Emmanuel, mon ami!

Un’altra giornata di comunicazione ipercinetica dall’universo salviniano. Ore 10 e 30: “Abbiamo il cuore buono a differenza di Macron. Abbiamo dato l’ok allo sbarco della Maersk su indicazione della guardia costiera, che è lo Stato italiano. Le Ong straniere non toccheranno più porti italiani” (all’ingresso dell’assemblea di Confagricoltura). Ore 12: “I dati usciti oggi sugli oltre 5 milioni di persone che vivono in povertà assoluta mi confermano nella giustezza dell’obiettivo che ci siamo dati: mettere al centro gli italiani” (Ansa). Ore 15 e 40: “Per loro (Aquarius, ndr) questa settimana niente scalo al porto di Catania, come facevano sempre, ma andranno diretti al porto di Marsiglia. Come mi dispiace…” (Twitter). Ore 16 e 30: “Verso questi idioti provo solo molta pena” (su Twitter Salvini commenta il murale apparso a Milano che lo ritrae nei panni di Hitler). Ore 17 e 50: “Crolla la fiducia dei francesi in Macron. Ecco perché passa il suo tempo attaccando il governo e i cittadini italiani” (Twitter). Ore 19 e 15: “Sono felice per i 417 lavoratori dell’Embraco! Con loro ho vissuto fin dal primo momento la crisi e mi sono battuto per una soluzione” (Ap). Ore 19 e 20: “Troppo facile (per Macron, ndr) farsi la foto col Papa e respingere donne e bambini alle frontiere. L’arroganza francese non va più di moda in Italia” (Ansa).

I guardacoste li riportano lì, ma i campi libici scoppiano

Nei centri di detenzione di Trik al Matar e Trik al Sikka di Tripoli non entra più uno spillo. Oltre duemila persone in ciascuno dei centri, trovano accoglienza in condizioni di estremo disagio. La popolazione di profughi, in maggioranza africani del Sahel, continua ad aumentare e presto la situazione potrebbe diventare insostenibile. Nelle ultime settimane, di riflesso rispetto alle diatribe politiche che stanno rendendo il Mediterraneo piuttosto agitato, centinaia di migranti sono stati portati lì dentro semplicemente perché sono i centri più disponibili ad accogliere.

Tutti i profughi salvati dalle motovedette della guardia costiera libica negli ultimi giorni e riportati indietro, all’origine del viaggio, sono stati stivati dentro questi due spazi. Siamo nel cuore della capitale libica, in compound un tempo usati come strutture militari ed amministrative dal regime di Gheddafi. L’area delle Ambasciate, delle sedi diplomatiche in genere e di rappresentanza, una specie di green zone in territorio sotto il controllo delle truppe di al-Serraj.

Spazi aperti alternati da edifici grandi come palestre, trasformate in vere e proprie celle per chi non ha commesso alcun reato, se non quello di voler lasciare la Libia una volta per tutte. Durante la sua visita-lampo di lunedì, il neo Ministro degli Interni Matteo Salvini non ha avuto tempo e modo di affacciarsi dentro questi luoghi dove gli esseri umani vengono ammassati come bestie, limitandosi ad un incontro ufficiale con il suo omologo libico. Il 2 luglio prossimo all’interno di Trik al Sikka, le autorità libiche, in collaborazione con l’Ambasciata italiana a Tripoli, ha organizzato una partita di calcio tra migranti, una specie di mondiale del riscatto. Unico sfogo ludico in mezzo alla disperazione di tutti i giorni: “I centri sono sovrappopolati, dentro si vive in condizioni molto difficili.

Persone, donne, bambini, famiglie chiuse dentro edifici spogli e senza areazione, fuori 40-45 gradi e neppure una copertura per proteggerli dal sole. I direttori libici dei centri di detenzione ci stanno chiedendo aiuto perché non riescono più a gestirli. I numeri sono diventati eccezionali e la situazione ormai è fuori controllo”.

Valeria Fabbroni è la project manager della ong genovese Helpcode e conosce bene la realtà attuale di quei centri. Ad inizio anno è partito uno dei progetti messi in campo dal vecchio governo, quello a guida Gentiloni/Minniti, legato all’emergenza e alla distribuzione di beni per l’igiene e di prima necessità. Oltre ai due contenitori dentro la capitale, le nostre ong hanno seguito da vicino i migranti dentro quello di Tajoura, alla periferia est di Tripoli, immerso nel nulla, dove la città diventa periferia e il deserto è alle porte. Progetti in fase di realizzazione, alcuni giunti al capolinea, altri pronti a partire. Uno è scattato proprio lunedì e prevede sempre aiuti emergenziali alla popolazione migrante stivata in quelli che potremmo definire hotspots della disperazione.

Nel piano delle autorità libiche i centri di detenzione dovrebbero essere otto, ma alcuni sono stati chiusi. Come quello di Gharyan ad esempio, dove di recente si sono verificati scontri a colpi d’arma da fuoco. Oppure a Sabratha, chiuso per problemi di sicurezza, con i migranti trasferiti, tanto per cambiare, proprio a Trik al Matar e Trik al Sikka. Gli altri stanno funzionando a singhiozzo. Da Khoms a Janzoor, per finire con quello a Salahaddin, il più lontano e logisticamente complesso da raggiungere e controllare.

Si stima che in Libia, al netto dei centri di detenzione ufficiali, ci sia una popolazione di migranti pronta a partire pari ad almeno 400 mila unità. Tripoli è il grande crocevia di migranti, tra quelli in attesa di salire su un barcone col punto interrogativo della destinazione, e quelli che si muovono in clandestinità. Oltre ai profughi chiusi dentro le aree detentive di emergenza, ci sono infine gli africani che aderiscono ai rimpatri assistiti curati dall’Oim, l’agenzia Onu per i migranti.

Conte-Macron, il vertice “libera” la rotta Lifeline

La Lifeline fa rotta su Malta e l’Ue, o almeno alcuni Paesi, mette finalmente insieme brandelli d’accordo sui migranti in vista del Vertice a Bruxelles domani e venerdì: quello vero, formale, dopo le prove generali di domenica scorsa. Ma è Roma, non Bruxelles, l’epicentro di una giornata di trattative, dopo l’incontro di lunedì sera, rimasto segreto per molte ore, tra il presidente del Consiglio Conte e il presidente francese Macron, venuto a fare visita a Papa Francesco.

Ad avviare a soluzione l’odissea dei 233 migranti sulla Lifeline, nave dell’omonima ong tedesca da giorni al largo di Malta, è stata la disponibilità de La Valletta a permetterne l’attracco nel suo porto previo accordo tra i Paesi europei per ridistribuire i richiedenti asilo a bordo.

Italia, Francia, Portogallo e la stessa Malta si sono dichiarati disponibili a partecipare alla redistribuzione; Germania, Olanda e Spagna valutano se unirsi. Il premier spagnolo Pedro Sanchez, in visita dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, ha rafforzato l’impressione d’un coordinamento franco-tedesco-spagnolo.

La scintilla dell’intesa sembra essersi accesa nell’incontro, alla Casina Valadier, tra Conte e Macron. Il professore premier s’industria a tradurre in diplomazia – di successo, in questo caso – le fanfaronate del suo vice Matteo Salvini, forse per mettere una pietra sopra la missione flop di lunedì in Libia, che sbandiera come un suo successo l’epilogo della vicenda Lifeline e continua a sparare su Francia e Malta. Nella cacofonia italiana, s’inserisce il contrasto tra il ministro Toninelli e la Guardia Costiera, che assicura fedeltà alla legge del mare: agli SOS si risponde sempre.

L’equipaggio della Lifeline incassa senza entusiasmo: l’Ong lamenta di non essere stata coinvolta, di avere appreso dello sblocco via twitter e, in serata, di non avere ancora avuto l’autorizzazione a entrare nel porto de La Valletta.

Il lieto fine, però, riguarda solo i migranti, non la Lifeline, su cui Italia, Francia e Malta, unanimi, ipotizzano un’inchiesta e il sequestro per avere – spiega Vanessa Frazier, l’ambasciatrice di Malta in Italia – “ignorato le istruzioni impartite dalle autorità italiane, in conformità con le norme internazionali, determinando questa situazione”.

Il sì di Malta e il patto sulla redistribuzione dei 233 a bordo sono segnali che fanno sperare in un risultato positivo al Vertice europeo: se un accordo a 28 appare impossibile, visto l’atteggiamento dei Paesi del Gruppo di Visegrad e di chi offre loro sponda, intese fra gruppi di Paesi possono contribuire ad attenuare la pressione sull’Italia.

E a Bruxelles, i leader dei 28 si troveranno sul tavolo, già vistata dai loro sherpa, una dichiarazione con cui il Consiglio europeo avalla “l’accordo raggiunto per il finanziamento” della seconda tranche da tre miliardi “per i profughi in Turchia” – in tutto, fanno sei –e per il finanziamento del “Fondo fiduciario per l’Africa”. Paghiamo il neo-rieletto sultano Erdogan perché non faccia partire i profughi nei campi al confine con la Siria, riaprendo l’autostrada dei Balcani. L’Italia pone una riserva sul rifinanziamento dell’accordo Ue-Turchia, ma solo per ottenere garanzie che restino risorse per il Fondo per l’Africa, indispensabile per gestire i flussi migratori sulla rotta del Mediterraneo.

Luigino e l’internet di cittadinanza

In attesa del più impegnativo reddito di cittadinanza, Luigi Di Maio propone l’internet di cittadinanza.

Il capo dei 5Stelle vuole più rete per tutti: “Immagino uno Stato – ha detto – che interviene e fornisce gratuitamente una connessione a Internet di almeno mezz’ora al giorno a chi non può ancora permettersela”. Sembra la pubblicità di una compagnia telefonica, invece è una delle ricette del vice presidente del Consiglio per colmare il digital divide. Lo slogan è suggestivo, ma ancora più affascinanti sono gli interrogativi che suscita. I computer o gli smartphone per connettersi li fornisce sempre lo Stato? Solo per mezz’ora? Poi se li riprende? E cosa succede alla fine della mezz’ora? La connessione pubblica gratuita salta come il wifi negli aeroporti, e lo Stato ti dice “ora ti devi abbonare a Vodafone”? Altra questione: le coperture. Quanto costa “mezz’ora di internet al giorno per chi ancora non può permettersela”? Quanti sono quelli che “ancora non possono permettersela”?

E poi la domanda delle domande: come si può impiegare mezz’ora di internet gratis? Che ci si fa? Cosa si riesce a vedere in 30 maledetti minuti? Non sarà mica che dietro la propostona di Di Maio c’è la potente lobby dei siti pornografici? Ma alla fine non era più facile davvero il reddito di cittadinanza?

Fisco, i furbetti della rottamazione delle cartelle: buco di 10 miliardi

Il 2017 è stato l’anno della grande fuga dal fisco, con la complicità dell’operazione, in gran parte fallita, della prima rottamazione delle cartelle. L’annuncio di nuovi condoni rischia di mettere alle corde pure gli incassi della rottamazione bis. La Corte dei Conti è preoccupata per il dilagare dell’usanza di riportare correttamente i redditi nelle dichiarazioni ma poi di non versare le imposte relative.

Secondo la magistratura contabile siamo a 15 miliardi tra Iva, imposte e ritenute dichiarate regolarmente e non versate nel solo 2017. Quello che tuttavia ha fatto scattare l’allarme rosso è che, anche con la rottamazione delle cartelle, ci si è comportati allo stesso modo. Il presidente di coordinamento delle sezioni riunite in sede di controllo della Corte dei Conti, Ermanno Granelli, nella relazione sul rendiconto generale dello Stato 2017 osserva che “a fronte di un ammontare lordo complessivo dei crediti rottamati di 31,3 miliardi l’introito atteso per effetto della rottamazione ammonta a 17,8 miliardi” escludendo sanzioni e interessi “condonati”.

Di questo importo sono stati riscossi nei termini solo 6,5 miliardi, compressivi degli interessi previsti per il pagamento rateale. A questa somma deve aggiungersi la parte rateizzata ancora da riscuotere, 1,7 miliardi comprensivi di interessi. “Pertanto – conclude Granelli tirando le somme – dei 17,8 miliardi previsti a seguito delle istanze di definizione pervenute, 9,6 miliardi non sono stati riscossi e costituiscono versamenti omessi. Per una parte di queste posizioni debitorie si può affermare che l’istanza di rottamazione ha avuto essenzialmente finalità dilatorie rispetto all’espletamento delle procedure esecutive”. Intanto Equitalia, dopo il varo della legge, ha sospeso le procedure coattive per un anno. Poi se si dichiara e non si paga l’iter ricomincia da capo senza sanzioni particolari. Conseguenze penali non sono previste e nel frattempo si può sempre diventare fiscalmente dei fantasmi.

Non a caso le cartelle rottamate sono state generalmente le più recenti, quelle relative ai ruoli emessi negli ultimi anni. Le vecchie sono già uccel di bosco e esistono solo nelle statistiche del nuovo governo. Si tratta in gran parte di insolvenze preordinate: società fallite, messe in liquidazione e intestate a “nullatenenti”, o di patrimoni che sono stati fatti sparire da tempo.

Anche per la rottamazione “bis” in chiusura in questi giorni si prevedono incassi magri, addirittura al di sotto dell’obiettivo ben più modesto fissato in due miliardi. Il barile a quanto pare è già stato raschiato. E come se non bastasse, alla già scarsa propensione dei contribuenti a pagare (e dello Stato a riscuotere) si è aggiunto l’annuncio di un nuovo condono ben più generoso. L’effetto sui già riluttanti rottamatori che si sono “dichiarati” potrebbe essere un’altra generale fuga dai “ruoli”, di cui già si vedono le avvisaglie. Si sa, in Italia a pagare, come a morire, c’è sempre tempo.

Il terrore dei boss al 41 bis: “Arriva Di Matteo, so’ pazzi”

L’inedito governo Lega-Cinquestelle ha agitato diversi detenuti mafiosi al 41 bis: e anche capi come i palermitani Cesare Carmelo Lupo, fedelissimo dei Graviano e Sandro Lo Piccolo. Uomini di Cosa nostra e della camorra imprecano contro il nuovo governo in generale e in particolare: quando apprendono dalla stampa che poteva farne parte Nino Di Matteo, uno dei pm del processo sulla Trattativa, pluriminacciato di morte.

Sono gli uomini del Gom, il Gruppo Operativo Mobile della polizia penitenziaria, come sempre, ad ascoltare i boss al 41 bis e a scrivere le relazioni. Riportano i commenti dei giorni in cui i ministri hanno già giurato al Quirinale e Camera e Senato devono votare la fiducia al governo.

Le relazioni saranno inviate dalla direttrice del carcere de L’Aquila Barbara Lenzini alla Direzione Generale Detenuti e Trattamento del Dap, guidata da Rino Piscitello, alla Direzione Nazionale Antimafia guidata da Federico Cafiero de Raho, alla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, alla Direzione Centrale del Gom con a capo il Generale Mauro D’Amico e al Nic, il Nucleo Investigativo Centrale della polizia penitenziaria. Il Fatto ha potuto leggere quanto riportato nelle relazioni, frutto dell’ascolto degli agenti.

È il 3 giugno e nel carcere de L’Aquila parla un detenuto di Cosa Nostra al 41 bis (come tutti gli altri di cui riferiremo) Cesare Carmelo Lupo: “Appuntato, avete visto che come capo dipartimento (direttore del Dap, ndr) mettono a Di Matteo? Che vogliono fare? Stringerci ancora di più? Noi siamo già stretti, più di questo non possono fare”. Il boss non è uno qualsiasi, è stato reggente della cosca di Brancaccio, quella degli stragisti Giuseppe e Filippo Graviano. Come Giuseppe Graviano che ha lanciato messaggi dal carcere e al processo Dell’Utri, anche Lupo evidentemente vuole lanciare un messaggio all’esterno. Sa che l’appuntato ha l’obbligo di scrivere una relazione su quanto gli ha detto e quindi decide di commentare con lui un’indiscrezione di stampa sulla possibile nomina di Nino Di Matteo a direttore delle carceri.

Si preoccupa moltissimo di un paventato arrivo al Dap del dottor Di Matteo anche un camorrista, Ferdinando Autore, detenuto a L’Aquila. Il 3 giugno prende un ritaglio di giornale e commenta con uno dei cosiddetti compagni di socialità: “Questi ci vogliono di nuovo chiudere come i topi. Qui c’è scritto che vogliono fare Di Matteo capo delle carceri. Questi so’ pazzi, amma a’ fa ammuina (dobbiamo fare rumore, ndr)”.

In realtà Nino Di Matteo fino a quel momento non aveva ricevuto alcuna proposta dal neo ministro della Giustizia pentastellato Alfonso Bonafede. La riceverà qualche giorno dopo queste relazioni, anche se non sappiamo se il ministro ne avesse contezza. Ci risulta, però, che Bonafede propose a Di Matteo di dirigere il Dap ma nel giro di un paio di giorni cambiò idea. Infatti, ha nominato Francesco Basentini, procuratore aggiunto di Potenza, rimangiandosi la proposta fatta a Di Matteo.

Accade anche un fatto inquietante sul piano della sicurezza carceri: ancora il 3 giugno a L’Aquila, un detenuto, non identificato, dice: “Questi ora vogliono aprire Pianosa e ci faranno morire. Proviamo a chiedere un colloquio con il magistrato di Sorveglianza e parliamone con lui”. Il 4 giugno ben 51 detenuti al 41 bis effettivamente si sono registrati per avere quel colloquio. Quindi c’è stato un passaparola che – sulla carta – non potrebbe esserci fra detenuti al 41 bis ma che, in particolare a L’Aquila, avviene per serie carenze strutturali.

I mafiosi sembrano proprio temere M5s. Un altro commento di peso lo fa il capomafia Sandro Lo Piccolo, palermitano della cosca di San Lorenzo. È il 6 giugno, il boss guarda in Tv la diretta sul voto di fiducia alla Camera e mentre parla un deputato M5s (non viene indicato il nome) sbotta: “Siete dei vigliacchi, avete solo la mafia in testa, questi ci toglieranno pure la liberazione anticipata”. Strano per un condannato all’ergastolo ostativo, osservano gli addetti ai lavori: sembra un messaggio da far arrivare ad altri. .

Commenta anche Giuseppe Guarino del clan siracusano Bottaro-Attanasio: “Pezzi di merda, mafia e solo mafia, non hanno altri argomenti, non hanno capito che se ci toccano, altro che proteste vedranno”. Due giorni dopo, l’8 giugno, ma nel carcere di Novara parla Salvatore Massimiliano Salvo, del clan catanese Cappello-Bonaccorsi: “Pasquà (il suo compagno di socialità, ndr) hai sentito? Avvocati e magistrati sono arrabbiati per questo Bonafede”. Come dire, secondo alcuni inquirenti, che se il ministro non sta bene agli avvocati, legittimamente anche loro difensori, non può star bene neppure ai mafiosi.

L’Olimpiade dei cretini

Oltre a tutti i problemi che conosciamo – l’alleanza con Salvini, le scarse risorse per mantenere le promesse, la penuria di classe dirigente e democrazia interna, l’ostilità preconcetta dell’establishment che si butta a pesce sulla Lega per sopravvivere – i 5Stelle ce la stanno mettendo tutta per crearsene di nuovi. Il più evidente è quello che Fruttero e Lucentini chiamavano “la prevalenza del cretino”. Intendiamoci bene, a scanso di equivoci e di querele: non stiamo dando del cretino a nessuno, stiamo parlando del cretinismo imperante che diventa sottofondo, scenografia, atmosfera sommando dichiarazioni, annunci, voci dal sen fuggite, scelte politiche. Prendiamo i consiglieri comunali che votano la proposta del centrodestra di intitolare una strada di Roma al fascistissimo Giorgio Almirante. Primo sputtanamento. Poi la sindaca Virginia Raggi blocca tutto (si spera che ci riesca) e chi ha votato sì si giustifica col fatto di non aver capito chi fosse Almirante a causa della giovane età. Secondo sputtanamento. Ora, benedetti ragazzi: è tanto complicato digitare “Giorgio” e “Almirante” su Google? O alzare il telefono a chiamare qualcuno che sappia chi era?

Prendiamo il neosottosegretario all’Interno Carlo Sibilia. Da quando, nel 2014, definì “una farsa” lo sbarco sulla Luna, è ricordato da tutti per quella bella uscita. E ha avuto quattro anni per prepararsi un po’ meglio. Risultato: alla prima intervista da sottosegretario, ribadisce che l’allunaggio è “un episodio controverso”. Non c’è nemmeno bisogno di tendergli trabocchetti: ci pensa lui da solo. Ora si fanno avanti una decina di consiglieri comunali a Torino, che da mesi mettono in croce la sindaca Chiara Appendino per la candidatura alle Olimpiadi invernali 2026, portandola sull’orlo delle dimissioni. Quel che pensiamo delle Olimpiadi l’abbiamo scritto mille volte, non per simpatie o antipatie, ma sulla scorta di studi scientifici come quello celeberrimo di Oxford. Dimostra che negli ultimi 50 anni i Giochi hanno registrato uno sforamento medio del 257% fra budget iniziale e costo finale, sia per le edizioni estive, sia per quelle invernali (796% Montreal, 417 per Barcellona, 321 Lake Placid, 287 Londra, 277 Lillehammer, 201 Grenoble, 173 Sarajevo, 147 Atlanta, 135 Albertville, 90 Sydney, 82 Torino, 51 Rio). Gli extra-costi non ricadono mai sul Cio, l’unico a guadagnarci sempre e comunque, ma sugli Stati e le città ospitanti, i cui residenti han dovuto ogni volta sobbarcarsi imposte e balzelli aggiuntivi nei 20 o 30 anni successivi per assecondare le fregole faraoniche dei loro governanti.

Gli esperti la chiamano “maledizione del vincitore”: chi vince la candidatura perde miliardi e va in rovina, e per una manifestazione certamente bella, ma di brevissima durata (15 giorni o un mese).
Un altro studio, quello dei ricercatori Massiani e Ramella per lavoce.info, esaminano le Olimpiadi invernali di Torino 2006. Tra il 2001 e il 2007 il Pil del Piemonte era cresciuto del 6,4%, contro il 9,1 dell’Italia intera. Passata la festa, dal 2008 al 2013, il divario anziché ridursi si allargò vieppiù: l’economia italiana calò dell’8,5% e quella piemontese dell’11,6. Intanto Torino divenne la seconda città più indebitata d’Europa (5 miliardi di buco) e fu costretta a tagliare i servizi e alzare le tasse. Per questi motivi, la Raggi rinunciò alla candidatura olimpica. Ora invece l’Appendino chiede al Coni e al governo di candidare Torino, e non Milano o Cortina, per i Giochi invernali del 2026, perché una volta tanto il rischio di andare in profondo rosso in nome del panem et circenses è scongiurato in partenza: Torino potrebbe riutilizzare nel 2026 le strutture costruite per il 2006 (e da allora perlopiù inutilizzate e abbandonate) e anzi ammortizzare con i nuovi finanziamenti del Cio i costi altissimi di manutenzione e ristrutturazione. Eccezionalmente le previsioni nere di Oxford e de lavoce.info potrebbero non avverarsi, con un’operazione a costo (e cemento) quasi zero, perché a Torino il danno ormai è fatto, e tanto vale farlo fruttare. Cosa che non accadrebbe a Milano e Cortina, che dovrebbero ricominciare tutto daccapo.

Eppure non sono bastati nemmeno il via libera di Grillo e gli interventi dei ministri Fraccaro e Toninelli per far ragionare i consiglieri ribelli, pronti a mettere a repentaglio addirittura la (loro) giunta Appendino per un’ostilità ideologica che non trova riscontro nei numeri e nella realtà. Se si tratta solo di discuterne in Consiglio comunale, come chiedono alcuni dissidenti, lo si faccia subito, possibilmente entro il 10 luglio quando il Coni dovrà inviare la proposta al Cio. Ma poi si decida, possibilmente sulla linea della sindaca e di tutte le persone ragionevoli. Il guaio è che spesso, tra i 5Stelle, c’è chi compie sforzi disumani non per marcare sacrosantamente la propria “diversità” dalle lobby degli affari e del cemento. Ma per somigliare al ritratto fumettistico e macchiettistico che del M5S fanno i giornaloni: un’accozzaglia di mezzi matti che dicono di no a tutto perché non sanno fare nulla. Lo si disse della giunta Raggi, quando salvò la Capitale dal disastro delle Olimpiadi 2024. E quando poi dimostrò di non essere pregiudizialmente ostile alle opere pubbliche (lo stadio della Roma, opportunamente dimagrito), si trovò il modo di fucilarla lo stesso. Ora la stessa occasione di smentire la black propaganda ce l’ha Chiara Appendino, sempreché i suoi nemici interni non trasformino un’altra volta i 5Stelle in quello che i media vorrebbero che diventassero. Nel qual caso, non resterebbe che una celebre battuta di Aldo Fabrizi: “Se scoppia la guerra dei cervelli, tu parti disarmato”.

La crociata di Trump contro l’auto europea

Aveva cominciato un mese fa, Donald Trump, a puntare il dito contro l’auto “straniera”. Dando mandato al segretario al commercio Wilbur Ross di verificare se esistevano le condizioni per attuare l’ormai famosa Sezione 232 del Trade Expansion act del 1962, ovvero quella che autorizza il presidente Usa a porre tariffe sui beni importati per motivi di sicurezza nazionale, bypassando il parere del Congresso. La stessa procedura seguita per acciaio e alluminio, in sostanza. Qualche giorno fa, il vulcanico numero uno statunitense è tornato a tuonare/twittare contro l’industria automotive europea, invitandola a fabbricare direttamente negli States. Minacciando dazi del 20% sull’import a quattro ruote dal vecchio continente, al grido di “costruitele qui!”. Ad oggi, gli Stati Uniti prevedono tariffe del 2,5% alle auto e del 25% a suv e pick-up provenienti dall’Europa. Che a sua volta impone dazi del 10% sulle auto importate dagli States e la cui risposta è stata immediata: “Come per acciaio e alluminio, se verranno messe barriere doganali per l’auto reagiremo in maniera proporzionale”. Non c’è ragione di dubitarne, anche perché il cuore della filiera europea si chiama Germania. Paese che notoriamente ha un certo peso e che, in ultima analisi, è il vero destinatario degli strali di Trump, stranito soprattutto dai guadagni dei marchi di lusso tedeschi, per i quali gli Usa sono il secondo mercato dopo quello domestico. E pensare che la sua collezione privata è piena di Mercedes e Rolls-Royce. Come si cambia.

Si può guidare scalzi o in ciabatte. Con dei “però”

Avete presente i tormentoni estivi? Quelle “hit” che ti restano nella testa, senza un motivo. Ebbene, ce n’è un’altra che si ripropone puntuale a ogni vigilia di esodo sotto il solleone: si può guidare in ciabatte, o addirittura a piedi nudi? La domanda si insinua tra parenti e amici, viaggia sui social e alimenta dibattiti infiniti. Noi invece vogliamo finirli subito, dicendovi che la risposta è: sì, si può. Già da parecchio in realtà, visto che le prescrizioni sul tipo di calzature da indossare mentre si è al volante sono state abolite 25 anni fa. Nel lontano 1993.

Tutto a posto quindi? Neanche per sogno. L’Italia è terra di interpretazioni, non di certezze. Dovete sapere che se vi capitasse di fare un incidente mentre guidate senza scarpe chiuse (o senza scarpe del tutto) e le Forze dell’Ordine lo riportassero nel verbale attribuendo la causa del sinistro a quel tipo di abbigliamento, si potrebbe aprire un contenzioso con le vostre assicurazioni. Che potrebbero rivalersi su di voi.

Il nodo di tale rivalsa assicurativa sta negli articoli 140 e 141 del Codice della Strada, i quali prevedono che il comportamento di chi guida debba essere improntato alla salvaguardia della sicurezza stradale. Più nel dettaglio, il conducente deve “essere in grado di compiere tutte le manovre necessarie in condizione di sicurezza, specialmente l’arresto tempestivo del veicolo entro i limiti del suo campo di visibilità e dinanzi a qualsiasi ostacolo prevedibile”. E piedi sporchi di sabbia o infilati in ciabatte bagnate non aiutano. Come un bel tacco 12, del resto. Pensiamoci, prima di metterci in viaggio.

Il Leone non si arrende: la nuova berlina sembra coupé

“Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene”, disse il principe di Salina nel romanzo di Tomasi di Lampedusa: i Leoni si arrendevano all’idea di essere sostituiti da qualcosa di nuovo, un po’ come hanno fatto le berline con quel che di più “ingombrante” si trova oggi sul mercato: i suv.

Il Leone di casa Peugeot invece, nonostante si faccia valere con modelli come 2008, 3008 e 5008 (che vanno a ruba e pesano per il 50% delle vendite), non si arrende al mutamento dei tempi e scommette ancora sulle potenzialità di un’architettura tradizionale come la sedan: con una “zampata”, infatti, la casa francese ha reinterpretato il vecchio concetto di berlina con quello della nuova 508, in pratica un coupé a cinque porte.

Del resto, gli obiettivi del piano industriale dello scorso novembre erano chiari: ottimizzare le economie di scala e puntare forte sugli sport utility per farli arrivare a contare perlomeno il 40% della produzione totale, escludendo o ridimensionando via via tutte le tipologie potenzialmente meno popolari. La casa francese, invece, sui segmenti in crisi continua a scommetterci, finché ce n’è, e lo fa con un modello che segna un’evoluzione stilistica cruciale per il marchio.

La nuova 508, come detto, rimodella il concetto di berlina adattandolo a un coupé: si assottiglia, si alleggerisce e, soprattutto, si abbassa parecchio; è alta 1,39 m, 6 cm in meno rispetto al modello precedente. Mentre la lunghezza, di 4,75 metri, è scesa di 4 cm rispetto alla generazione antecedente, senza rinunciare alla versatilità. L’impronta di novità si nota subito nel disegno del frontale, con il cofano ribassato, e osservando la linea del tetto. L’architettura i-Cockpit rende l’abitacolo confortevole ed elegante: una chicca i tasti di navigazione rapida dell’infotainment, sette e disposti come fossero quelli di un pianoforte.

Lo sterzo, poi, è rimpicciolito rispetto agli standard come da copione Peugeot: ne guadagna l’ergonomia, anche se talvolta nasconde alla vista il quadro strumenti.

Quattro le modalità di marcia (Eco, Sport, Comfort e Normale), tutte in grado di esaltare la piacevolezza di guida dell’auto, che pesa 70 kg in meno che in passato. Fra le versioni a benzina è previsto il 1.6 PureTech da 180 e 225 cavalli, con cambio automatico 8 rapporti. Tra i diesel il 1.5 e il 2 litri BlueHDi, con potenze da 130 cavalli (cambio manuale a 6 rapporti e automatico a 8), 160 e 180 cavalli. Insomma, “generalisti sì e con orgoglio”, come direbbe Peugeot, ma senza rinunciare a un prodotto che strizzi l’occhio a tradizione e sportività. Il tutto a partire da 30.350 euro.