“Non sappiamo nulla sui temi che Trump vorrà discutere ma non ci sono dubbi sul fatto che la Siria sarà trattata in modo approfondito”. Così il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha commentato le indiscrezioni sulla volontà del presidente americano Donald Trump di regolare il ritiro delle truppe dalla Siria, durante il vertice con il presidente russo Putin, programmato il 16 luglio a Helsinki. Secondo la Cnn, Trump avrebbe ipotizzato l’idea di ritirare le truppe dalla Siria durante un incontro privato con il re giordano Abdallah, alla Casa Bianca. La Cnn cita due fonti diplomatiche a conoscenza dei colloqui; secondo queste fonti il presidente americano crede di poter concludere un accordo con il presidente russo Vladimir Putin su una “zona di esclusione” nella Siria sudoccidentale che permetterà agli Stati Uniti di “uscire il prima possibile”. Intanto, più di 50 mila profughi sono fuggiti da Daraa, dove infuria la battaglia delle truppe governative contro le formazioni armate anti Assad, che tengono la città da anni. La Giordania che dal 2011 ha fatto entrare oltre 600 mila siriani in fuga dalla guerra, ha chiuso la frontiera.
Donald, proposta indecente a Emmanuel: “Lascia l’Unione”
Perché la Francia non lascia l’Unione europea? Il presidente Donald Trump lo avrebbe chiesto a Emmanuel Macron durante un incontro privato alla Casa Bianca avvenuto a fine aprile, secondo la ricostruzione del Washington Post che ha citato due funzionari europei. Il presidente americano avrebbe offerto a quello francese un accordo commerciale bilaterale a condizioni migliori rispetto a quelle riservate all’Unione europea, in caso di uscita dal blocco. La Casa Bianca non ha smentito il resoconto, preferendo non commentare. “Conoscete il mio impegno europeo. Le cose dette in privato devono rimanere in privato. E i giornali seri dovrebbero occuparsi di questioni serie”. Questa invece è stata la reazione del presidente Macron, durante la conferenza stampa che ieri ha tenuto al termine del Consiglio europeo. Ieri intanto il sito Axios ha scritto che il presidente Trump avrebbe detto ripetutamente ad alti dirigenti della Casa Bianca che vorrebbe ritirarsi dall’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). Il segretario al Tesoro Steve Mnuchin ha dichiarato alla Fox che si tratta di notizie fasulle: “È una esagerazione. Il presidente è stato chiaro, con noi e con altri, che è preoccupato per il Wto, pensa ci siano aspetti non equi, che la Cina ed altri hanno usato a loro vantaggio, ma siamo focalizzati sul libero commercio”.
Ognuno ha ottenuto il suo pezzetto: solo “buona volontà” in ordine sparso
Dopo oltre due anni di discussioni difficili, controversie e pressioni, l’Ue a 28 ha unanimemente adottato la posizione della Polonia e del gruppo di Visegrad: no ai ricollocamenti forzati e riforma del Protocollo di Dublino solo all’unanimità. Il premier polacco Mateusz Morawiecki, su Twitter. “L’Ue e la Slovacchia possono essere soddisfatte dell’accordo sui migranti centrato sulla protezione delle frontiere esterne, il rafforzamento di Frontex e il Fondo fiduciario per l’Africa”: il premier slovacco Peter Pellegrini. “Grande vittoria dei quattro Paesi Visegrad: assieme siamo riusciti a evitare la ridistribuzione obbligatoria dei migranti. L’Ungheria non diverrà un Paese di migranti”: il ministro per le Politiche europee ungherese Szabolcs Takacs, su Twitter.
Se qualcuno avesse ancora dubbi sulla valenza dell’intesa sui migranti scaturita dal Vertice europeo, la carrellata di reazioni dei Paesi di Visegrad li spazza via: l’intesa non migliora nulla in termini d’accoglienza e redistribuzione e rende una chimera la riforma del protocollo di Dublino. È il trionfo della volontarietà: ciascuno fa, o non fa, quel che vuole.
Il documento adottato dai leader dei 28, dopo un negoziato maratona di 13 ore, che ha rievocato altri tempi dell’integrazione comunitaria, quando fare l’alba era la norma, s’articola in 12 punti e riprende passaggi e principi del ‘decalogo’ italiano, presentato domenica scorsa, al pre-Vertice. C’è l’idea che la questione migranti è “una sfida non solo per il singolo Stato, ma per tutta l’Europa” e che il “buon funzionamento dell’Ue presuppone un approccio globale che combini un controllo più efficace delle frontiere esterne, il rafforzamento dell’azione esterna e la dimensione interna”.
Ma d’operativo e concreto c’è poco. Ecco alcuni elementi chiave. Il Mediterraneo è la rotta che interessa l’Italia: devono essere intensificati gli sforzi per porre fine alle attività dei trafficanti dalla Libia o da altri Paesi. L’Ue “resterà al fianco dell’Italia e degli altri Stati in prima linea”, cioè Grecia, Malta, Spagna. È pure previsto maggiore sostegno per la regione del Sahel, la guardia costiera libica, le comunità costiere e meridionali. Hotspot: tutti li vogliono fuori dall’Ue, ma bisogna convincere i Paesi terzi; e nessuno se li vuole accollare, anche se l’Ue provvederà a coprire le spese. Nel territorio dell’Ue, coloro che vengono salvati dovrebbero essere portati in centri di sorveglianza creati negli Stati membri su base volontaria. L’obiettivo è distinguere i migranti irregolari, che saranno rimpatriati, da quanti hanno diritto all’asilo. Le misure nell’ambito di questi centri, ricollocazione e reinsediamento compresi, saranno attuate “su base volontaria”.
I movimenti secondari sono quelli che interessano alla Germania. Questi movimenti nell’Ue rischiano di compromettere l’integrità del sistema europeo comune di asilo e di Schengen. Gli Stati devono adottare tutte le misure legislative e amministrative interne necessarie per contrastarli (quindi, anche respingere al confine migranti provenienti da altro Paese Ue la cui posizione non è stata vagliata). Sistema d’asilo: ci vuole un consenso sulla riforma del regolamento, che attualmente prevede che il Paese d’ingresso vagli la posizione del richiedente asilo, sulla base d’un equilibrio tra responsabilità e solidarietà. Per quanto riguarda le frontiere esterne gli Stati devono assicurare un controllo efficace e intensificare il rimpatrio dei migranti irregolari. Il ruolo di Frontex va potenziato.
Infine il partenariato con l’Africa: 500 milioni di euro sono trasferiti dal Fondo europeo di sviluppo al Fondo fiduciario per l’Africa. Vale, invece, 3 miliardi di euro la seconda tranche dell’accordo con la Turchia per tenere chiusa l’Autostrada dei Balcani.
Conte e Salvini fanno festa al 70%: la guerra alle Ong la fa pure l’Ue
“Tutte le imbarcazioni che operano nel Mediterraneo devono rispettare le leggi applicabili e non ostruire le operazioni della guardia costiera libica”. È a questo passaggio che si aggrappano Giuseppe Conte e Matteo Salvini per accreditare una vittoria italiana nel vertice di Bruxelles. Il documento licenziato al termine della lunghissima riunione dei 28 leader sulla gestione dei migranti lascia quasi tutto agli “accordi volontari” tra gli Stati (soprattutto sulla questione campi): praticamente un nulla di fatto. Ma sulla Libia Conte ha portato a casa un obiettivo importante: la battaglia alle Ong non è più un assillo del governo italiano, ma un assunto del Consiglio europeo. Messo nero su bianco, nella prima pagina delle conclusioni, al punto 3.
Nella zona Sar libica – l’area di ricerca e soccorso di competenza del governo Serraj – “tutte le imbarcazioni” devono evitare di interferire con la guardia costiera dello stato nordafricano.
“È stato inviato un messaggio chiaro anche alle Ong: devono rispettare le legge”, ha dichiarato con piglio che si direbbe salviniano, a fine vertice, il presidente del Consiglio Ue Donald Tusk.
È l’unico interesse italiano realmente tutelato dalle conclusioni di Bruxelles: affidando alla Libia il controllo esclusivo di un’area molto ampia a largo delle proprie coste, Palazzo Chigi conta di tenere sotto controllo il numero degli arrivi, già ridotti drasticamente durante il mandato al Viminale dell’ex ministro Marco Minniti.
A riprova che a parte questo non c’è troppo da esultare, i proclami entusiastici rilasciati a caldo da Conte si sono raffreddati nel corso della giornata. Il premier al termine del tavolo-maratona di Bruxelles si era lasciato andare a una celebrazione un po’ troppo spinta: “Da questo Consiglio europeo esce un’Europa più responsabile e più solidale. Ora l’Italia non è più sola”. Il trionfalismo si è sgonfiato nelle ore successive. In conferenza stampa il presidente del Consiglio si è detto “soddisfatto all’80%”: “Fosse dipeso da me – aggiunge – avrei scritto un paio di cose in più, ma era una negoziazione a 28 molto difficile”. Salvini – parola di Conte – “è soddisfatto al 70%, su questo siamo in leggero disaccordo”, ha detto sorridendo.
Nessun “gelo” tra i due, come hanno scritto durante la giornata alcuni media. Salvini non ha fatto mistero del suo scetticismo sui risultati che si potevano ottenere al tavolo dei 28: “Non mi fido delle parole – ha detto in mattinata a Radio Capital – vediamo che impegni concreti ci sono perché finora è sempre stato ‘viva l’Europa viva l’Europa, ma poi paga l’Italia’”. Ma ai suoi collaboratori il ministro dell’Interno ha confermato di essere sostanzialmente soddisfatto dell’operato di Conte a Bruxelles. Era difficile aspettarsi di più, vista anche l’inesperienza del nuovo presidente del Consiglio e visto che l’Italia partiva praticamente da zero. Conte e Salvini si sono sentiti al telefono, il leghista gli ha fatto i complimenti per essersi battuto con coraggio nel suo primo vertice internazionale.
Poi alle agenzie ha dettato una dichiarazione più che incoraggiante: “Sono soddisfatto e orgoglioso per i risultati del nostro governo a Bruxelles. Finalmente l’Europa è stata costretta ad accettare la discussione su una proposta italiana. Finalmente siamo usciti dall’isolamento e siamo tornati protagonisti”.
L’obiettivo su cui battono i gialloverdi è proprio questo: la nuova centralità dell’Italia in Europa (ha colpito molto, in tal senso, quanto fosse gremita di cronisti internazionali la conferenza stampa di Conte: un fatto insolito al termine dei consigli europei). Anche Manlio Di Stefano, sottosegretario agli Esteri dei 5Stelle, ha espresso “grande soddisfazione”: “Grazie alle richieste del nostro governo, l’Europa cambia rotta verso una gestione comune delle incombenze. L’iniziativa del presidente Conte ha fatto sì che tutti gli Stati membri capissero che chi sbarca in Italia sbarca in Europa”.
Dal canto loro, ovviamente, le opposizioni hanno messo in fila “i fallimenti” di Conte. La voce più autorevole in materia è quella di Marco Minniti: “Sull’accoglienza si deciderà in base a meccanismi volontari. Prima non funzionava l’obbligatorietà, figuriamoci la base volontaria”.
Si muove anche Silvio Berlusconi, che ha rilanciato su twitter la lettera scritta il giorno prima al Corriere della Sera: “Ci aspettiamo dall’Europa una risposta unita e solidale a un dramma epocale. Mi auguro che il governo sia davvero in grado di tutelare le nostre ragioni e i nostri legittimi interessi”. Subito prima aveva visto (di nuovo) Salvini a Milano. Un incontro “breve e cordiale” – così lo definiscono le parti – in cui si è parlato di tutto: da Bruxelles all’economia, fino al Milan. Per dire, insomma, che il centrodestra c’è. E sarà presente domani a Pontida con i suoi governatori (primo tra tutti, il ligure Giovanni Toti).
Migranti: non cambia nulla. L’Europa rimbalza l’Italia
Hanno tutti partecipato allo stesso Vertice e hanno tutti sottoscritto gli stessi accordi, sui migranti, i dazi, la difesa, il rinnovo delle sanzioni alla Russia, la Brexit, il completamento dell’Unione bancaria e monetaria. Sono tutti soddisfatti, ma dicono tutti cose diverse: la scena non è inusuale, dopo un appuntamento multilaterale, ma questa volta l’effetto è particolarmente disorientante.
E il presidente del Consiglio Giuseppe Conte passa dall’euforia dell’alba alla circospezione del pomeriggio: ha bloccato per alcune ore le conclusioni, innocue, sulla politica commerciale e sull’Europa della Difesa, ha trattato spalla a spalla con il presidente francese Emmanuel Macron sui migranti, afferma a caldo che “l’Italia non è più sola”, ma poi ammette: “Avrei cambiato qualcosa nelle conclusioni del Vertice”. L’Italia avrebbe ottenuto Tripoli come “porto sicuro” e una definizione dell’area di competenza dei libici. Di solidarietà concreta, non solo a parole, ne ha raccolta ben poca. Il minimo comune denominatore di tutte le dichiarazioni è la soddisfazione per avere raggiunto un’intesa unanime, che pareva alla vigilia improbabile e che evita la deflagrazione dell’Unione. Ma è un’intesa fragile, dove la parola ‘volontario’ torna quattro volte: il prezzo pagato per l’unanimità è un documento – l’intesa sui migranti, il piatto forte di questo Summit – che accontenta tutti solo perché lascia ognuno libero di leggerci quello che gli preme e, soprattutto, di fare quel che gli pare.
L’accordo sui migranti è stato annunciato dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, dopo un negoziato durato 13 ore e mezzo. Le altre conclusioni sono state pubblicate nella giornata di ieri, al termine dei lavori: c’è pure l’estensione per sei mesi delle sanzioni economiche contro la Russia (ma l’Italia non era contraria?). Nelle decisioni sui migranti, si parla di ‘reinsediamenti volontari’ e di ‘base volontaria’ per l’apertura di centri negli Stati membri dove selezionare i rifugiati, da accogliere, e i migranti economici, che vanno invece rimandati nel Paese d’origine. Per il resto, la riforma del regolamento di Dublino s’allontana, mentre ci sono i soldi per il patto con la Turchia e per dare una mano all’Africa. Per Macron, i centri di accoglienza sorvegliati vanno fatti “nei Paesi di primo ingresso” (la Francia non lo è) e il porto di approdo deve essere quello sicuro più vicino, cioè uno italiano. Il premier belga Charles Michel conferma che resta “la responsabilità dei Paesi di primo ingresso”. Il capo del governo spagnolo Pedro Sanchez dichiara: “I nuovi centri in Spagna? Li abbiamo già”, lanciando l’allarme perché i centri di accoglienza sullo stretto di Gibilterra sono al collasso. Il premier greco Alexis Tsipras, invece, non è contrario ad aprirne nelle isole dell’Egeo. Tutti li vorrebbero fuori dall’Unione. Ma bisogna convincere ad accoglierli Paesi terzi. La Tunisia fa sapere che collaborerà ai salvataggi, ma – dice – “da noi nessun centro di accoglienza”. L’ipotesi Albania e Kosovo va negoziata e ‘comprata’, anche in termini di concessioni sulla via dell’adesione all’Ue dei due Paesi balcanici.
“Un buon segnale per l’Europa”, afferma la cancelliera tedesca Angela Merkel che, però, ci vede soprattutto un buon segnale per la sopravvivenza del suo governo. L’Austria, che dal 1° luglio avrà la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue, ha pronto un suo piano per dare una stretta a flussi e asilo.
Tangentopoli, embè?
“Soldi a tutti i partiti”, “Ho pagato tutti i partiti”, “Mazzette a tutti da sempre”. Chi legge i titoli sull’interrogatorio fiume di Luca Parnasi, il palazzinaro romano arrestato per corruzione sul nuovo stadio della Roma e altri affari, dirà: oddio, adesso chissà che succede. Invece è molto probabile che non succeda niente o quasi in aggiunta alla retata di metà giugno. Eppure i fatti sono gravissimi. Un imprenditore che contratta con la Pubblica amministrazione, cioè con partiti o loro emissari, non dovrebbe poter pagare nessuno di coloro che ha trovato o che troverà dall’altro capo del tavolo delle trattative per affari che lo riguardano. E nessun partito dovrebbe poter ricevere denaro da imprenditori che hanno ricevuto o riceveranno appalti dai suoi amministratori. Ma purtroppo, per le nostre leggi, non è così. Non sempre i fatti gravi – quando a commetterli sono colletti bianchi – coincidono con i reati, soprattutto nell’Italia post-1992-’93 che, anziché darsi gli anticorpi contro il riprodursi di Tangentopoli (lo scandalo), si è data quelli contro il ripetersi di Mani Pulite (l’inchiesta). In una parola: ha legalizzato le mazzette. Vedremo cosa dirà la Cassazione quando esaminerà i ricorsi degli arrestati.
C’è la questione giuridica, non da poco, della figura del superconsulente dei 5Stelle Luca Lanzalone, ritenuto da pm e gip un “pubblico ufficiale di fatto” perché delegato dalla sindaca Raggi di seguire il dossier stadio e poi nominato presidente della società mista Acea. Se la Corte confermerà quel ruolo, l’accusa di corruzione reggerà. In caso contrario, senza il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio, crollerà, anche se il fatto (gravissimo) sarà accertato: e cioè che, mentre trattava o dopo aver trattato con Parnasi sullo stadio per il Comune, Lanzalone accettò consulenze legali per le società del costruttore per oltre 100 mila euro. A quel punto i pm potrebbero ripiegare sul traffico d’influenze, reato tipico del mediatore che chiede soldi o altri vantaggi per raccomandare il privato al pubblico ufficiale. Però quel reato non prevede intercettazioni né manette, dunque bisognerebbe pure chiedere scusa agli arrestati. L’accusa di corruzione riguarda una miriade di politici locali del Pd, di FI ecc. che da Parnasi avrebbero ricevuto denaro o altre utilità (qualche migliaio di euro o la promessa di assunzione di un figlio). Essendo politici, assessori o consiglieri comunali o regionali, non c’è dubbio che siano pubblici ufficiali: ma bisognerà dimostrare il “nesso causale” fra soldi (o favori) ricevuti e decisioni assunte a favore di Parnasi.
Decisioni – quelle sullo stadio – che la Procura ritiene corrette. È vero che la Cassazione considera corrotto anche l’amministratore pubblico che sta sul libro paga di un privato non in cambio di questo o quell’atto, ma una volta per tutte, “a disposizione”. Ma l’asservimento permanente di un politico non può valere poche migliaia di euro. Infatti i legali di Parnasi sostengono che quelle di Parnasi ai politici non erano mazzette, ma finanziamenti elettorali (in parte leciti perché dichiarati, in parte illeciti perché in nero) per avere buoni rapporti con tutti ed evitare che qualcuno si mettesse di traverso. Due anni fa, su Libero, Franco Bechis pubblicò la lista dei politici romani finanziati da Parnasi in campagna elettorale: erano di tutti i principali partiti di centrosinistra e centrodestra, salvo i Radicali e il M5S (che infatti lo costrinsero a dimezzare il mega-progetto dello stadio rispetto a quel monumento alla speculazione che era l’iniziale progetto Marino-Caudo). È normale che un palazzinaro che vuol costruire uno stadio sui propri terreni e, per farlo, necessita del via libera del Comune e della Regione, paghi le campagne elettorali a chi quel via libera ha dato o dovrà dare? No, è una vergogna: eppure era tutto lecito, tant’è che Bechis aveva tratto quelle informazioni da fonti “aperte”. Ora si scopre che Parnasi finanziò pure il Pd con 50 mila euro per la campagna elettorale di Sala (che lo ringraziò), visto che a Milano voleva realizzare il mega-stadio del Milan; versò 150 mila euro alla fondazione Eyu, legata al Pd renziano; e ne scucì 200 mila alla onlus leghista Più Voci.
E il bello (si fa per dire) è che quasi certamente è tutto lecito, anche se l’abbiamo scoperto perlopiù dalle intercettazioni: perché onlus, fondazioni & altre casse occulte dei partiti possono coprire i loro finanziatori con la privacy. Non solo: partiti e singoli politici, grazie alla legge del governo Letta, possono non dichiarare finanziamenti fino a 100 mila euro se i donatori chiedono l’anonimato. Intervistato dal Fatto, il sottosegretario leghista Giorgetti ha detto che occorreva cambiare la legge e il vicepremier Di Maio ha promesso nuove norme sui fondi a partiti, politici, fondazioni, onlus e altre opere pie per imporre trasparenza assoluta. Se possiamo permetterci, suggeriremmo una norma di tre articoli semplici semplici: 1. “Il partito o il politico o l’associazione a essi legata che riceve fondi superiori a 10 euro deve dichiararli in un apposito registro presso la segreteria del partito, o l’assemblea o l’organismo in cui il politico è stato eletto o candidato, o nel bilancio della società. 2. Il privato che finanzia partiti, politici o associazioni a essi legate deve registrare i contributi nei bilanci della sua società o nella dichiarazione dei redditi e non potrà contrattare né operare con la PA nei 10 anni successivi. 3. Chi contravviene agli articoli 1 e 2 commette il reato di illecito finanziamento dei partiti, punibile col carcere fino a 10 anni e, se esercita pubbliche funzioni, decàde subito e diventa ineleggibile in perpetuo. Se si tratta di un partito, perde i finanziamenti pubblici diretti e indiretti ed è escluso dalle successive elezioni”. Tutto il resto è chiacchiera.
Italia ’90, l’inizio di un decennio di promesse non mantenute
Enrico Brizzi attraversa i decenni ma resta, per gli standard italiani, uno scrittore “giovane”. Oggi ha 43 anni, ne aveva 20 quando ha pubblicato Jack Frusciante è uscito dal gruppo, romanzo generazionale per chi cresceva negli anni Novanta. E proprio in quell’epoca Brizzi ambienta Un’estate italiana, il graphic novel che esce in questi giorni per Panini Comics nell’etichetta 9L, per i disegni di Denis Medri, talentuoso artista attivo anche sul mercato americano. L’estate è quella del 1990, sulla copertina campeggia il “Ciao”, la mascotte dei Mondiali di Italia ’90, che qui è macchiata di sangue. Brizzi racconta la storia di un calciatore che arriva al vertice, idolo dei tifosi della Roma, in un momento in cui i calciatori erano ancora eroi popolari. Yuri Salati è un ragazzo di provincia disciplinato che sacrifica tutto per arrivare alla fama e al successo, poi basta un attimo e crolla: il personaggio è di fantasia, la dinamica riguarda la stragrande maggioranza di calciatori protagonisti di qualche breve stagione e poi destinati all’oblio. A Yuri, Brizzi regala almeno un finale tragico a base di narcotrafficanti colombiani, mafie italiane, amicizie tradite e parecchi morti. Brizzi dice di essere cresciuto leggendo fumetti. Eppure sceglie una narrazione molto più cinematografica che fumettistica: molte pagine sono costruite con vignette mute e una voce narrante fuori campo, questo rallenta il ritmo, così come alternare i piani temporali a blocchi, invece di alternarli in modo più ritmato. La scelta forse è fatta anche per risultare di facile lettura a un pubblico più vasto – quello di Brizzi – dei soli appassionati di fumetti. Al netto di questo, però, la storia regge, i colpi di scena sono parecchi. E la parabola di Yuri finisce per riassumere tutti gli anni Novanta: un decennio di promesse non mantenute.
In missione per la gloria: ma a quale prezzo?
Gli studenti del quarto anno stanno affrontando ognuno la propria missione. Aghata si sta preparando a essere la regina di Camelot, Sophie è la nuova preside del male, Tedros è diventato re e le tre streghe – Hester, Anadil e Dot – stanno cercando un nuovo Gran Maestro, per conto di Clarissa Colombine, la preside dei Sempre. Ma non è che le missioni stiano andando tanto bene: il popolo di Camelot dubita dei nuovi regnanti, la nuova preside indice delle feste al castello dei Mai e invita anche i ragazzi del Bene, le tre streghe non riescono a trovare nessuno ben qualificato, il migliore amico di Tedros, Chaddick, muore nella sua missione. E intanto molti regni della Selva stanno subendo attacchi. Forse c’è qualcosa o qualcuno che accomuna tutti questi avvenimenti… “Missione per la gloria” è il quarto libro della saga “L’accademia del Bene e del Male” scritto da Soman Chainani e pubblicato in Italia da Mondadori.
Questi libri sono uno tira l’altro e se hai finito il primo cominci subito con il secondo e così via. Il quarto è il più avventuroso ed è quello che deciderà il futuro degli studenti dell’ultimo anno.
Non si sa ancora se l’autore ne vorrà scriverne altri: sicuramente, come me, milioni di fan nel mondo aspettano con ansia nuove uscite.
Mattiacci, lo scultore dell’infinito
“Ricreare quella curiosità antica di scoprire e andare a vedere un’opera d’arte, una cattedrale, un tempio, un teatro greco, una piramide azteca; perché non un’opera d’arte del nostro tempo?” (Eliseo Mattiacci). Ci sono infatti opere contemporanee che hanno la potenza, la complessità e la poesia di quelle dell’antichità. Proprio la mostra dello stesso Eliseo Mattiacci al Forte Belvedere di Firenze (a cura di Sergio Risaliti) ne è una prova. Mattiacci, un maestro contemporaneo che ha scandagliato a fondo la pratica della scultura, ha creato una costellazione di opere, che assedia il Forte e affaccia sulla città. Nato a Cagli nel 1940, Mattiacci irrompe sulla scena dell’arte nel 1967 con il grande Tubo giallo che si avvolge e si svolge, entra e esce dalla più mitica galleria di quegli anni, La Tartaruga di Roma. Una scultura libera, che cambia forma, ma non progetto. Recupero di un mito, l’installazione che Mattiacci presentò all’Attico di Roma (la prima galleria underground in un garage) nel ’75 è qui riproposta per la prima volta. È l’omaggio dell’artista al popolo vinto dei nativi americani e alla loro cultura: la sabbia fa riferimento all’usanza indiana di disegnare con questa materia, su di essa i due coni, come un grande cannocchiale, inquadrano, in una prospettiva temporale lontana, ma presente qui e ora, i pigmenti con cui gli indiani si coloravano il viso. Tutto intorno i ritratti dei capi delle diverse tribù e tra essi. L’opera Echi di suoni e cani che abbaiano si ispira ai ritmi e ai rumori di fondo di New York, registrati da Mattiacci durante un soggiorno nell’83. È un’opera di scultura che si trasforma in performance, si apre alla scena pubblica, è agita da strumenti musicali e suoni di strada, pervasa anche da una sottile ironia sulla pittura di quegli anni. “La mia fonte d’ispirazione è il cielo, il cosmo, l’immensità dell’infinito. Quello verso cui il Rinascimento e la filosofia di Leopardi hanno alzato gli occhi”.
I materiali sono sempre stati importanti per l’artista, soprattutto ferro e acciaio corten. Ma, dopo l’esperienza in qualche modo irreversibile di Recupero di un mito, Mattiacci infonde ai materiali scultorei una forte carica simbolica, antropologica, arcaica. Così le grandi sculture all’esterno divengono cosmogonie, corpi celesti, costellazioni, binocoli dove i vuoti (scoperti attraverso il disegno che fa guizzare e vibrare sulla carta pianeti e satelliti) sono finestre per guardare il mondo. Al colpo di Gong che ci trasporta in un tempo primordiale le sculture disegnano orbite e trasmettono energia cosmica.
Sbirri che sniffano, nel giallo poliziesco più “duro” della Scandinavia
Tutto è eccessivo in Axel Steen, poliziotto di talento anche nell’autolesionismo. Vecchia conoscenza di questa rubrica, Steen abita a Nørrebro, nella Copenaghen che sperimenta le peggiori miscele urbane, che mescolano droghe, mafia russa e migranti spacciatori che prendono il sussidio statale, giusto per segnalarlo a Di Maio e Salvini, per motivi ovviamente opposti.
Stavolta il buon Axel, irrimediabilmente distrutto dalla separazione dalla bella moglie Cecilie – ninfomane che si è messa col capo di Steen – è passato dalle canne di hashish alla cocaina, innaffiata da alcol a getto continuo. E ventiquatt’ore di sesso con la fatale Milena, spogliarellista ventenne, lo “consegnano” al boss più feroce e potente di Nørrebro, Moussa, nativo del Marocco. Lui e Milena hanno scopato e sniffato a favore di telecamera. Perdipiù il devastato Steen non riesce a togliersela dalla testa, la brava Milena: “Poi, fissandolo negli occhi, tirò fuori la lingua e cominciò a muoverla su e giù. Quegli occhi furono il colpo di grazia per Axel, che venne spruzzandole i capelli, il viso, i seni artificiali, mentre lei rideva e protestava perché lo sperma le era finito nelle narici”.
Da quel momento in poi, l’inferno del poliziotto danese diventa ancora più nero, ché il boss lo usa per tentare di vincere un processo seguitissimo dai media, dove è imputato per un tentato triplice omicidio. Non solo: Moussa è pure difeso dall’ex moglie di Steen. Akrash, che nel gergo di Norrebro indica con sprezzo gli sbirri, è un poliziesco durissimo, insolito per il clima e il welfare scandinavo. E Jesper Stein, l’autore, ha una mano felice per i colpi di scena.