Questa settimana, senza alcuna fatica, ricorro al testo dell’Etica Nicomachea di Aristotele, prova di greco per la maturità classica: “Dopo le altre virtù bisognerebbe trattare dell’amicizia: infatti essa è una virtù o implica virtù; e in più perché è assolutamente necessaria nella vita. Pur possedendo ogni sorta di bene, nessuno potrebbe vivere privo di amici. Sembra inoltre che soprattutto i ricchi e coloro che possiedono potere e cariche hanno bisogno di amici: quale utilità ci sarebbe di tali benefici se venisse loro tolta la generosità che va soprattutto rivolta agli amici ed è per questo assai lodevole? E come potrebbe essere protetta e salvaguardata senza gli amici? Inoltre, tanto più grande è, più è precaria. Nella povertà e nelle altre disgrazie si crede che l’unico rifugio siano gli amici. È di aiuto ai giovani perché evitino gli errori e agli anziani affinché siano assistiti e sostenuti per la mancanza di attività, è utile inoltre a coloro che sono all’apice della loro attività per le azioni sagge: “quando due persone agiscono unite” sono capaci di pensare e agire meglio. […] Si potrebbe osservare anche nei viaggi come ciascun uomo sia familiare e amico di un altro uomo. Sembra che l’amicizia tenga unite le città, e che i legislatori si diano da fare più per essa che per la giustizia; la concordia sociale infatti sembra essere qualcosa di simile all’amicizia, motivo per cui i legislatori tendono soprattutto a questa e stornino il dissenso sociale” (Et. Nic. VIII.1155a). Scelta saggia, e oggi assai congrua, quella del tema dell’amicizia intesa dagli antichi con flessibilità e diversità dall’oggi: governanti, leggete i classici e bandite odio e disprezzo sociale!
Ariete: puoi cambiare fauna amorosa. Leone, manda l’amante a quel paese
ARIETE – Dice John Darnielle del Lupo nel furgone bianco (Rizzoli): “Credo che per lui incontrarti di persona sia un po’ intenso”. Attenti al lupo, soprattutto se spaventato come il vostro. A niente vi servirà travestirvi da agnello: cambiate piuttosto fauna amorosa.
TORO – “Lui la penetrò in ginocchio, consumando un amplesso più focoso che appassionato”: se non vuoi finire come La donna nella valigia di Giovanni Valentini (Sem), trovati un partner meno focoso ma più sentimentaloso.
GEMELLI – Raccontando le peripezie di Dante in Cina (il Saggiatore), Eric Salerno appunta: “La gente ha paura di disturbare la pace”. Pure tu dovresti stare più attento a non guastare la quiete che regna in famiglia, o la tregua non reggerà.
CANCRO – Dopo la fuga (Edt), Ilija Trojanow ha continuato a sentirsi “profugo a vita”, un po’ come te dopo la recente fuga d’amore. Ma lui, a differenza tua, “vuole far parte di coloro che non si fanno condizionare il viaggio né dalla partenza né dalla destinazione”. Prendi esempio.
LEONE – La fidanzata di Minami è adorabile; lui, però, la tradisce con un’altra, che ripete cose del tipo: “Non fraintendermi. Il mio era solo un bacio di ringraziamento per avermi ascoltata”. Uchida Shungiku (Coconino) ti consiglia di mandarla a quel paese: l’amante, non la consorte.
VERGINE – “Lei gli stava concedendo una via d’uscita. Ma lui la rifiutava”: non lamentarti se non riesci a ritrovare La via di casa come Louise Penny (Piemme). È che ti stai affidando alle persone sbagliate, anziché dar retta alla tua unica, vera, fidata amica.
BILANCIA – Nel suo Invito a teatro (Laterza), Luigi Allegri spiega che nella “spettacolarità contemporanea tutto è legittimo, tutto è teatro”. Occhio perché non tu non sei in grado, ora, di sostenere la parte del forzuto o della sdegnosa: al massimo puoi fare l’innamorato/a perso/a.
SCORPIONE – Nel celebrare La festa nera (Chiarelettere), Violetta Bellocchio ha anche parole d’affetto per i tristi come te: “Se c’è una cosa che ho imparato, è che i deboli e gli umiliati trovano sempre il modo di prendersi la loro rivincita”. Arriverà, stai sereno.
SAGITTARIO – Così fan tutti (Solferino), sostiene Esther Perel riferendosi alle corna. La sua ricetta però non è banale: “Districare i significati del tradimento getterà le basi per le future decisioni: una posta in gioco troppo alta”. Smettila di fare il detective delle cause perse.
CAPRICORNO –Per M. Šašek, Questa non è una pietra (Quodlibet). Ecco che le statue si animano: il Mosè viene paparazzato in vespa; Cicerone sta davanti ai microfoni della Bbc e un indovino riceve i clienti al telefono. Prova anche tu a disegnarti in un contesto lavorativo diverso.
ACQUARIO – Grattacieli, di Germano Zullo e Albertine (Mondadori), è una satira illustrata del capitalismo fine a se stesso, che celebra concerti “in onore del quinto compleanno del cagnolino maltese”. Stai alla larga da tali animaletti e dai loro padroncini/e snob.
PESCI – Yellow Submarine – il film dei Beatles (Gallucci) tratto dall’omonimo brano – celebra 50 anni, ma è un’altra la canzone che a te si addice ora: “Love, love, love, canta John. All you need is love”. Per la traduzione rivolgersi al dottore in lingue.
Facce di casta
Bocciati
Vendesi ministro
Matteo Salvini ha così annunciato l’ipotesi di un censimento dei rom: “Al ministero mi sto facendo preparare un dossier. Faremo censimento dei rom, quelli italiani purtroppo ce li dobbiamo tenere.” E per il ministro degli Interni invece si può fare niente?
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Sottosegretario di chi?
Episodio increscioso ma rivelatore quello capitato ad Armando Siri durante una trasmissione televisiva. Bisognava indovinare il nome di un politico in base ad alcuni indizi e Siri ha ripetutamente sostenuto che la persona in questione non potesse essere Toninelli in quanto “Toninelli non è ministro”. Dopo alcuni secondi d’imbarazzo generale e dopo aver tentato invano di sostenere la sua tesi, il sottosegretario alle Infrastrutture si è dovuto rassegnare e ammettere che il ministro che lui è stato nominato ad assistere è proprio Danilo Toninelli: “Ah, sì, Toninelli, scusa. Mi sono confuso, perché ho visto la divisa della polizia e intendevo dire che Toninelli non era della polizia, ma era carabiniere.” In realtà la defaillance non può essere derubricata a cilecca mnemonica di un sottosegretario di un ministro a sua insaputa, ma va letta nel quadro complessivo delle dinamiche relazionali tra Lega e M5S all’interno dell’esecutivo: “Ma chi sono questi che dicono di stare al governo con noi?”.
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Per gli alieni la pacchia è finita
Che nessuno dia dell’incoerente a Carlo Sibilia. Non è bastata la nomina al ministero degli Interni, per far abiurare al neo sottosegretario le sue teorie sullo sbarco sulla luna, che in un ormai celebre tweet definì ‘una farsa’. Ancora oggi, fedele a se stesso, in un’intervista parla di ‘episodio controverso’. Salvini conta di dare a lui la delega per la gestione dei flussi migratori dalla luna.
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Promossi
Il cuore ha le sue ragioni che la ragione di Donald non conosce
Melania Trump “odia vedere bambini separati dalle loro famiglie e spera che entrambi gli schieramenti possano alla fine unirsi per ottenere una riforma migratoria di successo.” La First Lady ha espresso per la prima volta una posizione politica, e l’ha fatto schierandosi contro gli effetti concreti delle politiche sui migranti del marito, che hanno visto 2mila bambini di famiglie che hanno tentato di entrare illegalmente negli Usa, trattenuti in centri di raccolta al confine con il Messico, lontani dai genitori.
Melania che di ceci in bocca se ne tiene parecchi, vista la proverbiale discrezione e le smorfie di sofferenza trattenuta con le quali affianca il marito, ora non ha potuto esimersi dal prendere le distanze dal pugno di ferro contro i clandestini del tycoon.
Melania “crede che dobbiamo essere un Paese che segue tutte le leggi ma anche un Paese che governi col cuore”, ha aggiunto la portavoce: mentre continua a preservare le leggi dell’apparenza vestendo i panni dell’impeccabile Prima Donna, ma, contemporaneamente, comincia a liberare quei pensieri finora soffocati dagli schiamazzi del rumoroso marito.
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In Sicilia sul web si è rotto il duopolio Ciancio-Ardizzone
Pochi avrebbero scommesso dieci anni fa che la Sicilia avrebbe avuto un pluralismo nell’informazione. Il duopolio formato dai quotidiani La Sicilia, dell’editore catanese Mario Ciancio Sanfilippo, e da Il giornale di Sicilia, della famiglia palermitana Ardizzone, che ha controllato il settore si è definitivamente interrotto. Il lettore dell’isola che per informarsi acquistava uno dei due quotidiani (più la Gazzetta del Sud nella parte nord orientale), con le parentesi de L’Ora di Palermo e I Siciliani di Pippo Fava, oggi può contare su diversi giornali web.
Il primo caso è stato LiveSicilia, con le sue redazioni a Palermo diretta da Accursio Sabella e a Catania da Antonio Condorelli. I cronisti, quasi tutti under40, seguono le trame della politica, i processi giudiziari e gli equilibri della mafia. Altro giornale molto seguito è MeridioNews, una giovane redazione under35 diretta da Claudia Campese, che con approfondimenti, dossier e inchieste racconta tutti i giorni i lati oscuri dell’isola. L’ultimo reduce della vecchia scuola di Pippo Fava rimasto alle pendici dell’Etna, è il sognatore Riccardo Orioles, faro della nuova generazione de I Siciliani Giovani.
Ma il cambiamento è stato lento, e sono servite battaglie e denunce per aprire uno spiraglio nel duopolio. Basti pensare che quando nel 1997 la Repubblica decise di aprire una redazione nell’isola, la città di Catania ne rimase immune. Questo perché Ciancio strinse un accordo con i vertici del gruppo editoriale romano, concedendo di stampare le pagine locali del quotidiano nei suoi stabilimenti, senza però distribuirli nella città etnea.
La forza del gruppo editoriale di Ciancio, allargato anche nella televisione, radio e pubblicità, è uno degli elementi usati dalla Procura etnea nel processo a suo carico per concorso esterno in associazione mafioso, perché l’editore avrebbe favorito o rallentato l’uscita di alcune notizie, che avrebbero fatto comodo ad ambienti mafiosi.
Da citare anche SiracusaNews, fondata dieci anni fa dal trentasettenne Giangiacomo Farina; Siracusa Oggi affiancata dalle frequenze radio di Fm Italia; nell’agrigentino Franco Castaldo dirige Grandangolo; Giacomo Di Girolamo guida Trapani24; BlogSicilia; il network Today; e Paolo Borrometi, oggi sotto scorta per minacce di mafia, dirige La Spia. Eppure se il pluralismo ha portato nuova linfa all’informazione isolana, resta il problema dell’equo compenso. Tanti, forse troppi, giornalisti – pubblicisti e professionisti – pagati a pezzo, molti dei quali freelance con partita iva, senza rimborsi per le trasferte, che per un singolo articolo possono ricevere da un minimo di due euro a un massimo di dieci. In una giornata potrà andare bene per fare colazione e per un pasto veloce.
I più fortunati hanno un contratto part time, sui 400-500 euro mensili, oppure un full time, tra gli 800-1000 euro. Una condizione che rende il cronista sempre più vulnerabile, costretto a dover contare solo sulla sua passione.
La Settimana Incom
Bocciati
Autogol
I dirigenti Rai, in odore di epurazione, si strappano i capelli: hanno scoperto che i Mondiali (su Mediaset) fanno ottimi ascolti. ‘Incroyable’: gli italiani amano il calcio e lo guardano in tv. E chi l’avrebbe detto?
Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Mail dell’ufficio stampa Rai: “A seguito delle dichiarazioni recentemente rese sul web dalla signora Eleonora Brigliadori, Rai2 ha deciso di non far partecipare la stessa al programma ‘Pechino express – Avventura in Africa’. Le suddette dichiarazioni sono, infatti, in evidente contrasto con la missione e i valori di servizio pubblico della Rai, con il codice etico aziendale e con la linea editoriale della Rete. Pertanto la coppia Madre e Figlio (Eleonora Brigliadori, in arte Aaron Noel e Gabriele Gilbo), non farà parte del cast”. A causa di un’improvvisa nausea non siamo in grado di riportare le sopracitate dichiarazioni.
Corona di spine
La partecipazione di Fabrizio Corona alla non (si fa per dire) Arena di Massimo Giletti ha suscitato un vespaio. In studio opinionisti di ogni fatta: unico assente il pudore.
N.c.
Critica alla critica
La critica televisiva si accanisce contro Belen che in Balalaika, trasmissione di commento dei Mondiali di calcio in Russia di Mediaset, si accontenta di mostrarsi scosciata e di farsi prendere in giro. Ci è sfuggito il programma in cui intratteneva il pubblico commentando ‘’La recherche. (non) voglio Anna Dice Anna Tatangelo che gli uomini hanno paura di lei (perché è una mamma, perché ha tantissime responsabilità e perché è molto impegnata). Non per come canta?
Promossi
Rivolta gabbana
Sotto a una foto che ritrae Heather Parisi insieme al suo compagno, Stefano Gabbana su Instagram ha commentato: “Ma questa stronza ancora gira?”. Lezione di stile della signora: “C’è un pazzo sui social che si spaccia per Stefano Gabbana oppure Stefano Gabbana sui social ha deciso di dichiarare al mondo intero la sua precoce demenza senile – si legge – La lista delle sue farneticazioni è lunga e di lunga data. Ultimi della lista, Miley Cyrus definita “una ignorante” , Selena Gomez complimentata con la definizione di “è proprio brutta”, e adesso anche la sottoscritta, Heather Parisi, definita “stronza”. Il tutto senza apparente motivo. Stefano Gabbana è uno di quei “closet case” che anche dopo aver fatto “coming out”, vive la propria sessualità con la rabbia e la frustrazione dell’omofobico. Che cattivo esempio di uomo, di gay e di italiano“.
Le foto profilo su Facebook: l’ipocrisia dei like e dei cuoricini
Premessa d’obbligo: questo è un articolo politicamente molto corretto, ma pure – riteniamo – drammaticamente vero. Per cui, se volete proseguire – e ci rivolgiamo soprattutto alle donne –, mettetevi una mano sulla coscienza e abbandonate ogni spirito buonista. E soprattutto ricordate che un’amica vera è quella capace di dire, sempre, la verità.
A chi non è capitato di trovare almeno una volta, su Facebook, la foto profilo di quella vecchia compagna di liceo, quella di cui tutti dicevano “è tanto simpatica, un tipo”, che a 30 anni di distanza occhieggia con bocca a culo di gallina e magari un bikini super-sexy sentendosi la Alena Seredova de noantri? Per carità, libera scelta: ognuna di noi ha la piena facoltà, e soprattutto il diritto, di vedersi e sentirsi magnifica. Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace. Però è proprio questo il punto. “Sei splendida”, “Wow!”, “Passano gli anni ma non per te”, “Fortunato l’uomo che ti ha accanto”. Ma vi sentite? Anzi, vi leggete? Ma se è proprio quella con cui andavate alle feste da ragazzine perché, con lei, il vostro metro e sessanta scarso incontrava l’occhio lungo persino del più figo della scuola? Tanto lei era quella simpatica, serviva ad attaccare bottone e, poi, a reggere il moccolo. L’età adulta, per fortuna, porta a più miti consigli e soprattutto a una concezione della bellezza e del proprio corpo diametralmente diverse. Eppure lei è ancora lì e, per quanto si sforzi di apparire truccata come una make up artist, rimane la “tipa” da portarsi dietro alle feste.
Peggio ancora sono le fotografie di parti del corpo. Cosce al mare taglia 50, ombelichi con piercing che scompare sotto la ciccia, tatuaggi al centro della schiena rugosa. Anche qui, nessuno deve permettersi di sindacare sulle libere scelte. Men che meno chi scrive. Ma siamo proprio sicure che inondare di like o di cuoricini quella foto, postare commenti del tipo “beata te che non hai un filo di cellulite” quando sapete benissimo che Photoshop fa miracoli, sia il commento più vero e sincero che potreste addurre? E non vi sentite un tantinello ipocrite? Anche perché, mentre lo scrivete, state ridendo sotto i baffi pensando che in fondo, sì, voi state invecchiando, ma c’è chi lo sta facendo molto peggio di voi. Ma forse è proprio questa la tecnica: dare della “bellissima” alla “tipa” del liceo vi fa ritrovare quel piacere sottile – e necessariamente nascosto – che provavate anche quando, in attesa della festa, le facevate indossare la vostra minigonna più corta per renderla ridicola agli occhi degli altri. Chissà se anche allora le dicevate “magnifica”.
Qualcuno dirà: una persona è bella perché è bella dentro. Certo. Ma non prendiamoci in giro. Pensate a quante figuracce le evitereste se aveste il coraggio di dire la verità: “Questa foto fa schifo”. Forse perdereste un’amicizia (virtuale?). Ma forse, finalmente, quella “tipa” si renderebbe conto delle serpi che ha intorno. E se proprio non ce la fate a dire la verità, fatevi un favore: tacete.
Giramondo con 5 donne: “Nessuna sapeva dell’altra”. Tranquille, è solo uno sfigato
Cara Selvaggia, ho avuto la sfortuna di innamorarmi di uno spirito libero senza essere a mia volta uno spirito libero. Lo incontro in Sardegna due estati fa. Ero nel pieno di una separazione, volevo solo pace, mare, cene tra amiche. Invece noleggiamo una barca per andare sulle isole vicine alla costa e il capitano era questa specie di adone bruciato dal sole, con le rughe nei punti giusti e i modi sufficientemente seduttivi per farmi capitolare dopo che aveva buttato la prima ancora. Aveva 46 anni, nessun trascorso sentimentale degno di nota, un appetito sessuale fuori dal comune e un ascendente con le donne che definirei soprannaturale. Passiamo l’estate insieme, lui mi spiega che è allergico a relazioni e idea di stabilità, durante l’inverno viaggia in giro per il mondo, sta in Italia da maggio ad ottobre. Io mi innamoro come un adolescente e gli dico che mi va bene così, che quando potrò lo raggiungerò dove vuole. Credo di potercela fare, di aver superato la fase in cui la presenza fissa di un uomo è fondamentale. Sono stati due anni infernali. L’ho raggiunto in Nepal a Natale, in Venezuela a febbraio, in Svezia, Kenya, Oman… ho attraversato il mondo, speso soldi, investito tempo e energie per stargli accanto perché lui, comunque, pure se non sognava il matrimonio diceva di amarmi. Poi, tre mesi fa, è il suo compleanno. Lui è in Argentina, decido di salire su un aereo e di fargli una sorpresa. So in quale cittadina si trova e dove alloggia. Arrivo stremata, felice, ansiosa di vederlo. Erano 40 giorni che non ci incontravamo. Non è nella sua camera. Il tizio della hall mi dice che è uscito per cena, che di solito torna presto. Mi siedo nella hall e aspetto. Nel frattempo ci parliamo al telefono, gli faccio gli auguri, fingo di essere a Roma. Lui mi dice che sta festeggiando con qualche amico, che mi ama. Alle undici e trenta si apre la porta della hall. È lui mano nella mano con una bionda. Bellissima. Giovanissima. Non mi vede subito. Io mi alzo in piedi sconvolta. Allora mi vede. Mi scendono le lacrime. Lui dice qualcosa che non ricordo, la bionda chiede chi sia io. In italiano. Io rispondo che sarei la sua fidanzata. Lei risponde: “Anche io”. Urlo, dico frasi senza senso. Lui balbetta. Scappo e torno in Italia. Non si fa più vivo. Io però ricevo un messaggio dalla bionda che non so come sa chi sono: “Non sapevo ci fosse un’altra donna che lo inseguiva in giro per il mondo”. Alla fine scopriamo che siamo almeno in cinque a darci il cambio. Ecco. Dimmi come si fa a uscire da una delusione così, dallo scoprire che c’era una donna diversa per ogni weekend e ogni ricorrenza.
Barbara
Cara Barbara, pensando che in fatto di donne è così sfigato da non riuscire neppure a trovarsene una sul posto.
“Fabrizio Corona fa la vittima ma lui è trattato benissimo”
Cara Selvaggia, ho seguito la storia di Corona e le polemiche per l’ospitata da Giletti. Non mi interessa la questione mediatica però una cosa te la posso dire. L’affidamento in prova non è uguale per tutti e il giudice di sorveglianza prende le decisioni in base a valutazioni personali che credimi, nei casi di tanti sfigati qualunque prevedono il rientro in carcere alla velocità della luce. Mio fratello a settembre dello scorso anno ha avuto una lite in casa di notte. Aveva bevuto, non era lucido. Qualcuno sentendo gli schiamazzi ha chiamato le forze dell’ordine. Sono arrivati i carabinieri e mio fratello ne ha spinto uno che poi, da referto, si è procurato una contusione guaribile in tre giorni. È finito in galera perché aveva dei precedenti sempre legati a resistenza a pubblico ufficiale e altre cose di poco conto. Non ha ucciso o violentato nessuno. Fatto sta che gli danno i domiciliari con visite al Sert. Un giorno scende sotto casa e si mette a parlare con un pregiudicato. Mio fratello sostiene in un orario compatibile con quello in cui poteva uscire, i carabinieri che li beccano no, ma alla fine questo non conta. Conta che torna dritto in galera. Due mesi dopo muore nostra madre. Chiede il permesso per il funerale, il magistrato per non si sa quale disguido burocratico non firma in tempo il permesso. Il suo fine pena era 26 giorni dopo. Mio fratello non assiste al funerale di sua madre. Tutto questo per dire che ci sono quelli a cui in affidamento vengono perdonate tante cose, altri che non possono sbagliare una virgola. E Corona non mi sembra appartenere alla seconda categoria, benché faccia la vittima del sistema.
Grazie
V.
Corona, in affidamento, ha già frequentato un pregiudicato, suo amico di vecchia data, ma se l’è sfangata dichiarando che non conosceva i suoi precedenti penali. Non conosce neppure più il casellario dei suoi amici, mi sa che ha perso smalto pure come grande procacciatore di gossip e notizie.
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il Fatto Quotidiano
00184 Roma, via di Sant’Erasmo,2.
selvaggialucarelli @gmail.com
Tutto scritto e colorato, Linus è tornato in edicola
Linus, ricordate, il fumetto serio ed enciclopedico dovuto, dentro un fitto cespuglio di gente che creava tutto ciò che toccava senza saperlo, a uomini geniali come Umberto Eco e Giovanni Gandini, torna in libreria. Cos’era – tanti, beati loro, sono così giovani da non saperlo, anche se conoscono Linus di persona – e che cosa sarà questa inattesa iniziativa della Nave di Teseo e della sua dg Elisabetta Sgarbi, che non sta mai ferma?
Linus originale era il giornale di annuncio (cose migliori verranno) e di consolazione (su col morale, non finisce qui), era serio al punto da ospitare non solo saggi pesanti ma anche le vere firme del tempo (testi alternati ai fumetti, però). E in ogni numero svelava un segreto: erano i fumetti a dare dignità e prestigio al filosofo, non il contrario. E così un periodico politico letterario travestito da fumetto ha trattenuto una generazione di gente giovane dal buttarsi dal muro violento della rivoluzione e da quello finto garbato della astensione. Uno ha portato a morire, l’altro a Berlusconi.
Dunque non stiamo parlando di tragedie da poco, nei tempi in cui Linus progenitore era al lavoro con la battuta chiave, la risata salvifica, e la malinconia di Linus (il bambino della coperta) e del cane Snoopy. Neanche adesso sono tempi allegri, mentre un governo dalla mente sconvolta chiude i porti e annuncia che ricorrerà a qualunque altro espediente pur di non incontrare negri sulla strada di casa.
Mettere Linus in libreria (e in edicola) è come gettare un salvagente a un altro tipo, non meno tragico, di migranti: la folla di italiani che in questi giorni viene spinta fuori dalla civiltà, verso il razzismo spietato e sadico di chi vuol vedere i migranti, bambini inclusi, morire in mare (o sotto il filo spinato a lama di rasoio di Orban). Linus può ancora dire a tanti italiani che rischiano di diventare complici (credendo agli Almirante di oggi, come tanti italiani avevano creduto all’Almirante di allora sulla razza pura italiana e il contagio degli ebrei) di vedere bene, a occhi aperti, la moralità e credibilità di qualcuno che prima voleva la secessione e il tricolore nel cesso, e poi ti ingiunge di credere alle sacre frontiere della patria bianca.
Linus che torna in edicola è pieno di vita, di disegni, colori, fumetti, storie, e sfiora persino quella cosa rara che è diventata da tempo l’allegria. Ma proprio questo è l’antidoto alla morte di governo.
“Le pasticche per i capelli perduti inibirono la libido, meglio calvo”
Il paradosso della vita per Marcello Macchia passa sopra la testa, e non sul piano metaforico, bensì oggettivo, pratico. Tricologico. Tanto da diventare nemesi, catarsi, rivincita e infine vittoria: “Ho iniziato a perdere i capelli a 14 anni, uno choc totale, una sofferenza. Poi con gli anni si è tramutata in forza e oggi gioco con le parrucche per creare i personaggi”. Uno di questi è diventato una maschera talmente forte da aver quasi superato la fama di chi lo ha generato, perché Marcello Macchia è Maccio Capatonda. “In molti oramai mi chiamano solo Maccio, e infatti mi fa piacere aver girato la serie come Marcello, nudo da tutte le creazioni. Questa volta sono io”. Così è lui il protagonista di The Generi, otto puntate (su Sky on Demand e Now Tv), dove viaggia dentro altrettanti generi cinematografici (western, horror, commedia sexy…) , intrappolato in uno spazio temporale ogni volta cangiante.
Cinema nel cinema.
E per rendere più forte il contrasto dovevo essere totalmente anti cinematografico: sono io che entro nella pellicola, e vinco anche le mie timidezze.
Timido, lei?
Per la mia prima intervista in diretta televisiva ho bevuto due birre, mi sentivo come se tutto quello che dicevo poteva venir usato contro di me. Un po’ come agli esami.
La soluzione?
Dire la verità, anche più della verità, quello che non hai neanche confessato a te stesso.
Si preoccupa di come appare?
Non molto, ma so per certo che ogni cosa che esprimo può essere vissuta come una cazzata, in pochi conoscono il confine tra il mio esser serio e l’ironia.
Un po’ come Luca Medici, alias Checco Zalone…
Lui ha creato una maschera molto credibile, e molti lo conoscono solo per quella. E ci gioca. Mentre la mia figura seria è proprio difficile da decifrare, anche per me stesso.
Nella commedia sexy, meglio Bouchet o Fenech?
Ammetto, non sono un grande fan di quel genere, sono cresciuto più con i film horror, con Zemeckis e Kubrick. Poi ho scoperto i comici alla Verdone, Troisi e Frassica. Anzi Nino da anni lo coinvolgo in ogni mio lavoro.
Affini nell’umorismo?
Lui è surreale, demenziale, criptico e mi ritrovo tantissimo. In qualche modo sono stato influenzato da lui.
Il suo ruolo al liceo…
Un outsider, per me la scuola è sempre stata una prigione, stavo perennemente all’ultimo banco, studiavo per il grande senso del dovere, ma ero angosciato e senza grandi legami con gli altri compagni.
Uno strano…
Ecco, questo era il mio ruolo, cambiato negli ultimi anni delle superiori, quando gli altri si sono fatti coinvolgere dalle mie passioni, a partire dalla realizzazione dei video di classe.
All’Università…
Ho studiato tecnica pubblicitaria a Perugia, e poi uno stage in una grande società di Milano: guardavo e imparavo, guardavo e piano piano a casa costruivo le mie idee; un giorno al lavoro ho mostrato una delle mie creazioni e da lì è iniziata la mia carriera.
La prima volta che l’hanno riconosciuta per strada?
Quando ti fermano le prime volte, stenti a crederci. E poi sono veramente timido, e questa disparità di afflato tra chi crede di conoscerti, e la tua percezione, crea un divario emotivo che a volte mi imbarazzava. Però non sono così famoso, non sono così pop.
La confondono mai per altri?
Per tutti quelli con la testa pelata: da Saviano a Giuliano dei Negramaro.
Insomma, l’aspetto tricologico è stato un problema.
14 anni è un’età delicata, per questo ho vissuto l’adolescenza con estremi tentativi di rallentare il dramma, con mia mamma cruda nella sentenza di morte: “Hai preso da tuo padre”.
Lotta inutile.
Ho buttato sulla testa qualunque tipo di prodotto, anche acquistato all’estero, frizioni a manetta, la mia testa era talmente piena di olio da sembrare un’insalata; fino a quando a vent’anni mi hanno propinato delle pasticche miracolose, peccato l’effetto collaterale: inibizione della libido.
Addio sesso?
Col cacchio, ho smesso di prenderle: uno si fa ricrescere i capelli per trombare, e invece non hai più voglia?
Meglio calvo.
La prima volta che mi sono tagliato i capelli corti, i miei amici hanno accolto la novità con un secco: “Ecco il taglio scacciafiga”. Comunque l’avere un po’ di successo mi ha salvato, reso più sicuro, e Capatonda è diventato un nome d’arte che richiama qualcosa di vissuto.
Niente a caso.
E inoltre combatto la calvizie con le parrucche dei miei personaggi, la mia testa è un manichino.
Lei cambia tantissimo.
Sono modulabile.
Cangiante.
Infatti mi dicono “mettiti una parrucca, così passi inosservato”, ogni volta rispondo: guarda che sono più riconoscibile con i capelli che senza.
I suoi film horror preferiti?
Le saghe di Nightmare e Venerdì 13, veri cult negli anni Ottanta, poi sto recuperando i classici dei Settanta.
Supereroi…
Batman di Tim Burton.
Sempre pellicole molto cupe.
Il tutto nasce dalla mia infanzia, la paura era l’unica sensazione a smuovermi, tanto che a 12 anni ho visto anche Arancia meccanica. Ritrovavo delle emozioni primordiali come l’odio, la morbosità, la paura.
Senza identificarsi.
Assolutamente, e neanche comprendevo tutta la satira e critica sociale che c’era e c’è dietro.
Perché questa esigenza?
La realtà della mia generazione era spesso piatta, confortevole e comoda, senza particolari problemi; sono stato formato dagli ideali televisivi e cinematografici di quegli anni, dove sembrava fondamentale diventare famosi, guadagnare molti soldi o sognare le ragazze di Non è la rai.
Un suo lato insano?
Forse sono troppo dedito al lavoro (ci riflette e aggiunge), o una grossa tendenza a trombare. Oddio, ma è insano?
A lei la sentenza.
Volevo più donne possibili, e qui torniamo a Non è la rai: questa ispirazione arriva da quel programma, quando lo guardavo, le mie fantasie galoppavano e tutti i santi giorni; era un po’ come 8 e 1/2 di Fellini. Le volevo tutte.
Senza tregua.
Anni di dedizione, mentre ora mi sono calmato, sono fidanzato.
I suoi western…
C’era una volta il west.
In Italiano medio il suo personaggio dice: “Bisogna mettere le mani nella merda per trovare l’oro”.
Il concetto è uno: è bene lasciarsi andare per scoprire qualcosa che non sai neanche di avere, e riguarda anche me, ed è un po’ anche il senso di tutta la serie.
E rischiare di sbagliare.
Eh, è importante accettare l’idea di poter fallire.
Lo ha messo nel conto?
Sì, resta che ho una grande paura del fallimento, e questo spesso mi trattiene. Non voglio toppare. Invece lo scoglio fa parte di un percorso.
Legge le critiche negative?
Sono quasi sempre d’accordo con chi mi giudica male.
Lei cosa vuole?
Vivere felicemente insoddisfatto.
Le perversioni delle riforme fiscali sulle plusvalenze in Borsa
A breve sono vent’anni di imposte sui guadagni di Borsa, più noti come capital gain. A tassarli ci aveva già provato il ministro Rino Formica, ma fu un esperimento durato un solo anno (1992). La complessa riforma dal suo successore Vincenzo Visco, entrata in vigore il primo luglio del 1998, era ispirata a principi di massima equità.
Ciò produsse alcune astrusità, come il meccanismo dell’equalizzatore, poi abbandonato, ma anche una soluzione perfetta per i fondi comuni italiani. Ogni giorno veniva conteggiato il guadagno o la perdita e addebitata o accreditata (!) la relativa imposta. Chi disinvestiva rimettendoci, recuperava così ipso facto il 12,5 per cento (aliquota di allora) di quanto perso. Ciò permise anche un exploit, ovviamente negativo, agli sfasciacarrozze del risparmio gestito. Cioè una perdita lorda superiore al cento per cento: il fondo Spazio Euro Nuovi Mercati del Monte dei Paschi di Siena è riuscito ad annientare prima tutti i soldi ricevuti e poi anche parte del credito d’imposta.
Si trattava comunque della migliore normativa possibile per i risparmiatori italiani. Peccato che domenica prossima sia l’anniversario anche della sua fine, datata primo luglio 2011. Infatti Assogestioni, associazione di categoria del risparmio gestito, cominciò presto a pretendere la sua abrogazione. Le argomentazioni erano inconsistenti, ma tanto disse e tanto fece, che ottenne quel che voleva (e quando mai in Italia banche e assicurazioni non ottengono tutto quello che vogliono?).
Per cui la situazione ora è la seguente. Se per esempio uno vende prima un’azione rimettendoci 3.000 euro e poi un’altra guadagnando altrettanto, perdita e guadagno (giustamente) si elidono. Fa pari e patta, senza strascichi fiscali. Se fa lo stesso con due fondi azionari, la perdita del primo non riduce la tasse dovute sul guadagno del secondo. Paga comunque 780 euro d’imposta e si trova registrata una minusvalenza. Ciò non dipende però da un’angheria del fisco, bensì dalla complessa, ma non assurda, classificazione dei diversi redditi finanziari.
Alcuni clienti cominciano però lamentarsi che i continui spostamenti (switch) da un fondo a un altro, in quella presa in giro che sono le gestioni in fondi, provochino addebiti di imposte e accumuli di minusvalenze difficilmente compensabili. La soluzione è semplice: basta non tenere in portafoglio nessun fondo o simili, bensì solo azioni, obbligazioni, future ecc.
Insomma, un caso di eterogenesi dei fini: una riforma voluta dall’industria del risparmio gestito spinge poi fuori di essa.