Tempi duriper i vertici di Carige, peraltro non da ora. Negli ultimi giorni, però, la situazione già non rosea della banca ligure ha preso un aspetto anche peggiore a seguiro delle dimissioni del presidente dell’istituto Giuseppe Tesauro e del consigliere Stefano Lunardi, entrambi critici con l’ad Paolo Fiorentino ed eletti nella lista di Vittorio Malacalza, maggior azionista di Carige col 20,6% del capitale e probabile successore ad interim di Tesauro alla presidenza. Questi scossoni, nel bel mezzo di un piano di ristrutturazione complesso e ambizioso seguito a un aumento di capitale, hanno spinto l’amministratore delegato di Carige, Paolo Fiorentino, a prendere un volo in direzione di Francoforte per un incontro in Banca centrale europea, che ha l’istituto di Genova come sorvegliato speciale, e che segue un colloquio telefonico con la stessa autorità di vigilanza europea svoltosi mercoledì. Fiorentino, affermano fonti citate dalle agenzie di stampa, ha ancora una solida maggioranza in cda, ma le dimissioni di altri due consiglieri porterebbero alla decadenza dell’intero board complicando la partita: l’idea, al momento, è procedere all’indicazione dei sostituti entro 60 giorni.
Leonardo, si dimette Biraghi. Parte il repulisti di Profumo
Andrea Biraghi, 47 anni, ha gettato la spugna mercoledì sera firmando la lettera di dimissioni dopo un mese e mezzo di resistenza al procedimento disciplinare a cui è stato sottoposto dall’amministratore delegato Alessandro Profumo. Esce così di scena uno dei manager chiave di Leonardo Finmeccanica. Biraghi era uno dei riporti diretti di Profumo. È stato per due anni e mezzo a capo della divisione per la sicurezza informatica, la ex Selex, uno dei sette settori di attività dell’industria pubblica per la difesa. Era stato Mauro Moretti, predecessore di Profumo, a riorganizzare l’azienda nella formula one company, fondendo tutte le società del gruppo, e a imporre Biraghi a capo dell’area cosiddetta cybersecurity.
Una settimana fa Profumo ha licenziato Stefano Orlandini, direttore degli acquisti nella divisione di Biraghi. E il repulisti non è ancora finito. Nel mirino dell’amministratore delegato e del presidente Gianni De Gennaro ci sono almeno altri due diretti collaboratori di Biraghi, Marco Lombardi e Biagio De Marchis, anch’essi sottoposti a procedimento disciplinare. All’origine della vicenda c’è un’inchiesta interna commissionata alla struttura di audit (l’ispettorato) che fa capo a De Gennaro ed è diretta dall’ex ufficiale della Guardia di Finanza Marco Di Capua. A Biraghi e agli altri sono stati addebitati rapporti irregolari con i fornitori.
Dall’azienda non arriva nessuna conferma ufficiale ma – a giudicare dalla decisione con cui si è mosso Profumo con l’appoggio di De Gennaro – potrebbe essere solo l’inizio di uno scandalo di grosse proporzioni, con collegamenti anche esterni agli uffici di Finmeccanica che coinvolgono la politica. Secondo quanto si apprende, da tempo si starebbe muovendo per accertamenti anche fuori d’Italia la Guardia di Finanza. Particolare attenzione è stata dedicata dall’audit ai rapporti con fornitori molto assidui come la Sogeit Solutions di Roma, guidata da Raffaele Amoroso e oggi controllata dal gruppo Engineering, o come la Nsr, indicata come facente capo a Francesco Dattola.
Biraghi non è un cognome qualsiasi. Il manager dimissionario è figlio di Sergio Biraghi, ex capo di Stato maggiore della Marina e consigliere militare del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi dal 1999 al 2004. Biraghi padre, prima di essere chiamato al Quirinale, era il braccio destro del capo di Stato maggiore della Difesa Guido Venturoni il quale, lasciato il servizio nelle forze armate, è stato dal 2005 al 2013 nel cda della Finmeccanica. Nel 2013, dopo l’arresto del presidente Giuseppe Orsi per lo scandalo delle tangenti sugli elicotteri Agusta venduti all’India, Venturoni è stato per alcuni mesi presidente facente funzioni, prima di lasciare il posto a De Gennaro.
C’è un indizio che fa intuire cosa possa esserci sotto la vicenda – misteriosa e anche preoccupante per i riflessi che potrebbe avere su un gruppo industriale strategico ma martoriato da anni di scandali a ripetizione. Esattamente un anno fa il sito Dagospia raccontò una specie di rimpatriata organizzata da Mauro Moretti con i fedelissimi del gruppo da cui era stato disarcionato pochi mesi prima per fare posto a Profumo, scelto peraltro non da Matteo Renzi ma da Paolo Gentiloni. Verso la fine dell’articolo una curiosa postilla: “Il grande assente della serata era invece Andrea Biraghi, ma solo perchè impegnato nella trattativa per l’acquisizione di Dgs (società di sicurezza) insieme al fuoriuscito da Ibm Biagio de Marchis (ora direttore commerciale della divisione in mano al figlio dell’ammiraglio Sergio Biraghi), amicissimo di Marco Milanese, e al fedelissimo neodirigente Marco Lombardi”. La Dgs è una società romana di informatica guidata dall’amministratore delegato Vincenzo Fiengo. Si dà il caso che l’acquisizione sia stata bloccata nei mesi seguenti proprio da Profumo. A insospettire il numero uno è stato il prezzo di acquisto, apparso piuttosto alto.
È stato invece Orlandini a firmare dal notaio il 1 dicembre 2015 la vendita da parte di Finmeccanica del ramo di azienda Ants a un’altra azienda romana, la Ads, per soli 100 mila euro. Tre mesi dopo l’amministratore delegato di Ads Pietro Biscu riceveva con clamore mediatico la visita dell’allora premier Matteo Renzi che disse: “Siamo orgogliosi di quello che fate. L’Italia è questa roba qua”.
A fine 2016 il controllo della Ads è stato acquisito (ma tenuto solo per pochi mesi) da una cordata facente capo a Luigi Dagostino, l’imprenditore di Barletta arrestato due settimane fa per una storia di fatture false e legato a Tiziano Renzi e Laura Bovoli, genitori dell’ex premier, per i quali la procura di Firenze ha chiesto il rinvio a giudizio all’interno dello stesso fascicolo. In questo momento però Dagostino è anche indagato per ostacolo alla giustizia e corruzione insieme al magistrato Antonio Savasta.
Savasta, che oggi lavora al tribunale civile di Roma, all’epoca dei fatti era pm alla procura di Trani. Fu lui, insieme al collega Alessandro Pesce, a gestire il fascicolo sul presunto complotto contro l’Eni originato da una lettera anonima presumibilmente finalizzata a colpire l’economista Luigi Zingales, consigliere dell’Eni inviso ai vertici per i suoi pressanti interventi sulla gestione degli scandali che già nel 2014 si profilavano (tangenti in Nigeria e in Congo). Nel 2016, mentre si intrecciavano i suoi incontri con Dagostino, che gli propiziò anche un incontro con il sottosegretario alla Presidenza del consiglio Luca Lotti, Savasta espresse parere favorevole al trasferimento del fascicolo al pm di Siracusa Giancarlo Longo che lo richiedeva, anche se la Guardia di Finanza di Bari aveva studiato la pratica per arrivare alla conclusione che non conteneva traccia alcuna di reato.
Gli incroci pericolosi tra politica, magistratura e affari pubblici e privati non finiscono mai.
La ricetta di Gentiloni: “Servono facce nuove poi l’alleanza coi M5S”
“Servono Facce nuoveper far rinascere il Pd. Un congresso al più presto. E poi, il centrosinistra risorto potrà allearsi anche con i Cinque Stelle”. L’ex premier Paolo Gentiloni detta la sua ricetta da Lilli Gruber, a Otto e mezzo su La7. Non crede che si debba fare un nuovo partito, cambiare nome e contenitore. Anche se, dopo i risultati disastrosi di Politiche e Amministrative, un cambiamento deve comunque esserci: “Ma deve riguardare le persone”, spiega Gentiloni.
“Ci serve la costruzione di un’alternativa – sostiene – far rinascere il Pd, creando però un campo molto ampio. Io ho girato e ho visto che ci sono possibilità enormi. A noi serve la costruzione di un’alternativa, non il cambio di nome del partito. Serve un congresso al più presto, io sono pronto a dare il mio contributo”. E se poi il Pd dovesse vincere le prossime elezioni – “e non è detto che ci voglia molto tempo” – allora sarebbe pronto alle alleanze. Anche con i Cinque Stelle, sempre secondo Gentiloni. Con una precisazione che riguarda il taglio dei vitalizi: “La cosa che mi dà un po’ ai nervi è la predica antipolitica dal pulpito delle stanze del potere”.
“Resuscitare vecchie coalizioni e vecchi politici non salverà il Pd”
Domenica scorsa sul “Fatto”, Antonio Padellaro ha illustrato la strategia del “Ronf ronf” del Pd, un partito dormiente che dimentica i suoi sei milioni di elettori e quelli che potrebbero tornare. Oggi interviene Luca Ricolfi.
Luca Ricolfi è un sociologo, insegna Analisi dei dati all’Università di Torino ed è direttore scientifico della Fondazione David Hume. Oltre a questo, però, è da anni – almeno dal suo Perché siamo antipatici? del 2005 – un fustigatore della natura elitista della sinistra italiana. Per questo il Fatto gli ha chiesto un parere sull’ennesima débâcle elettorale del Pd. Chiedendogli se ci sia ancora vita a sinistra. E, soprattutto, cosa fare ora.
Il Pd esce moribondo dalle Amministrative. Un tracollo annunciato?
Sì e no. Si poteva anche supporre che, visto il “tradimento” dei Cinque Stelle, molti elettori di sinistra potessero tornare all’ovile. Così non è stato, probabilmente perché l’atteggiamento dei cittadini italiani verso il governo, in questo momento, è di tipo sperimentale: prima di bocciarli, vediamo quel che combinano.
Lei ha spesso insistito sui limiti della sinistra che non ha capito l’importanza del tema della sicurezza. Ma nello sprofondare dei dem c’è solo o soprattutto questo? Quanto pesano temi come le banche o il Jobs Act?
Secondo me poco. Se gli italiani fossero imbufaliti con il Pd per il Jobs Act avremmo assistito a un trionfo di LeU.
Renzi si è dimesso da segretario ma è ancora in prima fila. Quanto ha inciso?
Renzi (e Boschi) hanno fatto molto per rendere antipatica tutta questa nuova classe dirigente del Pd, ma la sconfitta è innanzitutto politica. E secondo me, in ultima analisi, è dovuta a un’unica causa: gli italiani si sono sentiti presi in giro, per non dire derisi. Presi in giro quando, con 3 milioni di disoccupati e 5 milioni di poveri, veniva loro raccontato che la situazione era molto migliorata, per merito del governo. Derisi quando veniva loro spiegato che non dovevano preoccuparsi della criminalità e degli sbarchi, perché e entrambi erano diminuiti.
Ora nel Pd si potrebbe anticipare il Congresso all’autunno, così da scegliere un nuovo segretario. Ma è quello che serve? E soprattutto, va svolto con le primarie o è un rito svuotato?
Le primarie sono un ottimo strumento per proclamare un leader, coinvolgendo non solo gli iscritti. Per cambiare linea, invece, ci vorrebbe un vero congresso, preparato nei circoli (una volta si chiamavano sezioni), con relazioni dure e contrapposte. Se fossi del Pd, mi ispirerei al vecchio Pci, non al modello del “partito leggero” emerso in era veltroniana.
Nel crollo generale sembra profilarsi la candidatura a segretario del governatore del Lazio Nicola Zingaretti, fautore di un centrosinistra largo. È un profilo adeguato a suo avviso? E bisogna comunque ripartire da un campo di centrosinistra?
Preferisco il fratello. Scherzi a parte, la risposta è un doppio no: se qualcosa di nuovo deve nascere, non può essere guidato da un vecchio professionista della politica, né è realistico pensare che possa aver successo riverniciando il centrosinistra.
Calenda, arrivato tre mesi fa nel Pd, propone già di superarlo e di creare un “fronte repubblicano”. Che ne pensa? Il Pd è davvero un paziente che non si può più salvare?
Probabilmente Calenda ha ragione nel diagnosticare l’inguaribilità del Pd. Però non credo che la soluzione sia il “fronte repubblicano”, almeno se per fronte repubblicano si intende una santa alleanza contro i barbari, nello stile delle mobilitazioni francesi contro i Le Pen, padre e figlia. Il fronte può funzionare se i cittadini percepiscono l’incombere di un pericolo mortale, come il fascismo, il nazismo, l’odio razziale. Non mi sembra questo il caso, oggi in Italia. Pochi pensano che Salvini e Di Maio costituiscano un simile pericolo.
Se proprio dobbiamo immaginare una mobilitazione da “fronte”, penso che l’unica eventualità che potrebbe attivare una formula del genere sia il rischio di uscita dalla zona euro, uno scenario che sì, effettivamente potrebbe mobilitare un fronte impaurito dal salto nel buio.
Nelle Amministrative gli unici che si sono salvati dalla tempesta sembrano i candidati più “rossi”, come quello che ha vinto a Brindisi. È un segnale del fatto che la gente chiede un partito di sinistra radicale al posto di un partito moderato?
Non credo, penso che nelle elezioni amministrative si scelga soprattutto la persona che ci appare più seria o, nelle situazioni in cui prospera il voto di scambio, la persona che ha più possibilità di garantire favori.
Come si risponde da sinistra sul tema immigrazione? Come si può contrastare il Salvini che vuole chiudere i porti?
A me l’unica risposta di sinistra pare questa: accogliere tutti quelli che possiamo (ovvero molti meno di oggi), ma poi smetterla di abbandonarli come facciamo da anni: la sinistra deve integrare gli immigrati, non aprire le porte e poi infischiarsene. Chiudere i porti non è la soluzione, ma riaprirli solo quando gli altri Paesi mediterranei (Spagna e Francia, innanzitutto) avranno accettato di fare la stessa cosa, è più che ragionevole.
Ok al bilancio di Cdp: le nomine slittano al prossimo 13 luglio
Come previsto, l’assemblea di Cassa Depositi e Prestiti si è chiusa con una fumata nera sulle nomine del board. Il Ministero dell’Economia, al quale da statuto spetta la nomina dell’amministratore delegato e del direttore generale, non ha presentato la sua lista. La fumata bianca sembra sia in arrivo per venerdì 13 luglio, data in cui è prevista la convocazione di una nuova assemblea con ancora all’ordine del giorno le nomine del Cda. A fronte di un utile netto di 2,203 miliardi di euro circa (+33% rispetto al 2016), l’assemblea ha deciso di distribuire agli azionisti un dividendo di 1,345 miliardi. Al Ministero dell’Economia, titolare di una quota dell’82,77%, sono andati 1,113 miliardi di euro, mentre alle Fondazioni bancarie, che detengono il 16%, sono andati 217 milioni. Tornando al rebus nomine, dovrebbe essere blindato, salvo sorprese, quello di Massimo Tononi, 54 anni, un passato in Goldman Sachs, sottosegretario al Tesoro nel secondo governo Prodi e presidente di Mps. Il banchiere è stato indicato alla presidenza di Cdp dalle Fondazioni Bancarie che, da statuto esprime appunto il presidente. Le Fondazioni hanno anche già candidato Matteo Melley e Alessandra Ruzzu come consiglieri.
La lunga farsa dei due senatori per un seggio
Una poltrona per due pagata il doppio. Non siamo nel celebre film con Eddie Murphy e Dan Aykroyd, ma a Palazzo Madama. Dove un errore rischia di costare oltre 100 mila euro. Per la mancata elezione di un senatore e l’erronea elezione di un altro. Accade tutto il giorno delle elezioni politiche, il 4 marzo scorso.
Siamo in Puglia e, secondo i risultati della quota proporzionale, a Forza Italia spetta un seggio nel collegio Puglia 1 e due seggi in Puglia 2, dove viene rieletto il senatore uscente Michele Boccardi. Succede però che due giorni prima dell’insediamento dei nuovi parlamentari (avvenuto il 23 marzo), la Corte d’Appello di Bari, a seguito di un errore materiale, ribalta il risultato: due seggi di Forza Italia vengono assegnati in Puglia 1 e un solo seggio in Puglia 2. Così l’eletto non risulta più Boccardi, ma la forzista Anna Carmela Minuto, responsabile aziendale di Molfetta. “C’è stato un errore materiale di trascrizione che ha provocato un calcolo sbagliato sui resti del proporzionale. Così abbiamo presentato ricorso alla Corte d’Appello di Bari, ma ora tutto è in mano alla giunta delle elezioni di Palazzo Madama. Che però ancora non c’è”, spiega l’ex senatore Boccardi.
Qui, infatti, casca l’asino, perché a verificare l’errore e a decidere la decadenza della senatrice Minuto, a causa del regime di autodichia del Parlamento, deve essere la giunta delle elezioni e delle immunità del Senato. Che però ancora non è stata costituita. Forse vedrà la luce la prossima settimana, insieme a Vigilanza Rai e Copasir, ma non è certo. Il problema, però, è che lo Stato rischia di pagare due volte per lo stesso seggio senatoriale. Se l’elezione della Minuto (che ieri il Fatto ha tentato di rintracciare, senza successo) verrà considerata illegittima, con conseguente decadenza (che deve essere votata in Aula) e subentro di Boccardi, a quest’ultimo saranno riconosciuti economicamente i mesi in cui sarebbe dovuto essere senatore. Insomma: prenderà gli stipendi arretrati. Che a Palazzo Madama ammontano a 14.330 euro mensili. Al contempo quei soldi non saranno chiesti indietro alla Minuto, che li sta percependo da senatrice formalmente eletta. E dato che la questione, tra l’incardinamento della pratica e il voto, difficilmente si risolverà prima di settembre, saranno 7 mesi di stipendio doppi per un totale di 100 mila e 310 euro a senatore. E, in caso di decadenza, all’attuale senatrice sarà devoluto pure il Tfr. Se poi si andasse oltre settembre, il denaro sprecato aumenterebbe.
Una questione che si sarebbe potuta risolvere velocemente se si fosse costituita subito la giunta. “Da una parte si tagliano i vitalizi, dall’altro si spreca denaro pubblico per l’inerzia del Parlamento. La giunta per le elezioni è un organismo di garanzia che andrebbe costituito immediatamente, senza entrare nella partita di giro del potere”, osserva Luigi Pellegrino, avvocato di Boccardi. “Ho anche scritto alla presidente Alberti Casellati per sollecitare la costituzione della giunta, senza risposta”, aggiunge l’avvocato.
Secondo cui nella vicenda ci sarebbero gli estremi per agire per danno erariale da parte della procura della Corte dei Conti: sia nei confronti della Corte d’Appello di Bari, dove si è verificato l’errore, sia verso chi al “mero abbaglio” ancora non ha posto rimedio, ovvero il Senato e la sua presidenza. Insomma, potrebbe andarci di mezzo la stessa Casellati, che potrebbe essere chiamata a rendere conto del ritardo sulla costituzione della giunta delle elezioni di Palazzo Madama.
Paura in Toscana: il Pd vuol cambiare la legge elettorale
Dopo la disfatta di domenica scorsa con la caduta delle tre storiche roccaforti rosse Pisa, Massa e Siena, i dirigenti del Pd toscano sono terrorizzati: “E se perdessimo anche Firenze e la Regione, cosa accadrebbe?”, è la domanda che circola di più in questi giorni nelle stanze di via Forlanini, il quartier generale dei dem toscani. Nella culla del renzismo, infatti, si vota tra un anno, mentre gli elettori toscani torneranno alle urne nel 2020 per eleggere il successore di Enrico Rossi in Regione.
Come fare per evitare questa ulteriore débâcle nella (ex) regione più rossa d’Italia? Invece di fare autocritica, ricostruire il partito commissariato dopo le elezioni del 4 marzo e andarsi a riprendere i voti persi negli ultimi anni, il Pd toscano sta pensando di risolvere il problema alla radice: modificare la legge elettorale regionale eliminando quel ballottaggio tanto osannato dai renziani che negli ultimi anni è stato nefasto per il Pd a vantaggio di Lega e Movimento 5 Stelle.
Dal 2014 a oggi, infatti, in Toscana il centrosinistra ha perso tutte le sfide nei capoluoghi di provincia in cui si votava: prima di Pisa, Massa e Siena erano arrivate le sconfitte di Livorno, Grosseto, Arezzo, Pistoia e Carrara. In tutte queste città, al secondo turno gli elettori dei terzi esclusi si sono mobilitati per sconfiggere il Pd: quelli del centrodestra votavano il M5S e viceversa. Così, la maggioranza dem in Consiglio Regionale si sta muovendo per modificare il “Toscanellum”, la legge elettorale molto simile all’Italicum approvata nel 2014 grazie a un accordo tra Pd e Forza Italia e che prevede il ballottaggio se nessuno dei candidati alla Presidenza della Regione raggiunge il 40% dei voti (se la soglia viene superata è previsto un premio di maggioranza pari al 60% dei seggi).
L’idea, ora, è quella di approvare una nuova legge elettorale eliminando proprio il ballottaggio e tornare a un sistema proporzionale con premio di maggioranza: “Se ne sta parlando da un po’ di tempo – racconta al Fatto Quotidiano un autorevole esponente del Pd toscano – ma dopo i ballottaggi perdenti di domenica, adesso si farà. Nel partito molti si sono accorti della bomba che ha prodotto il Rosatellum a livello nazionale e che potrebbe diventare una bomba atomica se rimanesse il Toscanellum anche alle elezioni regionali”.
A farsi promotori di questa iniziativa sono paradossalmente i renziani, capitanati da Luca Lotti, che potrebbe candidarsi proprio alla presidenza della Regione tra due anni, mentre a scrivere materialmente la nuova legge potrebbe essere l’ex segretario regionale Dario Parrini, oggi capogruppo Pd in commissione Affari costituzionali al Senato e già tra gli autori del Rosatellum. La modifica del Toscanellum è stato l’argomento principale di una riunione presieduta venerdì proprio dall’ex ministro dello Sport a cui hanno partecipato l’ex sottosegretario Antonello Giacomelli, il capogruppo in consiglio regionale Leonardo Marras e gli ex parlamentari Edoardo Fanucci e Marco Donati.
Un’altra fonte dem racconta al Fatto che la modifica della legge elettorale “serve a Lotti anche per dimostrare che a Firenze e in Toscana comanda lui e non più Renzi”, tant’è che alla riunione di venerdì molti renziani della prima ora – Maria Elena Boschi, Simona Bonafé e gli assessori regionali tra cui Stefania Saccardi – non sono stati invitati. Le opposizioni in consiglio regionale nel frattempo denunciano le manovre segrete dei renziani per modificare la legge elettorale: “Hanno paura di perdere”, commenta il capogruppo di Fratelli d’Italia Paolo Marcheschi mentre il segretario regionale della Lega Manuel Vescovi assicura che “qualunque sia la legge elettorale state sereni che in Toscana vincerà il centrodestra”.
I rimborsi a forfait, critiche sui 1.000 euro per gli eventi M5S
E ora i nervi sono sui soldi. Hanno suscitato diversi mal di pancia le nuove regole per le rendicontazioni per i parlamentari del M5S, annunciate ieri dal blog delle Stelle. “I parlamentari – si spiega sul portale – dovranno restituire almeno 2.000 euro al mese e potranno trattenere un importo forfettario di 3.000 euro mensili, che diventano 2.000 per chi risiede in Provincia di Roma, per far fronte alle spese di soggiorno, vitto, trasporti e telefoniche. I risparmi così ottenuti ci consentiranno di finanziare diverse iniziative di natura sia politica che economica”. Ma c’è un problema. Perché ieri i parlamentari hanno scoperto che 1.000 euro sui 3.600 originariamente previsti solo per le spese relative ai collaboratori ora dovranno essere destinati “all’organizzazione e alla partecipazione a eventi ufficiali del Movimento”. In pratica, sibilava ieri un deputato, “ci chiedono di pagare eventi sul territorio e di restituire il resto. Ma è chiaro che così si riprenderanno anche gran parte di quei soldi”. Mentre c’è grande nervosismo anche per l’obbligo per ministri e sottosegretari eletti di restituire tutte le indennità aggiuntive.
Inizia la guerra tra burocrazia e gialloverdi
Qualche anno fa Mario Draghi parlò del “pilota automatico” delle riforme che avrebbe guidato i governi europei (e quello italiano in particolare): si riferiva alla gabbia messa attorno ai bilanci pubblici dal combinato disposto di Fiscal compact e pressione dei mercati, il tutto – aggiungiamo noi – sostenuto da vecchie burocrazie e poteri economici in grado di orientare la stampa e “catturare” eventuali reprobi nel Palazzo.
Ecco, il pilota automatico è il principale ostacolo del governo gialloverde quando tenta di cambiare strada rispetto alle politiche adottate negli ultimi 7 anni. Ieri il bollettino economico della Bce, ad esempio, sembrava un avviso ai naviganti: “In alcuni Paesi (Spagna e Italia, ndr) sembra esserci un elevato rischio che le riforme delle pensioni adottate in precedenza siano cancellate”; “la discrezionalità adottata nell’accordare una riduzione dei requisiti di aggiustamento a due Paesi nel 2018”, cioè la flessibilità sul deficit concessa a Italia e Slovenia, è “possibile a scapito della trasparenza, coerenza e prevedibilità” del Patto di Stabilità; pure sul debito le concessioni fatte a Italia e Belgio comportano “il rischio che l’elevato ammontare non venga ridotto in tempi sufficientemente rapidi”.
In sostanza, un invito al governo Conte ad essere il governo Gentiloni (o simili) e a Bruxelles a non concedere deroghe sulla strada dell’austerità. Lo stesso che arriva, via Repubblica, dal direttore generale degli Affari economici della Commissione, Marco Buti: occhio al rialzo degli interessi sul debito (lo spread) e a piani di spesa che aprirebbero “un percorso conflittuale con Bruxelles dagli esiti imprevedibili”; bisogna ridurre il debito e raddoppiare l’avanzo primario dal 2 al 4% (austerità alla greca). Il ministro dell’Economia Giovanni Tria, ci informa lo stesso articolo, ha già chiesto pietà e uno sconto a Bruxelles su mandato del premier Giuseppe Conte, nelle parti – mutatis mutandis – di Pier Carlo Padoan e Matteo Renzi dei bei tempi andati.
Nell’attesa di sapere in quale squadra gioca il ministro Tria, se cioè sia già stato arruolato tra i tecnici che manutengono il “pilota automatico”, la tecnostruttura del Tesoro fa quel che può per garantire la continuità delle politiche di deflazione interna volute da Bruxelles.
La Ragioneria generale dello Stato, vero santuario dell’austerità in salsa italiana, ha ad esempio perplessità sul cosiddetto “Decreto dignità” firmato da Luigi Di Maio: in sostanza non sono chiare le coperture con cui il ministro grillino intende pagare il divieto di pubblicità per il gioco d’azzardo (ammanco stimato in 200 milioni) e la rimodulazione del cosiddetto split payment sull’Iva a partire dai liberi professionisti (in totale è a bilancio nel 2018 per 1,8 miliardi di euro, così varrebbe solo 60 milioni).
Confindustria, invece, è impaurita dalle norme che eliminerebbero la liberalizzazione selvaggia dei contratti a termine e “in somministrazione” (cresciuti esponenzialmente in questi anni): La Stampa ventila un asse Tria-Lega contro le nuove norme sul lavoro, ma il compromesso sul punto è stato trovato giorni fa. Il decreto dovrebbe vedere la luce la prossima settimana.
L’Aquila, il pasticcio europeo delle tasse considerate “aiuti”
Il Pd protesta: il motivo è la bocciatura in commissione speciale al Senato degli emendamenti (che saranno riproposti alla Camera) al decreto terremoto che avrebbero dovuto sospendere l’obbligo per 350 aziende dell’Aquilano di restituire gli sgravi di cui hanno goduto dopo il terremoto del 2009. Secondo la Commissione Ue, avrebbero goduto di “aiuti di Stato illegali” per quasi 100 milioni di euro.
Ad aprile la comunicazione: gli imprenditori hanno 30 giorni per dimostrare che i danni subiti corrispondano agli sgravi ricevuti. La differenza, va restituita. Il problema è che il governo italiano non ha mai notificato all’Ue la sospensione delle tasse dopo il sisma. La Commissione Ue se ne accorge per caso: un giudice di Cuneo chiede chiarimenti alla Corte di Giustizia europea su alcune questioni legate all’alluvione di Alessandria e si scopre che è già successo: nessuna comunicazione per il terremoto in Sicilia nel 1990, per le alluvioni del ’94, per il terremoto di Ancona e Perugia nel 1997 e quello tra Campobasso e Foggia nel 2002. Viene così aperta una procedura d’infrazione, inviate centinaia di cartelle esattoriali per L’Aquila. Negli altri casi, c’è poco da fare: sono trascorsi più di dieci anni (le aziende devono conservano i libri contabili per un decennio). Si chiede di pagare in un’unica soluzione, con interessi, quanto ricevuto in più rispetto al danno.
Le agevolazioni consistevano in una riduzione del 60 % per cento delle tasse con una rateizzazione in 10 anni. “Aiuto di Stato non notificato”, scriveva la Commissione, aggiungendo che “i regimi in questione non stabiliscono alcun nesso tra l’aiuto e i danni effettivamente subiti” e di conseguenza “hanno portato beneficio non soltanto a imprese effettivamente danneggiate, ma a tutte le imprese delle aree dichiarate “disastrate”. Insomma, la cosa avrebbe turbato la libera concorrenza.
I tentativi. A quel punto, si inizia a cercare una soluzione. L’idea è chiedere di allargare l’applicazione della cosiddetta “soglia di irrilevanza dell’aiuto” (de minimis). Semplificando molto: nelle dinamiche degli aiuti di Stato, dal 2012 non vengono considerati tali quelli sotto i 200 mila euro in tre anni. Dal 2009 e fino al 2011 era però in vigore il cosiddetto Temporary Framework, pensato come una risposta alla crisi economica, che aveva ampliato la soglia fino a 500 mila euro. La legge con cui sono stati esentati gli operatori dell’Aquilano è però la legge di stabilità del 2011, approvata a novembre ma entrata in vigore a gennaio dell’anno successivo, nel 2012, quando il Temporary framework scadeva. Da qui gli emendamenti del Pd e di altri, tra cui Idea tramite il senatore Gaetano Quagliariello (uno dei primi a presentare una interrogazione parlamentare sulla vicenda insieme al leghista Bagnai e al forzista Pagano): modifiche ‘interpretative’ che avrebbero spostato l’avvio degli sgravi al momento dell’approvazione della legge di Stabilità, quindi al 2011 e al temporary framework. “Alzare il de minimis a 500 mila euro – spiega Quagliariello – significherebbe mettere in salvo subito i più colpiti da questa richiesta, ovvero le piccole e medie imprese e gli artigiani. Resterebbero scoperte solo le poche imprese più grandi. Speriamo solo che si riesca a trovare una soluzione durante la discussione alla Camera”. Alla base, una lettera inviata dalla Commissaria europea alla Concorrenza, Margrethe Vestager, al sindaco de L’Aquila che sembrava aprire alla possibilità e che, nel ribadire la sua posizione, offriva la propria collaborazione per “l’interpretazione del regolamento del de minimis”.
Ieri, in commissione, il ministero dell’Economia ha però prima fissato una proroga di altri due mesi, fino a settembre, per la presentazione dei documenti che comprovino i danni e poi deciso di cercare un’altra via. Sono stati quindi bocciati gli emendamenti di Idea, Pd e gli altri. L’idea è aprire un confronto con il Commissario agli aiuti di Stato europeo e poi intervenire quando si conoscerà l’entità del contributo economico da restituire – la quantificazione del danno (anche la popolazione che non c’è più potrebbe essere considerato tale) sarà uno dei nodi – magari prevedendo di farsene carico o una rateizzazione. Salvo che alla Camera non cambi tutto.