La favola di Greta e le sue paure rinchiuse nel bosco

C’era una volta una bambina, sbucata all’improvviso su una spiaggia di un paesino ligure. Si poteva sospettare che arrivasse dal mare, visto che era tutta bagnata, ma nessuno capì mai se quell’apparizione fosse un dono del cielo o un presagio funesto. Quella bambina, che poteva avere al massimo quattro anni, non sapeva neanche bene pronunciare il suo nome – “Glete” – e non era capace di bere da un bicchiere, quasi fosse stata abituata a dissetarsi direttamente da un lavandino. Dopo vane e un po’ stanche ricerche, Greta – così la chiamarono per comodità – venne adottata da una famiglia dell’hinterland milanese e crebbe in compagnia di Vittoria (madre adottiva, morta troppo presto) e di Alfredo, che si sforzò per molti anni di essere un buon padre e di comprendere cosa fossero gli “elefanti bianchi” impressi nella memoria di quella figlia. Greta crebbe anche in compagnia di una sindrome rara, un “difetto di fabbrica” che non la uccise, ma la costrinse a vivere con forti dolori alle ossa. Divenuta grande e orfana, Greta volle tornare alle origini, provare a capire da dove realmente fosse arrivata e, soprattutto, a quale mondo e a quale famiglia fosse appartenuta. E così, come in un viaggio a ritroso nelle favole nere dei fratelli Grimm, quelle che hanno riempito – e a volte atterrito – le nostre infanzie, “La bambina falena” ci porta fino alla Bocca del Bosco, fino agli “elefanti bianchi”, fino alle nostre paure, che prima o poi bisogna guardare negli occhi.

Romanzo d’esordio dell’operaio specializzato classe 1977 Luca Bertolotti, “La bambina falena” è una favola nelle favole. Oppure è la favola delle favole Da “Hänsel e Gretel” a “Pollicino”, da “Cappuccetto Rosso” a “Raperonzolo”, l’autore incastra alla perfezione gli elementi del classico rielaborandoli in chiave noir moderno. Tanto che – senza voler fare spoiler – la famiglia che vive auto-segregata nel bosco lo fa nella convinzione che il mondo fuori sia brutto e cattivo a causa dei collaborazionisti dei comunisti. Via via che si dipana il racconto, inoltre, alla storia di Greta se ne allinea un’altra, solo apparentemente parallela: quella di un vecchio rampollo di una famiglia industriale, Federico Andrion, caduto quasi in disgrazia e dedito alla cocaina più per noia che per diletto. Uno che racconta al suo collaboratore-servetto, Paolo, dei rapimenti delle Br e dell’ipotesi, non lontana, dell’invasione dei carri armati russi al Circo Massimo. E persino l’amico, Lorenzo, con il quale Greta vivrà l’avventura più angosciante e risolutiva della sua vita – proprio in quella casa nel bosco – è uno che crede all’esistenza dell’uomo falena, “Mothman”, e alle teorie complottistiche sull’11 settembre.

Scritto con grande maestria, con una prosa secca, illustrativa e molto cinematografica, “La bambina falena” da un lato ci fa riassaggiare il sapore delle fiabe antiche, dall’altro ci mette di fronte a quello che, da bambini, non avremmo mai potuto capire: il dolore, la paura, l’odio, il desiderio di vendetta sono sentimenti da guardare in faccia. Ma solo se riusciamo a mantenere il lato fanciullesco della fantasia, potremo trovare le soluzioni ai nostri problemi di adulti depressi.

 

Opera mai scontata: con Fabio Cherstich persino il Rigoletto finisce su un camion

Per il New York Times Fabio Cherstich “ha riportato l’opera alle sue radici”. Come? Scarrozzandola in giro per le piazze a bordo di un camion, che funge da palco, fondale per le scene, proscenio per gli interpreti, davanti a cui si sistemano l’orchestra e il pubblico sulle sedie portate da casa.

Il format “OperaCamion” è nato nel 2016: il primo titolo Figaro!, tratto dal Barbiere di Siviglia e prodotto dall’Opera di Roma e dal Massimo di Palermo, è ora in replica grazie al Comitato delle Celebrazioni Rossiniane, stasera a Milano in Stazione Centrale e domenica a Camerino.

“Per me è bello pensare l’opera fuori dal palcoscenico, operazione che la prosa sperimenta da mezzo secolo. Non mi interessa creare nuovo pubblico al teatro lirico, ma dare l’opportunità a un pubblico, che altrimenti non andrebbe a teatro, di vedere quel che l’opera è, e di pensarla come una forma di intrattenimento”.

Il terzo titolo della “serie”, dopo il Don Giovanni del 2017, è Rigoletto, che ha debuttato a Roma ed è in tour: domani a Poggio Bustone (Rieti); il 2 luglio al Municipio XI e il 9 al Municipio XV. Da poco è passato anche, come l’anno scorso, ad Amatrice: “Nel 2017 c’erano 200 persone in piazza: una conquista. Tanta era la nostra paura: ‘Con tutti i problemi che ci sono, che ce ne frega dell’opera?’, avrebbero potuto pensare. ‘Perché vengono spesi soldi pubblici per l’arte quando c’è tutto da ricostruire?’. Invece no, lo spettacolo ha funzionato”. Oltre a essere eterogeneo, il pubblico è sempre numeroso, “da un minimo di 200 spettatori a un massimo di 3000, come a Ostia”.

Pur giovane (classe 1984), il regista e scenografo si muove già con disinvoltura tra prosa e lirica: “Credo, però, che la figura più importante sia quella dei direttori artistici: è loro la responsabilità della programmazione culturale, la scelta di registi e titoli. Se c’è qualcuno che andrebbe interrogato sul futuro della lirica o della prosa sono loro”.

 

Shakespeare aveva inventato le serie

Se non c’è nella Bibbia, allora l’ha inventato Shakespeare: tertium non datur. È grazie a Lino Musella, Andrea Baracco e Paolo Mazzarelli che il teatro si riappropria finalmente di una sua invenzione di oltre quattrocento anni fa: la serialità.

Who is the King – “la serie” – ha l’ambizione di raccontare a puntate otto drammi storici, ambientati nell’Inghilterra tra Trecento e Quattrocento, ma scritti a cavallo del Seicento. L’ordine è quello dei re, ovviamente, in una escalation di violenza, cupidigia e corruzione: Riccardo II; Enrico IV (parti prima e seconda); Enrico V; Enrico VI (parti prima, seconda e terza); Riccardo III.

Prodotto dal Parenti insieme con Marche Teatro e La Pirandelliana, il progetto – prezioso quanto complesso – debutterà compiutamente a ottobre a Milano, ma già in questi giorni, e per tutto il mese di luglio, è possibile assistere alle “prove aperte” degli “Episodi 1 e 2”, che coprono le vicende di Riccardo II, il sovrano con la “testa piena di cianfrusaglie”, ed Enrico IV, “di sangue troppo calmo e temperato”.

La formula delle “prove aperte” è una coraggiosa operazione di teatro partecipato: non perché “uno vale uno” e ciascuno può dire la propria, ma perché gli spettatori – istintivamente e perlopiù inconsapevolmente – offrono a registi e compagnia utili spunti per correggere il tiro. Alla prima, ad esempio, è partito l’applauso finale su una scena che finale non era: il limite di questa sgrossatura preliminare è proprio la frammentarietà, il procedere per blocchi chiusi e a sé stanti, che impediscono di vedere la traiettoria, il respiro e la lunga gittata dell’opera, dell’episodio e dell’intera serie.

Spesso la drammaturgia scenica si impone su quella testuale, imbrigliandola e irreggimentandola, quando invece la trama avrebbe bisogno di maggior levità, velocità e spigliatezza, senza paura di perdere peso o profondità, tanto quelli li mette già Shakespeare. Davanti ai registi, seduti in platea col pubblico oppure attori a loro volta, si offrono con generosità, prendendosi pure molti rischi, gli interpreti: Massimo Foschi, Marco Foschi, Annibale Pavone, Valerio Santoro, Gennaro Di Biase, Josafat Vagni, Laura Graziosi e Giulia Salvarani.

Sull’allestimento – luci, scenografie, costumi, musiche – è ancora troppo presto per sbilanciarsi, però val la pena rimarcare i punti di forza, fin qui, del lavoro: in primis, l’orizzontalità della scena iniziale – col re e parentado ai ferri corti –, che via via si frantuma per gli intrighi di zii, cugini, figli di, vedove di, amici di, nemici di; tutti “inter pares”, ma ciascuno bramoso di diventare “primus”. In seconda battuta, la maniacale attenzione ai cambiamenti climatico-emotivi, dal “sole che lacrima” alla “pioggia negli occhi” alle varie tempeste, a ricordarci forse che Shakespeare non ha inventato il meteo, ma la meteoropatia sì.

 

Ritorna quella strega “Malefica” di Angelina Jolie

Angelina Jolie interpreta con Elle Fanning e coproduce Maleficent 2, sequel del grande successo di 4 anni fa (750 milioni di dollari nel mondo) ispirato al classico d’animazione Disney La Bella Addormentata nel Bosco. Ambientato diversi anni dopo il prototipo, il nuovo film diretto da Joachim Rønning (Pirati dei Caraibi: La Vendetta di Salazar) continua a esplorare il complesso rapporto tra Malefica e la Principessa Aurora, futura Regina, e prevede nel cast questa volta oltre ai già collaudati Sam Riley (Fosco), Imelda Staunton, Juno Temple e Lesley Manville anche Michelle Pfeiffer (la Regina Ingrith), Harris Dickinson (il nuovo principe Filippo) e Chiwetel Ejiofor, l’interprete di Doctor Strange e 12 Anni Schiavo.

Luca Miniero dopo Sono tornato dirige nuovamente Frank Matano, questa volta insieme a Cristiana Capotondi, in una nuova commedia dal titolo provvisorio Attenti al Gorilla sul set a Salerno e dintorni e lanciata nelle sale dalla Warner Bros Pictures Italia il 13 dicembre.

Michel Hazanavicious dirigerà da fine luglio The Lost Prince, un fantasy per famiglie interpretato dalla star di Quasi amici Omar Sy, oltre che da sua moglie Berenice Bejo e da Francois Damiens. Racconterà le vicende di un padre single, Djibi, che ogni sera legge una favola alla figlia di 7 anni Sofia e, riservandosi il ruolo di Principe Azzurro, la trasporta in una sorta di teatro di posa incantato dove le fiabe si trasformano in realtà. Cinque anni dopo, Sofia si ritroverà quasi adolescente e il padre dovrà ingegnarsi per non venire escluso dai suoi sogni.

Vanessa Incontrada dopo I nostri figli di Andrea Porporati girato nelle Marche con Giorgio Pasotti recita in Val d’Aosta con Ricky Memphis e Marco Bonini in L’amor che muove il cielo e le altre stelle, un altro tv movie per Rai1 diretto da Fabrizio Costa.

Un sacrificio piatto. Ridateci Kubrick e gli antichi Greci

No, ovviamente Yorgos Lanthimos non è Kubrick, né un epigono, un parente, un seguace, un simulacro. Idem Christopher Nolan, che Stanley non è. Sgombrato il campo da questa associazione criminale eppure criticamente ancora a piede libero, e in attesa di vedere The Favourite con Emma Stone e Rachel Weisz plausibilmente alla 75. Mostra di Venezia, ecco Il sacrificio del cervo sacro, premiato ex aequo per la sceneggiatura – vergata con l’abituale Efthymis Filippou – a Cannes 2017.

Carrelli brachicardici in avanti, campi lunghi anodini, grandangoli estraniati cristallizzano l’immagine-movimento di una commedia dark a progressivo voltaggio horror, in cui una famiglia – padre cardiochirurgo Steven (Colin Farrell) e madre oftalmologa Anna (Nicole Kidman), l’adolescente Kim (Raffey Cassidy) e il piccolo Bob (Sunny Suljc) – viene trascinata in una tragedia spiccia e malata dal giovane Martin (Barry Keoghan). Incolpando Steven della morte del padre per sfruttarne i sensi di colpa e facendo innamorare di sé Kim, il ragazzo perfeziona il proprio piano: occhio per occhio, dente per dente, papà per figlio…

Una tragedia piana, calmierata, meccanica e financo sorda, che complice la nazionalità del regista riecheggia il suo attributo principe: “Ci sono rimandi alla mitologia greca, ai simbolismi religiosi, a Ifigenia. Secoli dopo siamo ancora alle prese con l’essenza della natura umana: la colpa, il destino, la giustizia, il sacrificio quando incontri i demoni. C’è una connessione con qualcosa di profondo, che va all’origine della nostra cultura”.

Dopo il tremebondo The Lobster (2015), Lanthimos non ritrova la forma, e poetica, migliore (Dogtooth, 2009; Alps, 2011), però fa un deciso passetto in avanti, sopra tutto per la compattezza drammaturgica e la solidità narrativa: movimenti rallentati, mania di controllo, montaggio per asindeto e traiettorie come coltelli vivisezionano l’umanità, o meglio la post-umanità, all’apogeo della sua decadenza antropologica, sociale e morale.

Cinema crudo – anzi, a media cottura – e nichilista, manierato e spurio, fascinoso e disturbato più che disturbante, come se un Hitchcock in sedicesimi incontrasse un Ferreri minore, laddove ogni cosa, eccetto l’eccesso di stile, è senza speranza: bravi gli attori, Farrell ma anche la Kidman; più ristretto, forse, l’accesso per il pubblico; più scoperto che sia epidermide, la sua cifra, che non cuore, sebbene il muscolo venga piazzato in apertura a mo’ di monolite carnale.

The Killing of a Sacred Deer è calligrafico, snervato, nauseato: più participio passato, insomma, che presente, e forse la tragedia greca non spiega per intero questa indole compassata, questo disagio sedato. Chiaro, trovare in sala un film così in estate è assai apprezzabile e dunque è un Sacrificio raccomandabile, eppure il sospetto non se ne va: ma non l’avevamo già visto, per giunta, fatto meglio?

 

Salone, 12 dipendenti rischiano di rimanere senza lavoro da lunedì

Oggi sarebbe dovuto essere un giorno chiave per i dodici dipendenti della Fondazione per il libro, persone che da anni curano l’organizzazione del Salone del libro di Torino e che rischiano il posto di lavoro. L’ente, carico di debiti, è in liquidazione e oggi doveva essere ratificata la proroga di un mese del loro distacco in altri enti, il Circolo dei lettori (che fa capo alla Regione Piemonte) e la Fondazione per la Cultura (Città di Torino), ma all’ultimo è saltata e da lunedì rimarranno senza lavoro. Oggi si aprirà il tavolo di crisi a cui siederanno alcuni assessori, il commissario liquidatore e i dipendenti e sindacati, ma potrebbe essere inutile: “Non so se arriveranno con alcune proposte alternative. Finora non è emersa alcuna idea”, spiegava ieri al Fatto Dante Ajetti, che segue la questione per la Cgil. I dipendenti, in una lettera, fanno sapere che, nonostante l’incertezza, sentono ancora la responsabilità verso il Salone, le cui linee guida “devono essere tracciate a luglio”: “Un progetto editoriale deve essere pronto per la Buchmesse di Francoforte e per i singoli appuntamenti con gli editori che si terranno nel corso dell’autunno e dell’inverno”, si legge. Nel frattempo, in vista del cambio alla cabina di regia, il presidente del Salone del Libro Massimo Bray assumerà la guida del Circolo dei lettori al posto di Luca Beatrice.

“Subito una legge sul libro: ministro, partiamo da qui”

“Le dico subito una cosa: è finito il tempo in cui gli attori dell’industria culturale potevano permettersi di essere frammentati. Così facendo abbiamo perso tante occasioni. Ora credo che sia arrivato il momento di preservare l’intera filiera con una legge sul libro”. Giuseppe Laterza raccoglie la sfida del neo-ministro dei Beni Culturali, Alberto Bonisoli, che mercoledì dalle pagine di questo giornale ha lanciato l’idea di una maggiore collaborazione tra pubblico e privato per incrementare la lettura, soprattutto tra i ragazzi giovani: “È giusto dare agevolazioni ai ragazzi per abituarli a consumare cultura – aveva detto, riferendosi in particolare alla App 18, cioè il bonus di 500 euro per i 18enni –, ma mi piacerebbe chiamare a raccolta la stessa industria culturale con investimenti generosi”.

Laterza, è un appello che si sente di raccogliere?

Se la sua idea è chiamare a una responsabilità pubblica gli attori della filiera, trovo che sia giusta. Gli editori in parte già lo fanno: pensi ai Saloni, non ci guadagniamo ma promuoviamo la lettura. Ma le porto un esempio cui potersi ispirare: in Francia gli editori si autotassano con una quota parte del fatturato per sostenere le librerie indipendenti. È vero che in Italia alcuni editori sono anche librai, ma è uno dei temi su cui si può lavorare.

Direi che è un “sì” al ministro…

Da tempo nella sede romana della nostra casa editrice riuniamo almeno un paio di volte l’anno librai, direttori di teatri e di musei, produttori televisivi e di cinema, organizzatori di festival. Le chiamiamo le riunioni del Sarchiapone. Ho invitato il ministro Bonisoli alla prossima riunione, in autunno.

Bonisoli pensava anche all’applicazione di una scontistica fissa per i più giovani. Sarebbe fattibile?

Le misure più importanti per i giovani devono essere prese nella scuola, quindi riguardano il ministero dell’Istruzione. Ma Bonisoli potrebbe leggersi l’ultimo rapporto Ocse sulla mobilità sociale, che dagli anni ’90 in poi si è ridotta drasticamente. Questo spiega molti dei problemi politici dell’Occidente. La App 18 ha messo in moto un meccanismo di acquisto dei libri. Ricordiamoci che i giovani già rappresentano la fascia d’età che legge di più (il 50% contro il 40% degli adulti). Mi fa piacere che il ministro abbia colto il fenomeno della narrativa young adult. Sono libri colorati, interattivi, che attirano i ragazzi in libreria. Certo, non sono la Divina Commedia…

Appunto, non rischiamo di abbassare la letteratura anziché innalzare i lettori?

La qualità fine a se stessa lascia il tempo che trova. L’editoria italiana – e mi ci metto anche io – ha peccato di snobismo: non abbiamo fatto abbastanza per allargare il pubblico. Da qui non consegue il fatto che la cultura coincida con il marketing. L’editore deve intercettare i gusti del lettore e nello stesso tempo puntare alla qualità. È un doppio movimento da fare. E in questo pubblico e privato devono collaborare di più.

Come?

Sono maturi i tempi per una legge organica sul libro. Nella precedente legislatura si è discusso a lungo, poi la normativa non è stata varata per problemi finanziari e tecnici. E anche perché, a differenza di quanto accaduto nel mondo del cinema, noi non ci siamo fatti trovare compatti.

Una legge simile tutelerebbe i piccoli?

In Italia manca la cultura dell’antitrust: il più grande editore sopravanza di tre volte i concorrenti, non accade in nessun Paese occidentale. A livello di librerie, è fondamentale mantenere la pluralità dell’offerta, anche per far fronte ad Amazon.

A proposito dei direttori stranieri dei musei, il ministro ha parlato di “provincialismo” italiano.

La sinistra ha commesso un errore: per riscattarsi dall’accusa di clientelismo ha proceduto per concorsi internazionali. Bisogna tornare, invece, a un principio di responsabilità, anche per le nomine degli enti culturali.

Franceschini ascoltava poco e decideva troppo in fretta, secondo Bonisoli…

Non è così, anzi. E in più per la prima volta dopo decenni il ministro della Cultura non era solo un bel nome.

Cosa consiglierà a Bonisoli se dovesse accettare il suo invito al Sarchiapone?

Le prime tre cose? Ascoltare, ascoltare, ascoltare. Anzi, no: anche viaggiare. Lo dico in base alla mia esperienza. L’Italia è un Paese dalla ricchezza straordinaria anche in periferia. Non soltanto in Puglia ci sono i presidi del libro ma in tutta la penisola: nelle biblioteche, nelle scuole, nelle mille associazioni culturali Bonisoli potrebbe trovare persone che gli diano consigli migliori dei miei.

Povero Renzi, ora è più triste del boiler rotto della Minetti

A guardare gli sconfitti eccellenti alle ultime elezioni e nella formazione del nuovo governo, pare che tutti abbiano trovato una loro dimensione. Giorgia Meloni – quella che aveva dichiarato “Vado spesso in Inghilterra, sono stata da poco a Dublino e in Scozia” e col direttore del Museo egizio non distingueva la differenza tra lingua araba e religione – ha invitato Roberto Saviano a studiare.
Che è un po’ come se la Isoardi invitasse tutte a fidanzarsi per amore. Ergo, continua a fare la sua solita, nota opposizione: alla perspicacia. Silvio Berlusconi, mentre Salvini gli voltava la faccia, si è rifatto la sua per la tredicesima volta.

Inoltre, ben lontano dal motto “prima gli italiani” del traditore Salvini, appreso che è terminato il programma di aiuti internazionali alla Grecia, ha offerto pieno supporto alla valletta greca di Tiki Taka Ria Antoniou. Non promette un ingresso immediato nella zona euro, ma l’ingresso in zona Certosa è spalancato. Nessuna misura di austerità prevista. La Boldrini cazzia Conte e Salvini in aula per gli aiuti negati ai migranti, Grasso cazzia Salvini per la faccenda della scorta di Saviano e Saviano, a sua volta, pure se non si è mai candidato, da solo fa più opposizione al governo di Martina, Calenda, Orfini, Cuperlo, Franceschini e Orlando che sono troppo presi a starsi sui coglioni tra di loro per farsi stare sui coglioni qualcun altro. Poi, in un angolino che vaga come un gatto che non trova la lettiera, come una pallina da golf che gira intorno alla buca, c’è Matteo Renzi. L’uomo che la sinistra l’aveva persa da un pezzo, ora non ha più nemmeno un centro. Osservare la sua ricerca disperata di un posizionamento è una delle cose più malinconiche accadute negli ultimi dieci anni dopo l’esclusione dell’Italia dai Mondiali e la Minetti che al telefono diceva a Berlusconi “Non funziona il boiler, c’è l’acqua fredda in bagno!”. L’uomo che usava i social per indirizzare, bacchettare, ironizzare, ora si limita mestamente a retwittare Roberto Burioni e Pina Picierno. Non dice la sua, la fa dire agli altri, roba che se fino a un anno fa gli avessero detto che avrebbe preferito tacere per retwittare la Ascani, si sarebbe lanciato giù dalla seggiovia a Courmayeur.

Tra un po’ si retwitterà i complimenti come Paola Ferrari. Utilizza l’hashtag #neuro per perculare l’avversario e #altracosa per ribadire che il Pd è “un’altra cosa” rispetto al governo. Sì, quell’altra cosa che non votano manco più in Toscana, nello specifico. È probabile che se Massimo Ceccherini oggi si candidasse a sindaco di Firenze con la Lista “Maremma maiala” probabilmente prenderebbe più voti di un qualsiasi candidato del Pd. Poi, siccome lui vorrebbe essere Obama almeno quanto Justine Mattera vorrebbe essere Marilyn Monroe e Barbara D’Urso Oprah Winfrey, comincia a scimmiottare la vita dopo la politica dell’ex presidente americano. Obama fa conferenze pagate in giro per il mondo e allora Matteo fa conferenze pagate in giro per il mondo. Andrà in Africa per i cent’anni dalla nascita di Mandela perché scherziamo, non può mancare, nel 2012 da sindaco di Firenze gli aveva consegnato il prestigioso Fiorino d’oro e il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha già fatto sapere che se alla celebrazione non c’è Renzi, per protesta, ripristina l’apartheid. È già andato in America, al cimitero di Arlington per il cinquantesimo anniversario dalla morte di Bob Kennedy e in ottobre andrà al cimitero della Leopolda, per i funerali del Pd. Pare andrà anche in Kazakistan e in Qatar dove ha intenzione di tenere un convegno sul tema su cui è più ferrato – i referendum – e di suggerire all’emiro e al capo di Stato kazako di indirne subito uno certamente vincente, ovvero: “Basta petrolio, torniamo a esportare solo tuberi, siete d’accordo?”.

Obama scriverà un libro con un contratto da 65 milioni di dollari, e naturalmente anche Matteo ha il libro pronto. Parla della sua vita dopo la politica, per cui è di tre pagine in tutto di cui due sono la prefazione di Luca Lotti sul segreto del suo rovescio a tennis.

Infine, Obama firma un contratto per varie produzioni con Netflix e guarda caso anche Matteo sta valutando un programma con Netflix. Secondo le prime indiscrezioni, si tratterebbe di una trasmissione sulle bellezze del nostro Paese. Renzi inaugurerebbe il ciclo descrivendo la sua Firenze e gli antichi splendori, ovvero tutto il periodo che ha preceduto l’arrivo suo e di Nardella. Insomma, Matteo Renzi, angustiato e in cerca di un’identità più vincente di quella del senatore semplice che chatta in aula mentre parla Conte, cerca in tutti i modi di imitare Obama. Peccato gli manchi solo una cosa: essere Obama.

Il peccato del Diavolo e l’ultima farsa di B.

È la colpa che dobbiamo espiare per avere avuto Berlusconi presidente, ha detto qualcuno. I fatti: il Milan è stato squalificato per un anno dalle competizioni europee. “Per violazione delle norme del Fair Play finanziario, in particolare della regola del pareggio di bilancio”, scrive l’Organo di Controllo Finanziario per Club (Cfcb). Detta così sembrerebbe che la decisione sia dovuta alla violazione delle regole del Fair Play finanziario, lo sforamento del 30% di deficit permesso nel rapporto tra entrate e uscite riferito ai bilanci 2014-17. In questo caso a Nyon avrebbero punito la pessima gestione del club della strana coppia Adriano Galliani e Barbara Berlusconi. Ma le disastrose stagioni delle panchine agli ex campioni subito esonerati, degli acquisti a parametro zero, delle trattative per il nuovo stadio, non sono sufficienti a spiegare la portata della sentenza. Né basta sottolineare la fragile linea difensiva del nuovo Milan, che tentando il patteggiamento aveva presentato piani di guadagni futuri sballati. Marco Fassone si era spinto a sostenere davanti alla Uefa che entro 5 anni il Milan avrebbe ricavato dalla sola Cina oltre 225 milioni, ovvero 5 volte quello che da lì intascano Real Madrid, Barcellona e Manchester United. No, non basta. Per ben due volte, a dicembre e poi a maggio, la Camera Investigativa e il Cfbc avevano rimbalzato le richieste di patteggiamento sottolineando come il problema fosse l’attuale proprietà fantasma, che non offriva garanzie. E qui si arriva alla vera colpa (o al colpo di genio) di Berlusconi: la strana, per usare un eufemismo, vendita del club allo sconosciuto cinese Yonghong Li.

Uno che nessuno conosce, che il New York Times sostiene non avere alcun patrimonio, nemmeno i famosi giacimenti di fosforo, e che l’unica volta che è intervenuto pubblicamente, all’indomani di quell’articolo, lo ha fatto in videochiamata da un salotto che sembrava la quinta dismessa di una location di CentoVetrine. Vale la pena ripercorrere le tappe della cessione del Milan, rilevato dal Tribunale Fallimentare da Berlusconi nel 1986 e portato a vincere tutto, prima di diventare un’inutile zavorra di cui i figli vogliono liberarsi.

Negli ultimi anni spuntano quindi oligarchi russi, sceicchi arabi, amici albanesi, broker americani, ma non se ne fa nulla. Fino a che sulla scena appare il fantomatico Mister Bee, oscuro intermediario finanziario thailandese che sembra pronto ad acquistare il club per un miliardo. Nessuno si chiede come mai, se il Milan è iscritto a bilancio della casa madre Fininvest per un valore di poco superiore ai 300 milioni, non ha una rosa di valore, non ha uno stadio di proprietà e nemmeno una sede – Casa Milan è in affitto… – qualcuno voglia pagare un bene tre volte tanto il cartellino del prezzo. Ma tant’è. Mister Bee sparisce, Fininvest inietta nel club 150 milioni a fondo perduto, solo per iscrivere a bilancio il club a 520 milioni e venderlo al misterioso cinese per un valore vicino a 750 milioni. L’architettura finanziaria dell’acquisto prevede una serie di holding a capitale minimo costituite ad hoc in Lussemburgo, attraverso cui transitano circa 500 milioni provenienti dai più disparati paradisi fiscali – Hong Kong, Singapore, Delaware – che approdano a Fininvest. Oltre al famoso prestito del fondo Elliott, destinato a diventare a breve proprietario del club, ovvero i famosi 303 milioni che, guarda caso, sono il valore reale del club. In sé non sarebbe nemmeno una novità.

Il calcio è passato da diversi anni a una dimensione di pura finanza speculativa, club importanti come Manchester United, Liverpool e Roma, e comunque noti come Udinese, Everton, Watford e Sporting Lisbona, hanno strutture proprietarie simili. Ma almeno hanno una proprietà riconoscibile. Nessuno era arrivato al punto di scrivere un film in cui il protagonista fosse un fantasma cinese. Se tutto ciò non ha fatto alzare un sopracciglio a Lega, Federcalcio e Covisoc, probabilmente è questo che non è piaciuto alla Uefa. È qui che deve essere valutata la colpa, solo cinematografica ça va sans dire, di Berlusconi.

Il Giappone passa con Fair Play: meno cartellini del Senegal

Il Giappone si inchina alla Polonia già fuori dai giochi ma accede comunque agli ottavi dei Mondiali di Russia. La rete di Bednarek nella ripresa decide la sfida di Volgograd, con i nipponici che si complicano la vita rischiando l’harakiri, ma alla fine ringraziano la vittoria della Colombia sul Senegal oltre che il… fair play. La Nazionale di Nishino chiude con gli stessi punti (4) e la stessa differenza reti degli africani ma passa il turno da seconda grazie al minor numero di cartellini.

Il Giappone, a cui bastava un punto, passa anche con la sconfitta e saputo del risultato dell’altra partita, i giapponesi hanno cominciato nel finale a “congelare” la sconfitta, senza mai attaccare e tenendo palla per far passare il tempo soprattutto per non fare un fallo e rischiare il cartellino giallo. Tutto lo stadio a Volgograd ha fischiato, anche l’arbitro faceva chiari gesti di continuare. Poco fair play nella partita che passerà agli annali perché decide proprio il fair play; Giappone e Senegal sono pari in tutto, così contano le ammonizioni: quattro contro le sei degli africani.