La sfida di Carlo: un libretto rosso dei parioli

Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente. Avremo pure l’Occidente “a pezzi”, “le nostre società… divise in modo netto tra vincitori e vinti”, “la classe media impoverita” e “l’analfabetismo funzionale” che “aumenta”, ma tutto questo appartiene al passato. Ieri Carlo Calenda, in forza del suo neo-tesseramento al Pd insieme al fotografo Oliviero Toscani (scelta per palati fini, come abbonarsi a Le ore nell’epoca di Youporn), ha preso carta e calamaio e ha vergato per il Foglio, giornale da sempre sobillatore e incendiario (non a caso già proprietà di Verdini e di Veronica Lario e ora di Mainetti), il Manifesto del suo costituendo e già famoso Fronte Repubblicano (qui chiamato “Alleanza”). Nel giorno in cui l’Istat certifica 5 milioni di poveri assoluti nel 2017, numero frutto della laboriosa opera di Matteo Renzi e delle sue propaggini nei ministeri, serviva giusto uno scossone di operosità al servizio del popolo.

Calenda viene dalla strada (Ferrari, Sky, Confindustria, Montezemolo, Monti) e sa che la rivoluzione non è un pranzo di gala: “La sfida si giocherà da oggi al 2030”, non un anno di più. “In questa decade”, prosegue, “le forze del mercato, della demografia e dell’innovazione porteranno a una drammatica collisione”. Che fare? Anzitutto, “proteggere gli sconfitti”, cioè quelli che il partito a cui si è iscritto ha alacremente lavorato a rendere tali negli ultimi anni. Il grande balzo in avanti verrà perseguito attraverso alcune fissazioni tipiche calendiane: “il piano impresa 4.0” (nel Paese in cui, come disse Prodi, non funziona manco l’industria 1.0), “i mercati”, “implementare”, “velocizzare” “eccellenze”, “target ambientali”. Va da sé che “deficit e debito vanno tenuti sotto controllo” (finalmente un po’ di rigore). Ma non è solo questione di soldi; l’importante è: “Conoscere. Piano shock contro analfabetismo funzionale”, così, senza articoli determinativi, come usa tra i manager che hanno poco tempo da perdere. Secondo il piano Calenda le scuole avranno il tempo pieno, così magari si apprende prima dei 45 anni che decade non vuol dire decennio ma periodo di dieci giorni. La strada è indicata al popolo con un linguaggio semplice e immediato: “L’effetto potenzialmente positivo su stipendi e occupazione della riduzione di forza lavoro… sarà controbilanciata (sic), dall’automazione” (virgola dell’autore, ndr); “le nostre democrazie… non possono sopravvivere a un secondo shock di dimensione (sic) molto superiori”; “rafforzando… le politiche attive e l’apparato di gestione delle crisi aziendali in particolare quanto (sic) causate dalla concorrenza sleale”. Il tutto, beninteso, tenendo ferma la lotta all’analfabetismo funzionale (forse la sintassi calendiana è parte del piano shock). Era dai tempi di Pisapia leader della sinistra che non sentivamo parole tanto chiare. Ma se per quello erano le “reti” e le “energie”, per Calenda sono “il campo” e il “manifesto” a rischiarare l’orizzonte: “Occorre riorganizzare il campo dei progressisti. Per farlo è necessario definire un manifesto di valori e di proposte e rafforzare la rappresentanza di parti della società che non possono essere riassunti (sic) in una singola base di classe” (sembra quel film di Woody Allen: “Per ora è solo uno spunto, ma forse troverò i soldi per trasformarlo in concetto e in seguito in idea”).

Segue un’infilata di “-zione” in googlish da emicrania istantanea: “Allo stesso modo l’idealizzazione del futuro come luogo in cui grazie alla meccanica del mercato e dell’innovazione il mondo risolverà ogni contraddizione, ha ridotto la narrazione…”. Come l’ex amico Renzi, il nocchiero dei fasulli, Calenda ha un sacco di idee. Certo, per realizzarle sarebbe meglio stare al governo, magari come ministri dello Sviluppo economico. Ma le linee-guida di questo Libretto Rosso dei Parioli sono già un buon inizio. “Si può fare”, dice il nostro Grosso Timoniere: “L’Italia è più forte di chi la vuole debole!”. Osare lottare, osare vincere, perdere ancora, perdere meglio.

Da Cinisello a Sesto è partito l’assedio alla Milano di Sala

Milano è assediata. Il sindaco Giuseppe Sala è accerchiato dai “barbari”. Dopo le elezioni amministrative del 24 giugno, anche Cinisello Balsamo è stata espugnata dal centrodestra e ora ha un sindaco leghista. Insieme a Sesto San Giovanni, Cinisello formava la cintura rossa a nord di Milano, da 70 anni hinterland operaio e orgogliosamente comunista. In quel collegio senatoriale era stato eletto, in passato, Corrado Stajano, scrittore, giornalista, indipendente nelle liste del Pci-Pds. Nel giugno dell’anno scorso è caduta Sesto, la “Stalingrado d’Italia”, conquistata da un sindaco berlusconiano, Roberto Di Stefano, coniugato Sardone (nel senso di Silvia, consigliera comunale di Forza Italia a Palazzo Marino). Ora è toccato anche a Cinisello: sulla poltrona di sindaco è arrivato il giovane Giacomo Ghilardi, 32 anni, del partito di Matteo Salvini. Ha raggiunto al ballottaggio un clamoroso 57,1 per cento, tredici punti di distacco dal centrosinistra. Per non farsi mancare niente e completare la cintura Nord, anche a Bresso ha vinto il centrodestra, con Simone Cairo eletto sindaco con il 52,6 per cento. “Aspettavamo con ansia la vittoria a Cinisello, ora possiamo davvero partire”, annuncia Di Stefano, che si cala l’elmo in testa e prende il comando dell’assedio di Milano. “Dobbiamo fare asse contro la Milano di Sala. Con Cologno il dialogo è gia avviato, ora che Cinisello è presa, il processo non si fermerà più”. L’ipotesi è la fusione dei quattro Comuni del centrodestra a Nord di Milano: Sesto, Cinisello, Bresso e Cologno. “Dal punto di vista dell’ordinaria amministrazione l’iter è già avviato. Abbiamo già aggregato alcuni uffici e funzioni. In un primo momento si lavorerà tra queste diverse amministrazioni su un progetto di unificazione delle polizie locali per aumentare le presenza sul territorio. Poi si vedrà. L’unione fa la forza”.

Nascerà un super-Comune di 200 mila abitanti. “Lo chiameremo Nord Milano”, dicono gli assedianti, mentre preparano le operazioni di guerra. “Milano si appresta ad aumentare il biglietto Atm. Così per gli abitanti di Sesto il metrò costerà 2,20 euro. Il tutto senza minimamente consultarci. Le pare possibile? Appena Sala deciderà l’aumento noi accenderemo le telecamere”, minaccia Di Stefano. Quali telecamere? Quelle della ztl che farà pagare ai milanesi gli ingressi delle auto che arrivano a Sesto. “Dobbiamo reagire. Basta subire passivamente le imposizioni di un sindaco della Città metropolitana, Sala, che decide contro gli interessi degli abitanti dell’hinterland e della provincia”. Non solo. Battaglia anche sulle auto diesel, che Sala vorrebbe bloccare per ridurre l’inquinamento. “È tutto pensato per favorire i ricchi del centro di Milano”.

L’assedio, raccontato così, è più ridicolo che pericoloso. Ma certo che Sala e il Pd milanese dovrebbero finalmente prendere atto dell’accerchiamento. Non possono più consolarsi ritenendosi “laboratorio di riformismo, inclusione e argine al populismo” e addirittura proponendo per tutta la sinistra il “modello Milano”. Dopo le sconfitte precedenti, quelle alle politiche e alle regionali del 4 marzo, il Pd milanese aveva paragonato la virtuosa Milano al “villaggio di Asterix” che resiste alle prepotenti legioni romane. In realtà, il villaggio di Asterix che ancora segue il Pd è solo il centro di Milano, mentre tutt’attorno non solo i quartieri periferici ma anche quelli semicentrali della città sono già stati “conquistati” da Lega e Cinquestelle. Un professore della Bocconi, Pietro Stanig, ha scritto: “Il Pd ha tenuto in centro a Milano, dove vive gente ricca”. È questo il “modello Milano” che Sala vuole proporre a tutta la sinistra?

Cambiare Dublino si può? Ecco come

Il fallimento del “sistema di Dublino” rischia di far collassare l’area Schengen e la stessa Costruzione europea, come enfatizzato da ultimo dal premier Giuseppe Conte al vertice di Bruxelles di domenica scorsa, ove ha presentato un documento intitolato “Strategia europea multilivello per la migrazione”.

A Dublino viene firmata nel 1990 dagli Stati membri della Comunità europea l’omonima Convenzione, cioè un accordo internazionale: l’oggetto è la divisione di compiti tra gli Stati per l’esame delle domande di asilo. Nel 2003 è stata approvata una revisione, da allora condensata in un regolamento Ue, rivisto nel 2013 (“Dublino 3”). Un regolamento Ue in questa materia può essere adottato o modificato senza il consenso di tutti gli Stati membri, proprio perché non è un trattato. E una nuova disciplina può essere approvata solo con il consenso del Parlamento europeo.

Nel 2016 la Commissione europea ha presentato una (pessima) proposta di riforma. Da allora, le discussioni tra governi hanno prodotto pochi risultati e il recente tentativo della presidenza del Consiglio di turno bulgara è subito rientrato. Al contrario, il Parlamento europeo ha condotto un approfondito dibattito, giungendo nel novembre 2017 ad adottare la propria posizione (relazione Wikström) con una maggioranza ampia e trasversale. Da allora il Parlamento attende che il Consiglio si sieda al tavolo.

Il presupposto del sistema di Dublino è che chi chiede asilo in Europa ha solo una chance a disposizione, cioè solo uno Stato a cui indirizzare la propria richiesta di protezione. La regola attuale prevede che ove non siano presenti dei familiari in un certo Paese, è competente lo Stato la cui frontiera è stata attraversata per prima. L’assenza di vie legali fa sì che chi voglia giungere in Europa per chiedere asilo o per avere una vita decente non possa far altro che rivolgersi ai trafficanti. Il paradosso istituzionalizzato mediante il sistema Dublino sta nell’affidare all’Italia e agli altri Stati di prima linea il compito di gestire tutti coloro che sono arrivati sul loro territorio, per conto proprio o dopo un’operazione di soccorso in mare. Non esiste un sistema di ricollocamento permanente con gli altri Stati membri, né è consentito alle persone presenti in Italia di spostarsi in altri Paesi; anzi, questi ultimi hanno il diritto di rinviarli in Italia qualora questo succeda. È chiaro che il governo italiano ha tutto il diritto di chiedere un ripensamento totale, come sottolineato da Conte e prima ancora dall’esecutivo Gentiloni. Per ambire a tanto occorre costruire un consenso diffuso intorno a proposte alternative, che diano vita a un sistema efficace, credibile ed equo (per tutti, non solo per l’Italia).

La via maestra sta nel dare concretezza a un principio fondante dell’Ue (equa condivisione delle responsabilità e solidarietà). Nella relazione Wikström, al Parlamento europeo, è scritta nero su bianco una riforma radicale dell’attuale sistema di Dublino che – pur se non scritta per l’Italia o dall’Italia – si fa carico delle storture spesso segnalate dai nostri governi: 1) eliminazione del criterio dello Stato di primo ingresso, anche per le persone soccorse in mare; 2) adozione di un sistema di quote permanenti, calcolate in base a popolazione e Pil 3) assegnazione ai singoli Paesi di richiedenti asilo che hanno con essi un legame effettivo. Se la linea del Parlamento europeo fosse adottata, sarebbe possibile velocizzare le procedure di asilo, risparmiando sui costi dell’accoglienza; favorire a costo zero (o quasi) l’integrazione; ridurre gli incentivi ai movimenti secondari e le opportunità di business per organizzazioni criminali ed evitare pressioni sul sistema di soccorso in mare.

Nessuno Stato membro sarebbe obbligato ad accettare un numero sproporzionato di richiedenti asilo, e quelli che gli verrebbero assegnati sarebbero più integrabili e supportati da una propria rete di contatti. Gli Stati che facessero i furbi sarebbero sanzionati con una riduzione dei fondi europei, specialmente quelli strutturali. La solidarietà non può essere selettiva e unidirezionale: il messaggio deve giungere forte e chiaro ai Visegrad.

L’unanimità dei 28 Stati membri dell’Ue non è necessaria per approvare una riforma, basta la maggioranza qualificata dei governi e il consenso del Parlamento europeo. Perché non impostare la linea italiana approfittando di un testo tecnicamente avanzato e politicamente favorevole quale la relazione Wikström? Saremmo già a metà dell’opera. Per ottenere la maggioranza nel Consiglio, invece, servono i voti di Stati come Francia, Germania e Spagna, nonché di quelli più sensibili sul tema per posizione geografica (Grecia, Malta, Cipro, Slovenia, Croazia) o per tradizione (Irlanda, Svezia).

In gioco ci sono l’interesse dell’Italia e il futuro dell’Europa.

* Professore di Diritto internazionale (Università di Pisa)

“In Fca peggiorate le condizioni per il 60% degli operai”

Negli ultimi anni le condizioni di lavoro negli stabilimenti di Fca e Cnhi sono peggiorate per 6 lavoratori su 10 (il 59,7%). Solo l’11,9% le giudica migliorate. Pesano soprattutto i carichi di lavoro, dei quali il 43,1% dei dipendenti Fca esprime un giudizio estremamente negativo a fronte del 9,7% che vede un netto miglioramento. È il risultato di una ricerca di Cgil e Fiom Cgil, in collaborazione con le Fondazioni Giuseppe Di Vittorio e Claudio Sabattini. L’indagine ha coinvolto 10 mila operai su un totale di 50 mila dei due gruppi (inclusa Magneti Marelli), dei quali il 21,8% è iscritto alla Fiom. Visti gli alti carichi, i tempi di lavoro sono poco o per nulla sostenibili secondo il 46,2% del campione. Dallo studio emerge che il salario è considerato insufficiente dal 60,9% dei lavoratori e del tutto insoddisfacente dal 16,4%. Ancora più duri sono i giudizi sul bonus, che per il 44,7% e insoddisfacente e del tutto insoddisfacente per il 38,1%. Un’attenzione è dedicata ai lavoratori con ridotta capacità lavorativa, il 30% degli intervistati con limitazione permanente o temporanea, e un ulteriore 10%, che indica di essere in quella situazione ma non dichiararla, spesso per paura di ritorsioni, o di averla avuta in passato.

Soldi pubblici per la consulenza Eni in Cina

Poteva essere un ritorno ai fasti cinesi che videro protagonista l’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini e centinaia di milioni di euro dirottati su appalti cinesi quando era ancora direttore generale. Poteva, ma sembra che non lo sia più. Il ministero dell’Ambiente ha bloccato ieri un’intesa tecnica avviata a inizio giugno (pochi giorni dopo l’arrivo del nuovo ministro, Sergio Costa) da una delle direzioni generali. Prevedeva lo stanziamento di circa 650 mila euro, di cui 344 mila a Eni, per una consulenza su un progetto di un impianto petrolchimico cinese.

L’accordo: una collaborazione tra la Municipalità di Pechino, l’Eni (come partner privato italiano), la Sinopec Beijing Yanshan Company (come parte privata cinese) e il ministero dell’Ambiente, attraverso Ispra e Arpa: costo dell’operazione per l’Italia, quasi 650 mila euro, il 50 per cento dei 1,25 milioni totali.

Di questi, 344 mila euro sarebbero stati versati direttamente da Ispra all’Eni per “facilitare la procedura di pagamento” per la sua consulenza. Ma per cosa? In sostanza, offrire supporto tecnico a Pechino per la realizzazione di uno “studio pilota per la prevenzione e il controllo dell’inquinamento da Voc, i composti organici volatili, nei grandi siti petrolchimici, nel caso specifico dell’impianto petrolchimico di Yanshan del gruppo Sinopec”. Azienda a cui, oltretutto, Eni a gennaio ha venduto la licenza per l’uso di una sua tecnologia e di un suo progetto di ingegneria.

Il problema è il ruolo del ministero che si sarebbe trovato a pagare l’Eni per una consulenza su un sito cinese, ricorrendo inoltre anche ai propri tecnici, e per studi su quello stesso sito. Il vantaggio per l’Italia? Non pervenuto. Eni e Ispra avrebbero infatti dovuto fornire il supporto tecnico per la cosiddetta gap analysis ( trovare lo scarto tra ciò che produce l’azienda rispetto a ciò che si desidera ottenere) tenendo conto delle tecnologie sul mercato europeo e i sistemi di gestione ambientale. Un progetto che sarebbe dovuto durare due anni e terminare per la fine del 2019.

Pechino e la Yanshan Company avrebbero contribuito a tutte le spese dei cinesi e a coprire i costi logistici degli italiani in Cina (con un contributo pari a 600mila euro). Un accordo emerso perché a luglio era prevista una missione tecnica a cui avrebbero dovuto partecipare esperti di Ispra e di Eni (Alal “2018 Beijing International Forum for Metropolitan Clean Air Actions”) per fare un sopralluogo all’impianto di Yanshan e iniziare a raccogliere dati. Ora, non dovrebbe esserci più né la missione nè l’intesa: il ministro Costa ha infatti disposto che l’accordo venga bloccato. Abbiamo chiesto ad Eni una replica su questa decisione e sul progetto. “Eni ha espresso la propria disponibilità ad aderire alla richiesta avanzata dal ministero dell’Ambiente per l’individuazione delle migliori tecnologie per il miglioramento dell’impatto ambientale da implementare presso la raffineria Yanshan di Sinopec – ha risposto l’azienda – nell’ambito di un quadro di collaborazione con il ministero dell’Ambiente su temi comuni di tutela ambientale”. L’azienda spiega che il progetto nasce nell’ambito di “interscambi Italia-Cina su tematiche ambientali, dove viene riconosciuto un posizionamento della raffinazione italiana certamente all’avanguardia, sia dal punto di vista normativo che tecnologico”.

Lite sui poteri dei ministeri: e il decreto salta pure stavolta

La partita delle deleghe nel governo gialloverde non è indolore: normale che sia così. Meno normale che a un mese dall’insediamento dell’esecutivo non si riesca a dare compiti chiari a viceministri e sottosegretari: il tentativo di farlo nel Consiglio dei ministri di ieri sera è andato a vuoto come era già successo qualche giorno prima. Le lotte di potere, d’altronde, hanno i loro ritmi e questa è una lotta di potere: quello che sta inceppando tutto, al momento, è la sistemazione di un complesso risiko tra Lega e Movimento 5 Stelle che riguarda le competenze di alcuni ministeri. E così ieri sera il governo s’è riunito per distribuire la deleghe, ma alla fine ha votato solo per rinviare al 2019 l’obbligo di fatturazione elettronica per i benzinai.

Perché è di nuovo saltato il decreto? Perché la Lega ha tentato di prendersi un altro pezzetto di competenze ai danni dei 5 Stelle: la materia del contendere pare sia, a questo punto, la migrazione di alcune competenze dal ministero del Lavoro, appannaggio di Luigi Di Maio, verso quello della Famiglia del leghista Lorenzo Fontana. Quest’ultimo si occuperà anche di disabilità e vorrebbe gestire, dunque, anche i soldi per il diritto al lavoro delle persone disabili (in sostanza incentivi alle assunzioni) che il ministero di Di Maio distribuisce attraverso un fondo dell’Inps: il capo politico grillino, però, non pare intenzionato a privarsi di questa prerogativa e, siccome nessuno cedeva, alla fine è slittato tutto.

Non vede ancora la luce, nonostante sia stato annunciato da tempo, il cosiddetto decreto “Terra dei fuochi” e anche qui il problema sono deleghe e poteri. A quanto risulta al Fatto questo testo dovrebbe funzionare così: il ministero dell’Ambiente – guidato, in quota Cinque Stelle, dal generale della Forestale Sergio Costa, che ha a lungo indagato in quella zona – acquisirà poteri di coordinamento sugli interventi governativi nella zona martoriata dai roghi di rifiuti sottraendoli all’Agricoltura.

In cambio l’Agricoltura, su cui impera il leghista Gianmarco Centinaio, acquisirà la potestà sul Turismo dal ministero dei Beni culturali (dove c’è Alberto Bonisoli, indicato dai grillini): l’idea è legare i viaggi, specie dall’estero, alle eccellenze gastronomiche italiane, ma soprattutto dare a Centinaio potere su un settore che gli è caro, visto che di mestiere sarebbe tour operator.

Anche il decreto “Terra dei fuochi”, però, entra e esce dall’ordine del giorno. Perché? Per il secondo capitolo di cui dovrebbe comporsi quel testo e corrisponde all’idea politica di dare particolare rilievo – dopo anni e anni di dimenticanza – al ministero dell’Ambiente: il progetto sarebbe, infatti, quello di sottrarre la cabina di regia sul dissesto idrogeologico (e i relativi fondi) voluta da Matteo Renzi a Palazzo Chigi per portarla appunto nel palazzo di via Cristoforo Colombo, che peraltro ne sarebbe la sede naturale: molti appalti e molti rapporti con gli enti locali che ovviamente fanno gola ai leghisti e al loro potentissimo garante nel palazzo del governo, il sottosegretario Giancarlo Giorgetti. Risultato: se ne riparla tra qualche giorno. Forse.

Luigi Di Maio, infatti, punta a fare della prossima settimana quella del suo riscatto dall’ingombrante patronage mediatico di Matteo Salvini: “Lunedì o martedì”, ha promesso ieri, ci sarà il Consiglio dei ministri col suo “decreto dignità”, un potpourri che si occupa dei rider, di chi delocalizza, di gioco d’azzardo e altro ancora.

Ultimo, ma non ultimo, viene Paolo Savona: lui stesso, ieri, ha annunciato per il 5 luglio un vertice coi ministri competenti “per concordare la linea comune da seguire e la divisione dei compiti” tra i ministeri in materia di rapporti con l’Europa. Martedì è stato il collega degli Esteri Enzo Moavero a partecipare al Consiglio per gli affari generali che ha preparato il Consiglio europeo di oggi: la delega sarebbe di Savona, che non vorrebbe (eufemismo) lasciarla all’ex montiano. Il braccio di ferro continua: anche per questo il decreto non arriva.

La tentazione dei renziani: appoggiare Zingaretti

Trattative in corso e soluzioni poco chiare: i renziani riflettono in vista dell’Assemblea del 7 luglio. In questi giorni, le riflessioni vertono intorno a Nicola Zingaretti. L’ultima idea che si fa strada è non presentare un candidato renziano e scegliere tra i nomi in campo al congresso: convergere, magari, sul governatore del Lazio, se saprà formulare una proposta unitaria. Più che altro un modo per non andare in minoranza, visto che a ora Zingaretti è sostenuto da Orlando, Franceschini e Gentiloni. Per ora è solo l’idea di alcuni renziani, una suggestione per il domani, in una fase in cui Matteo Renzi continua a non pronunciarsi e lasciare aperta la strada ai più diversi scenari. Anche perché i tempi delle decisioni sembrano destinati a dilatarsi: tra le tensioni, sembra farsi largo la scelta di avviare subito la fase congressuale, ma rinviare le primarie alla primavera del 2019, eleggendo intanto al Nazareno Maurizio Martina, affiancato da una segreteria in cui siano rappresentate tutte le aree. Ma i fedelissimi dell’ex segretario ventilano pure un’elezione di Zingaretti in Assemblea. Anche se lui ha sempre escluso questa ipotesi.

“Non c’è il fascismo, il Fronte è un’idea studiata a tavolino”

Domenica sul “Fatto”, Antonio Padellaro ha illustrato la strategia del “Ronf ronf” del Pd, un partito dormiente che dimentica i suoi sei milioni di elettori e quelli che potrebbero tornare. Interviene Nadia Urbinati.

 

“A sinistra c’è desiderio di vita, più che vita. C’è un voler essere, più che un essere. Non si sa cosa fare e come procedere”. Nadia Urbinati, vicepresidente di Libertà e Giustizia e docente di Teoria politica alla Columbia University, parte da questo assunto per riflettere sui problemi e i destini della sinistra italiana: “La caduta della sinistra ha significato anche un’opposizione in Parlamento senza denti, senza l’incisività che dovrebbe avere”.

Nella società, invece, esiste un’opposizione?

Nella società un’opposizione c’è, anche se sconcertata e senza bussola. Serpeggia un po’ ovunque, ma non ha una rappresentanza politica.

Da dove si riparte? Carlo Calenda insiste con l’idea di un “Fronte repubblicano”.

Il Fronte repubblicano sembra un’idea a tavolino, molto astratta. E poi, non siamo in guerra e non mi pare che l’Italia sia fascista – condizioni che giustificherebbero un “fronte”. Siamo dentro una dinamica costituzionale e repubblicana. Se si chiamano i compatrioti al “fronte” è perché si presume che ci troviamo in uno stato di emergenza: questo è davvero poco credibile.

Zingaretti, invece, che vuole ripartire dal centrosinistra e dai sindaci?

Zingaretti vuole ricostruire il Pd dall’interno, anzi partire dal Pd per ricompattare tutte le schegge della sinistra. Idea legittima, ma non so se può funzionare. Uno dei problemi seri del Pd è l’insopportabilità della sua classe politica. Ci sono nomi e facce così disprezzati e vilipesi (poco importa se a torto o a ragione) che questa operazione – nonostante la buona volontà – può non avere buon esito.

E allora, dove si va?

Serve un movimento forte da fuori, perché chi sta dentro è destituito di credibilità. Senza una base sociale, la trasformazione muore sul nascere. Quindi, serve ripartire dai movimenti sociali, le realtà di vita, i luoghi. Bisogna cominciare dal protagonismo che i quartieri popolari rivendicano, inascoltati dal Pd, da anni. Dalle associazioni. Vorrei vedere i militanti e i politici della sinistra (o di quel che oggi sono i partiti di sinistra) conoscere i bisogni della gente, farsene rappresentanti; che comincino a studiare l’etnografia delle città e dei quartieri, popolari ma non solo, per capire cosa c’è che non va, perché i cittadini sentono di non aver potere.

E chi deve farlo?

Tanti soggetti, anche dentro al Pd. Ma non partendo da e restando in via del Nazareno. Servirebbero i sindaci e le città; ma ricordiamoci che, oggi, i sindaci sono più simili ai manager che ai sindaci degli anni 70, quando erano promotori di una visione di città che definivano insieme ai partiti e ai cittadini dei quartieri.

Insomma, il Pd va sciolto?

Il Pd è oggi un problema più che una soluzione. Del resto i gruppi parlamentari sono in gran parte renziani.

Parlando di Renzi, che cosa dovrebbe fare?

Se facesse un suo partito che guarda verso Forza Italia avremmo già fatto un passo avanti. La sinistra sarebbe libera da questa palla al piede.

Lei è stata molto impegnata nella battaglia per il No al referendum. Quell’esperienza è un pezzo del cambiamento del quadro politico?

È stata una buona esperienza, che univa diversità ideologiche e politiche. Non è detto che non possa aiutare la formazione di un nuovo soggetto politico: Libertà e Giustizia, ad esempio, ha un radicamento nazionale. Potrebbe essere una strada, ma l’associazione non sarebbe d’accordo, e con buone ragioni.

Quindi, come si riparte?

Aldo Moro si rivolgeva spesso alle persone di buona volontà. Servirebbe buona volontà politica, capace di ragionare per collettivi. Cominciando a riconquistare l’Europa ai diritti sociali e alla democrazia.

Tornando alla sua critica a Calenda, come definirebbe questo governo?

Un governo conservatore, con un’ideologia nazionalista e reazionaria. Populista nello stile: conduce una campagna elettorale permanente, per tenere l’audience alta. E nazionalista perché traccia un solco tra chi è “dei nostri” e chi è esterno, come gli immigrati ma anche l’Europa. Ha però anche ambizioni di giustizia sociale e di redistribuzione. È un governo complesso. Bollarlo come fascista è sbagliato. Non si sta neanche comportando completamente male: criticabile per la sua propaganda xenofoba, bisogna riconoscere che ha spronato l’Europa.

L’opposizione in Parlamento che deve fare?

Prima di tutto incalzare. Rivedere Dublino è giusto, ma anche contrastare il nazionalismo e rilanciare l’Europa politica, il progetto di Spinelli. Altrimenti, non si governano i confini. E poi serve rivedere il Jobs act… Insomma: ci di deve opporre proponendo, invece di demonizzare.

Quale dovrebbe essere la base elettorale di questo nuovo soggetto?

Sono le classi popolari che devono tornare a casa. Adesso, non votano oppure scelgono Lega o M5s. La parola sinistra medesima non dà fiducia. Troppe sono state le delusioni sul piano della politica sociale e dell’occupazione.

Quali dovrebbero essere le parole d’ordine di una nuova sinistra?

Solidarietà, giustizia sociale e rispetto della democrazia liberale: insomma l’articolo 3 della nostra Costituzione.

Le opposizioni liquefattte

D’accordo Salvini è ovunque, si prende ogni spazio. Ma non sarà colpa – almeno un po’ – pure degli altri? Ieri alla Camera è andata in atto una scena surreale: durante il question time, lo spazio tradizionalmente riservato ai parlamentari di opposizione per chiedere chiarimenti al governo, erano presenti (quasi) solo esponenti della maggioranza. È successo questo: un parlamentare leghista ha chiesto al ministro dell’Interno leghista quali fossero gli impegni del governo (anche leghista) in materia di lotta alla mafia. Salvini ha risposto con una serie di buone intenzioni e di provvedimenti che sostiene di avere già avviato, i parlamentari leghisti gli hanno tributato applausi scroscianti. Salvini, insomma, se la canta e se la suona (il question time peraltro è trasmesso in diretta dalla Rai) in una Camera semideserta, acclamato dai suoi. E le opposizioni? Il radicale Riccardo Magi ha presentato un’interrogazione sulla situazione dei centri di raccolta dei migranti in Libia. Il capo della Lega, prima di rispondere, non ha potuto che ironizzare: “Ringrazio l’onorevole Magi perché è uno dei pochi parlamentari dell’opposizione presenti in aula. Penso soprattutto ai banchi del Partito democratico. Ma saremo più fortunati più avanti”.

Gli ex in trincea: “Non parliamo di sciocchezze”

L’argomento vitalizi è scabroso. Gli ex onorevoli assumono un’espressione vagamente disgustata, non parlano volentieri delle pensioni e della minaccia che incombe: il denaro è volgare, la politica è servizio dello Stato. Per dire, Fausto Bertinotti (assegno mensile da 4.852,36 euro) declina con il proverbiale garbo ma senza nascondere il fastidio quasi fisico. “Io non le voglio rispondere sui vitalizi, perché ho un mio principio: non parlo di cose che mi riguardano personalmente. E poi mi scusi, non mi chiamate mai per argomenti un po’ più seri, e mi cercate per i vitalizi… Suvvia”. Anche Luciano Violante (assegno mensile da 5.873,25 euro) manifesta laconico distacco: “Non parlo dell’argomento, la ringrazio”.

L’ex guardasigilli Clemente Mastella (assegno mensile da 6.939,81 euro) si è appuntato una frase che ripete agli scocciatori come una macchinetta: “Quando si fanno queste cose, vige una regola aurea di natura morale: chi le propone dia il buon esempio. Vogliono tagliare i vitalizi? Bene. Ma Fico si dimezzi lo stipendio”. Contestazione: Fico ha restituito metà dell’indennità per tutta la passata legislatura. Risposta: “Fico si dimezzi lo stipendio”. Domanda: “Ma non crede che sarebbe un segnale per…” Interruzione: “Fico si dimezzi lo stipendio”. Fine della telefonata. Il più sportivo è Paolo Cirino Pomicino, storico volto della Democrazia Cristiana (assegno mensile da 5.411 euro). “Non mi chiamerà per i vitalizi, vero?”, esordisce. Poi però si concede a una telefonata di mezz’ora. “Accetto la scelta del Parlamento, ma i vitalizi erano una garanzia della libertà del legislatore. E la funzione legislativa è la più grande responsabilità che un uomo possa assumersi nella società”. Non crede, Pomicino, che il taglio serva ridurre la distanza tra elettore ed eletti? “Invece di alzare le pensioni minime, abbassiamo le pensioni alte… Ora saremo tutti più eguali nella povertà”. Il lavoro di parlamentare rimane retribuito in modo dignitoso, no? “Si sbaglia. Una persona di spessore dovrebbe lasciare un’attività professionale remunerativa per un lavoro che viene pagato meno? Nessuno lascia la sua attività per 20 anni per andare a impoverirsi. Guardi i profili professionali di chi è in Parlamento ora… si tagliano i vitalizi e si vuole introdurre il vincolo di mandato. Si cancella la libertà del legislatore”.

Dulcis in fundo, Antonio Razzi (assegno mensile ancora ignoto). La colpa di questo gran casino in fondo è sua, che si è fatto manifesto vivente della Casta (la storica frase “Manca meno di un anno al vitalizio, fatti nu poco li cazzi tua”). L’ex senatore ostenta compostezza atarassica: “E che mi frega, sono abituato alla povertà, mangio la pastasciutta e non il secondo. Basta che se lo levano tutti il vitalizio, e non solo a me. Quello non sarebbe giusto”.