Basta caos: le famiglie di immigrati irregolari separate al confine col Messico dovranno essere riunite senza perdere più tempo. I bimbi allontanati, attualmente circa duemila, dovranno tornare fra le braccia dei loro genitori entro 30 giorni. E se sono più piccoli di 5 anni, il ricongiungimento dovrà avvenire entro 14 giorni. Non saranno permesse eccezioni. Il perentorio richiamo all’amministrazione Trump arriva dall’ordinanza di un giudice federale di San Diego, in California. Uno schiaffo al presidente americano per la situazione di disordine venutasi a creare per una serie di decisioni mal gestite. Schiaffo a cui se ne aggiunge a distanza di poche ore un altro: la Camera dei rappresentanti del Congresso Usa che respinge la stretta sull’immigrazione sostenuta dal tycoon, che con un tweet di primo mattino sperava di aver dato la spinta finale. Invece il testo, che tra l’altro prevedeva lo stanziamento di 25 miliardi di dollari per la costruzione del muro, è stato bocciato, con un duro colpo assestato alla leadership del partito repubblicano e alla Casa Bianca.
“Fare hotspot in Paesi come Albania e Kosovo. E la Ue gestisca i flussi”
“Si inizia a discutere seriamente di soluzioni comunitarie ed è un bene. Ma ora bisogna capire come si affronteranno nello specifico i punti presenti nella bozza da cui si partirà per i negoziati, dalle operazioni di ricerca e salvataggio agli sbarchi sulle piattaforme regionali”: Laura Ferrara è un’eurodeputata del Movimento 5 Stelle, per il quale ha scritto il programma immigrazione, ed è relatrice del regolamento sulle procedure per il diritto di asilo.
Ferrara, nella bozza di accordo per il Consiglio europeo si fa riferimento a un supporto “finanziario e non solo” da parte dell’Ue ai Paesi interessati dai flussi.
Sì, ne ha parlato anche il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk. Non disdegnamo un contributo economico ai Paesi che devono effettuare dei rimpatri, ma non crediamo sia la soluzione. Il problema della gestione dei flussi migratori non dipende dai soldi, ma dall’assenza di regolamenti a livello europeo e di intese con gli Stati extra-Ue.
Che tipo di accordi servirebbero?
Dovrebbero garantire prima di tutto il rispetto dei diritti umani e poi permettere alle persone di rientrare nel proprio Paese di origine quando ci sia la possibilità di farlo e non ci siano più guerre o altre forme di pericolo che lo impediscano. Bisognerebbe incentivare i rimpatri volontari, magari garantendo percorsi formativi al rientro nel Paese d’origine.
Nella bozza si parla di “piattaforme regionali di sbarco in stretta collaborazione con rilevanti Paesi terzi e con Unhcr e Iom”, che in pratica dovrebbero accettare le richieste di chi ha diritto di asilo e rimandare indietro gli altri…
Aspettiamo di capire bene come funzioneranno. Abbiamo chiesto una migliore gestione delle operazioni di ricerca e salvataggio e degli sbarchi. Il fatto che leggi internazionali prevedano che gli sbarchi avvengano sempre nel porto sicuro più vicino fa sì che ricadano sempre su due o tre paesi del Mediterraneo, tra cui l’Italia. Creare piattaforme al di fuori dell’Ue potrebbe essere una delle possibili soluzioni. Certo, non l’unica, visto che bisognerebbe poi capirne la gestione: tipo di ricollocazione e i criteri previsti per i migranti.
Chi se ne fa carico, insomma..
Esatto. Una volta messi in salvo e fatti sbarcare su una piattaforma – si parlava di Paesi europei, ma non dell’Unione europea, come Albania o Kosovo – resta da capire come si garantirà la protezione internazionale a chi ne avrà diritto e da chi saranno gestite le pratiche, se dall’Unhcr e dall’Organizzazione internazionale per le migrazione. Insomma: chi è il Paese responsabile? Dove saranno mandati?
È possibile una cabina Ue?
Possibile. Ci sono l’agenzia Easo, l’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo, l’Europol, Frontex e Guardie costiere esterne. Insomma, mettendo insieme il lavoro di diverse agenzie europee con organizzazioni internazionali come Unhcr o l’Oim e le delegazioni dell’Ue nei paesi terzi, sicuramente si può creare una equipe che può gestire i flussi a livello europeo.
C’è poi l’intenzione di bloccare i “movimenti secondari”, cioè gli spostamenti dei rifugiati dal Paese di arrivo agli altri paesi Ue.
È la principale preoccupazione di paesi come Germania e Francia. In una bozza trapelata giorni fa si parlava addirittura di sospendere l’assistenza sociale e sanitaria ai migranti nei paesi dove si erano registrati. Una scelta del genere sarebbe davvero grave e cinica, la fine dell’Europa.
Quale alternativa?
Gli spostamenti andrebbero fermati a monte, garantendo vie legali di accesso. Chi ha diritto alla protezione internazionale, quindi il rifugiato, deve esercitare il suo diritto senza mettere a repentaglio la sua vita e senza essere obbligato ad attraversare un determinato Paese membro per poi arrivare in un altro dove magari ha un parente, un amico, una comunità di persone che lo può accogliere. Se si garantisse il diritto ad avere questa protezione in un Paese di transito, sulle piattaforme stesse, poi si raggiungerebbe l’Ue per vie legali. Automaticamente si porrebbe fine ai movimenti secondari e alla costrizione del regolamento di Dublino che obbliga i rifugiati a rimanere nel primo paese in cui sbarcano. Riducendo così anche il business dei trafficanti.
Il superamento del Regolamento di Dublino resta quindi un punto fermo.
Assolutamente sì. Insieme alla distribuzione delle responsabilità tra tutti i Paesi dell’Ue, sia per quanto riguarda le quote dei rifugiati sia per quanto riguarda la gestione dei flussi migratori.
L’Italia va all’opposizione dell’asse franco-tedesco
La retorica non è arte in cui eccella e i toni sono moderatissimi, ma Giuseppe Conte – presentando alle Camere la posizione del governo al Consiglio europeo – delinea una strategia d’opposizione che è una decisa novità nella postura italiana in Europa. Di fatto l’Italia, che chiede “attenzione” in quanto “contributore netto dell’Ue”, si mette all’opposizione dei progetti franco-tedeschi tanto sull’immigrazione che sulla riforma dell’Eurozona.
I paletti sulla questione migranti sono noti: l’Europa lavori in modo coordinato al blocco delle partenze, anche istituendo i famosi hot spot non in Italia, Grecia e Spagna (come vorrebbe Emmanuel Macron), ma dall’altra parte del Mediterraneo; in secondo luogo va tolto dal Regolamento di Dublino il principio del “primo approdo” (il Paese d’arrivo si tiene i rifugiati). “L’attuale Sistema Comune Europeo d’Asilo – ha detto Conte – si fonda su un tragico paradosso: i diritti delle persone che intendono richiedere asilo vengono riconosciuti solo quando gli interessati raggiungono le coste dell’Europa. Questo momento va anticipato, anche per tutelare i loro interessi”. Quindi distinguere fuori dai confini europei chi ha diritto alla protezione e organizzare corridoi umanitari verso l’Ue, dove va concordato un sistema di ricollocamenti automatici tra i vari Paesi.
Ma non di sola immigrazione vive l’opposizione italiana: il premier ha detto chiaramente no anche all’idea di un Fondo monetario europeo che aiuti gli Stati in crisi assumendone, di fatto, la guida. “È il momento di far avanzare la condivisione del rischio, ma senza condizionalità che finiscano per irrigidire processi già avviati e per incrementare l’instabilità. Non vogliamo un Fme che finisca per costringere alcuni Paesi verso percorsi di ristrutturazione predefiniti”.
L’Italia proporrà di incrementare “i fondi europei destinati all’inclusione sociale”: “Il Fondo sociale europeo potrebbe finanziare la riforma sull’impiego (reddito di cittadinanza, ndr), il bilancio 2021-2027 è uno strumento chiave per raggiungere questo traguardo”. Per la prima volta ieri ha parlato anche il ministro Paolo Savona: “Draghi ha fatto un ottimo lavoro nei limiti del suo mandato, ma lo Statuto della Bce deve essere adeguato negli obiettivi e negli strumenti assegnati a quelli di cui dispongono le principali Banche centrali”. In sostanza, la Bce dovrebbe poter finanziare i deficit pubblici e agire da prestatore di ultima istanza. Difficile.
Nella mozione di maggioranza con cui le Camere hanno dato il via libera alle dichiarazioni di Conte c’è infine un riferimento alla Russia: il governo, vi si legge, deve “agire in sede Ue affinché si dilatino spazi di collaborazione e dialogo con la Federazione russa, ad esempio prospettando una rimodulazione delle sanzioni”. Gli Usa, ha fatto sapere il consigliere per la sicurezza John Bolton, sono contrari.
Radio Mafia
Il premier Conte e i 5Stelle possono fare due cose, dopo aver letto sul Fatto l’articolo di Antonella Mascali che riportava i commenti inferociti di alcuni mafiosi al 41-bis sulla nascita del nuovo governo. La prima è farsi belli: “Visto? È bastato che arrivassimo e già la mafia si spaventa”. La seconda è interrogarsi sul significato di quelle parole e studiare le mosse più efficaci per rispondere con i fatti, chiudendo la lunga èra della trattativa Stato-mafia. A ogni cambio di governo, i mafiosi detenuti hanno sempre trovato il modo di farsi sentire. Nel gennaio 1993, agli sgoccioli del breve governo Amato, fecero ritrovare Riina nel famoso covo, poi non perquisito dal Ros. In primavera, appena nato il governo Ciampi, scatenarono la seconda ondata di stragi, fuori dalla Sicilia e contro il patrimonio religioso e artistico. A fine anno il ministro Conso revocò il 41-bis a 334 mafiosi. Ai primi del ’94, Cosa Nostra annullò l’ultima strage in programma – quella allo stadio Olimpico di Roma – garantendo al nascente governo Berlusconi la pax mafiosa necessaria per mantenere le promesse. Promesse che, caduto B. dopo soli 7 mesi, furono poi in parte mantenute dall’Ulivo con l’appoggio del centrodestra dal ’96 al 2001: chiusura di Pianosa e Asinara, abolizione di fatto dell’ergastolo (per due anni), legge anti-pentiti.
Nel 2001 tornò B. e, dopo appena un anno, fu quasi “avvertito” nel 2002 dal boss stragista Leoluca Bagarella che, in teleconferenza a un processo dal carcere de L’Aquila, lesse una dichiarazione a nome dei detenuti in sciopero della fame contro i politici che non avevano mantenuto le promesse sul 41-bis: “Siamo stanchi di essere strumentalizzati, umiliati, vessati e usati come merce di scambio dalle varie forze politiche”. Chi fossero i destinatari dell’avvertimento lo rivelò subito dopo un clamoroso rapporto riservato del Sisde, diretto dal generale Mario Mori, che diede la scorta a Dell’Utri, a Previti e ad alcuni avvocati siciliani eletti nel centrodestra. Il 21 dicembre B. quasi si scusò di non aver abrogato il 41-bis, figlio di “una filosofia illiberale”. L’indomani, allo stadio di Palermo, comparve uno striscione a caratteri cubitali: “Uniti contro il 41-bis. Berlusconi dimentica la Sicilia”. Il 10 aprile 2006 Prodi rivinse le elezioni e l’indomani Bernardo Provenzano fu catturato, o si fece catturare, o fu fatto catturare a due passi dalla natia Corleone. Nel giro di due mesi, centrosinistra e centrodestra (salvo Idv, Pdci e Lega) votarono il mega-indulto Mastella di tre anni, che includeva anche i reati collegati a quelli mafiosi e il voto di scambio politico-mafioso.
E spalancò le celle a 30 mila criminali, senza contare quelli che non vi fecero più ingresso. Nel 2008 tornò B. per la terza volta, dopo una campagna elettorale segnata dagli elogi suoi e di Dell’Utri al compianto “stalliere” Mangano (definito “un eroe” per non aver parlato di loro ai magistrati). Nel 2011 ecco Monti, seguito dalle prime avvisaglie di un cambio non di governo, ma di sistema. Nel novembre 2012 i 5Stelle arrivano primi alle Regionali in Sicilia, anche se poi la giunta è un centrosinistra guidato da Crocetta. E nel febbraio 2013 il M5S eguaglia il Pd di Bersani al 25,5%. Cosa Nostra teme un governo di centrosinistra condizionato da grillini e Sel, mentre a Palermo inizia il processo Trattativa. Una lettera anonima ai pm preannuncia una strage contro il pm Nino Di Matteo: “È stata chiesta dagli amici romani di Matteo (Messina Denaro, ndr), perché questo paese non può finire governato da comici e froci” (il comico è Grillo, i politici gay Vendola e/o Crocetta). Allarme infondato: provvede Napolitano a propiziare un altro governissimo Pd-FI-Centro, con M5S e Sel all’opposizione. Ma poi B. viene condannato ed espulso dal Senato. Alla vigilia del voto decisivo a Palazzo Madama, il 16 novembre 2013, Riina confida al suo compagno di ora d’aria che tutto è pronto per eliminare Di Matteo. Nel febbraio 2014 Renzi prende il posto di Letta e riporta B. al centro della politica col patto del Nazareno. Poi, in poco più di due anni, si suicida. A cavallo fra il 2016 e il 2017 anche il boss stragista Giuseppe Graviano si sfoga col compagno di socialità: nel 1992 – dice – “Berlusca” gli chiese una “cortesia” sulle stragi per “salire” al governo, ma poi dimenticò le promesse; ora il boss vuole inviargli un emissario per rinfrescargli la memoria.
Ma il 4 marzo 2018 B. esce dalle urne con le ossa rotte e il 1° giugno nasce il governo M5S-Lega. Subito alcuni boss al 41-bis nel carcere dell’Aquila si sfogano davanti agli agenti penitenziari: ce l’hanno sia con Conte per la sua insistenza sul tema mafia nel dibattito sulla fiducia, sia con i 5Stelle e il loro Guardasigilli Bonafede, che non solo vuol cancellare la legge svuotacarceri di Orlando, ma addirittura portare Di Matteo in un ruolo chiave del ministero (forse al Dap, la direzione carceri). Lo scrivono i giornali, che i boss leggono e sottolineano. Fra i più allarmati c’è Cesare Carmelo Lupo, fedelissimo di Graviano. Ma subito la voce si sparge a 51 detenuti al 41-bis che chiedono un colloquio al giudice lo stesso giorno (bell’isolamento), perché vedono sfumare le loro speranze (alimentate chissà da chi) di benefici penitenziari. Chissà con quale sollievo ora avranno letto che il capo del Dap non sarà Di Matteo, ma un pm di Potenza, magari bravissimo, ma non certo esperto di Cosa Nostra. E che il renziano Faraone ha fatto visita in carcere a Dell’Utri. Se Conte e i 5Stelle non si affrettano a studiare le parole dei mafiosi sulla trattativa che continua tuttora, e a comportarsi di conseguenza, rischiano di ritrovarsi presto qualche messaggio da Radio Carcere molto più sollevato: “Picciotti, falso allarme: questi sono come tutti gli altri!”.
Con il testo di Soleimanpour, l’attore è (ancora) ignaro di cosa lo aspetta
Di necessità virtù: era il 2010 quando al giovane drammaturgo e performer iraniano Nassim Soleimanpour fu ritirato il passaporto, impedendogli di lasciare il Paese in quanto “renitente alla leva”.
Smessi i panni del teatrante giramondo e inchiodato alla sua sedia, l’autore ha composto così White Rabbit Red Rabbit, una pièce originalissima che prevede ogni sera un interprete diverso, scritturato al volo e coinvolto “al buio”, a cui il copione viene dato solo pochi minuti prima di entrare in scena.
Forte di quel successo del 2011 – il testo è stato tradotto in 25 lingue e rappresentato in mezzo mondo, persino da artisti del calibro di Sinéad Cusack, Ken Loach e Whoopi Goldberg–, Soleimanpour ha scritto un altro canovaccio simile, Nassim, che stasera debutta al Teatro delle Muse di Ancona, all’interno del cartellone di “Inteatro Festival”.
Anche in questo caso sul palco salirà un attore ignaro, o meglio cinque attori per cinque diverse recite: il primo a cimentarsi sarà Neri Marcorè, seguito da Marco Baliani (28 giugno), Arturo Cirillo (29), Lella Costa (30) e Lucia Mascino (1° luglio).
Unica costante dello spettacolo – oltre alle parole di Soleimanpour, che sarà presente in sala e interagirà con pubblico e attore – è la regia, firmata da Omar Elerian; per il resto, toccherà al performer designato inventarsi “all’impronta”, cioè improvvisando, una drammaturgia di scena credibile e avvincente.
Prodotto dal londinese Bush Theatre, Nassim ha debuttato lo scorso agosto all’Edinburgh Fringe Festival, mentre l’edizione italiana è a cura di Marche Teatro: filo rosso dell’opera è il tema dello spaesamento, esattamente al contrario di White Rabbit Red Rabbit, che prendeva spunto dall’isolamento forzato dell’autore in patria e da noi si è visto al Teatro Filodrammatici di Milano nella primavera del 2017, interpretato da Gioele Dix, Lella Costa e Alessandra Faiella.
“Ancorati a Strega e Campiello ci siamo persi i più giovani”
Una rete museale che inglobi i piccoli ed eviti l’assalto al Colosseo o a Pompei, il coinvolgimento dell’industria culturale nelle opportunità da dare ai giovani, più soldi per il turn over di un ministero con età “altissima”. Alberto Bonisoli detta la linea rispetto alle priorità. Ieri è stato a Visso e nelle zone del sisma.
Ministro, che situazione ha trovato?
Ho parlato di miracolo. Sono stati fatti interventi incredibili dal punto di vista della messa in sicurezza. I tecnici hanno inventato soluzioni innovative per risolvere i problemi. La comunità sta superando l’emergenza. È nostra responsabilità non dimenticarci di loro.
Quelli sono territori sismici. Cosa ci dice che alla prossima scossa i restauri eseguiti terranno?
Abbiamo la fortuna che negli ultimi anni le tecniche di costruzione hanno subìto grosse innovazioni. Le tecnologie e i materiali per l’edilizia normale possono essere utilizzati in maniera creativa. Gli interventi che faremo ci permetteranno di prevenire eventuali danni: meno cemento armato e più attenzione al disastro idrogeologico.
Altro tema. Il Consiglio di Stato ha messo la parola fine alla questione direttori stranieri nei musei. Lei ha detto: “Qualunque sia il loro passaporto, devono essere bravi. Se no li caccio”.
Magari lo farò in termini più delicati… I musei sono i pezzi più visibili del nostro patrimonio, vanno dati in mano a persone capaci, motivate e competenti. A volte pecchiamo di provincialismo, pensiamo che il fuori confine sia sintomo di maggiore professionalità. Non è vero. Servono persone preparate, ma anche abituate al contesto italiano.
È un dato di fatto, però, che negli ultimi anni i musei hanno registrato un boom di visitatori.
Vedo un’attenzione maggiore rispetto alla cultura, forse abbiamo cominciato a porci delle domande. Ma possiamo fare di più.
Come?
Usando tonnellate di buon senso. Se miriamo a promuovere una frequentazione di pochi luoghi in periodi molto limitati e con un numero massiccio di persone, non necessariamente preparate, vivremo l’esperienza del “timbrare il cartellino”.
Cosa intende?
Se un museo è molto frequentato, il tempo che passo davanti a un quadro è molto ridotto. Avrò staccato un biglietto in più, ma non è che raddoppiando il numero di visitatori aumento il livello culturale.
E quindi?
Ho convocato i direttori dei grandi musei e poi vedrò quelli dei poli museali. Parleremo della “stagionalità”, intesa come ore, giorni, periodi dell’anno. E poi serve un coordinamento, una rete. A Roma, per esempio, ci sono decine di musei non conosciuti, magari non facili da trovare e non raggiunti dai mezzi pubblici. Se si fa sistema, l’offerta culturale non può che aumentare.
Questo richiede soldi.
Non quanti immagina: basterebbero delle navette gratuite per portare i turisti.
Veniamo al bonus Cultura, i 500 euro dati ai 18enni. Le sue parole (“I ragazzi li hanno usati anche per i festini a base di alcol”) e la sua volontà di apportare delle modifiche hanno destato non poche polemiche.
L’ho letto su diversi articoli e mi è stato confermato da molti. Ma non è questo il punto. Il bonus è uno strumento: non è sbagliato di per sé, ma è sbagliato farlo come gancio elettorale.
Polemizza con il precedente governo?
Le dico solo che non erano stati previsti fondi per il 2020, che guarda caso è un anno senza elezioni.
E lei lo finanzierà?
È giusto dare agevolazioni ai ragazzi per abituarli a consumare cultura, ma mi piacerebbe chiamare a raccolta la stessa industria culturale con investimenti generosi. Apporteremo dei correttivi anche perché, a causa del precedente governo, questi soldi rischiavano di andare perduti.
Pensa alle case editrici?
Penso, per esempio, a uno sconto fisso per i 18enni, e pure per i 19enni, perché non è che l’anno dopo finisce tutto.
Soldi e agevolazioni indipendenti dal reddito?
Questo è un tema su cui sta lavorando l’intero governo, in generale. Non è semplice. Però l’obiettivo è dare maggiore attenzione a chi ha meno soldi, ma anche a chi ha situazioni di disagio importanti.
Il suo predecessore, Franceschini, auspicava una riforma dell’editoria che finanzi tutta la filiera.
Il mondo culturale ha bisogno del piccolo. Certo che il grande fa girare l’economia, ma se lasciamo soltanto il mainstream, il prodotto sarà mainstream.
Due Saloni, vicini nello spazio e nel tempo. È un male?
Credo che un po’ di concorrenza faccia bene, il monopolio non aiuta l’economia. Ma il vero punto è la lettura: oltre al fatto che si legge poco, non abbiamo la piena consapevolezza di ciò che i ragazzi vogliano leggere. Come spiega fenomeni come gli Youtuber che vendono milioni di copie? Se abbiamo un sistema di produzione di contenuti che fa riferimento soltanto allo Strega o al Campiello, forse non siamo così contemporanei.
Ma la qualità?
Vendere due milioni di copie non significa che il prodotto sia di qualità. Ma se c’è un riscontro di mercato continuativo, forse quel prodotto incontra i gusti di una generazione che non conosciamo.
Cosa salva e cosa boccia di Franceschini?
Salvo la politica fatta con signorilità e l’aver ottenuto l’aumento di un quarto dei fondi per la cultura, nonostante un governo non assertivo come il nostro di fronte all’Europa. Invece avrei ascoltato di più, prima di prendere decisioni. E poi lo sforzo di aumentare le piante organiche non è stato sufficiente. Non copriamo nemmeno il turn over. Facendo così si dà la sensazione che lavorare al ministero non sia una cosa bella. Invece va riscoperto l’orgoglio di essere un dipendente pubblico.
Anselmi, papà e il dubbio su quei soldi che sparirono
Pubblichiamo il testo che Laura Morante leggerà stasera alla Milanesiana.
Cosa è successo? Beh, è difficile dirlo. Io non sono in grado di farmi un’opinione, posso riferirti quello che so per averlo visto con i miei occhi o sentito con le mie orecchie, e poi lasciarti giudicare. Papà era sulla porta; di fronte a lui, pochi metri più avanti, vicino al divano, c’era il signor Anselmi. Erano tutti e due in maniche di camicia – l’occasione era decisamente informale, benché rilevante. Sembravano entrambi un po’ accaldati, e questo era più che logico, visto che l’appartamento era pieno di gente e i radiatori erano stati tenuti accesi tutto il giorno.
Prima che papà si rendesse conto della mia presenza e si facesse da parte in modo da permettermi di passare, mentre ero ancora nel corridoio buio, incerta se tornare indietro per non disturbare quello che sembrava un confronto di una certa importanza, o se invece attraversare l’anticamera (leggi pure fendere una massa d’acqua densa e limacciosa, questa è stata poi la sensazione) mentre, dicevo, stavo chiedendomi se fosse il caso di entrare per andare a prendere il mio pacchetto di sigarette, ho fatto in tempo a sentire il signor Anselmi affermare che lì dentro l’illuminazione era talmente fioca che non si riusciva a vedere a un palmo dal proprio naso e che le giacche e i soprabiti erano tutti di colore scuro e ammonticchiati gli uni sugli altri, per cui era assolutamente impossibile distinguerli. “Inoltre”, faceva notare puntigliosamente, “non ho gli occhiali, come può osservare, li ho dimenticati nel salone”. Parlava in tono sommesso ma eccezionalmente energico, agitando la giacca di papà e un oggetto che teneva nell’altra mano e che lì per lì non sono riuscita a identificare. Il suo atteggiamento era di astiosa rivendicazione e contraddiceva manifestamente il senso del suo discorso, che suonava piuttosto come un’autodifesa. Papà lo ascoltava sorridendo in maniera innaturale, come se lottasse contro una forte timidezza o un forte imbarazzo. Un’espressione che in lui si è vista, mi pare, molto di rado e che quindi mi ha colpita, ragion per cui ero abbastanza curiosa di sapere cosa ci fosse dietro, e ho cercato più volte, prima che servissero la cena, di avvicinarlo per chiedergli spiegazioni. Sennonché papà questa sera calamitava, com’è ovvio, l’attenzione generale, e quindi era sempre circondato da un buon numero di persone; c’era il Presidente della Fondazione, c’erano i Martinelli, il professor Überkraft con il nipote, Lina (che ti saluta), e anche parecchia gente sconosciuta che voleva assolutamente essergli presentata e magari scambiarci due parole. Particolarmente brillante era stata, a giudizio di tutti, la sua esposizione di alcuni basilari processi stocastici, e in molti lo interrogavano con insistenza su martingale e submartingale. Durante questo tempo vedevo come il signor Anselmi si tenesse a distanza, e come progressivamente il suo sguardo diventasse più indignato, indispettito e ostile. Divorava tartine una dopo l’altra, mandandole giù rabbiosamente con frenetiche sorsate di prosecco. Siccome intanto sorvegliavo papà per cercare di cogliere un’opportunità di parlargli, non potevo fare a meno di constatare che il suo stato d’animo si esacerbava in maniera del tutto simmetrica, un intenso rossore gli saliva fino alla fronte e aloni di sudore si formavano sulla camicia, all’altezza delle ascelle e lungo la schiena. A intervalli regolari, lanciava occhiate furtive e febbrili verso il signor Anselmi che lo ignorava – quel modo di ignorare che è come un’assenza che si fa notare, come un rifiuto provocatorio, come un insulto.
(Breve parentesi: hai chiesto a Simone l’indirizzo del negozio di vinili?)
C’erano almeno quattro persone intorno a papà, tutte di una certa età e di una certa importanza, quando improvvisamente lui ha fatto un passo avanti, poi due indietro e li ha piantati in asso. Di sicuro avrà detto qualcosa per giustificarsi, ma le loro facce esprimevano sconcerto, è stata una cosa strana, te lo garantisco.
Sono riuscita a trovarmi nei paraggi nel momento in cui papà raggiungeva il signor Anselmi che tentava di sfuggirgli trangugiando tartine e tracannando prosecco (visualizza per piacere un movimento piuttosto lento e ostentato, niente a che vedere con una fuga). Ho visto papà sbarrargli letteralmente il passo e poi ho sentito che diceva con voce bassa, e vibrante di vera angoscia: “La prego, non trasformiamo un piccolo insignificante incidente in un affare di Stato”. “È lei che dice questo a me?” ha domandato il signor Anselmi, scandendo sarcasticamente le parole. “Certo,” ha ribattuto papà in tono conciliante “per me la cosa non ha nessuna importanza, mi creda, è come se non fosse avvenuta. Il caso ha voluto che io entrassi proprio in quel momento, ma so benissimo…”. “Lei è convinto di avermi colto sul fatto!” lo ha investito furiosamente il signor Anselmi, sogghignando con crudeltà. “Lei pensa che in questa faccenda ci sia spazio per la sua indulgenza, per la sua magnanimità, ma io le dico…”. Qui sono stati interrotti dalla padrona di casa che è entrata pressappoco correndo e ci ha invitati a passare in sala da pranzo con un entusiasmo che è parso a tutti i presenti leggermente fuori misura. A cena il signor Anselmi era seduto dalla mia parte, due o tre posti più in là, per cui non potevo vederlo, però quando ero soprappensiero avevo l’impressione di sentirlo sibilare e strisciare come una lunga biscia grigioverde. Papà invece era davanti a me, sul lato opposto della tavola, sconfortato e insolitamente taciturno, solo piccoli movimenti di testa per assentire o mettere in dubbio le affermazioni delle sue vicine, più infervorata quella di destra, più riflessiva e ironica quella di sinistra, alta, con un lungo collo e un lungo busto.
Poi non so altro. Ah, aggiungo questo: quando ci siamo scambiati la buonanotte, davanti alla sua stanza da letto, papà si è tolto il cappotto, ha tirato fuori dalla tasca interna della giacca il portafogli, ha esaminato accuratamente i due scomparti per le banconote e poi ha detto: “Strano, avrei giurato di averci messo trecento euro prima di uscire”.
Ti ho lasciato le chiavi della macchina sulla mensola dell’ingresso. Il tappeto è arrotolato in salotto, vicino al filodendro.
Diritti assolti dalla Milanesiana
Il puzzle della pace di Trump fa contenti Israele e Hamas
L’accordo del secolo” – come piace definirlo alla Casa Bianca – che appare come un pericoloso spettro nella Muqata di Ramallah e una inquietante ombra nel palazzo reale di Amman, rende invece baldanzosi gli alfieri della grande “allenza sunnita”, i sauditi e le altre petro-monarchie del Golfo Persico. Pur mantenendo un altro grado di indeterminatezza, “l’accordo del secolo” ha cominciato a disvelare qualche impostazione, ruoli e competenze, nel Medio Oriente disegnato dal presidente Donald Trump. Il genero Jared Kushner e l’inviato della Casa Bianca per Medio Oriente Jason Greenblatt stanno tastando il terreno nelle capitali arabe. Con risultati controversi. Re Abdallah di Giordania subito dopo averli incontrati si è precipitato a Washington per parlare direttamente con il presidente e spiegare che il contenuto di quel piano mina alla base la stabilità del suo traballante regno e segnerebbe la fine del ruolo della dinastia hashemita. Così come ridisegna il ruolo dell’Anp di Abu Mazen, l’offerta di Trump non è negoziabile: prendere o lasciare.
Gerusalemme “L’accordo del secolo” toglie Gerusalemme Est dalle trattative. Gli americani stanno infatti programmando di offrire ai palestinesi Abu Dis, piuttosto che Gerusalemme Est come la capitale del loro Stato. Si era già parlato di questo villaggio contiguo a Gerusalemme Est già ai tempi di Arafat. In cambio, Israele si ritirerà da tre a cinque villaggi e dai quartieri arabi a est e a nord di Gerusalemme. La Città Vecchia – e i luoghi santi – rimarranno nelle mani di Israele.
La proposta di Trump apparentemente non include l’evacuazione di insediamenti israeliani isolati, e certamente non un compromesso sui grandi settlements: oltre 350.000 coloni vivono oltre la Linea Verde. La Valle del Giordano rimarrà sotto il pieno controllo israeliano e lo Stato palestinese sarà smilitarizzato, senza esercito o armi pesanti.
Se questa è davvero l’offerta finale è molto lontano da ciò che i palestinesi chiedono. Ma anche molto lontano dalla soluzione seguita per oltre vent’anni da Unione europea e Onu. Gli edulcoranti che Trump offrirà ai palestinesi sono principalmente economici: un enorme pacchetto di incentivi, in parte finanziato dall’Arabia Saudita e dagli altri Stati del Golfo.
Questo sarebbe un duro colpo per il ruolo di re Abdallah come tutore dei luoghi santi islamici di Gerusalemme. Questo status è uno dei capisaldi della legittimità del suo governo in patria, che viene costantemente messa in discussione.
Ma il sovrano deve anche fare i conti con una crisi economica catastrofica. Per sanare il suo deficit – 40 miliardi di dollari – avrà i fondi necessari da Stati Uniti e Arabia Saudita soltanto se accetterà “l’accordo del secolo” proposto di Trump. Nelle strade di Amman la chiamano “estorsione”. Sarà difficile per il sovrano, 42° discendente del Profeta, resistere.
Unrwa addio Saeb Erekat, il capo dei negoziatori palestinesi, ne è certo: l’obiettivo di Trump “è quello di abbattere la leadership palestinese e sostituire Abu Mazen”. Il passo successivo, prevede, sarà poi quello di esautorare l’Unrwa – l’agenzia Onu per i rifugiati – in modo che i fondi destinati ai rifugiati vadano direttamente ai Paesi che li ospitano. In questo modo, verrebbe sfilato dal negoziato anche il problema dei rifugiati, una delle questioni più difficili nel conflitto israelo-palestinese. Gli Usa hanno già annunciato che non verseranno la loro quota all’Unrwa dal 2019, costringendo così l’Agenzia a limitare le sue attività.
Gaza Un consigliere diplomatico della Muqata non ha dubbi. “Il piano poi mira a dividere Gaza dalla Cisgiordania e fornire una soluzione economica per gli abitanti della Striscia rafforzando Hamas, quindi evitando negoziati diplomatici sul futuro della Palestina”. “L’accordo del secolo” prevede di stabilire una zona di libero scambio tra Gaza e El-Arish nel Sinai, dove sono previsti cinque grandi progetti industriali. In accordo con le richieste israeliane, gli impianti saranno realizzati in Egitto, che supervisionerà le operazioni e il passaggio dei lavoratori da Gaza al Sinai. Due terzi degli operai arriveranno da Gaza, un terzo dagli abitanti egiziani locali. Successivamente verrà costruito un porto egiziano-palestinese e una stazione per l’energia solare. Il governo di Gaza rimarrà sotto il controllo di Hamas ma sarà in pieno coordinamento con l’Egitto, che negli ultimi mesi ha avuto intensi colloqui con Hamas sulle procedure di controllo ai valichi di frontiera. Questa è la parte del piano che piace al presidente egiziano Al Sisi, meno quella su Gerusalemme. Ma soprattutto resta il fatto che in questo modo muore la “soluzione due popoli per due stati” perseguita da 24 anni dalla comunità internazionale per veder nascere quella “tre stati per due popoli”, che piace solo ad Hamas perché avrà di fatto un suo mini-Stato.
Francia, incubo terrorismo: l’Isis vuol usare baby kamikaze
Addestrare i bambini a diventare kamikaze da mandare a morire in Francia. Formare i cosiddetti “leoncini del Califfo”, bimbi cresciuti in Siria, che conoscono solo la guerra, arruolati sin da piccolissimi tra i miliziani dell’Isis per commettere attentati. È il piano che i jihadisti avrebbero elaborato per colpire Parigi, secondo la testimonianza di Jonathan Geffroy, terrorista di Tolosa, 35 anni, arrestato in Siria nel 2017 dall’esercito siriano libero, consegnato alla Turchia ed estradato a settembre in Francia. Geffroy è un jihadista “di ritorno”. È stato fermato mentre tentava di fuggire dalla Siria con la moglie e i due figli. Ora si dice “pentito”. Rischia 30 anni di prigione. Quello che ha detto agli inquirenti, lo ha riportato ieri Le Monde: “Posso affermare che operazioni esterne saranno commesse in futuro da bambini cresciuti sul posto che, una volta adolescenti, saranno inviati in Occidente per commettere azioni suicide”. Geffroy apparteneva al gruppo dei fratelli Clain, due jihadisti anche loro di Tolosa, diventati responsabili della propaganda dell’Isis. La voce di Fabien Clain è stata riconosciuta nel messaggio di rivendicazione della strage al Bataclan (13 novembre 2015). Secondo Geffroy, all’origine del piano ci sarebbero proprio i due fratelli; lo avrebbero elaborato prima della caduta di Raqqa, ex “capitale” dell’Isis liberata nell’ottobre 2017, ottenendo il via libera del comitato esecutivo dell’organizzazione. Avrebbero poi messo Othman, 16 anni, figlio di Jean-Michel Clain, alla testa delle “operazioni esterne dei bambini”. Ai servizi segreti francesi sta ora capire quando e come questi giovani kamikaze potrebbero passare all’azione. Da dati ufficiali, più di 700 jihadisti francesi sono ancora nelle zone di guerra, ma non si conosce il numero di bambini. Nel giorno di queste rivelazioni, Emmanuel Macron ha incontrato per la prima volta papa Francesco in Vaticano. Una visita con scambio di baci sulle guance e infine la stretta di mano. Macron è diventato protocanonico d’onore del capitolo del Laterano, titolo onorifico legato alla cattedrale di Roma.
Messi, la paura, poi Rojo l’Argentina sopravvive
Prima una preghiera al cielo di Messi, poi quando neanche quella sembra più bastare, il doppio dito medio di Maradona, in faccia al destino della nazionale e del suo campione che sembrava maledetto. Il Mondiale dell’Argentina non è finito, grazie però non al suo numero dieci ma al più improbabile degli uomini della provvidenza: Marcos Rojo, difensore centrale da piedi e sguardo cattivo, eroe nazionale per una notte.
L’Argentina per qualificarsi agli ottavi di finale doveva vincere contro la Nigeria, e ha vinto: 2-1, praticamente all’ultimo minuto, soffrendo, giocando a tratti bene e a tratti peggio, confidando anche nella contemporanea sconfitta dell’Islanda contro la Croazia, che puntualmente è arrivata. Un piccolo miracolo, che tutti chiedevano al dio Messi. Il terzo giorno, anzi la terza partita, è resuscitato. Quando lo davano per morto, lo avevano già crocifisso per quel rigore sbagliato all’esordio, quando persino i tifosi che lo venerano avevano quasi smesso di credere in lui, è apparso al mondo e al Mondiale. Ha segnato un gran gol, disputato una buona gara: senza nascondersi la testa fra le mani durante l’inno, come prima della disfatta contro i croati, ma affrontando le paure con il groppo in gola, buttato giù con un paio delle sue giocate. A lui che è dio ma anche e soprattutto uomo, gli argentini in fondo non chiedevano altro.
Il suo gol, stop di sinistro e tiro col destro a incrociare, è arrivato quasi subito. Dopo sembrava tutto più semplice: tacchi, assist al bacio per Higuain, pennellata su punizione che si stampa sul palo. Un piccolo show, merito anche di una formazione finalmente con un minimo di senso logico e un avversario non proprio irresistibile. Poi però la storia della partita stava prendendo un’altra direzione, la solita piega storta di Messi in nazionale: un po’ di sfortuna, qualche errore dei compagni e pure dell’arbitro, che ha concesso un rigore molto generoso misteriosamente confermato dal Var. Dopo il pareggio dal dischetto di Moses, l’Argentina e Messi hanno rivisto tutti i loro fantasmi, anzi i loro demoni come li chiamano da queste parti. Fino al 2-1 di Rojo, chissà per quale caso ritrovatosi in piena area avversaria dal suo ruolo di difensore.
L’Argentina passa agli ottavi di finale ed evita la prima, grande sorpresa del torneo. Messi può ancora vincere il Mondiale, essere come Maradona, quello che tutti gli hanno sempre chiesto, previsto, quasi imposto, fin da quando era un bambino e tutto gli riusciva facile, e ha finito per essere quasi una maledizione più che una profezia. ll secondo posto nel girone, però, va bene solo per qualificarsi, e significa incontrare già agli ottavi la Francia, in un’altra partita da dentro fuori e con tutta la pressione addosso. La resa dei conti è solo rimandata. O magari aveva davvero ragione il ct Sampaoli, santone locale dalle mille superstizioni, che alla vigilia della partita più difficile aveva detto tranquillo: “Il Mondiale dell’Argentina inizia ora”. E pure quello di Leo Messi.