Copyright, Di Maio: “Se non cambia, no alla direttiva Ue”

“Un grave pericolo”: così ieri il vicepremier e ministro del Lavoro, Luigi di Maio, ha definito la riforma del copyright che dovrà essere discussa all’Europarlamento nei prossimi mesi. Un pericolo che passa attraverso “due articoli che potrebbero mettere il bavaglio alla rete. Ci opporremo con tutte le nostre forze, a partire dal Parlamento europeo e, se la dovesse rimanere così siamo anche disposti a non recepirla”. Il presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, ha replicato senza mezzi termini. “Mi auguro che la posizione del vice primo ministro Di Maio – dice – sia una posizione personale e che l’Italia non segua una strada piena di errori perché farebbe un danno enorme all’occupazione e alle imprese italiane. Non possiamo più tollerare che la creatività sia sfruttata per arricchire i giganti del web”, ha aggiunto. Il riferimento è alle controversie della norma: un articolo prevede l’introduzione di una link tax, una tassa sui link, da corrisponder ai titolari (editori) dei contenuti che vengono condivisi suelle piattaforme online (con titolo e anteprima). L’altro, l’introduzione di un filtro automatizzato in grado di riconoscere l’eventuale pubblicazione di contenuti protetti da copyright.

Olimpiadi, Appendino va allo scontro col gruppo M5S

Dopo aver minacciato le dimissioni, sarà il giorno dell’incontro e forse ancora dello scontro. La sindaca di Torino Chiara Appendino ieri a Roma ha incontrato il sottosegretario del governo Giancarlo Giorgetti per illustrare l’idea di candidare la città come sede delle Olimpiadi invernali del 2026: “È andata bene”, ha detto al termine.

Torino gode del sostegno della componente gialla dell’esecutivo, mentre quella verde sostiene anche l’opzione lombardo-veneta ed entro il 10 luglio il Coni dovrà decidere quale candidato proporre al Cio. Ma da Appendino della riunione a Palazzo Chigi non è dato sapere di più. Le bocche sono cucite. Si saprà qualcosa oggi dopo le riunioni con la giunta e i consiglieri del M5S che nella notte tra lunedì e martedì l’hanno messa alle strette al punto che la sindaca è arrivata a minacciare le dimissioni: “Non sono in programma”, minimizza però un assessore.

C’è un dato: l’aria è cambiata. Candidare Torino per le Olimpiadi vent’anni dopo quelle del 2006 non entusiasma la maggioranza: soltanto quattro consiglieri su 23 (Marco Chessa, Monica Amore, Antonio Iaria e Antonio Furnari) hanno votato a favore, mentre un tempo i contrari ammontavano a 5 in tutto.

Molti ne fanno una “questione di metodo”. Non è piaciuta l’assenza di confronto, si sono sentiti scavalcati, non è stato istituito il comitato tecnico-scientifico, mentre invece lo studio è stato affidato (dai comuni montani) ad Alberto Sasso, architetto amico di Beppe Grillo, già consulente per lo stadio di Roma e candidato alla Camera col M5S, il cui lavoro non è stato discusso nelle sedi pubbliche, ma è trapelato sui giornali. Insomma, se per Appendino il secondo anniversario della vittoria sarà amaro, non è soltanto per i due difficili procedimenti penali, ma anche per il sostegno dei suoi che inizia a mancarle.

“Sono il primo sindaco leghista al Sud”

San Giuseppe Vesuviano, 32mila abitanti in provincia di Napoli, ma vicinissima a Pontida. Vincenzo Catapano, avvocato 51enne, riconfermato al ballottaggio con il 74%, è il primo sindaco della Lega in una città campana del Sud. Catapano annuncia che anche gli assessori aderiranno al partito di Salvini. Un monocolore verde. Ha già formato la giunta? “No”. Allora come sa che gli assessori prenderanno la tessera della Lega? “Ho fatto dei passaggi, sarà una giunta politica e non avrò bisogno di convincerli. Sarà così”.

Intanto lei ha annunciato l’iscrizione alla Lega solo dopo la vittoria. Temeva di perdere consensi?

Non è andata così . Ho formato, autorizzato dalla Lega, una lista “Noi con Catapano” con la stessa grafica del logo di Salvini. Sono stato chiaro nei comizi finali, ai quali sono intervenuti parlamentari leghisti. Nessuna sorpresa ai cittadini.

Quindi lei è il primo sindaco eletto al Sud chiedendo i voti in nome della Lega. Impensabile sino a poco tempo fa. Cosa è cambiato?

Ora la Lega ha un leader di caratura internazionale, del quale apprezziamo decisionismo e pragmatismo su un territorio come il nostro.

Che peculiarità ha il vostro territorio?

A San Giuseppe Vesuviano in 50 anni siamo passati da un’economia di piccoli ambulanti a un tessuto economico di 1500 aziende, 4500 unità lavorative e 2 miliardi e mezzo di fatturato. Soprattutto nel tessile ma non solo, penso ad Acquaviva Dolciaria, alle aziende di trasporti.

Perché Salvini è il politico giusto per voi?

Molti imprenditori sono stati costretti ad emigrare a Nola, a Palma Campania, una diaspora simile a quella degli ebrei, nel disinteresse della politica che non ha saputo dare risposte, non ci ha dato la terra promessa, gli insediamenti produttivi. Salvini ci ha convinto con un programma valido per tutto il paese e non solo per il Nord, proponendoci la flat tax che entusiasma noi sangiuseppesi che produciamo ricchezza e dove pure gli operai votavano a destra per condividere i progetti imprenditoriali. La flat tax si sposa con il nostro modo di vivere. Le tasse sono esasperanti.

Salvini la convince pure sui temi dell’immigrazione? Da voi c’è una vasta comunità bengalese che ha preso il posto di quella cinese.

La questione è stata affrontata dall’intellighentia in maniera ideologica ed invece va trattata pragmaticamente, come fa Salvini. Le presenze vanno regolamentate. L’integrazione non mi spaventa, San Giuseppe ha una tradizione di scambi culturali ed economici e gradisce l’arrivo di forza lavoro. Purché sia in regola.

Vitalizi, ecco la delibera. Tagli per oltre 30 milioni

Il giorno della delibera che vale una bandiera. Per il governo gialloverde, ma soprattutto per i Cinque Stelle. Bisognosi di qualcosa da esporre, di un primo risultato simbolico (e non) per non lasciarsi schiacciare sul piano mediatico da Matteo Salvini. Quindi uniti nel puntare forte sul testo per “il superamento dei vitalizi”, come lo definisce il presidente della Camera Roberto Fico, che questa mattina alle 8,30 lo presenterà all’ufficio di presidenza di Montecitorio, in una seduta aggiuntiva convocata in tutta fretta.

Il tempo che ieri mattina la Camera votasse i tre nuovi segretari d’Aula al posto dei 5Stelle Vincenzo Spadafora e Carlo Sibilia e del leghista Raffaele Volpi, nominati sottosegretari, ricomponendo così il plenum dell’organo. E Fico ha riconvocato l’ufficio, già riunitosi ieri pomeriggio. Perché il suo obiettivo è far approvare la delibera entro la fine di luglio. Marciando con la massima velocità, senza tenere conto della tempistica in Senato, dove il taglio dei vitalizi appare più complicato. Ma il presidente di Montecitorio non vuole aspettare. Proprio come il capo politico del M5S e vicepremier Luigi Di Maio, che insiste sul reddito di cittadinanza “prima possibile” come una boa di salvataggio, e che ieri ha celebrato la delibera come “la fine dell’era dei privilegi”.

Però sarà Fico a illustrare il testo per ricalcolare con il metodo contributivo tutti i vitalizi degli ex parlamentari, maturati prima della riforma entrata in vigore nel 2012: ossia del giro di vite dopo il quale le pensioni dei nuovi eletti vengono calcolate in base ai contributi versati (e non più in base alla retribuzione percepita). E la delibera a cui il 5Stelle ha lavorato di concerto con l’Inps e con gli uffici della Camera parte da un principio: nessun ex parlamentare percepirà più di quanto prende attualmente.

E non è un dettaglio, visto che con il ricalcolo contributivo gli ex eletti con molte legislature alle spalle ci avrebbero guadagnato. Un paradosso che verrà evitato, fissando un meccanismo che farà da tetto.

Mentre invece il testo lascerà il sistema delle pensioni di reversibilità, quelle destinate ai coniugi dei parlamentari deceduti o ai figli minorenni o disabili. Ma è possibile che vengano limate. Con grande attenzione, perché si rischia l’incostituzionalità. Un pericolo che incombe sulla delibera, come ricordava la relazione del collegio di questori di Montecitorio dello scorso aprile, che fissava i paletti: “Sulla base della giurisprudenza della Consulta, la modifica in senso sfavorevole delle norme che disciplinano i rapporti di durata (come i vitalizi, ndr) può ritenersi costituzionalmente legittima ove corrisponda ai princìpi di ragionevolezza, uguaglianza e affidamento nelle situazioni giuridiche legittimamente sorto nei destinatari delle norme”. E proprio secondo i questori, con il ricalcolo degli assegni che vengono erogati agli ex deputati si potrebbero risparmiare tra i 18 e i 20 milioni di euro, ritoccando circa 1200 prestazioni. “Ma la delibera è andata oltre” spiegano. Anche grazie ai consigli dell’Inps di Tito Boeri, fautore del provvedimento. E allora il risparmio previsto sale, oscillando tra i 30 e i 40 milioni.

Le cifre della partita che inizierà questa mattina con la relazione di Fico. Oggi il provvedimento verrà incardinato. Poi verrà dato un termine per presentare gli emendamenti. Quindi si cercherà una data per il voto finale, nelle speranze di Fico da qui a un mese. Ma il termine ultimo che si è dato è la pausa estiva, ossia la prima settimana di agosto. Però i tempi dipenderanno anche dagli equilibri nell’organo di autogoverno di Montecitorio. Per esempio non ci sono certezze sulla posizione di Forza Italia, che ha come vicepresidente Mara Carfagna più un questore, Gregorio Fontana, e un segretario d’aula, Francesco Scoma. Ma alla Camera ricordano come nella scorsa legislatura Carfagna uscì dall’Aula durante la votazione sul disegno di legge per l’abolizione dei vitalizi, così da non votare sì in dissenso dal suo gruppo. Però Lega e 5Stelle hanno comunque la maggioranza (dieci membri su 18), a cui dovrebbero aggiungersi i voti di Ettore Rosato del Pd e di Luca Pastorino di Liberi e Uguali. L’importante è sbrigarsi, per il Fico che lo disse appena insediato, il 24 marzo: “Il taglio ai costi della politica dev’essere uno dei principali obiettivi della legislatura”.

Reggio Calabria, l’arsenale clandestino della ’ndrangheta

“Vuoi un kalashnikov nuovo nuovo?”. “Però mi interessa sapere il prezzo prima, perché altrimenti me li faccio portare dalla Piana”. “Costano un occhio della testa, vogliono 2400 euro l’uno… per guadagnare qualche cento euro io altrimenti… capisci”. La Dda di Reggio Calabria ha messo le mani in quella che il questore di Raffaele Grassi definisce “l’armeria della ‘ndrangheta”, una sorta di struttura parallela che serviva alle altre cosche per rifornirsi di armi. Anche da guerra. Ieri mattina sono state arrestate 28 persone: 15 in carcere e 13 ai domiciliari. Obbligo di presentazione, invece, per altre otto. Con l’inchiesta “Arma Cunctis”, la procura di Reggio Calabria guidata da Giovanni Bombardieri ha stroncato un vasto traffico di armi gestito dai Commisso di Siderno e dai Cataldo di Locri che, per fare arrivare gli arsenali, utilizzavano pure il canale maltese. “Le cosche erano pronte a usare materiale bellico – ha detto il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo –. Stiamo parlando di tante armi da guerra e questo significa che loro sono in guerra”.

Ustica, giustizia a doppio binario

Sono passati esattamente 13 anni da quando, con una limpida sentenza confermata in Cassazione, è emersa incontrovertibile la verità sulla causa della caduta del DC 9 Itavia nel mare di Ustica il 27 giugno 1980: l’esplosione di una bomba all’interno della toilette di bordo.

Con un’efficace espressione di sintesi il giudice penale di secondo grado ha messo una pietra tombale sulla questione, definendo l’ipotesi missile “più degna della trama di un film giallo che di un procedimento giudiziario”.

Eppure ancora oggi è dura a morire la “verità” sostenuta da Bonfietti, Purgatori, Priore ed altri.

Nonostante l’idea del missile lanciato contro un velivolo civile nel corso di una battaglia aerea sia stata smontata impietosamente nel processo penale in 227 udienze dibattimentali, con l’escussione di circa 4.000 testi e sulla base delle perizie dei maggiori esperti al mondo, tentare di ristabilire la verità nella percezione pubblica dopo tanti anni di mistificazioni è una vera fatica di Sisifo.

Nonostante questo è necessario continuare a lottare almeno per una ragione, per un aspetto della vicenda che si candida a divenire il più significativo apripista di una deriva in prospettiva fuori controllo.

Mi riferisco al percorso civile del processo, quello per cui un fiume di denaro pubblico sta scorrendo a titolo di indennizzo per gli eredi della proprietà Itavia e per i parenti delle vittime, già abbondantemente indennizzati.

Con buona pace del lavoro dei giudici penali, al tempo stesso certosino e coraggioso, è accaduto infatti che in sede civile, in prosecuzione di una conforme sentenza del giudice onorario aggiunto di Bronte, Francesco Batticani, a provocare la tragedia sia stato un missile e non una bomba.

Accade così che per lo stesso delitto siano state individuate due cause diametralmente opposte e che sulla base di questo bizzarro quanto inaccettabile presupposto, lo Stato viene condannato a sprecare cospicue somme di denaro pubblico. Basta pensare al processo al Generale Stano, comandante del contingente italiano a Nassiriya nel 2003, per capire che Ustica purtroppo non è l’unico caso in cui le sentenze civili e penali approdano a risultati platealmente paradossali.

A questo punto è ineludibile avviare una riflessione di fondo sul doppio corso della giustizia, quella penale e quella civile. Bisogna lottare per difendere il difficile lavoro dei magistrati penali, nonché fermare l’emorragia di denaro pubblico ed arrestare l’attività predatoria alle casse dello Stato resa possibile da un atteggiamento per cui “paga Pantalone”.

Per quanto arduo, ristabilire la verità su quanto accaduto è finalità nobile per la quale continueremo a batterci, sperando nel contempo di fermare “l’attacco alla diligenza” ed alle sue casse.

Affari e movida, le ’ndrine conquistano Corso Como

Spritz e apericena. Locali uno dopo l’altro. Modelle, vip in stile Grande fratello, calciatori famosi e ragazzi che qui rimontano dalle periferie a far nottata. La movida è così. Corso Como è così. Qui tutto si è visto: la coca, i paparazzi, la moda. Non la ‘ndrangheta. Quella non si era mai vista. Eppure oggi i broker vicini ai boss si sono presi anche la movida più famosa di Milano. Il merito della scoperta è della Dia, in prima fila nel tracciare gli interessi mafiosi utilizzando il nuovo strumento della revoca delle licenze commerciali (Scia, ndr). Strumento amministrativo (contestabile al Tar), rapido ed efficace, sdoganato dalla riforma del Codice antimafia del 2014, da recenti sentenze del Consiglio di Stato e che permette, come già per gli appalti pubblici, di costruire informative attorno al cosiddetto “fumus” mafioso. Il via libera della Prefettura, poi, mette in mano al Comune ordinanze di revoca da eseguire in pochi giorni. Risultato: gli investimenti dei clan svaniscono in un lampo, senza tanti giri di sequestri preventivi. L’obiettivo è arrivare prima e non dopo. È successo per il ristorante gourmet Unico Milano. Capita ora per il Ballarò, noto locale in corso Como. Primo, ma non ultimo.

Per capire bisogna partire da un’altra zona: via Molino della Armi, tra il parco delle Basiliche e l’università Statale, cuore storico della città. Qui, al civico 23, nell’ottobre 2016 si avvia un bar, il Gio&Cate Caffè. Quattro vetrine, un bel bancone esterno. Sempre pieno. Manager, studenti, turisti. La Dia parte da uno scontrino e da qui, incrociando nomi e dati, fa match. Il locale è della Milano by night srl, destinataria anche lei di una recentissima ordinanza di revoca della Scia. Rappresentante e socio di minoranza è Aurelio Modaffari, classe ’72, nato ad Africo. La nipote ha sposato il figlio di Domenico Trimboli, detto Micu u Murruni, referente, secondo gli investigatori, delle cosche di Buccinasco e vicino alla potente famiglia Papalia. Il nome di Modaffari emerge da un’informativa dei carabinieri del 2013. Si legge che “annovera precedenti penali e di polizia per delitti concernenti le armi e le sostanze stupefacenti”. Negli anni, poi, i controlli sul territorio “hanno evidenziato i suoi rapporti” con i parenti del boss Giuseppe Morabito detto u Tiradrittu e anche con personaggi milanesi “contigui” al clan. Di lui scrivono i carabinieri di Bovalino: “Non risulta essere inserito negli organigrammi delle cosche (…) anche se non si esclude una sua possibile vicinanza ad ambienti criminali riconducibili ai clan”. Per la Dia la Milano by night è una miniera d’oro. Socio di maggioranza è Francesco Palamara, classe ’84, nato a Locri. Nel 2013 sarà denunciato a piede libero per aver favorito la latitanza del parente nonché narcotrafficante Santo Morabito (nipote a sua volte di u Tiradrittu), già coinvolto nell’inchiesta milanese Dionisio (2009). Ultimo socio è Davide Lombardo, classe ’75, citato (non indagato) nell’indagine Parco sud per i suoi rapporti con persone legate alle cosche Barbaro e Papalia. La posizione di Lombardo, già un anno fa, era stata segnalata alla Dia dal Servizio analisi investigative della Polizia locale. Nel 2015 finirà indagato (e poi condannato a 1 anno in primo grado) per spaccio e contatti con personaggi vicini ai clan. È partendo da questo compendio che la Dia arriva in corso Como. Qui al 7 di piazza XXV aprile c’è il Ballarò, locale di dolci siciliani gestito dalla Gecos. Rappresentante è sempre Modaffari, con Davide Lombardo socio al 20%. Scompare Francesco Palamara che ritroviamo, con Lombardo, in un locale vicino al Politecnico. Il Ballarò, chiuso da giorni, ha una sola vetrina che si affaccia sulla piazza, pochi metri c’è corso Como.

Qui nel 2017 scoppia la protesta per lo spaccio in strada. Il Giorno ne dà notizia e intervista lo stesso Lombardo che spiega: “È ingestibile. Non passa notte in cui non si verifichino borseggi, furti, rapine”. Nel 2015 per lui il gip aveva disposto l’arresto per 17 capi d’imputazione. Droga perlopiù. Nelle esigenze cautelari si legge: “La quantità non modica di coca commercializzata, la professionalità delle compravendite (…) inducono a ritenere che l’indagato tragga sostentamento dallo spaccio di stupefacenti”. Non è finita. Altri notissimi locali sono nel mirino della Dia. Che indaga anche sul civico di una via dove hanno sede società sospette. Un risiko mafioso inedito che ha il cuore in corso Como e la sua borsa negli uffici di un anonimo commercialista.

Stadio, restano in cella i manager di Eurnova (Parnasi)

Supera il vaglio del Riesame l’indagine della Procura sull’imprenditore Luca Parnasi. Il primo “snodo” formale dell’inchiesta che ha portato all’arresto di nove persone, tra cui l’ex presidente di Acea Luca Lanzalone (ai domiciliari) e il costruttore Parnasi (in cella), incassa il “no” del tribunale della Libertà sulle richiesta di scarcerazione avanzata dai difensori di quattro manager della società Eurnova (Gruppo Parnasi). Restano, quindi, in carcere Gianluca Talone, Simone Contasta, Giulio Mangosi, Nabor Zaffiri. Per tutti la procura aveva espresso parere negativo. In particolare i pm sostengono che siamo in presenza di una “struttura societaria criminale” alla cui realizzazione gli indagati hanno fornito, a seconda delle posizioni, “con consapevolezza, evidente spregiudicatezza e senza remora alcuna, ogni possibile apporto”. Dei manager di Eurnova il solo ad ottenere la scarcerazione è stato Luca Caporilli, ora ai domiciliari: interrogato dal gip ha fatto alcune ammissioni su dazioni di denaro alla politica. Nei prossimi giorni i pm potrebbero avviare nuovi interrogatori a cominciare da Giovanni Malagò, presidente del Coni, indagato; come pure potrebbero decidere di interrogare lo stesso Parnasi.

La leghista della Procura arrestata con 7 poliziotti

Un imprenditore ritenuto legato alla camorra e una squadra di poliziotti stipendiati per fornire al “boss” (così veniva definito) informazioni e soffiate. In mezzo, una cancelliera della Procura di Roma – e militante leghista – che fungeva da “talpa”. Carlo D’Aguano, 36enne imparentato con esponenti del clan Moccia di Afragola (Napoli), era già stato coinvolto di striscio nell’inchiesta “Babylonia”, che nel maggio 2017 aveva portato all’arresto degli imprenditori Gaetano Vitagliano e Andrea Scanzani, e al sequestro di ristoranti e locali a Roma attraverso cui si riciclavano, secondo l’accusa, soldi derivanti da traffico di droga, usura e estorsione.

Su di lui si sono concentrate le indagini della Dda di Roma, che hanno osservato “lo stesso modus operandi”. In totale undici le persone in manette, operazione portata avanti dai carabinieri affiancati dalla Squadra mobile e coordinati dai pm Paolo Ielo e Michele Prestipino.

A supporto de “il napoletano”, da qualche mese c’era una squadra poliziotti. Un assistente capo e tre agenti delle Volanti della Questura, un vice sovrintendente e un agente del commissariato Fidene-Serpentara e un agente del commissariato San Basilio, quartieri questi ultimi dove si concentrano da anni le attività di D’Aguano. Fra di loro, anche Francesco Macaluso, l’agente che il 17 aprile scorso ottenne un encomio dal capo della polizia, Franco Gabrielli per aver salvato un 28enne in procinto di suicidarsi. In cambio della loro fedeltà, gli agenti ottenevano, secondo l’accusa, vari benefit, fra cui il 5% delle quote del noto club “Arcadia”, nel quartiere Settebagni, che si traduceva nella corresponsione fissa di 600 euro e l’ingresso in altre società partecipate da D’Aguano, oltre a piccoli “favori” come il pagamento delle rate della palestra o delle auto nuove per le rispettive compagne.

Determinante la figura di Simona Amadio, “la talpa in Procura” come lei stessa si definisce al telefono con il compagno Angelo Nalci – anche lui poliziotto al Nucleo scorte della Questura di Roma e anche lui arrestato. Impiegata nella segreteria di un magistrato della Procura del tutto estraneo alla vicenda, la donna era diventata punto di riferimento di D’Aguano e accedeva abitualmente agli atti delle inchieste per consultarli e riportarne il contenuto, a volte di persona, quando il “napoletano” la incontrava nei corridoi dell’Edificio A di Piazzale Clodio per vedere “la carta”. Sebbene fosse in suo potere farlo, al momento non si hanno riscontri di eventuali modifiche degli atti da parte di Amadio. “Io Carlo me lo voglio tenere – diceva Amadio al telefono – allora tu devi pensare amore, che come tutti ‘gli impiccioni’ lui ha amici poliziotti… la talpa in Procura… lui (D’Aguano)… la prima cosa che mi ha chiesto è: ‘Mi posso fidare?’… a lui gli serve un appoggio in Procura, cioè qualcuno che va ad aprire a va a vedere”.

L’arresto di Simona Amadio ha scosso non poco il mondo della la Lega a Roma e nel Lazio. La 50enne, infatti, è molto impegnata nel partito di Matteo Salvini. Attivista “della prima ora”, si è candidata nel 2016 alle Comunali di Roma – la lista di “Noi Con Salvini” fu composta dagli allora coordinatori locali Gianmarco Centinaio e Barbara Saltamartini – ottenendo appena 341 voti; poi è entrata nel coordinamento romano come viceresponsabile Legalità e Sicurezza. Sempre nel 2017, fra le altre cose, aveva sostenuto – con un accorato intervento al comizio conclusivo – la candidatura di Giovanna Ammaturo a sindaca di Guidonia.

Indagini sul boiardo Blitz dei carabinieri dentro Palazzo Chigi

Un mese e mezzo fa – in pieno caos politico per la scelta del premier – i carabinieri entravano alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Su disposizione della Procura di Roma, l’8 maggio scorso, i militari hanno acquisito, al Dipartimento per gli affari giuridici e legislativo, atti del “procedimento amministrativo di individuazione e indicazione al Parlamento dei componenti dell’Autorità dei Trasporti nel 2012, con specifico riferimento a Pasquale De Lise”, che, inizialmente tra i papabili, non fu nominato.

De Lise ha resistito ad ogni vento politico. In magistratura dal 1961, dal 1971 al Consiglio di Stato, ne è diventato presidente nel 2010. Ha ricoperto, negli anni, anche parecchi incarichi ministeriali, per citarne alcuni al ministero dei Lavori Pubblici, della Sanità o anche del Tesoro. E così fino alla pensione, nel 2012, sedeva negli ambienti che contano, e non da semplice spettatore.

A maggio scorso a chiedere gli atti a Palazzo Chigi è il pm romano Alberto Galanti titolare di un fascicolo, preveniente da Brescia, in cui De Lise è indagato per corruzione in atti giudiziari con alcuni politici e l’imprenditore Antonio Muto. È un troncone di un’indagine più grande in cui il solo Muto era accusato di concorso esterno in associazione mafiosa: accusa caduta in tutti e tre i gradi di giudizio. Pochi giorni fa, Muto è stato assolto anche in Cassazione, che ha rigettato i ricorsi dei pm. Da questa indagine è stata stralciata la vicenda in cui l’ex senatore forzista Luigi Grillo, l’ex sindaco di Mantova Nicola Sodano, De Lise e altri sono accusati di aver commesso atti contrari ai doveri d’ufficio “per assicurare ingiusti profitti a Muto per favorirlo nel ricorso amministrativo proposto al Consiglio di Stato dalla Immobiliare Lagocastello Srl”.

Al centro della vicenda è il vincolo di inedificabilità, deciso del Tar, su un’area sul Lago Inferiore di Mantova. Contro il Tar, Muto fa ricorso al Consiglio di Stato che gli dà torto. Nonostante la sentenza sfavorevole per l’imprenditore, la Procura di Brescia ipotizza che vi sia stata una corruzione in atti giudiziari. “Durante la pendenza del ricorso – è un capo di imputazione – su istigazioni di Muto e Fanini (commercialista, ndr), Grillo compiva atti contrari ai doveri d’ufficio consistiti nell’istigare il presidente del Consiglio di Stato De Lise” a “pilotare l’assegnazione di un ricorso a un collegio composto da giudici almeno in parte compiacenti”. A sua volta, Grillo avrebbe accordato il supporto a De Lise per la nomina all’Authority dei trasporti. Nomina mai avvenuta, ma per chiarirne ogni aspetto, il pm ha acquisito atti a Palazzo Chigi, come fatto già in passato a Palazzo Spada.

“Per i pm – commenta il legale di De Lise, Fabrizio Lemme – Grillo si sarebbe impegnato per la nomina di De Lise e De Lise per far vincere il ricorso. Peccato che nulla si è verificato: il Consiglio di Stato ha dato torto all’imprenditore, mentre la Camera votò contro la nomina. Inoltre quando fu trattato il ricorso, De Lise era in pensione e mai influì sulla designazione del nuovo relatore”. Ora i pm analizzeranno gli atti di Palazzo Chigi e il 13 luglio decideranno se chiedere il processo o archiviare.