Laurea, poi a raccogliere pomodori. I “sovra-istruiti” sono un esercito

Dottori in Beni culturali che servono le pizze ai tavoli di un ristorante, esperti di Scienze sociali che rispondono alle chiamate di un call center e laureati in Lingue impegnati nelle raccolte stagionali di frutta.

Sono tre classici esempi che raccontano la condizione vissuta da ben 320 mila giovani italiani: è l’esercito dei “sovra-istruiti”, cioè i ragazzi che stanno svolgendo un lavoro per il quale non è necessario il titolo di studio che hanno conseguito. Hanno versato sudore sui libri, ma dopo aver discusso la tesi si sono dovuti accontentare di un mestiere lontano dalle loro aspirazioni, che non richiede le competenze ottenute all’università e spesso prevede uno stipendio ben più basso di quello che meriterebbero.

Il dato è contenuto in un report dell’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, e sarà approfondito durante il Festival del lavoro 2018, organizzato a Milano proprio dall’ordine professionale (si terrà al centro congressi Mico da giovedì a sabato). L’Italia, ricorda l’Ocse, è un Paese con pochi laureati: da noi sono il 18,7% della popolazione tra i 20 e i 64 anni, contro la media europea del 37%. Malgrado questa scarsità, i nostri “dottori” non sono poi così richiesti e ben trattati nel mercato del lavoro. I laureati hanno senza dubbio migliori opportunità di chi si è fermato alla terza media o alle superiori, ma questo non significa che vada tutto bene. Se, per esempio, consideriamo i 311 mila under 34 italiani che vivono la disoccupazione da oltre due anni, si può notare come il 9% di questi sia formato da persone con un titolo universitario. In Italia, i laureati disoccupati sono 350 mila, e di questi sono 210 mila quelli con età inferiore ai 35 anni. Un altro dato preoccupante è quello dei 597 mila laureati under 34 che sono inattivi: nonostante l’alta qualifica, insomma, non stanno nemmeno cercando un lavoro. Chi un posto l’ha trovato, però, non sempre può ritenersi soddisfatto: come detto, nel nostro Paese c’è un’alta percentuale di sovra-istruiti, talenti sprecati in mansioni inferiori rispetto al titolo di studio: sono il 27% degli occupati nella fascia tra 20 e 34 anni. I più esposti a questo problema sono i dottori in Lingue, con il 56,2% di sovra-istruiti, seguiti da quelli che hanno studiato Scienze sociali (47,8%) e quelli che hanno frequentato un’accademia artistica (43,1%). Più protetti da questo rischio, invece, sono gli ingegneri (14,1%) e i medici (11,5%).

Studiare serve, insomma, ma non sempre basta in un Paese dove in dieci anni i giovani occupati sono diminuiti di 1,4 milioni. Ovviamente, una somma data da 1,5 milioni di posti fissi in meno e 112 mila precari in più.

Produttività, le colpe tutte italiane del nostro declino

Si è ormai affermata una lettura della stagnazione italiana così riassumibile: è colpa dell’euro e, in subordine, è colpa della Germania perché all’interno di una moneta unica si rifiuta di accettare più inflazione e di ridurre la propria competitività, e così facendo scarica i costi dell’unione monetaria sui Paesi più deboli (Italia, Grecia ecc.) mentre si appropria dei benefici (esportazioni favorite da un euro indebolito dalla presenza dei Paesi zavorra). Questa analisi è condivisa da economisti euro-critici come Sergio Cesaratto, autore del libro Chi non rispetta le regole (Imprimatur), ma anche da commentatori mainstream come Martin Wolf del Financial Times. Poiché è inutile aspettarsi che i politici tedeschi introducano riforme per frenare la propria economia e danneggiare i propri elettori, se ne evince che non resta che uscire dall’euro. Come se fuori dalla moneta unica ci fosse un Eldorado di svalutazioni competitive (ammesso che non si venga esclusi dal mercato unico europeo in cui competere) ed esportazioni rilanciate da una moneta debole.

Chi rifiuta queste semplificazioni o considera eccessivi i rischi di una rottura dell’unione monetaria, ha il dovere di affrontare il problema della palude italiana senza limitarsi a individuare capri espiatori esterni. Per questo è utile un paper del Fondo monetario internazionale appena pubblicato da Alvar Kangur. Consideriamo il costo di un’unità di lavoro (Ulc), misura standard della competitività di un Paese: è il costo medio dell’unità di output prodotto, quindi dipende dai salari e dalla produttività. Dai tempi dell’ingresso nell’euro, l’Ulc è salita del 30 per cento in Italia perché i salari sono cresciuti molto più della produttività. In Germania è successo il contrario, e questo ha creato un differenziale del 35 per cento di Ulc a favore della Germania. In quindici anni (1995-2010) l’Italia ha perso il 40 per cento della competitività nei confronti dei tedeschi. Il vero problema che emerge dalle stime di Kangur non è però l’andamento dei salari, ma quello della produttività che spiega il 60 per cento di quel differenziale di competitività. Le analisi sull’elasticità dei prezzi delle esportazioni negli ultimi vent’anni dimostrano che i prezzi dei prodotti e dei servizi venduti all’estero sono molto influenzati dai prezzi praticati dai concorrenti delle imprese italiane, ma pochissimo dal costo del lavoro domestico. Questo non è vero per la Germania, ma neanche per la Francia o per la Spagna. Ci sono molte spiegazioni possibili di questo risultato. Kangur ne avanza una: che le imprese italiane, piccolissime e spesso a controllo familiare, negli anni della crisi abbiano assorbito i costi della perdita di competitività riducendo i propri margini di profitto, anche perché la rigidità del mercato del lavoro impediva di ridurre i salari per tornare competitivi. Qualunque sia la causa strutturale di questo fenomeno, le implicazioni di politica economica sono importanti: ridurre il costo del lavoro in Italia (con la deflazione interna voluta dai teorici dell’austerità o con la svalutazione di una nuova lira auspicata da chi vuole uscire dall’euro) potrebbe non bastare per spingere l’export italiano.

Le ragioni della stagnazione italiana sembrano meno congiunturali. Secondo i dati dell’Ocse, tra il 2000 e il 2013, la crescita italiana è stata frenata da un cambiamento della struttura produttiva del Paese: aziende e risorse si sono spostate dai settori dove la produttività stava crescendo a quelli in cui diminuisce. Nel 1991 Italia, Germania e Francia erano più o meno alla pari alla frontiera della tecnologia, che allora era il digitale pre-internet, la chimica, le telecomunicazioni. L’indice che misura la complessità tecnologica della struttura produttiva di un Paese per l’Italia da allora è crollato del 40 per cento, in Germania e Francia no. Risultato: tra 2001 e 2012, stima l’Ocse, la produttività del 10 per cento delle imprese manifatturiere più tecnologiche in Italia è scesa del 15 per cento, mentre nello stesso periodo saliva del 30 per cento quella delle cinque imprese manifatturiere con più tecnologia dell’area Ocse. Una volta le eccellenze imprenditoriali dell’Italia erano Telecom e Olivetti, oggi è il cibo gourmet di Eataly. Bruno Pellegrino e Luigi Zingales sostengono che gran parte del problema nella produttività totale dei fattori in Italia deriva proprio dall’interazione tra cambiamento tecnologico e attitudine poco meritocratica delle imprese italiane (dove governano figli e parenti del fondatore).

Nel 1999 è nato l’euro, ma è anche iniziata l’ascesa della Cina, che due anni dopo è entrata nel Wto, l’organizzazione mondiale del commercio, e così ha potuto invadere i mercati occidentali con i suoi prodotti. In quell’anno, secondo le ricerche di Stefano Bugamelli e dei suoi co-autori della Banca d’Italia, il 67 per cento delle esportazioni italiane era esposto alla concorrenza di quelle cinesi. Nel 2015 la percentuale era ancora altissima, 59 per cento, contro il 44 della Germania e il 36 della Francia.

Le nostre aziende sono in media troppo piccole, gestite male, e attive nei settori sbagliati, quelli più esposti alla competizione internazionale e in cui la tecnologia può portare più problemi che benefici. A questo si aggiunge che la fine delle misure straordinarie della Bce renderà le condizioni del credito meno favorevoli e molte imprese, oggi tenute in vita solo dalla morfina monetaria, salteranno. Possiamo provare ad affrontare questi problemi oppure continuare a lamentarci della scarsa propensione della Germania al masochismo o a elaborare spericolati piani di uscita notturna dall’euro, all’insaputa dei cittadini elettori. Al governo – e a tutti quelli che hanno voce nel dibattito pubblico – il compito di scegliere.

Embraco, l’accordo col gruppo Ventures evita i licenziamenti

L’accordo per la reindustrializzazione dell’area Embraco di Riva di Chieri è stato raggiunto: tutti i 417 lavoratori – 80 nel frattempo hanno lasciato l’azienda – passeranno dal 16 luglio al gruppo israeliano-cinese Ventures, che produrrà robot per pulire pannelli fotovoltaici e, in seguito, sistemi per la depurazione delle acque. L’intesa, raggiunta presso l’Amma a Torino, sarà ratificata nelle prossime settimane dopo le verifiche legali. La Ventures chiederà la cassa integrazione straordinaria per 24 mesi. I lavoratori – 90 rientreranno subito – saranno riassunti entro luglio 2020 e manterranno le stesse condizioni contrattuali e salariali. Quaranta passeranno poi all’Astelav che aspetta di definire con Finpiemonte il passaggio del capannone in cui avviare la produzione per la rigenerazione e il riutilizzo degli elettrodomestici destinati alla discarica. Ai dipendenti che firmeranno il verbale di conciliazione, Embraco corrisponderà il tfr maturato più un bonus di 9mila euro lordi per il periodo di Cig luglio-dicembre 2018.

Carige, dissapori per l’aumento: lascia il presidente Tesauro

Nuovo scossone al vertice di Banca Carige, dove presidenti e amministratori delegati da un po’ di tempo faticano ad arrivare a fine mandato. Il presidente Giuseppe Tesauro si è dimesso “con efficacia immediata” motivando il passo indietro con “sopravvenute divergenze relative alla governance e alla gestione della banca”, che l’ad, Paolo Fiorentino, sta cercando di risanare.

Tesauro era stato eletto il 31 marzo 2016 nella lista di Malacalza Investimenti, primo socio dell’istituto ligure con il 20,6% del capitale, ed era un uomo di fiducia del vice presidente, Vittorio Malacalza, i cui rapporti con Fiorentino si sono incrinati a fine 2017 in occasione dell’aumento di capitale. Malgrado la riuscita dell’operazione, la famiglia piacentina aveva criticato le modalità con cui era stata gestita e gli alti costi pagati al consorzio di garanzia.

Buona scuola, colpo numero 1: stop alla chiamata diretta

Attonumero uno al Ministero dell’Istruzione di nuovo corso: ieri è stato firmato tra Miur e sindacati l’accordo che prevede che il personale docente venga assegnato alla scuola dall’Ufficio scolastico territoriale attraverso i titoli e il punteggio della mobilità e non con la chiamata diretta del preside. In sintesi: fine di uno dei cardini della Buona Scuola, come previsto nel contratto di Governo. L’accordo è stato firmato FLC Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola e dalla Gilda. Spiegano i sindacati: “Rende oggettivo e non discrezionale il passaggio dall’ambito alla scuola. Cade un altro tassello della Legge 107/15”.

In pratica, il passaggio da ambito territoriale a scuola avverrà per punteggio. Si continuerà a prendere in considerazione prima i docenti che hanno avuto il trasferimento con una delle precedenze previste dal Contratto di mobilità 2018/19, poi si procederà per punteggio a partire dalla scuola scelta dal docente su Istanze on line. Per il primo ciclo, la procedura partirà già dal 28 giugno. Per la scuola secondaria bisognerà attendere invece la pubblicazione dei trasferimenti su ambito, programmata per il 13 luglio. Gli insegnanti sceglieranno la scuola dalla quale partire per l’assegnazione d’ufficio da parte dell’Ufficio Scolastico provinciale. Se il posto scelto non sarà libero, si scorreranno i posti per vicinanza. Nel caso di mancata indicazione sarà considerata la scuola capofila dell’ambito.

Critici sullo stop i dirigenti scolastici. “Ancora una volta si pretende di modificare una norma di legge imperativa con un accordo contrattuale tra parti, cosa che nel nostro ordinamento non sarebbe consentita – ha detto il Presidente dell’Anp, l’Associazione nazionale presidi, Antonello Giannelli – la chiamata diretta consentiva di scegliere i docenti più adatti per l’offerta formativa della scuola, permetteva insomma di adattare il servizio alle esigenze dei ragazzi. Evidentemente il Miur non è di questa idea”.

 

I poveri sfondano il tetto dei cinque milioni

Nel 2017, le persone che vivono in povertà assoluta nel nostro Paese hanno superato la soglia di cinque milioni, stabilendo un record: mai dal 2005, anno in cui sono partite le serie storiche dell’Istat, il disagio economico si era mostrato così tanto diffuso. Un dramma che sta colpendo gli immigrati più degli italiani di nascita, i meridionali più dei settentrionali, i giovani più degli anziani, i disoccupati e i lavoratori con bassa qualifica più dei pensionati, quelli con uno scarso livello di istruzione più dei laureati. La situazione è peggiorata quasi per tutti, ma le fasce deboli in partenza ne hanno risentito di più, soprattutto nelle famiglie numerose.

Se nel 2016 il numero di indigenti era arrivato a 4,742 milioni, nel 2017 ha raggiunto 5,058 milioni individui, che compongono 1,778 milioni di famiglie (erano 1,619 milioni l’anno precedente). Parliamo di nuclei “assolutamente poveri”, cioè quelli che ogni mese possono permettersi di spendere meno di quanto necessario per comprare “un paniere di beni e servizi – spiega l’Istat – considerato essenziale a uno standard di vita minimamente accettabile”. Se un adulto vive solo, per esempio, quella cifra sarà di circa 830 euro mensili se abita in un’area metropolitana del Nord, circa 740 se risiede in un piccolo comune settentrionale e poco più di 560 euro se, invece, è di casa in un piccolo paese del Sud.

Considerando questi parametri, la povertà assoluta nel 2017 ha coinvolto il 6,9% delle famiglie e l’8,4% delle persone, valori che nell’anno precedente erano rispettivamente il 6,3% e il 7,9%. Se scomponiamo il dato, troviamo un 10,3% di famiglie povere al Sud contro il 5,4% del Nord. I nuclei più in difficoltà sono quelli composti da soli stranieri: tra questi, la percentuale di indigenti è passata dal 25,7% al 29,2%. Molto più limitata, ma comunque peggiorata, è l’incidenza tra le famiglie di soli italiani: era al 4,4% nel 2016 ed è arrivata al 5,1% nel 2017. In mezzo ci sono quelle miste, colpite dal bisogno nel 16,4% dei casi.

Un altro fattore determinante è l’età della persona di riferimento, cioè di chi guadagna di più all’interno della famiglia. Le tabelle Istat dicono che più si è giovani peggio si sta: è assolutamente povero il 9,6% dei nuclei che hanno la persona di riferimento con meno di 35 anni. Tra le famiglie aggrappate a un ultra-sessantacinquenne, invece, l’incidenza si ferma al 4,6% (in aumento rispetto al 3,9% del 2016). Un dato che mostra un chiaro divario generazionale. I minori costretti a vivere in povertà sono 1,2 milioni e sono particolarmente concentrati nei nuclei numerosi: le coppie con più di tre figli under 18 affrontano il disagio nel 20,9% dei casi.

A fare la differenza, come prevedibile, è il lavoro. Quando la persona di riferimento ha un’occupazione, la percentuale è del 6,1%, ma varia nettamente a seconda della posizione professionale: 1,7% per i dirigenti e gli impiegati; 11,8% per gli operai. Peggiora la condizione dei disoccupati, passati dal 23,2% al 26,7%. Nei nuclei dipendenti da una persona ritirata dal lavoro, l’incidenza è al 4,2%.

Anche la povertà relativa è aumentata rispetto al 2016. Con questa espressione si indicano le famiglie che spendono meno della media pro-capite (1.085 euro al mese quando i componenti sono due). I nuclei colpiti da questa condizione sono passati da 2,7 a poco più di 3 milioni; le persone da 8,5 a oltre 9 milioni: la crescita maggiore si è verificata nel Mezzogiorno.

Stretta su interinali, precari e sulle delocalizzazioni

Una stretta ai contratti a termine e in somministrazione; l’impresa che delocalizza dovrà invece restituire eventuali fondi pubblici ricevuti e sarà multata; viene poi abolita la pubblicità per il gioco d’azzardo. Sono i punti salienti del “decreto dignità” a cui lavora il dicastero Lavoro e Sviluppo Economico guidato da Luigi Di Maio. Se verrà risolto il nodo coperture, il testo andrà in Consiglio dei ministri già questa settimana.

Il testo è stato preparato con la squadra di consiglieri economici guidati dal professor Pasquale Tridico. Stando alla bozza – visionata dal Fatto – modifica il “decreto Poletti” che ha liberalizzato il ricorso ai contratti a termine facendo esplodere il ricorso al tempo determinato. Potranno essere rinnovati massimo quattro volte (invece di cinque) entro il limite dei 36 mesi; per disincentivare il ricorso viene inserito un rincaro del costo contributivo di 0,5 punti (ma potrebbe salire a 1) per ogni rinnovo. Ritorna poi la “causale”, cioè la ragione da fornire per giustificare il ricorso a un contratto a tempo, dopo il primo rinnovo o comunque per contratti più lunghi di 12 mesi (per ragioni tecno-produttive, sostitutive e picchi di attività, magari stagionale, da individuare con un decreto). Viene esteso a 270 giorni il tempo entro il quale si può impugnare il contratto. Due modifiche che di certo aumenteranno i contenziosi e che si applicano ai contratti in essere. La stretta più forte è però verso il lavoro “in somministrazione”, cioè quello fornito dalle agenzie interinali che di fatto affittano alle imprese i lavoratori. Non potranno più usare contratti a tempo indeterminato e quelli a termine avranno gli stessi limiti degli altri (compreso il rincaro contributivo e la causale) e rientreranno nel tetto massimo del 20% di contratti temporanei imposto alle aziende. In questo caso le norme non coinvolgono i rapporti già in essere.

L’altra stretta è sulle imprese che hanno ricevuto un sostegno pubblico e che delocalizzano produzioni all’estero, sia fuori dall’Ue che in un altro Paese membro dell’Unione. A prescindere da dimensioni e posti di lavoro persi, dovranno restituire l’aiuto fornito dallo Stato in qualsiasi forma (contributo, finanziamento agevolato, garanzia ecc.) e potranno subire una multa da due a quattro volte il beneficio ottenuto. La vigilanza toccherà alle amministrazioni che hanno erogato gli aiuti. Viene fatto obbligo di mantenere in Italia la produzione agevolata per almeno dieci anni, così come il numero di lavoratori impiegati pena la decadenza e restituzione degli aiuti. Le amministrazioni dovranno verificare se sussistono le condizioni per la revoca, o se un calo degli occupati è giustificato da quello della produzione per evitare che la norma venga interpretata troppo rigidamente e “si risolva al contrario in una circostanza incidente sulla stessa capacità di sopravvivenza dell’impresa”. Gli obblighi vengono però estesi anche ai “progetti agevolati”, per evitare che le aziende ricevano sussidi per ricerca e sviluppo e poi delocalizzino. La nuova normativa si applicherà a tutti i casi in essere al momento dell’entrata in vigore, quindi – filtra al ministero – anche, per dire, all’Embraco di Riva di Chieri, dove la multinazionale brasiliana, che ha ricevuto sussidi pubblici, ha lasciato lo stabilimento da 417 operai – ora rilevato dal gruppo israeliano-cinese Ventures – per andare in Slovacchia. In sostanza viene inasprita la normativa in vigore che prevede solo la decadenza del beneficio se la produzione viene spostata extra-Ue e causa una perdita del 50% dei posti di lavoro. Le imprese dovranno restituire anche i benefici dell’Iper ammortamento sui beni che cederanno all’estero.

Arriva poi divieto totale di pubblicità per tutti i giochi d’azzardo (comprese le lotterie). Sparirà perfino quella a bordo campo negli eventi sportivi. Chi non lo rispetterà, rischia una sanzione del “5% del valore della sponsorizzazione o della pubblicità e in ogni caso non inferiore, per ogni violazione, e 50.000 euro”. Il ricavato andrà al fondo per il contrasto al gioco patologico. Restano le sanzioni da 100mila a 500mila euro per chi viola il divieto di spot durante spettacoli dedicati ai minori. In totale la spesa del settore in pubblicità sfiora i 200 milioni, più o meno il buco che – stima la Ragioneria – si aprirebbe per l’erario dal calo della raccolta. Il ministero punta a coprirlo con l’aumento dal 20 al 40% della tassazione sul gioco online.

La fine dell’aiuto Bce fa tremare le banche. Ora c’è il rischio scalate

È finito il doping monetario e io non ho niente da mettermi. E anche: lo spread è tornato a fare minacciosamente capolino e io ho in pancia miliardi di BTp che perdono valore. Mettetevi nella testa di un banchiere in questi giorni e scoprirete che questi sono i suoi pensieri più reconditi. Si annuncia un futuro con nuove ansie per le banche italiane. E ironia della sorte accade proprio nel momento in cui pareva aver segnato la svolta definitiva la grave crisi bancaria che ha imperversato dal 2011 nel nostro Paese. Il 2017 si è chiuso infatti per il settore con utili ritrovati, dopo anni, e il primo trimestre del 2018 ha visto confermarsi il quadro con Intesa e UniCredit a segnare il miglior risultato trimestrale dal 2008. Fine dell’incubo. Ma è bastata la forte incertezza politica del dopo elezioni e il neo-governo a tinte sovraniste a far riprecipitare la situazione. L’allargamento dello spread delle scorse settimane si è accompagnato a grandi vendite dei titoli bancari in Borsa. Mediamente le banche, reduci da un forte allungo dall’estate del 2016, hanno perso il 20% del loro valore di mercato solo nell’ultimo mese. Una pioggia di vendite legata al rialzo dei rendimenti rispetto al Bund tedesco. Se sale il rischio paese, legato alle paure di politiche espansive che aumentino spesa pubblica, deficit e debito, in un paese che siede su 2.300 miliardi di debiti, il mercato vende le banche. In pancia agli istituti ci sono infatti tuttora 340 miliardi di titoli governativi, di fatto un sesto dell’intero fardello del debito. Rendimenti all’insù deprezzano i valori del tesoretto in titoli della Repubblica in mano alle banche. Perdite virtuali finché non si smobilizzano ma pur sempre perdite.

Non solo, ad aggravare il quadro c’è il fatto che la Bce di Mario Draghi chiuderà i rubinetti degli acquisti di titoli pubblici con l’inizio del 2019. Sparisce dalla scena il compratore di ultima istanza che era entrato in campo con la crisi dei debiti sovrani. Senza gli acquisti della banca centrale che ha calmierato al ribasso i rendimenti sarebbero stati guai seri. Oggi la Banca d’Italia via Bce ha infatti in pancia 327 miliardi di Btp e consimili. Sommate i BTp acquistati da Bce e banche italiane e avrete che 670 miliardi, quasi un terzo del debito italiano è nelle loro casse. Ecco perché ogni qualsivoglia incertezza sulla tenuta a freno del debito pubblico finisce per impattare con violenza sulle banche. E del resto sono state le banche, e poi la Bce, a supplire alla grande fuga degli investitori esteri dai nostri Btp all’indomani della caduta del Governo Berlusconi. Senza quella ciambella di salvataggio uno scenario cupo avrebbe avvolto l’Italia. Le banche hanno finito per imbottirsi di titoli pubblici passando da 200 miliardi a oltre 400. Nell’ultimo anno si sono liberate di oltre 60 miliardi, ma quei 340 miliardi che ancora hanno in cassa destano preoccupazione. Le autorità europee, in particolare il fronte tedesco, preme da tempo per una ponderazione per il rischio sui BTp che richiederebbe una nuova tornata di aumenti di capitale, così come l’altro incubo italiano, quello delle “sofferenze”, continua a essere visto come una minaccia dai falchi della Bce e di Bruxelles. Non è un caso che francesi e tedeschi chiedano che il tasso massimo sui crediti deteriorati (Npl) lordi scenda al 5% del totale di quelli erogati e al 2,5% quello sugli Npl netti.

Oggi le banche italiane che pure hanno ripulito con forza, via cessioni e per il veloce decremento dei nuovi flussi, le sofferenze dai loro bilanci hanno un tasso di npl lordi sopra il 10%, il doppio di quanto voluto dai falchi Ue. Una stretta ulteriore che rischia di dover richiedere nuovo capitale alle banche. Eppure il sistema è oggi in salute assai più che in passato. Tutte le banche hanno capitale ben oltre le richieste regolamentari. Non solo, il decremento dello stock di crediti malati è stato imponente, le rettifiche di valore su sofferenze e incagli sono fortemente diminuite tanto da riportare in forte utile il settore. Per il 2018, come ha stimato la Fabi, il più grande sindacato bancario, le prime 10 banche italiane dovrebbero realizzare oltre 10 miliardi di profitti. Sempre che qualcosa non deragli lungo il percorso di risanamento avviato dal 2017 in poi. E c’è pure un paradosso nell’attuale momentum delle banche. La caduta di Borsa è stata tale in queste settimane da deprimere molto le capitalizzazioni. Quasi a tornare indietro ai tempi cupi della crisi bancaria. La migliore banca per redditività e solidità, Intesa, oggi quota in Borsa l’80% del suo capitale. UniCredit vale poco sopra il 55% del suo patrimonio netto. Per non dire di Ubi e Banco Bpm che valgono tra il 40 e il 33% del capitale. Valori, come sostiene in uno studio la Fabi, che mettono a serio rischio scalata da parte degli stranieri il nostro sistema bancario. Con soli 8 miliardi oggi si comprano insieme Ubi e BancoBpm che hanno capitale che supera i 20 miliardi. Un boccone ghiotto.

La differenza infatti con i valori di mercato depressi del passato è che oggi le banche hanno pulito e molto i bilanci, hanno rafforzato il patrimonio e sono tornate a produrre utili. Il lavoro sporco è stato in buona parte fatto da azionisti che hanno sopportato le perdite in borsa e gli aumenti di capitale e dai lavoratori bancari che hanno pagato con esuberi la crisi. Qualche grande banca straniera oggi potrebbe coglierne i frutti, la rosa senza le spine. Con buona pace di chi pensa che lo spread sia un marchingegno diabolico. Non è altro che la misura della nostra affidabilità da grande debitore. La legge di stabilità dirà quanto credibili siamo sui mercati e quanto le banche rischieranno o meno di soffrirne.

I poveri che non si possono più ignorare

I nuovi dati dell’Istat sulla povertà nel 2017 costringono tutti, politici e commentatori, a essere molto seri e rispettosi quando discutono di reddito di cittadinanza. Di fronte a cinque milioni e 58mila individui che non riescono a comprare neppure quel paniere di beni che secondo l’istituto di statistica permette una vita dignitosa, sono inaccettabili le battaglie a colpi di slogan.

Trattare questa moltitudine di indigenti come degli sfaticati in attesa di un sussidio per godersi meglio il loro ozio è inaccettabile. Ma è pericoloso anche diffondere l’illusione che ci sia una soluzione facile a portata di mano, immediata. Il leader M5S Luigi Di Maio promette di introdurre il reddito di cittadinanza “il prima possibile” mentre i giornali si riempiono di indiscrezioni marginali (il lavoro gratuito abbinato al sussidio è parte della proposta M5S fin dal disegno di legge 2013, così come la richiesta di impegnarsi nella ricerca di un impiego). Ci sono molte cose che si possono fare in tempi rapidi, già nella prossima legge di stabilità, come potenziare il Reddito di inclusione con un paio di miliardi di euro o rafforzare gli assegni di ricollocazione, i pagamenti ai centri per l’impiego o alle agenzie private che riescono a trovare un posto al povero disoccupato.

I Cinque Stelle che hanno il merito di aver sempre avuto i poveri come priorità del loro programma sociale, sono in colpevole ritardo. A cinque anni dalla loro prima proposta di legge e a oltre 100 giorni dalle elezioni, sul punto caratterizzante della loro offerta politica c’è un’incertezza inspiegabile. Di Maio, anche come ministro, dovrebbe indicare una lista di interventi in ordine di priorità, alcuni di breve periodo (potenziare il Rei, assunzione di assistenti sociali nei Comuni per i progetti personalizzati per i beneficiari) e altri di medio (una riforma dei centri per l’impiego e del ruolo delle agenzie private).

A quei cinque milioni di poveri assoluti le promesse generiche non bastano più.

II misteri del drone italiano che ci costerà un miliardo di euro

C’era una volta il Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa del 2015. Fin dall’inizio la sua attuazione ha incontrato difficoltà e ostacoli, come è inevitabile quando si vuole riformare una struttura molto complessa. Nelle intenzioni doveva essere un’iniziativa dell’intero governo, ma poi, a partire dal presidente del Consiglio di allora, Matteo Renzi, la Difesa con il ministro Roberta Pinotti è stata lasciata sola. C’è voluto un anno e mezzo per definire e approvare la proposta di legge per attuarlo: nessuna meraviglia che si sia poi arenata in Parlamento.

Fra le tante novità ,una non aveva sollevato obiezioni, quella di passare da una pianificazione finanziaria annuale ad una sessennale: “Essendo la stabilità delle risorse assegnate nel tempo un fattore essenziale per assicurare la corretta pianificazione d’utilizzo delle stesse, appare ineludibile la scelta di sviluppare una legge pluriennale (sei anni), da aggiornare ogni tre, per i maggiori investimenti della Difesa”.

L’obiettivo, da tutti condiviso, era quello di dare certezza sulle risorse disponibili per poter meglio pianificare l’ammodernamento degli equipaggiamenti da parte delle Forze Armate e gli investimenti in ricerca e sviluppo e le strategie da parte dell’industria. Ma lo scopo era anche offrire al Parlamento il quadro complessivo dei programmi di sviluppo e acquisizione, sulla cui base esercitare la sua funzione di indirizzo e di controllo. L’attuale coinvolgimento del Parlamento avviene, infatti, attraverso il parere consultivo su ogni singolo programma presentato dalla Difesa. Finisce così con l’essere un esercizio formale e inutile perché manca il quadro complessivo e quindi ogni possibilità di approfondimento.

È un chiaro esempio di questo problema la discussione iniziata nel lungo vuoto post-elettorale nella commissione speciale del Parlamento sul programma del velivolo a pilotaggio remoto P.2HH della Piaggio Aerospace. Si tratta di una scelta strategica per il nostro Paese, anche per la sua rilevanza finanziaria: costerà più di un miliardo di euro.

Ma se rappresenta un’esigenza così pressante per le Forze Armate, come mai il programma è rimasto nascosto nei cassetti e ne è uscito solo dopo lo scioglimento del Parlamento, dando la netta impressione che si sia tentato un colpo di mano?

Non è chiaro come la Difesa pensi di farlo convivere con il programma per il velivolo a pilotaggio remoto EuroMALE (Medium altitude long endurance) che l’Italia sta definendo e finanziando insieme a Germania, Francia e Spagna e la cui fase di sviluppo dovrebbe partire all’inizio del prossimo anno, avvalendosi delle risorse messe a disposizione dall’Ue nel quadro del Programma per lo sviluppo dell’industria europea della difesa. Nessuno ha spiegato quali potrebbero essere le conseguenze per la nostra partecipazione, visto che col nostro programma nazionale, ne diventeremo concorrenti.

Come si concilia l’ennesima scelta di un programma nazionale (dopo il veicolo ruotato armato B2, l’addestratore M 345, l’elicottero da combattimento EES) con la strategia di collaborazione europea che è alla base del Libro Bianco? Come possiamo sostenere da soli tutti questi programmi quando anche i Paesi europei più grandi cercano di farli in collaborazione con altri? È stato considerato il rischio che la Commissione contesti il mancato rispetto della normativa europea sugli acquisti di prodotti militari? Mistero.

E chissà quali saranno le prospettive di mercato del velivolo P.2HH, tenendo conto del suo costo e della presenza radicata di concorrenti americani e israeliani e dell’arrivo di molti altri: non ci sarà spazio per tutti sul mercato europeo. Vanno anche considerate le limitazioni imposte dal trattato Mtcr (Regime di non proliferazione nel settore missilistico) a cui è associata questa tipologia di sistemi.

C’è poi un livello di rischio tecnologico insito in questo programma, visto che i velivoli a pilotaggio remoto di questa classe sono considerati oggi una delle grandi sfide dei prossimi decenni e, proprio per questo, i Paesi europei più sviluppati si sono uniti nel programma EuroMALE. Quali garanzie può offrire la Piaggio Aerospace, un’azienda che da anni vive una profonda crisi commerciale e finanziaria e che ha accumulato un ritardo di più di tre anni sul più piccolo e semplice velivolo P.1HH?

La verità è che questa scelta è stata condizionata da ragioni sociali, circa 800 dipendenti dell’azienda ligure, e di politica internazionale, cioè il mantenimento del rapporto di collaborazione con gli Emirati, già incrinato dal disastro di Alitalia e dalla resa di Ethiad: nel 2006 il controllo di Piaggio Aerospace è passato al fondo emiratino Mubadala che nel 2013 ha immesso nell’azienda altri 250 milioni di euro con un aumento di capitale. Ma senza commesse (pubbliche e italiane) quell’investimento in Piaggio Aerospace non si giusticherà mai. E nessun governo italiano vuole incrinare i rapporti con la ricchissima Abu Dhabi.

Ma se queste sono le vere motivazioni e preoccupazioni politiche, perché non cercare soluzioni diverse che non siano destinate a sacrificare le forze armate e l’industria aerospaziale italiana? Perché finanziare l’ennesima operazione di salvataggio industriale senza alcuna seria prospettiva, ma con la certezza di farci perdere il treno europeo?