No alle atomiche, sì ai gol: tutti pazzi per i sorrisi coreani

Poiché questo 2018 è senza alcun ombra di dubbio l’anno della Corea, non meravigliamoci più di tanto se i “ridolini” Kim e Son della Corea del Sud hanno matato mercoledì 27 giugno all’Arena di Kazan i supponenti torelli dalle corna spuntate della Mannschaft, “la Squadra” campione del mondo in carica (sino al 15 luglio). Era scritto nel destino. Noi italiani ben sappiamo quanto bruci una simile disfatta. Anche perché abbiamo il non invidiabile record di essere stati battuti e sbattuti fuori due volte dai Mondiali, sia per mano della Nord Corea (accadde nel 1966), sia per i non limpidi maneggi arbitrali che favorirono sfacciatamente la Sud Corea, nel 2002. È storia.

Come ormai è storia quest’incredibile annata della Corea. Tutto è infatti cominciato il primo gennaio. Quando Kim Jong-un, il dittatore di Pyongyang, annuncia, impettito nel suo completo grigio e la camicia bianca, che invierà una delegazione nordcoreana ai Giochi d’Inverno di Pyeongchang, in Corea del sud, peraltro non lontano dal fatidico 38º parallelo che divide le due Coree. Tende la mano a Seul e a Moon Jae-in, presidente del Sud Corea dal maggio del 2017. Promette Kim: “Dobbiamo migliorare le nostre relazioni e fare di quest’anno un tornante della storia nazionale”. Certo, dice anche che gli Stati Uniti sono a portata dei missili nordcoreani e che c’è sempre un bottone nucleare sulla sua scrivania, ma col senno di poi, è come il latrare del can che abbaia – per inciso, il 2018 è per i cinesi l’anno del cane – ovviamente Trump gli risponde da par suo.

Le Olimpiadi invernali diventano i Giochi dell’Amicizia Ritrovata. Il 9 febbraio, il presidente del presidium dell’Assemblea popolare suprema del Nord, Kim Yong-nam e la bella Kim Yo-jong, la sorella dai larghi sorrisi di Kim Jong-un varcano il 38º parallelo, la linea cioè della zona demilitarizzata per essere presenti alla cerimonia inaugurale dei Giochi, a fianco di Mike Pence, il vicepresidente Usa. Un mese dopo, l’8 marzo, Trump informa che incontrerà Kim.

Da quel momento, è un turbinìo diplomatico. Il 21 aprile Kim stabilisce la sospensione dei lanci di missili e dei test nucleari, nonché lo smantellamento del sito di Punggye-ri. Sei giorni dopo, le due Coree vanno ancora più lontano: aprono una “nuova era”. Kim e Moon si stringono la mano: “Davanti agli 80 milioni di abitanti delle nostre nazioni dichiariamo solennemente che non ci sarà più guerra nella penisola”. Lo sport è uno dei mezzi che potrebbe cementare questo accordo. Ci pensa il calcio: le partite della Sud Corea sono trasmesse in diretta nel Nord, l’entusiasmo di Seul è condiviso a Pyongyang. Non sarà un cammino facile e sarà anzi disseminato di trappole e ostacoli. Ma intanto, i sudcoreani sono diventati popolari in tutto il mondo, quel mondo al quale la spocchia tedesca stava sulle scatole. A cominciare dall’Italia, sbeffeggiata dai tedeschi per esser stata eliminata dalla Svezia. Che ha vinto il girone della Germania. Nemesi perfetta. Talmente perfetta che sembra la trama di un film dal titolo: “Siamo tutti coreani”.

“Aiuto, ci sparano addosso”. Morte in diretta in Maryland

“Un uomo ha sparato dentro il mio ufficio. Ci sono dei morti”. E ancora: “Un uomo armato ha sparato attraverso una porta a vetri verso la redazione e ha aperto il fuoco su molti lavoratori. Non posso dire molto nè dichiarare nessuno morto. Ma la situazione è brutta”. Per concludere con: “Non c’è nulla di più terrificante di sentire tante persone colpite mentre sei nascosto sotto la scrivania e senti che un’arma che viene ricaricata”.

Sono i drammatici tweet di Phil Davies, “crime reporter” della Capital Gazette, importante giornale locale di Annapolis, capitale del Maryland, costa Est Usa. Nelle prime ore del pomeriggio di ieri un uomo, a quanto pare attentatore solitario, ha aperto il fuoco nella sede del giornale uccidendo almeno 5 persone e ferendone numerose altre. Ancor prima dei tweet di Davis era stato un giovane stagista a invocare aiuto, sempre via Twitter.

Nel giro di pochi minuti l’Fbi e lo sceriffo della Contea sono giunti sul posto. Dopo l’evacuazione del palazzo – almeno stando alle informazioni circolate nella tarda serata di ieri – un uomo sarebbe stato arrestato. Si tratterebbe di un attentatore solitario e – a quanto pare – si tende ad escludere categoricamente la pista del terrorismo.

Un nuovo, ennesimo caso Columbine, il massacro della Columbine High School (13 morti el 20 aprile 1999) divenuto icona delle sparatorie indiscriminate in luoghi pubblici.

Un’emergenza in un Paese in cui – secondoGun Violence By The Numbers, la percentuale dei morti da arma da fuoco è 25 volte superiore rispetto a quella di altri Paesi con un reddito paragonabile. Impressionati i numeri. Solo tra il 2004 e il 2013, negli Usa ci sono stati 316.545 morti per arma da fuoco contro 36 vittime di terrorismo.

Dati che dovrebbero far riflettere chi – nel nostro Paese – invoca una maggiore libertà di armarsi. Il dibattito in Italia è aperto e ieri è stato scosso da un post di Facebook di Luca Di Bartolomei, figlio dell’indimenticato Agostino, capitano della Roma Campione d’Italia 1983 e morto suicida a 39 anni nel 1994: “Questa è una Smith& Wesson 38 special uguale a quella che aveva Agostino – scrive Luca a margine di una foto – Quando la comprò negli anni 70 lo fece perché credeva che avrebbe così reso più sicura la sua famiglia. Al 41% degli italiani che oggi vorrebbe acquistare un’arma più semplicemente per sentirsi più protetto vorrei raccontare – dati e studi alla mano – di come più pistole in giro significheranno solo più morti, più suicidi, più incidenti. Ed alla obiezione che chi vuole suicidarsi lo fa comunque vorrei solo dire che, per andare oltre il burrone che pensiamo di avere davanti, basta un attimo. E in quell’attimo non avere accesso a un’arma può fare la differenza. Non lo dice una vittima lo dicono tutti gli studi disponibili. Pensate ai vostri figlie ed ai vostri nipoti. Una pistola non produce alcuna sicurezza. Credetemi”.

Poche ore dopo la notizia della strage di Annapolis.

Cassazione su Strage di Erba: “Bisogna valutare nuove prove”

Il procuratore generale della Cassazione ha chiesto l’annullamento con rinvio dell’ordinanza con cui la Corte d’assise d’appello di Brescia aveva dichiarato inammissibile la richiesta di incidente probatorio su alcuni reperti mai analizzati sul luogo della strage di Erba (quattro morti tra cui un bambino di due anni). La richiesta era stata presentata dai difensori dei coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi, condannati all’ergastolo per l’eccidio dell’11 dicembre del 2006. L’udienza davanti alla Suprema Corte si terrà il 12 luglio. Il sostituto pg Massimo Galli ha ritenuto “fondato” il ricorso presentato dagli avvocati Fabio Schembri, Luisa Bordeaux e Nico D’Ascola, difensori dei coniugi Romano, spiegando che l’impostazione del provvedimento dei giudici bresciani “risulta errata nella sua premessa”. I giudici della Corte d’assise d’appello di Brescia, se la Cassazione darà ragione al pg, dovranno rivalutare l’ammissibilità degli esami su alcuni reperti come peli trovati sulla felpa del piccolo Youssef, di poco più di due anni, una delle vittime, un mazzo di chiavi, un accendino che, secondo la difesa, potrebbero portare a persone diverse da Olindo Romano e Rosa Bazzi.

“In realtà è un buon segnale: significa che siamo più avanti”

Se c’è una cosa che insegna la sentenza di ieri della Corte europea dei diritti umani su Punta Perotti – soprattutto riguardando le foto dell’ecomostro che si stagliava sul lungo mare di Bari – è che forse, almeno per una volta, l’Italia è più avanti rispetto all’Europa. E che anzi proprio Roma, con la sua storia di bellezza e attentati alla bellezza, potrebbe diventare un modello per Strasburgo: potrebbe insegnare come si fa davvero la tutela del paesaggio. Ne è convinto lo storico dell’arte Tomaso Montanari: “Questo credo che sia uno di quei casi in cui la Corte europea non ci ha fatto un buon servizio”.

In fondoc’è un orientamento che è tipicamente italiano: “C’è una tradizione che si rifà al Medioevo e ha le sue radici nel diritto romano: l’idea che la proprietà collettiva, quando si parla di beni culturali, ha la priorità rispetto alla proprietà privata. Se io a casa ho un quadro di Raffaello, non posso decidere di farlo a pezzi e rivenderlo per aumentare il mio profitto. E così il paesaggio è considerato per tradizione come un bene superiore rispetto agli altri: la sua distruzione non può essere bilanciata in altro modo”.

“In questo senso – aggiunge Montanari – il diritto della proprietà privata, quello che Cesare Beccaria definiva ‘un terribile e forse necessario diritto’, diventa secondario”.

Ma non per la Corte europea dei diritti dell’uomo che ha sottolineato come le autorità italiane non avrebbero dovuto procedere alla confisca dei terreni dove venne edificato il complesso di Punta Perotti. Secondo Strasburgo, così l’Italia ha violato i diritti dei proprietari, sequestrando i terreni prima che ci fosse una loro eventuale condanna.

“Io penso che l’ordinamento europeo dovrebbe riuscire a prendere il meglio di tutti gli Stati – sostiene Montanari –. Quando c’è da difendere il paesaggio, che è un bene di tutti, allora credo sia giusto procedere al sequestro: noi non abbiamo sbagliato in questo, anzi per una volta possiamo essere noi a insegnare qualcosa all’Europa”.

“La sentenza può essere un precedente pericoloso, non solo dal punto di vista giuridico ma anche politico – dice Montanari –. Non vorrei che ora la politica, troppo spesso disattenta alla tutela del paesaggio, abbia la possibilità di nascondersi dietro al paravento dell’Europa per giustificare abusi e attentati alla bellezza. Certo, l’Europa non sta difendendo l’abusivismo. Ma quando sostiene che il sequestro automatico non è la via migliore, che si debba valutare caso per caso, c’è il rischio di un’ingerenza eccessiva”.

La storia italianaè fatta di enorme bellezza. Ma anche di cicatrici e attentati ai beni culturali: “È per questo che le nostre norme che tutelano il paesaggio – sottolinea Montanari – sono più tutelanti rispetto a quelle europee. Siamo il Paese con il maggior numero di beni da difendere, ma anche quello con troppi casi di abusivismo: per questo abbiamo dovuto tirare fuori le unghie”.

“Ho grande stima per il nostro nuovo ministro dell’Ambiente, il generale Sergio Costa. Non dico che ora dovrà andare a battere i pugni in Europa, che è un’espressione fin troppo abusata. Ma forse l’Italia, almeno in questo, potrebbe essere davvero un modello per Strasburgo”. Insomma, se davvero siamo più avanti, possiamo anche diventare un modello.

Bari, Punta Perotti: l’Italia dovrà risarcire i proprietari

Ecomostro di Punta Perotti, a Bari, la telenovela continua. Di scena questa volta è la Corte europea dei Diritti umani di Strasburgo. Le autorità italiane – dice la Cedu – non avrebbero dovuto confiscare i terreni dove venne edificato l’ecomostro demolito nel 2006. La sentenza è inappellabile. Secondo i giudici prima del sequestro vi sarebbe dovuta essere una condanna dei responsabili.

Le decisioni delle autorità italiane rappresentarono quindi una violazione del diritto di proprietà privata. Spetterà ora alla Corte valutare l’entità degli indennizzi. Le tre torri che bloccavano la vista del mare in quella parte di Bari furono progettate nel 1979 e nel 1995 furono rilasciate le concessioni edilizie agli imprenditori Matarrese e Quistelli. La loro edificazione, pur rispettando le normative regionali, violava la legge Galasso. Nel 1999, dopo proteste e denunce degli ambientalisti, ci fu un processo di primo grado con l’assoluzione degli imputati (perché il fatto non costituisce reato) e la confisca dei terreni. La sentenza d’Appello, invece, ne ordinò la restituzione, ma la decisione venne cancellata un anno dopo dalla Cassazione. Nel 2012 la Cedu aveva già condannato lo Stato a risarcire le imprese proprietarie con 49 milioni. Da qui nasce il ricorso e la sentenza di ieri. “Decisione corretta”, sostiene Michele Emiliano, presidente della Puglia che da sindaco di Bari dispose l’abbattimento. “È una questione tutta giuridica che riguarda i terreni della lottizzazione abusiva. L’avevo sempre detto che andavano restituiti”.

Ma a differenza della confisca, “la demolizione era ed è legittima. Era obbligatorio e chiunque non avesse demolito sarebbe stato condannato. Quello che non si può fare invece – conclude Emiliano – è espropriare qualcuno del diritto di proprietà senza una condanna”. La procedura per l’abbattimento, avvenuta nell’aprile 2006, era iniziata due anni prima. A governare Bari era il centrodestra guidato dal sindaco Di Cagno Abbrescia. Ambientalisti e amministratori che hanno guidato Bari dopo il centrodestra rivendicano l’abbattimento. “Ripristinammo la legalità e restituimmo alla città un pezzo di mare”. C’era una sentenza della Cassazione da rispettare e una legge del 2004 del governo Berlusconi che imponeva la demolizione. In sintesi, il danno lamentato non riguarda affatto l’abbattimento ma solo la confisca dei suoli.

Per Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, “la vicenda giudiziaria non fa venir meno la vergogna di quella storia”, ma “la legge italiana sugli abbattimenti non aiuta perché se si lascia in mano ai Comuni sarà sempre oggetto di ricatto elettorale”.

Immancabile il commento del ministro Salvini: “La Corte di Strasburgo difende gli ecomostri e la cementificazione selvaggia?. La condanna è l’ennesima prova del fatto che certe istituzioni dovrebbero essere chiuse”.

Vibo, discarica di San Calogero: il processo non sarà fermato

Nessuna prescrizione ma un rinvio di 8 mesi. Va avanti il processo “Poison” nato dall’inchiesta della Guardia di Finanza che a San Calogero, nello stesso terreno abbandonato dove il 2 giugno è stato ucciso a fucilate il bracciante del Mali Soumaila Sacko, aveva scoperto una discarica abusiva di 135 mila tonnellate di rifiuti tossici. Il giudice monocratico di Vibo Valentia ha scongiurato la prescrizione richiesta dagli avvocati. I reati di disastro ambientale e associazione a delinquere finalizzata al traffico di rifiuti, però, consentono al pm Caterina Berlingeri di proseguire l’azione penale. L’udienza è stata fissata il 7 febbraio 2019 quando riprenderà il processo sull’ex fabbrica di mattoni “Fornace tranquilla” diventata, stando alle indagini delle Fiamme gialle, il posto dove finivano i rifiuti industriali e tossici delle centrali Enel di Brindisi, Priolo Gargallo e Termini Imerese. Oltre ai proprietari della “Fornace”, tra i 12 imputati ci sono pure alcuni dirigenti dell’Enel che, smaltendo i rifiuti nel Vibonese, avrebbe risparmiato oltre 18 milioni di euro.

Forestali, promosso chi faceva abbattere alberi

Condannato in primo grado dal Tribunale di Cagliari per aver dato l’ok a radere al suolo 33 ettari di lecceta demaniale nell’area naturalistica del Marganai senza la necessaria autorizzazione paesaggistica. Ora è il nuovo direttore generale del Corpo Forestale e vigilanza ambientale della Sardegna.

Antonio Casula è stato nominato il 26 giugno dalla Giunta regionale su proposta dell’Assessore alla Difesa per l’Ambiente Donatella Spano, che lo ha scelto, si legge in una nota, per “l’importante esperienza maturata esercitando le funzioni di Direttore Generale nell’Ente foreste della Sardegna (EFS) e nell’Agenzia Forestas, con specifico riferimento alle competenze in materia forestale”. Poco importa se l’alto dirigente, oltre alla condanna già rimediata per reato ambientale sia sotto processo anche per un episodio precedente relativo all’assegnazione di un appalto per la videosorveglianza in un piccolo comune della provincia oristanese di cui all’epoca era commissario straordinario.

A sollevare forti perplessità, di opportunità e di merito, sulla nomina di Casula è il mondo ambientalista, che sulla difesa degli alberi del Marganai aveva ingaggiato nel 2015 una dura battaglia a colpi di denunce e di esposti contro il progetto di “governo a ceduo” che prevedeva il taglio e la trasformazione in pellet di oltre 550 ettari di boschi nel polmone verde del Sulcis. Un’operazione che avrebbe generato un business milionario e che era stata invece avvallata dall’agenzia Forestas, l“Agenzia forestale regionale per lo sviluppo del territorio e dell’ambiente” al cui vertice si ritrova, appunto, Antonio Casula.

Secondo i piani di Forestas, dunque, circa il 25% dei 2.300 ettari del compendio naturalistico, una delicata foresta millenaria di interesse comunitario, avrebbe dovuto essere tagliata a raso per favorire l’indotto nel territorio generato dall’economia dei taglialegna, come dichiarava all’epoca il principale sponsor dell’iniziativa, il sindaco di Domusnovas Angelo Deidda, non a caso entrato in rotta di collisione con il team di esperti incaricati di aggiornare il Piano di gestione del Sic Marganai–Monte Linas, che avevano dato parere negativo sui tagli.

“Nefasti”, così li avevano definiti l’agronomo Angelo Aru, il biologo Franco Aru ed il geologo Daniele Tomasi, che avevano descritto i fenomeni di erosione e desertificazione legati agli interventi boschivi massivi. Insomma, per il team nominato dalla stessa Forestas andare avanti con il progetto di ceduazione avrebbe significato produrre un disastro ambientale irrimediabile, dato che dalle analisi scientifiche condotte si evidenziava la scarsissima o nulla probabilità di ricrescita dei ceppi segati. Di li alla presa di posizione degli ambientalisti il passo è breve. Prende posizione anche il Savi, il Servizio valutazioni ambientali della Regione, per anni rimasto silente.

L’indagine parte dopo che nel settembre 2015 il Sovrintendente ai beni paesaggistici di Cagliari e Oristano, l’architetto Fausto Martino, dichiara lo stop ai tagli perché il progetto non aveva le necessarie autorizzazioni paesaggistiche. A difendere il vecchio progetto allora erano rimasti i vertici di Forestas e l’assessore regionale all’Ambiente Donatella Spano, sostenendo che le autorizzazioni paesaggistiche non erano necessarie. Finchè nel settembre 2016 l’ufficio legislativo del ministero dei Beni e delle attività culturali ha chiarito, prima ancora della sentenza del Tribunale cagliaritano: “L’area è sottoposta a vincolo e ogni intervento deve ottenere l’autorizzazione paesaggistica”.

“Non si deve condannare”. Le accuse al giudice di Bussi

C’è un processo disciplinare ad alta tensione al Csm, riguarda il giudice Camillo Romandini, ex presidente della Corte d’Assise di Chieti che a fine 2014 mandò a casa con una controversa assoluzione-prescrizione gli imputati del disastro ambientale prodotto dalla discarica di Bussi.

Romandini avrebbe condizionato i giudici popolari. Al centro del processo anche una cena con il presidente della Regione Abruzzo, Luciano D’Alfonso. Tra lunedì e martedì c’è stata una sfilata di testimoni, compreso il governatore. Due giudici popolari rischiano il processo per falsa testimonianza. E forse non solo loro.

A leggere il capo di incolpazione a carico di Romandini, si capisce la gravità dei fatti se i giudici del Csm li riterranno provati: “Ha adottato un comportamento gravemente scorretto nei confronti di alcuni giudici (popolari, ndr) componenti il collegio. Il 16.12.2014, tre giorni prima della deliberazione della sentenza Bussi, partecipava unitamente al giudice a latere Paolo Di Geronimo e a tutti i giudici popolari a una cena offerta nel ristorante pizzeria di proprietà del giudice popolare Letizia Martini e del marito. Prima della cena, il dott. Romandini, facendo i complimenti per il locale e chiedendo di chi fosse “tutta quella roba”, alla risposta della Martini disse: “Se noi condanniamo per dolo gli imputati dell’Edison può succedere che loro si appellano e possono farci causa singolarmente a ognuno di noi. A lei le va di giocarsi tutta questa roba?”, una frase rivolta anche alle altre giudici popolari.

Sia alla Procura di Campobasso (che ha indagato e archiviato Romandini) sia ai pg della Cassazione, Piero Gaeta e Alfredo Viola, le giudici popolari hanno messo a verbale quelle accuse ma due di loro lunedì scorso hanno ritrattato. Silvana Buccella e Margherita Sborgia hanno farfugliato una serie di “non ricordo”, ecco perché i loro verbali finiranno alla Procura di Roma. Ha confermato tutto, invece, un’altra giudice popolare, Rossella Barchiesi e alla domanda del giudice Nicola Clivio, se prima di quella cena Romandini avesse fatto capire che era per l’assoluzione, lei ha risposto: “Per me sì”.

Dopo la sentenza, ha testimoniato l’avvocato dello Stato, Cristina Gerardis, parte civile per conto della Regione Abruzzo: “Incontrai le giudici popolari. La signora Letizia mi disse che erano spaventate, che Romandini le condizionò” a quella cena. Gerardis parla anche di un’altra cena e questa volta c’è di mezzo il governatore abruzzese: “È stata riferita da D’Alfonso ai pm Mantini e Bellelli”, che gliene parlarono. Gerardis racconta pure di una riunione con i pm e gli altri avvocati di parte civile e in quella circostanza, a suo dire, “i pm mi dissero che tutto sarebbe finito con un’assoluzione. Dissero di averlo saputo da persona molto autorevole, più importante del ministro della Giustizia”.

Ma sia Annarita Mantini sia Giuseppe Bellelli hanno raccontato che fu l’avvocatessa a dire loro di una cena Romandini-D’Alfonso, senza aggiungere particolari.

Il governatore fu chiamato informalmente dai pm: “Chiesi – ha detto Mantini – chi aveva avuto l’idea della cena e D’Alfonso disse che il promotore era stato Romandini. Riferì che Romandini aveva detto che gli avvocati degli imputati erano stati particolarmente efficaci. Capii che era orientato ad accogliere la tesi della difesa”.

L’accusa non domanda nulla sulla “persona sopra al ministro della Giustizia”, ne chiede conto a Mantini, in maniera generica, il relatore Luca Palamara: “Ha mai saputo dall’esterno che per l’accusa sarebbe andata male?”. “Mai”. Altra divergenza con Gerardis, ma anche con il presidente D’Alfonso. Davanti al Csm la butta in politica: volevo vedere Romandini “perché pensavamo di insediare un Comitato etico sulla sanità e un amico, il dott. Dogali, mi disse che poteva essere Romandini, che già lo faceva per Pescara”. Ai pm di Campobasso, invece, aveva dato una versione che coincideva con quella di Mantini e Bellelli.

Contestazione dell’accusa: la sua versione è “in rotta di collisione con quella della pm Mantini”. D’Alfonso: “Io ricordo che fu un’esigenza di avere certezze sulla Commissione regionale… Non ho la fortuna di pensare a Bussi come Massari, un giornalista del Fatto che ha fatto un massacro”. Dai suoi articoli è nato il procedimento.

Schiaffi e strattoni, sospese le suore nell’asilo degli orrori

Quando i bambini – tutti fra i tre e i cinque anni – perdevano tempo davanti al cibo, venivano chiusi in una stanza buia. Se facevano i capricci, le suore li prendevano a schiaffoni e strattoni. E capitava che le sorelle sgridassero i piccoli tirando loro i capelli.

L‘asilo degli orrori – una scuola dell’infanzia paritaria – è nel Casertano, ora le quattro suore che lo gestiscono sono state sospese dall’insegnamento per un anno, per volere del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli nord. La superiora non ha partecipato ai maltrattamenti, ma non li ha neppure impediti. Anzi, quando una madre ha segnalato quello che succedeva ha cercato di corromperla, le ha offerto del denaro dicendo: “Parlo io con le sorelle”. Per questo è accusata di intralcio alla giustizia.

Le indagini sono partite proprio dalle segnalazioni dei genitori, i maltrattamenti hanno riguardato cinque bambini, tutti avevano disagi psicologici, cambiamenti di umore e lividi. Uno, la sera a casa, ha detto alla madre: “Mangio veloce, altrimenti anche voi mi chiuderete nella stanza buia”. Dopo la denuncia, i maltrattamenti sono stati documentati dalle telecamere nascoste dai Carabinieri.

Sicilia e Servizi, cade l’ultima accusa a Ingroia

Per il suo interrogatorio i giornalisti vennero avvertiti con un rullo di tamburi mediatico senza precedenti, una email circolare inviata dalla Procura a una cinquantina di cronisti avvisati del giorno e dell’ora in cui l’ex collega Antonio Ingroia (e Rosario Crocetta) sarebbero comparsi davanti ai pm per rispondere di 72 assunzioni “di favore” a Sicilia e Servizi, la società che si occupa dell’informatizzazione regionale.

Ma quell’inchiesta penale finì l’anno scorso con un’archiviazione e ieri ha subito la stessa sorte anche quella contabile, con la Cassazione che ha stabilito un principio che era sotto gli occhi di tutti di fin dall’inizio: SieSe è una società privata (sia pure a partecipazione pubblica) e dunque sottratta alla giurisdizione della Corte dei Conti.

Finisce in una nuova, doppia, bolla di sapone, dunque, l’ennesimo provvedimento giudiziario, in questo caso contabile, cui Ingroia è stato sottoposto fin dall’estate del 2015, quando la Guardia di Finanza andò a sequestrare nella sede di Sicilia e Servizi le fatture dei viaggi e le delibere di assegnazione dell’indennità premiale. Nell’agosto 2016 il gip archiviò la vicenda delle 72 assunzioni, e contemporaneamente fu reindagato per il doppio incarico (commissario della provincia di Trapani e amministratore unico di Siese): anche qui è arrivata una nuova archiviazione, con l’invio delle carte alla Corte dei Conti per la valutazione di eventuali danni erariali. Giudici contabili con cui i rapporti non sono mai stati facili: con uno di loro Ingroia polemizzò indicandolo come “un fin troppo solerte sostituto procuratore della Corte dei Conti legato, sia da affinità parentali che da passati incarichi consulenziali, a uno dei difensori dell’ex senatore Dell’Utri”.

Tensioni riaccese nel 2017 all’inaugurazione dell’anno giudiziario, quando il procuratore contabile Pino Zingale sostenne che Ingroia aveva impedito agli ispettori della regione di varcare la soglia della sede di Sicilia Digitale, un dato “clamorosamente falso”, smentì l’ex pm della Trattativa, insolitamente duro: “Ritengo grave il fatto che un pubblico funzionario ha comunicato circostanze false alla Corte dei Conti, e di questo dovrà risponderne”. All’ex pm della Trattativa, oggi avvocato, il mese scorso è stata tolta la scorta nonostante non vi sia traccia che le situazioni di pericolo più volte evidenziate anche dalle parole dei collaboratori di giustizia si siano attenuate. Della sua situazione di rischio Ingroia ha voluto lasciare traccia negli archivi del Viminale scrivendo due lettere al ministro dell’Interno e la capo della Polizia e per restituirgli la scorta, sulla piattaforma Change.org è stata lanciata da Scorta Civica e Antimafia Duemila una petizione rivolta al Presidente della Repubblica, ai vertici di Camera e Senato, al premier Conte e ai ministri Salvini e Bonafede, Moni Ovadia, l’attore Ivano Marescotti, l’ispettore della Dia Pippo Giordano e il senatore Giuseppe Lumia hanno firmato.