Vitalizi, ecco il taglio di Fico. Ma ora c’è la grana Senato

Capolinea vitalizio: quello che a torto o ragione è considerato il più grande privilegio della classe politica sta per essere cancellato dal dibattito pubblico. Ora ci sono un documento e una data per l’abolizione: la delibera firmata dal presidente della Camera Roberto Fico stabilisce che dal primo novembre 2018 tutti gli assegni degli ex onorevoli saranno ricalcolati secondo il metodo contributivo (ovvero: l’entità della pensione dipenderà dai contributi versati).

Un risparmio – secondo i calcoli dell’Ufficio di presidenza di Montecitorio – che dovrebbe sfiorare i 40 milioni di euro l’anno. Soprattutto, una bandiera politica per il Movimento 5 Stelle, che aveva individuato nell’abolizione dei vitalizi una delle sue campagne sin dall’inizio della passata legislatura.

Ieri mattina Fico ha presentato il testo della delibera, sei paginette in file Word che fissano i principi del nuovo regime. Gli assegni ricalcolati saranno 1.338: “Verranno tagliati, per la maggioranza dei casi, dal 40 al 60%”, ha scritto il presidente della Camera. Saranno toccati tutti i vitalizi, anche i trattamenti previdenziali pro rata e le pensioni di reversibilità. Un intervento più profondo di quello ipotizzato in un primo momento e realizzato in stretta collaborazione con l’Inps di Tito Boeri (che ha elaborato appositi “coefficienti di trasformazione” per procedere al ricalcolo degli assegni).

Resteranno intonsi invece i vitalizi di 67 ex onorevoli con almeno 4 legislature alle spalle, per i quali il riconteggio contributivo avrebbe determinato addirittura un aumento dell’importo.

La delibera prevede anche una soglia minima: 980 euro, ovvero la stessa somma che porta a casa chi ha compiuto una sola legislatura dopo la riforma Letta del 2012. E c’è una seconda soglia “di garanzia”: la cifra minima per chi subirà una decurtazione superiore al 50% del vitalizio sarà di 1.470 euro.

La delibera Fico dovrebbe essere approvata nei prossimi 20 giorni: si possono presentare emendamenti fino a giovedì prossimo, il voto in Ufficio di presidenza è previsto tra il 9 e il 13 luglio.

Ma non mancano le spine. La principale è il Senato, che è rimasto indietro: la presidente Maria Elisabetta Casellati, in missione a Washington, ha reso pubbliche le sue perplessità. I Cinque Stelle la accusavano di fare “melina” sui vitalizi da settimane, ora la forzista ha parlato. Casellati auspica “soluzioni condivise” e riconosce di avere “qualche dubbio sul fatto di poter incidere sui diritti acquisiti” e “su persone che oggi possono avere anche un’età rilevante e che si trovano improvvisamente ad avere uno stipendio magari inferiore al reddito di cittadinanza”. Se il Senato non si mette in pari, la riforma rimane monca.

Poi c’è la Lega. Il Carroccio è d’accordo sul principio, ma non ha apprezzato la totale autonomia con cui si sono mossi i grillini in Ufficio di presidenza. E adesso vuole sentire il parere dei costituzionalisti. Il piemontese Marzio Liuni ha dato voce alle richieste dei leghisti: “Prima di votare queste norme vogliamo vederci chiaro. Vogliamo avere i documenti con i calcoli dell’Inps e gli effetti sui singoli assegni. Non abbiamo intenzione di mettere in difficoltà economiche un anziano o una vedova. E abbiamo chiesto con lettera ufficiale al presidente Fico che sia ascoltato il parere dei costituzionalisti sulla delibera”.

Infine, c’è la reazione furibonda degli ex parlamentari. L’associazione presieduta da Antonello Falomi ha già pronta una raffica di ricorsi. “Fico renda pubbliche le tabelle con i nuovi vitalizi – chiede l’ex Pci –. La delibera è un monumento all’illegalità costituzionale. L’età media di chi avrà la pensione tagliata è di 76,5 anni, con un’aspettativa di vita di 6 anni. Diversi ultranovantenni si vedranno ridurre l’assegno di oltre l’80%”. L’ex Dc Giuseppe Gargani si spinge più in là e minaccia un’azione civile nei confronti di Fico e dell’Ufficio di presidenza: “Ho inviato loro una diffida formale stragiudiziale, per responsabilità personali e patrimoniali. Faremo ricorso in sede interna, ma valuteremo altre strade”.

Replica Luigi Di Maio: “Le parole degli ex parlamentari non ci spaventano. E finito con i vitalizi inizieremo con le pensioni d’oro”.

Olocausto, Varsavia cambia la legge contestata da Israele

Il parlamento polacco ha riformato ieri la legge sull’Olocausto cancellando la norma che prevedeva pene fino a tre anni per chi attribuisse i crimini del Terzo Reich alla Polonia. La riforma è stata presentata su iniziativa del premier Mateusz Morawiecki (nella foto) e sottoposta ai parlamentari riuniti a Varsavia in una seduta straordinaria. Al momento della sua approvazione la norma provocò tensioni con Israele, che accusò Varsavia di negazionismo. L’emendamento prevede di rimuovere le conseguenze in sede penale per chiunque venga riconosciuto colpevole di ascrivere allo Stato polacco crimini nazisti e prevede di lasciare solo conseguenze in sede civile. L’iniziativa è stata apprezzata dal premier israeliano Benyamin Netanyahu: “Mi felicito che il governo polacco, il Parlamento, il Senato e il presidente abbiano deciso di annullare quei paragrafi che avevano scatenato una tempesta e malumore in Israele e nella comunità internazionale. A tutti è chiaro che la Shoah è stato un crimine senza precedenti, perpetrato dalla Germania nazista contro la nazione ebraica e gli ebrei polacchi. Abbiamo raggiunto con la Polonia una formula concordata”.

L’esultanza ardita di Toninelli: “Malta, la nuova Ventotene”

“La Lifeline sta entrando a Malta. È una grande vittoria per l’Italia che può diventare un vittoria per tutta l’Europa, ma solo se prevarrà la solidarietà sugli egoismi”. Il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli gongola su Twitter e celebra come un successo del governo l’attracco a La Valletta della nave con a bordo 233 migranti, da giorni bloccata nel Mediterraneo. E poi prosegue: “Se accadrà, l’isola potrà essere ricordata come la Ventotene del nuovo secolo”. Bene, ma non benissimo. Il riferimento è chiaramente al “Manifesto di Ventotene”, avente titolo originale “Per un’Europa libera e unita” testo scritto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi generalmente considerato come l’atto fondativo dell’idea di unità europea. Peccato che quel “di Ventotene” si riferisca all’isola dove nel 1941 Spinelli e Rossi erano confinati in quanto antifascisti. Con loro, guardati a vista da 33 poliziotti, c’erano almeno altri 900 “ospiti”, molti dei quali tra i più importanti esponenti dell’antifascismo italiano. Dunque, ben venga l’auspicio di una rinascita europea, ma evocare Ventotene in presenza di centinaia di persone di fatto prigioniere, a molti, non è sembrata una grande idea.

“Giù le mani dal greggio”: Usa, Italia & C. avvertono Haftar

Sono quattro (Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia e Italia) i governi firmatari della nota che ieri ha condannato la milizia del generale Khalifa Haftar che, dopo aver riconquistato i terminal petroliferi di Sidra e Ras Lanuf, pare intenzionato a passare la loro gestione al governo di Tobruk invece che alla compagnia nazionale libica NOC (National Oil Company). Haftar é rientrato in possesso delle basi la settimana scorsa dopo averle strappate alle forze militari dell’ex criminale Ibrahim Jadran. L’esproprio contro la Noc è visto con preoccupazione dai governi occidentali in quanto l’eventuale passaggio di mano dei preziosi giacimenti sotto il controllo del governo foraggiato da Egitto, Russia ed Emirati Arabi potrebbe mettere a rischio gli interessi dei paesi Nato nella zona. La situazione rimane molto confusa e la presenza di petrolio nella zona ha fatto alzare il livello di guardia dei paesi alleati del governo di Tripoli che hanno chiesto alle forze di Haftar “di cessare le ostilità e di ritirarsi immediatamente dai siti petroliferi senza condizioni prima che vengano causati altri danni”, ammonendo che le risorse petrolifere devono continuare a essere gestite dalla compagnia nazionale libica

“Che schifo!”, così Salvini si è fatto sentire da tutti noi

Pubblichiamo un’anticipazione del libro “Matteo Salvini. Il ministro della paura”, edito da Paper First e in vendita da oggi

 

Schifo, parola d’ordine

Quale parola ha più senso comune di questa? Qual è il termine che meglio ci unisce quando si tratta di esprimere uno sdegno enorme e istantaneo? È proprio la realtà che fa schifo – per come sembra a noi, per ciò che è e non sarebbe dovuto essere – ad aver permesso a Matteo Salvini di entrare in casa nostra attraverso l’imprecazione più frequente tratta dal grande dizionario quotidiano degli epiteti.

Quella parola ha avvicinato Salvini a noi. Ce lo ha fatto sentire vicino a noi: anzi lui come noi. Salvini è divenuto il potabilizzatore della nostra coscienza sporca, il depuratore dei sentimenti cattivi, legittimando la pratica dell’accusa estrema, liberandoci dal dubbio che essa non lo sia mai troppo, spiegandoci invece che il giusto è proprio l’inconfessabile, quel che potrebbe ingiustamente farci apparire egoisti, troppo egoisti, e indicati persino come razzisti.

Salvini ci slega dalla necessità di contenerci nell’uso della parola, di riflettere prima di giudicare, e ci spinge invece oltre l’ostacolo, ci insegna a essere “audaci, istintivi, fuori controllo”, che è poi la linea editoriale e il sottotitolo del suo giornale online ilpopulista.

Schifo è l’epiteto che prediligiamo perché rovina su un fatto distruggendo le sue fondamenta con la forza di un bulldozer (di una ruspa italianizzerà poi lui).

Schifo, o anche “che schifo!” è la locuzione con cui il leader della Lega ha aperto il suo diario quotidiano con gli italiani attraverso una messaggistica iniziata con i volantinaggi ai mercati milanesi, luoghi che ha frequentato giovanissimo – già prima di conseguire il primo esame all’università – ed è proseguita col computer o lo smartphone sempre a portata di dita e in modo così tanto intenso e appassionato da non vedere mai il traguardo dell’ultimo esame universitario.

Chissà se Salvini sa che lo schifo, dal longobardo Skif, (Treccani) designa anche una piccola imbarcazione, o ancora, che grazie all’attributo concavo, dal greco skàphe, ha la radice in comune con scabbia. Non glielo diciamo, sennò rischierebbe di eliminare schifo dal suo vocabolario togliendoci gran parte del divertimento.

Studente otto anni fuori corso, prima a Scienze politiche poi a Storia, “nullafacente” per sua franca e confidenziale ammissione nell’intervista televisiva guadagnata da concorrente a “Il pranzo è servito”, quiz al tempo condotto da Davide Mengacci su Canale 5, dove risolve, in tempi record, il rebus “incassare tangenti”, vantandosi di conoscere bene quel tipo di situazioni perché vive a Milano. È il 1993, e il piacere di essere al centro della scena si interseca fino a fare da sfondo alla felice candidatura nel consiglio comunale di Milano.

Non c’è massa indistinta, ma relazione paritaria dentro la quale Salvini sviluppa il suo percorso politico, realizza le fondamenta della sua ascesa.

 

La felpa

La felpa di Salvini ha tanti appellativi (localizzata, geolocalizzata, manifesto) e insieme a polo, t-shirt autografate con ruspe e piumini sportivi, è diventata famosa come il tubino nero di Audrey Hepburn o, per rimanere in ambito politico, il portaocchiali di Bertinotti. Insomma, è un capo caratterizzante, quello che fa e parla il monaco (Eco 1976-1977), trasmettendo le sue posizioni ideologiche.

Salvini è dotato di un ricco guardaroba di felpe, che mutano a seconda della sua localizzazione geografica, per sottolineare, con tanto di scritta sul cuore, quanto tiene all’Italia, nella sua interezza. A questo punto è lecito chiedersi: e la Padania? La risposta la recita una delle sue magliette: “Padania is not Italy”.

 

La paura fa milioni di followers

La paura pervade la nube di senso salviniana, irradiandosi al suo interno ora silenziosamente, ora con clamore. Cos’è la paura? Consultando l’enciclopedia Treccani ci rendiamo conto che siamo dinnanzi a uno “stato emotivo consistente in un senso di insicurezza, di smarrimento e di ansia di fronte a un pericolo reale o immaginario o dinanzi a cosa o a fatto che sia o si creda dannoso”.

Matteo Salvini doma e alimenta la paura con la campagna elettorale permanente: ogni giorno accende nuovi timori e cancella quelli appena passati. Nella retorica salviniana degli ultimi anni la paura ricorre spesso, assume significati diversi in relazione ai contesti in cui viene evocata, pertanto potremmo definirla poliedrica e multifunzionale, duttile e avvezza ad adattarsi alle varie occasioni d’uso, ma anche proteiforme, dato che spesso cambia volto e nome.

Salvini a furor di popolo (Caminante). I rom di Sicilia che votano in massa Lega

Nel Sud più africano e più conforme alle idiosincrasie leghiste, si vota Salvini. Salvini trionfa, a furor di gente. Diremmo popolo e possiamo dirlo in fondo: a furor di popolo dei caminanti. I caminanti sono rom, zingari (ma guai a definirli zingari, è una parola che non esiste per loro, offensiva, detrattiva), si chiamano caminanti perché sono gli stanziali parziali di Noto, Avola, Pachino. Vendono palloni, durante le feste di paese. I caminanti hanno votato Salvini. Corrado D’Amico ha votato Salvini. Rom caminante di Avola.

Vende palloni, parla un dialetto oscuro e primitivo. Rabbrividiamo perché la loro è una tribù: sembra che il seme inverecondo di un unico patriarca abbia restituito un codice genetico su ogni volto. Loro sono diversi da un’altra enclave, prossima per parentela.

Corrado D’Amico e la moglie Lucia Fiasché hanno votato Salvini. Perché? “Perché abbiamo bisogno di ordine”, dice l’uomo. Non è una provocazione. Ordine è la parola nuova, in questo tempo di muri che si ergono e di ponti da trasformare in fossati, in special modo se pronunciata da un rom caminante, individuo che diventa quasi iconico e destinatario di una seclusione antichissima e ancora contemporanea. Loro sono sempre a parte, sono gli altri, sono non soggetti sociali. Sono gli incubi di Salvini, potremmo dedurre. E invece “loro” lo votano, miticamente lo amano.

Non temete nulla? Salvini vuole sgomberare i campi rom, che ne pensate? Lucia Fiasché, la donna, la moglie, sorride e un po’ non capisce. L’uomo, Corrado D’Amico, trattiene più strettamente la corda dei suoi palloni e si guarda intorno – siamo in Ortigia a Siracusa, in una domenica di passeggio – poi riflettendo, ammette: “Fa bene. Noi non c’entriamo niente con i campi rom. Noi siamo italiani e viviamo nelle case”.

A Noto sono stigmatizzati in un solo quartiere. Non esiste una convivenza, piuttosto una distinzione. La connotazione di un clan li rende spesso invisi alla comunità. Soggetti interessanti da un punto di vista antropologico, può darsi. Pare che non si ammalino mai di cuore, colesterolo, malgrado la loro alimentazione sia complessa, grassa, sono portatori di un inedito superomismo, ma non lo sa nessuno e detta così fa uno strano effetto, assunto da manifesto leghista, neanche a farlo apposta. Prima che il governo si insediasse, Corrado e la moglie, confidavano in Salvini. La moglie chiedeva: “Hanno fatto il governo?”. Sì, signora, quasi, rispondevamo.

“Ho votato Salvini” ripeteva la donna. E hanno questo modo di parlare ripetitivo, a scansione. L’uomo dice: “C’è crisi. Salvini adesso ci dà il lavoro”. E mette ordine. “Salvini manda via i marocchini, che ci ‘arrubbano’ il lavoro”.  I “marocchini” riassumono una categoria sociale approssimativa, la ragione di ogni privazione, di ogni separazione: potrebbero essere chiunque, africani, siriani. “Sono ‘chiddi’ che travagghianu in campagna per venti euro”. Lavorano in campagna per venti euro. Dunque a occhio e croce sarebbero africani. Per il caminante è un problema. Lui andrebbe a lavorare in campagna, ma non per venti euro.  Così i caminanti di Noto e Avola hanno in gran parte votato Salvini. In una tale insondabile convergenza, la Lega vince nei luoghi che ne hanno confezionato il programma politico, con testimonial di un’avversione che oggi, nel paradosso, alla medesima tende le braccia. Avversari in una stessa complice partita. Nella stessa squadra.

Tutto il clan dei caminanti, zii, cugini, nipoti, hanno votato il leader della Lega.

Cosa vi mancava prima, senza Salvini? “Ci ‘ammancava’ l’ordine. U travagghiu. C’era troppo delinquenza”.  Salvini è l’uomo della speranza per i rom caminanti siciliani di Avola, Noto, Pachino. Giostrai, ambulanti, venditori di palloni.  Per certi aspetti la questione diventa persino commovente o ci si potrebbe perdere la ragione, un rompicapo che ingenera il riso con il suono del singhiozzo,  come con i personaggi di Cechov, eroi capovolti,  di quel riso capace di seppellirci tutti nell’amarezza e nello sconforto.

Dopo 7 giorni di maretta la Lifeline sbarca a Malta

Finalmente a terra. Ci sono voluti quasi sette giorni e l’intervento della diplomazia di mezza Europa. Ieri sera sono sbarcati a La Valletta i 233 naufraghi che si trovavano sulla Lifeline. “Un caso unico”, ha detto il premier maltese Joseph Muscat, che non vuole creare un precedente. Ma il ministro Matteo Salvini già esulta: “Altro successo del governo italiano: dopo anni di parole, in un mese arrivano i fatti!”.

I migranti sono arrivati stremati. Il mare forza cinque ha reso difficili gli ultimi giorni sulla Lifeline. Tre bambini, sui cinque che si trovavano a bordo, sono stati trasportati in ospedale, con loro anche un adulto. Per tutti gli altri è iniziata una procedura che dovrebbe portare le autorità a dividere coloro che hanno i requisiti per la richiesta di asilo e i presunti migranti economici.

Poco prima che la nave entrasse in porto, il bar accanto al molo si è riempito di urla di giubilo. La Germania è stata eliminata dai Mondiali. Due gol nei minuti di recupero della Nazionale di Seul. Tra gli avventori non c’è nessun coreano, ma da Malta guardano a Berlino con un certo risentimento.

Saranno 8 i Paesi che si divideranno i migranti arrivati con la Lifeline: Malta, Francia, Italia, Irlanda, Portogallo, Belgio, Olanda e Lussemburgo. Per la prima volta non verrà applicato il Trattato di Dublino nei confronti dei profughi tratti in salvo dal Mediterraneo. Verranno ridistribuiti nei vari Paesi membri che si sono resi disponibili. A questo nuovo approccio sulle politiche migratorie non partecipa la Germania. Nel pomeriggio di ieri, Horst Seehofer, ministro dell’Interno tedesco, si era detto disponibile ad accogliere parte dei profughi, ma ponendo una serie di condizioni. Prima fra tutte il sequestro e la successiva dismissione della nave Lifeline.

Il governo maltese si è detto pronto a far partire un’inchiesta. Tutti i membri dell’equipaggio hanno nominato un avvocato, tedesco, appena scesi dalla barca. Il salvataggio, nella ricostruzione fatto dall’ong, è avvenuto in acque internazionali e prima che la guardia costiera libica arrivasse sul luogo. Gli inquirenti de La Valletta dovranno stabilire quanto accaduto, ma per la piccola ong tedesca la situazione non sembra buona. A pagare il prezzo più alto sarà il capitano dell’imbarcazione, che secondo il premier maltese “ha ignorato le leggi internazionali”. Il segnale che arriva da La Valletta è chiaro: la guerra contro le organizzazioni non governative è arrivata a un punto di svolta.

Erano anni che a Malta non arrivava una barca carica di migranti. Dall’inizio delle primavere arabe La Valletta ha chiuso i suoi porti, solo i casi che necessitavano cure mediche emergenziali venivano trasferiti dalle navi di soccorso nell’isola. Intanto però sui moli maltesi hanno posto le loro basi operative le ong che stazionano nella zona Sar. La prima organizzazione a mettere radici a La Valletta fu il Moas nel 2015. Da allora, tutte le barche di soccorso umanitarie hanno fatto qui rifornimenti e cambi equipaggio. Poi lo scorso anno, dopo il codice di condotta voluto dall’ex ministro Marco Minniti, i primi abbandoni.

La notte scorsa erano tre le navi umanitarie ferme nei porti maltesi: il veliero spagnolo Astral e le navi delle due ong tedesche Seawatch e Seaeye.

“Stanno cercando di risolvere una questione politica, i confini europei, scaricando sulle ong le responsabilità che nessun governo si vuole prendere”. A parlare è Ian Coll Rafael, medico a capo della missione di Seawatch. La barca è in un porto a Malta dove sta svolgendo una serie di interventi di manutenzione. Dovrebbe salpare sabato, ma a oggi la partenza è ancora in forse. La paura è di finire intrappolati in una gabbia fatta di competenze territoriali e scontri con la guardia costiera libica. A bordo dell’imbarcazione si respira un’aria da ultimo viaggio. “Malta ha vietato – continua il volontario di Seawatch – alla nave spagnola Open Arms di rientrare in porto per fare rifornimento di carburante”. È possibile che i catalani decidano quindi di andare a Barcellona per fare il cambio di equipaggio: “Solo di carburante – spiega Guillermo Canardo Cervera, responsabile delle operazioni dell’imbarcazione spagnola – ci costa 14 mila euro. Vogliono metterci in ginocchio e usano tutte le armi che hanno a disposizione”.

Deutsche Bank crolla ancora in Borsa. Da inizio anno -45%

La crisi di Deutsche Bank inizia a farsi pesante. Ieri la più grande banca tedesca (i suoi attivi valgono metà del Pil teutonico) è crollata in Borsa, toccando in mattinata -4,4%, sotto la soglia critica dei 9 euro, al livello più basso dal 1980. A fine giornata il titolo ha limato le perdite (-1,7% a 9 euro). Da inizio anno l’istituto ora guidato da Christian Sewing ha perso il 44% del suo valore di Borsa, dove la sua capitalizzazione è scesa sotto i 20 miliardi. A pesare sono probabilmente i timori per gli esiti di uno stress test negli Usa che la Federal Reserve svelerà la prossima settimana. Nel 2017 la banca ha registrato la terza perdita consecutiva annuale. Sewing ha svelato il quarto piano di risanamento in altrettanti anni e i ricavi continuano a calare. Finora l’istituto ha pagato quasi 17 miliardi di multe per gli anni delle spericolate operazioni finanziarie, specie in Usa e Inghilterra, l’ultima, da 200 milioni, qualche giorno fa e ha subito un downgrade del credito da Standard & Poor’s (rischia lo stesso da Fitch). I guai nascono dall’investment banking, da cui proviene metà del fatturato ma che perde quote di mercato. Da tempo si parla di fusione o di spezzatino delle varie divisioni. Un problema enorme per la Germania e l’Europa intera.

Trenini, crocifisso e Baviera: Horst gran nemico di Angela

Prima di tutto bavarese. Ma anche cattolico e conservatore. Horst Seehofer è il politico che sta mettendo in discussione la storica unione democratica cristiana e sociale della Germania. È l’ex governatore dello Stato più ricco del Paese che chiuderà la sua lunga carriera politica a livello federale. Ministro per la terza volta nella non troppo amata Berlino, Seehofer guida gli Interni praticamente con un solo obiettivo: le elezioni regionali nel proprio land in programma in autunno. Il suo partito, la Csu, dispone della maggioranza assoluta e più che governare, regna. Per evitare lacerazioni aveva ceduto la carica di primo ministro, ricoperta tra il 2008 e il 2018 a livello locale, accentando di traslocare nella Capitale per occuparsi di quello che secondo il movimento bavarese è il tema chiave, l’immigrazione. Che è stato anche alla base del crollo elettorale alle consultazioni federali dello scorso settembre. Ma il dubbio da chiarire è se la temuta Alternative für Deutschland (Afd), che in Baviera ha raccolto la più ampia percentuale di consensi nella parte occidentale del Paese, abbia beneficiato del “risentimento” per l’ondata migratoria del 2015 o dello stillicidio di polemiche innescate da Seehofer e dal suo partito nei confronti di Angela Merkel.

Un recente sondaggio dell’istituto Forsa su un campione di 2.500 persone assegna alla Csu appena il 40% e il candidato governatore Markus Söder avrebbe un gradimento analogo a quello che aveva in dicembre Seehofer, del quale ha preso il posto qualche mese fa.

Seehofer è un politico sul viale del tramonto: il 4 luglio compie 69 anni, quasi 40 dei quali trascorsi nella Csu, partito al quale ha aderito nel 1971. Il ritorno a Berlino non è una promozione. È uno dei quattro figli di un muratore e autista di camion. Risoluto e non troppo diplomatico, una tendenza che condivide con altri leader bavaresi che preferiscono distinguersi come “uomini del fare” (uomini sì, perché le donne in questo partito hanno ruoli più marginali), Seehofer è stato catapultato al potere grazie alle dimissioni di Günther Beckstein, che nel 2007 aveva guidato il partito al peggiore risultato dal 1954 in poi.

Anche per la statura, è alto 193 centimetri, è abituato a guardare gli altri dall’alto verso il basso. Quando non vuole rispondere, sorride. Ma è diretto e immediato: difficile equivocare il senso delle sue parole.

La Baviera ha varato una legge che impone il crocifisso negli uffici pubblici: un richiamo alle origini cristiane, ma soprattutto un segnale politico. Per essere un cattolico, Seehofer si è concesso qualche “licenza”. Si era sposato una prima volta con Christine Hildegard, con la quale è rimasto tra il 1974 e il 1982. Dalle seconde nozze, con Karin, di 9 anni più giovane, sono nati tre figli. E da una relazione extraconiugale ha avuto una figlia, nata nel 2007.

Seehofer è uno dei pochi politici di alto livello a non avere una laurea, anche se dal 2010 l’università cinese di Qingdao gli ha conferito il titolo di “professore”. È molto più attento alle auto. In qualità di governatore valorizzava in egual modo Audi, il costruttore di Ingolstadt, la città dove è nato e risiede, e Bmw, la casa di Monaco: alternava le due marche bavaresi per le vetture di rappresentanza.

Sui migranti sta adottando la linea durissima, tanto da rischiare la rottura con la cancelliera e mettere in forse l’alleanza conservatrice con la Merkel. Ne vuole veder arrivare il meno possibile ed era riuscito a ottenere una soglia massima di 200 mila arrivi l’anno. Appena diventato ministro aveva innescato una polemica con la cancelliera dichiarando che l’Islam non appartiene alla Germania. Nel 1987 si era distinto per un discutibile progetto per concentrare i malati di Aids in strutture dedicate. Il piano era stato rigettato da tutti i Länder. Sua è stata anche “l’intuizione” del pedaggio autostradale per i soli automobilisti stranieri, vessillo della campagna elettorale del 2013. Se ne era poi occupato il “suo” delfino e ministro dei Trasporti, Alexander Dobrindt. L’operazione era stata avallata dall’Ue che aveva inizialmente aperto una procedura d’infrazione, ma l’Austria ha presentato ricorso al tribunale europeo per i suoi contenuti discriminatori. “I tedeschi pagano nella maggior parte dei paesi europei”, aveva dichiarato. “Per questo anche gli stranieri dovrebbero pagare anche in Germania”, aveva aggiunto. Una questione di “equità”, insomma.

L’allora governatore si era naturalmente dimenticato di aggiungere che negli altri paesi gli automobilisti pagano le autostrade come gli stranieri. Dettagli per Seehofer, che potrebbe festeggiarne l’introduzione forse a metà del prossimo anno. E che aveva anche fatto sapere di essere disposto a negoziare sulle quote rosa pur di ottenere il pedaggio. Da quando è ministro degli Interni gioca un po’ all’attacco, per la campagna elettorale, e un po’ in difesa, come quando era il portiere del Bayern München: giocava a pallamano nella prima divisione regionale. Tra le sue grandi passioni ci sono i trenini: nella casa delle vacanze ha un grande plastico dove tutto funziona secondo copione. Cioè secondo un programma sviluppato da lui. Non come in politica

La Merkel ostaggio a Bruxelles

Nel giorno in cui viene buttata fuori dai Mondiali in Russia, la Germania si chiama fuori dall’intesa sulla ripartizione dei migranti della Lifeline. Al vertice europeo di oggi e domani, a Bruxelles, Angela Merkel, la cancelliera che da 13 anni ne è indiscussa protagonista, e spesso dominatrice, arriva da ostaggio: non di partner dell’Ue, come pure le è spesso successo, ma di un alleato di governo a Berlino. La riunione che doveva stemperare le tensioni sui migranti nell’esecutivo, tra la linea “morbida” della cancelliera e quella “dura” del ministro dell’Interno, Horst Seehofer, leader della Csu bavarese, partito ‘fratello’ della Cdu della Merkel, si chiude con un nulla di fatto. E Seehofer subordina l’avallo della ridistribuzione dei profughi della Lifeline al sequestro della nave. A incontro concluso, la leader dei socialdemocratici, Andrea Nahles, non esclude nuove elezioni. E il presidente tedesco, Frank-Walter Steinmeier, anch’egli socialdemocratico, considera “smodati” gli attacchi nella Grosse Koalition e le minacce di rottura del blocco conservatore Cdu/Csu.

Ma Seehofer ha paura di perdere le elezioni d’autunno in Baviera sulla questione migranti e pensa d’arginare il partito xenofobo e neo-nazista AfD rincorrendolo sul terreno dei respingimenti. Il ministro dell’Interno della Merkel chiede di potere respingere i migranti verso i Paesi da cui provengono e progetta di chiudere le frontiere, se non ci sarà un accordo al vertice tra oggi e domani. Ma un’intesa completa a tutta Ue è praticamente impossibile: lo dimostra proprio l’epilogo della vicenda della Lifeline, sbloccata da otto Paesi ‘volenterosi’. La Merkel, infatti, pensa a intese su scala bilaterale o tra gruppi di Paesi, come ventilato nel pre-Vertice a 16 di domenica scorsa.

Uno degli scenari di cui si parla con preoccupazione è la “chiusura delle frontiere tra Germania e Austria e tra Austria e Italia”: l’intenzione di Vienna, che dal 1° luglio avrà la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue, e che ha un ministro dell’Interno ‘leghista’, Heinz-Christian Strache, crea difficoltà pure a Seehofer e spinge a cercare soluzioni che “riducano drammaticamente” la pressione dei migranti sull’Italia. Ma sui risultati non c’è da farsi illusioni.