C’era una volta una bambina, sbucata all’improvviso su una spiaggia di un paesino ligure. Si poteva sospettare che arrivasse dal mare, visto che era tutta bagnata, ma nessuno capì mai se quell’apparizione fosse un dono del cielo o un presagio funesto. Quella bambina, che poteva avere al massimo quattro anni, non sapeva neanche bene pronunciare il suo nome – “Glete” – e non era capace di bere da un bicchiere, quasi fosse stata abituata a dissetarsi direttamente da un lavandino. Dopo vane e un po’ stanche ricerche, Greta – così la chiamarono per comodità – venne adottata da una famiglia dell’hinterland milanese e crebbe in compagnia di Vittoria (madre adottiva, morta troppo presto) e di Alfredo, che si sforzò per molti anni di essere un buon padre e di comprendere cosa fossero gli “elefanti bianchi” impressi nella memoria di quella figlia. Greta crebbe anche in compagnia di una sindrome rara, un “difetto di fabbrica” che non la uccise, ma la costrinse a vivere con forti dolori alle ossa. Divenuta grande e orfana, Greta volle tornare alle origini, provare a capire da dove realmente fosse arrivata e, soprattutto, a quale mondo e a quale famiglia fosse appartenuta. E così, come in un viaggio a ritroso nelle favole nere dei fratelli Grimm, quelle che hanno riempito – e a volte atterrito – le nostre infanzie, “La bambina falena” ci porta fino alla Bocca del Bosco, fino agli “elefanti bianchi”, fino alle nostre paure, che prima o poi bisogna guardare negli occhi.
Romanzo d’esordio dell’operaio specializzato classe 1977 Luca Bertolotti, “La bambina falena” è una favola nelle favole. Oppure è la favola delle favole Da “Hänsel e Gretel” a “Pollicino”, da “Cappuccetto Rosso” a “Raperonzolo”, l’autore incastra alla perfezione gli elementi del classico rielaborandoli in chiave noir moderno. Tanto che – senza voler fare spoiler – la famiglia che vive auto-segregata nel bosco lo fa nella convinzione che il mondo fuori sia brutto e cattivo a causa dei collaborazionisti dei comunisti. Via via che si dipana il racconto, inoltre, alla storia di Greta se ne allinea un’altra, solo apparentemente parallela: quella di un vecchio rampollo di una famiglia industriale, Federico Andrion, caduto quasi in disgrazia e dedito alla cocaina più per noia che per diletto. Uno che racconta al suo collaboratore-servetto, Paolo, dei rapimenti delle Br e dell’ipotesi, non lontana, dell’invasione dei carri armati russi al Circo Massimo. E persino l’amico, Lorenzo, con il quale Greta vivrà l’avventura più angosciante e risolutiva della sua vita – proprio in quella casa nel bosco – è uno che crede all’esistenza dell’uomo falena, “Mothman”, e alle teorie complottistiche sull’11 settembre.
Scritto con grande maestria, con una prosa secca, illustrativa e molto cinematografica, “La bambina falena” da un lato ci fa riassaggiare il sapore delle fiabe antiche, dall’altro ci mette di fronte a quello che, da bambini, non avremmo mai potuto capire: il dolore, la paura, l’odio, il desiderio di vendetta sono sentimenti da guardare in faccia. Ma solo se riusciamo a mantenere il lato fanciullesco della fantasia, potremo trovare le soluzioni ai nostri problemi di adulti depressi.