L’Istat, i poveri, le urne, la merda e la cioccolata: politica e teologia

Il rituale è il solito, i risultati pure. Ieri Istat ha diffuso i dati sulla povertà degli italiani per l’anno 2017 ed è stata l’ennesima ecatombe di record (nel senso che i poveri sono al livello più alto dacché esiste questo sistema di misurazione, cioè dal 2005): in povertà assoluta sono 1 milione e 778mila famiglie (il 6,9% di quelle residenti in Italia) nelle quali vivono 5 milioni e 58mila individui (l’8,4% del totale); in povertà relativa sono 3 milioni 171mila famiglie (12,3%) e 9 milioni 368mila individui (15,6%). Ovviamente i dati sono peggiori nelle famiglie numerose, laddove c’è disoccupazione, bassa scolarizzazione, nel Mezzogiorno, tra gli stranieri. Ora a fronte di questi numeri, ieri il capogruppo Pd in Senato, Andrea Marcucci, renziano, spiegava che la débâcle dem nelle urne è colpa di “un errore di comunicazione palese”: “Eravamo tutti occupati a fare provvedimenti e anche ad annunciarli però poi mancava la sintonia col Paese che era in difficoltà. Anche una buona legge non aveva effetti immediati e non determinava quel sollievo che noi comunicavamo e questo ha provocato una frattura che si è poi via via ampliata”. Insomma, c’hanno avuto la malattia alla comunicazione sennò i cittadini del Kansas city a quest’ora pensavano tutti che la merda – per così dire – è cioccolata. Tra un po’ scopriremo se questo peculiare processo di transustanziazione via spin doctor riuscirà invece a quelli che “tagliando le tasse ai redditi alti ci guadagnano pure quelli bassi” (flat tax): a occhio le due sostanze tendono ad avere sapore differente, ma chissà…

Tv contro internet per colpire i giornali online

La libertà di internet non è sotto attacco solo a Bruxelles. Nuvole nere si allungano sulla Rete anche in Italia dove, come ha raccontato Business Insider, il garante per le comunicazioni sotto la spinta dei lobbisti di Mediaset e Rai ha aperto un’istruttoria su Audiweb 2.0, il nuovo sistema di rilevazione grazie al quale viene finalmente misurato il numero esatto di utenti dei singoli siti web. Così mentre la Commissione europea tenta di far approvare norme sui diritti d’autore che, se non modificate, finiranno per dare ai gestori delle piattaforme social un enorme potere-dovere di censura preventiva sui contenuti da pubblicare, da noi le tv vanno alla guerra contro i giornali online. A spingerle alla battaglia sono i dati sul numero reale di persone che usano ogni giorno la rete per informarsi.

Non appena i nuovi sistemi di rilevazione sono entrati in funzione è stato dimostrato che anche nel nostro Paese i siti internet sono ormai competitivi rispetto alle reti televisive. A inizio giugno, per esempio, repubblica.it ha registrato una media di 3.068.184 utenti unici al giorno, il corriere.it 2.359.683 e ilfattoquotidiano.it 1.694.330. Numeri da programma di prima serata che nel medio periodo finiranno per far perdere alle emittenti quote importanti del mercato pubblicitario. Per capire le cifre in gioco basta guardare cosa è accaduto lo scorso anno quando le tv hanno incassato 3,7 miliardi di euro, mentre gli editori online si sono dovuti accontentare di soli 456milioni, che salgono a 2,4 miliardi se si considerano anche i motori di ricerca e i social (controllati però da multinazionali). Nel resto di Europa, dove internet viene da tempo correttamente “pesato”, le proporzioni sono invece inverse. Si investe più sul web e meno sulle tv (nelle cinque nazioni più grandi 27 miliardi contro 20). Ovviamente se pure in Italia le risorse pubblicitarie destinate all’online aumentassero, aumenterebbe anche il pluralismo dell’informazione. Perché fare oggi l’editore sul web è un mestiere che rende molto poco in proporzione agli investimenti richiesti. Anzi, per dirla tutta, è un’attività che spesso va in perdita. Un problema che non hanno le vecchie tv nostrane avvantaggiate dalle leggi e dai canali prefissati sui telecomandi (le reti che stanno ai primi posti vengono viste di più). Ecco perché quella che si sta combattendo all’Agcom è una battaglia di libertà che riguarda tutti i cittadini. Formalmente l’autorità per le comunicazioni vuole capire se conteggiando il numero di visitatori venga violata la loro privacy e se non vengano utilizzati illegittimamente i cosiddetti big data. Inoltre l’Agcom vuole verificare se ci si trovi di fronte a clic fasulli generati da robot. Una questione di fatto inesistente visto che i robot sono facilmente individuabili e che i primi a controllare la veridicità del traffico sono proprio gli inserzionisti.

Ad avviare l’indagine è stata Benedetta Liberatore, responsabile della direzione contenuti audiovisivi e descritta come particolarmente legata al consigliere Agcom in quota Forza Italia, Antonio Martuscello (sopra in foto), ex parlamentare, ex sottosegretario e soprattutto ex dirigente di Publitalia, la concessionaria di pubblicità del Biscione. Da tempo le tv auspicano, nemmeno troppo velatamente, che la misura del traffico internet passi in capo ad Auditel: la società che da anni quantifica tra polemiche e interrogativi quello televisivo. E oggi sperano che l’indagine Agcom diventi il grimaldello per arrivare all’agognata e totalmente illiberale meta.

In cucina o di pomeriggio. Così Renzi entrerà (di nuovo) in casa nostra

Aseguito delle indiscrezioni pubblicate dall’organo ufficiale del renzismo (Maria Teresa Meli) e riprese da molti giornali, secondo cui Matteo Renzi starebbe tentando il passaggio alla carriera televisiva, Il Fatto Quotidiano, è in grado di anticipare alcuni dei progetti allo studio nella cantinetta di Rignano sull’Arno, progetti complessi che prevedono anche la nascita di un giornale dedicato alle gesta catodiche dell’ex leader: Sorrisi e Cazzoni Tv. Ecco l’elenco.

Chef Matteo. Il fascino delle trasmissioni in cui si cucina, si mangia, si mostrano le eccellenze italiane sotto forma di rape e fagioli rarissimi è forte. Renzi pare deciso a ritagliarsi il ruolo del conduttore, ma anche del capo cuoco, ma anche del produttore, affidando alla famiglia l’approvvigionamento di materie prime, fatturate a parte. Il programma sarà strutturato con un lungo monologo del conduttore, la presentazione dei concorrenti, un altro lungo monologo del conduttore, l’inquadratura dei piatti (30 secondi) e una lunga conclusione del conduttore. Qualche problema tecnico pare turbare la messa in onda perché alcuni autori hanno deciso di abbandonare il progetto. Matteo non si è scomposto: “Via, via, andate a fare il vostro programmino del due per cento, noi faremo il quaranta”.

Miss Italia Dem. Non indifferente al fascino femminile, Renzi potrebbe condurre un concorso di bellezza che affianchi alle doti fisiche delle concorrenti anche altre qualità come affidabilità politica, culto del capo, obbedienza. I migliori tweet di Anna Ascani e Alessia Morani verranno mostrati in sovrimpressione. Il programma sarà itinerante e toccherà tutti i comuni conquistati dal Pd nelle recenti amministrative, cioè sarà di massimo due puntate. Già in lavorazione la serata di Arezzo, con una sicura vincitrice – Maria Elena Boschi – che porterà alla fine la fascia di Miss Stasulcazzo.

Sbam, il piacere della sconfitta. Affabulatore nato, divulgatore e costruttore di storytelling, Matteo Renzi ama raccontare i misteri dell’universo e i segreti naturali del nostro pianeta. Nella prima puntata, già in lavorazione, Orfini si occuperà del millenario enigma dei cerchi nel grano (“Dove sono finiti i nostri elettori?”. “Boh, cerchi nel grano”), mentre Scalfarotto sarà inviato a studiare le famose linee di Nazca che pare contengano un’analisi della sconfitta del Pd (infatti nessuno le ha ancora decrittate e a Nazca aspettano un congresso da 4000 anni). Non mancherà la solita domanda dei programmi di divulgazione scientifica: esistono gli alieni? E se esistono, sono stati almeno una volta alla Leopolda?

Coi vostri soldi. Consapevole che l’economia è un caposaldo della nostra società, Matteo Renzi pare deciso a svelarne i meccanismi anche ai profani, tra i quali spiccano gli esperti economici del Pd. In questo caso non ci sarebbe problema di autori recalcitranti, perché i testi sarebbero, come nel caso del Jobs Act, affidati al centro studi di Confindustria. Qualche difficoltà nel reperite gli ospiti: Marchionne e Farinetti hanno declinato l’invito con un semplice sms alla produzione (“Renzi chi?”). Il pubblico in studio sarà composto da giovani millennials, pagati 0,25 centesimi ad applauso (massimo dieci applausi per non sforare il budget).

Pomeriggio Renzi. L’impegno di una striscia quotidiana che si occupi di squartamenti, corna, delitti, casi umani, funerali e battesimi reali, matrimoni vip e guarigioni miracolose non spaventa Matteo Renzi. La luce bianca sparata in faccia, l’atteggiamento finto-umano del conduttore e i selfie con gli ospiti faranno il resto. Nella prima puntata, la cui scaletta è già definitiva, è prevista l’intervista a un imprenditore schiantato dal dolore perché costretto a licenziare i suoi operai, e del suo gesto umano di occuparne due o tre, pagati in nero, per lucidargli la Ferrari.

Salvini, più ci si lagna più lui diventa forte

Ogni giorno c’è una gara a chi è più schifato di fronte alle sboronate di Salvini. Reazione lecita, ma questo gridare ogni istante al fascismo non è solo ridicolo: fa pure il gioco di Salvini. Più lo trattate da nuovo Goebbels e più lui sale, anche perché se ad attaccarlo sono le Boldrini e i Raimo vien quasi voglia di difenderlo. Invece di lagnarsi ogni volta che propone problemi reali, per esempio la gestione dei migranti, le ong e l’Europa che ci tratta come Renzi trattava Orfini, sarebbe il caso di attaccare Salvini (solo) quando merita. Se lo si fa a prescindere, o si è amici stretti di Mario Calabresi o non si è capito nulla del presente. Che è poi la stessa cosa. Salvini va criticato per ben altro.

– Aldrovandi e Regeni. Essere solidali con le forze dell’ordine è cosa nobile. Solidarizzare con chi è stato condannato per la morte di Aldrovandi è invece irricevibile. Salvini lo ha fatto da leader della Lega, ma il suo atteggiamento non pare cambiato ora che è al Viminale. Dovrebbe mettere al centro della sua agenda i troppi casi Cucchi (su cui ha detto in passato cose raggelanti), Uva, Bianzino, Magherini. Invece, anche su Giulio Regeni, minimizza. Salvini se la tira molto, ma se poi si comporta da Giovanardi pingue va criticato senza sosta.

– Tortura e retorica. Dire che “le torture e le violazioni dei diritti civili a Tripoli” sono “pura retorica” è un’affermazione vomitevole. Che va sottolineata e sbugiardata.

– Bullo. Salvini non fa paura (de che?). Casomai a volte fa ridere. Salvini è conscio di essere un bullo e ci gioca. Attaccarlo con i toni salottieri alla Augias è inutile e palloso: non serve a niente, anzi lo rafforza. Vanno usate le sue stesse armi. Esempio: Salvini twitta da mane a sera. E spesso twitta cazzate. È lì che va sfottuto. Per il lessico (“amici”, “lo dico da padre”, “bacioni”). Per la pettinatura da Palla di Lardo in Full Metal Jacket. Per i video in cui biascica le parole e sembra sbronzo. Per le inquadrature Facebook che lo fanno sembrare il figlio di Shrek e Jabba The Hutt. È scorretto, ma la politica di oggi è anche questo: cazzeggio e dileggio. Infatti è una politica quasi sempre deprecabile. Salvini è furbo e mediamente autoironico: non ha la permalosite rabbiosa di Renzi, ma prima o poi accuserà il colpo. Fidatevi.

– Condono. A larga parte del suo elettorato, che era poi spesso un elettorato di sinistra, non frega nulla se Salvini sia razzista o fascista. Per loro sono pippe mentali. Salvini va colpito per ben altro. Per esempio quando dice che, fosse per lui, chiuderebbe le cartelle di Equitalia sotto le 100mila euro. Idea oscena, perché in questo modo i poveri diavoli che si sono svenati per mettere a posto la loro situazione passerebbero per coglioni. È qui che Salvini può perdere consenso. Mica sulle Aquarius o sulla legittima difesa.

– Evasione fiscale. Quando Salvini dice che non dovrebbe esserci limite per l’uso del contante, non fa solo una dichiarazione che non gli compete (come sui vaccini). Fa un regalo, deliberato o no, agli evasori. A una parte del suo elettorato la cosa piace. Ma a un’altra no.

– Insulti. Salvini suole esporre al pubblico ludibrio i “nemici”. Anni fa lo fece anche con me, postando un mio status sulla sua pagina Facebook. Per giorni mi arrivarono insulti e minacce. Dopo una puntata di Otto e mezzo mi disse che non lo avrebbe rifatto, ma poi si è ripetuto con tanti altri. Con Saviano (un abbraccio). Con Furio Colombo (un abbraccio). Spesso Salvini perde la misura. Bene (cioè male): se lui colpisce sotto la cintura, voi colpite sotto la cintura. Se lui lancia granate, è inutile che rispondiate come se foste a una partita di burraco.

Soldi e due forni. Due domande, caro Matteo. 1) Che fine han fatto quei famosi 48 milioni? 2) Da grande starai coi 5 Stelle o quel che resta di Silvio? Su questo non gli va dato tregua.

– Avvertenza finale. Salvini è furbo, intelligente e in privato per nulla antipatico. Se lo sottovalutate, gli fate un regalo ulteriore. Sa parlare, sa argomentare e si adatta al contesto. Dalla Gruber fa l’istituzionale, da Del Debbio ci mancava solo che intonasse l’Aida ruttando. Salvini è un bravo politico (che non vuol dire che sia condivisibile). Quando c’era Renzi, il livello era rasoterra. Proprio come lui. Anche i dibattiti erano una frattura instancabile di zebedei, perché era come parlare da soli. Salvini sarà invece per la sinistra un ottimo avversario e per l’informazione un valido stimolo per essere davvero cani da guardia della democrazia. Sfidarlo sarà persino “divertente”. A patto, però, che la sinistra e l’informazione vadano oltre la sterile lagna attuale. E la smettano di regalargli ogni giorno vagonate di voti.

Mail box

 

Il ministro Moavero Milanesi può essere il nostro Macron

Il rapporto dell’Italia con l’Unione Europea è un tema che ha attraversato il dibattito politico italiano, emergendo talvolta, fino ad apparire centrale ultimamente. L’europeismo delle origini, da De Gasperi a Spinelli, è, inevitabilmente, elitario. La Democrazia Cristiana lo pratica in virtù di una sicura delega democraticamente conferitagli dal voto, alla quale non fa però riscontro un’adeguata informazione degli elettori. Con il centro-sinistra prima, e la svolta pienamente occidentale del partito comunista dopo, l’europeismo diventa “bipartisan”, ma dei suoi contenuti continuano a non essere adeguatamente informati la maggioranza degli elettori.

Nel periodo dei governi Berlusconi, l’europeismo, in Italia, è diventato caratteristica più del centro-sinistra che del centro-destra e la vicenda politica del professor Prodi ha accentuato questo aspetto. La crisi del centrosinistra, culminata nelle ultime elezioni legislative, è stata percepita come crisi dell’europeismo in Italia, in ragione anche dei sussulti antieuropeistici di alcuni esponenti della Lega e del Movimento 5 Stelle. Peraltro anche quest’ultimo passaggio a un sedicente antieuropeismo è avvenuto in un contesto di non informazione degli elettori. Il Presidente della Repubblica Mattarella, quando il professor Conte rinunciò al primo incarico conferitogli, mise in evidenza che la questione riguardante una possibile non partecipazione dell’Italia alla moneta unica non era nemmeno stata oggetto del dibattito elettorale.

È in questo contesto che va colto il significato della nomina del professor Moavero Milanesi a ministro degli Affari Esteri. Egli, oltre ad essere giurista raffinatissimo e sicuro conoscitore del motore politico-amministrativo delle istituzioni europee, è anche abile politico.

La crisi dei partiti italiani tradizionali presenta similitudini e differenze significative con l’analoga crisi delle forze politiche tradizionali verificatasi in Francia, dove, nelle ultime elezioni politiche, i socialisti e i “repubblicani” hanno perso il ruolo centrale che avevano a lungo detenuto. La sinistra o la destra radicale avrebbero potuto vincere se non si fosse proposta l’alternativa di Emmanuel Macron. Anche in Italia c’è chi ha preso il posto dei partiti politici tradizionali: la Lega e il Movimento 5 stelle, che però non esprimono una “leadership” paragonabile a quella di Macron e non hanno, almeno per ora, elaborato una sintesi politico-programmatica complessiva di medio-lungo periodo che vada al di là del ben noto “contratto.”

Da qui il configurarsi di un Macron italiano che però non è il risultato di un’investitura popolare diretta, ma quello di una mediazione tra i partiti di governo e il Presidente della Repubblica. È questo il difficile, importantissimo ruolo politico del Ministro degli Affari Esteri.

Sergio Spadafora
Funzionario Commissione europea

 

Il Partito Democratico non rappresenta più la sinistra

Le recenti elezioni certificano la crisi irreversibile del Pd. Dobbiamo però evitare l’errore di considerare questo un partito di sinistra: i dem ormai rappresentano il ceto medio alto che con la crisi hanno incrementato il proprio reddito in sintonia con la globalizzazione che ha determinato la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi e proletarizzato il ceto medio. Alle politiche il Pd stravinse ai Parioli di Roma, nel centro di Milano e a Bologna fece eleggere il marxista leninista Pier Ferdinando Casini, nonché custode del pensiero di Mao Tse Tung. La deriva destrorsa era già evidente ai tempi dei governi Prodi, quando si iniziò con le liberalizzazioni selvagge e con la sciagurata aziendalizzazione della scuola che ne snaturò la funzione.

I post comunisti volevano accreditarsi a tutti i costi come gli interlocutori più affidabili del neo capitalismo rampante, e così si sono lasciati sedurre dalle sirene del neo liberismo diventando più realisti del re. Ma avevano fatto i conti senza l’oste: credevano che fosse sufficiente ripetere ossessivamente la parola sinistra per continuare ad abbindolare i ceti più poveri.

Maurizio Burattini

 

Sulla questione migranti l’Italia ha la coscienza sporca

A proposito dei migranti che premono dal mare sulle coste dell’Europa, l’articolo di Padellaro sul Fatto di domenica permette di capire il rifiuto di francesi e tedeschi a prendersi codesti migranti.

L’Italia ha infatti lasciato l’ondata migratoria nelle mani di trafficanti di cui Padellaro traccia finalmente dei profili precisi facendo anche intravedere i colletti bianchi che gli stavano dietro. Compito ingrato, e anche difficile, quello del nostro Primo ministro attuale di sostenere la causa di un’Italia che ha dato via libera agli scafisti quando gli altri grandi paesi europei facevano gli statisti.

Luciano Del Pistoia

 

I NOSTRI ERRORI

Nei nostri articoli del 22 giugno sulla revoca della scorta ad Antonio Ingroia non abbiamo indicato WikiMafia quale organizzatrice dell’evento antimafia “Dipende da NOI” che si è svolto il 21 alla Camera del Lavoro di Milano, al quale hanno partecipato i pm Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Nando Dalla Chiesa. Ci scusiamo con gli interessati e con i lettori.

FQ

Piccoli negozi addio. Chi vuole orari selvaggi non sa che condanna le città?

Gentile Stefano Feltri ho letto la risposta data alla lettera della signora che teme possa esservi una riduzione delle aperture festive dei negozi. La liberalizzazione degli orari nel 2011 è stata il colpo di grazia al piccolo commercio cittadino, già penalizzato dalle soste a pagamento in ogni spazio parcheggiabile nelle città e dal fatto che non possono abbassare i prezzi tanto quanto le grandi strutture. I piccoli negozi, a conduzione familiare o con 1–2 dipendenti, non possono reggere la concorrenza dei grandi supermercati, che organizzano i dipendenti in turni e possiedono parcheggi privati e gratuiti. È ovvio che i consumatori si trovano benissimo: possono andare a comprarsi un televisore da 100 pollici il giorno di Natale e una lavatrice a Capodanno. Ma non si rendono conto di una cosa importante: negozi chiusi significa città più sporca, più buia di sera, più insicura. Chi è troppo vecchio o non automunito non può recarsi nei centri commerciali e non troverà più il negozietto sotto casa neanche per comprare pane e latte. Dovremo rivolgerci tutti ad Amazon da vecchi? Le farmacie, servizio essenziale, turnano le aperture, in modo che nessuno possa restare senza medicine. Come mai non è possibile imporre la turnazione anche per i negozi di alimentari, vestiti, elettrodomestici? Così se qualcuno ha bisogno di una bottiglia di whisky Lagavulin o di un completo Armani il giorno di Pasqua, lo può trovare.

Robert Colletti

 

Caro Robert, la sua difesa corporativa ha una passione notevole ma è, appunto, una difesa corporativa oltre che non rispettosa dei tanti che devono fare acquisti nei giorni festivi non per capriccio ma perché negli altri giorni devono lavorare. Nella sua arringa lei si preoccupa moltissimo dei commercianti e poco dei clienti. Anzi, ammette che i consumatori dovrebbero sopportare disagi in nome di un bene pubblico che sarebbe garantito solo dalla presenza dei piccoli negozi nei centri urbani. Mantenere un oligopolio e delle rendite di posizione – che si tratti di negozi o della inscalfibile corporazione dei farmacisti – significa sancire per legge un trasferimento di ricchezza dai consumatori agli oligopolisti. Questo, oltre a essere ingiusto, è inefficiente. Se i piccoli negozi non hanno clienti, che chiudano. Tasseremo i ricavi aggiuntivi dei supermercati per avere gettito fiscale con cui finanziare l’apertura di biblioteche o associazioni di volontariato che riempiano il vuoto lasciato nei centri storici. E se Amazon può migliorare la vita di anziani non più autosufficienti, mi sembra una buona notizia (anche se Amazon è un altro monopolio da contrastare).

Stefano Feltri

Ilfattoquotidiano.it, giugno record per utenti e raccolta

Il sitodel Fatto Quotidiano è il terzo quotidiano online con un milione e 780 mila utenti unici ogni giorno (secondo il dato medio dei primi dieci giorni di rilevazione). Sono i primissimi dati diffusi da Audiweb 2.0 e si riferiscono a giugno 2018.

Il sito del Fatto ha registrato una crescita costante arrivando a un totale di oltre 182 milioni di pagine viste a maggio 2018, secondo i dati di Audiweb Census, con una crescita del 50% rispetto all’anno precedente. Anche sul fronte della raccolta pubblicitaria il sito sta ottenendo ottimi risultati con un progressivo a maggio del +15%, ma con un ultimo trimestre (marzo-maggio) al +34%: risultati ottenuti anche con la collaborazione di Moving Up, l’azienda specializzata in digitalizzazione che sta collaborando con l’editore.

“Il digitale ci propone sempre nuove sfide – spiega Monica Belgeri, manager Marketing & Advertising di Editoriale Il Fatto – legate da un lato al cambio di fruizione dei contenuti da parte degli utenti, che si stanno sempre più spostando verso un utilizzo massiccio del mobile, e dall’altro alle innovazioni tecnologiche con cui lavora il mercato pubblicitario”.

Viale Mazzini, arrivano i barbari. Ecco chi trema (e chi ci spera)

Alla Rai sono i giorni del ripensamento febbrile. Alla vigilia delle nomine che quasi sicuramente rivolteranno l’azienda come un calzino, ancora non è stato avvistato qualcuno fasciato nella bandiera dei 5 Stelle (ammesso possa servire a qualcosa) come accadde un secolo fa a Piero Vigorelli che si mostrò per i corridoi bardato da capo a piedi con il vessillo di Forza Italia per celebrare la vittoria di Silvio Berlusconi alle elezioni. E neanche è stato sentito qualche altro vantare adesioni alla Lega fin dai tempi in cui si fregiava dell’indicazione Nord. Negli uffici dei capi ognuno, per quel che può, cerca piuttosto di dimostrarsi contrito nel tentativo improbo di scolorire il passato spingendosi addirittura fino al limitare della critica (“L’avevo detto sarebbe finita così”) per gli eccessi di una stagione considerata, ora che è tramontata, insopportabilmente e sfacciatamente renziana.

“Una Rai di raccomandati” ha provocatoriamente sintetizzato il vice premier Luigi Di Maio (5 Stelle) a Porta a Porta di Bruno Vespa proponendo, sempre per provocazione, di “fare un censimento”. Valutazione e intenzione in parte confermate e in parte corrette da Giancarlo Magalli che alla Rai c’è da una vita, conosce ogni anfratto e si vanta di essere uno dei pochi ad aver varcato il portone senza spinte: “Il censimento forse sarebbe pericoloso, ma un buon 20 per cento è raccomandato di sicuro”. E forse nel calcolo pecca per difetto in un’azienda dove, come raccontò una volta Ettore Bernabei, le raccomandazioni erano almeno 20 mila l’anno.

Tra i dirigenti di prima fascia e i direttori dei telegiornali, la maggioranza cerca di nascondere il piede un tempo dorato e oggi marchiato da cui ha ricevuto la spinta. A cominciare dalla capa dei capi, la presidente Monica Maggioni, inviata di esteri e giornalista di peso, scelta dopo un tete-à-tete in tv da Matteo Renzi in persona come autorevole rappresentante della nuova era televisiva governativo-creativa la cui esecuzione concreta era affidata nelle mani del direttore generale Antonio Campo Dall’Orto. Stagione che già un anno fa aveva avuto un primo scossone con le dimissioni di Dall’Orto, annesso rimpastone e ingresso di nuovi protagonisti: i renziani della seconda ondata.

Al posto di Campo Dall’Orto fu promosso il direttore del Tg1, Mario Orfeo, giornalista con un curriculum gradito dai padroni Rai di allora, soprattutto per la rodata militanza aziendale preceduta da un’altrettanto lunga fase da direttore del Messaggero e del Mattino di Francesco Gaetano Caltagirone, editore apprezzato dai renziani. Come in una catena di Sant’Antonio, Orfeo promosse alla direzione del Tg1 il suo giornalista di fiducia, Andrea Montanari, ovviamente renziano pure lui, ripescato dopo la fugace apparizione ai Giornali Radio, ma che in precedenza era stato il vice dello stesso Orfeo. Al suo posto ai Gr subentrò Gerardo Greco, ex conduttore di Agorà che ora, vista la mala parata incombente sulla filiera, ha deciso di passare armi e bagagli alla concorrenza accettando la direzione del berlusconiano Tg4.

La direzione del Tg2 a Ida Colucci è invece di più antica data. Fu scelta subito dal nuovo consiglio di amministrazione Rai renziano ora in scadenza e veniva spinta su quella poltrona dalla logica del patto del Nazareno: giornalista parlamentare e dei Palazzi romani in sintonia con Berlusconi, le venne affidato il ruolo di lenire e rassicurare il centrodestra allora a trazione berlusconiana. Al Tg3 Luca Mazzà ci arrivò invece due anni fa con le gloriose ferite del combattente renziano guadagnate in battaglia contro i dubbiosi infedeli: per difendere Renzi litigò a sangue con l’ex vice direttore di Repubblica, Massimo Giannini, che come conduttore di Ballarò si rifiutava di baciare la pantofola al capo del governo. Fu sufficiente per ritenerlo abile e idoneo per sostituire Bianca Berlinguer a cui fu affidata una striscia e un serale di consolazione.

Tra i direttori di rete quello di Rai1, Angelo Teodoli, forse ancora non sa se rallegrarsi o dolersi per il nuovo corso incipiente. Agli occhi del centrodestra ha il merito di aver dato ampio spazio sul Due a Virus di Nicola Porro. Ma era il centrodestra di stampo berlusconiano, quello sbagliato nell’era di Salvini. In piena armonia da patto del Nazareno, Teodoli ha preso il posto di Andrea Fabiano, che era stato individuato dai renziani come il giovane rampante, emblema del nuovismo al potere. Fabiano ora dirige Rai2. A Rai3 c’è Stefano Coletta, dipinto come una mosca bianca. Di lui dicono sia più bravo che raccomandato. Possibile?

Tra i giornalisti di prima fila uno dei pochi che si mostra per quel che è, senza camaleontismi, Gennaro Sangiuliano, vicedirettore del Tg1, indicato come candidato a tutto il candidabile potendo vantare una fruttuosa frequentazione con Matteo Salvini non smentita dal diretto interessato. E sarà proprio Salvini il dominus del ribaltone Rai, forse più del collega di Di Maio, grazie all’eterogenesi dei fini e alla riforma Rai voluta da Renzi che sposta dal Parlamento al governo il potere di scelta e di nomina.

Insieme a Sangiuliano l’altro che dalle retrovie di Night Tabloid in seconda serata su Rai 2 potrebbe essere fiondato sulla ribalta è Alessandro Giuli, giornalista vigorosamente di destra al Foglio e a Tempi.

Caso Ilaria Alpi, il gip dispone altri sei mesi di indagini

È stata rigettata dal Gip Andrea Fanelli la richiesta di archiviazione delle indagini sul duplice omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, presentata lo scorso anno dalla Procura di Roma. Il giudice per le indagini preliminari ha disposto nuove attività istruttorie che dovranno concludersi entro i prossimi sei mesi. Meritano un approfondimento – spiega il Gip – le intercettazioni di due somali realizzate nell’ambito di un procedimento della Dda di Firenze, dove un titolare di un money transfer sosteneva che gli autori dell’agguato fossero “militari italiani”. Il Gip ha chiesto, tra l’altro, di verificare se il contingente italiano fosse ancora presente a Mogadiscio il giorno dell’agguato. Il magistrato ha poi disposto l’interrogatorio di una fonte, citata in un rapporto del Sisde, che aveva indicato alcuni dettagli sui mandanti e sul movente dell’omicidio, il traffico di armi. Fino ad oggi quel nome è stato mantenuto riservato, con l’opposizione alla desecretazione dell’identità del testimone da parte dei diversi direttori del servizio dal 1995 in poi.

Senza progetti si muore. I “nuovi” non pensino solo ai posti da spartire

“Oggi la televisione è morta. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: funerali domani. Distinti saluti”. Scriveva così Albert Camus nel romanzo Lo Straniero. Ho sostituito la parola “mamma” con “televisione”, per il resto sembra di assistere al balletto sulle nomine Rai. A breve la tv come l’abbiamo conosciuta non esisterà più. La sua fine è decretata dall’assenza di un progetto, mai espresso dai governi, interessati solo a perpetuare il loro dominio.

Pare che volino coltelli tra Lega e 5 Stelle. Assisteremo alla lottizzazione di sempre o al cambiamento auspicato a corrente alternata? A che servono centinaia di curricula inviati per il Cda senza una missione da seguire?

Anche oggi l’assillo sembra essere la spartizione dei Tg, anziché occuparsi di quanto va in onda. Per non parlare di un vero piano aziendale che nessun governo ha mai varato, preferendo la melina.

La Rai è l’azienda più assurda del mondo, la sola che si regge su un Cda formato da una maggioranza e da un’opposizione. Accade così che se il direttore generale propone una cosa, gli amministratori si dividono tra sostenitori e oppositori a seconda della casacca indossata. È come se in Fiat Marchionne proponesse l’auto elettrica e i consiglieri l’etanolo.

Si è lasciata l’azienda deperire alla mercé di predatori esterni. I risultati sono palesi: circa 13.000 dipendenti umiliati, molti dei quali costretti a timbrare il cartellino senza una reale occupazione. Le sole parti sane dell’azienda appaiono le Teche, gli apparati tecnologici, una parte delle sigle sindacali, qualche redazione indipendente e RaiCinema, senza la quale film italiani non ne vedremmo quasi più. Gridano vendetta gli appalti esterni per mansioni che potrebbero essere svolte all’interno.

Avendo la tv commerciale e quella pubblica obiettivi diversi, uno si aspetterebbe programmi e contenuti diversi. Invece sono diventati sempre più simili. Se è così, perché pagare il canone? “Ho scoperto che con o contro la televisione, si possono vincere o perdere le elezioni”, diceva De Gasperi. È ancora vero? Pasolini considerava la tv il veicolo principe “per la diffusione della menzogna”.

Leonardo Sciascia la definiva “l’oppio dei popoli”. Norberto Bobbio pensava che ne derivasse una società “naturaliter di destra”. Ascoltando Salvini a proposito dei Tg da espugnare, il rischio è che lo diventi ancora di più. Nessuno dei nuovi governanti si pone la domanda cosa significhi fare televisione. Sinora ha trionfato rivolgendosi agli spettatori in modalità easy: tranquillizzando e semplificando. Oggi non è più così: chiunque dice ciò che vuole in una gigantesca marmellata che amalgama e confonde. I nuovi consiglieri saranno consapevoli della mutazione?

Mentre nulla si sa di cosa pensi la Lega, i 5 Stelle tergiversano. Non vorrei imitassero la sinistra, che all’opposizione tuonava contro la Rai e al governo indossava i panni del peggior lottizzatore. Non contano più le idee di Beppe Grillo, che dalla Rai ha subito le più feroci censure? Nel 2014 la tacciò di essere “la maggiore responsabile del disastro politico ed economico di questo Paese. Dove c’è la televisione, non c’è la verità. Mai!”. Più di recente ha detto che “le trasmissioni fanno cagare, tranne le solite eccezioni. La Rai è in stato prefallimentare… merita di fallire”. La posizione del M5S è questa? Roberto Fico, quando era a capo della commissione parlamentare di Vigilanza, ha detto che il canone va pagato.

Un po’ stupisce che i 5 Stelle, maestri del web, non leghino il futuro dell’azienda a Internet. Se arriveranno a guidare il Cda e non vorranno rotolare, ci dovranno pensare.