“Ho pagato tutti. Lanzalone per me era il Comune”

Luca Lanzalone e le consulenze allo studio legale. E poi la politica, quasi tutta, che ha finanziato per anni. In due giorni di interrogatorio, Luca Parnasi mette sul tavolo dei pm Paolo Ielo e Barbara Zuin, la sua vita da imprenditore, i progetti delle aziende e le proprie relazioni. Poco meno di dodici ore, per rispondere sulle contestazioni presenti nell’ordinanza di custodia cautelare emessa il 13 giugno scorso. A cominciare dall’accusa di essere a “capo” di un’organizzazione a delinquere finalizzata a commettere reati contro la Pubblica amministrazione, come le corruzioni.

Parnasi, quindi, per due giorni ha collaborato con i magistrati, tanto che adesso i suoi legali, gli avvocati Emilio Ricci e Giorgio Tamburrini, stanno valutando di chiedere la revoca della misura cautelare: se così fosse e se Procura e Gip dovessero dare parere positivo, l’imprenditore potrebbe nel giro di pochi giorni lasciare il carcere di Rebibbia.

L’interrogatorio di ieri sembra esser stato esaustivo. Anche sul ruolo di Lanzalone, l’uomo scelto da Virginia Raggi per seguire in Campidoglio le questioni dello Stadio della Roma, progetto caro a Parnasi. Lanzalone, avvocato genovese, è finito ai domiciliari con l’accusa di corruzione: secondo i pm – che lo ritengono consulente di fatto del Campidoglio e quindi pubblico ufficiale – avrebbe messo a disposizione la sua funzione pubblica ricevendo in cambio consulenze (anche solo promesse) da parte di Parnasi al proprio studio legale. Su Lanzalone l’imprenditore avrebbe ammesso – come riporta l’Ansa – di “aver coltivato” il rapporto in quanto figura importante in seno all’amministrazione capitolina.

Circostanza questa che l’avvocato genovese ha già respinto durante il proprio interrogatorio del 15 giugno, quando ha spiegato al gip che mai ha influito sugli atti dell’amministrazione. Dal marzo del 2017, ha spiegato Lanzalone “io con la vicenda Stadio francamente a parte anche per curiosità e per interesse avendola, come dire, partorita all’inizio (…) da quel momento lì non ho mai né partecipato ad alcun atto del Comune né ho ricevuto alcun incarico”.

L’avvocato genovese dice di aver conosciuto Parnasi in una riunione “a via del Turismo, perché c’erano tutti, c’era Parnasi, Baldissoni (dg dell’As Roma, ndr), insomma c’erano quaranta persone tra amministrazione e proponenti”. Circostanza confermata anche dal costruttore ai magistrati, aggiungendo che a quella riunione poteva essere presente anche la sindaca di Roma.

Ampia parte dell’interrogatorio di Parnasi è stata dedicata ai rapporti con la politica e ai finanziamenti alle campagne elettorali, alcune citate durante le intercettazioni. Parnasi ha ammesso le dazioni di denaro, spiegando che i contributi erano leciti e non c’era alcuna corruzione. Si trattava quindi di pagamenti in chiaro. Ma che fosse importante elargire denaro alla politica, l’imprenditore lo dice anche in una delle tante intercettazioni presenti negli atti quando ammette che, ai giorni d’oggi, si tratta di “un investimento molto moderato rispetto a quanto facevo in passato quando ho speso cifre che manco te racconto però la sostanza è che la mia forza è quella che alzo il telefono…”.

Non sono un mistero i finanziamenti (leciti) che negli anni Parnasi ha elargito trasversalmente, dal centrodestra al centrosinistra. Agli atti ci sono intercettazioni in cui si parla dei 250 mila euro che l’imprenditore dà nel 2015 alla onlus di area leghista “Più voci”: non è tra i contributi contestati, anzi per ora gli investigatori ritengono che si tratti di un versamento lecito, ma su questo disporranno accertamenti.

Stando alle intercettazioni, Parnasi voleva avvicinare anche i pentastellati. In un’intercettazione dice: “Domani c’ho un altro meeting dei Cinque stelle, perché pure ai Cinque Stelle gliel’ho dovuti dare”. Finora (a scanso di colpi di scena) non sono emersi finanziamenti ai 5stelle, anche se per il Movimento vi è stato non poco imbarazzo per il coinvolgimento di Lanzalone nell’inchiesta. Pure i Radicali ieri hanno tenuto a precisare di non essere nella lista dell’imprenditore: “Stando alle ultime indiscrezioni sull’inchiesta relativa allo stadio della Roma – ha detto in una nota Riccardo Magi, segretario di Radicali Italiani – Luca Parnasi avrebbe rivelato di aver ‘pagato tutti i partiti’. L’occasione ci è gradita per precisare che noi Radicali non abbiamo mai chiesto denaro a Parnasi, né tantomeno ricevuto denaro da lui”.

Adesso gli investigatori verificheranno le dichiarazioni dell’imprenditore e ciò potrebbe rappresentare uno snodo importante dell’indagine, anche sul ruolo dell’avvocato vicino ai 5stelle.

Cari deputati dem, esattamente voi che lavoro fate?

Con il rispetto che si deve ai moribondi, ci accosteremo in queste righe al capezzale del Pd. Impegnato, al proprio interno e non solo, in un avvincente dibattito ombelicale sul proprio futuro: con un po’ di senso dell’umorismo, potremmo sintetizzarlo nell’interrogativo di leniniana memoria “Che fare?”. Detto che noi concordiamo pienamente con il professor Canfora (che un paio di giorni fa sul Fatto invocava in proposito “la chirurgia demolitoria”) si fa un gran parlare di andare “oltre il Pd”, “oltre la forma partito”, verso un “fronte repubblicano”, ragion per cui serve una “fase costituente” (una fissa, quest’ultima, di Carlo Calenda, il Manchurian candidate del Pd, che voleva anche una legislatura costituente in Parlamento). A nessuno sembra venire in mente che più del nome, più della forma, è questione di sostanza politica. Ha scritto bene Fabrizio d’Esposito: “L’oltrismo ha segnato tutto il percorso della sinistra dal 1989 a oggi (l’Ulivo, l’Unione, il Pd)”. È ormai più che altro un riflesso pavloviano, o forse l’ultimo spasmo vitale prima della fine. Ma è ciò che accade nell’agonia a farci mettere vieppiù le mani nei capelli.

Mercoledì a Montecitorio durante il question time – lo spazio in cui i parlamentari chiedono chiarimenti agli esponenti dell’esecutivo – il ministro dell’Interno ha fatto notare che erano presenti quasi solo deputati dei partiti di maggioranza: “È un curioso question time. Penso soprattutto ai banchi del Partito democratico… Ma saremo più fortunati più avanti”. Così un parlamentare della Lega ha chiesto a Salvini quali fossero gli impegni del governo in tema di lotta alle mafie e lui ha potuto cavarsela con una serie di buone intenzioni. Domanda: cari deputati del Pd, esattamente che lavoro fate? Non dovevate fare “un’opposizione radicale, seria, determinata, senza sconti” (sintesi di varie dichiarazioni dei dirigenti Pd all’indomani della nascita del governo pentaleghista)?

Un ruolo importantissimo, fondamentale nella dialettica di una democrazia parlamentare. Ma pare che i banchi di Montecitorio non siano abbastanza comodi o glamour. E manco quelli di Palazzo Madama. È notizia di questa settimana che Matteo Renzi, rottamatore di se stesso e della sinistra tutta, ha un piano B (no, non sta per Berlusconi). Sta lavorando a un progetto televisivo con Lucio Presta (dimmi chi sono i tuoi amici), una trasmissione di taglio culturale (sic) su Firenze con Renzi in video. Tralasciamo l’ironia sulle ambizioni dell’ex premier: il punto vero è che il piano A, cioè essere “senatore semplice”, evidentemente non è ritenuto sufficientemente prestigioso. Eppure è un lavoro importante, oltreché assai ben remunerato. Non è ben chiaro perché Renzi si sia presentato alle elezioni, visto che vuole fare il conferenziere alla Blair/Clinton (sic) o il divulgatore, I wanna be Alberto Angela (o più probabilmente, Tomaso Montanari).

“Con questi dirigenti non vinceremo mai”, diceva Nanni Moretti (ora iscritto al meno conflittuale “partito di Fellini”) al tempo dei girotondi. Correva l’anno 2002, ere geologiche fa, il regista ce l’aveva con Rutelli e Fassino, oggi ridotto a una Cassandra comica che sforna auto profezie. Ci convince di più la sintesi di Massimo Cacciari, qualche giorno fa sul nostro giornale: “Questi fanno le comiche, sono da prendere a sculacciate. Anzi, a calci nel culo visto che non sono più bambini”.

La tv del domani: tutti i politici in una sola rete

Razzi debutta in tv, Renzi potrebbe farlo. Se il presente della politica è da ospite nei talk – più che in Parlamento – il futuro è ancora il piccolo schermo, ma da conduttore. In fondo hanno educato molti giornalisti a una tale sudditanza, che tanto vale facciano da soli. E poi sono versatili, multitasking, spaziano dalle (fake) news alla satira, dal bastone (ruspa) alla carota (reddito di cittadinanza), dal “Paese” con la mano sul cuore alla battuta becera, le gaffe, i tweet, e parlano parlano in uno storytelling infinito, preziosissimo in questi tempi di magra – di idee, talento e soldi – per riempire ore di tv. Perché, con i nuovi vertici Rai, non diamo ai politici un’intera rete, in modo che possano sbizzarrirsi col loro palinsesto (e liberare le altre)?

La programmazione dovrebbe cominciare con l’unica certezza che ci è rimasta: l’ora esatta. Chi meglio del presidente Mattarella potrebbe aprire le nostre giornate rassicurandoci che sono “le 7 e tutto va bene”? Segue il meteo, suscettibile – ahinoi – di errori. Ruolo perfetto per il ministro dell’Economia Tria, che questo deve fare: le previsioni, con la scappatoia del “tempo variabile” per la congiuntura internazionale, i mercati, lo spread, i buchi lasciati dai governi passati… La mattina prosegue con l’immancabile “dibattito politico”, che ormai genera lo stesso entusiasmo della Corazzata Potëmkin a Fantozzi. Qui però ruoli invertiti: non un solo conduttore e tanti ospiti, bensì una multiconduzione, affidata ai dirigenti Pd (insieme non fanno un leader, ma un talk sì). Con Orfini, Orlando, Cuperlo, Delrio, Migliore, renziani e non renziani che si scannano su tutto, più Boschi o Morani in quota rosa e gli intermezzi alla Benny Hill dell’allegge-reggente Martina, successo assicurato. Il travolgente talk Pd ci porta al pranzo. Per rifocillare mente e corpo, e riequilibrare la rete, ci vogliono due leader di destra, che hanno già dimostrato indubbie doti culinarie: ai fornelli de La prova del cuoco – al posto della first lady Isoardi che tanto diventerà presidente – Meloni e Santanchè. Sazi, serve una bella soap per conciliare la pennica: attore-prodigio nello sceneggiato tv Cuore diretto dal nonno, il piccolo Calenda ora può dirigere (forse) se stesso nella telenovela strappalacrime sulla stirpe dei Comencini. È lui Il Segreto (inconfessabile) della politica italiana. Dopo l’inevitabile riposino, ecco la tv dei ragazzi, con i documentari educativi di Geo & Geo Veltroni.

Ci avviciniamo al tramonto, la fascia più pregiata della tv. Nell’access prime time un grande ritorno: Fassino nei panni de La Zingara. Mescola le carte, fa profezie e finisce col beccarsi sempre “la luna nera”. Con le mani impegnate in gesti scaramantici, non riusciamo a cambiare canale e non dobbiamo: in prima serata c’è nientemeno che Casa Vianello, con Di Maio nei panni del pacato Raimondo e Salvini-Mondaini che sbuffa “che barba, che noia”. Risate a crepapelle (nera).

Nella seconda serata una variazione de La Confessione di Peter Gomez, con i politici sul lettino a rispondere a Davigo, Recalcati e Don Matteo. Infine Mezzanotte e dintorni, col premier Conte-Marzullo che chiude la giornata tv facendosi una domanda: “Chi me l’ha fatto fare?”. L’indomani tutti ancora lì ad aspettare la risposta.

Per aiutare l’Africa servono gli africani

E se fosse l’Africa a dover salvare l’Africa? Ci abbiamo mai pensato per un tempo superiore a quello di un convegno internazionale dove si parla di fame nel mondo, prima di andare a tavola? Anche davanti al formidabile impatto della immigrazione, reagiamo completamente accecati da noi stessi. E ogni volta che compare un barcone, su sfondo di tragedia, non vediamo il barcone, ma le sue conseguenze sulle nostre vite quotidiane: il disordine che quegli uomini e donne creeranno nel nostro ordine sociale, le interferenze economiche che produrranno, le perturbazioni al nostro indiscusso buon cuore.

Imprigionati dal nostro destino occidentale, non siamo più capaci di vedere il destino altrui. E per esempio chiederci che fine toccherà all’Africa, il nostro Sud del mondo che cresce a dismisura, anche nel danno, se i suoi figli più forti, più coraggiosi, più intraprendenti – uomini, donne, adolescenti – ogni anno si mettono in viaggio e a milioni, voltano le spalle ai loro villaggi pieni di polvere, alle loro città invase dalla povertà e dalla spazzatura, ai loro Paesi, divorati dalla siccità e dalle guerre? Se loro per primi rinunciano a battersi per la rinascita della loro terra, della loro identità, chi potrà farlo? Se non saranno loro a contrastare le rispettive classi dirigenti corrotte, i loro generali maniaci della guerra, i loro dittatori ammalati di supremazia etnica e religiosa, chi lo farà al posto loro?

Noi? La Cina? Il nuovo colonialismo a fin di bene?

Conosciamo tutto a memoria: vengono da noi in cerca di una buona vita da vivere. Cercano un po’ di futuro per sé e per i loro figli. Una via di scampo: cibo invece della fame; acqua invece della sete. E se non fossero così grandi le sofferenze del rimanere, perché mai dovrebbero affrontare quelle del partire? Ma a forza di ripeterci le loro enormi ragioni, forse ci siamo dimenticati di qualche loro non trascurabile torto.

In Italia lo sappiamo, vista la nostra storia di emigrazione. A cavallo degli ultimi due secoli, 30 milioni di italiani sono salpati in cerca di fortuna. Si sono sparpagliati dalla Patagonia ghiacciata alle calde coste australiane, passando per le miniere del Belgio, le fabbriche metallurgiche della Ruhr, le pizzerie di Brooklyn. Hanno prodotto enormi ricchezze. Ma hanno anche svuotato quello che si lasciavano alle spalle in Italia: intere regioni, paesi, campagne, tradizioni, culture. E infiacchito a tal punto specialmente il Sud – dove sono sempre rimasti, oltre ai più ricchi, i meno intraprendenti, i più vecchi, i più deboli – da subirne ancora oggi le conseguenze, avendo generato nel tempo quell’immobilità dell’attesa, quel fatalismo difficile da scansare, quella subalternità allo Stato dei sussidi e alle mafie dei favori, che si accontenta degli spiccioli per tirare a campare, purché lo si possa fare sotto casa.

È questo stesso destino che attende l’Africa? I migliori in viaggio e gli altri negli slum e nei villaggi imprigionati dall’attesa di un po’ di rimesse in euro, di un sogno per i ragazzi e di un rimpianto per i vecchi?

Se l’Africa andrà sempre di più in malora dipende certamente da noi che scateniamo guerre, preleviamo risorse e pretendiamo di non subirne le conseguenze. Ma dipende anche da loro, dai ragazzi di Lagos che sognano le luci di Stoccolma senza preoccuparsi del loro buio, dai ragazzi di Nairobi che abbandonano il Kenya al suo nero destino, il Centro Africa ai suoi massacri.

Una vecchia questione che riguarda le nostre grandi città dice che ci sono almeno due modi per combattere l’assedio delle periferie. Militarizzarle, trasformandole in un ghetto, in una prigione sociale, affinché nessuno esca a disturbare, come capita a Detroit, a Parigi, a Scampia. Oppure rammendarle. Contrastare il potere delle gang, ripulire le strade, far funzionare le scuole, coinvolgendo chi ci vive, questo è l’essenziale, persuadendo i migliori a non scappare.

Il mondo piccolo vale il grande. Tanto più che non ci sono muri, né filo spinato in grado di chiudere le periferie del mondo, gli Stati, i continenti, nemmeno gli ingegneri di Trump e la sua democrazia armata saranno mai in grado di inscatolare il Messico.

Diceva un eroe dell’indipendenza del Ghana: “L’Africa è ricchissima e noi siamo poveri”. Ma non era una imprecazione. Era il solo modo di guardarsi allo specchio, di prendere in mano il proprio destino. L’alternativa, per gli africani, è commiserare il ghetto planetario, andarsene, salvarsi da soli. L’alternativa per noi ricchi occidentali è costruire fortezze, vivere nella paura, nutrire gli Orban e i Salvini a venire. Senza dimenticarci, ogni tanto, di organizzare un buon concerto per salvare l’Africa, e spedire qualche Angelina Jolie a scegliersi un bimbo in un campo profughi, purché sorrida ai fotografi.

Mail box

 

La crisi di Deutsche Bank è una bomba per l’Europa

Mentre ieri Marco Palombi segnalava sul Fatto Quotidiano l’ennesimo crollo in Borsa di Deutsche Bank, ormai non più in grado di digerire i 50 mila miliardi di derivati, gli altri giornali sottovalutavano la notizia per dare la priorità al problema dei migranti.

A suo tempo i media si erano schierati contro il prof. Savona, terrorizzati dalle sue idee che, a loro avviso, avrebbero distrutto l’Europa. Insomma i sapientoni nascondono come gli struzzi la testa sotto la sabbia, perché non si rendono conto che la baracca sarà destinata a sfasciarsi quando esploderà “la vera bomba sotto l’eurozona” (Marco Palombi, Fatto Quotidiano del primo giugno) che è rappresentata dallo stato di crisi in cui versa la Deutsche Bank, come il nuovo tonfo in Borsa testimonia. “Tale Istituto – scriveva il giornalista – venne a suo tempo definito dal Fondo monetario internazionale “il più grande rischio sistemico del mondo”. “Qualora la crisi dovesse peggiorare, per salvare la banca e l’economia tedesca, la Merkel – aggiungeva Palombi – sarebbe costretta a uscire dall’euro”. Mi domando se dovesse verificarsi una eventualità del genere cosa direbbero gli europeisti di casa nostra: che bisogna rispettare i trattati? Oppure, che dobbiamo fare i sacrifici per salvare la Grande Germania.

Maurizio Burattini

 

Il colpevole silenzio dei media sui crimini di Berlusconi

Agli integerrimi difensori dei diritti umani, giuridici e finanziari del più puro fra gli imprenditori italiani, Silvio Berlusconi, sfugge sempre il dato statistico confrontabile con tutti gli altri individui. A qualsiasi uomo comune basta una piccola condanna solo in primo grado, magari per un reato legato all’indigenza, perché chiunque, a una successiva accusa, si senta legittimato a definirlo come un pregiudicato o delinquente. E se ha tentato di rubare di nuovo, mettiamo nello stesso grande magazzino, nessuno si sognerebbe di accusare i magistrati inquirenti di oscure manovre nei suoi confronti.

È impressionante la sfilza di procedimenti penali, condanne, prescrizioni e sentenze, anche in processi verso suoi amici, che lo chiamano in causa come persona sicuramente collegata perfino a elementi mafiosi. Eppure sono da contare sulla punta delle dita di una mano i commentatori che abbiano fatto caso a qualcuno degli eventi che da anni lo coinvolgono e che abbiano avuto il coraggio di scriverne. Che la legge non risulti ugualmente applicata per tutti è un dato di fatto così tristemente noto che i media “importanti” si sono giustamente adeguati.

Giampiero Buccianti

 

DIRITTO DI REPLICA

Abbiamo letto con dispiacere e disappunto il vostro articolo pubblicato in data 25 giugno 2018, a firma di Saul Caia, sul panorama editoriale siciliano. Un’analisi incompleta, all’interno della quale manca un tassello fondamentale: il Quotidiano di Sicilia, realtà presente nell’Isola dal 1979 (dunque quarant’anni fra pochi mesi) e che, tra l’altro, proprio quel 25 giugno ha presentato in conferenza stampa un rilancio grafico e di contenuti.

Questa omissione (voluta o fatta per semplice ignoranza) non tiene conto dei dati Ads sulla diffusione mensile relativi all’aprile 2018 (carta più digitale), che pongono il Quotidiano di Sicilia come primo giornale dell’Isola nell’edizione del sabato. Non tiene conto di una linea editoriale, dettata dal direttore Carlo Alberto Tregua, che punta tutto sull’approfondimento giornalistico e sull’inchiesta. Non tiene conto di oltre 2.800 forum-intervista fatti con personaggi di primo piano, nazionali e internazionali.

Non tiene conto di una redazione composta, oltre al vice direttore, da oltre dieci persone tra cui quattro giornalisti professionisti, praticanti e pubblicisti (molti under 45, visto che nell’articolo si parla anche di esperienze giovani). Non tiene conto dei nostri collaboratori esterni (oggi una settantina), alcuni dei quali, dopo essersi “fatti le ossa” con il QdS, hanno ricoperto e ricoprono ancora ruoli di prestigio in rai e in altre realtà giornalistiche di rilievo (come l’Antonio Condorelli, da voi giustamente citato per il lavoro svolto con LiveSicilia).

Non tiene conto di un sito web (QdS.it) in grande crescita, sia singolarmente che come network (2 milioni di visualizzazioni nel periodo gennaio-maggio 2018) e di un portale per le aste giudiziarie che è tra i 45 certificati dal ministero della Giustizia. Tante, troppe omissioni, che ci sembra giusto sottolineare e per le quali chiediamo tempestiva rettifica, in nome di un’informazione quanto più trasparente e completa possibile.

Redazione Quotidiano di Sicilia

 

Il nostro articolo si è limitato a raccontare la crescita di quotidiani online in Sicilia nati di recente, che avrebbero scalzato la vecchia stampa cartacea monopolista, grazie alla presenza di giovani redazioni e l’utilizzo di un linguaggio giornalistico di ultima generazione.

In merito ai dati forniti dal Quotidiano di Sicilia, bisognerà aspettare il giudizio del processo di Catania, dove i vertici del giornale sono imputati per “truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche”. Avrebbero simulato le “vendite di copie”, con una fatturazione di “prestazioni di servizio e consulenza mai forniti” e “l’inserimento nei conteggi degli abbonamenti copie che non sono distribuite a pagamento”, per un “ingiusto profitto di 500 mila euro”.

Saul Caia

Giochi invernali. Alleanza Torino-Milano per evitare sprechi e buchi di bilancio

La baraonda nel consiglio comunale di Torino, in cui i consiglieri del M5S bloccano la già asfittica attività amministrativa su un tema che tutto sommato non appassiona la città, è semplicemente indecorosa. Presentare la candidatura in questo modo, tra polemiche e pianti, significa andare verso una sonora, sicura bocciatura. E non credo che a livello internazionale le chance di Milano siano molto superiori. Lasciamo che le Olimpiadi siano organizzate dall’unica località che ha i titoli per fare una bella edizione dei Giochi, Cortina d’Ampezzo, e lasciamo le grandi città a svolgere altri compiti più vicini alle loro vocazioni.

Cristiano Urbani

 

Gentile signor Urbani, chi le risponde ha vissuto da giornalista l’esperienza delle Olimpiadi Invernali di Torino del 2006. Fu quella un’innovazione vincente rispetto alla tradizione: collocare, per la prima volta, il fulcro dell’evento proprio in una grande città, favorita dalla vicinanza con le montagne della Valle di Susa. Il risultato? Olimpiadi di grande successo sportivo e mediatico da una parte e, dall’altra, una grande occasione per il restyling e il rilancio dell’immagine di Torino. Il risvolto negativo, invece, continua ancora oggi a pesare sulla città: in quegli anni si posero infatti le condizioni per il forte dissesto del bilancio comunale che non è ancora stato risolto definitivamente. E proprio da quest’ultima circostanza vorrei muovermi per darle una risposta. Come abbiamo appena detto, la contrapposizione tra la grande città e il centro sciistico tradizionale, come nel caso di Cortina d’Ampezzo, è un falso problema. Semmai, la vera questione è quella di evitare sprechi e collassi finanziari per le amministrazioni coinvolte. A questo punto, credo che il governo nazionale e le autorità dello sport italiano, al di là dello scontro tra il sindaco torinese Chiara Appendino e la sua maggioranza M5S, dovrebbero mettere in campo una moral suasion per favorire un’alleanza tra il capoluogo piemontese e Milano (l’altra grande città che vuole candidarsi) per una proposta di “olimpiadi diffuse” e unitarie. Con l’evidente scopo di razionalizzare spese e investimenti, magari con l’utilizzo di una parte degli impianti allestiti 12 anni fa in Piemonte. A cominciare da quelli che, una volta terminate le manifestazioni – come nel caso, per esempio, del trampolino per il salto con gli sci –, rimangono inutilizzati e diventano subito (e per sempre) cattedrali nel deserto.

Ettore Boffano

Gas e luce: da luglio aumenti tra il 2 e il 4,8 %. Colpa del caro-petrolio

È di ieri il comunicato dell’Arera (Autorità di regolazione per energia reti e ambiente) che stabilisce dal primo luglio l’aumento delle bollette di luce e gas causato dal rincaro del petrolio. Nello specifico per quanto riguarda l’elettricità la spesa per la famiglia tipo nell’anno scorrevole (compreso tra il primo ottobre 2017 e il 30 settembre 2018) sarà di 537 euro, con una variazione del +4,8% rispetto ai 12 mesi equivalenti dell’anno precedente (che va dal 1° ottobre 2016 al 30 settembre 2017) che si tradurrà in un aumento di circa 24 euro su base annua. Mentre per quanto riguarda la spesa per il gas sempre nello stesso periodo una famiglia tipo si troverà a pagare circa 1.050 euro, con una variazione del +2%, corrispondente a circa 21 euro, rispetto ai 12 mesi equivalenti dell’anno precedente. Inoltre uno studio sul nuovo rincaro condotto dall’Unione Nazionale Consumatori ha calcolato che una famiglia tipo si troverà a “pagare su base annua (non, quindi, secondo l’anno scorrevole, ma dal primo luglio 2018 al primo luglio 2019), 33,5 euro per la luce e 83,5 euro per il gas: una stangata complessiva pari a 117 euro” e parla di “una speculazione bella e buona”. Preoccupata anche la Coldiretti che parla di un doppio effetto negativo su consumatori e agricoltori.

I dazi di Trump fanno tremare molti Gruppi, colpo per Fca

I dazi di Donald Trump fanno tremare l’industria automotive. All’allarme lanciato da Daimler e alla decisione di Harley-Davidson di spostare parte della produzione fuori dagli Usa, si aggiunge l’avvertimento di Evercore ISI su Fca: i dazi sarebbero un “duro colpo” per il gruppo guidato da Sergio Marchionne.

Secondo gli analisti di Evercore, nel peggiore degli scenari, ovvero dazi americani all’import di auto al 25%, i profitti di Fca potrebbero ridursi fino a 743 milioni di euro, con l’impianto di Melfi particolarmente colpito. Nella fabbrica vengono infatti prodotte le Renegade e le esportazioni negli Stati Uniti rappresentano – riporta Automotive News – il 58% della produzione di Renegade. Con dazi al 20% per le auto prodotte nell’Unione Europea il colpo per Fca sarebbe fino a 526 milioni di euro: un conto quindi salato dovuto al fatto che Fca nel 2017 ha esportato negli Usa dall’Ue 136.827 veicoli. La società esporta negli Stati Uniti anche veicoli da mercati non europei: complessivamente il 9% delle vendite realizzate. Si tratta di una quota maggiore al 6% di General Motors e il 4% di Ford. Nei giorni scorsi Marchionne ha però rassicurato. Spiegando di capire “politicamente la posizione di Trump”.

Mondadori, tagli ai giornalisti e bonus ai vertici

Intorno al palco allestito sui prati della Mondadori a Segrate per celebrare l’arrivo dell’estate c’erano Marina Berlusconi, presidente, l’amministratore Ernesto Mauri e 1400 persone tra dipendenti e familiari. Pochi i giornalisti, invece, assenti per una sorta di pudore: a nessuno piace essere additato come il tacchino sulla tavola degli americani durante la Festa del Ringraziamento. Gli oltre 200 redattori della Mondadori sono da anni in cottura, rosolati tra stati di crisi a ripetizione, ricorsi alla cosiddetta solidarietà, casse integrazioni, tagli ai benefit anche succosi ottenuti quando l’azienda era in fiore. Ora la Mondadori è una signora sul viale del tramonto contornata da figli e figliastri. I figliastri sono soprattutto i giornalisti, i figli sono una nidiata. A cominciare da alcuni ex dipendenti e redattori andati in pensione, ma rimasti imperterriti alla scrivania con contratti di consulenza di decine e decine di migliaia di euro. E poi i collaboratori di alto rango ben pagati, come Augusto Minzolini che con lo pseudonimo Kaiser Soze per anni ha firmato su Panorama. O Giuliano Ferrara che, lasciata la direzione del settimanale alla metà degli anni Novanta è rimasto una colonna fino all’autunno del 2017, quando il suo contratto è stato superato con una transazione apposita. Non sono mai stati forniti dati ufficiali, ma le voci a Segrate hanno sempre parlato di una cifra oscillante tra i 500 mila e i 700 mila euro l’anno.

Tra i figli ci sono pure gli stampatori Pozzoni che in forza di un singolare contratto si fanno pagare dalla Mondadori a prezzi superiori del 30% a quelli di mercato. Infine nel cesto dei figli mondadoriani svettano i capi dell’azienda i quali di recente si sono regalati la bellezza di quasi 8 milioni di euro di incentivi e premi; il solo Mauri ha intascato 3 milioni e mezzo. E non era la prima volta che succedeva: dopo aver autorevolmente assicurato già 4 anni fa che la Mondadori era risanata, si mise in tasca un bonus di 2,4 milioni. Nel frattempo comunicò ai figliastri rappresentati dal Comitato di redazione che pur essendo il peggio alle spalle, dovevano ancora tirare la cinghia e sopportare un altro periodo di solidarietà dal 2015 al 2017. Tanto non ci avrebbero rimesso molto in termini di stipendio perché, caritatevole e generoso, sarebbe intervenuto l’Inpgi (Istituto di previdenza dei giornalisti) a coprire buona parte del reddito non pagato dall’azienda.

Ora il giochino viene ripetuto: la Mondadori pretende un taglio sul costo del lavoro del 20% per 6 mesi, il 10% lo racimola con un complicato sistema di risparmi sulle ferie e il resto lo pretende di nuovo dai giornalisti italiani. Quando si tratta di queste faccende, i capi di Segrate diventano giocolieri: per avere i bonus invocano gli utili di bilancio, che bene o male ancora formalmente ci sono. Ma gli utili non contano per i giornalisti, allora quel che vale sono i conti non brillanti delle testate. Eppure la Mondadori è una sola, con un unico bilancio e i periodici sono semplici centri di costo della casa madre. Solidarietà e cassa integrazione negli ultimi 5 anni sono costate ai giornalisti italiani la bellezza di 94 milioni di euro e la Mondadori ha succhiato una bella fetta di questa quota.

Per i 25 redattori delle riviste TuStyle e Confidenze, la Mondadori non si è neanche sforzata di ripetere il giochetto della solidarietà. Li ha costretti a firmare una specie di conciliazione tombale in Assolombarda con cui rinunciano in media al 30% secco della retribuzione (con punte del 38), alle qualifiche ottenute in anni di lavoro, ai superminimi, cioè i vantaggi retributivi personali, a quasi metà degli scatti di anzianità cumulati e ai permessi retribuiti.

Fondi Expo per il Tribunale la Procura contro Cantone

Scintille tra Milano e Roma, tra il capo della Procura milanese Francesco Greco e il presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone. Ieri, due eventi che non erano destinati a incrociarsi. Nella capitale, Cantone ha illustrato il terzo rapporto annuale dell’Anac sul whistleblowing, le segnalazioni protette di episodi di corruzione che arrivano dall’interno di aziende pubbliche o private. A Milano, il procuratore Greco ha presentato invece il Bilancio di responsabilità sociale 2017, ovvero il resoconto delle attività investigative svolte dalla Procura.

Nel Bilancio di 180 pagine, cinque righe destinate a surriscaldare il clima: “In attuazione del protocollo di intesa del 5 aprile 2016, l’Anac ha trasmesso numerosi illeciti da cui si potevano desumere fatti di corruzione. Tuttavia il ritardo con cui le notizie sono state trasmesse e soprattutto le modalità di acquisizione degli elementi (acquisizione di documentazione presso gli enti coinvolti) hanno determinato una discovery anticipata, rendendo sostanzialmente inutili ulteriori indagini nei confronti di soggetti già allertati”. Sembra un vero e proprio attacco all’Authority anticorruzione di Cantone. L’Anac – dice in sostanza Greco – manda segnalazioni alla Procura in ritardo di anni e dopo aver di fatto allertato i possibili indagati. A Roma, nelle stanze dell’Anac, a botta calda non si nasconde un certo disappunto: ma come, noi segnaliamo fatti su cui loro non svolgono indagini e ora la colpa è nostra? A Milano, Greco stempera la tensione: “Nessuna critica a Cantone, con cui abbiamo rapporti ottimi. Abbiamo soltanto posto il problema di un sistema che non funziona: le segnalazioni dell’Anac arrivano troppo tardi”.

Dall’Autorità nazionale anticorruzione confermano che in un solo caso l’Anac ha mandato la sua segnalazione a Milano: quello dei fondi Expo per la giustizia, 16 milioni di euro per rendere più efficiente il palazzo del tribunale milanese in occasione dell’esposizione universale del 2015. Soldi gestiti da un “tavolo” a cui erano seduti i rappresentanti del ministero della Giustizia, del Comune e i magistrati milanesi dei diversi uffici giudiziari. Appalti assegnati dal Comune di Milano: per lo più senza gara (per almeno 10 dei 16 milioni). L’Anac era scesa in campo dopo le segnalazioni partite all’inizio del 2016 dalla Procura generale, guidata allora dalla reggente Laura Bertolè Viale, e dalla Corte d’appello, allora presieduta da Giovanni Canzio. Poi a fine estate 2016 i nuovi capi dei due uffici, il procuratore generale Roberto Alfonso e il presidente vicario della Corte d’appello Marta Chiara Malacarne, avevano formalizzato la segnalazione all’Anac, che aveva aperto un’indagine e aveva mandato il nucleo anticorruzione della Guardia di finanza, nel febbraio 2017, a Palazzo Marino, sede del Comune di Milano, con la richiesta di portar via i documenti sui lavori per i servizi telematici e le infrastrutture informatiche del Tribunale di Milano. Alla fine della sua istruttoria, nell’aprile 2017, Anac aveva mandato le carte alla Procura di Milano, segnalando la possibile esistenza di illeciti penali.

Le indagini non hanno fatto passi avanti. A causa dell’eventuale coinvolgimento di alcuni magistrati (dall’allora presidente del Tribunale, Livia Pomodoro all’attuale presidente della corte d’appello di Brescia, Claudio Castelli), sono passate da Milano a Brescia, poi a Venezia e infine alla procura di Trento, che ha archiviato il fascicolo.