Parnasi ai pm: “I miei rapporti con i politici”

Dopo due settimane in cella, Luca Parnasi decide di parlare con i magistrati che hanno chiesto e ottenuto il suo arresto, Paolo Ielo e Barbara Zuin. Durante un interrogatorio durato oltre cinque ore, l’imprenditore romano si difende dall’accusa di essere a “capo” di un’organizzazione a delinquere finalizzata a commettere reati contro la Pubblica amministrazione, come le corruzioni contestate, e parla dei suoi rapporti con alcuni personaggi finiti nell’inchiesta sullo stadio dell’As Roma.

L’interrogatorio riprenderà stamattina: l’imprenditore ha iniziato a collaborare con i pm, ma ci sono ancora molti aspetti da chiarire nei dettagli. Come i suoi rapporti con Luca Lanzalone, l’avvocato genovese finito ai domiciliari con l’accusa di aver messo a disposizione la propria funzione – i pm lo considerano consulente di fatto del Campidoglio per le questioni dello stadio –, in cambio di promesse di consulenze da parte dell’imprenditore al proprio studio legale.

Per i magistrati, l’interrogatorio di Parnasi, difeso dagli avvocati Emilio Ricci e Giorgio Tamburrini, è fondamentale proprio per chiudere la partita su Lanzalone, considerato dai pm un pubblico ufficiale e per questo accusato di corruzione. Insomma gli investigatori devono capire se l’imprenditore prometteva consulenze all’avvocato in quanto “gancio” con il Campidoglio per le questioni dello Stadio.

A supporto della tesi della Procura per ora ci sono le dichiarazioni di Luca Caporilli, consulente di Euronova, il quale durante un interrogatorio del 19 giugno ha spiegato che Lanzalone era “il referente del Comune per l’affare Stadio e lo è stato sin dall’inizio del 2017, fino al giorno del nostro arresto” (poi Caporilli è stato scarcerato). Stessa percezione che aveva Mauro Baldissoni, direttore generale dell’As Roma.

Sentito come persona informata sui fatti, ai pm che gli chiedevano fino a quando Lanzalone è stato di fatto “l’uomo dello stadio” per il Comune, Baldissoni ha risposto: “Praticamente fino al momento in cui è stato arrestato”. Anche se poi ha aggiunto: “Il suo ruolo è diminuito d’intensità nel tempo (…) è grandemente scemato a seguito della chiusura della conferenza dei servizi, ma era lui il nostro interlocutore ed era a lui che ci rivolgevamo”.

Da parte sua l’avvocato genovese ha respinto le accuse: durante l’interrogatorio ha spiegato che mai ha influito sulle scelte del Comune e che si era interessato alle questioni dello stadio al massimo fino a marzo 2017; dopo, se pure ne parla durante le intercettazioni, è solo per curiosità e perché si trattava di una vicenda da lui “partorita all’inizio”. Insomma, spiega l’avvocato, non aveva alcun ruolo al Campidoglio quando con Parnasi parlava di consulenze. E seppure intratteneva rapporti con esponenti del Comune, come alcuni assessori, era per il suo ruolo di presidente di Acea.

Durante l’interrogatorio di ieri, Parnasi ha chiarito anche una serie di contributi alla politica di cui parla in alcune intercettazioni. E i pm potrebbero aver fatto domande pure sui 250 mila euro dati nel 2015 alla onlus “Più voci”, di area leghista. Parlando di questa erogazione, con un collaboratore, l’imprenditore romano il 26 marzo “precisa” “di creare una giustificazione contabile retrodatata in virtù della quale sia possibile sostenere che l’erogazione sia avvenuta in favore di Radio Padania”.

Le donazioni, secondo i primi accertamenti, non sono state retrodatate e per ora i pm ritengono che si tratti di finanziamenti leciti. Ma la Procura farà approfondimenti. I magistrati potrebbero aver chiesto a Parnasi chiarimenti anche sui 150 mila euro (Iva compresa), che la società dell’imprenditore ha pagato – a cavallo delle elezioni – alla fondazione Eyu, legata al Pd, per uno studio sul rapporto tra gli italiani e la proprietà immobiliare. Anche in questo caso si ritiene che il pagamento lecito, ma la Procura farà indagini.

Sky, tre giornaliste licenziate. Protesta Stampa Romana

L’impegno a “soluzioni non traumatiche” è stato disatteso, salta anche l’applicazione della legge 104 a cui due delle tre giornaliste licenziate da Sky hanno diritto per assistere congiunti a Roma. Le lettere recapitate nei giorni scorsi chiudono nel peggiore dei modi la vicenda del trasferimento della redazione da Roma a Milano, avvenuto nei mesi scorsi. Erano stati in sei a rifiutarlo e tre, tutte donne, sono state licenziate. Eppure Skytg24 “ha meno giornalisti di quelli previsti nella pianta organica che la direttrice ha indicato nel suo recente piano editoriale”, rileva l’Associazione Stampa Romana. Sky nel 2017 ha aumentato i ricavi del 3 per cento e chiuso con 41,6 milioni di euro di utili. “Sky ha fatto carta straccia di un accordo sindacale; Sky ha violato una legge dello Stato”, protesta Stampa Romana con il Comitato di redazione. E chiede l’intervento del ministro del Lavoro e dello Sviluppo Luigi Di Maio. È già andata molto peggio ai tecnici e agli operatori di Sky: con il “trasloco”, secondo il Slc Cgil, 120 sono finiti in mobilità e di fatto licenziati, 170 sono andati a casa con 18-24 mensilità di buonuscita e 130 sono andati a Milano dove però alcuni denunciano mobbing e mancato rispetto degli accordi.

Regeni, Procura beffata: video incompleti

Da quando il corpo martoriato di Giulio Regeni, ricercatore che lavorava al Cairo, è stato trovato sul ciglio di una strada il 3 febbraio 2016 – dopo nove giorni dalla sua scomparsa – dire che le indagini siano procedute a rilento, è un eufemismo. Sono passati due anni e mezzo e sia i genitori di Regeni sia quanti chiedono la verità sulla sua fine violenta hanno prima subito il dileggio dei depistaggi, ora assistono alla melina della burocrazia giudiziaria egiziana.

Se ci si aspettava un risultato importante dalla missione della Procura di Roma al Cairo, dove i magistrati si sono recati per esaminare i filmati della metropolitana e verificare se vi fossero fotogrammi in cui Giulio appare, questa attesa è risultata vana: da un lato in un comunicato congiunto le due Procure scrivono di non aver trovato “nessun materiale di interesse investigativo”, dall’altro ammettono che “dall’esame delle registrazioni acquisite è emerso che vi sono diversi ‘buchi’ temporali in cui non vi sono né video né immagini” pertanto “sono necessarie ulteriori indagini”.

La Procura di Roma resta ferma su un punto: poliziotti e agenti dei Servizi egiziani hanno tenuto sotto controllo Regeni già dal dicembre 2015. Il motivo, probabilmente, è da ricondurre agli studi del ricercatore, corroborati da interviste a sindacalisti e ambulanti, categorie tenute sotto osservazione dal governo di al-Sisi. Gli stessi funzionari dei Servizi sono coinvolti nella sparatoria con i delinquenti uccisi il 24 marzo 2016, a cui le autorità del Cairo provarono ad attribuire l’omicidio; dunque in un gruppo di nove persone dell’apparato di sicurezza c’è chi conosce cosa sia accaduto all’italiano, ma verso nessuno di loro è mai stata mossa una accusa ufficiale.

Per tornare ai filmati, rappresentano il 5% del totale ripreso il 25 gennaio 2016 dalle telecamere della metro (linea 2) del Cairo. I buchi neri sarebbero relativi proprio ai minuti del sequestro del ricercatore, dopo le 19,41 del 25 gennaio 2016. È proprio alle 19:41 che Regeni mandò l’ultimo sms alla sua fidanzata per avvertirla che stava uscendo: aveva un appuntamento con il professor Gennaro Gervasio, allora docente della British University del Cairo, in piazza Tahrir, per le 20:30. Alle 20:02 il cellulare di Regeni agganciò la cella del quartiere di Dokki: l’ultimo segnale prima che la vittima sparisse nei meandri della metro.

Dc9 Ustica, l’eterno ritorno della (falsa) bomba in toilette

Puntuale come il calendario, il generale dell’aeronautica Leonardo Tricarico torna ogni anno a ripetere il suo mantra: il Dc-9 della strage di Ustica sarebbe esploso, la notte del 27 giugno 1980, a causa di una bomba posta nella toilette posteriore dell’aereo. La lunga indagine del giudice Rosario Priore ha stabilito invece fin dal 1999 che “l’incidente al Dc-9 è occorso a seguito di azione militare di intercettamento, il Dc-9 è stato abbattuto, è stata spezzata la vita a 81 cittadini innocenti con un’azione che è stata propriamente atto di guerra”.

L’ipotesi più credibile, benché rimasta senza prove certe, a causa di 38 anni di depistaggi, è che aerei francesi o di altri nostri alleati Nato abbiano tentato quella notte di abbattere un Mig libico, su cui era stata segnalata la presenza di Gheddafi, che si nascondeva nell’“ombra” del Dc-9. E che il missile aria-aria abbia colpito per errore non il velivolo militare libico, ma l’aereo civile italiano. La tesi della bomba nella toilette è smentita da almeno due fatti: il water in acciaio e l’asse di quella toilette furono ritrovati intatti; e integro era anche il cadavere della donna seduta in ultima fila, con la schiena addossata alla toilette. L’Aeronautica militare e i servizi segreti italiani coprirono per ragioni di alleanze internazionali la battaglia aerea e cercarono di spiegare la caduta del Dc-9 prima con la ridicola tesi del “cedimento strutturale”, poi con quella della bomba a bordo. Ma se davvero fossero questi i motivi dell’incidente, perché sono stati nascosti e fatti sparire tutti di documenti su quella notte? Malgrado gli sforzi del giudice Priore e della commissione parlamentare sulle stragi, non sono stati consegnati (e non sono stati finora trovati negli archivi) né i tracciati radar, né i rapporti dei servizi segreti italiani, né quelli della Nato sull’“incidente” di Ustica. Nelle carte delle indagini è entrato un unico tracciato, proveniente da Ciampino, da cui si vede chiaramente l’attacco aereo. Anche dalle registrazioni delle conversazioni tra gli avieri dei radar italiani avvenute quella notte si arguisce che c’erano altri aerei attorno al Dc-9. “Ancora oggi”, protesta Andrea Benetti, dell’Associazione familiari delle vittime di Ustica, “il generale Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, continua a innalzare un muro di gomma sulla strage”. Quest’anno però le manovre su Ustica sono più insidiose e avvolgenti. Ieri la lettera di Tricarico al Fatto. Il giorno prima un inserto di otto pagine sul quotidiano La Verità. Manovre fumogene di depistaggio che si sommano a quelle di Francesco Pazienza che chiede di essere sentito dalla Corte d’assise che a Bologna sta processando Gilberto Cavallini, accusato di concorso nella strage del 2 agosto 1980 per cui sono già stati condannati in via definitiva Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini.

La strage di Bologna: ecco la vera posta in gioco. Rimettere in circolo la “pista internazionale” tanto cara a Licio Gelli. Dopo la (presunta) bomba sul Dc-9, ecco la “replica stragista” a Bologna. Che sarebbe farina del sacco delle organizzazioni armate palestinesi e/o dei libici di Gheddafi. Le due stragi, Ustica (27 giugno) e Bologna (2 agosto), sono immediatamente accompagnate da due azioni gemelle di depistaggio, entrambe distillate nelle botteghe della P2. Dopo Ustica arriva una finta telefonata di rivendicazione che indica la presenza a bordo (falsa) di Marco Affatigato, uomo vicino ai “neri” dei Nar e ai servizi francesi. Dopo Bologna, Pazienza e il Sismi fanno ritrovare esplosivo simile a quello della stazione su un treno per indirizzare le indagini verso la “pista internazionale”. Oggi pare di tornare ai vecchi tempi. Devono tenere i nervi saldi, i giudici che stanno processando Cavallini.

Bimbo ucciso dal vetro. Annullato l’ordine di indagare il Comune

Ennesimo sviluppo nella vicenda giudiziaria legata alla morte di Alessandro do Rosario, il bambino di nove anni che il 5 agosto 2016 si ferì con il vetro di una portafinestra di una casa popolare dell’Acer a Bologna, in via Benini, e poi morì dissanguato. La quarta sezione penale della Corte di Cassazione, dopo il ricorso della Procura, ha annullato senza rinvio il provvedimento emesso dal presidente della sezione Gip/Gup di Bologna, Grazia Nart, nella parte in cui si chiedeva alla Procura di individuare “altri soggetti eventualmente responsabili per Acer, Acer Promos ed eventualmente il Comune di Bologna”, per il reato di omicidio colposo.

Il ricorso in Cassazione era stato presentato dal procuratore capo Giuseppe Amato e dal pm Antonello Gustapane, per i quali la scelta del gip era censurabile in quanto atto “abnorme” perché adottato in “palese violazione della legge”. Una violazione che secondo i magistrati riguardava “sia la regola costituzionale che riserva al pm il potere di esercitare le funzioni requirenti; sia dell’inviolabile diritto di difesa delle persone accusate di aver commesso il reato contestato”.

La prima volta di Bonafede al Plenum: “Priorità lotta alla mafia e corruzione”

È la prima volta di Alfonso Bonafede al Csm, con il presidente Sergio Mattarella che presiede il Plenum straordinario. Il neo ministro esordisce con un ricordo da studente di Giurisprudenza a Firenze e poi vira verso la realtà della Giustizia: “La lotta alla mafia e quella alla corruzione sono priorità assolute. La corruzione ha raggiunto un livello inaccettabile”. Parole mutuate dal capo dello Stato e che Bonafede fa proprie: “Un monito molto ambizioso che intendo raccogliere e portare avanti a livello nazionale e internazionale”.

Sono due i punti sensibili che Bonafede tocca: i magistrati in politica e la riforma delle intercettazioni, sulla quale non entra però nel dettaglio. Anticipa l’intenzione di “impedire per legge che un magistrato che abbia svolto incarichi politici elettivi possa tornare a svolgere il ruolo di magistrato“. E chiarisce il suo pensiero: “Un magistrato ha un bagaglio di esperienza e competenza molto importante che può decidere, dedicandosi alla politica, di mettere al servizio della collettività, ciò detto è evidente che l’assunzione di un ruolo politico compromette irrimediabilmente la sua immagine di giudice terzo”.

Il tema del Plenum era l’organizzazione della Giustizia ma il presidente Mattarella ha un timore: “Questa attenzione non deve tradursi in un asservimento della giustizia all’organizzazione stessa. Strumento prezioso, ma non può sostituire la vera finalità, la tutela dei diritti”. Ricorda che “il Paese chiede un’amministrazione della giustizia efficiente”, solo così si “preserva e si consolida indipendenza e autonomia dei magistrati”.

Il vicepresidente Legnini esprime “un rammarico” perché “si manifesta una distanza, a tratti eccessiva, tra i risultati conseguiti in questi anni e un’opposta tendenza demolitrice che rischia di arrecare danno” al Csm “e alla stessa onorabilità della magistratura”. Il togato di Area Piergiorgio Morosini si è espresso in merito alle intenzioni del governo: “Su intercettazioni, positiva la scelta del ministro di valorizzare suggerimenti dei magistrati; sulla legittima difesa è irragionevole sottrarre al giudice la valutazione del caso concreto”.

Il togato di AeI, Aldo Morgigni, dice a Bonafede che “tanti magistrati si aspettano molto da lei” e, intanto, chiede “una normativa urgente per Roma. I magistrati spesso non possono lavorare per assenza di stanze e scrivanie”. Il ministro ha preso appunti.

L’ex pm sotto accusa cenò con 3 del Csm e parlò anche a Lotti

Un imprenditore finisce nei guai per un giro di fatture false ma il magistrato che deve svolgere indagini su di lui ha a sua volta qualche problema con la giustizia e deve cercare di limitare i danni con il Consiglio superiore della magistratura. I due si conoscono da quando sono ragazzi, quindi il magistrato chiude in un cassetto il fascicolo sull’amico che, in cambio, gli apre le porte dei Palazzi romani. È l’estrema sintesi di quanto ricostruito nell’indagine avviata dalla Procura di Firenze che vede indagati per intralcio alla giustizia e corruzione i due amici d’infanzia: l’ex pm di Trani e oggi giudice civile al Tribunale di Roma, Antonio Savasta, e l’immobiliarista di Barletta trapiantato a Firenze, nonché ex socio di Tiziano Renzi, Luigi Dagostino, arrestato poche settimane fa dai giudici toscani per alcune delle fatture false dimenticate nel cassetto.

Per lo stesso fascicolo la Procura di Firenze ha chiesto il rinvio a giudizio di entrambi i genitori dell’ex premier Matteo Renzi: la mamma Laura Bovoli e il padre Tiziano, proprio per un giro di fatture con Dagostino. Il legame con il pm Savasta è emerso in un secondo momento. I magistrati fiorentini, Christine von Borries e Luca Turco, hanno ricostruito tutti i rapporti e gli appuntamenti avuti da Dagostino, diligentemente appuntati dall’imprenditore nelle sue agende. E come ha riportato ieri Giacomo Amadori su La Verità, si sono soffermati in particolare su due: un incontro tra Savasta e Luca Lotti a Palazzo Chigi, quando l’ex ministro dello Sport era sottosegretario del governo Renzi, e una cena a casa di Luciano Tancredi, giornalista, ex responsabile della comunicazione e tuttora amico di Giovanni Legnini, vicepresidente del Csm. In merito al primo incontro è stato sentito lo stesso Lotti che ha confermato di aver ricevuto Savasta, mentre per quanto riguarda il secondo i magistrati toscani hanno dovuto sentire più persone. Tutte hanno ricostruito la serata a casa di Tancredi.

Tancredi è direttore delle relazioni esterne e istituzionali di Ads, Assembly Data System. La cena si svolge il 6 dicembre 2016. Appena due giorni dopo la sconfitta del Sì al referendum costituzionale e soprattutto poche settimane dopo l’ingresso di Dagostino in Ads come socio di maggioranza, azienda nella quale rimarrà appena fino al gennaio successivo. In quel dicembre, quindi, l’imprenditore pugliese era uno dei superiori di Tancredi, un professionista stimato e affermato con una rete di relazioni importanti.

Il fine settimana precedente, Tancredi aveva partecipato a una battuta di pesca d’altura che aveva dato ottimi frutti, per questo decide di condividere con una ristretta cerchia di amici e conoscenti il pescato. E invita anche Dagostino. Secondo quanto ricostruito dai magistrati fiorentini che hanno interrogato i partecipanti alla serata (nessuno dei quali è indagato), Dagostino si informa sui presenti. Sa che ci sono alcuni membri del Csm, tra cui Paola Balducci e Legnini ma anche Giuseppe Fanfani, avvocato aretino, laico in quota Pd e padre di Luca che difende Pierluigi Boschi per la vicenda di Banca Etruria. E decide di estendere l’invito anche a Savasta e a all’avvocato pugliese Ruggiero Sfregola, legale di molti dei coindagati di Dagostino per le fatture false.

A verbale Tancredi come gli altri soci di Ads presenti alla cena dichiara di non sapere neanche chi fossero Savasta e Sfregola. Anzi. Tancredi spiega di esserseli trovati davanti e di aver pensato che potessero essere nuovi potenziali soci visto che erano insieme a Dagostino. Nessuno, secondo quanto da loro riferito, ha fatto molto caso alla presenza dei due sconosciuti: quella sera c’erano circa trenta persone. Così come nessuno ricorda di aver visto parlare Savasta con Legnini.

Il magistrato era ancora alla Procura di Trani e a metà ottobre, quindi poche settimane prima della cena, aveva presentato al Csm domanda di trasferimento per “rimuovere eventuali incompatibilità”. Insomma: aveva tentato di portarsi avanti. Savasta ha diversi esposti e procedimenti a suo carico tra Bari e Lecce ed è poi stato trasferito a Roma. Mentre il fascicolo aperto dai magistrati fiorentini che lo vede indagato con Dagostino è stato inviato per competenza alla Procura di Lecce che ora proseguirà gli accertamenti per capire se il pm ha tentato di fare pressioni su Legnini e Lotti. L’imprenditore pugliese è ancora in carcere e ha confermato di aver accompagnato Savasta a entrambi gli appuntamenti seppur limitandosi a ricordare di essere stato presentato a Legnini durante la cena senza però avere modo poi di parlarci e di esser rimasto fuori da Palazzo Chigi.

Mail Box

 

Ma le interviste sono fatte in base al colore della pelle?

Sembrerebbe l’ennesima rapina a una tabaccheria se non fosse stata sventata dall’intervento di un “immigrato” che ha bloccato i rapinatori, recuperando il registratore di cassa. Così il Tg3 Sicilia (il fatto è avvenuto ad Agrigento) dava la notizia. Mentre la titolare della tabaccheria veniva ripresa e intervistata, il coraggioso autore dell’inseguimento dei rapinatori e del recupero del registratore di cassa non ha un nome, un volto, un’identità. Non sappiamo se è un immigrato regolare o meno e se, nel caso, non meriti almeno un riconoscimento, magari il conferimento della cittadinanza. Ma è il colore della pelle che determina la valenza del gesto.

Enza Scalisi

 

L’ottusità suicida del Pd arrogante e senza idee

Siena, Massa, Pisa, Ivrea, un disastro inaudito. Le ultime roccaforti rosse sono andate perdute alle ultime Amministrative. Tutta colpa di un’arroganza davvero inaudita. Dopo la sconfitta elettorale senza precedenti del 4 marzo, i dirigenti del Pd si sono scatenati più saccenti che mai, correndo in televisione a imbastire penosi sermoni. Come se la colpa del loro fallimento fosse di altri, fosse della malvagità truffaldina del loro nemici gialloverdi e di quel popolo becero e rozzo che si sta facendo ingannare dai nuovi populismi. Perfino le dimissioni di Renzi sono state l’ennesima presa per i fondelli, una beffa che in qualunque organizzazione politica sana avrebbe scatenato una furiosa ribellione mentre i dirigenti del Pd si sono limitati a qualche incomprensibile frase di circostanza lasciando il partito in mano a Martina.

Le solite ignobili farse che fotografano il perché il Pd – e tutto il centrosinistra italiano – stia svanendo nel nulla: incapacità cronica di rinnovarsi e di ammettere onestamente i propri errori. Da sempre, i dirigenti di sinistra più perdono più salgono su qualche pulpito sputando rabbiosamente contro il mondo che gli volta le spalle. Lo fanno perché ritengono che la loro ideologia sia culturalmente superiore a quella degli altri. Il mondo intero li schifa? Colpa del mondo. E che cambi il mondo piuttosto, non loro.

Un’ottusità suicida che ha una ragione politica: il centrosinistra italiano non è mai riuscito a produrre nuove idee e contenuti al di là dei nuovi simboli di partito. Anche Renzi, che all’inizio era stato un estremo tentativo del centrosinistra di rinnovarsi dopo anni di immobilismi e litigi, alla fine si è limitato a scimmiottare Berlusconi.

E così oggi il centrosinistra si regge da una parte sui renziani che hanno trasformato il Pd in Forza Italia 2, e dall’altra sulla riserva indiana dei comunisti col Rolex. Nulla di nuovo sotto il sole. La solita cappa rossastra che ha tenuto ostaggio l’Italia per anni e che oggi incolpa perfino i cittadini che quando sono emerse nuove idee e alternative politiche al passo coi tempi, le hanno votate in massa.

Tommaso Merlo

 

Si parla di Olimpiadi con cinque milioni di poveri

Secondo l’Istat in Italia ci sono cinque milioni di poveri. L’emergenza arriva sempre se c’è una piccola parte del paese che in tempo di crisi mantiene lo stesso tenore di vita a spese di chi lavora sopportando per anni sofferenze e rinunce.

In realtà sono proprio i nostri politici a non aver mai fatto rinunce: con i loro onorari e vitalizi farebbero vergognare cinici personaggi mentre trovano il tempo di promuovere inutili cattedrali, dal ponte di Messina alle olimpiadi di Roma.

Torino ci deve pensare bene prima fare le Olimpiadi invernali che non interessano a nessuno, specialmente nella nostra situazione di povertà eccessiva, mentre la precaria situazione politica consiglia di non perdere sostenitori fra le fasce meno abbienti.

Omero Muzzu

 

Sulla giustizia sociale la sinistra deve fare di più

Quando aumenta la povertà, aumenta la destra. E viceversa. Gli ultimi dati dell’Istat – oltre 5 milioni di poveri assoluti – mettono bene in evidenza questo “avvitamento” verso la miseria di una vasta parte di popolazione, che si riflette su scelte politiche estreme: la rabbia diventa voto a destra, la disperazione diventa assenteismo.

La destra leghista ha capito bene questa interazione e non vuole cambiare le cose, favorendo i primi (flat tax, condoni, contanti senza limiti, eliminazione dei controlli) e dando briciole agli ultimi (reddito di cittadinanza).

In questo quadro di povertà dilagante, la sinistra dovrebbe sentirsi fortemente chiamata in causa. Dovrebbe configurare il suo progetto di lotta alla povertà e di giustizia sociale, con programmi e uomini nuovi. Dovrebbe mobilitarsi con iniziative eclatanti, magari ritirandosi tutto agosto in una località montana, per dedicarsi alle audizioni di operai, precari e attivisti, in modo da elaborare un programma e porre le basi per un unire un nuovo partito già in autunno.

Sacrificando le ferie, come primo atto di dedizione agli ultimi, che in vacanza non ci possono andare. E come esempio di una nuova classe politica che dà priorità al servizio, spogliandosi non solo dei privilegi, ma del diritto al riposo estivo, in risposta all’estrema gravità della situazione di troppi italiani.

E alla necessità di fermare la destra con un’ampia alternativa di sinistra.

Massimo Marnetto

Educazione. Ripartiamo dalle scuole. I ragazzi hanno bisogno di maestri

 

Vorrei riportare un attimo alla luce, in un periodo in cui la scuola in tutti i suoi gradi è scomparsa dai radar della politica, una questione: l’importanza dei maestri, dei mentori e dei buoni esempi. Ho trascorso l’ultimo anno a insegnare Scienze in un istituto tecnico, prima ero chiuso a lavorare nei laboratori di istituti di ricerca e universitari, e ho avuto uno choc. Ho avuto la conferma definitiva di quanto i ragazzi di oggi abbiano bisogno di riferimenti culturali importanti, che sappiano dare loro consigli. Il maestro e il mentore sono figure fondamentali che oggi si sono quasi del tutto perse. I danni di un sistema che ha perso i suoi riferimenti sono sotto l’occhio di tutti. In Università ero abituato a sentire solo parole di rassegnazione, nella scuola superiore ho ritrovato entusiasmo contagioso in chi ci lavora e negli studenti, magari celato sotto una patina di apparente maleducazione dei soggetti più difficili da gestire in classe. Ho potuto toccare con mano il bisogno che hanno i ragazzi di oggi di avere qualcuno che sappia dire loro come si può prendere in mano la barra del timone della loro educazione e formazione, della loro vita. Io desidero che si torni a parlare delle figure di riferimento e ci si faccia un esame di coscienza generale. Perché se c’è una crisi pedagogica, che si traduce anche nei fatti ben noti di aggressione ai docenti, ne è responsabile la società in tutte le sue componenti.

Andrea D. Compalati

 

Alle elementari non ho avuto un buon maestro. Me ne sono accorto al liceo, comparando le mie conoscenze e quelle dei miei amici, e poi all’università. E anche dopo, a casa chiacchierando. Un maestro lascia un segno per sempre, accompagna per la vita intera il nostro cammino con ciò che abbiamo saputo grazie a lui. Certo, nel cesto dei ricordi ci sta qualche poesia di troppo di Pascoli, la memoria allagata di rime forse inutili, ma resta per tanti la soddisfazione di non confondere il Perù con la Polonia, di avere impresso in mente ben chiare le figure di Cesare e di Napoleone, gli elementi di aritmetica e di grammatica, i rudimenti della lingua italiana. Una brava maestra è per sempre.

E per fortuna non sono pochi gli italiani adulti che possono vantare quell’esperienza e possono dirsi contenti di averla fatta, di conservare nella memoria – come scrigno prezioso – le indicazioni e gli ammonimenti: attenzione alla q, solo soqquadro si scrive con due.

Antonello Caporale

Esclusivo: ecco perché Deutsche Bank crolla in Borsa

Come forse il lettore saprà, Deutsche Bank – la più grande banca d’Europa, i cui asset totali valgono il 45% del Pil tedesco e che ha un’assurda esposizione in derivati – ieri ha aggiornato il suo record negativo in Borsa venendo scambiata a 8,76 euro per azione per poi chiudere poco sopra i 9 euro, cioè il 40% abbondante in meno di quanto quotasse a inizio anno e quasi il 90% in meno rispetto al picco pre-crisi, quando viaggiava attorno agli 80 euro. Ora, è vero, ci sono i tre bilanci chiusi con perdite miliardarie e l’andamento pessimo di quest’anno; sì, può essere che qualcosa c’entrino i magheggi fatti negli anni passati dall’investment banking che sono costati parecchie grosse multe all’istituto di Francoforte; magari una manina l’ha data pure lo schiaffone della Fed americana che ha messo sotto tutela la divisione Usa della banca tedesca; non è escluso che qualcosa conti la guerra commerciale iniziata da Trump che rischia di frenare l’economia teutonica. Ma non è questo che ieri ha causato l’ennesimo tonfo in Borsa di Deutsche. Il Fatto è in grado di rivelare, sorretto dal parere di illustri analisti, che la tendenza ribassista è in realtà dovuta al debutto da ministro in Parlamento di Paolo Savona (tuono). Com’è noto la sola esistenza dell’anziano economista detto “Piano B” è in grado di produrre sfracelli sui mercati: Savona (fulmine), parlando alle Camere ha dunque causato il crollo di Deutsche e spinto il governo tedesco a dichiarare l’allerta generale (a questo fine è stata persino richiamata dall’estero la Nazionale di calcio).