Rai, c’è il palinsesto “attendista”: molte conferme e pochi innesti

Si sta – più che mai – come d’autunno sugli alberi le foglie: la precarietà è la cifra della transizione, e l’orizzonte televisivo è davvero autunnale (si azzarda pochissimo oltre il fatidico panettone, che in molti qui non sanno mica se mangeranno). “Il futuro è già in programma” è il suggestivo titolo di questa giornata milanese in cui Viale Mazzini presenta l’argenteria, mette un po’ di polvere sotto il tappeto e per qualche ora tutti fingiamo che sì, la Rai è solo la prima industria culturale del Paese. La programmazione – aspettando di capire quale aria tirerà dopo l’inevitabile tsunami nella governance – è assai attendista: molte conferme e pochi innesti rispetto alla scorsa stagione. Tutto già ampiamente anticipato dalla stampa: all’Ariston tornerà Baglioni (che si materializza in collegamento balneare da Lampedusa), Mara Venier proverà a resuscitare Domenica In, la Clerici in attesa del remake di Portobello, lascerà il posto del Cuoco alla fidanzatina d’Italia (ieri davvero bellissima) Elisa Isoardi, Alberto Angela traslocherà su RaiUno in pianta stabile. Tre grandi produzioni – Lorenzo il Magnifico, Il nome della Rosa e L’amica geniale – saranno gli eventi tra le fiction. Per il resto tutti confermato: Fazio, Vespa, Conti, Amadeus. Il contestato Insinna prenderà il posto del compianto Frizzi, ricordato dal pubblico con standing ovation e un lungo, affettuoso, applauso. Fiorello? E chi lo sa, Fiorello “è una sorpresa”.

Il mattatore dello show – quest’anno allestito in casa, negli studi di Mecenate – è ancora Mario Orfeo, direttore generale in scadenza come il consiglio di amministrazione tutto. Il discorso è naturaliter ecumenico, i sassolini dalle scarpe prudentemente centellinati: “Il bilancio 2017 ha chiuso in positivo con un gran recupero nel finale. Anno eccezionale anche per gli ascolti: la Rai è stata leader assoluta, con una performance superiore agli omologhi europei. Rai1 è stata la più vista, macinando record su record, da Sanremo ai nuovi episodi di Montalbano. Questi sono i fatti, il resto è rumore di fondo”. A chi gli domanda di Giletti: “Nessun pentimento. Anzi ne approfitto per esprimere solidarietà a Selvaggia Lucarelli, collega giornalista e un volto di Rai1, per quello che qualche domenica sera fa le è stato rivolto senza contraddittorio”. E sempre diretta a Giletti sembra la frecciatina sulla vocazione di Viale Mazzini: “La Rai è il servizio pubblico, con buona pace di chi vorrebbe altrimenti, magari in conflitto di interessi o per compiacenza a qualche editore”. La liturgia ha le sue regole e sono le uniche certezze del momento: “Grazie alle donne della Rai”, dice Orfeo, “e grazie a Mattarella”. “La Rai non è solo un’azienda o un brand, è anche accoglienza, vicinanza, solidarietà. Ringrazio il presidente della Repubblica perché anche ci ha ricordato che la solidarietà è nel nostro Dna”. A chi gli domanda del nuovo governo giallo-verde, risponde, com’è ovvio, con una battuta: “Sono daltonico, non distinguo i colori”. Più seriamente: “Quando ho accettato questo incarico sapevo che sarebbe durato un anno. Era un momento di difficoltà per l’azienda. L’ho fatto soprattutto per amore verso questa azienda. Ora risultati e obiettivi sono stati raggiunti e sarei felice di restare, in qualsiasi ruolo si definirà”.

Una possibilità è il ruolo (per cui si fa anche il nome di Carlo Freccero) di Monica Maggioni, presidente oggi innominata (sarà a Roma il 5 luglio per il bis della presentazione: a lei potrebbe andare la direzione di Rai Italia, il canale degli italiani all’estero). Ma ora è davvero tutto in mente dei. La Rai non è una partita isolata, si gioca nel contesto delle nomine che impegneranno il governo nelle prossime settimane. Molto dipenderà, oltre che dalla salute dell’intesa Lega-5Stelle, da quel che accade a destra, dai rapporti tra il vecchio leone B. e il nuovo cesare Salvini (il Pd guarderà col binocolo).

Se n’è andato Joe, il papà “padrone” dei Jackson 5

È morto il padre di Michael Jackson e manager dei Jackson 5, il gruppo nel quale il “Re del Pop”, morto il 25 giugno 2009, cantava insieme ai suoi fratelli all’inizio della carriera.

Joe Jackson si è spento a 89 anni. La notizia è stata confermata dagli amministratori del patrimonio del cantante. Secondo quanto riferiscono i media, basandosi su persone appartenenti alla cerchia familiare, Joe Jackson è morto nelle prime ore del mercoledì a Los Angeles, era malato di cancro ed era stato ricoverato in ospedale la scorsa settimana. Nel 2015 Joe Jackson subì tre attacchi cardiaci e gli venne impiantato un pacemaker.

Il gruppo di papà Joe (operaio in un’acciaieria della United States Steel), dieci figli afroamericani e una moglie testimone di Geova, si formò all’inizio degli anni Sessanta, a Gary, in Indiana, che Michael era ancora bambino. Nel 1964, all’età di sei anni, il piccolo fu aggregato al gruppo. I rapporti del padre con i figli (impiegati in incessanti prove al limite dei maltrattamenti), furono per anni al centro di polemiche. Di pari passo cresceva la fama internazionale dei Jackson 5.

“I miei 50 anni di epopea rock tra Dylan, Jimi e Woodstock”

Sbarcò a Los Angeles nell’agosto ’68, portando con sé solo una chitarra. Graham Nash aveva scelto l’America, lasciandosi alle spalle un matrimonio in frantumi, la Swinging London, l’amicizia con Beatles e Stones. “Un anno prima avevo cantato con i miei Hollies a Sanremo. Eravamo abbinati a Mino Reitano per Non prego per me. Ricordo gli sforzi della traduttrice per farci imparare il testo”.

E finalmente arrivò in California.

Bussai da David Crosby, nel Laurel Canyon. Venne Joni Mitchell, che avevo conosciuto in Canada. Disse: “Mi prenderò cura io di te”, e mi portò nella sua casa di Lookout Mountain.

La casa del vostro amore, immortalata in “Our House”.

Comprammo un vaso, lei lo riempì di fiori, demmo da mangiare ai gatti, io mi sedetti al piano e raccontai una giornata qualunque.

Anche Crosby aveva avuto a che fare con Joni, e la ritrasse in “Guinnevere”, mentre lei, Nash, le dedicò “Lady of the island”. Joni ricambiò con “Willy”, ma quando pubblicò l’album “Blue” stava elaborando il vostro addio. Era partita per l’Europa, lasciandola con un telegramma.

Di tanto in tanto riascolto Blue o Ladies of the canyon che esprimono tutta la grandezza della Mitchell. Ma mi rendono triste. Ci sono io dentro quelle canzoni. Anch’io andai in pezzi per la rottura. Scrissi I used to be a king ripensando a noi. Joni era spaventata da una possibile vita coniugale, ma ci amavamo.

L’ha rivista, di recente?

Due mesi e mezzo fa. La sua salute migliora. Riesce a parlare, cammina, è uscita di casa per incontrare amici, conserva il suo humour.

A Woodstock Joni non andò, preferendo un’ospitata in tv. Voi, Crosby, Stills, Nash e & Young, optaste per il Festival.

Sorvolando Bethel vedemmo centinaia di migliaia di persone nel fango, nella pioggia. Fuochi ovunque, le tende. Pareva l’accampamento di un colossale esercito. Quando ripartimmo era già lunedì mattina. Jimi Hendrix stava suonando l’inno americano.

Strapazzandolo per denunciare l’orrore del Vietnam.

Il messaggio arrivò fino al nostro elicottero in decollo. La Fender di Jimi marcò quel momento storico.

Lei credette che la Woodstock Nation non fosse solo un’utopia?

Ci credo ancora oggi. Le istanze degli hippies restano valide. La pace sarà sempre meglio della guerra e l’amore dell’odio. Dobbiamo prenderci cura degli altri.

Quando non scriveva di sentimenti, inchiodava i politici. Come per la Convention democratica di Chicago ’68.

Potevo essere innamorato e molto indignato. Scrissi Chicago perché era intollerabile processare incatenati Bobby Seale e gli altri pacifisti che avevano guidato le proteste. Che giustizia era quella?.

Nel tour di CSN&Y del ’74 lei spendeva il tempo in camerino a guardare in tv le udienze del Watergate.

Quando fu annunciato l’impeachment salimmo sul palco urlando: “Se n’è andato!”. Ma almeno Nixon aveva un cervello e un brandello di cuore. Trump non ha né l’uno né l’altro. È un completo idiota che pensa solo a sé stesso mentre incoraggia il fascismo. Un governo basato sull’avidità. E quello che ha fatto ai bambini messicani è un residuo della schiavitù. Come puoi separarli dalle madri? Il mondo sta assistendo al crollo dell’impero Usa. Il ruolo di presidente è riservato ai folli. Solo Obama aveva grazia e dignità.

Ma gli americani lo votarono in massa, Trump.

Un grande popolo, ma con troppi stupidi. Votò solo il 42 per cento tra loro, gli altri pensavano a una facile vittoria di Hillary o se ne fregarono. Un disastro. Ma confido nei ragazzi che si mobilitarono per Occupy Wall Street: oggi girano il Paese convincendo la gente a chiedere la restrizione delle armi, dopo le stragi nelle scuole. Mettono pressione alla National Rifle Association, la sconfiggeranno.

Torniamo al tour ’74. C’è quella storia di Dylan che vi fa visita…

E Stills si chiude in camera con lui per… un confronto artistico! Bob gli suona tutto Blood on the tracks e Stills storce il naso. Dylan gli risponde: “Beh, Stephen, allora sentiamo le tue” e lo mette Ko. Ci aveva lasciati tutti lì fuori, e non era stata certo una mossa saggia duellare con il nostro più grande poeta!.

Lei domani alla vigilia del tour italiano, pubblica la sua prima antologia solista, “Over the years”.

Ci ho messo dentro 15 demos, 12 dei quali inediti. Ma non smetto di scrivere nuove canzoni. Sono un uomo semplice, faccio musica con la stessa passione di cinquant’anni fa.

Tutti i poveri hanno avuto un padrone (o più) di casa

Da oggi in libreria “Sfrattati”, il best-seller del premio Pulitzer 2017 Matthew Desmond, che stasera sarà alla Milanesiana. Pubblichiamo uno stralcio del prologo “La città fredda”.

 

Anche nelle zone più desolate delle città americane, gli sfratti un tempo erano rari. Attiravano la folla. Durante la Depressione si verificarono dei disordini legati agli sfratti, benché il numero annuale di famiglie povere che affrontavano lo sfratto fosse una frazione di quello odierno. Un pezzo del New York Times sull’opposizione della comunità allo sfratto di tre famiglie del Bronx nel febbraio del 1932 notava: “Probabilmente a causa del freddo, la folla contava solo un migliaio di persone”. A volte i vicini affrontavano personalmente i funzionari del tribunale, sedendosi sui mobili della famiglia sfrattata per impedire che venissero rimossi o riportando indietro la famiglia contro l’ordinanza del giudice. […]

Oggigiorno gli sceriffi hanno squadre che si occupano a tempo pieno di eseguire ordini di sfratto e di pignoramento. Ci sono ditte di traslochi che si specializzano in sfratti e i loro uomini lavorano tutto il giorno tutti i giorni. Ci sono centinaia di aziende che estraggono dati e vendono ai proprietari i frutti dei loro controlli sugli inquilini, elencando gli sfratti precedenti e le denunce. Oggigiorno, le cause legate all’abitazione si moltiplicano, costringendo i commissari a trovare accordi nei corridoi o in uffici improvvisati, pieni di vecchie scrivanie e schedari rotti […]. Le famiglie a basso reddito si sono abituate al rombo dei furgoni dei traslochi, ai colpi alla porta di primo mattino, alle proprie cose allineate sul marciapiede. Le famiglie hanno visto il loro reddito stagnare, o addirittura crollare, mentre i costi delle case schizzavano alle stelle. Oggi la maggioranza delle famiglie povere in affitto in America spende più di metà del proprio reddito per la casa, e almeno una su quattro ne dedica più del 70 per cento all’affitto e alle bollette.

Milioni di americani vengono sfrattati ogni anno perché non riescono a pagare l’affitto. A Milwaukee, una città con meno di 105.000 famiglie in affitto, i padroni di casa sfrattano circa 16.000 adulti e bambini all’anno. Vuol dire sedici famiglie sfrattate per intervento dei tribunali ogni giorno. Ma ci sono altri modi, modi più rapidi ed economici del tribunale, tramite i quali i padroni possono liberarsi di una famiglia. Alcuni padroni danno agli inquilini un paio di biglietti da cento perché se ne vadano entro il fine settimana. Alcuni tirano via la porta d’ingresso. […] Se si considerano tutte le forme di trasferimento involontario – sfratti formali e informali, pignoramenti da parte dei padroni di casa, abbattimento di immobili – si scopre che fra il 2009 e il 2011 più di un affittuario su otto a Milwaukee ha subito un trasloco forzato. Non c’è niente di speciale a Milwaukee per quanto riguarda gli sfratti. I numeri sono simili a Kansas City, Cleveland, Chicago e in altre città. Nel 2013, a livello nazionale, una famiglia povera su otto non era in grado di pagare l’affitto, e quasi altrettante pensavano che sarebbero state sfrattate presto.

Questo libro parla di Milwaukee, ma racconta una storia americana. Sfrattati segue otto famiglie – alcune nere, alcune bianche; alcune con figli, altre senza – coinvolte in procedimenti di sfratto. Gli sfratti si verificano in tutta la città, coinvolgendo non solo padroni di casa e inquilini, ma anche parenti e amici, fidanzati ed ex fidanzati, giudici e avvocati, spacciatori di droga e anziani della chiesa. Le conseguenze di uno sfratto sono severe. Perdere la casa fa finire le famiglie nei rifugi, in case abbandonate o sulla strada. Favorisce depressione e malattie, costringe le famiglie ad accettare alloggi degradanti in quartieri pericolosi, sradica le comunità e danneggia i bambini. Lo sfratto porta in luce la vulnerabilità e la disperazione delle persone, oltre alla loro ingegnosità e al loro coraggio. Sempre meno famiglie possono permettersi un tetto sulla testa. Questo è uno dei temi più urgenti e pressanti che l’America ha di fronte oggi, e riconoscere l’ampiezza e la profondità di questo problema cambia il nostro modo di guardare alla povertà. Per decenni ci siamo concentrati soprattutto sulla disoccupazione, l’assistenza pubblica, la cura dei bambini e l’incarcerazione di massa. Nessuno può negare l’importanza di questi temi, tuttavia manca un elemento fondamentale. Non siamo riusciti a capire fino in fondo il ruolo fondamentale della casa nella creazione della povertà. Non tutti coloro che vivono in un quartiere difficile hanno rapporti con esponenti della criminalità, agenti di polizia, datori di lavoro, assistenti sociali o pastori. Ma quasi tutti hanno un padrone di casa.

Bilanci e nebbie, grosso guaio al Milan

Fuori dalle Coppe europee per un anno. Povero Milan, vittima dei suoi pasticci finanziari e della furbizia berlusconiana. La ferale notizia è piombata ieri alle cinque in punto della sera, l’ora dei destini ingrati.

Quando da Nyon, in Svizzera, la Camera Giudicante dell’Istanza europea di controllo finanziario dei club calcistici affiliati all’Uefa (ICFC), presieduta dal giudice portoghese José Narciso da Cunha Rodrigues, ha annunciato d’aver emesso la sentenza contro la squadra rossonera, la stessa che ha conquistato sette Coppe dei Campioni e che, purtroppo, adesso rema negli stagni della mediocrità calcistica: “Il club è escluso dalla partecipazione nella prossima competizione europea per la quale si qualificherà per le prossime due stagioni: quindi una competizione nel 2018-19 o 2019-20, dipende dal raggiungimento della qualificazione”. Verdetto, in verità, lessicalmente ambiguo. L’interpretazione corretta dovrebbe essere questa: poiché il Milan ha ottenuto la qualificazione per la stagione 2018-19 della prossima Europa League, dovrebbe rinunciarvi. Da Nyon confermano che l’anno di squalifica è uno solo. Non lo dicono, ma si capisce che è pure una condanna morale. Un’onta: la prima volta di una squadra così prestigiosa per aver violato le regole del fair-play finanziario. In passato, era toccato al Malaga, alla Stella Rossa di Belgrado, al Galatasaray di Istanbul.

Il problema è l’opacità dei bilanci. E dei finanziamenti e dei prestiti e del futuro assetto societario. Nonostante le ripetute raccomandazioni dell’Uefa, hanno concluso i giudici, poco ha fatto il Milan per rispettare i parametri stabiliti sui criteri di gestione finanziaria previsti dal fair-play. Insomma, il Milan non ha saputo dare indicazioni precise né sul presente né soprattutto sul suo futuro. E tuttavia, la condanna è stata clemente: non è stata comminata alcuna sanzione, né si sono posti limiti a ingaggi e mercato. Gli è andata bene, in fondo, al Milan. I giudici, forse, aspettano che la matassa si sbrogli. È infatti dal 13 aprile dello scorso anno, quando cioè il Milan è passato dalle mani di Berlusconi a quelle del cinese Yonghong Li, che ci si chiede: davvero Li è il padrone del Milan? Da dove sono spuntati i 740 milioni di euro versati a Silvio Berlusconi, se poi non riesce a trovare i quattrini per rimborsare gli interessi del prestito di 303 milioni concessi dal fondo americano Elliott (che li vuole indietro entro l’ottobre del 2018, altrimenti si pappa il Milan)? E i 230 milioni della strabiliante campagna acquisti, peraltro abbastanza avventurosi (calciatori sul viale del tramonto pagati come stelle degli stadi) da dove sono piovuti? Quasi un miliardo, il costo della cessione e del rilancio? Tanti. Troppi, secondo gli analisti: il Milan non valeva tutti quei soldi.

Di sicuro, Berlusconi è il solo che sinora ci abbia guadagnato. Tanti sospetti sul giro dei soldi che ha incassato: la Guardia di Finanza pare stia lavorando ad un’inchiesta, come la Procura. Li è chiaramente un prestanome. All’orizzonte si intravedono due cordate, entrambe Usa, interessate all’acquisto della squadra, valutata però sui 500 milioni: la famiglia Ricketts e Rocco Commisso, nato in Calabria, fondatore del gruppo Mediacom. Li pare voglia restare socio di minoranza. La Uefa vuol vederci chiaro.

Umiliati i primi della classe. Germania: flop Mondiale

Il nuovo calcio totale, la potenza teutonica, la retorica della nazionale multietnica che vince grazie a giovani, integrazione e stadi pieni: tutto spazzato via in un afoso pomeriggio di Russia, che non gli ha mai portato particolarmente bene. Kazan diventa un po’ la Stalingrado del pallone tedesco: l’armata di Joachim Löw, invincibile alla partenza, viene sbaragliata da un manipolo di soldatini coreani. La Germania campione in carica è già fuori dal Mondiale, al primo turno, come è successo una sola volta nella storia, nel 1938.

La maledizione dei campioni ha colpito ancora: per la terza edizione di fila la vincitrice uscente viene eliminata al primo turno. Nel 2010 l’Italia, nel 2014 la Spagna, ora tocca alla Germania, che perdendo per 2-0 la gara decisiva finisce addirittura ultima in un gruppo materasso con Svezia, Messico (entrambe agli ottavi) e Corea del Sud. È la dimostrazione che è davvero difficile proseguire un ciclo vincente da un Mondiale all’altro: si può puntare sull’usato sicuro come fecero gli azzurri con Lippi, provare a rinnovarlo come i tedeschi, magari centrare pure l’accoppiata con gli Europei degli spagnoli, ma il bis mondiale resta un’impresa quasi impossibile (riuscita solo al Brasile nel dopoguerra). Il primo a pagare potrebbe essere il ct Löw: la sua lunghissima era alla guida della Nazionale, iniziata addirittura nel 2006 e culminata con la Coppa del 2014, sembra al termine. “Devo riflettere”.

Difficile dire se la Germania sia stata vittima più della cabala o di se stessa. È la grande sorpresa del torneo, ma guardando i risultati non si può dire che sia una sorpresa in assoluto: un’estate fa aveva trionfato in Confederations Cup, praticamente con le riserve, ma nell’ultimo anno aveva mostrato più di qualche crepa, inanellando tra 2017 e 2018 una striscia record di 5 partite senza vittorie. In Russia la crisi è esplosa con la sconfitta al debutto col Messico, e il gol di Toni Kroos all’ultimo secondo con la Svezia è stato un’illusione: con la Corea, nel momento decisivo, la Germania ha giocato la sua peggior partita, senza quasi mai tirare in porta. Alcuni giocatori (come Kroos) spremuti dalla lunga stagione di club, o fuori condizione o senza motivazioni (Neuer, Özil e Müller); altri, che magari avrebbero potuto cambiare la situazione, lasciati a casa (su tutti Sanè). Con una manovra mai così lenta, appena un gol segnato in 3 partite e 4 subiti da una difesa sempre in affanno, l’eliminazione è stata naturale.

In patria è stata accolta quasi con sgomento. Angela Merkel, che quattro anni fa esultava in tribuna come un ultras e stava aspettando una grande partita per volare in Russia, dovrà cancellare i suoi programmi: “Non è la nostra Coppa del mondo, che tristezza”, ha scritto il suo portavoce. In Italia, invece, la rivalità con i tedeschi non è mai finita. Quasi per uno scherzo del destino, l’eliminazione è arrivata per mano di due nazionali che gli azzurri conoscono bene: adesso anche nella storia calcistica della Germania c’è una Corea, e al loro posto si qualifica la stessa Svezia che ci aveva battuto nello spareggio a novembre. Il loro calcio, però, non è fallito: il modello tedesco, che ha fatto scuola con le accademie territoriali, gli stadi sempre pieni, i club virtuosi e a partecipazione popolare, presto riprenderà a sfornare talenti. Ha solo fatto un bagno di umiltà, che male non gli farà.

“Copiava, la sospesi: ora la Ferragni fa l’influencer”

Quando lo incontra per strada, la fashion blogger Chiara Ferragni “fa il gesto dell’ombrello” a Giovanni Valotti, presidente di Utilitalia, l’associazione delle aziende di servizi luce, acqua, gas e rifiuti. Lo ha raccontato Valotti in persona parlando delle sfide del digitale alla qualificatissima platea riunita ieri mattina in via Veneto prima di essere acclamato per altri tre anni presidente dell’associazione. Valotti infatti è a conoscenza di un oscuro segreto del passato della influencer da 13,3 milioni di follower, che se non lo avesse incrociato adesso sarebbe avvocato. “Voi tutti conoscete Chiara Ferragni” (“non abbiamo il piacere” la risposta scanzonata di un imprenditore in seconda fila), “Chiara Ferragni era una mia studentessa, faceva giurisprudenza nella mia facoltà alla Bocconi. Ho avuto modo di conoscerla prima che diventasse famosa in commissione disciplinare nella mia università, dove finivano i ragazzi che combinavano qualche guaio. Chiara Ferragni semplicemente aveva copiato a qualche esame”.

“E non so qui se mi prendo qualche denuncia” ha aggiunto. La platea ha seguito l’insolito excursus: “Non voglio annoiarvi, ma vi vedo ancora svegli quindi sto avendo successo”. La “poverina” ha proseguito Valotti si era messa dei bigliettini incollati al polpaccio: “immaginate la fantasia, poi avendo il polpaccio lungo c’era l’enciclopedia dell’esame, con un sistema ingegneristico molto sofisticato, in caratteri micro. Povera ragazza – ha aggiunto – se studiavi ci mettevi meno tempo che a congegnare questo stratagemma”. Il severo Valotti non ha esitato: “Sei mesi di sospensione e non ha potuto fare esami. Ma in quei sei mesi lei ha detto ‘lascio l’università e faccio la fashion blogger’. Se dava retta a me adesso era praticante in uno studio di avvocato”. Invece, ha concluso, “adesso se mi incontra per strada mi fa il gesto dell’ombrello”.

Roma chiude il caso: “Mai più nomi legati a fascismo e razzismo”

Due settimane dopo “l’incidente” in Assemblea capitolina, con il M5S che aveva votato una mozione presentata da Fratelli d’Italia per intitolare una via allo storico segretario del Msi, Giorgio Almirante, è arrivato il dietrofront. Martedì l’aula consiliare ha approvato, anche con i voti del centrosinistra, una mozione firmata dal gruppo 5 Stelle e dalla sindaca Virginia Raggi che prevede di “non procedere all’intitolazione” di vie o di “luoghi e strutture pubbliche a esponenti politici” riconducibili “al disciolto partito fascista o a persone che si siano esposte con idee antisemite e razziali”. L’errore del Movimento aveva scatenato lo sdegno della Comunità Ebraica cittadina e malumori all’interno del Movimento stesso, tra consiglieri che hanno ammesso di non conoscere chi fosse Almirante e altri di non aver capito cosa stavano votando, dato che la sindaca si era impegnata nei mesi scorsi a cambiare i nomi di due vie dedicate a firmatari del manifesto della razza in occasione dell’ottantesimo anniversario delle leggi razziali.

Torino, prove di “tregua olimpica” tra Appendino e la sua maggioranza

Niente leader per ricucire lo strappo. Luigi Di Maio, atteso a Torino, è rimasto a Roma e così la riunione va avanti da sé, anche se forse non basterà a sanare la frattura sorta intorno alle Olimpiadi invernali 2026. Ieri sera a Torino la sindaca Chiara Appendino ha incontrato di nuovo, dopo la riunione di lunedì sera, i consiglieri M5s della sua maggioranza, una maggioranza che ha traballato visto che molti, anche quelli che inizialmente erano “possibilisti”, si sono schierati contro la candidatura della città a ospitare ancora una volta i giochi nel 2026, 20 anni dopo l’edizione che ha trasformato la città.

La sindaca ha riferito dell’incontro con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, avvenuto martedì pomeriggio a Palazzo Chigi parlando di incontro interlocutorio, come dire che c’è ancora un margine per la città che deve vedersela con rivali come Milano e Cortina, sostenuti dalla Lega. La riunione è cominciata in modo più “tranquillo” di lunedì ed è stata un confronto tecnico sul dossier preparato dall’architetto Alberto Sasso, professionista esperto di recuperi ecologici, vicino a Beppe Grillo e già “inviato” nella capitale per aiutare la giunta Raggi e lavorare alla riduzione dei volumi dello stadio di Tor di Valle. Sasso ha avuto l’incarico dall’Unione dei comuni montani di ideare un progetto di massima sul riutilizzo degli impianti esistenti e sull’adattamento di altre strutture abbandonate per crearne nuove. Tuttavia molti grillini, soprattutto quelli che caldeggiavano l’istituzione di un comitato tecnico-scientifico, si erano sentiti scavalcati da questo nomina e i cinque contrari alle Olimpiadi avevano contestato apertamente Sasso e i suoi piani.

Ieri finalmente i consiglieri hanno ottenuto una copia di quel documento, che non avevano potuto leggere prima, e hanno discusso punto per punto i contenuti proponendo delle modifiche per renderlo più in sintonia con i principi di sostenibilità, riutilizzo e consumo zero del suolo. Un segnale di distensione e apertura dopo la spaccatura avvenuta la notte tra lunedì e martedì, quando Appendino ha minacciato per tre volte le dimissioni: “Ogni tanto strigliare fa bene sia a noi, sia a lei”, rivela uno dei consiglieri. Intanto, qualche ora prima dell’inizio della riunione, un confronto è avvenuto davanti al municipio tra i sostenitori delle Olimpiadi e i contrari.

I primi, gli ex volontari del 2006 (riuniti nell’associazione Volo2006), hanno steso uno striscione: “Torino 2026. Passion still lives here”, era scritto citando lo slogan di dodici anni fa. “Rispetto a quell’edizione ci sarebbero meno opere da fare e si potrebbe fare meglio – spiega la presidente Alessandra Aires –. I consiglieri hanno una grande responsabilità. L’80 per cento dei torinesi ritiene quell’esperienza positiva e i debiti li chiamerei investimenti”. A pochi passi, invece, i contrari hanno appeso manifesti per ricordare i debiti che pesano su Torino e il no espresso da altre città, come Bolzano e Sion: “Da 5 stelle a 5 cerchi: traditori”.

Tre carabinieri arrestati: “Armi per incastrare un immigrato”

Intercettati per ipotesi di concussione ancora ignote, tre carabinieri di Giugliano (Napoli) sono stati ascoltati “in diretta” dagli inquirenti della Procura di Napoli Nord mentre complottavano su come incastrare un migrante attribuendogli accuse false di terrorismo internazionale per ottenere un encomio. I militari della Finanza di Aversa li hanno registrati mentre si organizzavano per piazzare nell’alloggio dell’immigrato un revolver e una pistola semiautomatica, e finto materiale sulla progettazione di attentati terroristici “di fittizia matrice islamica”, come si legge nell’ordinanza cautelare eseguita nei loro confronti a tempo di record con accuse di falso ideologico, calunnia, detenzione e porto illegale di armi clandestine.

La vicenda infatti è accaduta il 25 giugno, nel giorno in cui i siti e le tv rilanciavano l’arresto a Napoli di un gambiano accusato di terrorismo e sospettato di aver partecipato ai campi di addestramento dell’Isis in Libia. In quelle stesse ore i due marescialli e l’appuntato, oltre alle armi, avrebbero inserito nella stanza dell’immigrato dei volantini dell’Auchan di Giugliano, la piantina di accesso, una copia del Corano, un quaderno manoscritto inneggiante Allah e i suoi martiri scritto in inglese, italiano ed arabo, cinque fogli manoscritti inneggianti – sempre in tre lingue – al sacrificio dei martiri contro i miscredenti, tre libricini in arabo per le preghiere, un quaderno raffigurante la Mecca, un libretto con preghiere in arabo e otto testi sacri del Corano. Prospettando così nei verbali di perquisizione e di arresto che il migrante stesse progettando un attentato nel centro commerciale.

Sempre ieri è stato arrestato per la seconda volta Lazzaro Cioffi, il carabiniere colluso con il clan di Caivano. Il boss gli avrebbe regalato una somma per comprare una casa a Mondragone.