ogni tanto capita – ammette Soufiane, il corpo snello, lo sguardo stanco e un cappello in testa – qualcuno mette a disposizione le case per nascondere chi sta per partire, altri forniscono o fanno dei lavori sulle barche. Bastano due-tre lavori l’anno per sistemare il bilancio. Nonostante quella tragedia, le barche continuano a partire perché ci sono pochi controlli in mare e poca polizia sull’isola”.

Se non partono da Marsa Hajar le barche hanno mille altri punti naturali da dove partire per il viaggio verso nord-est, destinazione Lampedusa, Sicilia, Italia, Europa. Lo snodo centrale, tuttavia, è il porto peschereccio di el-Ataya, sull’estremità orientale dell’isola. Ci arriviamo nella tarda mattinata, col sole quasi allo Zenit e la temperatura che sfiora i 45°. Il vento costante e una percentuale irrisoria di umidità mitigano una condizione altrimenti infernale. I pescherecci sono rientrati e i pescatori stanno dipanando le reti, un lavoro lungo, ripetitivo, paziente. Tra loro c’è Issam, quarantenne, circondato da famelici gabbiani in attesa dei pesci scartati dalle reti.

Lui e altri colleghi sono accorsi in mare aperto per dare aiuto durante il naufragio di un mese fa: “Abbiamo potuto fare poco – racconta – la Guardia costiera ci ha tenuti a distanza. È incredibile, quella barca è naufragata in pochi metri di fondale. Invece di massimo 100 persone a bordo ce n’erano il doppio. Quando ha iniziato a prendere acqua il capitano ha chiamato il capo dell’organizzazione segnalando il problema e affermando che sarebbe rientrato, perché rischiavano di andare a fondo. Il suo capo gli ha intimato di tirare dritto, altrimenti avrebbero perso un mare di soldi, lui ha disobbedito e durante la virata per rientrare a Kerkennah la barca si è rovesciata. I morti ufficiali sono circa 120, soprattutto tunisini (c’erano solo un libico, un algerino e un pugno di africani subsahariani, ndr) tra loro anche 4 fratelli, tutti di Gabès. Penso alla madre di questi ragazzi”. Nei primi 6 mesi del 2018, più di un terzo dei migranti che hanno tentato la fortuna dalla costa tunisina sono partiti da Kerkennah, almeno 2.500 su circa 7 mila. Prima del 5 giugno, nell’autunno del 2017 s’era verificata un’altra strage in mare davanti a Kerkennah: 46 vittime.

“Cento dispersi in Libia”. Le Ong: “Così altri morti”

Le salme di tre bambini, poco più che neonati, sono state recuperate a pochi chilometri delle coste libiche. Ci sono oltre 100 dispersi. La Guardia Costiera di Tripoli parla del salvataggio di “16 migranti illegali”. Per l’Oim, l’Agenzia delle Nazioni Unite per la migrazione, sono quasi mille i morti del 2018 nel Mediterraneo. Altri tre barconi, con circa 350 persone a bordo, sono stati avvistati nelle acque a est di Tripoli.

All’alba di ieri i leader europei raggiungevano l’accordo che liquida così i salvataggi in mare: “Tutte le imbarcazioni che operano nel Mediterraneo devono rispettare le norme vigenti e non ostacolare le operazioni della Guardia costiera libica”. Nelle stesse ore un aereo militare spagnolo aveva allertato la nave Open Arms, dell’ong catalana Proactiva, della presenza di un barcone in avaria con 150 persone a bordo. “Abbiamo chiamato Mrcc (centro di controllo per il soccorso marittimo) di Roma e ci hanno detto che non eravamo necessari per il soccorso” spiegano dall’imbarcazione spagnola.

La Guardia costiera di Tripoli, quella a cui il ministro degli Interni Matteo Salvini ha promesso 12 imbarcazioni, non ha autorità su tutto il litorale libico. Il controllo delle coste è frammentato tra almeno due governi e decine di tribù e milizie. Nel maggio 2017 l’allora ministro Marco Minniti fece arrivare a Tripoli due motovedette della Guardia di finanza italiana. Dovevano combattere la tratta di esseri umani. Lo scorso 15 marzo, da uno di questi vascelli, i militari libici hanno minacciato di morte, sparando ripetutamente, i soccorritori di Proactiva impegnati in un salvataggio a 27 miglia dalle coste nord africane: “Ci è già capitato di intervenire fino a sette miglia dalla costa libica – dice Òscar Camps, fondatore di Proactiva – agendo sempre in coordinamento con la Guardia costiera italiana. Ora ci ignorano e ci sono morti a poche miglia da dove siamo noi. Qualcuno si deve prendere la responsabilità”.

In zona SAR assieme all’Open Arms c’è il veliero Astral, l’altra imbarcazione di Proactiva. Quest’ultima ha chiesto l’autorizzazione per attraccare in Italia, non ha ancora ricevuto risposta. Non trasporta migranti, ma solo quattro europarlamentari: tre spagnoli e l’italiana Eleonora Forenza. “Vedranno l’Italia solo in cartolina, e l’Italia non sarà sola a comportarsi così” ha detto ieri Salvini. Poi è arrivata una nota del titolare del dicastero dei Trasporti, Danilo Toninelli: “Per motivi di ordine pubblico, dispongo il divieto di attracco nei porti italiani per la nave Astral” , seguita da rettifica che indica la “Ong Open Arms”. Per la prima volta c‘è un provvedimento scritto del Viminale che fa riferimento ai possibili problemi di ordine pubblico al porto di Pozzallo (Ragusa) dove la Open Arms è già stata sequestrata (sequestro poi annullata) e al fatto che rifornimento e cambio equipaggio possono essere fatti anche al largo. All’imbarcazione è già stato negato l’accesso a Malta.

Nei porti maltesi sono al momento ormeggiate tre navi delle ong: Lifeline sotto sequestro, la Sea-eye con un problema amministrativo sulla bandiera olandese e la SeaWatch3. Quest’ultima non ha pendenze giudiziarie ed è risultata in regola a tutti controlli maltesi, l’ultimo effettuato giovedì. Dovrebbero salpare lunedì verso la zona SAR, ma dal governo maltese confermano che non potranno lasciare il porto. Si prepara l’ennesimo braccio di ferro.

Il modesto Matteo: “Non sono Batman”

Giornata intensa per la roboante comunicazione del ministro. Ore 8 e 15: “Vorrei che finisse l’ipocrisia per cui si dice ‘viva l’Europa’ e poi paga l’Italia” (intervista con Massimo Giannini a Radio Capital). Ore 8 e 17: “Annullare le partenze? Per passare da cento a zero ci vuole Batman, e io non sono Batman” (stessa intervista di cui sopra). Ore 8 e 20: “Macron gira il mondo sentendosi Napoleone” (di nuovo l’intensissima intervista). Ore 11 e 15: “Ho sentito il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli: anche noi emaneremo una circolare che chiude i porti non solo allo sbarco ma anche alle attività di rifornimento alle navi Ong, che sono indesiderate in Italia” (Milano, Festival del Lavoro). Ore 11 e 30: “Ci sono le coperture per le misure previste dal governo? Anche di più” (a margine del Festival del Lavoro). Ore 12: “La legittima difesa è un diritto! Non capisco se a sinistra ci sono o ci fanno”. (Twitter, in risposta a una dichiarazione di Orfini). Ore 13: “Eccezionale nonna Armida, 102 anni, da Chiari (Brescia). Grazie!” (Twitter, con allegata foto della vegliarda che mostra una copertina di Panorama dedicata al nuovo Matteo nazionale). Ore 16: “Secondo Boeri, presidente dell’Inps, la ‘riduzione dei flussi migratori’ è preoccupante, perché sono gli immigrati a pagare le pensioni degli italiani….. E la legge Fornero non si tocca. Ma basta!!!” (Twitter).