Esordio in solitaria per Kadhja Bonet

Nel suo disco d’esordio Kadhja Bonet, cantante e polistrumentista losangelina, aveva messo in risalto le molte sfaccettature della sua voce, ammaliante come il canto di una sirena. E tutto quel che di buono si era detto sul suo conto viene ora confermato nel suo nuovo album intitolato Childqueen, pensato, scritto e registrato mentre l’artista era in tour in Europa. Composto da 10 brani che sono un mix di Cosmic-jazz e Soul, il risultato è un affascinante paesaggio sonoro in cui l’ascoltatore sprofonda: Kadhja, infatti, con la sua voce stupisce, emoziona, avvinghia. E con gli strumenti che la stessa Bonet suona, uniti all’elettronica, crea un sound sintetico che combina morbidi incantesimi a uno sperimentalismo sempre gradevole. Come in Wings e Mother Maybe, brani dalle melodie vocali così morbide che sembrano emanare da corpi celesti. Fa tutto da sola Kadhja, la musica per lei è un’attività da svolgersi in solitaria. In questo modo tiene vivo il legame con quel sé più intimo, il bambino. La childqueen.

Underworld e Iggy, tutto è nato in hotel

Durante la lavorazione del sequel del film Trainspotting Karl Hyde e Rick Smith degli Underworld si incontrarono con Iggy Pop al Savoy Hotel di Londra. Ricorda Rick: “Iggy si sentiva fortemente connesso – proprio come noi – con Trainspotting. Ho cercato di immaginare come conquistare questo gentiluomo per una collaborazione e mi presentai con metà delle attrezzature del mio studio, presi una camera in hotel e montai tutto”. Quando Iggy trova la strumentazione degli Underworld resta basito e commenta così: “Una persona ti prepara uno studio di registrazione in una camera vicino alla tua e mette in collegamento su Skype un regista fresco di Oscar (Danny Boyle, ndr) e, successivamente, ti ritrovi con un microfono già pronto per registrare e trenta brani di musica perfetta. Non fai lo smidollato e ti getti nell’impresa: ricordo che la mia mente correva all’impazzata”. L’Ep Teatime Dub Encounters – in uscita il 27 luglio – è il risultato di queste bizzare sessions nate spontaneamente in hotel. Due brani sono già reperibili sulle varie piattaforme online: “Bells & Circles” e “I’ll See big”. Il primo è stato presentato live al Bbc Biggest Weekend di Belfast il 26 maggio scorso. Su una potente base techno Iggy discetta dei giorni nei quali si poteva fumare liberamente all’interno di un aereo. E ancora: conquistare hostess, pippare cocaina e perdere il controllo.

Uno speech in puro stile punkettone sulla cassa in quattro, idea già sperimentata dai Daft Punk con la base house e la voce di Giorgio Moroder intento a raccontare la sua brillante carriera. In “I’ll See Big” entriamo nell’ambient già sperimentata dagli Underworld insieme a Brian Eno, un brano dalle atmosfere rarefatte. Il testo narra di Iggy in prima persona in un flashback su avvenimenti passati, soprattutto sui suoi amici intenti a salvarlo da scelte irreversibili. In tempi bui di hit preconfezionate qui si respira pura libertà d’autore.

Coltrane perduto (e dimenticato) per 55 lunghi anni

Non se n’era mai fatto un gran parlare, più che altro qualche timida speranza degli appassionati più incalliti. Sull’onda di un paio di uscite che nell’ultimo quindicennio avevano fatto capolino nella discografia, già abbastanza ricca, di John Coltrane. Oltretutto è sempre stata nota l’accuratezza del sassofonista nel soppesare le proprie uscite discografiche, attenzione mai peraltro andata a discapito della spontaneità della sua musica. È per questo che l’annuncio di un inedito in studio è stata accolta con un misto di stupore e incredulità. Both Directions at Once: The Lost Album, in uscita nel fine settimana, è il lavoro di una giornata in studio, ovviamente quello di Rudy Van Gelder a Englewood Cliffs, nel bel mezzo di due settimane d’ingaggio al Birdland. Nonché nel bel mezzo di uno dei periodi più fertili e creativi della breve carriera di Coltrane. Con ordine: siamo al 6 marzo 1963, Coltrane è impegnato nel celebre locale dedicato a Charlie Parker con il suo quartetto da cui scaturirà uno dei suoi album (Live At Birdland, appunto) più avvincenti e muscolari, pieno di passione, coesione della band al massimo grado e un McCoy Tyner al pianoforte capace di tenere il passo del leader e stimolarlo di continuo nelle improvvisazioni. Gli anni sono quelli di mezzo, quelli in cui ormai la band è sempre più lanciata verso l’avanguardia riuscendo a mantenere però una mirabile cura nella forma delle composizioni. Quel giorno Bob Thiele, storico produttore della Impulse!, porta la band in studio e Coltrane decide d’incidere nientemeno che due composizioni originali mai suonate prima: identificate come “Untitled Original 11383” e “Untitled Original 11386” secondo la prassi produttiva prima che l’autore optasse per un titolo definitivo, suonate entrambe al sax soprano di cui Coltrane stava diventando un imprescindibile punto di riferimento per contemporanei e posteri. Nella seconda delle due tracce Coltrane sceglie addirittura una struttura decisamente insolita: inframmezzare gli assoli con un chiaro ritorno al tema principale invece che farli susseguire uno all’altro.

Mentre nella prima, un Jimmy Garrison solitamente impegnato in un lavoro sottotraccia esce con un’improvvisazione al contrabbasso con l’archetto. Anche il resto della scaletta è piuttosto inusuale: “One up, One Down”, che diede il titolo a un precedente inedito dal vivo è qui nella sua unica incisione in studio; “Nature Boy”, cavallo di battaglia un paio d’anni più tardi, compare qui per la prima volta mentre per le melodie più ariose tanto amate e utili a fare da cesura nell’insieme Coltrane ricorre a “Vilia”, un brano dall’operetta La vedova allegra.

Finita la giornata Coltrane tornò a casa con i nastri dell’incisione, probabilmente per riascoltarli e lavorarci come era solito fare nel suo continuo processo di ricerca espressiva. Invece quei nastri sono rimasti per oltre cinquant’anni nei bauli della prima moglie Naima. Fino a oggi.

Il Bergman ripudiato

Nessuno è perfetto, neppure Ingmar Bergman. Ma da genio creativo quale era ne nutriva l’umana consapevolezza. L’incidente di percorso è datato 1950 e s’intitola Ciò non accadrebbe qui, traduzione letterale dello svedese Sånt händer inte här, opera mai uscita fuori dai confini svedesi e danesi. Il motivo? Il grande regista fece di tutto per ostacolarne la diffusione perché quel film Bergman lo odiava.

A portarlo stasera nel Belpaese in premiere mondiale è il festival Il Cinema Ritrovato in corso a Bologna in occasione delle celebrazioni per il centenario della nascita dell’artista svedese. A concederne la copia è la Svensk Filmindustri – che lo produsse – e la Ingmar Bergman Foundation: una “concessione” speciale perché entrambi sono ben consapevoli di quanto il regista si adoperò affinché il film sparisse dalla circolazione e dalla sua coscienza, disconoscendolo fin dai primi giorni di riprese.

Ma il compianto co-direttore artistico del festival – il finlandese Peter von Bagh deceduto nel 2014 – teneva molto a quest’opera sapientemente celata ed evitata persino dalle più complete retrospettive dedicate a Bergman: dunque eccola in cartellone a Bologna nella luminosità di una digitalizzazione del 2017.

In sostanza si tratta di una spy story a tinte noir, anzi nerissime, pregna dell’assorbimento da parte del cineasta di un genere impreziosito sia dai francesi che dagli americani. Ed è proprio sulla “questione americana” che si è sviluppato il malessere di Bergman nei confronti del film nato su commissione, da lui né ideato né sceneggiato: Ciò non accadrebbe qui è un testo “a tema”, ed è smaccatamente anti-comunista, quasi di ispirazione maccartista.

Lontanissimo da influenze sull’efferata caccia alle streghe rosse, il regista si accorse subito di essersi intrappolato in un progetto che non sentiva proprio, al di là dell’aggravante che Ingmar Bergman può considerarsi fra quegli immensi autori non a proprio agio nel cinema di genere, per quanto le etichette vadano sempre usate con cautela in questi contesti.

Il film si ambienta a Stoccolma e mette al centro una coppia dalla relazione tormentata: lui viaggia segretamente, lei lavora da chimico forense e ha un amante poliziotto. Con loro interagisce una comunità compatta (molto bergmaniana) che si capisce essere costituita da profughi fuggiti da un Paese sotto dittatura ora rifugiata in Svezia. Nello sviluppo della narrazione si comprende che anche la protagonista e suo marito provengono da questa nazione “maledetta”, indicata nel film con l’immaginario territorio della Liquidatzia, nome fittizio a designare l’Unione Sovietica. Si tratta di individui sofferenti e contraddittori, alla ricerca di una nuova identità ma profondamente segnati da un’appartenenza culturale difficilmente estirpabile. Su volere del regista, gli stessi attori della “comunità” erano esuli da zone del baltico rifugiati in Svezia e a tal riguardo il commento di Bergman raccolto nel suo libro di memorie Immagini, è illuminante su quanto poco aderisse al film: “Conobbi gli attori baltici esuli che dovevano partecipare al film. Fu uno shock. All’improvviso capii che genere di film avremmo dovuto fare. Tra gli attori scoprii una tale ricchezza di storie ed esperienze di vita che l’intreccio malamente sviluppato di Sånt händer inte här mi sembrava quasi osceno”.

Un intreccio thriller e appunto di spionaggio che, ponendosi dal punto di vista della protagonista femminile e del suo amante svedese, metteva in cattiva luce il di lei marito che di fatto era diventato una spia comunista e quindi andava punito: in lui, tormentato e ambiguo, si concentra forse il massimo grado di presenza bergmaniana dell’intera opera. Complessivamente, dunque, è difficile dar torto al grande Ingmar per aver rifiutato questo suo infausto tassello dalla filmografia, sebbene essa rappresentasse solo il suo nono film a partire dall’esordio nel 1945 con Crisi.

Non mancano comunque momenti riusciti, a partire dalla scena iniziale che punta lo guardo su un cielo di nubi ammassate e inquietanti (splendida la fotografia di Gunnar Fischer) per continuare nella scena più bella dell’intera opera con la comunità nascosta nelle quinte di un cinema il cui grande schermo sta proiettando un cartoon di Paperino: un contrasto visivo e sonoro fortissimo e degno di uno statement politico scevro di retorica qualunquista.

In attesa dell’inedito Ciò non accadrebbe qui, i festeggiamenti per Bergman sono iniziati ieri sera in Piazza Maggiore con la proiezione della copia restaurata della suo capolavoro più iconico, Il settimo sigillo (1956), preceduta dal bel documentario dell’amica e discepola Margarethe von Trotta, Searching for Ingmar Bergman, che arriva direttamente dalla premiere mondiale tenutasi a Cannes lo scorso maggio.

Super Erdogan, ma i curdi festeggiano lo stesso

Anche le condizioni climatiche sono dalla sua parte: il giorno dopo la vittoria, il vento in aumento fa salire sempre più in alto nel cielo sopra il Bosforo il volto di Erdogan stampato su giganteschi stendardi, assicurati agli ultimi piani dei grattacieli con fili invisibili . Il Sultano ora sembra anche in grado di volare e sorvegliare dall’empireo ogni mossa dei comuni mortali turchi che si sono precipitati in massa alle urne, per incoronarlo definitivamente.

Dopo aver battuto al primo turno gli avversari alle presidenziali e ottenuto la maggioranza assoluta dei voti in parlamento grazie alla alleanza pre elettorale del suo partito della Giustizia e Sviluppo, Akp, con i nazionalisti eredi dei Lupi grigi, il reis non avrà più contrappesi a bloccarne le decisioni. Da ieri infatti la Turchia non è più una repubblica parlamentare, bensì presidenziale ed Erdogan avrà ufficialmente nelle proprie mani la maggior parte dei poteri derivanti dal cambiamento della Costituzione, sancito lo scorso anno via referendum. Guardando la mappa del voto, la marea (l’affluenza ha superato l’80 per cento) gialla, il colore dell’Akp, ha travolto non solo l’Anatolia profonda – dove c’è lo zoccolo duro dei suoi fedeli – rurale e da sempre povera, bensì anche le grandi città, a partire da Istanbul, città natale del ‘presidentissimo’ dove venne eletto sindaco vent’anni fa, iniziando la propria carriera.

Eppure le previsioni, almeno per le città, sembravano di segno opposto. Ha avuto dunque ragione Erdogan ad ascoltare l’alleato nazionalista, il vecchio e controverso Devlet Bahceli, nel volere anticipare le consultazioni di un anno e mezzo. La drammatica svalutazione della lira turca , l’inflazione ormai a due cifre e la nascita di un nuovo partito (l’Iyi) in seguito alla fuoriuscita di parte dei nazionalisti guidati da Meral Aksener, ha preoccupato sia Erdogan sia Bahceli, convincendoli a cambiare la legge elettorale per unire le forze e sconfiggere l’opposizione, partito repubblicano in testa. Tra l’uomo forte e il rivale laico e amante della scienza come il professore di fisica Muharrem Ince, i turchi hanno scelto il primo anche perché la crisi economica non è ancora drammatica.

Ma Erdogan è stato riconfermato solo per due punti percentuali, che gli hanno permesso di superare il 50%. Significa che il paese è diviso a metà tra gli ‘erdoganiani’ più i nazionalisti del MHP e una metà frammentata che non è riuscita a coalizzarsi a favore del repubblicano Chp.

A ben guardare anche se quest’ultimo ha perso voti rispetto alle precedenti legislative, il candidato scelto per sfidare il Sultano, il professor Ince ha ottenuto un buon risultato che ha mitigato la perdita di voti del partito e dimostrato che l’opposizione è ricomparsa all’orizzonte. Peccato che da ora servirà ancora a meno visto che non ci sarà più la figura del primo ministro. L’unico dato positivo per i detrattori di Erdogan è la tenuta del partito filo-curdo Hdp che è riuscito a rimanere in Parlamento superando la soglia di sbarramento del 10%.

Rispetto alle precedenti elezioni hanno ottenuto più seggi: da 59 a 67. Per questo i curdi hanno festeggiato comunque.

“Essere stato costretto a fare campagna in condizioni di detenzione è stata la più grande delle ingiustizie. Mente gli altri candidati hanno potuto fare 100 comizi, io ho potuto inviare 100 tweet”. Lo ha scritto su Twitter, Selahattin Demirtas, il candidato curdo alla presidenza, che ha ottenuto l’8,4%.

2018: ultima spiaggia albiceleste 1978: la Coppa della dittatura

Nessuno ha dormito. Impossibile farlo nell’ultima, forse, notte mondiale di Leo Messi. La paura della fine, l’amore dei tifosi che hanno fatto migliaia di chilometri per arrivare a San Pietroburgo e stringersi intorno alla squadra: cantano per esorcizzare l’eliminazione, li senti ovunque e a qualsiasi ora, come i ricordi di troppi anniversari tutti insieme, il quarantennale del Mondiale del ‘78 (quello della coppa macchiata dal sangue della dittatura), e il 31º compleanno del campione, che ormai sembra quasi vecchio e magari non vincerà mai nulla con la sua albiceleste.

Non è solo la possibile uscita al primo turno a paralizzare l’Argentina, tenerla con fiato sospeso e batticuore: è successo una sola volta negli ultimi 50 anni ma ci sono già passati. Se la sfida alla Nigeria è diventata qualcosa in più che una semplice partita è perché Messi, icona di un Paese, reincarnazione di Maradona, il più forte calciatore contemporaneo (almeno così era considerato finora) potrebbe davvero chiudere stasera con la nazionale, da perdente. Lo aveva già fatto due anni fa, dopo l’ennesima sconfitta in finale di Coppa America: “Fa troppo male”, aveva detto per poi ripensarci. Stavolta probabilmente sarebbe la botta finale; in Qatar nel 2022 avrebbe 35 anni.

Tutto ruota intorno a lui, in un’attesa quasi “messianica”. Fin qui non si è visto: soprattutto in campo, nelle prime due partite, ed è quello il vero problema. Ma neppure fuori: sfila all’uscita dal pullman, testa bassa per non incrociare lo sguardo di migliaia di tifosi, occhi spenti. Neanche una parola, prima di barricarsi in hotel e nel silenzio di questi giorni. “Non è come Maradona”, ammettono i fan, finalmente se ne sono accorti. Scompare persino dalla conferenza stampa, dove viene nominato appena una volta di sfuggita. In sua assenza si presenta il ct Sampaoli, virtualmente esautorato dallo spogliatoio che avrebbe addirittura chiesto la sua cacciata alla Federazione. Lo dimostra che al suo fianco c’è Franco Armani, il portiere del River Plate silurato per far posto all’improponibile Caballero che con la sua papera è costato la sconfitta contro la Croazia. Tra i pali ci sarà lui: anche se Sampaoli prova a mantenere un minimo di autorità (“Non vi dico i titolari, non li ho comunicati nemmeno ai giocatori”) e ostenta ottimismo (“Il nostro Mondiale comincia oggi”) pare che la formazione l’abbiano già decisa i senatori.

Il momento è storico ma la vigilia è cupa, carica di ricorrenze speciali e non proprio felici. Domenica Messi ha festeggiato il compleanno più triste della sua carriera. Maradona gli ha fatto gli auguri (“Vorrei parlare con Leo, dirgli che non è colpevole di nulla, che lo adoro come sempre”), anche se probabilmente lui avrebbe preferito non riceverli, neanche sentire il nome che lo costringe da anni a un confronto insostenibile. “Sta male”, raccontano da dentro il ritiro: troppe pressioni, qualcuno parla anche di problemi personali in famiglia, con la moglie. Ovviamente giocherà comunque, per trascinare la squadra a un passo dal baratro, o viceversa.

Ieri, invece, è caduto il quarantennale della vittoria al Mundial ‘78, che per l’Argentina significa gioia e dolore, il trionfo in casa e l’orrore della dittatura che sfruttò il torneo per nascondere le torture del regime, i gol di Mario Kempes ma pure la vergogna della “Marmelada peruana” (il 6-0 contro il Perù, decisivo per la qualificazione e sempre sospettato di combine). Il quotidiano Clarín ha dedicato un lungo ricordo a quell’edizione del “genocida Vileda”, ai festeggiamenti del generale Agosti e dell’ammiraglio Masseri, mentre a poche centinaia di metri dallo stadio si sentivano le urla dei prigionieri. “La memoria non si cancella”. Oggi Messi e compagni vorrebbero dimenticarsi tutto, passato presente e futuro, per giocare solo una partita di calcio.

Fermato a Napoli gambiano legato all’Isis. Alla moglie diceva: “Sono un soldato di Allah”

“Io sono un soldato di Allah, lo sai, non devi temere per me”. Così Osman Sillah, 34 anni, gambiano arrestato ieri a Napoli con l’accusa di far parte dell’Isis, si rivolgeva, al telefono, alla moglie rimasta in Africa. Per la polizia, che lo pedinava, è stata una ulteriore conferma: Sillah era un membro dello Stato islamico. Il suo arresto è collegato a quello di Touray Alagie, 21 anni, fermato il 20 aprile alla moschea di Licola. Al-Naba, uno degli organi di comunicazione dell’Isis aveva commentato la notizia del suo arresto definendolo “un fratello”. Proprio Alagie ha poi collaborato per permettere l’arresto di Sillah. I due, secondo la polizia, avevano fatto lo stesso percorso: facevano parte di un gruppo di una settantina di aspiranti terroristi addestrati in nord Africa, in Libia, all’uso di armi automatiche ed esplosivi. Alcuni di loro sono morti, altri sono riusciti a partire per l’Europa. La coppia era arrivata in Italia attraverso le rotte dell’immigrazione clandestina. Non risulta che Sillah avesse avuto un “via libera” per un attentato, ma gli investigatori ritengono che avesse in mente di commetterne uno a breve in Francia o in Spagna.

Inchieste, migranti e fronde: com’è triste l’estate di Manu

Non c’è solo la crisi dei migranti a far passare una settimana difficile a Emmanuel Macron. Un’inchiesta è stata aperta ieri dalla magistratura francese sulle presunte irregolarità nel finanziamento della campagna elettorale per l’Eliseo dell’allora candidato En marche.

Alcuni media aveva notato giorni fa che Macron aveva ottenuto tariffe di favore, con sconti fino al 75%, per l’affitto di alcuni locali per i comizi. La Corte dei conti ha tuttavia validato i conti del partito. Le indagini avviate ieri, su denuncia di deputati di destra, riguardano invece il ruolo svolto nella campagna dal comune di Lione, città di cui Gérard Collomb, attuale ministro dell’Interno, era sindaco.

I magistrati dovranno stabilire se il comune ha messo a disposizione del candidato mezzi e personale a costi imbattibili. Questa è l’ultima noia che colpisce il presidente, già bacchettato nei giorni scorsi per i suoi gusti di lusso (dopo la polemica per la piscina al forte di Bregançon, pare che Macron abbia rinunciato a rinnovare i campi da tennis della residenza de La Lanterne, a Versailles).

Sul piano europeo, Macron sembrava destinato a diventare il “paladino” d’Europa, aiutato anche dalla Brexit e dalle crisi del governo Merkel. Poi c’è stata la vicenda dell’Aquarius, e si ritrova sempre più isolato. Ma sulla nave di Sos Méditerranée piena di migranti, Macron ha deluso anche parte dell’opinione pubblica francese. Se giorni fa avesse aperto i porti alla nave, poi accolta in Spagna, Macron avrebbe potuto mostrare l’ “umanità” della Francia di cui si è tanto vantato in campagna elettorale. Ma così non è stato. La Francia ha “perso il treno della Storia” ha commentato Anne Hidalgo, la sindaca socialista di Parigi. Gelo anche all’interno dello stesso partito presidenziale, la République en Marche, con le parole dure di un marcheur della prima ora, Sébastien Mabile, avvocato e docente, che ha sbattuto le porte di LRem: “Abbandono quest’avventura – ha scritto in un tweet – con la vergogna di vedere i valori della Francia affondare con i migranti in fondo al Mediterraneo”. Macron ha tutto l’interesse di mantenere la linea dura con Matteo Salvini: dare anche il minimo credito al ministro dell’Interno italiano in Europa rischierebbe di far crescere “la lebbra dei populismi” anche in Francia e aiutare Marine Le Pen, la leader dell’ultradestra che, dopo la sconfitta all’Eliseo e le difficoltà di rilanciare il suo partito, spera di cavalcare la popolarità della Lega, anche in vista delle Europee del 2019.

E poi la maggioranza dei francesi non vuole che il Paese accolga i migranti. Il 60% condivide anche le parole del ministro Collomb che vede unaFrancia “sommersa dall’immigrazione”. Neanche la nuova legge sull’asilo e l’immigrazione, ora esaminata in Senato, è condivisa da tutti. Diverse associazioni hanno denunciato che accelera le espulsioni e raddoppia la durata delle detenzioni, complica il ricongiungimento familiare e limita l’accesso all’assistenza medica dei sans papiers.

Tra crisi migratoria che scuote l’opinione e le tensioni sociali che agitano la Francia (con i ferrovieri che prolungano lo sciopero a luglio per la riforma dello statuto, anche se la legge è votata), la popolarità di Macron ha subito una battuta d’arresto ed è in calo (-9 punti). I sondaggi mostrano la delusione degli elettori del centro-sinistra verso la politica economica e poco sociale di Macron, mentre sale l’adesione degli elettori del centro-destra. Oggi il presidente sarà in Vaticano ed è un segnale per il suo elettorato cattolico. Dopo l’incontro con papa Francesco, con il quale affronterà il tema dei migranti, e una visita alla comunità di Sant’Egidio, Macron sarà al Laterano per ricevere il titolo di “primo canonico onorario” della basilica di San Giovanni, un’antica onorificenza che risale a Enrico IV, alla quale altri presidenti avevano rinunciato, tra cui i socialisti François Mitterrand, e più di recente, in nome della Francia laica, François Hollande.

Serra, non basterà un Salvini a lavare le vostre coscienze

Non è vero che la sinistra, quella salottiera almeno, detesti Matteo Salvini: al contrario, lo adora. Gli vuole bene. Spera che duri in eterno, perché ne ha bisogno: lungi dall’essere il nuovo Goebbels, Salvini è l’alibi della sinistra. Il cazzaro facilmente detestabile da attaccare a favor di telecamera, con un post o un tweet, per rifarsi una verginità. Per fingere di non avere colpe. E continuare come se nulla fosse, convinti di esser sempre nel giusto.

Si pensi a Don Michele Serra. Il sacerdote laico della quasi-sinistra italiana, quello che con Craxi faceva il barricadero e con Renzi marcava visita, ha regalato giorni fa al volgo un’omelia laica assai pensosa. Non l’hanno letta in tanti, perché Serra ha scelto come organo di diffusione una pubblicazione inconsapevolmente carbonara chiamata Il Foglio. Una testata, peraltro, che il Serra incendiario di Cuore avrebbe bombardato dalle fondamenta, e che invece adesso va benissimo come megafono per pompieri in disarmo. Don Michele, con consueta prosa aggraziata e abuso di citazionismo (ora Altan e ora il New Yorker), ci ha detto che chi ha votato M5S ha inequivocabilmente sbagliato. Ancor più se di sinistra. E sarà per colpa loro che moriremo non democristiani ma fascisti: “Abbiamo davanti decenni o secoli di destra popolar-sovranista. Io sono troppo vecchio per vedere risorgere una nuova civilizzazione”. Amen. Se un alieno scendesse sulla Terra e leggesse unicamente Serra, immaginerebbe l’Italia in balia di dittature e fucilazioni. E il bello è che Don Michele ci crede davvero. Certo: viviamo tempi mesti. Certo: il lessico di Salvini è spesso raggelante (il suo agire un po’ meno, essendo “solo” l’agire di un Minniti che ce l’ha fatta). E certo Don Michele è oltremodo intelligente.

C’è solo un piccolo problema: Don Michele non ha il diritto di lamentarsi. Lo ha perso quando ha accettato, lui e quasi tutto il suo giornale, la vergogna renziana. Lo ha perso quando, al massimo di quel che resta della sua vena iconoclasta, ha votato la Bonino (cioè Renzi). Lo ha perso quando continua, con quell’odiosa spocchia di chi è superiore poiché di sinistra, a credere che lui e “la sua parte” siano ontologicamente nel giusto, anche se quella “parte” (quella “sinistra”) fa così schifo da decenni che ormai Salvini risulta molto meno indigesto di quasi tutta la dirigenza renziano-piddina. Se solo Don Michele parlasse con gli “elettori che sbagliano” (il lessico è sempre quello) dei 5 Stelle, scoprirebbe che non hanno cambiato idea: rivoterebbero la stessa cosa o al massimo si asterrebbero, perché pur di non rivotare “sinistra” si farebbero evirare da Orban in orbace. Ad avere diritto di criticare e massacrare il Salvimaio sono in tanti, anzitutto quelli che – proprio in quanto di sinistra – si opponevano a Renzi. I Montanari, i Robecchi, i Giannini. Ma i Serra e gli Zucconi, no. Se la sinistra italiana è sepolta sotto cumuli di macerie e riesce a perdere persino a Siena, non è colpa di Lega o 5 Stelle: è anche colpa di chi per anni si è accontentato della brodaglia rancida che gli imponeva il partito. Se Salvini è il ministro dell’Interno, è anche colpa loro. Del loro tifo colpevole. Della loro pavidità imperdonabile. Avevate voci adatte per il vaffanculo e vi siete accontentati di appendere il poster della Boschi in camera. Per questo, come cantava qualcuno che Don Michele conosceva bene, “per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”. E non vi basterà un Salvini per lavarvi la coscienza (anche se vi piacerebbe da matti).

Siri, lo Spinoza prestato alla politica

Caro Armando Siri, finalmente ha conquistato la ribalta! Anche se, un po’ come nella teologia negativa (mi perdoni Plotino), la sua essenza è definita non da quello che sa, ma da quello che non sa: sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti non era a conoscenza che il suo ministro fosse Toninelli. La notizia non le è arrivata? Ha l’ufficio sulla Salerno-Reggio Calabria e i lavori sono ancora in corso? Almeno la sua “svista” ha acceso i riflettori, non sul ministro grillino, ma su di lei: chi è Armando Siri?

Per risolvere l’arcano sono andata nel suo sito ufficiale, dove (oltre a un “intervento al Tg1”, che è in realtà SkyTg24) campeggia una definizione consolatoria: “Siri non è solo un’applicazione, ma una persona vera”. Meno male! Dunque lei non è solo la vocina Apple che interviene a capocchia, ma esiste in carne e ossa: è un uomo! Un politico? Il suo manifesto-slogan lo nega: “Io non faccio politica, io penso in pubblico”. Qui si supera il neoplatonismo e si toccano le vette del cogito ergo sum cartesiano. Ricapitolando: lei è “una persona vera” e pensante (wow), di più: “pensa in pubblico” (doppio wow). Chi l’avrebbe detto che avevamo di fronte la summa del pensiero occidentale?

Ora la sua vicenda mondana appare più chiara: “Attivista della gioventù socialista” diventa “amico personale e collaboratore di Bettino Craxi, del quale ha condiviso e sostenuto la visione del giusto equilibrio che si può realizzare nello Stato tra intrapresa privata e prerogativa pubblica”. Proprio quel “giusto equilibrio” tra pubblico e privato che lo ha reso lo “statista” che ben conosciamo, attraendo a sé le migliori menti del paese, tra cui appunto Armando Siri. Da Craxi a Mediaset il passo è breve: giornalista nei tg del Biscione e autore di non meglio precisati “programmi di infotainment”. Come Spinoza si adattò all’umile mestiere del tornitore di lenti ottiche, mai abbandonando la filosofia, così il Siri fece tra le telecamere di Cologno, sempre elargendo il suo “pensare in pubblico” attraverso pamphlet del calibro di “La luce e l’ombra – consapevolezza e responsabilità dell’Uomo all’alba di una nuova epoca”, in cui disquisisce di Cosmos e Kaos; o l’imperdibile “L’Italia nuova. Dialogo immaginario con Silvio Berlusconi”, in cui verga un’intervista impossibile all’Altissimo, che gli dà del “pazzo” ma col rispetto del “se mi consente” (memore dell’Elogio della Follia di Erasmo da Rotterdam curato da Dell’Utri con prefazione dell’ex Cav).

Ma la gnoseologia siriana si fa anche prassi col “Nuovo Punto di Vista della Politica”: una “comunità politica e culturale che si aggrega attorno al suo personale pensiero politico e filosofico”. Peccato che il “Partito Italia Nuova” – detto PIN, slogan “Tu sei la chiave” – non trovi liquidità nel bancomat delle elezioni. Per avere successo, dopo Craxi e Berlusconi, gli tocca aspettare Salvini: ideatore della Scuola di Formazione Politica della Lega (lezioni di guida per la ruspa?), diventa responsabile economico, portando in dote la sua Flat Tax. Già perché, patteggiamento per bancarotta a parte, sa fare anche di conto.

Caro Siri, con questo popò di curriculum, com’è che è finito solo ai Trasporti e non a Palazzo Chigi, su su fino al soglio pontificio? E dobbiamo accorgerci di lei non per il Nobel ma per Tagadà? Paese ingrato.

Un cordiale saluto.