La selezione naturale di Grillo

A Beppe Grillo piace giocare al visionario, al provocatore, piace stupire i lettori del blog che gestisce da solo da un po’. Ieri ha lanciato l’idea della “selezione con un sorteggio” dei parlamentari, magari partendo dai senatori: “Il suo nome tecnico è sortition. Ma il suo nome comune è “selezione casuale”. L’intuizione è di un certo Brett Hennig. L’idea è molto semplice: selezioniamo le persone a sorte e le mettiamo in Parlamento. Sembra assurdo, ma pensateci un attimo. La selezione dovrebbe essere equa e rappresentativa del Paese. Il 50% sarebbero donne. Molti sarebbero giovani, alcuni vecchi, altri ricchi, ma la maggior parte di loro sarebbero gente comune. Sarebbe un microcosmo della società”. Il senso della cosa Grillo lo spiega subito dopo: il sorteggio sarebbe la fine del politico, cioè di una persona che si candida, che cerca consenso, che deve conservare i voti se non aumentarli, e via elencando. A chi parla il fondatore del Movimento 5 Stelle? Tornando alla realtà, il Pd accusa Grillo di aver usato l’auto blu del presidente della Camera Roberto Fico – i due hanno incontrato il sindaco Virginia Raggi – nel suo giro romano. Meglio l’antica Grecia?

“Un ottimo segnale, sono privilegi ingiusti”

“Quello dato dall’Ufficio di presidenza della Camera è un ottimo segnale: i vitalizi non coperti dai contributi sono privilegi che vanno eliminati”. Carlo Cottarelli, premier mancato, docente e animatore dell’osservatorio sui conti pubblici della Cattolica di Milano, plaude all’iniziativa dei 5Stelle, con cui di recente i rapporti si erano fatti burrascosi dopo le critiche per la mancanza di coperture alle promesse elettorali.

Che giudizio dà del provvedimento?

È appropriato, da commissario alla spending review mi ero occupato dei costi della politica. C’è una sproporzione palese tra i vitalizi erogati e i contributi versati dagli ex parlamentari.

Le stime parlano di un risparmio alla Camera di circa 40 milioni. Sono corrette?

Sì, le misure di grandezza sono quelle, anche al Senato. Cifre non enormi, ma che danno un segnale alle persone: se la politica chiede sacrifici, è la prima a doverli fare.

C’è il rischio che la misura sia incostituzionale?

Premessa: quei parlamentari non hanno fatto nulla di disonesto, all’epoca la legge era quella. Oggi però non gli si chiede di restituire i soldi, ma di allinearsi, per il futuro, al sistema contributivo in vigore. Non sono un giurista ma i diritti acquisiti dovrebbero essere le pensioni incassate, non quelle ancora da versare: queste somigliano più a dei privilegi ingiusti. Se lo Stato è stato generoso in passato non vuol dire lo debba essere anche in futuro.

Luigi Di Maio propone di ricalcolare con il contributivo le pensioni sopra i 5 mila euro mensili per incassare 1 miliardo da destinare alle pensioni minime…

Anche questo è un provvedimento giusto, ma va chiarita una cosa. Nelle mie proposte si partiva da 5 mila euro lordi, con un taglio del 10% sugli assegni per colmare il 50% della differenza fra contributi effettivamente versati e l’importo erogato. In questo modo si parte da pensioni nette da 3.500 euro circa e la misura riguarderebbe milioni di pensionati, con un risparmio anche superiore al miliardo. Mi sembra di capire che Di Maio si riferisca invece agli assegni mensili di cinquemila euro netti: così il numero dei pensionati crolla e il risparmio non sarebbe superiore a 2-300 milioni. Un taglio tout court sopra i cinquemila euro mi sembra impercorribile e di certo incostituzionale.

L’altra ipotesi allo studio al ministero del Lavoro è il prelievo di solidarietà progressivo, come quello temporaneo del governo Letta.

Nel 2014 l’avevo ipotizzato, salvo optare per il ricalcolo contributivo perché ha una debolezza non da poco: rischia di tagliare anche parte dell’assegno coperta dai contributi, e questo è ingiusto.

Per molti esperti è impossibile riscostruire le storie contributive di milioni di pensionati…

Non è vero. I dati ci sono, tranne per i dipendenti pubblici che hanno contributi figurativi, per i quali dovrebbe applicarsi un prelievo forfettario. Le nostre simulazioni si basavano sui dati forniti dall’Inps su milioni di posizioni individuali.

Vitalizi, la battaglia ora è in Senato: M5S contro Casellati

Si scrive taglio dei vitalizi, si legge guerra di posizione e quindi di nervi: almeno in Senato. Il Palazzo dove è ormai scontro conclamato tra i Cinque Stelle e la presidente, la forzista doc Maria Elisabetta Casellati. Due parti in causa, consapevoli che in gioco non c’è solo “lo stop ai privilegi”, come lo definisce il capo del M5S, Luigi Di Maio. Perché nella partita si innesta la voglia di Forza Italia di lasciare nel pantano il Movimento, provando anche a giocare di sponda con la Lega che per la battaglia sulle pensioni degli ex parlamentari non prova grande passione. E che non a caso ieri sera ha giurato per bocca dello stesso Matteo Salvini che “i vitalizi prima li tagliamo meglio è”. Sillabe, sussurrano, sollecitate dai piani alti del M5S. Dove sanno di avere urgente bisogno di portare a casa un trofeo, un totem da mostrare alla base e a tutti gli altri. Anche per reggere il passo proprio con il Salvini che annuncia su tutto.

Per questo ora nel Movimento fioccano i sospetti sul Carroccio che “a questa battaglia tiene poco o nulla” come sibila un senatore. E che cita come controprova il presunto “scarso attivismo” sul tema dei leghisti fuori e dentro il Consiglio di presidenza.

Mentre era in fondo atteso il muro eretto mercoledì da Casellati: “Servono soluzioni condivise, si incide sullo status di persone che oggi possono avere anche un’età rilevante e che si troveranno improvvisamente ad avere uno stipendio inferiore al reddito di cittadinanza”. E quel riferimento al reddito, altra bandiera dei 5Stelle, non è ovviamente piaciuto. E si somma a vecchie posizioni della Casellati, “scettica sin dalla scorsa legislatura sul taglio dei vitalizi”. Così ieri, dopo settimane di mugugni trattenuti, il M5S le ha replicato a muso duro. Partendo con Nicola Morra: “Quella di Casellati sul taglio dei vitalizi degli ex senatori è una giravolta che ha dell’incredibile. Quando Fico disse che avrebbe agito con celerità per mettere un freno a questo privilegio la presidenza del Senato, fece sapere che anche Palazzo Madama avrebbe fatto la sua parte”. E di seguito una messe di note contro “l’uscita inopportuna” della presidente, accusata di aver dato “uno schiaffo ai cittadini”. Reazioni meditate, non di pancia. Perché il M5S vuole cautelarsi indicando già la possibile “colpevole” dei mancati tagli.

Ossia quella presidente che, norme alla mano, può complicare molto i piani a Lega e 5Stelle, comunque in maggioranza anche nel Consiglio di presidenza del Senato con 10 eletti su 18.

Casellati però ha fiutato l’aria e dagli Stati Uniti, dove è ancora in visita, ribatte e precisa: “Nessuna riserva politica, cerchiamo una soluzione che possa avere un equilibrio giuridico. La cosa migliore sarebbe stata quella di sederci intorno a un tavolo e dire come ognuno di noi la pensa: ma non può essere che una decisione politica non tenga conto di principi di diritto”. E tra mille sfumature è la conferma che la presidente non ha alcuna fretta ma tante riserve. Diffuse, raccontano i 5Stelle delle due Camere, anche tra i leghisti. Tanto che sono stati i membri dell’ufficio di presidenza di Montecitorio a ottenere da Fico la richiesta di un parere sulla delibera all’Avvocatura dello Stato. Arriverà martedì, dicono.

“Quelli del Carroccio hanno davvero paura di dover pagare di tasca loro per i ricorsi degli ex parlamentari” si dice nei palazzi. Ma il M5S deve andare avanti a tutti i costi. E infatti il capogruppo in Senato Stefano Patanuelli insiste: “Tutta Italia ci guarda, è una battaglia di civiltà”. E Fico in serata prova a stemperare con Casellati: “Non c’è nessuna polemica con la presidente del Senato, sapeva che avremmo proceduto con la delibera”.

Però restano i cattivi pensieri del Movimento, verso una presidente che sentono ostile. Così si pensa a una strategia, con il questore Laura Bottici, veterana del gruppo, che spiega: “Finora Casellati ha solo dato mandato a noi questori di fare un’istruttoria giuridica, tramite un comunicato stampa. Ma non ha mai convocato un Consiglio di presidenza sul tema, e quindi non abbiamo avuto la consegna per calcolare i coefficienti”. Tradotto, le cifre dei tagli alle pensioni degli ex eletti. E allora che si fa? “La mia idea, di cui discuterò con il gruppo, è aspettare che la Camera approvi la sua delibera. A quel punto chiederemo di presentare lo stesso testo e di votarlo in Consiglio, perché sarà chiaro che la maggioranza la vuole”. Ossia che la Lega ci dovrà stare, anche in Senato.

Nonostante Casellati, che potrebbe chiedere di aspettare l’esito di eventuali ricorsi prima di votare. “Lo fecero anche per fermare la vecchia legge Richetti sui vitalizi, ma nella scorsa legislatura noi non avevamo la maggioranza” ricorda Bottici. Che chiosa: “Se avremo i numeri, la delibera dovrà passare”. Trappole e autogol permettendo.

Trump vedrà Putin, nel frattempo attacca il Russiagate e l’Fbi

Nel giorno in cui il Cremlino conferma che il 16 luglio, a Helsinki, vi sarà un incontro fra i presidenti Vladimir Putin e Donald Trump, il leader americano torna ad attaccare l’inchiesta Russiagate. Slancio non casuale, quello di The Donald: il procuratore Mueller probabilmente vorrà chiudere l’indagine entro l’estate per evitare accuse di condizionamento delle elezioni di mid-term, a novembre. Trump ha sciorinato su Twitter i suoi argomenti preferiti: il Russiagate – i contatti ambigui di parte del suo staff con personaggi legati al Cremlino, durante la campagna elettorale americana – è una “caccia alle streghe”, la persona su cui indagare veramente era Hillary Clinton – all’epoca la sua avversaria democratica – e Mueller non è migliore del suo predecessore James Comey, il capo dell’Fbi licenziato dal presidente. Prima dell’incontro fra Trump e Putin, vi sarà l’11 e 12 luglio, il vertice della Nato a Bruxelles. Proprio il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, saluta con favore il confronto fra Usa e Russia: “È totalmente in linea con la politica della Nato. Non vogliamo una nuova Guerra Fredda, non vogliamo isolare la Russia”.

Pompei come il Colosseo: “Metal detector ed esercito”

Un sito archeologico che attrae un pubblico internazionale può diventare obiettivo di terroristi per azioni eclatanti? Il sovrintendente Massimo Osanna, direttore del Parco archeologico di Pompei, ritiene che non si possa essere impreparati e per questo annuncia una riorganizzazione delle misure di sicurezza con “guardie armate, metal detector e anche l’esercito”. Il modello del sovrintendente Osanna è quello del Colosseo, dove le pattuglie dei soldati stazionano sui Fori imperiali per evitare brutte sorprese, con blindati messi di traverso per scoraggiare azioni con Tir sulla folla, come avvenuto a Nizza e Berlino. Misure, a detta di Osanna, necessarie “sia per tutelare i visitatori che gli scavi”. Sebbene l’Isis abbia perso parecchio terreno fra Siria e Iraq, restano attive le sue diramazioni e i “cani sciolti” che in Europa cercano di alzare il tiro in nome dell’estremismo islamico.

Il vicepremier Fearne: “Porto di Malta chiuso per le Ong”

Malta chiude i porti alle Ong. Nessuna nave umanitaria potrà attraccare e chi è in porto si trova intrappolato. “Salvare vite è sempre stata una nostra prerogativa, ma non possiamo essere i soli a farlo seguendo le regole”. A parlare è Christopher Fearne il vicepremier maltese, laburista e in carica da poco più di un anno. “Ci aspettiamo – continua Fearne, mentre cammina per i corridoi del suntuoso Auberge de Castlilla, sede degli uffici del primo ministro – che le ong e i membri dell’Ue rispettino le leggi internazionali. Dopo quanto accaduto bisogna accertare chi opera e come lo fa”.

Il caso della nave Lifiline è ancora caldo. Dopo l’attracco avvenuto mercoledì sera, le autorità maltesi hanno sequestrato la barca e il capitano è in custodia della polizia. I 234 migranti sono stati sistemati in centri d’accoglienza e quanto prima verranno distribuiti tra i nove Paesi che si sono resi disponibili alla ricollocazione. “Molti Stati europei hanno riconosciuto – sostiene Fearne – che la questione delle migrazioni attraverso il Mediterraneo non è solo un problema degli Stati di frontiera: come Malta, Italia e Grecia”. Il governo maltese ha ottenuto una vittoria importante con la gestione della Lifeline e vuole capitalizzarla. Nelle ore successive allo sbarco l’Astral, il veliero dell’ong spagnola Proactiva, ha lasciato il porto de La Valletta. Sono rimaste nelle acque maltesi solo due navi delle ong: Sea-watch e Sea-eye. Quest’ultima è ferma in attesa di risolvere una questione documentale sulla bandiera olandese. E ieri pomeriggio sono arrivati anche sulla Seawatch, i funzionari dell’autorità portuale maltese. “Non possiamo consentire a entità con strutture simili a quelle oggetto di indagini – conclude il vicepremier, riferendosi sempre alla Lifeline – di usare il porto per le loro operazioni, né di entrare o uscire”.

“Prendete i rifugiati, entrerete nell’Ue”

Piattaforme regionali di sbarco” o hotspot che dir si voglia in “Paesi terzi”: la definizione presente nella bozza di base dei negoziati avviati ieri al Consiglio europeo è vaga per un motivo ben preciso, ovvero la difficoltà nell’individuare – e quindi negoziare – i Paesi europei ma extra-Unione che potrebbero accoglierli come Albania, Kosovo, Montenegro.

Il retroscena più accreditato è che la discussione di questa alternativa sia un modo per evitare di affrontare direttamente i problemi che derivano dal fronte sempre più ampio che vuole superare l’accordo di Dublino e in particolare il fatto che preveda che il rifugiato resti nel primo Paese di sbarco. Sarebbe quindi un temporeggiamento meditato da parte dell’attuale presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk e un punto su cui la maggior parte dei 28 potrebbe dare la parvenza di un accordo. Al di là della strategia, una logica alla base della scelta c’è: le piattaforme, se ben gestite, sarebbero la soluzione a monte che scioglierebbe gran parte delle complicazioni generate dai flussi di migranti.

La logica, però, non basta. A sostenere la proposta, nei mesi scorsi, era stato prima di tutti il premier austriaco Sebastian Kurz a cui, dato non marginale, toccherà la presidenza del Consiglio europeo a partire da luglio. L’attuale presidente, nella lettera indirizzata ai Ventotto aveva chiesto di approvare la creazione delle “piattaforme regionali di sbarco fuori dall’Ue, se possibile insieme all’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) e all’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom). Il nostro obiettivo – scriveva Tusk – dovrebbe essere quello di rompere il modello di business dei contrabbandieri, perché questo è il modo più efficace per fermare i flussi e porre fine alla tragica perdita di vite in mare”. Occhio ai tempi: le proposte, le richieste e le bozze sono arrivate parallelamente, se non dopo, le posizioni ufficiose e ufficiali contrarie assunte dai diretti interessati (confermate nel corso della giornata di ieri): alla vigilia del Consiglio Ue, il premier albanese Edi Rama, parlando alla Bild, ha respinto la possibilità di piattaforme in Albania. “I migranti – ha detto – non sono dei rifiuti tossici, non accetteremo mai tali campi per rifugiati europei. Equivarrebbe a scaricare ovunque come prodotti tossici delle persone disperate che nessuno vuole”. Poi, il veto del premier del Montenegro Dusko Markovic. Prima, il no della Libia a Salvini e di Tunisia ed Egitto ai media.

Perché discuterne, allora? Perché manca ancora la carta principale, il peso negoziale che ha l’Unione europea tra aiuti finanziari, cooperazione internazionale, accordi commerciali e anche ingresso nell’Unione, punto questo che potrebbe spingere gli stati ad alzare il tiro.

A Bruxelles, infatti, c’è il benestare all’apertura del negoziato di adesione per l’Albania e Macedonia all’Ue mentre Serbia e Montenegro sono già in trattativa. Il compromesso è stato raggiunto questa settimana in Lussemburgo ma le trattative inizieranno nel 2019. Una lunga strada durante la quale i Paesi potrebbero decidere di fare della strategicità della loro posizione un termine delle trattative.

Profughi, altro che Unione: gli accordi si fanno “con chi ci sta”

Più temuti che reali, i flussi dei migranti alterano le geometrie già complicate dell’Unione europea e spaccano o creano fronti e crinali dentro l’Ue: così, la Germania quasi rinuncia a priori a cercare un’intesa a 28 e vira su accordi fra ‘chi ci sta’, rispolverando la formula non proprio fortunatissima dei ‘volenterosi’, un po’ sul modello di quanto avvenuto nell’epilogo della vicenda Lifetime – da cui però proprio Berlino s’è chiamata fuori.

“La migrazione potrebbe diventare una questione esistenziale dell’Unione europea”, dice la Merkel al Bundestag prima di partire per Bruxelles. Forse, lo è già diventata. “O la gestiamo o nessuno crederà più al nostro sistema di valori”, aggiunge la cancelliera. Specie se i primi a non crederci, o almeno a non attuarli, siamo proprio noi.

Non sono più i – bei? – tempi che Francia e Germania arrivavano al Vertice europeo con l’accordo fra di loro già pronto e raccoglievano senza grandi difficoltà le adesioni del Benelux e dei Nordici, mentre i mediterranei si facevano magari convincere con un piatto di lenticchie. È l’Italia, stavolta, a voler tenere i tavoli separati: “Se qualcuno in passato s’è fatto convincere da un po’ di flessibilità, non è più così”, assicurano fonti del governo: la trattativa sui migranti sarà sganciata da quella sui conti (che, del resto, non si fa qui ora).

L’indisponibilità alla redistribuzione dei migranti da parte di alcuni Paesi – i quattro di Visegrad, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, in primo luogo – ha sostanzialmente provocato l’archiviazione degli accordi raggiunti nel 2016 e mai attuati in modo significativo. E l’oggettiva difficoltà della questione migranti ottunde le coscienze anche dei campioni del rispetto dei diritti umani, ormai pronti a pagare senza batter ciglio la Turchia e Paesi africani perché trattengano i profughi nei loro campi e mantengano ben chiusa l’ “autostrada dei Balcani’ e socchiusa la ‘rotta del Mediterraneo’. Infatti, sul rifinanziamento dell’intesa con Ankara e del fondo per l’Africa non c’è quasi discussione: l’Italia si preoccupa di verificare che, pagati i turchi, restino abbastanza denari per gli africani.

Per il resto, e in carenza di meglio, la Merkel e non solo lei, è pronta a procedere con intese a pelle di leopardo, che sono parenti solo alla lontana delle cooperazioni rinforzate, previste e codificate dai trattati. Sui vari punti, cerchiamo di scomporre il puzzle.

I Paesi di primo ingresso, cioè sostanzialmente Italia, Grecia, anche la Spagna, visto che Malta – fino a mercoledì – era adamantina nel suo rifiuto di soccorrere e accogliere, sono, o dovrebbero essere, in primo luogo interessati all’affermazione del principio della “responsabilità condivisa” e alla riforma del Protocollo di Dublino, per fare cadere la clausola che l’esame delle domande d’asilo è responsabilità del Paese di primo ingresso. Su questo punto, vi sono aperture francesi e anche tedesche.

Ma la Germania, come pure la Francia, è soprattutto interessata a discutere i “movimenti secondari”, cioè sugli spostamenti all’interno dell’Unione di migranti entrati in un Paese e il cui ‘status’ non è stato ancora chiarito. Mentre la Grecia sembra sentirci da quell’orecchio, l’Italia si vuole sorda: è “impensabile” – si dice – affrontare la questione che sta a cuore alla Merkel senza aprire un dibattito su tutto il ‘decalogo’ presentato al presidente del Consiglio Giuseppe Conte al pre-Vertice ristretto di domenica scorsa. Fiscalismi e rigidità dei principali protagonisti della questione migranti rendono diffidenti e meno flessibili anche i campioni dell’accoglienza, come la Svezia, il Paese con più rifugiati ‘pro capite’. Tanto più che i fronti e i crinali non sono solo nazionali, ma sono pure politici e dividono i governi: ricevendo all’Eliseo Conte, il presidente francese Emmanuel Macron aveva affermato il primato dell’‘asse dei leader’ di Germania, Francia, Italia, rispetto all’‘asse dei ministri dell’Interno’ d’Austria, Germania, Italia. Ma la Merkel arriva a Bruxelles tenuta quasi ostaggio del suo ministro dell’Interno, Horst Seehofer.

I migranti spaccano il vertice. E Conte blocca l’intesa

L’Italia si fa sentire nelle prime battute del Vertice europeo e blocca l’adozione delle conclusioni già pronte – sostanzialmente ‘acqua fresca’ – sui dazi e sulla politica di difesa dell’Unione, perché vale una vecchia formula dei negoziati comunitari: “Non c’è accordo su niente se non c’è accordo su tutto” – in questo caso, se non c’è accordo sui migranti –. Dove, però, l’intesa a 28 è utopica: nella notte, si cerca di sbloccare lo stallo, anche con patti che non coinvolgano tutti i Paesi Ue. Ma non è escluso che qualcuno abbia la tentazione di giocare allo sfascio per fare vedere che c’è.

La presa di posizione italiana fa saltare la conferenza stampa dei due ‘dioscuri’ delle Istituzioni Ue, i presidenti Jean-Claude Juncker, Commissione europea e Donald Tusk, Consiglio europeo (che se l’aspettava: “Sarà un Vertice difficile”, aveva twittato prima d’aprire i lavori. Dopo essersi scaldati sui temi precotti dai loro sherpa – a parlare di difesa e sicurezza c’era pure il segretario generale Nato Jens Stoltenberg –, e avere ascoltato un rapporto sull’applicazione degli accordi di Minsk tra Russia e Ucraina, i capi di Stato e di governo dei 28 hanno affrontato, con la cena, la questione dei flussi dei migranti.

È il tema centrale di questo Vertice, non solo per l’Italia: le posizioni sono frastagliate, le questioni sono molteplici (condivisione della responsabilità, riforma del Protocollo di Dublino, i cosiddetti ‘movimenti secondari,’, gli accordi con la Turchia e Paesi africani). Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ne parla in bilaterale con la cancelliera tedesca Angela Merkel, prima dell’inizio del Vertice, ma non riesce a vedere il presidente francese Emmanuel Macron, che pure gli sollecita un colloquio. La Merkel, dicono fonti italiane, apprezza che Conte abbia presentato nel pre-Vertice di domenica una posizione articolata, il famoso ‘decalogo’. Su alcuni aspetti della dimensione esterna della questione migranti – la seconda tranche dell’intesa con la Turchia e gli interventi per l’Africa –, un accordo di massima c’è. Sul resto, no: l’Italia pone una pregiudiziale sulla condivisione della responsabilità, la Germania mette l’accento e dà priorità ai ‘movimenti secondari’.

Macron offre una spalla alla Merkel: la Francia è pronta a rafforzare l’accordo franco-tedesco che consente di respingere reciprocamente un richiedente asilo, nel caso in cui la Germania lo chieda. Messa alle strette nel suo governo proprio su questo punto, la cancelliera vorrebbe firmare subito altri accordi di questo tipo con partner Ue: la Spagna ci sta; la Grecia pare pure; e con l’Italia ci sono margini d’intesa, in cambio di una condivisione della responsabilità negli sbarchi e dell’archiviazione del principio di Dublino per cui le domande di asilo sono sbrigate dal Paese d’ingresso – come è già avvenuto in pratica nei casi dell’Aquarius e della Lifeline.

Macron afferma di lavorare con l’Italia per un accordo. Ma Conte boccia la proposta di Parigi d’aprire hotspot in Italia finanziati e gestiti dall’Ue. La Merkel apre spiragli: “Non possiamo lasciare soli i Paesi dove c’è la maggior parte degli arrivi”. E dice: “Finché non ci sarà un consenso a 28, andremo avanti con una coalizione dei volonterosi”. Quanto agli hotspot al di fuori dell’Ue, che piacciono a molti, se ne può parlare, ma “non possiamo deciderli da soli”, bisogna “tenere conto” dei Paesi terzi.

E ancora: fare di più alle frontiere esterne e rafforzare Frontex; e se i Paesi “d’ingresso dei rifugiati hanno bisogno di sostegno”, “i migranti non possono scegliere in quale Paese Ue chiedere asilo” – se no, andrebbero tutti in Germania.

Nel Vertice, c’è chi si lascia scivolare addosso le parole della Merkel, come i Quattro di Visegrad; e chi lavora per coagularvi intorno consensi, magari a geometria variabile, su Dublino, i ‘secondari’, la Turchia e l’Africa.

I pistola con la pistola

Mentre tutti i mejo cervelli del bigoncio si interrogano sui massimi sistemi per trovare un futuro alla sinistra e al Pd (che sono ormai un ossimoro), noi ci arrendiamo per evidente inadeguatezza. E preferiamo volare molto più basso, domandando sommessamente a lorsignori: ma siete sicuri che il problema della sinistra e (anzi o) del Pd sia la penuria di programmi, di idee, addirittura di ideologie? A noi pare soprattutto una crisi di abbondanza: di cretini, però. Troppi idioti per così pochi voti. Prendete i vitalizi: non ci vuole Einstein per capire che chi impone sacrifici ai pensionati non può non farne anche lui. L’aveva capito persino Renzi, che non è proprio una cima. Infatti aveva incaricato non dico Talleyrand, ma Richetti di scrivere una legge che la facesse finita con le pensioni d’oro e baby dei parlamentari (in carica ed ex). I 5Stelle avevano addirittura ritirato la loro, molto simile, per convergere su quella del Pd. Che però, passata alla Camera, fu poi sabotata al Senato dallo stesso partito che l’aveva proposta e approvata. Così ora il M5S può intestarsi, con Fico, un merito che potevano prendersi i Dem. Geni assoluti.

Un’altra prova di cretinismo acuto è la legittima difesa che, se non ci fossero di mezzo delle vite umane (non solo quelle dei ladri, ma soprattutto quelle delle vittime), farebbe scompisciare dal ridere. Da anni la Lega racconta alla gente la balla di migliaia di poveri italiani che, derubati e minacciati a morte dai ladri (tutti rom o extracomunitari: gli italiani, com’è noto, non rubano), non possono difendersi perché i pm cattivi li indagano o li arrestano. Da sinistra si è sempre risposto piagnucolando per la sorte dei ladri colpiti dai derubati o ripetendo che gli omicidi sono in calo, col risultato di far incazzare vieppiù i derubati reali o potenziali e di regalarli tutti alla Lega. Poi, due anni fa, Renzi decise di inseguire Salvini diventando più populista di lui. E fece approvare alla Camera una legge demenziale che dava licenza di sparare ai ladri nelle ore notturne anche senza minacce all’incolumità delle vittime: bastava dimostrare il “grave turbamento psichico” del derubato non solo per la sua “vita e l’integrità fisica”, ma anche per la sua “libertà personale e sessuale”, e poi valeva tutto. Anche il plotone di esecuzione. Al Senato la boiata fu lasciata cadere, ma quando ormai tutti avevano capito la fondamentale differenza fra Pd e Lega: il Pd voleva la licenza di uccidere dopo il tramonto, la Lega anche prima.

Tutto per non fare ciò che la politica dovrebbe anzitutto fare: dire la verità. Che, sulla legittima difesa, è semplice: la norma, regolata fin dal 1930 dal Codice Rocco (grande giurista nazionalista e ministro di Mussolini), fu riformata in senso ancor più favorevole a chi spara nel 2006 dal ministro leghista Roberto Castelli (governo Berlusconi-2): da allora chi spara per difendere la propria vita o beni proporzionati, in casa o in negozio o in strada o in treno o sulla metro, di notte o di giorno, prima e dopo i pasti, esercita il diritto alla legittima difesa e dunque va assolto. Naturalmente però resta fermo il principio che, se una persona muore non per cause naturali, ma perché qualcuno le ha sparato, il magistrato deve accertare le cause del decesso: aprendo un’indagine su chi ha sparato, per ascoltare la sua versione dei fatti con l’assistenza di un avvocato e valutare se la sua difesa estrema (l’omicidio) fosse legittima o no. E continuerebbe a essere così anche se la Lega riuscisse ad approvare la sua legge (salvo, si capisce, che la legge sia incostituzionale, nel qual caso la Consulta la fulminerebbe al primo ricorso). A chi risponde che non è giusto indagare chi spara a un ladro, basta domandare: scusa, ma se un giorno la polizia ti bussa alla porta e ti consegna il cadavere di tuo figlio crivellato di colpi, tu preferisci che un giudice accerti se chi l’ha ucciso aveva buone ragioni per farlo, o prendi per buono quel che dice lo sparatore, e cioè che tuo figlio stava per derubarlo e assassinarlo?

Essere indagati per eccesso colposo di legittima difesa o per omicidio o per tentato omicidio ai danni di un delinquente dopo aver subito un furto con aggressione non è un fatto infamante, anche perché poi arriva regolarmente l’archiviazione. E i processi a chi spara a un ladro riguardano perlopiù i casi in cui il morto ha uno o più proiettili nella schiena, che fanno pensare non alla legittima difesa, ma all’esecuzione di un ladro in fuga, dunque inoffensivo. E nessuna legge al mondo, salvo che nel vecchio West, potrà mai impedire a un pm di indagare su casi del genere. Nemmeno quella che ora ha in mente Salvini, purtroppo inserita nel contratto di governo con i 5Stelle. Una legge inutile, per le ragioni appena esposte. Ma anche dannosa, perché spingerà la gente ad armarsi (pare – dai sondaggi – che la fregola stia contagiando soprattutto gli anziani: viste certe mani tremolanti, tanti auguri ai loro congiunti e anche a loro). E addirittura criminogena: più aumentano le probabilità che il rapinando sia armato con licenza di uccidere, più il rapinatore si armerà fino ai denti per avere la meglio ed, essendo un professionista, l’avrà, visto che sarà più pronto a sparare per primo. Così c’è pure il caso che gli omicidi volontari, costantemente in calo vertiginoso dagli anni 70, tornino a impennarsi. Idem per gli omicidi preterintenzionali di chi sparerà per sbaglio a mogli e figli. E anche per i suicidi involontari di chi, estraendo o pulendo la pistola, si sparerà nelle palle. Nel qual caso i ladri moriranno lo stesso. Ma dal ridere.