Rai, la sfida tra Lega e M5S per il dg e i telegiornali

Il problema sono i nomi. La Lega li ha, i 5 Stelle no. Parliamo di Rai. Anche qui tira aria di spartizione tra i due partiti di governo, con occupazione quasi totale degli incarichi. O almeno così vorrebbe la Lega. Tra i due partiti il braccio di ferro per decidere chi guiderà la Rai è già iniziato e non è escluso che alla fine, per non danneggiarsi a vicenda, per Viale Mazzini venga fuori una soluzione “alla Giuseppe Conte”. Ovvero un nome per la direzione generale non legato a nessuno dei due partiti. Un uomo azienda, o di prodotto, come si suol dire.

Il problema è che i nomi che girano per il ruolo di dg – che con la nuova legge avrà poteri più ampi – arrivano tutti dall’orbita salviniana: ad esempio quello di Gianmarco Mazzi, socio di Lucio Presta (cosa che costituisce un ostacolo), sei volte direttore artistico del Festival di Sanremo. Altri nomi che rimbalzano sono quelli di Fabio Vaccarono (country director di Google), l’ex direttore de La7 ora in Stand by me (la società di Simona Ercolani) Fabrizio Salini, l’ad di Viacom Italia Andrea Castellari. Identikit che assomigliano a quello di Antonio Campo Dall’Orto, il dg scelto da Matteo Renzi per rivoluzionare la Rai e poi sfiduciato dallo stesso Pd.

A destare attenzione pure l’invio del curriculum per il Cda da parte di Dario Fruscio, manager (ex Eni, eccetera) da sempre vicino alla Lega bossian-maroniana. “Ho mandato il Cv da solo, non ho sentito nessuno”, spiega lui. Per la presidenza, invece, si pensa a un nome di grido, più noto al pubblico, come Carlo Freccero, Milena Gabanelli o Ferruccio De Bortoli.

L’aria che tira tra Salvini e Di Maio, dunque, è quella di mettersi d’accordo su un manager terzo come dg e una figura di alto profilo come presidente. Sul cda, invece, l’idea è non fare prigionieri e prendersi 6 consiglieri su 7 (l’ultimo è quello eletto dai dipendenti di Viale Mazzini) con l’unico dubbio se lasciare o meno uno strapuntino a Forza Italia, se non dovesse avere la presidenza della commissione di Vigilanza sulla Rai.

Poi, in autunno, toccherà a un altro capitolo caldo, quello di reti e tg. E sull’informazione Salvini punta molto: “I Tg Rai sono vecchi. In queste settimane sto vedendo un’opera di disinformazione a reti quasi unificate”. Le voci che arrivano da Via Bellerio descrivono il seguente schema: Tg1 governativo e istituzionale, Tg2 vicino alla Lega, Tg3 vicino al M5S. Per la prima volta dalla sua nascita, dunque, il partito erede del Pci dovrebbe sloggiare dalla terza rete. Uno schema alternativo, invece, vedrebbe un Tg1 istituzionale filo-grillina, il Tg2 alla Lega e il Tg3 vicino al centrosinistra. L’importante, per Salvini, è che un telegiornale sia sensibile alle sue posizioni. Ma si sa che al leader della Lega preme molto anche il ruolo dei Tg regionali, ora diretti da Vincenzo Morgante. La battaglia per la guida di viale Mazzini nel prossimo triennio è ormai nel vivo.

Grillo vs Amendola: “Campa con gli spot per il gioco d’azzardo”

Beppe Grillo attacca a muso duro lo scrittore Edoardo Albinati e l’attore Claudio Amendola, rei di criticare il governo gialloverde sull’immigrazione. E Amendola reagisce: “Sto querelando, ritengo ci siano i requisiti per farlo”. Rischia di tracimare nei tribunali lo scontro tra Grillo e i due artisti, aperto da un duro post del fondatore dei Cinque Stelle. “Tutti quanti – scrive Grillo – confidano nelle differenze fra noi e la Lega, perché sono come fantasmi che non riescono a toccare palla nel mondo reale: non gli resta che sfogarsi e invocare disgrazie, come quel premio strega che si augurava morisse un bambino sull’Aquarius, credevo fosse soltanto un brutto scherzo del web”. Ed è il primo riferimento ad Albinati. “Ma dopo neppure 10 giorni si stanno albinatizzando tutti quanti” insiste Grillo. Che poi morde anche Amendola: “Gente che campa pubblicizzando il gioco d’azzardo augura a noi ogni male possibile, non vogliono vivere in un paese con i porti chiusi (forse temono qualche bisca di stato in meno)”. Ma l’attore romano contrattacca: “Ritengo queste affermazioni gravemente lesive per la mia immagine e per questo agirò davanti al giudice competente”.

“Pecore e asini sono grandi tosaerba soft”

“Sì, nelle scorse settimane si è fatta un sacco di ironia sulla proposta del Comune di Roma di affidare parte della cura del verde pubblico a pecore e affini. Ma si tratta di ironie gratuite e anche piuttosto ingenue. Sono pratiche comuni in molte città non solo italiane, per di più figlie di tradizioni secolari da cui avremmo molto da imparare”. Fulco Pratesi, presidente onorario del Wwf e voce storica dell’ambientalismo italiano, quasi si emoziona a parlarne.

Sembra l’argomento le stia molto a cuore…

Quando ero ragazzo a Roma, negli Anni 40, vivevo in quella che oggi è via Bruno Buozzi, ai Parioli. Ricordo distintamente i pratoni intorno a quello che allora si chiamava viale dei Martiri Fascisti, vicino a piazza Euclide. Erano pieni di greggi di pecore ed erano bellissimi. Per me era un parco giochi. C’era un giovane pastore che suonava divinamente un piccolo flauto. Me lo vendette per una lira, io l’ho portai tutto fiero a scuola ma non riuscii mai a suonarlo. Una grossa delusione. Vinse il pastorello.

Ma qui parliamo di una metropoli del XXI secolo assediata dalla vegetazione…

Le ho raccontato questo episodio della mia infanzia perché affidare la cura del verde pubblico alle greggi è una pratica antichissima e soprattutto efficace: non danneggia la natura, non inquina, non fa rumore. Pecore, asini e capre sono dei tosaerba naturali, un sistema di cura soft.

E per quale motivo allora si è fatta tutta questa ironia?

Perché si pensa che le pecore possano ripulire il giardinetto sotto casa. Ovviamente questo non è possibile, per due ordini di motivi: il primo è che non ci può essere promiscuità eccessiva tra luoghi frequentati da bambini, per esempio, e greggi seguite da cani pastore. In secondo luogo è impensabile che le greggi sradichino erbacce alte un metro. Pecore e capre non le mangerebbero, forse gli asini. Insomma, il punto è che una simile pratica può essere utile solo per grandi aree verdi, esattamente quelle di cui è ricchissima Roma.

Esistono altre città che utilizzano questi sistemi?

Ma certamente, Berlino e Londra, per esempio, o Torino in Italia. Ma posso fare anche l’esempio della mia Orbetello: quando abbiamo prati invasi da erbacce e cardi usiamo pecore e asini, perché l’asino mangia anche il cardo, le pecore hanno un appetito più gentile, diciamo.

Come la mettiamo con gli escrementi?

È vero, ma parliamo del miglior fertilizzante in natura. Le pecore sono molto discrete, i loro escrementi si dissolvono dopo una piccola pioggia, quelli dei cani – che molti non raccolgono – sono molto, molto peggio. Oltretutto se le pecore producono ottimo concime, mangiano meglio e se mangiano meglio producono un latte migliore. E purtroppo per loro, anche agnelli migliori.

Tecnicamente come funziona? Chi può farlo?

Sono problemi amministrativi, non semplici ma risolvibili. Non servono grandi greggi. Qui da noi Coldiretti potrebbe agevolmente fornirli.

Può anche essere una risorsa occupazionale?

Certamente. La vita pastorale è bella e per saperlo non è necessario risalire fino alle Bucoliche. Per decenni la voglia di progresso ci ha imposto di eliminare le anticaglie. Oggi non è più così, i giovani hanno un buon atteggiamento nei confronti della natura. Credo che siano pronti per tornare a questi mestieri.

“Revocata la commissione Via. E farò i concorsi per assumere”

Con un atto interno ha sospeso in autotutela le nomine per la commissione Via, Valutazione Impatto Ambientale, quella attraverso cui deve passare ogni opera – grande e piccola – che abbia impatto sull’ambiente e che voglia il via libera alla realizzazione, Tap e Tav incluse. Ha anche deciso di avviare un concorso pubblico per assumere dipendenti del ministero dell’Ambiente che siano “tecnici” più che “amministrativi”.

Ministro Sergio Costa, quali problemi scontava il ministero dell’Ambiente?

È l’unico ministero che da quando è stato istituito, cioè dal 1986, non ha mai fatto concorsi pubblici per i propri dipendenti. Solo distacchi, comandi, conferme, sovrapposizioni. Ma non si possono distogliere risorse umane, come nel caso della Sogesid (la società in house che si occupa della bonifica e della riqualificazione ambientale e che ha 700 distaccati al lavoro al ministero, ndr) dalla loro mission. E visto che il problema è stato sollevato anche dalla Corte dei Conti, ho recuperato un po’ di soldi dal bilancio per avviare i concorsi. Ho anche in corso una interlocuzione con il ministero dell’Economia. Non ho numeri precisi, ma punto al massimo possibile.

Poi c’è l’annoso problema della commissione Via, spesso al centro di polemiche forti.

La Corte dei Conti aveva detto al precedente ministro che il profilo di legittimità amministrativo erariale delle nomine non era conforme alla legge, soprattutto per l’incompatibilità dei curricula. Ho ereditato questa situazione e anche per quella che è la mia storia, se un magistrato mi allerta su un atto, io prima di tutto lo ritiro in autotutela. Per me è un’azione che chiarisce quale sia il percorso che voglio seguire: competenza e trasparenza. La commissione Via ha un peso significativo sui cittadini perché, nonostante sembri confinata nelle pratiche burocratiche e amministrative, decide invece in campi che hanno un impatto diretto sulla vita quotidiana.

Una rivoluzione dall’interno, insomma.

Voglio che nel ministero ci siano dei tecnici e non uso questa parola a caso. C’è bisogno di un linguaggio più tecnico e meno amministrativo per interloquire con Regioni, Città Metropolitane, Province e Comuni in modo pratico. I due terzi delle competenze ambientali sono assegnate dalla Costituzione ai territori, ma l’orientamento, e quindi il confronto, deve avvenire con il ministero, che deve essere in grado di darlo. L’Ambiente è senza colori di partito né profili amministrativi: ha bisogno di competenze tecniche precise, con un orientamento politico gestionale.

C’è anche un ambizioso piano per ridurre le emissioni: -15% nel 2025, -30% nel 2028 e -40% nel 2030. Crede sia davvero fattibile?

In Europa abbiamo confermato la riduzione del 15 per cento per il 2025 previsto dall’accordo di Parigi, salutato come la start-up di un nuovo paradigma ambientale. Tecnicamente però, quando il sistema produttivo si rigenera, il suo sviluppo procede molto più veloce del sistema lineare, diventa un’iperbole. A quel punto, tanto vale alzare il target. Lo abbiamo proposto anche agli altri Paesi Ue: bisogna dare un messaggio al mondo. In questo senso sono importanti gli investimenti annunciati da Fca sull’elettrico.

Si parla anche di puntare sulle auto elettriche, Bloomberg ha parlato di incentivi statali per miliardi di euro.

L’incentivo statale serve a far partire il meccanismo virtuoso verso l’elettrico totale o l’ibrido. Ma se il concetto dell’aiuto dello Stato viene poi percepito solo in termini assistenzialistici, ovvero “ti do i soldi continuamente”, il processo non funziona. Quindi: Io Stato ti aiuto perché si avvii la nuova tecnologia, ti do un tempo definito che è, appunto, il tempo dell’accordo di Parigi, così che tu ci creda e ti fidi del fatto che lo Stato non cambi idea a ogni folata di vento per poter progettare e investire con serenità quando la tecnologia si sarà affermata.

Avete lanciato altri appelli in Ue?

Sull’acqua pubblica, intesa come bene comune e diritto irrinunciabile e inalienabile della persona. Abbiamo sostenuto che sia fondamentale metterla a disposizione di tutti i cittadini in modo non mercificabile, soprattutto per le fasce deboli. Un appello lanciato perché si parlava del Regolamento e sentivamo l’esigenza che gli articoli ispiratori contenessero questa nostra posizione.

Questa settimana in Consiglio dei ministri ci sarà anche l’ambiente…

Sì. Chiederemo che la competenza sulla Terra dei Fuochi passi dal ministero dell’Agricoltura a quello dell’ambiente. Inutile dirlo: sulla bonifica ambientale può lavorare meglio la penna del ministero dell’Ambiente e vogliamo che sia solo il punto di partenza per altri interventi in altre zone d’Italia.

Ilva, c’è la proroga fino al 15 settembre Di Maio sospira

Slitta la vendita dell’Ilva. Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio ha deciso di prendere tempo nella procedura di cessione del siderurgico in amministrazione straordinaria. In teoria doveva passare il primo luglio ad ArcelorMittal, il colosso che ha vinto la gara a marzo 2017 ma che non ha ancora trovato l’accordo con i sindacati (pretende 4mila esuberi). Le scadenze, ora, si spostano a settembre. Di Maio l’ha presentata come una scelta dei tre commissari governativi: “Mi compiaccio della responsabilità espressa e prendo atto della loro volontà di avvalersi della proroga siglata nel contratto che porta al 15 settembre 2018 ogni scadenza senza ulteriori costi per lo Stato”, ha spiegato in una nota. “Come ministro – si legge – sto valutando ogni possibile impatto legato alle decisioni che dovrò prendere. Impatto in termini ambientali, sociali, economici e occupazionali. Stiamo esaminando le oltre 23mila pagine che ci sono state consegnate”. “Abbia il coraggio di dire: ho chiesto di rinviare per approfondire il dossier. Il che ci costerà 60/70 milioni di euro”, attacca l’ex ministro Carlo Calenda riferendosi ai 30 milioni che Ilva perde al mese. Il gruppo ha liquidità sufficiente per arrivare all’autunno.

Renzi e Presta pronti a girare. In lizza Mediaset Sky e Discovery

Lucio Presta aspetta l’ok di Matteo Renzi, e poi il produttore – agente di Roberto Benigni e Paolo Bonolis, tra gli altri – può organizzare le riprese del programma/documentario culturale su Firenze: l’ex premier partecipa al progetto col doppio ruolo di autore e narratore. Renzi fa il vago, Presta è prudente, ma il Comune di Firenze – tra gli ultimi in Toscana a guida Pd con Dario Nardella – ha ricevuto già le domande per girare la trasmissione. La carriera da personaggio televisivo di Renzi incuriosisce e l’uomo è convinto che i voti passano e lo share rimane.

Al Nazareno, però, l’interesse non è rivolto all’Auditel, ma agli ostaggi politici di Matteo: un pezzo di partito e un seggio al Senato. Per dirla in renziano, sarà la volta buona per una pausa di Renzi dalla politica attiva? Si vedrà.

Di sicuro, per scongiurare incroci di calendario, per registrare il programma sono già impegnati i mesi estivi, cioè la lunga vacanza dei parlamentari.

Un giorno Renzi commissiona sondaggi per un nuovo partito, un altro discute le proposte di Presta, sempre confonde gli affari privati e gli obblighi pubblici. Dopo la batosta elettorale di marzo e le ennesime dimissioni, il senatore Renzi ha squadernato l’agenda per trovarsi più di un lavoro: viaggi all’estero per rassicurare i capi di governo, conferenze ben retribuite, lezioni all’università e adesso la televisione.

Dove esordirà il Renzi in versione Piero Angela? Netflix è un’ipotesi fantasiosa, Matteo non è Barack Obama. Il servizio pubblico Rai è da escludere per ragioni di opportunità, l’ex segretario dem è ancora un politico. A Sky non è molto amato, però il canale Arte è calzante. Restano Mediaset e Discovery.

“Quell’area non esiste più. Mica c’è sempre la soluzione”

Domenica sul “Fatto”, Antonio Padellaro ha illustrato la strategia del “Ronf ronf” del Pd, un partito dormiente che dimentica i suoi sei milioni di elettori e quelli che potrebbero tornare. Dopo Massimo Cacciari, oggi interviene Luciano Canfora.

“Caro amico, natura non facit saltus”.

Il professor Lu-ciano Canfora sta invitando chi ha sempre votato a sinistra a sistemarsi paziente e attendere che la destra esaurisca negli anni venturi la sua energia vitale.

“Chiedere a un pensatore il rimedio per una situazione divenuta scabrosa, prima che disastrosa, rasenta il velleitarismo. La sinistra non esiste più. Punto. Il Partito democratico è da liquidare, anzi incenerire. Mica si può sempre avere una soluzione a tutto? In alcuni casi si impone la chirurgia demolitoria”.

Pensavo che offrisse almeno la lucina di una speranza.

Il grande e sapiente Tucidide ci ammonisce al riguardo: la speranza porta alla rovina la città.

Lasciamo stare la speranza allora, ma almeno la passione.

Ecco, va già meglio: la passione è coscienza morale vigile.

Cosa impone dunque la coscienza a un elettore di sinistra?

Vediamo cosa ci dice il nostro intelletto. Matteo Salvini, e questa nuova cultura fascistoide governativa è il regalo, l’ultimo, che ci ha fatto Matteo Renzi che liquidò nel famoso discorso televisivo ogni ipotesi di accordo tra il Pd e i Cinquestelle.

Lei riteneva possibile quell’accordo?

In Parlamento sono tre gli aggregati politici, c’era bisogno che dei tre almeno due fossero d’accordo. Semplice. Persino Piero Fassino l’ha capito. E dirò di più: se Renzi avesse lasciato che Martina facesse quel che doveva fare con il presidente della Camera, persino il mediocre Luigi Di Maio avrebbe lasciato perdere la Lega e il suo deposito di becerume. Ma niente.

Oggi è tutto compromesso, dunque?

Subiamo l’inferiorità di pensiero nell’opinione pubblica, con un popolo sfiancato dai mille cattivi esempi.

Il Pd deve chiudere bottega.

Svegliarsi improvvisamente da questo sonno della ragione è speranza vana. L’unica cosa che si può chiedere, immaginando che esistano ancora circoli e militanti attivi del Pd, è che si affrettino a liquidare lo stato maggiore.

E poi attendere.

Carlo Alberto Biggini, ministro dell’educazione di Mussolini, spiegò egregiamente il carattere del nostro Paese: “L’Italia è la patria del fascismo”. Non aggiungo Gobetti e la sua riflessione sul fascismo come autobiografia della Nazione.

Ma la destra è avanti ovunque nel mondo, egemone in Europa, al comando nelle Americhe.

Da noi la situazione è ancora più acuta, ma certo la situazione è grave ovunque, convengo. La Francia ha risolto il dilemma eleggendo il fringuellino Macron che a Bardonecchia punta i fucili contro i migranti meglio della Le Pen e attua la politica coloniale in Africa.

In Germania la Merkel è asfissiata dal peso dell’opinione di destra sempre più radicale.

Le ricordo che nell’est d’Europa, gridando il nostro amore per la libertà, abbiamo fatto sì che i regimi socialisti venissero attaccati e sconfitti. Oggi ci ritroviamo l’Ungheria di Orban, il patto di Visegrad, i fratellini clerico-fascisti polacchi. Che bel bottino per la democrazia!.

Lei dice che dobbiamo toccare il fondo del pozzo. E se il pozzo non avesse fondo?

Quando il 29 giugno dello scorso anno, Repubblica dà conto nel titolone di prima pagina che il governo Gentiloni è pronto a chiudere i porti ai migranti; quando il ministro dell’Interno Minniti ritiene di presentarsi alla festa di Fratelli d’Italia vantando, tra i sorrisi, la scrivania che fu di Mussolini, allora capisce che ogni idea di sinistra si è intorbidita fino a corrompersi nel profondo.

Ma a sinistra non c’è solo il Pd. Non è che chiediamo troppo, tanto a un partito che ha dismesso da tempo i colori che lei ama?

Parzialmente vero. Alle scorse politiche ho votato Leu, e sembrava che quella formazione dovesse addirittura raggiungere il dieci per cento. Invece è stata superata dal principio di realtà.

Indro Montanelli, parlando di Silvio Berlusconi, spiegò come lui fosse “una malattia che si cura solo con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi”. Dopo un trentennio Berlusconi è ancora tra di noi.

Non per sembrare fastidioso, ma il grazie va dato sempre al nostro Renzi che, compiutamente, ritenne di fare cosa buona e giusta resuscitandolo col patto del Nazareno.

Ora Salvini ministro. Un altro vaccino con la sua prova di governo?

La politica è verità e noi dobbiamo avere della speranza la stessa considerazione di Tucidide, come le ho appena ricordato.

Si va al congresso: ora i dem litigano sulle regole e le date

Assemblea il 7 luglio. È questo l’unico punto fisso del Pd in queste ore. Per il resto, si procede a tentoni senza che sia stata individuata una soluzione capace di portare in armonia il partito al Congresso e, quindi, a sciogliere il nodo della leadership. L’ultima débacle elettorale delle amministrative ha fatto saltare l’accordo per spostare il Congresso a dopo le europee del 2019 per arrivarci con Maurizio Martina segretario. A spingere sull’acceleratore, è stato soprattuto Nicola Zingaretti. “Io credo e mi auguro che si faccia un Congresso vero, sicuramente prima delle elezioni europee”, ha detto il governatore del Lazio che oggi ha incontrato 200 sindaci del Lazio di tutti gli schieramenti che lo avevano sostenuto.

Ma per arrivare al “congresso subito” (formula sulla quale hanno ribadito l’ok Andrea Orlando, che ha anche proposto una intesa per riscrivere le regole del Congresso e superare le primarie) bisogna prima mettere in armonia le varie anime dem. “Farò uscire un Manifesto politico di questo Fronte. Quello che bisogna fare è una grande lista civica nazionale”, annuncia Calenda. Renzi, invece, continua a tacere.

Oltrismo, quando la sinistra non sa dove andare

Parolina magica di cinque lettere che torna a campeggiare a caratteri cubitali nel fantastico dibattito sul centrosinistra morto. Qual è? È “oltre”, naturalmente.

Ché quando la sinistra non sa più dove andare ecco che tornare puntuale la sfida di un ignoto improbabile: andare oltre. Oltre cosa non si sa.

Per questo, è stato davvero emozionante ritrovare ieri sulla prima pagina di Repubblica il seguente imperativo del solito Romano Prodi – il cui attuale valore elettorale non corrisponde esattamente al risalto dato ai suoi vaticini – che ordina ai moribondi democratici: “Andare oltre il Pd”. Un’emozione che ha fermato il tempo ai primi anni novanta, quando nel campo progressista l’oltrismo dilagò come un virus incurabile.

Il mantra stantio di Prodi è lo stesso della nuova star del nuovismo postrenziano: Carlo Calenda, eletto papa straniero pur non avendo mai affrontato quel piccolo problema che risponde al nome di consenso popolare.

Insomma per Prodi e Calenda, due teste due voti e basta, è l’ora di andare di nuovo oltre. Ma a suscitare una penosa tristezza, per la forma non per la sostanza, è stata la risposta di Matteo Orfini, presidente del Pd, che da rinnegato dalemiano ricicla una battuta del vecchio Generale Massimo: “Oltre il Pd c’è la destra”. Lo scrisse D’Alema nel 1991 in un bigliettino a Ferdinando Adornato, primo teorico del Partito democratico che vergò il tomo Oltre la sinistra. D’Alema gli mandò un bigliettino dei suoi: “Caro Adornato, oltre la sinistra c’è solo la destra”. Adornato è stato poi anche il teorico del berlusconismo moderato e infine di un centro terzo rispetto a destra e sinistra ma questa è un’altra storia. Dal punto di vista comunista stricto sensu il Battista dell’oltrismo è stato Achille Occhetto, l’uomo della svolta della Bolognina nel 1991.

Disse: “Noi non vogliamo transitare da una tradizione (quella comunista, ndr) a un’altra (quella socialista, ndr). Vogliamo andare oltre”. A Occhetto fu imputata dai critici una vaga idea di uscita da sinistra del comunismo, oltre il quale però c’era solo la difesa dell’ambiente e in particolare la lotta per le foreste dell’Amazzonia.

Oltre il comunismo e oltre il socialismo. L’oltrismo non è mai andato giù a Emanuele Macaluso, tra le figure storiche del movimento operaio italiano. Quando nel gennaio del 2007, alla vigilia della fusione fredda del Pd, toccò persino a D’Alema sperimentare l’oltrismo in un’assemblea dei Ds – proprio lui che voleva la Cosa 2 socialista – Macaluso scrisse sul Riformista: “L’applauso più grande lo ha ottenuto D’Alema quando ha detto che bisogna andare oltre il socialismo. L’oltrismo nei Ds non è una novità, (…), bisogna dire che D’Alema scopiazza Ochetto, che dopo la svolta della Bolognina usò gli stessi argomenti e le stesse parole”. Occhetto si risentì e reagì con un lungo articolo sul quotidiano arancione in cui specificò che il suo oltrismo era diverso da quello di D’Alema. Lui, Occhetto, voleva andare oltre il socialismo reale, non uscire fuori “dall’alveo storico e dal sistema di valori della grande tradizione del socialismo europeo”.

L’oltrismo ha segnato tutto il percorso del centrosinistra dal 1989 a oggi (l’Ulivo, l’Unione, il Pd, non dimenticando il prodiano Parisi, altro grande oltrista) e non ha mai portato voti. Ancora Macaluso nel 2007: “Oggi sappiamo che l’oltre ha portato i Ds al 17 per cento”. Quanto il Pd di oggi.

Il sospetto è che l’andare oltre sia stato il grande alibi di una classe dirigente consapevole di fare solo tattica e manovre senza un pensiero strategico. E vale la pena rileggere le parole profetiche di Peppino Caldarola, ex direttore dell’Unità, di undici anni fa: “Non si può escludere che dopo aver circumnavigato tutto l’oltrismo, a questo gruppo dirigente non venga in mente di rifondare il Partito comunista. Svolta più, svolta meno”. Forse sarebbe il male minore. In fondo Marx è di nuovo vivo.

Il dibattito tra Calenda e Salvini a Tor Bella Monaca: un incubo

Questo diario ha fatto un(brutto)sogno. Siamo a Roma e in una piazza di Tor Bella Monaca (cassonetti colmi, cinghialotti a zonzo), Carlo Calenda – l’ultimo e forse proprio ultimo iscritto al Pd – sfida in un duello dialettico Matteo Salvini. Ricordo solo poche battute. Salvini: “È finita la pacchia” (vivi applausi degli astanti). Calenda: “Non rispondo alle fesserie di Salvini. Occorre un piano Marshall per sconfiggere l’analfabetismo funzionale e così riassociare il futuro alla speranza” (una voce: “basta co ’sti negri”). Salvini: “La pacchia è strafinita”. Calenda: “Occorre un fronte repubblicano per andare oltre il Pd, una segreteria costituente larga che progetti una grande assise…” (la folla lo circonda minacciosa, lui con un balzo inforca lo scooter e scappa in direzione Parioli).

Per fortuna era solo un incubo. Purtroppo però le frasi dell’ex ministro dello Sviluppo, compreso il piano Marshall, sono proprie le sue (intervista al Messaggero di martedì). Purtroppo (per il Pd) domenica scorsa eravamo stati facili profeti nel pronosticare un’ulteriore fuga degli elettori di sinistra verso l’ignoto. Avevamo invitato i dirigenti del Nazareno a uscire dal sonno, a dire qualcosa, a indicare una via d’uscita a un popolo, il loro, sempre più smarrito. Purtroppo ci hanno dato retta.

Oltre alla lotta di Calenda contro “l’analfabetismo funzionale” si è udita forte e chiara la voce del reggente Maurizio Martina. “Dobbiamo scrivere una pagina nuova”, ammette, “riconoscere gli errori per non rifarli”. Insomma “cambiare e ricostruire con umiltà e coraggio” (Corriere della Sera). Ha mancato solo di aggiungere non ci sono più le mezze stagioni e dobbiamo tornare tra la gente (forse consapevole dei rischi connessi).

Allusivo Nicola Zingaretti: “Non bastano semplici aggiustamenti e tantomeno povere analisi di circostanza” (boh). Senza confini Matteo Orfini: “Serve lavorare a un soggetto europeo che vada da Macron a Tsipras”. In sintonia con Calenda, Romano Prodi teorizza l’oltrismo (“necessario andare oltre il Pd”). Ventennale copy di Ferdinando Adornato, con il celebre saggio Oltre la sinistra (“c’è solo la destra”, subito chiosò Massimo D’Alema e infatti Adornato finì con Berlusconi). Su di giri il renzianissimo Andrea Marcucci: “Il Pd ha perso anche senza Renzi”. A cui fa eco un esultante Michele Anzaldi: “Senza Renzi e con i vecchi notabili non si vince”. Sono soddisfazioni ma almeno costoro esprimono senza ipocrisie l’unico sentimento che accomuna il gruppo dirigente Pd: l’odio vigilante (per il vicino di banco). Nell’attesa di assistere allo scontro finale tra oltristi, renzisti , repubblicani, rettiliani e vesuviani qualche banale osservazione.

Primo: dopo aver ingrossato le file del M5S, nei ballottaggi di domenica molti ex elettori Pd si sono rifugiati nell’astensionismo. Dove sono destinati a rimanere fino a quando l’attuale sinedrio non mollerà la presa (Massimo Cacciari: “I nuovi capi siano estranei al passato”). Vastissimo programma.

Secondo: battere la canea leghista non è impossibile. Come dimostrato, per esempio, dal successo della tavolata multietnica (10mila persone) organizzata dal sindaco di Milano Giuseppe Sala al Parco Sempione. C’è un problema: organizzare, condividere, coinvolgere, cucinare, apparecchiare e sparecchiare costa fatica. Più comodo progettare nuovi soggetti, segreterie costituenti e grandi assise.

Una volta a chi gli chiedeva la formula della buona letteratura Ernst Hemingway rispose: “Uno per cento ispirazione creativa, novantanove per cento traspirazione, impegno, sudore”. “Ma questo”, aggiunse, “vale per tutte le cose che contano”.