Csm e Woodcock: cose da Nord Corea

I magistrati oggi sono schiacciati da una difficile condizione professionale, legata alla crescita anomala della domanda di giustizia divenuta impossibile da gestire. Ma la nostra critica a chi ha gestito l’auto-governo (il Csm, ndr) è di aver fatto poco o nulla per fare emergere la nuova insidia rispetto alla indipendenza e l’autonomia. Abbiamo visto un consiglio sostanzialmente sdraiato sulle scelte dell’esecutivo il quale, da parte sua, non ha lavorato sui sistemi processuali ma sulla risorsa umana magistrato: ha tagliato le ferie, ha allungato i tempi per chiedere i trasferimenti, ha varato una legge di responsabilità civile che è la più dura tra quelle vigenti in Europa.

La lettura un po’ didascalica secondo cui la questione dello scontro politica giustizia va letta alla luce del conflitto con Silvio Berlusconi risulta contrastante col dato reale che noi oggi viviamo. Le proposte di Berlusconi erano velleitarie in quanto non aveva i numeri ovunque volesse portarle a compimento: in Parlamento e specialmente nel Csm. Dunque l’autodifesa spontanea e compatta della magistratura era abbastanza semplice.

A questa storia manca poi un pezzo: cioè la stagione del patto del Nazareno, di cui forse ci siamo dimenticati. Il famigerato patto sulle riforme tra governo e opposizione ha invece avuto un impatto devastante sulla condizione professionale dei magistrati oltre che sulla loro autonomia e indipendenza “interne”, che rappresentano il più grande dei problemi, provocando una scollatura enorme tra la rappresentanza di magistrati e la loro base, che non si fida più.

Vi è stata una intesa se non un patto tra i capi delle correnti ed esponenti della politica, rappresentati in Csm da un blocco compatto di laici, non più espressione delle varie sensibilità dell’avvocatura e dell’accademia, ma provenienti direttamente dall’impegno politico e molto spesso a quell’impegno destinati a ritornare. Il nuovo scenario è quello di una politica stretta in un ampio patto trasversale e della adesione al patto anche di una larga fetta della rappresentanza dei magistrati.

Il caso dell’Ilva è emblematico perché è un caso nel quale tutti i poteri – quelli economici, la Confindustria, il governo, i sindacati, le banche, l’azienda – avevano interesse a proseguire la produzione industriale nonostante i danni dell’inquinamento. Dall’altra parte c’era il cittadino, completamente solo, che per la difesa dei suoi diritti primari contenuti nella Costituzione ha solo un riferimento: il magistrato.

Ma proprio prendendo spunto dal caso Ilva abbiamo letto sulla stampa le dichiarazioni del presidente del Csm Giovanni Legnini che ragionava “sulle conseguenze delle decisioni giudiziarie” considerando come i magistrati dovessero tenere conto “del loro impatto sull’economia”, naturalmente al nobilissimo fine di ottenere una “giurisdizione moderna” che potesse “concorrere alla ripresa del paese”. E infine chiosava che il Csm “intende muoversi in tale direzione avviando un cammino riformatore sui percorsi di carriera, incarichi direttivi…” Il messaggio che passava era chiaro: chi ambisce a far carriera deve tener conto delle esigenze dell’economia.

Un’altra vicenda emblematica è quella del disciplinare Consip, plasticamente rappresentata dalle foto di Celeste Carrano ed Henry Woodcock sul banco degli incolpati, finiti in prima pagina per accuse in parte provenienti dai loro stessi indagati.

La rappresentazione giornalistica, accettata e comunque non impedita dall’autogoverno (il Csm, ndr), è quella di pubblici ministeri impegnati in un procedimento che arriva ai vertici dello Stato, condotti sul banco degli incolpati prima ancora che i loro indagati vengano portati davanti al giudice. Una narrazione che può andar bene per la Corea del Nord, ma non in un paese in cui i magistrati devono essere difesi dal proprio autogoverno affinché possano svolgersi anche indagini e processi che riguardano i potenti. Perché il messaggio che passa alla magistratura ed alle giovani generazioni è devastante: quello di stare alla larga da indagini e processi che riguardano i potenti! Si tratta anche qui di un messaggio a fronte del quale il magistrato si sente smarrito, ma ancor più smarrito sente il cittadino .

Il Csm ha il dovere di arginare il tentativo della politica di ridurre la autonomia dei magistrati con norme che, in nome dell’efficienza e dell’organizzazione, li trasformino in sudditi deboli e facciano del loro vertice un organismo forte e collegato con gli altri poteri.

Questo testo è uno stralcio dell’intervento tenuto il 20 giugno a Milano nel convegno “orgoglio dell’autogoverno: una sfida possibile per i 60 anni del Csm?”

Mondiali. Esemplari Senegal-Giappone e Inghilterra-Panama: vince chi gioca

Un partitone.Quello fra Senegal e Giappone non si può che chiamare così. Ci si aspetta di strabiliarsi nel guardare gli squadroni, ed ecco due squadre che giocano a viso aperto senza tattiche e senza respiro, mirando ad un entusiasmante e raro “a chi vince vince!”, e il loro pareggio è valso quanto due fantastiche vittorie!

Di contro a un tale spettacolo, si è assistito alla facile pantomima dell’Inghilterra che si è divorata una povera esile Panamina. Praticamente, come se gli inglesi, ebbri di esultanza, avessero giocato stravincendo sulla squadra mista, fra bianchi e di colore, della mia parrocchia. Che male male non è ed ha un ragazzo peruviano che non ha un tiro, ma una castagna o legnata che dir si voglia. Allora: se l’Inghilterra sarà poi così super brava contro le altre cosiddette “grandi”, tanto di cappello.

Ma se si rivelasse ben diversa dallo spasso che ha goduto col Panama, allora capirà quanto è brutto perdere, e specialmente 6 a 1… Però, che bella la gioia dei panamensi tutti, giocatori, tifosi e una nazione intera, al loro unico gol! Soltanto per un piccolo grandissimo gol! E questo è meraviglioso.

Gianni Basi

 

Gentile Gianni, stiamo parlando di due nazionali, anzi due popoli, così meravigliosamente lontani e diversi tra loro: la disciplina e il rigore dei giapponesi, piccoletti terribili, ligi al dovere e votati al moto perpetuo, contro l’esuberanza dei senegalesi, che si allenano ballando e sul campo non conoscono regole. Giappone-Senegal è stata una sfida tra opposti, e forse non a caso una esaltante partita di calcio, che solo la Coppa del mondo è in grado di regalarci una volta ogni quattro anni.

In modo molto differente, lo stesso si può dire in fondo pure dell’altro incontro, tra la tradizione inglese e l’ingenuità dei caraibici, anche se poi non sempre la parabola di Davide e Golia resiste all’urto con la realtà: Inghilterra-Panama era una sfida impari, e il campo ha mostrato perché.

Ma di questo sarebbe ingiusto fare una colpa agli inglesi, un torneo del genere si onora giocando sempre. E poi agli avversari il risultato interessava davvero poco: per loro il sogno era già essere lì e aver lasciato una piccola traccia nella storia del pallone, con quel gol così inutile e così importante. È la magia del Mondiale.

Lorenzo Vendemiale

“Altro che blocco navale, servono le quote per i migranti economici”

Milena Gabanelli, un anno fa lei suggeriva la provocazione di sbarcare i profughi anche a Nizza e Malta per costringere gli altri Paesi Ue a farsi carico dell’emergenza. Salvini sembra averla presa in parola.

Io suggerivo una cosa molto diversa, ovvero alle Ong stesse di fare un gesto dimostrativo per rimettere la questione sul tavolo di Bruxelles, in un periodo in cui in Sicilia ci sono stati fino a 8000 sbarchi in tre giorni, nella totale indifferenza dell’Europa. Nell’ultimo anno i numeri sono completamente cambiati e Salvini ha chiuso i porti all’Aquarius il giorno delle amministrative.

Cosa pensa del nuovo governo spagnolo che ha accolto la Aquarius?

È un governo di sinistra, e non poteva non fare questo gesto a sette giorni dal suo insediamento, se non altro per dare un segnale di cambiamento rispetto a Rajoy. Salvini ha fatto un azzardo e gli è andata bene. E infatti Sánchez nell’intervista di domenica a El País dichiara che l’Italia è egoista, antieuropea e deve essere punita. Mette le mani avanti …forse non intende accettare altri sbarchi.

La linea di Salvini sembra la seguente: navi militari Ue contro gli scafisti vicino alle coste europee e niente Ong vicino alla Libia, così da dividere in due il Mediterraneo. La parte dove gli scafisti rischiano l’arresto e quella dove rischiano di far affondare le navi con i propri “clienti” senza soccorsi.

È difficile giustificare l’invio di 20 navi visto l’esiguo numero di arrivi; si rischia invece di sfasciare quello che è stato faticosamente costruito con la Libia per il controllo della costa e delle frontiere interne. È lì che bisogna mettere finanziamenti per stabilizzare il fenomeno e tagliare le gambe ai trafficanti. Da quattro giorni c’è un mercantile al largo di Pozzallo con 110 migranti, e non sono autorizzati a sbarcare. Quel mercantile sta perdendo migliaia di dollari al giorno, ed è probabile che la compagnia abbia comunicato al suo comandante: “Quando vedi un gommone girati dall’altra parte”. Inoltre la nostra guardia costiera non coordinerà più i soccorsi a ridosso delle acque costiere libiche. Sono fenomeni epocali da maneggiare con cura: devi fermare le navi alla prima violazione del codice di condotta, senza prendere delle decisioni che non sai dove ti portano. Se nel braccio di ferro, muoiono 300 persone, che fai? I rischi si corrono quando la situazione è fuori controlllo, oggi non lo è.

Il governo sembra intenzionato a fare tagli lineari alla spesa per l’accoglienza, così da ridurre i famosi 35 euro al giorno che lo Stato rimborsa per la gestione di ogni migrante. È d’accordo?

Il tema non sono i 35 euro, ma come vengono spesi i 3,5 miliardi (diventati 5 perché sono fuori dal patto di stabilità). Potremmo utilizzare spazi pubblici invece di pagare affitti ai privati, e mettere in piedi un piano di accoglienza con personale dedicato, per accorciare i tempi di identificazione e creare i presupposti per una vera integrazione. Potremmo anche farci dare più soldi da Bruxelles, a fronte di un progetto strutturato. Se invece l’idea è quella di lasciare le cose come stanno e ridurre semplicemente la spesa, ci troveremo i parcheggi pieni di mendicanti.

L’Italia continua a chiedere i ricollocamenti dei richiedenti asilo ma non avvengono e ci alleiamo con i Paesi, come quelli del gruppo di Visegrád, che si oppongono.

È un’alleanza difficile da capire: noi abbiamo interesse alla ricollocazione, mentre il gruppo di Visegrád no. L’Austria schiera i carri armati al confine per fare i respingimenti verso l’Italia, eppure Salvini si allea con l’Austria. Più che a pensare a come risolvere la questione credo che abbia in testa le elezioni europee, e questa alleanza serve a capitalizzare sentimenti antieuropei che mirano a far saltare la struttura sovranazionale. Un gigantesco gioco di specchi.

La crisi politica che rischia di far cadere il governo tedesco è innescata dalla richiesta del ministro dell’Interno Seehofer di poter respingere in Italia e Grecia chi è sbarcato in Italia e Grecia ed è richiedente asilo. Dobbiamo essere il campo d’accoglienza di tutta Europa?

Credo che nessuno sappia come andrà a finire. Francia e Germania hanno responsabilità enormi, ma seguire l’Ungheria, dove è stata abolita di fatto la libertà di stampa, non credo sia conveniente per l’Italia sul piano della democrazia. Il tema sono gli accordi di Dublino da rivedere: su questo dobbiamo dare battaglia.

Si parla di costruire hotspot nei Paesi di partenza dei migranti o in quelli di transito. La convince l’idea? Ci sarebbero problemi di sicurezza per chi gestisce l’hotspot, per esempio in Libia, e chi non riesce a partire per vie legali proverebbe comunque la via del barcone.

Costruire centri in zone “sicure” nei Paesi d’origine mi convince di più che nei Paesi di transito, come la Libia, ma vale anche per Egitto e Tunisia, proprio per queste ragioni.

Ha ancora senso pensare che ricostruire la sovranità della Libia sia la via più rapida a creare un “tappo” che impedisca le partenze ?

Penso di si, non tanto per creare “un tappo”, ma perché dalla stabilizzazione della Libia abbiamo solo da guadagnare.

Alla strategia dell’ex ministro Minniti sono mancati due aspetti pur annunciati: assicurarsi il rispetto dei diritti umani nei Paesi partner, come la Libia, e creare una via d’accesso legale all’Italia a fronte del blocco di quella illegale. Che consigli darebbe a Salvini su questo?

Credo che sarebbe più proficuo per Salvini continuare nell’operazione iniziata dal suo predecessore. Con tutte le criticità del caso, stava dando risultati e mi sembra l’alternativa più pragmatica. Stabilizzare la Libia permette anche alle agenzie internazionali di esercitare un controllo, oggi impossibile perché è un terreno pericoloso, tant’è che stanno tutte in Tunisia.

I Cinque Stelle sembrano sospesi tra la tentazione di inseguire Salvini e quella di presentarsi come il bilanciamento moderato nella maggioranza. Che consigli darebbe a Di Maio e soci?

Reimpostare il piano di accoglienza, battersi sugli accordi di Dublino, introdurre il tema delle quote per i migranti economici, in modo che possano partire in sicurezza, e regolarizzare chi è già sul nostro territorio. È più utile, e meno costoso. Noi abbiamo bisogno di mano d’opera, anche stagionale, ed oggi è quasi tutta clandestina e sottopagata, con il rischio di dumping sociale. Insomma, cercare di “spegnere” un’emergenza strumentalizzata in chiave antieuropeista, e fare squadra a Bruxelles, in modo meno ipocrita, sullo sviluppo dell’Africa. Alla Turchia abbiamo già versato 3 miliardi e altri 3 li metteremo cash al prossimo vertice. Sull’Africa l’Europa ha messo 240 milioni. L’Italia ne ha versati 50, la Germania 80 e la Francia 9, solo “nove”. Finora in Africa abbiamo sostenuto classi dirigenti corrotte. L’Europa intera diventerà una polveriera se non si capisce in fretta che lo sviluppo del continente africano è l’unica strada percorribile.

Veglie elettorali e selfie a colazione

Diario quotidiano delle dichiarazioni compulsive di Salvini. Ore 1 e 35: “STORICHE vittorie della Lega in Comuni amministrati dalla sinistra da decenni: GRAZIE!!! Più la sinistra insulta, più i cittadini ci premiano. Prima gli italiani, io non mi fermo” (Twitter, in piena veglia elettorale). Ore 7 e 30: “Missione #Libia, si parte!” (Twitter, il faccione sorridente del vicepremier augura il buongiorno agli italiani a bordo di un aereo militare in direzione Tripoli). Ore 10 e 10: “Qui Tripoli, ho appena incontrato il ministro dell’Interno libico Abdulsalam Ashour. Il mio impegno sarà massimo per rinsaldare l’amicizia tra i nostri due Paesi e la collaborazione su tutti i fronti, a partire dall’emergenza immigrazione” (Twitter). Ore 12 e 15: “Hotspot dell’accoglienza in Italia? Sarebbe problema per noi e per la Libia stessa perché i flussi della morte non verrebbero interrotti. Noi abbiamo proposto centri di accoglienza posti ai confini a Sud della Libia per evitare che anche Tripoli diventi un imbuto, come Italia” (Twitter). Ore 14 e 15: “Le sanzioni contro la Russia sono inutili e nocive. Noi siamo pronti a passare dalle parole ai fatti ma in Europa sono pochi quelli che la pensano come noi e siamo soli contro tutto il mondo” (intervista a Rossiya 24). Ore 18: “C’è una nave carica di migranti ancora in acque maltesi, ma che non sarà accolta da porti italiani” (Conferenza stampa al Viminale)

Le torture denunciate dall’Onu? Solo “retorica”

Nel suo viaggio a Tripoli, il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha visitato anche un centro d’accoglienza che è in costruzione ed entro un mese accoglierà un migliaio di persone: “L’ho fatto per smontare tutta la retorica per la quale in Libia si tortura e si ledono i diritti civili”, ha detto. Peccato che in realtà di violazione di diritti umani si parla, nero su bianco, in un rapporto del segretario generale dell’Onu António Guterres, trasmesso a metà febbraio al Consiglio di sicurezza. E poi acquisito anche dalla Procura internazionale dell’Aja che sta conducendo un’inchiesta sui crimini contro l’umanità commessi in Libia.

Torture, stuprie altre violenze contro i migranti sono state documentate dalle inchieste della missione internazionale dell’Onu (l’Unsmil): “I migranti – scrive Guterres nel suo rapporto – sono detenuti e torturati, soggetti a stupri e altre violenze sessuali, rapimenti per riscatto, estorsioni, lavori forzati e uccisioni”.

Gli inviati delle Nazioni unite hanno visitato i centri di accoglienza, documentando “un grave sovraffollamento e condizioni igieniche tremende”. Guterres sottolinea nel suo dossier anche le colpe dei guardacoste libici e il loro “comportamento violento e spregiudicato”. Come quando – si legge sempre nel rapporto – il 6 novembre 2017, durante un salvataggio in mare, hanno picchiato i migranti con una corda e li hanno minacciati puntando le armi da fuoco contro di loro.

Tutto questo non è la “retorica” di cui parla Salvini, ma il contenuto di un documento già all’attenzione della Procura dell’Aja, che ha per altro confermato l’apertura di un’inchiesta, ancora in una fase iniziale, sui crimini contro l’umanità commessi in Libia.

Sbloccato il mercantile, Lifeline resta in mare

Il Viminale ha autorizzato ieri sera l’ingresso nel porto di Pozzallo (Ragusa) per la Alexander Maersk, la portacontainer che dal 22 giugno era lì davanti con a bordo 112 migranti soccorsi nel Canale di Sicilia. Situazione surreale surreale perché il mercantile che batte bandiera danese, 155 metri di lunghezza, era intervenuto secondo le indicazioni e sotto il coordinamento della Guardia costiera italiana. Averlo fermato potrebbe costare caro al governo italiano: fino a 200 mila euro al giorno. Il sindaco di Pozzallo, Roberto Ammatuna, aveva fatto un appello al governo perché sbloccasse la situazione. E il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, aveva scritto al comando della Guardia costiera per conoscere gli ordini impartiti, sottolineando che le persone a bordo sono “di fatto private della libertà personale, pur non essendoci ovviamente alcun ordine in tal senso, impugnabile di fronte all’autorità giudiziaria” e alla Corte europea dei diritti umani.

È invece molto più lontana, e più vicina a Malta, la Lifeline, la nave della Ong tedesca omonima con 224 migranti a bordo e considerata “una nave fuorilegge” dal nostro ministro dell’Interno perché ha osato intervenire nonostante l’indicazione della nostra Guardia costiera di lasciar fare ai libici. Ieri mattina il comandante aveva fatto sapere di voler andare in Francia “dopo esser stati rifiutati da Germania, Olanda e Italia” e il governo di Parigi, con il ministro per gli Affari europei Nathalie Loiseau, aveva risposto che “tocca all’Italia”. Ma poi l’idea di fare rotta verso le coste francesi è stata abbandonata dagli stessi responsabili della Lifeline per le avverse condizioni meteo, almeno per il momento. Sulla Lifeline, sempre ieri, ha fatto una “visita di solidarietà” João Pimenta, europarlamentare del Gue (Sinistra unita), e ha detto di aver “assistito al peggioramento delle condizioni a bordo” che certo non miglioreranno con il maltempo previsto sul Mediterraneo.

Ieri sera il vicepremier Luigi Di Maio, intervistato da “Stasera Italia” su Rete4, ha detto: “Per me ora ci sono due strade: o aprono i porti la Francia, la Spagna e Malta o noi la facciamo arrivare nei nostri, ma poi la sequestriamo”.

Il blitz in Libia di Salvini “Hotspot ai confini sud”

Partenza da Roma alle 7 di mattina dopo la veglia elettorale per i ballottaggi; selfie d’ordinanza – a beneficio dei soliti social network – a bordo dell’aereo militare con destinazione Tripoli; visita lampo al governo ufficiale della Libia, a un centro migranti e ai soldati della missione italiana; ritorno precipitoso in patria per la conferenza stampa al Viminale delle 17 e 30. Non si può dire che nella prima vera giornata da ministro – finita la campagna elettorale – Matteo Salvini abbia risparmiato energie.

Il capo della Lega ha ripercorso i passi del predecessore Marco Minniti e ha incontrato il governo di Fayez Serraj, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. È il primo esponente dell’esecutivo gialloverde a farlo: a stretto giro toccherà al premier Giuseppe Conte, al vicepremier Luigi Di Maio e al ministro della Difesa, Elisabetta Trenta.

Salvini l’ha fatto a modo suo: nessuna missione segreta stile Minniti, ma un blitz ipermediatico tra foto, dirette Facebook e conferenze stampa. Risultati o ottenuti? Difficile dirlo. Il capo della Lega era partito con l’idea di proporre ai suoi interlocutori degli hotspot – centri per l’identificazione e l’esame delle domande dei richiedenti asilo – “ai confini a Sud della Libia”.

Il governo di Tripoli ha negato categoricamente che tali strutture possano essere accolte in territorio libico (“Sono contrari alla nostra legge”, ha dichiarato il vicepremier Ahmed Maiteeq). Salvini ha quindi specificato durante la conferenza stampa che gli hotspot proposti sono “ai confini fuori dalla Libia, quindi in assoluta coerenza con quanto dichiarato dal governo Serraj”. Gli Stati africani interessati sarebbero quattro, specifica il leghista: Sudan, Ciad, Niger e Mali. È possibile metterli d’accordo tutti? Per Arturo Varvelli – ricercatore dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale ed esperto di Libia – le previsioni del ministro dell’Interno sono decisamente ottimistiche: “Già la Francia aveva pensato di realizzare hotspot in Niger e Mali ma non è riuscita a farli, malgrado i rapporti molto stretti con quei Paesi. Mi pare che Salvini per ora non abbia una vera strategia ma stia navigando a vista”.

Il leader della Lega in ogni caso ha una discreta lista di successi da “vendere” a microfoni e telecamere: una conferenza di iniziativa italo-libica sull’immigrazione illegale da tenersi a settembre a Tripoli con i principali Paesi europei; la ripresa della partnership commerciale ed industriale tra i due governi – Roma definita “primo partner” dai nordafricani –, la “totale condivisione” di tre o quattro punti, compreso il “lamento dell’assenza dell’Unione europea” da parte degli stessi libici.

Anche da Tripoli filtra ottimismo. Così il colonnello portavoce della Forze della Marina, Ayoob Qassem: “Siamo soddisfatti della linea di Salvini, è il solo modo di spezzare la catena fra trafficanti e Ong”.

Per il restoil ministro Salvini ha confermato il volto truce nei confronti di nemici ormai consolidati. Il primo, le Ong: “Sono fuorilegge” e le navi “vanno sequestrate, perché complici del traffico di esseri umani”. Il secondo, la Francia: “Il ministro degli Affari europei Nathalie Loiseau è un’ignorante. Nel senso che ignora la situazione di questa nave (la Lifeline, ndr) che ha agito in barba alle segnalazioni della guardia costiera italiana e libica. Aprano il porto di Marsiglia”. Macron, invece, “è 15 volte più cattivo di Orbàn: sui ricollocamenti l’Ungheria è inadempiente per 300 unità, la Francia per 9000 unità”.

Poi, sull’ipotesi di un ordine alla Marina di non rispondere più agli Sos dei barconi, ha risposto: “Chiedete a Toninelli, ma se fosse così avrebbe il mio totale sostegno”.

Intanto, nella nuova bozza delle conclusioni del prossimo vertice europeo (si terrà giovedì 28 giugno) rimane la norma sui cosiddetti “movimenti secondari” che aveva fatto infuriare il governo Conte: “gli Stati membri – si legge – devono prevedere tutte le misure legislative e amministrative necessarie per contrastare tali movimenti”. A perdere sarebbe ancora l’Italia, ma Salvini e gli altri per ora non hanno replicato.

 

Clan Mancuso, 6 arresti per l’omicidio con l’autobomba

Sei persone sono state arrestate ieri mattina all’alba per l’autobomba esplosa a Limbadi il 9 aprile uccidendo Matteo Vinci e ferendo gravemente suo padre Francesco. Dietro quell’attentato, in grande stile, c’era la cosca Mancuso che voleva prendersi i terreni della famiglia Vinci.

L’operazione “Demetra” della Dda di Catanzaro è scattata ieri mattina all’alba. I carabinieri di Vibo Valentia e del Ros hanno arrestato Rosaria Mancuso, parente dei boss di Limbadi, la figlia Lucia Di Grillo e il genero Vito Barbara. Per la Dda sono loro che hanno piazzato il tritolo nell’auto collegandolo a un radiocomando. In carcere sono finiti pure Salvatore Mancuso, Domenico Di Grillo (rispettivamente fratello e marito di Rosaria Mancuso) e l’altra figlia Rosina Di Grillo. Secondo il procuratore Nicola Gratteri, l’inchiesta “non riguarda solo la lite per un fazzoletto di terra, ma è l’esternazione del potere di una parte della famiglia Mancuso su un territorio”. Fuori dalla caserma c’era anche Rosaria Scarpulla, la “mamma coraggio” di Matteo Vinci. “Cominciamo a dare giustizia a mio figlio” è stato il suo unico commento.

Roberti: “La scorta all’ex pm Ingroia non andava tolta”

Franco Roberti di scorte se ne intende, per averle avute, quand’era magistrato a Napoli e poi procuratore nazionale antimafia a Roma. “La scorta ad Antonio Ingroia io non l’avrei tolta”, dice. “E quella a Roberto Saviano non penso debba neppure essere messa in discussione”.

Ma invece ad Antonio Ingroia è stato sospeso il servizio di tutela, dopo 27 anni di indagini antimafia e di minacce pesanti da parte di Cosa nostra. E proprio due settimane dopo la sentenza di condanna al processo per la trattativa Stato-mafia, che era nato sul suo impulso iniziale.

Io vorrei fare un discorso generale, astraendomi dai casi concreti: la valutazione se dare o no una scorta deve essere sempre fatta sulla base di criteri oggettivi, valutando se una persona è in pericolo, per le sue attività passate o per quelle che fa nel presente. Un altro criterio oggettivo è quello delle forze che si hanno a disposizione per fornire le tutele. Comunque sia, dev’essere sempre una valutazione squisitamente tecnica.

La scorta a Ingroia è stata tolta quando ministro dell’Interno era Marco Minniti, con il governo di Paolo Gentiloni. La situazione poi non è cambiata con l’arrivo al Viminale del nuovo ministro, Matteo Salvini.

Non è compito del ministro decidere a chi dare o togliere la protezione. La scelta, ripeto, dev’essere puramente tecnica e viene presa dal capo della polizia e dai prefetti, l’organismo che le valuta è l’Ucis, l’ufficio centrale interforze per la sicurezza personale. Io sono stato consulente del ministro Minniti e so che la decisione è stata delle strutture del ministero.

Ma è mai possibile che il ministro non dia un impulso politico alle scelte burocratiche del suo ministero?

Non lo dà e non lo deve dare, guai se le valutazioni politiche entrano in decisioni così delicate. Sarebbe un’interferenza. Io non avrei revocato la tutela a Ingroia, conoscendo il suo lavoro in tanti anni da magistrato e anche il suo impegno presente come avvocato difensore in processi antimafia. So che le sentenze di morte pronunciate dalla mafia non sono mai revocate. E gli avrei mantenuto una protezione efficace, non una tutela nominale come quella che gli hanno assegnato ora. Ma evidentemente le strutture tecniche hanno deciso diversamente. Se fossi stato ancora un magistrato antimafia in attività sarei intervenuto a dire la mia, ma quando è successo ero già in pensione, consulente del ministro Minniti, ma non su questa materia. Così ho rispettato la decisione del comitato. Non so se poi chi ha sollevato il caso abbia fatto bene a Ingroia: temo lo abbia sovraesposto.

Il ministro Salvini ha criticato duramente le prese di posizione di Saviano, concludendo che avrebbe valutato se davvero lo scrittore avesse bisogno di una scorta. Non le sembra una minaccia o una rappresaglia?

Ognuno è responsabile delle proprie dichiarazioni, specie se le fa a raffica ogni giorno e su tutti i temi dello scibile umano. Non mi metto a commentare le dichiarazioni di Salvini. Credo che chi non ha competenza su questo argomento dovrebbe evitare di parlarne.

Lei ora è diventato assessore della giunta di Enzo De Luca alla Regione Campania. Qualcuno l’ha criticata per questa scelta, visto il personaggio De Luca, le sue dichiarazioni, il suo stile politico, le inchieste in cui è stato coinvolto.

Avevo messo nel conto le polemiche. Ma io ho dedicato tutta la mia vita al servizio delle istituzioni. Ho fatto il magistrato a Napoli e poi il procuratore nazionale antimafia. Sono stato messo in pensione, anticipatamente, per decreto del presidente del Consiglio Matteo Renzi. Avendo ancora energie, ho pensato di poter mettere ancora a disposizione le mie competenze rendendomi utile in altre istituzioni. Così ho accettato di diventare assessore alla sicurezza e alle politiche della legalità della Regione Campania. Io lavoro per l’istituzione Regione, non per De Luca. Lui risponde di quello che dice e che fa, io rispondo di quello che dico e che faccio io.

Scamarcio, ovvero dello storytelling

“Assolutamentenon sono d’accordo con chi semplifica e dice che questo GOVERNO è un GOVERNO razzista. Soprattutto a tutti i pensatori di sinistra che si fanno abbindolare dalla stampa mainstream che tende a fare questo tipo di semplificazioni voglio dire che all’interno di questo governo ci sono persone che hanno sempre votato a sinistra e che sono degli intellettuali e che si sono candidati con la Lega e con il Movimento Cinque Stelle(…) Non è un GOVERNO di destra, ma un GOVERNO che ingloba un pensiero nazionalista nel senso più nobile del termine. Se poi questo termine non si può più usare, allora lo si dica…”: lo stenografico di quanto ha detto l’attore Riccardo Scamarcio a Un giorno da Pecora il 20 giugno è esattamente questo. Parla di semplificazioni dei giornali, il primo pensiero è che forse esageri. Peccato che poi, il giorno dopo, sul Corriere (e ripreso da altri giornali) ci si ritrovi la stessa trascrizione ma con una variabile. Attenzione (aiuta il maiuscolo): “SALVINI razzista? No piuttosto nazionalista nel senso più nobile del termine” . Diciamocelo, Salvini sarà anche AL governo ma non è IL governo (anche se vorrebbe) e contestualizzando l’intervento sarebbe davvero chiaro il discorso dell’attore. Ma si sa come funziona, da una parte e dall’altra: poi crollerebbe lo storytelling.