Renzi si è già trovato un’altra carriera: sbarca in televisione

Qui occorre produrre o importare o comunque procurarsi quintali di popcorn. Non per assistere dal divano con Matteo Renzi all’esperienza di governo gialloverde, ma per assistere all’esordio di Matteo Renzi da autore e narratore televisivo. Il progetto è mastodontico, riservato e pure in fase più che avanzata: una trasmissione di taglio culturale su Firenze con l’ex premier in video, numerose puntate da girare subito per i palinsesti autunnali o al massimo del prossimo anno, produttore indipendente, emittente non individuata.

Forse l’ultima sconfitta elettorale l’ha convinto e forse la modesta carica di senatore del collegio Toscana 1 l’ha annoiato, ma adesso Matteo è costretto a scegliere: o la politica con la gestione a distanza del Partito democratico o la carriera di benestante ex premier con le conferenze assai retribuite e il debutto da conduttore televisivo.

Il decisionista Renzi non decide, riflette a oltranza e s’inabissa con i resti del Nazareno. Quasi con scarso interesse. Altro che replica in Italia dei modelli francesi di En Marche di Emmanuel Macron o spagnoli di Ciudadanos di Albert Rivera, gli affari – e il palcoscenico, pardon le telecamere – sono l’assillo di Matteo. Stavolta non può ingannare i colleghi dem. I renziani eletti sono tanti, troppi, i renziani elettori sempre meno.

I presunti rivali al Nazareno ordinano dosi di coraggio, mai sufficienti per sganciare il partito dall’ex segretario-padrone. Ora che il disastro è completo, però, può accadere davvero: Renzi abbandona la politica attiva – una promessa che ignora da un paio di anni, dal fallimento del referendum – e si dedica a se stesso. Almeno per un po’, il tempo di recuperare – l’opera è titanica – la reputazione che ha perduto. Ma Renzi non può occupare un seggio a palazzo Madama, sottomettere ancora il Pd e impegnare l’agenda e i contatti per se stesso. Fingersi un semplice cittadino con le condizioni privilegiate di un senatore. Renzi potrebbe imitare – è un tipo ambizioso – Walter Veltroni, Barack Obama o Al Gore, sfruttare la popolarità (residua) e le relazioni (solide) per diventare un personaggio tv e, in automatico, un ex politico.

Tornare a guardare la luce rossa di una telecamera non per persuadere gli elettori e lanciare messaggi subliminali a Maurizio Martina o per esibirsi con la giacca di pelle da Maria De Filippi o con il cabaret da Barbara D’Urso, ma per intrattenere gli spettatori. Tornare, perché l’ex rottamatore ha cominciato in televisione, da concorrente della Ruota della fortuna di Mike Bongiorno, negli anni Novanta di Canale 5, a caccia di un ricco premio e anche del consenso dell’allora fidanzata: chiese la “A” di Agnese, il romanticone, per ricostruire la frase del gioco. Così un giorno Renzi sarà ricordato come un uomo di spettacolo e non come un uomo di politica. O le due cose assieme. Senza distinguere.

Fico non è Salvini: “Orban e l’Austria rendono la Ue chiusa”

“Non condivido le posizioni dei paesi Visegrád e di Orban o dell’Austria, perché rendono l’Europa chiusa”. Nel convegno alla Camera “Parole guerriere”, sotto gli occhi anche del senatore leghista Alberto Bagnai, il presidente della Camera Roberto Fico, anima di sinistra del Movimento, parla di Europa esortando tutti a essere “solidali”. A detta di Fico “senza dubbio ogni Paese dovrebbe accettare quote proporzionali di migranti in relazione alle proprie capacità, ovvero con dei parametri stabiliti standard, come il prodotto interno lordo o il numero di abitanti, quindi la grandezza dello Stato”. Per il presidente della Camera “la nostra Europa deve essere aperta e gestire i flussi migratori con intelligenza e lungimiranza, cosa che può fare in modo sereno e tranquillo, perché ne ha le capacità e le competenze”. Insomma, Fico vuole una Ue dove regni il principio dell’aiuto reciproco, anche sull’immigrazione. “Se c’è una definizione che mi piace – ha spiegato – è quella di comunità europea, e l’Europa lo è nella misura in cui è solidale e dà voce agli interessi di tutti, non solo quelli degli europei”.

Fine campagna: ora Matteo deve governare

La tripletta leghista seppellisce quello che resta della Toscana rossa. L’infinita campagna elettorale di Matteo Salvini si chiude – almeno per adesso – con un filotto clamoroso: la vittoria del centrodestra a Siena, Pisa e Massa, sigillo di uno stato di grazia iniziato il 4 marzo. Ci sono altri successi simbolici, come quello di Sondrio – ex enclave di centrosinistra nella Lombardia dominata dalla Lega – o quello di Cinisello Balsamo, un altro pezzo dell’hinterland milanese operaio che non è più rosso, ma viene espugnato da un sindaco salviniano, Giacomo Ghilardi. O ancora, il trionfo nella Terni ex comunista: il leghista Leonardo Latini stravince con il 63,4%, dopo il 29% del Carroccio al primo turno.

Il ministro dell’Interno commenta i ballottaggi al rientro dalla missione in Libia: “Stanotte ho dormito tre ore ma ne è valsa la pena… abbiamo vinto in Comuni amministrati dalla sinistra da 70 anni. L’abbiamo fatto nonostante almeno 15 giorni di linciaggio mediatico nei miei confronti. Più a sinistra sparlano, più vinciamo”. Salvini ha ottime ragioni per ringraziare la “sinistra” – o meglio il simulacro della sinistra italiana: la più prestigiosa delle sue vittorie di domenica è il frutto dell’eutanasia politica di tutti gli avversari. A Siena il Pd ha costantemente delegittimato il suo ex sindaco Bruno Valentini, poi non ha trovato nessuna figura alternativo ed è stato costretto a ripresentarlo. I 5Stelle hanno fatto di peggio: non sono nemmeno riusciti a presentare le liste e il candidato. Così il prossimo sindaco della città del Monte dei Paschi sarà Luigi De Mossi, un “civico”, senza tessere di partito, non direttamente riconducibile alla Lega (che al primo turno ha preso il 9,3%). Eppure l’impatto politico e mediatico del crollo della rossa Siena è il fiore all’occhiello dei ballottaggi leghisti, ancora più dei successi a Pisa (dove la Lega è primo partito con il 24,7% del primo turno) o Massa (dove il Carroccio è andato sopra al 10%).

Ieri Silvio Berlusconi ha provato a intestarsi parte del successo del centrodestra: “Siamo una coalizione plurale, nessuna forza è autosufficiente”. I numeri, al contrario, dicono che Forza Italia è praticamente impalpabile anche quando vince: vale il 3,5% a Pisa e Massa, il 3,3% a Siena, il 3% a Sondrio. Nelle città toscane è finita sotto anche a Fratelli d’Italia.

Salvini, insomma, ha piazzato i gomiti su due tavoli. Da un lato ha cannibalizzato gli alleati nel centrodestra, la coalizione vincente a livello locale e prima per distacco nei sondaggi a livello nazionale. Dall’altro la vittoria alle Amministrative mantiene l’iperattivo leader del Carroccio nel cono dei riflettori mediatici, a dispetto del senior partner della maggioranza, quel Movimento 5 Stelle che fatica tremendamente a imporre la sua agenda di governo. Salvini potrà continuare a “tirare la corda” con gli alleati: se si dovesse spezzare, il ritorno della Lega alla guida del centrodestra sarebbe da una posizione di dominio sempre più acquisita.

Ora – semmai – il problema di Salvini è passare dalle parole ai fatti. Con il voto di domenica si è chiuso anche l’ultimo appuntamento elettorale nell’agende del segretario leghista, che ha interpretato i primi 25 giorni del suo mandato come una prosecuzione adrenalinica della campagna per il 4 marzo. I risultati alle urne sono oggettivamente eccellenti, ma l’aspettativa creata nell’elettorato adesso è altissima. Adesso la sfida del Salvini animale politico è dimostrare di essere capace di fare il ministro e l’amministratore.

Cinque vittorie consentono a Di Maio di respirare un po’

Cinque bandierine che valgono un po’ di ossigeno per Luigi Di Maio. Il capo che vede e sente tanti malumori attorno a sè, e a cui anche ieri dal fronte ortodosso hanno chiesto maggiore democrazia interna. Ma le urne di ieri rappresentano anche la conferma di caratteristiche che sembrano leggi, per i Cinque Stelle. Per loro natura un partito da ballottaggi, che arranca nel primo turno ma spesso sbanca quando la partita si fa a due. In particolare quando gioca con candidati rodati, sopperendo all’anemia di dirigenti.

Dicono anche e soprattutto questo i cinque ballottaggi vinti dal M5S, con due piccole imprese, ad Imola e ad Avellino, e due riconferme ad Assemini e soprattutto a Pomezia. Poi c’è anche il successo ad Acireale, che però lenisce appena il tonfo a Ragusa. Con il sindaco a 5 Stelle uscente, Federico Piccitto, che non ha voluto ricandidarsi (punta a entrare in Parlamento, dicono) e troppi veleni interni. Così il capogruppo in Regione, il dimaiano Giancarlo Cancelleri, ammette “la battuta d’arresto” nell’isola dove il 4 marzo il Movimento aveva vinto in tutti i 28 collegi uninominali. Mentre dal M5S motteggiano: “Dove abbiamo problemi interni alla fine non vinciamo mai”. Lo sa bene anche Di Maio, che domenica notte ha celebrato “la vittoria di Davide contro Golia con una lista e pochi fondi”. E che ieri è tornato su Imola, “perché lì sarà molto importante un po’ di etica nel meccanismo di società partecipate che facevano da padrone”.

Tradotto, si picchia sul Pd allo sbaraglio, mentre la Lega ha dato una mano, in Emilia e altrove. Così anche per il “viaggiatore” Alessandro Di Battista è comodo infierire sui dem: “Il Pd è morto e sono molto felice di questo tracollo”. Ma Imola conta anche perché è una vittoria in buona parte di Max Bugani, capogruppo a Bologna ma soprattutto membro dell’associazione Rousseau, quella di Davide Casaleggio.

Un veterano,che a margine assicura: “A Imola abbiamo vinto perché abbiamo fatto politica, sulle strade”. Non a caso Di Maio venerdì e sabato era in zona. Mentre non si attendeva la vittoria ad Avellino, dove il M5S non aveva mai preso neppure un consigliere comunale. E ora invece ha un sindaco, Vincenzo Ciampi, che pure non aveva mai superato le primarie interne sul web.

Sorride soprattutto il deputato avellinese Carlo Sibilia, la cui nomina a sottosegretario all’Interno ha suscitato diffusi mal di pancia. La vittoria in città è pure un suo trofeo. Ed è un altro ricasco dei ballottaggi, gestiti senza una struttura di riferimento. Perché gli ex responsabili degli enti locali Riccardo Fraccaro e Alfonso Bonafede ormai sono ministri, e anche Cancelleri pare sulla strada del congedo.

Tra una settimana o poco più arriverà il nuovo trio, tra cui ci sarà Dario De Falco, ex compagno di scuola del capo. Ma dentro il Movimento già contestano il metodo. Vorrebbero figure votate dagli eletti. E a confermarlo su Facebook provvede il presidente della commissione Cultura di Montecitorio Luigi Gallo, vicino a Roberto Fico: “Dovremmo permettere libere candidature e votazioni in rete per ogni ruolo, durata limitata del mandato, obbligo di chi riceve incarichi a coinvolgere i portavoce e gli iscritti nei processi decisionali, nonché a rendicontare l’attività sul blog delle stelle”. Un elenco di doglianze per Di Maio. Che in serata annuncia una riunione dei ministri sul reddito di cittadinanza “in settimana”.

La destra raddoppia i comuni conquistati, la sinistra li dimezza

La fotografiagenerale dei ballottaggi che hanno coinvolto domenica 75 comuni italiani è semplice: tracolla il centrosinistra e vince il centrodestra. Quanto ai capoluoghi complessivamente al voto in questa tornata a Pisa, Siena, Terni, Viterbo, Udine, Treviso, Catania, Vicenza e Massa trionfa il centrodestra; a Imperia strappa la vittoria Claudio Scajola, l’ex ministro di Forza Italia appoggiato da liste civiche; a Ragusa vince il sindaco civico appoggiato da Fratelli d’Italia. “Società civile”, per così dire, in testa anche a Barletta, Messina, Siracusa. Ad Avellino trionfa il M5S. Ad Ancona, Brindisi, Teramo, Trapani e Brescia vincono il Pd e i suoi alleati.

Se si guarda ai comuni non capoluogo, invece, il Movimento Cinque Stelle può festeggiare la conquista della (ex) roccaforte rossa Imola, oltre che Pomezia, Acireale e Assemini in Sardegna. Il centrosinistra porta a casa Campi Bisenzio, Iglesias, Altamura, Pontecagnano, Fiumicino, San Donà di Piave, Salsomaggiore, Santa Marinella, Seregno, Velletri. Il centrodestra conquista Sarzana, Ivrea, Castellamare di Stabia, Cinisello Balsamo, Anagni, Martellago, Orbassano, Pietrasanta, Seveso, Umbertide, Spoleto. Si è votato anche nel Municipio III di Roma, la zona di Montesacro (oltre 200mila votanti): qui ha vinto l’ex assessore della giunta Marino Giovanni Caudo.

L’affluenza complessiva (la platea elettorale era di circa 2,5 milioni di elettori) è stata del 47,61%, in calo rispetto al primo turno quando aveva raggiunto il 60,42%. A livello geografico, mentre al Nord e nelle ex zone rosse vince nettamente il centrodestra nelle sue varie declinazioni, più frastagliata la situazione nel Centro-Sud, dove a vincere sono state spesso le coalizioni civiche: 15 comuni su 44 – fa notare “Youtrend” – hanno infatti seguito questa logica (34,1%). Inoltre è al Centro-Sud che il Movimento 5 Stelle ha confermato la sua forza: dei 5 comuni vinti, 4 provengono da quest’area geografica (Pomezia, Avellino, Acireale e Assemini). Tenendo conto di tutti i 109 comuni sopra i 15mila abitanti in cui si è votato a giugno: il centrodestra ne ottiene 40 (il 36,7%), ben 20 in più rispetto alle elezioni precedenti. Chi arretra è il centrosinistra che passa dall’amministrare 57 comuni ai soli 25, perdendo ben 10 capoluoghi. Stabile il M5S, mentre cresce il dato delle coalizioni civiche.

“Un disastro”. Lo choc nell’ex Toscana rossa. E tra un anno si vota in Regione e a Firenze

Un disastro. È lapidario Enrico Rossi sull’esito dei ballottaggi per il Pd. Lui guida la Regione Toscana, quella un tempo rossa e oggi un po’ di tutti. E tra un anno qui si vota per le regionali e per il Comune di Firenze, dove il sindaco Dario Nardella, difficilmente potrà tentare la riconferma e infatti scalpita per avere un posto in lista alle prossime Europee. “Ce la giocheremo ma è un disastro”, dice Rossi.

Ieri son caduti feudi pesanti: Siena, Pisa, Massa. In tutti i tre ballottaggi i candidati di centrosinistra sono usciti sconfitti. E il bilancio finale di questa tornata amministrativa vede i dem alla guida di appena 3 su 11 capoluoghi. Il risultato della città del Palio è forse il più sorprendente. Qui dove il Pci e i suoi eredi non hanno mai perso nella storia repubblicana, oggi diventa sindaco un uomo che non solo è sempre stato distante anni luce dalla sinistra ma dalla politica in genere: l’avvocato Luigi De Mossi che con uno scarto di appena 400 voti ha sconfitto il primo cittadino uscente, Bruno Valentini, espressione stanca di un Pd inesistente.

De Mossi ha corso con una lista civica e ha fatto campagna elettorale senza mai lasciare la toga e soprattutto senza legarsi o affidarsi ad alcun partito politico. Fino al 4 marzo. Quando si sono definiti gli schieramenti. La sconfitta delle urne ha spinto Matteo Renzi ad accettare (per mancanza di alternative) Valentini come proprio candidato, così il centrodestra ha deciso di appoggiare De Mossi. Al primo turno Valentini è uscito in vantaggio e pochi avrebbero scommesso su una sua sconfitta. Poi, nelle ultime due settimane, è successo l’incredibile.

Il sindaco uscente ha stretto un accordo con un altro candidato sconfitto da De Mossi e soprattutto già primo cittadino di Siena fino al 2001, negli anni d’oro di Mps: Pierluigi Piccini. L’accoppiata non è piaciuta. E soprattutto non è piaciuto il tentativo fatto dal duo di far passare De Mossi come amico di Giuseppe Mussari, indicato come responsabile principale del disastro del Monte dei Paschi, seppur finora assolto nei procedimenti giudiziari: ne manca solamente uno, a Milano. Alle accuse De Mossi ha potuto rispondere limitandosi a una risata: da oltre venti anni, infatti, è uno dei pochi avvocati della città a cui chi ha avuto problemi con la banca poteva rivolgersi.

E poi bastava guardare l’accoppiata sinistra: Piccini nel 2001, lasciato il Comune, è stato nominato a capo di Mps Francia, incarico dorato che ha ricoperto fino al 2015; mentre Valentini è stato eletto nel 2013 e, a dire di Matteo Renzi, gli inviò un sms per chiedergli come procedere per le nomine in Fondazione. Certo è che, archiviato il centrosinistra, ora Siena è nelle mani del centrodestra. De Mossi garantisce di no, che non si lascerà imporre gli uomini, e sottolinea la scelta di “non aver fatto apparentamenti così da poter dialogare con tutti”, ma è indubbio che l’oggi ministro dell’Interno e segretario della Lega, Matteo Salvini, ha dato un contributo importante alla sua vittoria quindi la presenza del Carroccio ci sarà e sarà massiccia.

A Pisa, invece, a vincere è stato un uomo espressione del centrodestra: Michele Conti che ha battuto col 52,29% il candidato di centrosinistra, Andrea Serfogli, fermo al 47,7%. Ed è lo stesso Conti a rivendicare la sua appartenenza: “Non è la vittoria della Lega ma di tutto il centrodestra. Salvini ci ha dato una mano, ma è la vittoria di tante persone che in questi anni hanno sfidato il granitico Pd”.

Anche a Massa si festeggia e colpisce più la sconfitta del Pd che la compagine dei vincitori. Qui alla guida del Comune arriva Francesco Persiani che espugna il municipio conquistando il 56,62% delle preferenze lasciando il sindaco uscente del Pd, Alessandro Volpi, al 43,38%. Gli occhi ora sono puntati alle prossime regionali e a Palazzo Vecchio.

“Discutete di tutto, ma i nuovi capi siano estranei al passato”

Professore Massimo Cacciari il Pd muore e i renziani se la ridono: “Avete visto? Si perde anche senza Renzi”.

Ma questi fanno le comiche, sono da prendere a sculacciate, anzi a calci in culo visto che non sono più bambini. Al posto di Renzi c’è Martina e allora? Vogliamo scherzare?

Non scherziamo.

Renzi fino all’altro giorno ha commesso errori su errori. I suoi cinque anni sono stati un disastro, nessuna revisione culturale, nessuna autocritica.

L’ultimo peccato?

Il Pd non è stato in grado neanche di intervenire e sottrarre il M5S alla Lega. Non c’è nulla da fare, quando ci sono i momenti drammatici loro continuano a non vedere il pericolo. È stato così anche prima di Renzi.

Ciechi e adesso pure dormienti.

È un gruppo dirigente di mezze tacche, senza alcun rapporto con la società vera. Sono stati capaci di distruggere anche il radicamento del partito alle Amministrative.

Caduti altri baluardi, domenica: Pisa, Siena, Imola.

Il voto amministrativo aveva consentito al Pd di resistere negli anni del berlusconismo.

E ora?

Il problema principale non è neanche più il Pd ma questa deriva culturale cui stiamo assistendo in tutta Europa.

L’onda populista.

Non populista, ma di destra.

Destra destra.

Questo governo Conte è parte di una grande destra che va da Milano a Vienna e Monaco, secondo modelli storici che l’Europa ha già conosciuto. Sta rinascendo una grande destra mitteleuropea con tutti i Paesi dell’Est dietro.

La parte peggiore del Novecento.

Il fascismo non tornerà, figuriamoci, ma ci sono delle costanti della Storia che si ripetono. E quando ritornano la sinistra va a puttane, non è la prima volta.

Inesorabilmente.

Ma come si a fa non capire che i tre milioni del Circo Massimo di Cofferati oggi per tre quarti votano per i Cinquestelle?

Già come si fa?

Il M5S è stato importante per la sua funzione di argine in questi anni ma è stato fagocitato dalla Lega anche per la cecità al Pd. Poveretti.

Poveretti?

Massì come fa un movimento senza struttura a reggere con la Lega di Salvini, radicata da decenni? Ci siete solo voi del Fatto un po’ a sostenerlo.

In questo deserto, il Pd che deve fare, leniniamente parlando?

Primo: fare subito al più presto un vero congresso in cui ogni componente presenta un programma chiaro, senza compromessi e con una totale discontinuità dal renzismo.

Si va dal repubblicanesimo centrista alla Macron di Calenda al neosocialismo.

Benissimo. Si confrontino. L’importante è che sia un gruppo dirigente innocente rispetto al passato. Basta con il renzismo e con ciò che l’ha prodotto, da D’Alema a Bersani.

Chi sono questi innocenti?

Penso a Cuperlo, a Zingaretti, no Zingaretti no, non si capisce quello che vuole.

E poi?

Barca, Boeri, la Reichlin, lo stesso Calenda. Ci vogliono idee e interpreti nuovi, il Pd deve cercare di recuperare quei ceti dipendenti che hanno scelto i grillini.

Ce la faranno? Il ronf ronf di questi mesi, per dirla alla Padellaro, segnala un sonno pesante.

Figuriamoci: passeranno a chiedersi se Martina vuole fare il segretario, come Franceschini e Orlando si muoveranno, eccetera eccetera. Polemichette, come quelle che fanno con Salvini senza mordere. Ma poi, scusi, perché non spiegano in cosa è diverso Salvini da Minniti?

Rispondono che lui fermava i migranti alla fonte.

In quei lager libici e tunisini? Purtroppo viviamo in una società di indifferenti e se dai lager nazisti vediamo uscire solo il fumo allora stiamo tranquilli perché non vediamo nulla.

Torniamo al centrosinistra. Se il Pd è finito, meglio cambiare nome?

Il problema non è il nome, ma il contenuto della bottiglietta. Puoi anche continuare a chiamarti Partito democratico se rompi drasticamente con quello che c’è stato prima. Altrimenti finirà che alle Europee saranno ancora più morti di oggi.

Lei non è ottimista.

Ma come faccio?

La ragione è incline al pessimismo.

Come faccio a non essere pessimista quando in giro per le televisioni sento ancora i Rosato, gli Orfini, i Romano che fanno le veline del renzismo? Gli altri devono svegliarsi, perché non lo capiscono? Sennò non ci resta che l’utopia.

Quale?

Che in qualche modo sia il M5S il futuro della sinistra.

Ora Renzi cerca il sistema di gestire la scissione del Pd

“Basta, non ne posso più di parlare dell’Assemblea e del congresso del Pd. Non è a questo che dobbiamo pensare: dobbiamo tornare sul territorio. Le sconfitte a Massa, a Pisa, a Siena, erano annunciate: abbiamo perso lì anche il 4 marzo. Ma dobbiamo ricominciare. Magari con un manifesto, cambiando nome, cambiando simbolo”. Lo sfogo arriva, a sera, il giorno dopo l’ennesima sconfitta epocale dei Dem, da uno dei parlamentari più vicini a Matteo Renzi. E, pur confermando la confusione che regna sovrana, illumina almeno un paio di punti. Uno: l’ex segretario sta cercando il modo per gestire questa fase di transizione dal Pd a qualcos’altro. Due: il cambiamento di nome e simbolo è nella sua agenda.

Tanto è vero che la parola “scioglimento” entra nel dibattito. Qualcosa di più sulle intenzioni di Renzi si saprà forse oggi, al ritorno da Londra, uno dei suoi frequenti viaggi all’estero. Intanto, nel partito si litiga. Maurizio Martina vuole “cambiare le persone e le idee”, ma non “prescindere dal Pd”. Carlo Calenda rilancia il “fronte repubblicano” sostenendo il bisogno di andare “subito” oltre il Pd. Andrea Marcucci apre la batteria per conto dell’ex segretario: “Il Pd ha perso anche senza Renzi”. Il senatore di Scandicci non si è fatto vedere in campagna elettorale.

Eppure al Nazareno, fino a domenica sera, si stava lavorando a un piano che avrebbe dovuto tenere dentro più o meno tutte le correnti. Con l’unico obiettivo di congelare tutto, e di permettere a Renzi di fare il segretario ombra e agli altri di riposizionarsi. L’idea era questa: convocare un’assemblea il 7 luglio, eleggere Martina e rimandare il congresso a dopo le Europee, alla fine del 2019. Affiancando, però, il segretario, con un vice vicino a Renzi. Ovvero Luca Lotti.

I fedelissimi dell’ex segretario vedevano all’orizzonte persino una ricandidatura dello stesso Renzi. Uno scenario evocato da un tweet finto: “I risultati dei ballottaggi confermano il trend negativo del Pd del primo turno. Ringrazio @maumartina, ma è evidente che dal 4 marzo questo partito ha bisogno di una leadership che, allo stato attuale, sento il dovere di riprendere tra le mani”. Smentita ufficiale di Marco Agnoletti (ufficio stampa Pd): “Quello che vedete è chiaramente un fotomontaggio”.

Il giorno dopo l’ennesima sconfitta alle amministrative, però, i piani cominciano ad essere rimessi in discussione. Prima di tutto c’è un post di Nicola Zingaretti, candidato in pectore ormai da mesi: “Un ciclo storico si è chiuso”, scrive, rivendicando il buon risultato nel Lazio. La coalizione allargata – dai centristi civici a LeU, con il Pd a far da pivot – che alle Regionali ha portato alla isolata vittoria di Nicola Zingaretti, ha vinto nel III e nell’VIII municipio, a Velletri, Fiumicino e Santa Marinella. E così il governatore del Lazio punta a mettere sul tavolo del Congresso questo modello.

Oggi incontrerà 200 sindaci di quella che lui chiama l’Alleanza del Fare, una sorta di cartello di amministratori dai quali ripartire. Zingaretti non chiede ufficialmente il congresso, ma è convinto che non si possa aspettare troppo. A volerlo, però, sono Andrea Orlando e soprattutto Dario Franceschini.

La posizione di Zingaretti non è la stessa neanche di quelli che fino ad ora si sono spinti per un centrosinistra ampio. Il fronte repubblicano di Calenda vuole mettere dentro tutti, anche al centro. E l’ex ministro tira fuori una nuova idea: una “segreteria costituente” composta da lui, Marco Minniti e Paolo Gentiloni. Con quest’ultimo alla guida. Va registrato il fatto però che le ambizioni di Gentiloni – sempre relative – con questo risultato sono tramontate.

A fare campagna elettorale nelle città toscane ci sono andati lui e Walter Veltroni. Renzi, toscano, no. Anche per potergli addossare la débacle. Eppure, per dirne solo una, il segretario regionale del Pd è un renziano, Dario Parrini.

Martina a un certo punto della giornata dice: “L’Assemblea che terremo a luglio dovrà definire bene il percorso e le tappe più utili per i prossimi mesi, pensando anche alle Europee del 2019”. Evidentemente, il piano resta quello iniziale per lui.

Renzi, invece, ci sta ripensando. Dice Davide Faraone: “Se Martina pensa di riprendere tutto quel che è stato, magari anche il nome Ulivo e rifare la coalizione di centrosinistra, sbaglia”. L’idea non è quella della “grande coalizione”, ma di un “piccolo” partito moderato, anti-sovranista. Tutto sta a vedere se esiste uno spazio elettorale per il partito di Renzi. Stando ai primi sondaggi, poco.

#senzadivoi

Non so chi sia davvero Elena Ferrante. Ma so, dopo aver letto l’ultima sua rubrica sul Guardian, che oltreché una grande scrittrice, è anche una delle migliori teste della sinistra italiana. In poche righe spiega meglio di qualunque trattato politologico quel che accade dopo il 4 marzo: “La guerra contro il Movimento 5Stelle ci ha impedito di vedere che il pericolo è un altro: la Lega di Matteo Salvini”. La Ferrante non ha votato 5Stelle, ma centrosinistra. Eppure del M5S dice: “Mi è estraneo il suo linguaggio confuso, a volte ingenuo, a volte banale. Ma penso anche che sia un grave errore considerarlo un pericolo per la democrazia italiana e, più in generale, per l’Europa.. Non ho mai condiviso l’apprensione per l’ascesa politica dei 5Stelle. Mi è sembrato un importante contenitore per lo scontento generato dal modo disastroso con cui i governi di destra e di sinistra, in Italia come in Europa, hanno affrontato la crisi economica e il cambiamento epocale che stiamo vivendo”. Su un unico punto, secondo me, la Ferrante sbaglia: là dove parla di “errore”. La sistematica demonizzazione-emarginazione dei 5Stelle nell’ultimo quinquennio non è stata un errore: ma una scelta precisa. Una sera, prima di un dibattito a La7, l’ho sentita teorizzare dall’allora premier e segretario del Pd Matteo Renzi: “Per me Salvini è l’avversario ideale. Se continua a crescere e a frenare l’avanzata 5Stelle, per noi è una pacchia, perché spaventa la maggioranza degli italiani che fra noi e lui, magari turandosi il naso, preferiranno sempre noi”.

Era, credo, l’autunno del 2014: il Pd era reduce dal trionfo (40.8%) alle Europee, aveva tutta la grande stampa e i poteri forti ai suoi piedi, controllava militarmente ogni angolo della Rai. Eppure – guardacaso – Salvini scorrazzava da un programma all’altro, dal “servizio pubblico” a Mediaset a La 7, e rubava voti al M5S (sceso sotto il 20%) con le solite sparate sui migranti e i diversi: tant’è che la Lega, presa al 4%, veleggiava nei sondaggi oltre il 10. E così per un anno, fino all’inatteso stop della tarda estate 2015, per la celebre immagine di Aylan Kurdi, il bimbo siriano in fuga dalla guerra trovato morto a testa in giù sulla spiaggia turca. Una foto storica che fece il giro del mondo, ribaltò per qualche mese il sentire comune sull’immigrazione e tappò la bocca al Cazzaro Verde. Poi, col nuovo boom di sbarchi, il pendolo dell’opinione pubblica tornò indietro. E quando nel 2017, dopo quattro anni di vacanza (cioè di Alfano), al Viminale arrivò Minniti, la sua politica di rigore e pragmatismo fu troppo tardiva per non sembrare concorrenza sleale a Salvini.

Il quale, intanto, era stato risparmiato dal fuoco concentrico della propaganda dei media renzian-berlusconiani (quasi tutti). Anzi era stato invitato al tavolo del Rosatellum con Renzi e B., per tener fuori il M5S. E anche quando, in campagna elettorale, il Pd gli improvvisò una marcia antifascista contro, dipingendolo come il nuovo Mussolini, non fece altro che renderlo ancora più popolare: tra chi notava l’eccessiva iperbole propagandistica e tra chi un ducetto l’aveva sempre sognato.
Frattanto l’unico vero bersaglio della demonizzazione di massa erano i 5Stelle. Le favolose fortune della Casaleggio Associati (sempre in perdita). Le parolacce di Grillo. I crimini contro l’umanità della Raggi (origine e causa di tutti i mali del mondo, dal famigerato Spelacchio in su). Gli efferati delitti dei putribondi Appendino e Nogarin. L’orrore senza fine perché 6-7 parlamentari su 130 non si erano tagliati la paga (come da sempre tutti quelli di tutti i partiti). I sarcasmi razzisti e classisti per la tesi di laurea di Fico sui neomelodici napoletani e per la non-laurea di Di Maio, scandalosamente privo di un posto fisso nel Sud della piena occupazione. Il pregiudizio universale su Conte, dipinto come una nullità che ci avrebbe mandati tutti in malora perché non frequenta i cocktail, le cene, le terrazze, i salotti e i giri giusti.

Mutatis mutandis, la sinistra politica, mediatica e intellettuale ha replicato con la Lega lo schema adottato per 25 anni con B.: fingere di combatterlo, ma in realtà tenerlo in vita come comodo spaventapasseri per costringere tanta brava gente a votare il “meno peggio” dall’altra parte; e fucilare chiunque altro (Di Pietro, Girotondi, Cofferati ecc.) osasse far concorrenza a quelli “giusti”. Questa destra orrenda (prima con B. e ora con Salvini) per il centrosinistra non solo non è mai stata un problema: ma è sempre stata una benedizione, l’unica ragione di sopravvivenza di un ceto politico che altrimenti non avrebbe alcun senso. Finché dall’altra parte c’è il babau, da questa si può continuare in eterno con le vecchie facce e le vecchie pratiche, senz’alcuno sforzo di rinnovamento. Se invece c’è un movimento di facce nuove, ingenue e impreparate finché si vuole, ma pulite e sintonizzate sui bisogni di milioni di esclusi, è finita. Perciò il Sistema ha sempre accettato la Lega, anche quella salviniana, come una forza addomesticabile e utilizzabile (infatti ora ci si aggrappa come all’ultima zattera per riciclarsi o almeno non estinguersi). Ma ha sempre vomitato gli incontrollabili 5Stelle come corpi estranei, marziani, barbari, usurpatori. Il gioco però non ha funzionato, perché la maggioranza degli elettori era talmente schifata dal passato da premiare sia il nuovo dei 5Stelle sia l’usato finto-nuovo della Lega, portandoli al massimo storico di voti.

Così la geniale strategia di Renzi & B. di scatenare Salvini contro Di Maio per far perdere i 5Stelle, far vincere Pd e FI e propiziare il governo Renzusconi ha sortito l’effetto opposto. E continua a sortirlo dopo il gran rifiuto dem di qualunque dialogo coi 5Stelle per spingerli tra le fauci di Salvini, confidando nel controesodo degli elettori. Che invece restano dove sono o stanno a casa, ma una sola cosa non fanno: tornare all’ovile, visto che non sono pecore. Anche perché quel che vuol fare la maggioranza giallo-verde, l’hanno capito tutti. Ma cosa voglia fare il Pd, a parte quel che ha già fatto con banche, lobby, vitalizi, rimborsopoli, scandali, Ilva e grandi opere inutili, non lo capisce nessuno.

Renzi si arma di pop-corn e sfida 5Stelle e Lega a mantenere le promesse, che lui però considera pericolose, letali e un po’ fasciste, dunque non si vede il senso dei pop-corn e di tutto il resto. A meno che i pop-corn non siano per l’eventuale pubblico dei format tv che, archiviata la trovata del partito Micron (dato dai sondaggi al 4%), il Matteo minor si propone di scrivere nella sua ultima reincarnazione di autore e conduttore tv (lo vedremo presto a fare il valletto di Paola Perego in Pomeriggio in famiglia con la Boschi o a Forum con babbo Tiziano e mamma Laura imputati per false fatture). Calenda, che è un Renzi con più pancia, rilancia l’ideona del “fronte repubblicano”, senza spiegare con chi ce l’ha (coi monarchici?). E vuole “andare oltre il Pd”, come peraltro fanno gli elettori da mo’. Per le ragioni che spiega bene la Ferrante.
L’autoreggente Martina dice che “dal Pd non si po’ prescindere”, mentre gli italiani ne prescindono benissimo. Il capogruppo renziano Marcucci si consola a modo suo: “Visto? Il Pd perde anche senza Renzi”. E sono soddisfazioni: manco fosse una gara a chi riesce a perdere di più. Da oggi il Fatto ascolta le voci più autorevoli della sinistra sul fu Pd e su come ridare forma a un patrimonio politico e culturale, senza il quale la democrazia diventa zoppa: per mancanza di opposizione ed eccesso di maggioranza.
Infatti, mentre lorsignori si accapigliano sulla parola “oltre” (che sostituisce, negli onanismi dem, il celebre “trattino” fra centro e sinistra) e su concetti astrusi come congressi, primarie, assemblee e direzioni, il bipolarismo che sognano di riesumare per tornare in gioco come baluardi al “populismo” si realizza alle loro spalle, tutto interno alla maggioranza “populista”: chi teme Salvini guarda a Conte, Di Maio e Fico, sperando che lo tengano a bada. Non chiede certo aiuto al Pd, che nessuno calcola più. Ricordate il geniale hashtag renziano contro il dialogo con i 5Stelle? Diceva così: #senzadime. Ora è il motto degli elettori in fuga.

L’incontro con Massimo Catalano

Da Rosati in piazza del Popolo, all’ora dell’aperitivo, si fanno incontri sempre interessanti. Ettore Scola chiacchiera con Citto Maselli, accanto a Mario Schifano che beve da solo. Qualcuno si gira, appare Guttuso rincorso da Jimmy il Fenomeno. Un’accozzaglia di varia mondanità. Ci siamo anche io e Manolita, vestite eleganti, qualcuno si chiede: “Ma chi sono?”. Manolita riconosce Massimo Catalano, il dandy, il re dell’ovvietà di Quelli della notte. Cachecol in seta, camicia sbottonata e pose da viveur. Lei mi rivela che è un bravo jazzista, con Arbore approntano jam session di improvvisazioni domestiche. Faceva parte dei Flyppers, un gruppo che lanciò in Italia il cha cha cha vendendo 4 milioni di dischi. La band era composta da Maurizio Catalano al contrabbasso, Franco Bracardi al pianoforte, Romolo Forlai alle percussioni, Fabrizio Zampa alla batteria e, per un anno, nel 1961, Lucio Dalla al clarinetto. Manolita sa sempre tutto! La provoco: “Scommetto che sai a memoria pure la formazione della Sambenedettese del ‘58!”. “Si certo”. E comincia a snocciolare nomi: Banti, Lo Russo, Santini, Lacu, Ragnedda, Di Lorenzo, Bugamba, Marisa, Furia, Lo zio, Nascimiento, e il mister era Vito la Vermicocca di Cerignola. “È prodigioso, ma che fai le studi la notte?”. “No, semplicemente mi restano in mente. D’altra parte come dice Catalano, è sempre meglio ricordare e sapere tutto che dimenticare e non sapere nulla. Oddio, mi sono scordata il gas acceso, mia madre m’ammazza”. Scappa via come un fulmine lasciandomi da sola e con un conto salato da pagare. Dal motorino mi urla: “Ah, dimenticavo l’allenatore nel corso dell’anno fu sostituito dal mister Pino Cozza, in prestito dal Potenza”. Catalano sorride e chiosa: “Beh, il gas è sempre meglio chiuderlo che lasciarlo aperto!”.

(ha collaborato Massimiliano Giovanetti)