Dal pacifista al Masaniello, Messina si affida a “Scateno”

Ha detto che l’ha chiamato il Papa per congratularsi. “A un certo punto è squillato il telefono ma ero impegnato nei primi passaggi della nuova amministrazione”. Ha detto che al secondo squillo ha risposto a Papa Francesco, impressionato dal suo primo gesto: il Pater Noster davanti alla statua della Madonna, appena dopo aver deposto un mazzo di fiori per ringraziamento, “e ho messo in viva voce per far sentire a mia moglie e ai miei figli”. Ha detto che trasformerà la sede del Comune in un Casinò municipale: “Siamo meta crocieristica, dobbiamo investire in cultura”. Ha detto che il primo e più urgente impegno sarà però quello di costruire “il Ponte sullo Stretto”.

Cateno De Luca, per gli amici Scateno, è il nuovo sindaco di Messina. È stato eletto a furor di popolo dalla città che i siciliani non nativi definiscono “babba” per il carattere accomodante, la sorprendente ingenuità e la propensione a mostrare la sua patologia bipolare. Alle scorse comunali Messina elesse Renato Accorinti, il sindaco di Free Tibet, scalzo per via dei sandali mai dismessi in qualunque stagione dell’anno e in qualsivoglia occasione pubblica, dallo stile francescano, ultimo tra gli ultimi. Per compensare questa volta hanno scelto il pirotecnico Cateno, che da trent’anni si occupa di abbattere la Casta, C maiuscola. Da trent’anni De Luca, il nuovo sindaco dell’amatissima e innocente Messina, è consigliere di qualcosa. Tre legislature se l’è fatte alla Regione, cumulando tre investiture a sindaco di ben due comuni: Fiumedinisi, il suo proprio, e Santa Teresa Riva. Messina era il suo ultimo sogno. Cateno o Scateno per combattere la partitocrazia ha sperimentato il metodo omeopatico. Da giovanotto era Dc, poi si è intruppato con il famigerato movimento autonomista (si chiamava Mpa) dell’ex governatore Raffaele Lombardo. Ha avuto un approccio anche con Gianfranco Rotondi, una mezza cotta con grande Sud. Infine con l’Udc. Era venuto il momento del grande passo, Scateno aveva deciso di puntare su Salvini. “Io non l’ho voluto”, disse alla vigilia delle ultime regionali il ministro dell’Interno. Cateno, nell’ultima versione da combattimento, ha fondato la lista “Sicilia Vera”. È stato arrestato due volte, e per più di un reato (abuso d’ufficio, abuso edilizio, tentata concussione eccetera), ma è stato assolto. Quando non ha potuto la giustizia ha potuto la prescrizione. Contro di lui la “lupara giudiziaria” (titolo di un suo agile volumetto). I giudici lo hanno incriminato definendolo uomo dotato di un eccellente talento criminale e lui ha denunciato i giudici, promuovendo richieste (bocciate) di trasferimento dei molti processi dalla sede naturale di Messina a Reggio Calabria.

“U megghiu avu a rugna”, è stato il suo slogan elettorale, che è anche filosofia di vita e manifesto caratteriale. Da sempre vicino ai poveri, infatti Messina popolare ieri l’ha consacrato tributandogli un festone notturno come mai si era visto, Cateno Scateno De Luca ha immaginato di servire il popolo con i Caf, i centri di assistenza fiscale. Ne ha sparsi ovunque con la sua associazione, la Fenapi. Ha dichiarato 594.053 euro, risultando il politico più ricco della Sicilia. È inquisito per evasione fiscale (“ma non parlo più dei miei processi, ora solo di amministrazione”) ed è stato condannato dalla Corte dei Conti per aver speso con disinvoltura il finanziamento pubblico al suo gruppo politico. È dunque entrato a pieno titolo nella top five degli impresentabilissimi della famosa lista di Rosy Bindi, al tempo dell’Antimafia.

Ma la forza delle sue idee è stata più potente di ogni altra considerazione e ostruzione, perfino della barriera eretta dal centrodestra, con cui si era pure presentato alle Regionali, che gli ha opposto un manager, Dino Bramanti, spiegando alla città il pericolo De Luca.

Messina l’ha eletto un po’ a sua insaputa, distratta e incosciente com’è nel suo dna. E De Luca ha in mente di ripagarla come si deve: “Realizzerò il tram sospeso”. Nell’attesa dei piloni d’acciaio che trasporteranno da un capo all’altro con una navetta superveloce (arriverebbe secondo le prime stime nei bar cittadini a una velocità di 150km/h) De Luca si è subito messo al lavoro. “Alle quattro di stanotte il primo incontro di lavoro con il direttore generale del Comune. Ai consiglieri comunali farò firmare un contratto”.

Ha infine garantito che non suonerà più la zampogna, com’è successo tempo fa nell’assemblea regionale, né si farà ritrarre nudo, avvolto solo nella bandiera dell’Autonomia.

Vince Caudo, il prof festeggiato dal Pd (che lo fece cadere)

Nel Municipio III di Roma (205 mila residenti) al ballottaggio ha vinto Giovanni Caudo, docente di progettazione urbanistica all’Università Roma Tre, sostenuto da un “laboratorio civico” composto da Pd, LeU, movimenti e associazioni. Un outsider, già assessore all’Urbanistica della giunta di Ignazio Marino, che alle primarie ha sconfitto la candidata del Pd, al primo turno l’ex presidente Roberta Capoccioni – caduta dopo solo due anni per contrasti interni al M5S – e al ballottaggio lo sfidante della Lega. Cinquantatré anni, esperto di rigenerazione urbana e social housing, il professore ha curato il via libera al primo progetto dello stadio della Roma, imponendo ai costruttori il pagamento di opere di mobilità in cambio dell’aggiunta di cubature commerciali (i grattacieli). Caudo non nasconde l’ambizione di costruire un’alternativa alla giunta M5S di Virginia Raggi, che potrebbe sfociare in una sua candidatura in Campidoglio. Dovrà però fare i conti col Pd romano, dove i dirigenti che festeggiano la sua vittoria sono gli stessi artefici della defenestrazione di Marino, che due mesi fa volevano stoppare la sua corsa in Municipio.

Il sindaco Arcobaleno che ha unito gli “sconfitti”

Un arcobaleno tinge il cielo di Siracusa per la vittoria del centrosinistra targato Francesco Italia. Il neo sindaco 45 enne, laureato in giurisprudenza, ha studiato a Milano, dove è stato direttore di rete di Gay Tv. Tornato nella sua città, dopo aver fondato una start-up per il settore turistico e immobiliare, è stato vicesindaco nella giunta uscente del renziano Giancarlo Garozzo. Giri in bici, dirette social e la partecipazione di tanti giovani sono state la forza di Italia, che al ballottaggio ha unito gli sconfitti del primo turno: Fabio Granata, il dem Fabio Moschella e Giovanni Randazzo. Tweet ed endorsement 2.0 sono arrivati degli amici Stefano Gabbana, dell’artista Arturo Di Modica e del produttore britannico Cameron Mackintosh. La “politica bella di San Francesco”, come l’ha definita Daria Bignardi, ha conquistato i siracusani (solo il 34% alle urne), ribaltando il primo turno che aveva visto in netto vantaggio Ezechia Paolo Reale del centrodestra (37,1%).

 

Dopo Sesto, cade l’altra “rossa”. La Lega trionfa con l’aiutino M5S

Dopo 72 anni di amministrazione “rossa”, è caduta anche Cinisello Balsamo. Al ballottaggio del 24 giugno, sconfitta storica: la sindaca uscente Siria Trezzi, del Pd, è stata battuta da Giacomo Ghilardi, 32 anni, leghista. Seccamente: 57,1 per cento contro il 42,9, tredici punti di differenza. Cinisello, 70 mila abitanti, con la contigua Sesto San Giovanni formava, fin dal dopoguerra, la fascia “rossa” che cingeva il confine nord di Milano, hinterland operaio e comunista dove il Pci aveva la maggioranza assoluta. Nel giugno dell’anno scorso è caduta Sesto, la “Stalingrado d’Italia”, conquistata da un sindaco forzista. Ora è toccato a Cinisello. “È un’impresa epocale”, la prima dichiarazione di Ghilardi, che tra il primo e il secondo turno è passato da 12 mila voti a oltre 13 mila (1.400 in più). Sono cresciuti anche quelli della sindaca Trezzi, ma troppo poco: già dietro Ghilardi al primo turno, da 10 mila voti si è fermata a 10 mila e 400. I Cinquestelle al ballottaggio non si sono schierati, ma il leader locale del M5s aveva invitato: “Non votate la candidata di sinistra”.

 

M5s perde la roccaforte in Sicilia ma vince nel Lazio dopo le faide

Due risultati che sembrano un paradosso. A Pomezia, a un soffio dalla Roma dove arranca, il M5S ha rivinto in scioltezza nonostante una “scissione”. Invece ha perso a Ragusa, città che governava nella Sicilia dove nelle Politiche aveva sbaragliato tutti sfiorando il 48 per cento. Stranezze a 5Stelle. E si parte da Pomezia, dove il presidente del Consiglio comunale uscente Adriano Zuccalà ha vinto con un netto 68 per cento contro il candidato di centrodestra. Risultato raggiunto nonostante lo strappo del sindaco uscente Fabio Fucci, che aveva lasciato il M5S perché non gli avevano mai permesso di ricandidarsi (aveva esaurito i due mandati) e che si era presentato alle Comunali con due liste civiche. Respinto, anche quando ha proposto un accordo per il ballottaggio. Altro film a Ragusa, dove il sindaco uscente Federico Piccitto ha scelto in autonomia di non ricandidarsi. E al suo posto ha corso il presidente del Consiglio comunale Antonio Tringali. Ma nel secondo turno ha perso di oltre sei punti contro il “civico” di centrodestra Giuseppe Cassì. Sconfitta pesante per il M5s.

 

La ragioniera espugna la Rocca grazie all’harakiri della sinistra

Dopo 73 anni a sinistra Imola passa al Movimento Cinque Stelle. Una vittoria storica e imprevedibile, forse anche per lei: Manuela Sangiorgi, 46 anni ragioniera, prima sindaca de “la Stalingrado rossa” secondo una sua definizione. Vicina a Massimo Bugani, grillino ortodosso, nel 2013 entra in consiglio comunale con 162 preferenze; oggi sbaraglia il Pd e vince con oltre dieci punti di margine passando dal 29,3% del primo turno al 55,4%: 3.000 voti in più presi dal centrodestra al primo turno. Secondo l’osservatorio Cise (Luiss) il 75% degli elettori del suo candidato, Giuseppe Palazzolo, politico di lungo corso che esordì con i “Democratici per Prodi”, ha virato verso Sangiorgi al ballottaggio. Della “Rocca rossa” rimangono le macerie post dimissioni dell’ex sindaco e ora senatore Daniele Manca. Nessuno del Pd ha voluto tentare e la scelta è caduta su un’esponente della società civile, Carmen Cappello. Ha pesato pure la frattura in Leu: Possibile e Si hanno presentato un proprio candidato, Bersani ha sostenuto Cappello, entrambi sconfitti.

 

Da Fi agli ex dc: tutti col grillino che batte il Pd al sapor di De Mita

Luigi Di Maio in persona indica Avellino tra le conquiste “straordinarie” del M5s per evidenziare la vittoria di Vincenzo Ciampi, il 48enne dipendente dell’Agenzia delle Entrate e grillino della prima ora: è il primo capoluogo campano che si tinge di giallo. E poi qui perde un Pd che odorava della Prima Repubblica degli irpini De Mita e Mancino, 176 anni in due, garanti della fallimentare candidatura di Nello Pizza: questi ha perso circa 4300 preferenze tra il primo turno – aveva raccolto il 42%, undici punti in meno delle sue sette liste – e il ballottaggio, e si è fermato a 9.307 voti. Ciampi invece ha più che raddoppiato, passando da 6.535 a 13.694 voti, quasi il 60%. Aggregando di tutto: Forza Italia, Lega (che per la prima volta elegge un consigliere) e centrodestra, pezzetti di sinistra sciolta (ma non le liste di Nadia Arace) e i Dc di un altro big avellinese, l’ex ministro Rotondi. Tutti con Ciampi, poi si vede. Ma il neosindaco è un’anatra zoppa: la maggioranza dei consiglieri è stata eletta con Pizza.

 

L’eterno ritorno del redivivo, Scajola batte il “modello Toti”

Trentasei anni dopo. Era il 1982 quando Claudio Scajola entrò per la prima volta nel Comune di Imperia da sindaco. Ieri è tornato. Eletto con il 52,05% (8.136 preferenze) contro Luca Lanteri (centrodestra).

Scajola vince in solitudine. Sostenuto da uno schieramento che l’ex ministro ha messo in piedi in pochi mesi: contro Forza Italia e perfino il nipote Marco Scajola. Ma soprattutto in Liguria perde ‘il modello Toti’. Una scoppola per il governatore Giovanni Toti e il suo amico Matteo Salvini: a Imperia, Alassio e in altri comuni del Ponente. L’alleanza Forza Italia, Lega e FdI scricchiola. Dopo anni di annunci e tappeti rossi (quelli che Toti fece mettere in mezza Liguria), il bilancio politico non brilla come l’immagine. Una campagna da leone, quella di Scajola. Che è riuscito perfino a presentarsi come nuovo, di fronte al centrodestra sostenuto dai vecchi poteri cittadini: “La Lega – commenta il neo-sindaco – ha preso il 7,8%, il M5S il 5,9. La nostra vittoria è la dimostrazione che gli elettori scelgono ancora le persone”.

 

Tim, Genish si scusa e salva la poltrona

Telecom Italia non delude mai. Se non ci fossero di mezzo il futuro delle telecomunicazioni italiane e decine di migliaia di posti lavoro sarebbe quasi divertente. Dunque accade che Il Fatto dia notizia di ciò che sanno anche i muri, e cioè che nel cda di Tim, eletto il 4 maggio scorso, c’è qualcuno che vuole fare le scarpe all’amministratore delegato Amos Genish. E che alimenta lo scontento sulle stesse qualità personali del manager israeliano. Il quale “sbrocca”, come dicono a Roma in una lingua ancora a lui ignota, e convoca i giornalisti a Milano per sfogarsi contro i “membri del cda sono molto indaffarati a diffondere congetture che minano la capacità di Tim di raggiungere i suoi obiettivi ambiziosi”. Fa poi filtrare la notizia che ha già dato una regolata ai disobbedienti (Luigi Gubitosi è il primo della lista) affrontando “col presidente Fulvio Conti i consiglieri che remano contro”.

Ieri la resa dei conti. Si riunisce il cda di Tim e Genish, l’uomo che voleva insegnare quali notizie vanno date e quali no, chiede scusa agli inferociti colleghi “per aver fatto delle dichiarazioni non appropriate, che sono state poi amplificate dalla stampa”. Ti pareva. Chiede ai giornalisti di amplificare i suoi personali rancori, poi li accusa. Toccami Cecco che mamma non vede, l’unica cosa italiana che ha imparato.

Sudisti contro nordisti nell’eclissi di Forza Italia

Vittoria sì, ma con tanti malumori. Perché se questo turno di ballottaggio per il centrodestra è andato bene, lo si deve soprattutto ai voti leghisti, grazie ai quali è stato possibile espugnare alcune roccaforti “rosse” come Siena, Pisa e Massa. E qui sui candidati di centrodestra è possibile siano arrivati in aiuto anche voti del M5S. A testimonianza che la maggioranza di governo fa sentire i suoi effetti anche a livello locale. Le altre città capoluogo conquistate dal centrodestra ai ballottaggi sono Ragusa, Sondrio, Terni e Viterbo. E proprio Viterbo è illuminante: venerdì scorso a sostenere Giovanni Arena (Fi) doveva arrivare Berlusconi ma poi non si è visto, mentre il giorno prima era andato Salvini, accolto da una piazza strapiena. E la vittoria è arrivata.

Un centrodestra a trazione salviniana, dunque, che non può far tornare il sorriso a Forza Italia, che continua a perdere consensi. Per questo nel partito berlusconiano da una parte ci si aggrappa all’ultimo baluardo elettorale, quello del Sud, mentre in generale si rimarca che “questa è una vittoria del centrodestra” e che “la coalizione senza unità e senza il partito azzurro non vince”. Il tutto mentre continua fortissimo lo scontro interno tra il governatore ligure Giovanni Toti, che vorrebbe un partito unico con la Lega, e il resto dei maggiorenti forzisti. Significativo sotto questo aspetto il derby di Imperia, con Claudio Scajola che ha sconfitto Luca Lanteri, pupillo di Toti. “Il modello Liguria di cui parla Toti è un’anatra zoppa: è quello che vede la Lega aumentare i voti e Fi ai minimi termini”, ha affermato Scajola.

Ma prima l’ex ministro si era dovuto prendere anche le bordate di Mara Carfagna, che al “modello Liguria” contrappone il “modello Sud”, dove Fi è ancora superiore alla Lega. “È bene rafforzare questa linea con idee e proposte, anziché superarla immaginando partiti unici o aggregazioni improvvisate sull’onda emotiva del momento”, ha spiegato ieri la vicepresidente della Camera. “Toti ha il merito di dire ciò che molti pensano. Non ci si può chiudere a riccio”, attacca invece dal Veneto l’assessore Elena Donazzan. Insomma, lo scontro tra nordisti e sudisti non si placa nemmeno nel giorno del successo, mentre l’esodo paventato dal governatore ligure verso la Lega (“c’è un fuggi fuggi verso Salvini”) è realtà di queste ore e non si sta compiendo solo perché stoppato dal Carroccio. “Salvini e Berlusconi si sono promessi di non sottrarsi pezzi a vicenda. Il patto sta reggendo, ma per quanto…?”, confida, dietro l’anonimato, un esponente di peso del partito berlusconiano.

Ieri, intanto, si è fatto sentire, con una nota, lo stesso Berlusconi, rivendicando la vittoria, ma anche l’esigenza di cambiare marcia. “Chi vince è il centrodestra plurale, in cui nessun partito è autosufficiente. A un buon risultato della Lega si accompagna una più forte affermazione di liste e candidati civici, senza targa di partito”, afferma l’ex Cavaliere. Un motivo in più, dunque, “per aprirsi al rinnovamento e accogliere energie nuove”.

Nel frattempo ad Arcore si compulsano i dati. E si vede come in tante piccole realtà del Sud il candidato vincente sia azzurro. “Castellammare di Stabia era la Stalingrado del Sud e ora è nostra”, fa notare Carfagna, esultando per la vittoria di Gaetano Cimmino. Al Centro-Nord, però, il morale è basso: in certe realtà Fi ha percentuali sotto il 5%, dietro pure a Fdi (Terni e Pisa). Lo scontro nordisti contro sudisti tra i berluscones è appena iniziato.